Che il Delta del Po stia vivendo una fase di notorietà senza precedenti è fuori discussione. È sufficiente sfogliare i giornali per rendersene conto. Peccato però che, nonostante tutto il parlare che se ne fa, si conosca così poco l'aspetto che più di ogni altro caratterizza questa terra e ne rappresenta l'unica materia prima: è infatti la natura stessa a non essere divulgata quanto meriterebbe.
In risposta a tale carenza il WWF di Rovigo, con il patrocinio dell'Amministrazione Provinciale di Rovigo e dei Comuni del Delta, ha organizzato un convegno che ha avuto come protagonista indiscussa l'avifauna selvatica. L'obiettivo era di dimostrare, attraverso dati scientifici e non semplici opinioni, quale vastità di tematiche, interrogativi e prospettive sia in grado di suscitare il mondo degli uccelli, tanto più quando questi provengono dalle zone umide più importanti d'Italia.
Possiamo senz'altro dire che l'obiettivo sia stato colto il giorno 30 maggio 1998, presso la sala dell'Eracle di Porto Viro, alla presenza dell'assessore alle risorse faunistiche Gianni Vidali, del sindaco di Porto Viro Giovanni Franchi.
La partecipazione straordinaria di Giorgio Celli, noto Entomologo e apprezzato conduttore televisivo, che ha parlato di alcune esperienze scientifiche seguite in prima persona, ha dato rilievo al convegno articolatosi nell'intera giornata. Ornitologi ed esperti della gestione ambientale operanti nel territorio hanno esposto i risultati delle loro ricerche, elencato le problematiche riscontrate ed indicato possibili soluzioni per proteggere la fauna in difficoltà. Ne è emerso un quadro ricco di sfaccettature in cui, accanto a specie in netta espansione, alcune delle quali di nuova acquisizione, ne figurano altre in difficoltà a causa del degrado degli habitat. Si è parlato anche di caccia, ma questa volta senza polemiche perché in un convegno scientifico si lasciano fuori le opinioni personali e gli slogan, mentre si espongono dati oggettivi. Ma entriamo nel vivo del convegno.
Giampaolo Rallo, consulente scientifico del Ministero dell'Ambiente e storico attivista del WWF Italia ha illustrato la convenzione di Ramsar, trattato che dal 1973 determina e sancisce l'importanza sul piano internazionale delle zone umide e ne guida la gestione tenendo conto sia della naturale evoluzione alla quale queste sono soggette sia dell'importanza che può avere un corretto utilizzo delle risorse da parte dell' uomo. Il relatore ha sottolineato il paradosso, tutto italiano, del nostro stato che, nonostante figuri essere da oltre un ventennio un paese firmatario di tale convenzione, e sebbene al Delta non manchino certo i requisiti (l'abbondanza in uccelli acquatici è il parametro di maggior rilievo), nel territorio polesano non figura una sola zona Ramsar.
Menotti Passarella, ornitologo che da circa un ventennio si occupa di inanellamento scientifico nel Delta, ha documentato la rapida colonizzazione dell'area da parte di due "volti nuovi" del panorama ornitico. Il primo appartiene alla famiglia degli aironi ed è giunto in Europa dall'Africa poco più di vent'anni fa ma ha scoperto il Delta solo cinque o sei anni fa, probabilmente aggregandosi agli stormi della somigliante garzetta. Il suo nome, Airone Guardabuoi, la dice lunga sulla sua vocazione originaria. Nella sua più classica performance televisiva appare in groppa a qualche grosso erbivoro della savana africana. Tuttavia non se la passa male in assenza di bufali, quando – come nel Delta – può trovare estese risaie e campi di medica dove può abbuffarsi di insetti, roditori e anfibi.
Il secondo è il famoso fenicottero: lo splendido uccello rosa che per il momento si è insediato stabilmente solo in territorio ferrarese, facendo qualche fugace comparsa nelle nostre valli da pesca.
Mauro Bon del Museo di Storia Naturale di Venezia ha illustrato lo stato di salute dell'avifauna svernante costituita da quegli uccelli che, dopo aver nidificato nella buona stagione nelle terre del nord Europa, passano in inverno alle nostre latitudini. I dati forniti sono stati tratti dai censimenti invernali che da due anni a questa parte vengono svolti con regolarità. Le zone più ricche figurano essere le valli da pesca. Se le anatre (eccetto il germano reale) e la folaga subiscono perdite di anno in anno, per le specie non cacciabili le cose vanno decisamente meglio. È il caso degli Aironi (cenerino, bianco maggiore, Garzetta) per non parlare poi del Cormorano.
Anzi, parliamone pure del Cormorano, visto che Stefano Volponi si è occupato di tale specie tanto discussa di questi tempi. Da un suo studio sui resti alimentari è emerso che la maggior parte dei pesci di cui si nutre è costituito dalle specie più diffuse nel Delta (non solo nelle valli da pesca come è stato detto); ciò che rende interessante tale studio è che dimostra che l’aumento del numero di cormorani va di pari passo con l’aumento di tutti quei pesci (il cefalo, l’alborella, il carassio, ecc.) che l’uomo stesso provoca. Lascio al lettore trarre le conclusioni…
Se al cormorano il degrado ambientale ha giovato non si può dire lo stesso per il Fraticello, una piccola rondine di mare proveniente dall’Africa che fino a pochi anni fa (nel 92) nelle spiagge del Delta costituiva le colonie più imponenti del mondo. Nel suo intervento Eddi Boschetti ha evidenziato che le cause del drastico crollo di questa specie coincidono con tre gravi problemi cui sono soggetti gli ambienti più fragili del nostro territorio ovvero gli scanni. Il primo è dovuto all’erosione causata dal mare, il secondo all’aumento sproporzionato del Gabbiano Reale, specie aggressiva nei confronti delle altre, il terzo alla presa d’assalto degli scanni (un tempo indisturbati) da parte dell’uomo. Salvare il fraticello significa dunque proteggere il suo habitat.
Nel suo intervento sulla caccia, Massimo Benà, attivista storico del WWF di Rovigo ha preso in esame il suo studio (dati raccolti in quasi un decennio) sugli abbattimenti registrati in territorio lagunare-vallivo. In breve risulta che mediamente ogni anno fino al 1995 sono stati abbattuti circa 40.000 capi, di specie migratorie, poco più della metà provenienti dalle valli da pesca, la restante parte in territorio libero (lagunare, rami e bocche del Po). Benà ha tenuto a precisare che tali dati potranno essere utili nella comprensione dell'impatto che la caccia esercita sull'avifauna soltanto quando vi sarà un quadro più completo sullo stato di fatto, nei quartieri di riproduzione e sulle potenzialità ecologiche del Delta stesso tramite ricerche sul campo.
Proprio di ricerche sul campo, si occupa Simone Tenan, ornitologo rodigino molto giovane ma già di provata esperienza. Nel parlare della sua attività di inanellatore ha esposto tutte le possibilità che il Delta può offrire alla ricerca ornitologica. Prendendo come esempio le due specie che ha maggiormente seguito, ci ha fatto comprendere come queste abbiano reagito al progresso in maniere opposte fra loro: il Barbagianni rapace notturno che per secoli ha condiviso con l'uomo, seppure in modo diverso, fienili e altri fabbricati rustici, oggi risente del degrado degli stessi ed è in grave difficoltà, mentre il Gheppio, un piccolo falco che fino a pochi anni fa neanche nidificava da noi, in seguito ha trovato un ottimo surrogato di posatoio naturale di caccia e sito di nidificazione nei tralicci di alta tensione (che a differenza dei vecchi rustici godono di ottima salute).
L'ultimo relatore, Giorgio Tocchetto esperto faunista della provincia di Rovigo ha parlato degli effetti di una specie non ornitica ma che svolge un ruolo di antagonista nei confronti dei nostri uccelli acquatici. Si tratta della Nutria. Anche in questo caso possiamo parlare di un nuovo arrivo, ma questa volta è stato l'uomo a metterci lo zampino, in quanto il grosso roditore, di origine sudamericana, è stato liberato dopo che la sua importanza economica come animale da pelliccia è venuta meno. Come ogni altra specie aliena al nostro ambiente la nutria si è diffusa in modo del tutto incontrollato, provocando danni che vanno dal dissesto degli argini (dove realizza profondi tunnel) al danneggiamento delle colture agricole.
Giorgio Tocchetto ha dimostrato i danni che il grosso roditore provoca anche ai canneti (che arriva addirittura a far scomparire) dove peraltro si può cibare di uova di uccelli che nidificano al suolo. L'unica arma di difesa attuabile è rappresentata dalle gabbie che già da qualche anno la Provincia utilizza sulla scorta delle altre esperienze europee.
Il convegno scientifico ha evidenziato la situazione per vari aspetti evolutiva dell'avifauna del Delta, trasmettendo un importante messaggio: nella strada infinita verso la comprensione del mondo in cui viviamo, ogni nuova informazione è importante per la conoscenza dell'ambiente e la sua corretta gestione.
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Come citare questo articolo
Eddi Boschetti. “L’Avifauna del Delta del Po”. Ventaglio Novanta, n. 18, 1998. https://ventaglionovanta.it/archivio/lavifauna-del-delta-del-po/