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NARRATIVA

La mia vecchia “Omas”

di Renzo Zerbinati

Ventaglio Novanta n. 18 1998 pp. 103–106

Anche quest'anno a Natale tra la posta c'è un biglietto d'auguri scritto con grafia chiara in un segno sicuro blu notte a firma di don Gino T.

Le penne stilografiche sono sempre state la mia passione. È curiosa la loro semplice struttura, ingegnoso il funzionamento e piacevolissimo il loro impiego. Nel tempo ne ho conosciute tante e conservate diverse, ma tutte regalate, tranne una, (per gli intenditori "Omas" gentlemen) che vanta una sua storia e mi fa ripensare ad un Natale lontano.

Era il tempo in cui i regali non segnavano prepotentemente la festa più attesa dell'anno, ma c'era la neve, … e l'idea di regalarmi una bella penna stilografica era andata maturando fino a diventare desiderio e poi decisione.

Ero da poco sulla ribalta delle superiori e, nella Ferrara di quel tempo, molte erano le vetrine che esponevano le loro favole, ma una sola era la 'bottega dello scrivere'; sopra la serranda di ferro tinta a legno era dipinto un nome: Biancòli, ed era, mi pare, in via Bersaglieri del Po. Presa la decisione, avevo sognato fantasmi fatti a penna tutta la notte, grossi pennini e minuscole punte colorate, superbi oggetti tutti d'oro, con clips a forma di freccia, di becchi di pellicani, di gocce intrecciate, con le marche più fantasiose: ARTUS, MONTE GRAPPA, PARKER… e finalmente potevo disporre di mance a sufficienza. Quindi, appena fu l'alba del primo giorno di vacanza, via in corriera, ed eccomi davanti alla vetrina …

Una battuta di campanello colpito dalla porta a vetri che si era aperta al mio entusiasmo, fece alzare lo sguardo di un vecchietto coi capelli bianchissimi, che armeggiava qualcosa dietro al banco; aveva una luce strana negli occhi, ma mi parve bonario … dal saluto invece capii che doveva essere una persona burbera e ne ebbi un po' soggezione …

Mi stavo quasi dimenticando il perché della mia visita, ma trovai la voce ed esposi d'un fiato il mio desiderio, facendogli ben capire la mia intenzione (che cioè avevo anche i soldi … e non avrebbe perso tempo!)

"Cosa ne deve fare?" mi disse piano.

"Sono studente, risposi, ed è per me".

Adesso seguiva di certo i suoi pensieri, mentre io sgranavo gli occhi sulle vetrinette luccicanti, ma ero restato immobile aspettando un gesto, a due passi dalla porta col campanello … Lui tornò al bancone, cambiò un segmento di carta assorbente al tampone di legno, tolse il coperchio ad una boccetta d'inchiostro e, senza parlare, fece cenno che mi accomodassi sul sedile di un pancone, alla sinistra entrando, che doveva essere stato uno scrittoio di qualche generazione prima. Da un cassetto estrasse alcune cannucce colorate, di quelle che si usavano alle elementari, ne pulì una e da una minuscola scatolina tolse un pennino color oro, lo infilò con garbo nella cannuccia, lo pulì con uno straccetto e, dopo averlo appoggiato sull'unghia del pollice sinistro, lo passò tra le labbra e lo intinse giusto fino a metà nell'inchiostro scuro. Poi parve ricordarsi di me (che ero allibito a tutte queste manovre) e mi affidò lo strumento con un suggerimento che non era certo un consiglio: "Ora provi a scrivere numeri, lettere, data, ciò che vuole … " e la voce stavolta era sottile.

Non avevo ancora finito di stupirmi, quando la porta suonò ed entrarono due ragazzi con un pacchettino. Ero salvo e mi sentivo meno solo … Il foglio mi parve grandissimo come quello dei compiti in classe, ma mi lanciai in numeri, lettere e parole incomprensibili … il segno era veloce, pareva non sentire la resistenza della carta, come pattini esperti su di una pista di ghiaccio e, vinta la prima sorpresa, non mi ero accorto di avere il vecchietto vicino che sbirciava come per capire qualcosa. Allora mi fermai, provando un sorriso non corrisposto; lui prese con disinvoltura la cannuccia, asciugò il pennino e lo sostituì con uno un po' più piccolo, di color bronzo, lo intinse sempre fino a metà e me lo porse cambiandomi il foglio e borbottando un "Bene, bene … ".

Ed io rifeci lettere, maiuscole, una firma, tante date … (i due giovanotti intanto erano intenti ad una piccolissima macchina fotografica).

Questo nuovo pennino era qualcosa di mai visto, era sinuoso, elastico, vivo, scriveva da solo, senza alcuna sbavatura o indecisione.

Mi distolse bruscamente da quel piacere il tocco del campanellino della porta, che lasciava entrare una signora molto elegante e profumata, ma lui non la servì subito, passò prima da me con il terzo pennino …

Senza rendermi conto del perché di quell'esame, notai che, tranne qualche sbirciata del vecchio, nessuno badava a me, e questo mi dava coraggio.

Adesso potevo anche disegnare; il foglio mi pareva più piccolo e la mano più disponibile. Volteggi, capriole, figure ampie ed armoniose, con un tratto che non si spartiva nè si ripeteva mai, quasi sentisse il peso dei miei pensieri, il gioco delle idee e perfino l'originalità del respiro …

E così passò un secolo, senza che mi accorgessi che tutti gli avventori erano usciti! Decisi allora di scendere dal bancone e mi proposi di dire che volevo solo comprare una stilografica, ma lui, il signor Biancòli, stavolta sorrise ed uscì con questa battuta: "Lei scriverà con tutto … " e sicuro aggiunse "tranne che con l’“Aurora".

Era come una sentenza, ora avevo la "ricetta", la "mia" ricetta e potevo finalmente scegliere il meglio delle vetrine …

Mi piacque una Omas gentlemen, la comprai e forse non passai più davanti a quel negozio, ma non dimenticai il "personaggio". Mi fu compagna stupenda e ancora oggi non ne vedo una più bella. Ma passò del tempo e giunse la fine degli studi e tra i regali di laurea ci fu qualche pacchetto importante … Mi incuriosì un cofanetto di velluto blu che celava certo una stupenda stilo dal cappuccio d'oro e col pennino coperto, diversa da tutte le mie.

Subito un boccettino di "Kores" e pronti tanti scarabocchi sul retro di una cartellina bianca. Ma che delusione! Mi sentivo persino arrossire dalla rabbia; riprovai, niente da fare.

Disegnando un segmento dal centro verso sinistra in alto, il pennino, che mi sembrava perfetto, "schincava", cioè faceva un saltino (interrompendo il segno), che è la prova del fuoco di tutte le stilografiche.

Cambiai foglio ed inchiostro, provai e riprovai; infine, deluso, pulii ed incartai il tutto, meditando però una soluzione: avevo bisogno di una conferma che, non tardò a smentirmi. Volai allora da un mio cugino, a me quasi coetaneo, che da poco era giunto al sacerdozio e si trovava in un paese vicino, col proposito di far provare anche a lui, buon intenditore, quella penna tanto ostile alla mia scrittura.

Non si sorprese per nulla, mi ascoltò attentamente e si produsse subito nella composizione della sua "nuova" firma: don Gino T …. e quando la punta svolazzò sui ghirigori della lettera T, io trattenni il respiro, ma non accadde nulla: il pennino non "schincò" sotto la guida di un'altra mano, nè la seconda volta nè più …

Quando il Don fu sazio di scarabocchi, la richiuse delicatamente e disse: "È proprio una bella "Aurora"", poi, con compiaciuta soddisfazione fece il gesto di mettersela in tasca. Divertiti sorridemmo entrambi ed in quel momento, quasi per magìa, mi parve di risentire la vocina del vecchio Biancòli … Si era avverato il suo vaticinio: non era certo colpa del pennino, ma della mia mano che mal si adattava proprio a quella penna … (quanta saggezza nell'esperienza dell'età!).

Ci scambiammo gli auguri – con la certezza che l' "attrezzo" avrebbe firmato anche il suo giubileo … – e la famigerata "Aurora" finì e restò al posto d'onore sulla scrivania del giovane prete, che questa storia non imparò mai, fino a … domani, quando con sorpresa certa riceverà queste righe di auguri, firmate però dalla mia "Omas", la stessa che mi ero regalato tanti Natali fa.

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Renzo Zerbinati. “La mia vecchia “Omas””. Ventaglio Novanta, n. 18, 1998. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-mia-vecchia-omas/

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