Lo scorso 22 giugno presso l’Accademia dei Concordi di Rovigo ho avuto la profonda soddisfazione di presentare al pubblico il frutto di un lavoro di ricerca che mi aveva accompagnato nel corso dell’anno precedente, un saggio intitolato “L’Anonimo del Novecento – Giuseppe Marchiori dagli esordi all’affermazione nella critica d’arte”. L’opera, che nasce come ampliamento e approfondimento di una tesi di laurea discussa alcuni anni or sono presso l’Università degli Studi di Padova, ha visto il coinvolgimento di due editori particolarmente sensibili nei confronti della cultura polesana, Apogeo e Turismo & Cultura, e il fondamentale sostegno della Fondazione Banca del Monte di Rovigo, da anni impegnata in un programma di valorizzazione delle personalità di spicco nel mondo dell’arte che il nostro territorio ha espresso nell’arco del Novecento.
Protagonista dello studio è un lendinarese d’eccezione, che nel corso del secolo scorso seppe farsi apprezzare come uno dei più acuti osservatori dell’arte contemporanea italiana ed internazionale, vediamo innanzitutto di conoscerlo più da vicino attraverso un sintetico profilo biografico.
Marchiori, nasce a Lendinara il 18 marzo 1901 in una delle famiglie che già nei decenni precedenti si era qualificata tra le maggiorenti della scena cittadina. Fin da subito la sua formazione culturale si snoda fuori dai vincoli accademici assecondando diverse vie espressive: le prime pubblicazioni sono raccolte poetiche, accompagnate dagli interventi d’esordio sui quotidiani polesani, mirati alla riscoperta di un patrimonio di storia e cultura locale, a cui poteva attingere immergendosi nel giacimento documentario di famiglia custodito nella cinquecentesca Ca’ Dolfin. Questi contributi lo pongono in contatto con la vivace stagione rodigina animata da Gino Piva, Livio Rizzi ed Eugenio Ferdinando Palmieri.
Negli anni Trenta avviene la sua piena maturazione: sceglie di dedicarsi alla critica d’arte ed avvia una decennale collaborazione con il “Corriere Padano” di Ferrara. I suoi interventi sono un susseguirsi di lucide recensioni nei confronti dei principali appuntamenti espositivi e di serrati confronti con i movimenti d’avanguardia animati dalla volontà di collocare il dibattito culturale in una dimensione europea.
Iniziano gli scambi epistolari con artisti destinati a segnare quell’epoca: da Filippo De Pisis ad Osvaldo Licini e gli astrattisti milanesi, da Renato Birolli e il gruppo di Corrente a Giorgio Morandi. Non mancano le incursioni nel mondo letterario, basti ricordare il dialogo con Umberto Saba.
Superato il drammatico periodo del secondo conflitto mondiale, Marchiori promuove quell’aggregazione di pittori e scultori che debutterà alla Biennale del 1948 con il nome di Fronte Nuovo delle Arti e che, dopo decenni di isolamento, riporterà una nuova generazione artistica al centro dell’attenzione della critica internazionale.
Il rapporto con la massima esposizione veneziana si intensifica negli anni Cinquanta e Sessanta in cui è ripetutamente membro di giuria e curatore di mostre sia personali che collettive tenute in quella prestigiosa sede. Crescono esponenzialmente anche i cataloghi da lui redatti, relativi ad altri eventi espositivi che ormai varcano regolarmente i confini nazionali.
Questo frenetico impegno non gli impedisce di continuare a coltivare la stretta frequentazione degli artisti prediletti, spesso accolti a Ca’ Dolfin; valgano come esempio i prolungati soggiorni di Giuseppe Santomaso, Carlo Levi e Hans Hartung.
Negli anni della piena maturità gli ambiti dei suoi studi spaziano al di là della pittura, su cui si era formato e cresciuto, anche in direzione della grafica e della scultura. La vastità e la complessità del suo rapportarsi ai fatti artistici, proseguito fino al 1982, anno della morte, può essere misurata dalla mole di monografie e cataloghi pubblicati e dalla sterminata lista di corrispondenti i cui carteggi sono conservati presso la Biblioteca Comunale lendinarese.
L’Anonimo del Novecento (un titolo che riprende l’immaginaria figura autobiografica dietro cui talvolta amava celarsi nei suoi scritti giovanili) intende proporsi come un itinerario lungo i passaggi cruciali che hanno segnato l’impegno di Marchiori nella critica d’arte, in un arco temporale che muove dai suoi esordi per approdare agli anni del secondo conflitto mondiale, momento che costituisce una netta cesura rispetto all’immediato passato e al contempo la gestazione della successiva stagione a cui il suo nome è notoriamente legato a livello internazionale, ovvero la costituzione del Fronte Nuovo delle Arti.
Il panorama che lungo le pagine ho tentato di delineare mi è parso particolarmente interessante perché consente non solo di seguire la continua evoluzione di Marchiori nella sua scrittura in materia artistica in orizzonti che progressivamente si ampliano, ma al contempo di apprezzare la compresenza di una poliedricità di interessi che animavano la sua giovinezza, dalla pratica della pittura, sperimentata in prima persona, all’esercizio letterario sia in prosa che in poesia.
Un lavoro di ricerca particolarmente impegnativo (che mi auguro si riveli anche una base per analisi successive) è stata la redazione di una bibliografia completa, relativamente al periodo indagato, di tutti i suoi scritti. Uno strumento che, se sarà seguito da una ricognizione estesa anche ai decenni successivi, risulterà fondamentale per ricercatori e studiosi che intendono accostarsi all’opera di uno dei più profondi e prolifici critici d’arte del Novecento e alla moltitudine di artisti e movimenti a cui si interessò con la sua penna.
Al fine di seguire le molteplici linee di sviluppo del suo vivere l’universo artistico, ho attinto ai numerosi articoli di Marchiori sulla carta stampata, ma l’esame di una collaborazione in particolare, quella con il quotidiano ferrarese “Corriere Padano”, per l’ampiezza del periodo in cui si articola e per la varietà di temi trattati, si è dimostrato il più funzionale a far emergere la sua caratura critica durante gli anni Trenta. L’esame di questi scritti è stata poi integrato dal confronto con i carteggi conservati nell’Archivio Giuseppe Marchiori, ospitato presso la Biblioteca Gaetano Baccari di Lendinara, soffermandosi su quei corrispondenti che avessero un’attinenza con i contenuti degli interventi o con il contesto in cui andavano ad inserirsi.
E’ stato infine riservato uno spazio particolare ad un’antologia di cinquanta lettere, che nella quasi totalità ho avuto il privilegio di far emergere per la prima volta, alle quali è stato affidato il compito di ripercorrere un’intensa vicenda umana e professionale nell’arco di un ventennio attraverso la viva voce di Marchiori e di artisti, letterati ed intellettuali a lui vicini. Un apporto prezioso per il raggiungimento di tale scopo è giunto anche dall’inserimento in questa breve sil-loge di alcune sue missive inedite individuate nel fondo del critico Carlo Belli conservato presso l’Archivio del ‘900 del MART di Rovereto.
Prendono così nuova vita parole scambiate nell’intimità di autentiche amicizie in un orizzonte di temi estremamente articolato e complesso nella sua ricchezza: sui rudimenti della pittura, con Teodoro Wolf Ferrari e Leone Minassian; sulla poesia vernacolare e sul Polesine, con Livio Rizzi ed Eugenio Palmieri; sui più riposti temi dell’inconscio, con Umberto Saba; su speranze e disillusioni dei giovani artisti milanesi di Corrente, con Renato Birolli; sulla rivelazione della pittura astratta, con il critico Belli e il pittore Osvaldo Licini; seguiti ed intrecciati a molti altri e in grado di restituirci magistralmente la temperie culturale di un’epoca.
Una stagione, quella fra le due guerre, che Marchiori considererà decisiva per la sua maturazione e perennemente fissata nei ricordi, fra slanci d’entusiasmo e laceranti drammi, ce lo confermano queste brevi ed incisive parole scritte a cinquant’anni di distanza: “Anni vissuti intensamente con l’illusione di aver creato per il futuro la possibilità di un ben diverso destino. Invece fummo tutti travolti dall’orribile guerra. E anche l’Anonimo scomparve nel caos di quelle tragiche vicende, ma per diventare, molto più tardi, un altro”.
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Come citare questo articolo
Nicola Gasparetto. ““L’Anonimo del Novecento””. Ventaglio Novanta, n. 56, 2018. https://ventaglionovanta.it/archivio/lanonimo-del-novecento/