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NARRATIVA

Una promessa

di Loredana Capellazzo

Ventaglio Novanta n. 18 1998 pp. 107–111

Era lì, davanti a me, con l'aria di volermi interrogare. "Sei propri tu?" sembrava chiedere con quelli occhi liquidi e malinconici, mentre il mio cuore aveva preso a battere a mille e le mie mani tremavano.

Proprio quando avevo perso ogni speranza, il cane era arrivato, trotterellando verso di me, e si era accucciato al bordo del sentiero di ghiaia. Ma il suo padrone, dov'era? Da qualche parte in mezzo agli alberi, tra i cespugli, probabilmente a osservarmi, studiarmi, dopo tutto questo tempo. Dieci anni.

Speravo di non deluderlo troppo: avevo passato gli ultimi due mesi a prendermi cura in modo maniacale del mio corpo e del mio aspetto, per lui.

Gerry. A quel tempo, sembrava che tutti si chiamassero Gerry. Era il diminutivo usato per Gerardo, Geremia, persino Virgilio. Lui si chiamava Ruggero e se ne vergognava un poco, gli pareva un nome decadente e snob. Lui, che pure vestiva jeans logori, camicie di flanella a scacchi e magliette scolorite, era in realtà uno snob all’incontrario, uno che doveva in ogni modo e in ogni istante mettere in mostra il suo essere fuori dagli schemi. In mezzo a branchi di eskimo puzzolenti e trucidi, di capelli a riccetti impegolati, lui portava con ostentazione un reazionario montgomery di loden verde; i suoi capelli lunghi, neri e lisci, erano sempre lucenti e profumati; la barba, rigorosamente alla Nazarena, curata e morbida (una sola volta l'ho potuta sentire … ). E io lo amavo, con una confusione di sentimenti da adolescente malcresciuta, col corpo che mi doleva e tremava ogni volta che gli ero vicina e il cuore che mi smoriva dentro se lui mi faceva uno di quei suoi morbidi gesti di saluto o un sorriso.

Lo seguivo per i corridoi dell'università, saltando le lezioni; andando alle assemblee solo per vederlo e sentirlo parlare. E quando, nei momenti cruciali delle decisioni solenni, si alzava, sempre al centro del gruppo, ed esordiva con il suo mitico "Badate, compagni…” e poi parlava di responsabilità e libertà, di scelte, di vita, di lotta, io mi perdevo nella musica ora suadente ora dissonante delle sue parole, nella contemplazione del suo viso tanto bello e irraggiungibile e del suo corpo che seguiva l’onda dei pensieri.

A lui, di me, non importava niente. Quando scoprii che viveva con una donna di due anni più vecchia e una bambina che, forse, era sua figlia, il mondo mi rovinò addosso, a pezzi e a brani, e per molto tempo rimasi sepolta sotto le macerie senza riuscire quasi a respirare, senza più voglia di vivere.

Ho ricominciato il giorno che ho conosciuto il suo cane. L’aveva appena trovato, affamato e solo, e lo teneva in casa anche se era proibito dal regolamento del condominio. Non so bene perché quel bastardino scorbutico si fosse affezionato a me e io a lui, forse perché eravamo tutti e due insignificanti e innamorati. Ma ogni volta che arrivava, l’uno scodinzolante dietro l’altro, poco dopo me lo ritrovavo in braccio (il cane, non il padrone, purtroppo…) ad esigere coccole e grattatine. Gerry, in quei momenti, mi guardava con blanda simpatia; ma se solo mi rivolgeva la parola arrossivo, diventavo goffa e mi comportavo da perfetta idiota.

Una sola volta, allora, si mostrò interessato a me. Fu durante un’occupazione quando, inviperita per non poter dare un esame che mi era costato mesi di studio, andai in sala riunioni a cercare qualcuno con cui sfogare la mia rabbia. Il cane era lì, doveva esserci anche Gerry, ma nella confusione non riuscivo a vederlo. Andai ai bagni, dove, oltre a scritte oscen-rivoluzionarie sui muri, sporcizia di ogni genere sul pavimento, le tazze erano lorde e intasate di merda. Scoppiai a piangere come una deficiente e poco dopo sentii il cane strusciarsi alle mie gambe e la voce di Gerry che lo chiamava. Due mani mi strapparono dal muro e Gerry stava già urlando intorno che i cessi dovevano essere ripuliti im-me-dia-ta-mente e che tutti loro non erano che luridi sacchi di escrementi. Andò lui stesso a versare secchiate d’acqua, mentre io scappavo via. Dopo, per un paio di settimane, se lo vedevo da lontano, cambiavo strada.

Venivo dalla provincia, io, ero stupida e imbranata, non sapevo niente del mondo, avevo la testa piena di greco, poesie, filosofia e favole. Quello che mi stava succedendo intorno era troppo brutto, violento, sporco e non sapevo accettarlo. Solo Gerry… per me era il centro dell’universo.

Ma lui, già fuoricorso di un anno, a un tratto scomparve dalla circolazione e, qualche mese dopo, si sparse la notizia che, a luglio, avrebbe discusso la sua tesi di filosofia su Mircea Eliade.

Quel giorno c'erano tutti, anche il cane.

Ma non la sua donna che, dicevano, Gerry aveva lasciato solo poche settimane prima. Io gongolavo. Dopo che, con uno sbalorditivo 106, fu dichiarato dottore, tutti gli si fecero intorno per complimentarlo. Vidi che le ragazze lo baciavano e lo feci anch'io. Non so se fosse la gioia a confonderlo o chissà che altro, ma quando gli buttai le braccia al collo lui mi strinse così forte che in quel troppo breve istante mi sembrò di vivere tutta una vita …

Finimmo a festeggiare in un bar e, davanti ai bicchieri multicolori levati verso di lui, disse con un solenne ironico sorriso:

– Questo è anche il mio saluto, gente. Domani parto. –

Per poco il bicchiere non mi cadde di mano. Partiva. Scappava per non dover fare il servizio militare. Lo aveva detto spesso ma nessuno lo aveva preso sul serio. E ora ci diceva addio. Dieci anni. Non sarebbe potuto tornare prima.

Più tardi, dopo una serie infinita di saluti, tutti se ne andarono.

Io ero rimasta seduta in un angolo, perché il cane dormiva sulle mie ginocchia. Lui mi venne vicino, mi prese per mano e lo seguii. Non parlammo quasi fino alla panchina del parco, la stessa su cui mi trovavo dieci anni dopo, a guardare il cane.

– Mi dispiace che vai via – osai dirgli, con il coraggio della disperazione.

– Lo so. – mi guardava con i suoi occhi grigio verde, che ogni volta mi facevano sentire una farfalla infilzata su uno spillo, che sbatte le ali negli ultimi guizzi di agonia. In quel momento però avevano dentro una dolcezza e una tristezza sconosciute. Li avevo visti irati e ridenti, sprezzanti e pungenti, mai così: smarriti, indifesi. Lo strinsi tra le braccia e lui piegò la testa sulla mia spalla con un sospiro.

– Dispiace anche a me. Soprattutto perché mi perdo l’occasione di conoscerti meglio. – disse.

Ero sbalordita, incredula. Osai sfiorargli i capelli, insinuare le dita tra fili setosi, accarezzare la barba e la pelle liscia del suo viso, poi lui mi baciò.

Lo so, Gerry era solo, triste per l’imminente partenza, un po’ spaventato dal futuro, deluso per gli sforzi vani di anni di lotta. Andavo bene anch’io. Non ero bella, non avevo stile né fascino, ma ero lì a sua disposizione, ed ero follemente innamorata di lui.

Mi baciò e mi strinse su quella panchina, passarono in fretta minuti e ore e lui mi parlò di cos’avrebbe fatto a Londra, di certi amici che gli avrebbero dato una mano. Poi disse che avrebbe portato il cane in campagna dai suoi e fu questo, alla fine, che mi fece piangere. Lui mi confortò con altri baci e disse:

– Non vado via per sempre. Tornerò appena scade la prescrizione. Ci rivedremo, voglio ritrovarti. Tu sei così… affidabile. Avrò bisogno dell’aiuto di qualcuno, per ricominciare. –

Così gli venne l’idea dell’appuntamento. Lo stesso giorno, lo stesso posto, dieci anni dopo.

– Entro le otto di sera. Io ci sarò. Mantengo sempre le promesse, lo sai. – disse.

E io non ebbi alcun dubbio. Promisi.

Per dieci anni ho vissuto aspettandolo. Ho avuto un paio di storie, niente di speciale. Perché ero sola, perché fanno tutti così. Ma è a lui che ho sempre pensato. Ero cresciuta, ero diventata più carina e più sicura di me, quanto può esserlo una che, da ragazza, nessuno guardava più di una volta. La sua promessa mi aveva sostenuta, aiutata, spronata. Avevo fatto di me stessa quanto di meglio potessi, come voleva lui, come tante volte aveva detto.

Dieci anni erano passati e non erano stati inutili. Ma avevo tanto temuto che sarebbe stata inutile quell’attesa e temevo soprattutto di trovarlo cambiato, diverso. Il tempo e la vita potevano avere spento la meravigliosa luce che gli splendeva negli occhi, offuscato la sua volontà e i suoi sogni, bruciato le sue speranze. Lo avrei amato ancora, in quel caso?

Il cane si teneva a distanza, guardingo. Dopo tanto tempo forse non era sicuro che fossi ancora io. Ero diversa. Profumavo di St. Laurent, non sapevo di sudore, di bar e di treno.

Mi guardavo intorno, cercando la snella alta figura di Gerry. Portava ancora i capelli così lunghi e la barba? Volevo correre a cercarlo, ma le gambe mi tremavano e lo stomaco mi frullava dentro. Era così tardi ormai, quasi le otto … Restavano pochi minuti. "Io mantengo sempre le promesse" .. J dubbi mi disfacevano e nel mio cuore si stavano aprendo crepe e scheggiature.

Dei passi mi fecero voltare, con l'affanno in gola.

– Pippi! Qui, vieni! – una vocetta stanca e una figura un po' curva, con uno sbiadito vestitino beige, arrivavano da dietro i cespugli: il cane si mosse, raggiungendo con una breve corsa la padrona.

La taglia del cane era più piccola, la coda era sottile, senza nessuna macchia bianca sulla punta. E si chiamava Pippi.

Erano le otto di sera. Mi alzai senza sentire più niente di me, né corpo, né cuore, né luce: Dio, come si può essere tanto stupidi?

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Loredana Capellazzo. “Una promessa”. Ventaglio Novanta, n. 18, 1998. https://ventaglionovanta.it/archivio/una-promessa/

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