Al visitatore che percorre la strada che da Taglio di Po conduce nell’estremo Delta, subito dopo il Museo Regionale della Bonifica di Ca’Vendramin si presenta un gruppo di case coloniche, dalla facciata esterna di rosso dipinta e rinate a nuova vita, grazie al proprietario Uccellatori, che ne ha fatto tra l’altro un moderno e accogliente bed&breakfast.
Un tempo qui visse “l’eletta nobildonna fascista Contessa Giulia Carminati di Brambilla, grande benefattrice di Taglio di Po”; parole di Antenore Siviero che alla Contessa dedicò la prima storia sul Comune di Taglio di Po.
Ma chi era costei?
Grazie all’aiuto di Pierluigi Forza, appassionato di storia locale, proviamo a tracciarne un profilo.
Di Giulia Francesca Matavelli in Carminati Brambilla, nata in provincia di Como da una famiglia molto modesta il 17 dicembre 1892, si è occupata, sia pure indirettamente, la Grande Storia. Il suo nome è legato soprattutto a un momento decisivo nella storia del fascismo, l’epurazione nel 1922 del “dissidentismo pavese” (Cesare Forni ed Ettore Casiraghi). E la Contessa è ritornata recentemente a far parlare di sé come una delle tante amanti di Mussolini, a seguito della pubblicazione delle lettere e del diario di Claretta Petacci. Anche lo scrittore e giornalista Giampaolo Pansa aveva “romanzato” su Giulia Matavelli: “una donna non molto alta, belloccia, ma soprattutto di straordinaria sensualità, che, come aveva sentito mutare il vento politico, aveva orientato le tette verso la federazione dei Fasci. A Mussolini, in visita in Lomellina, riservò lo jus primae noctis…”
La “storia ufficiale”, quella seria, rigorosa, che emerge dagli archivi, spesso ignora il ruolo delle donne o alcune figure femminili, legate al potere. Ma è altrettanto noto che certe donne, nel corso dei secoli, laddove non avevano potere in proprio, lo usavano attraverso gli uomini che conoscevano, comandavano, amavano. Per non parlare dell’effetto sugli eventi del “classico” abbaglio d’amore, che gli stessi uomini politici – calcolatori e potenti – talvolta subiscono.
L’ascesa sociale
E’ innanzitutto interessante scoprire come la figlia di un portalettere diventi nel giro di pochi anni contessina. La Matavelli, negli anni della grande guerra, si trasferisce a Milano per coadiuvare la sorella nella gestione di un atelier di moda, e nel capoluogo lombardo stringe amicizia con Filippo Corridoni, poi incontra il conte Cesare Carminati Brambilla, divenendone presto l’amante.
Finita la guerra, seguirà il conte nel castello di Semiana (Pavia), un luogo lugubre e tetro dove vengono consumati omicidi, tradimenti e prendono alloggio i comandanti delle squadre fasciste della Lomellina. Di lei, bellissima e fervente fascista, s’invaghiscono i ras Cesare Forni (l’uomo che osò progettare un fascismo antimussoliniano) e Francesco Giunta (futuro segretario nazionale del PNF) che, rivali in amore e in politica, si battono a duello.
Anche l’ex colonnello Magnaghi ed altri dirigenti delle squadre d’azione pavesi la eleggono a loro musa ispiratrice, e pare che la Matavelli, autentica dark lady, accompagnasse frequentemente gli squadristi durante le spedizioni punitive, usando all’occasione lo scudiscio contro i sovversivi delle leghe bracciantili. Un ruolo dunque tutt’altro che defilato, tanto che durante la marcia su Roma – secondo quanto scrisse Pietro Nenni – sfilò a cavallo per le vie della capitale alla testa delle squadre della Lombardia.
L’anno dopo, la futura contessa svolgerà un ruolo determinante ai danni di Cesare Forni, suo ex-amante, impegnato in una lotta serrata contro il conte Brambilla: l’inchiesta di Renato Ricci sarà pesantemente influenzata dalle mene della donna; il Ricci, inizialmente favorevole a Forni, cambierà idea dopo un incontro amoroso.
Ma la vicenda ebbe ulteriori sviluppi. Forni chiede ed ottiene il pronunciamento di un giurì d’onore romano. Subito la Matavelli si trasferisce nella capitale, all’Hotel Regina di Via Vittorio Veneto, dove la sua attiva presenza viene segnalata per tutta la durata dei lavori del giurì, brigando e intrigando, frequentando gerarchi e salotti esclusivi, vantando di poter disporre a proprio piacimento persino di Mussolini¹. Ma nonostante il generoso impegno della concubina, il conte Brambilla, nell’estate 1923, sarà costretto alle dimissioni da Sindaco di Semiana. Troppi gli scandali, le sopraffazioni sulla popolazione. Persino il duce, che in precedenti circostanze era intervenuto personalmente per la riammissione del conte nel partito, perde la pazienza e gli volta le spalle.
Ed è così che il conte Brambilla vende tutto e si trasferisce in Polesine.
Nei Diari della Petacci, si trova conferma di un certo rapporto fra il duce e la Brambilla, dove emerge che la donna, pur non raggiungendo mai il “rango” di “amante” del duce, ebbe con lui qualche incontro amoroso nel 1922-23. Il duce, pur ammettendo una certa tentazione fisica per la contessa (amava raccontare le sue storie alle nuove amanti), cercherà nel corso del tempo d’ignorare o di liberarsi di Giulia, che oltretutto, data l’età, iniziava a sfiorire.
I Brambilla in Polesine
Il 23 dicembre 1926, a Milano, il conte sposa la “fedele” Giulia e quindi si trasferisce in modo definitivo nella Tenuta di Cà Vendramin nel Comune di Taglio di Po. Per circa un ventennio nel territorio bassopolesano riuscirà a fare quello che non era giunto a portare a termine a Semiana².
Sul periodo tagliolese (o meglio polesano) dei Brambilla esistono narrazioni discordanti, che riflettono probabilmente le lotte intestine all’interno del partito fascista polesano o la naturale ritrosia dei superstiti a parlare di un certo passato. Secondo alcuni, la nobildonna “non dava respiro alle autorità rodigine: intrigante, vantava protezioni e altissime referenze”³; secondo altre testimonianze una “buona parola” della contessa poteva far cambiare idea e ammorbidire il marito.
Molti nemici, invece, ebbe il conte anche in Polesine. Ricoprì contemporaneamente, per diversi anni, tutte le cariche possibili (commissario dei consorzi di bonifica dell’Isola di Ariano, podestà di Taglio di Po, capo della provincia, membro del consiglio provinciale delle corporazioni, ispettore federale di zona, comandante del presidio della Milizia Volontaria), esercitando quel potere “come un signorotto da Medio Evo”, riferirà nel 1940 (in pieno Regime) il questore di Rovigo. Ma anche tali definizioni, drastiche, potrebbero essere il frutto di rivalità all’interno del partito fascista.
E se da una parte è acclarato, per esempio, che nel corso di una “rivolta della fame” di un folto gruppo di donne tagliolesi (1942), il conte non evitò di usare le maniere forti per reprimere la ribellione, dall’altra si parla del nobile come di un signore molto impegnato nel lavoro, costretto a recarsi in Comune alla sera, generoso con i dipendenti comunali e talvolta disponibile a scendere a compromessi con i mezzadri.
Riguardo la dedica di Antenore Siviero alla contessa (citata in apertura), visti gli antefatti, potremmo fare delle facili congetture (all’epoca Siviero era anche il Podestà del paese), ma va detto che proprio in quell’anno la contessa ebbe in zona un’ampia visibilità. Nella primavera del 1928, la Brambilla a Taglio di Po fu infatti a capo di un Comitato di Beneficenza, organizzando una festa denominata Convegno Etico-Popolare, che riprese una tradizionale festa tagliolese, in passato denominata Festival di Beneficenza, dove i partecipanti costruivano carri allegorici: nel giorno di festa sfilavano per le vie del paese, e poi venivano premiati da una Giuria speciale.
Quell’anno la festa riuscì particolarmente bene, almeno nell’ottica del Regime: alta la partecipazione del popolo tagliolese, divertimento a tema: Beneficare Educando titolò La Voce del Mattino del 29 maggio 1928. Un carro si chiamava La Bestia e raffigurava la feccia che congiura contro il Regime e che viene distrutta dai suoi impavidi sostenitori. Altri carri si chiamavano Dea Roma, Dovere e Sacrificio, Resurrezione, la Ricchezza d’Italia, Carroccio, Vittoria o Morte, Libro e Moschetto, Roma-Italia-Duce.
Ben 12 pagine su 70 del libro su Taglio di Po furono occupate da quell’evento, che costituiva in un certo senso il fiore all’occhiello dell’amministrazione-fascista guidata da Siviero; naturale che questi si sentisse di dedicare la sua opera alla contessa Brambilla, Presidente del comitato organizzatore.
Va detto che Giulia Matavelli in modo cinico fu “fedele” al Potere, si chiamasse Cesare Carminati Brambilla o Benito Mussolini. Se in Lomellina, nella primavera del ‘23, difese il futuro marito fino al punto di “corrompere”, passando “pare” da un letto ad un altro; in Polesine, la contessa, non più giovanissima, continuerà ad interferire sulle faccende interne al fascismo. Come quando, nel 1938, si scaglierà contro Giovanni Marinelli, responsabile a suo dire di aizzare contro i proprietari terrieri (i “produttori” nella concezione della Brambilla)⁴.
Nello stesso periodo, Giulia inonda Mussolini di lettere, cercando di metterlo in guardia da possibili pericoli (si pensi agli avvertimenti su Bottai e Marinelli) e definendo la sua amante “ufficiale”, Claretta, una “donnaccia”.
L’esistenza di uno scambio epistolare fra la Brambilla e il duce, in riferimento alla controversa figura di Marinelli, ha indotto qualche studioso ad ipotizzare che la “Giulia”, imprecata dal Marinelli pochi istanti prima della famosa esecuzione in cui morirà anche il genero di Mussolini, fosse proprio la nostra. Si tratta di ipotesi “stimolanti”, ma al momento non suffragate da prove⁵.
Epilogo
I Brambilla, fiutando i cambianti in atto, si disimpegnano dalla politica qualche mese prima dell’8 settembre 1943, delegando la gestione dell’azienda agricola all’agente che ne curerà gli interessi anche nel secondo dopoguerra; nessun passaggio di consegna, invece, per gli “affari politici”.
Per il resto conosciamo poco. Sappiamo che la Repubblica Sociale, probabilmente per far pagare il disimpegno del ‘43, cercherà di defenestrare il conte dalla gestione di Cà Vendramin. Poi gli anni della Repubblica.
Nel ‘46 i coniugi Brambilla lasciano quasi definitivamente Taglio di Po, affidando la gestione di Cà Vendramin ad una società per azioni di Milano con un organizzazione aziendale in loco, guidata dagli agenti Zangirolami e Borgonuovo, di tipo mezzadrile.
La contessa morirà a Como nel 1975. Giulia e Cesare non avevano figli. All’alba degli anni ‘80, visto il testamento, i parenti stretti dell’agente Zangirolami erediteranno una parte dei beni dei Brambilla.
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Come citare questo articolo
Anna Volpe. “La contessa Brambilla”. Ventaglio Novanta, n. 44, 2012. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-contessa-brambilla/