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STORIA - TRADIZIONI

Il secolo delle bonifiche

Dal pionierismo dei primi interventi alla grande idrovora di Ca’ Vendramin

di Cristina Tognon

Ventaglio Novanta n. 18 1998 pp. 62–67

Una pagina importante ed originale della storia del nostro Polesine è quella relativa ai molteplici interventi di bonifica avviati nel Delta nel corso dell'Ottocento. Alla metà del secolo scorso infatti, con l'introduzione delle prime macchine idrovore, la bonifica ricevette un notevole impulso, creando ben presto, tra i possidenti forniti di capitali, una specie di febbre esaltante per la possibilità di conquista di nuove terre. In un arco limitato di anni furono pertanto attuati consistenti interventi idraulici che cambiarono profondamente la fisionomia del territorio bassopolesano: "(…) vedi torreggianti comignoli levare al cielo densi globi di fumo e largamente distenderli, a far nuvola al sole. È il fumo del carbon fossile che dà moto alle enormi ruote, ai turbini, alle pompe, che levando lo stagnante umore dai palustri fondi, vi creano la fecondità, l'abbondanza (…)". È la descrizione ormai famosa, resa dallo scrittore adriese Francesco Antonio Bocchi, nel suo "Trattato geografico economico comparativo".

Sorsero così velocemente, contrassegnate da un grande ottimismo, le iniziative dei privati, ed anche i Consorzi adottarono le grandi ruote a schiaffo, prima mosse dalla forza animale, poi dalle macchine a vapore.

In realtà quelle a trazione animale servivano per prosciugamenti e soprattutto irrigazioni di piccole tenute, il Salvagnini infatti aveva già tentato nel 1833 di prosciugare le valli di Adria, ma non vi era riuscito per la poca forza di sollevamento. Presto a queste si sarebbero sostituite quelle a vapore, e poi le pompe centrifughe e turbine con i motori a olio, poi a diesel ed elettrici, che, aumentandone la velocità e la portata di aspirazione delle acque, ne avrebbero incrementato notevolmente la diffusione.

La bonifica meccanica non fu solamente un investimento economico dei possidenti a scopi fondiari, ma ben presto, sulla spinta di una domanda crescente, si caratterizzò come un nuovo settore di ricerca e di applicazioni tecnologiche, sviluppando un interessante mercato industriale: nacquero pertanto in Italia ditte di costruzioni meccaniche che producevano macchinari idrovori. Possiamo ricordarne alcune, come la ditta Strudhoff di Trieste, la Schlegel di Milano, la Neville di Venezia, la Società veneta di costruzioni meccaniche di Treviso e la società di Stefano Breda. E ben presto le idrovore vennero prodotte anche da grandi imprese nazionali, come la Ansaldo, ed alcune ditte specializzate nella fabbricazione di macchine agricole si concentrarono nella nuova produzione ritenuta più redditizia.

Parallelamente alla diffusione delle macchine, sorse anche la necessità di formare dei tecnici validi alla progettazione e all'applicazione di tali strumenti. L'adozione e l'uso dei nuovi congegni ebbe infatti inizialmente una fase fatta più di sperimentazione pratica, che di riflessioni scientifiche, nella quale i proprietari maggiormente intraprendenti si improvvisavano tecnici. I tentativi però, non sempre produssero risultati positivi e ciò contribuì a scatenare un conflitto, già esistente, tra idraulici puri e autori della bonifica meccanica. Paleocapa, uno dei più stimati ingegneri idraulici, non era contrario all'uso delle macchine, ma era convinto della necessità di un coordinamento degli interventi, per un governo unificato delle acque.

Sulle polemiche prevalse però il clima ottimistico, fiducioso nel progresso e nei vantaggi che potevano derivare dall'applicazione in tutti i campi delle moderne macchine. Una sorta di disponibilità incondizionata spingeva i possidenti, possessori di capitali, a investirli, prima nell'acquisto di macchine idrovore per "creare" terra, e poi in macchine agricole, per incrementarne la produttività. Tutto questo avveniva sperimentando, procedendo per tentativi, facendosi a volte assistere da ingegneri e tecnici idraulici non ancora del tutto specializzati nei nuovi apparecchi, mentre gli idraulici illustri, discutevano sulla validità dell'utilizzo di tali mezzi o se fosse invece un modo per aggirare gli ostacoli di tipo scientifico e organizzativo.

Nelle prima fase dell'adozione delle macchine idrovore non ci fu dunque subito una divisione di competenze ed una chiara distinzione dei ruoli tra gli specialisti e i possidenti. E' facile incontrare infatti, nella storia di queste prime bonifiche, figure anomale di imprenditori, tecnici, idraulici, costruttori, che svolgevano contemporaneamente diverse mansioni, improvvisando ruoli per i quali non avevano una specifica formazione.

Tra le iniziative industriali sorte in Polesine per far fronte alla richiesta di macchine idrovore, va citata la nascita ad Adria dell'officina di Giordano Zangirolami che giunse ad impiegare addirittura 200 operai. Il titolare, oltre ad essere un costruttore meccanico, era anche un tecnico progettista di bonifiche. Si occupò, infatti, del prosciugamento di una delle tenute dei conti Papadopoli, il fondo Smergoncino. E già precedentemente si era distinto come direttore meccanico della idrovora del Consorzio di bonifica Dossi Vallieri, dopo molteplici esperienze con altre macchine in vari comprensori polesani.

La storia delle bonifiche polesane si caratterizza dunque per l'eterogeneità di cultura ed esperienza dei vari protagonisti. Tra questi da citare anche Carlo Bisinotto, che fra l'altro, partecipò all'importante inchiesta agraria del 1882, redigendo il volume sui distretti di Adria e Ariano; era agente o fattore dei Papadopoli ed insieme al fratello Giovanni rappresentò il prototipo dell'agrario progressista. Egli, sostituendo il padrone della tenuta, si occupava di tutti i problemi che riguardavano l'azienda, sovrintendendo alle diverse fasi della coltivazione e dell'amministrazione, avendo cura di interessarsi anche della condizione dei coltivatori. Fino a poco tempo fa questo ruolo trovava un parallelo nel Delta padano nelle figure del capo valle (che si è cominciato da poco a sostituire con dottori in agraria) e nell'antico capo risaio, di minor importanza gerarchica ma di altrettanta responsabilità, ai quali spettava il compito di dirigere e controllare i lavori, consigliare il proprietario, sulla base di conoscenze per niente scientifiche ma dettate dall'esperienza, spesso tramandata dal padre che aveva rivestito lo stesso ruolo.

Raramente accadeva che venisse chiamato un ingegnere per affidargli un progetto unitario. Tra i primi a percorrere questa strada innovativa troviamo, nell'isola della Donzella, proprio là dove l'isolamento era totale, i Sullam. Questi proprietari terrieri furono tra i pochi a chiedere la consulenza continuativa dell'ingegnere Giulio Lupati. Di solito l'aiuto chiesto dai proprietari si riduceva alla mera assistenza in casi idraulici particolari, e per lo più limitatamente a problemi tecnici.

In questa eterogeneità di ruoli e tentativi, molte operazioni si conclusero con un fallimento, soprattutto quelle dei primi decenni, per il carattere sperimentale che avevano assunto gli interventi di bonifica. Famoso è l'insuccesso del barone Testa nella sua tenuta valliva nei pressi di Brondolo, ma tanti altri cercarono di togliere stabilmente l'acqua dalle loro terre senza riuscire nell'intento.

In seguito invece, nella seconda metà dell'Ottocento, le idrovore furono adottate ovunque con esiti favorevoli, per i miglioramenti tecnici avvenuti conseguentemente a quei primi sforzi.

Così gli ingegneri Francesco Luigi Botter, Cesare de Lotto, Carlo Bullo, divennero esperti di prosciugamenti meccanici, dopo avere partecipato agli iniziali tentativi di bonifica, cominciando ad essere richiesti nella zona di Rovigo e nella vicina Ferrara. Cesare de Lotto, conosciuto per la bonifica Dossi-Vallieri, fu chiamato per gli interventi di bonifica del consorzio Tartaro Osellin, per le Valli d'Adria e per il consorzio Foresto. Il Botter, invece, che aveva affiancato Gaetano Testa negli esperimenti falliti, applicò la sua competenza, prima nella direzione dell'Istituto agrario di Ferrara poi, divenuto ordinario di agronomia a Bologna, diede vita ad un' iniziativa editoriale, fondando "Il Giornale di agricoltura del Regno d'Italia".

Se dunque nella seconda metà dell'Ottocento si ebbe a registrare un miglioramento negli interventi dei privati, non si può dire altrettanto a livello di rete idraulica generale. Come aveva infatti ipotizzato il Paleocapa, le macchine idrovore erano un mezzo per risolvere il prosciugamento delle terre ma non l'unica soluzione: finché non avveniva un progetto unitario di bacino idraulico, comprendente tutti i fiumi e gli scoli, di coordinamento delle uscite e delle quantità d'acqua tra privati e consorzi confinanti, sarebbero sorte ancora infinite liti e questioni.

La fretta di strappare nuove terre alle paludi dunque, non migliorò la situazione anzi, aumentò lo squilibrio dei flussi e i conflitti per la gestione degli scoli. Inoltre tutto il bacino idrografico della provincia di Rovigo fu stravolto in seguito all’esito delle bonifiche delle valli veronesi e ostigliesi, che dal 1854, cominciarono a scolare le loro acque nel Tartaro-Canalbianco. Gli equilibri raggiunti dai Consorzi del Polesine furono alterati nel giro di due decenni tanto che nel 1870 il Bullo lamentava “(…) non sono più i belli ed ubertosi campi del nostro Polesine, ma una triste palude, un mare morto che si presenta alla vista!”.

La situazione era perciò diventata talmente critica da costringere il nuovo Stato italiano a prendere delle decisioni e ad intervenire.

La Deputazione provinciale di Rovigo promosse allora iniziative che videro coinvolti alcuni tra i maggiori idraulici dell’epoca: il Paleocapa, il Bucchia, il Turazza. Essi erano già di casa nella provincia e da tempo esprimevano pareri negativi sulla situazione in cui versava il Polesine. Scriveva, infatti, il Paleocapa nel 1859 “sono ormai vent’anni trascorsi dacché i reclami dei Consorzi Padani presentati a S.A.I. il Viceré del regno Lombardo-Veneto, diedero occasione a studi, proposte e discussioni che non condussero mai all'attuazione di alcun radicale provvedimento. Ed a me pare che ciò debba attribuirsi essenzialmente alla poca concordia di coloro che pure insistentemente e fervorosamente tale provvedimento invocavano. Certa cosa è che quei dispareri i quali si manifestarono negli uomini d'arte e negli uffici preposti alla trattazione della materia, possono avere sinistramente influito al conseguimento del fine desiderato, ma credo che molto più v'influisse la poca concordia degli interessati".

Nel 1876 furono frattanto presentati i progetti di Lanciani, di Pagan e Scarpari, di Paoli e Marignani. Tutte le elaborazioni tendevano a ricondurre il livello del Canalbianco alle condizioni antecedenti alle bonifiche delle Valli Veronesi.

La rotta dell'Adige del 1882 e i disaccordi tra i Consorzi ne rinviarono l'esecuzione, che infine avvenne solo alla fine del secolo con lo scavo del cosiddetto collettore Padano-Polesano. Il canale, sottopassante Fossa Polesella con la botte Paleocapa, fu realizzato per raccogliere le acque del bacino a destra del Canalbianco e scaricarle a Porto Levante.

Maggiore operatività alle bonifiche fu data con la pubblicazione della legge Baccarini che concedeva aiuti finanziari alle opere dei Consorzi che miravano a migliorare le condizioni igienico-sanitarie del loro comprensorio.

Da allora la storia della bonifica è diventata la storia di questi enti consortili, alcuni di origine antica, altri sorti in seguito all' emanazione della legge, per le agevolazioni ottenute per condurre i lavori di sistemazione dei terreni.

Il Consorzio idraulico dell'Isola di Ariano ne è un esempio illustre: sorto l’8 gennaio del 1745, fu riconosciuto ente di bonifica e divenne "Consorzio di Bonifica Isola di Ariano" (D.M. n. 3261, del 2 luglio 1885).

Nel giro di pochi anni fu costruito il fabbricato idrovoro principale di Ca' Vendramin, collegato con il mare attraverso un canale, nel quale convogliava tutte le acque di scolo del bacino. Agli inizi del secolo la bonifica era ultimata con le conseguenze positive dell'aumento demografico, la scomparsa della malaria, la costruzione di case coloniche e stalle, l'attuazione di un processo di trasformazione agraria con l'incremento della produzione e l'avvicendamento di colture industriali.

Per una bibliografia e notizie più approfondite sulla bonifica nel Basso Polesine, si rimanda alla tesi di laurea della stessa autrice su "Territorio e Bonifica: il caso di isola della Donzella (1850-1970)", a.a. 1995/1996.

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Cristina Tognon. “Il secolo delle bonifiche”. Ventaglio Novanta, n. 18, 1998. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-secolo-delle-bonifiche/

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