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ARTEOGGI

Le foto di Daniele Soncin

Geometrie spaziali dalle linee pulite si ripetono a formare immagini di sicuro effetto che valorizzano il Polesine

di Luciano Scarpante

Ventaglio Novanta n. 51 2015 pp. 119–122

Sono moltissimi gli amanti della fotografia che trovano nel Delta del Po l’ispirazione per i propri scatti, ma soltanto alcuni di loro riescono a coglierne l’intensa atmosfera poetica. Daniele Soncin è uno di questi.

Solamente dall’acqua si può conoscere il Delta nella sua intima natura e percepirne il respiro. Acqua che si mescola alla terra, in un ambiente dove – se ti avventuri tra i canneti percorrendo in barca i tortuosi, stretti canali che li solcano e che si aprono all’improvviso in ampie e luminose lagune – gli unici suoni che puoi sentire sono il leggero sciabordio provocato dallo scafo e le grida e il frullare d’ali degli uccelli quando s’alzano in volo.

I ritmi del mondo moderno sono lontani e anche il tempo sembra voler rallentare il suo corso. Le canne, mosse dal vento, sussurrano storie misteriose e frammenti di antiche mitologie. I colori e la luce cambiano col variare delle stagioni e delle ore del giorno, passando dalle magiche cromie dell’alba lagunare al rosso fuoco di certi tramonti, dalle tinte forti e contrastate dell’estate alla raffinata delicatezza delle sfumature durante la stagione fredda.

Con la foschia o la nebbia, il paesaggio assume un fascino particolare, in un’atmosfera soffusa di grande suggestione, ed è sorprendente come l’interpretazione fotografica possa restituire tutte le emozioni che questi luoghi, nella loro semplicità, sanno darti.

Inaspettate e mirabili sono le visioni dall’alto, con la foce del Po che crea straordinarie forme di astrattismo dalla corposità pittorica simile a quella dei dipinti.

Ma è nel bianco e nero che Daniele Soncin esprime appieno la propria capacità interpretativa ed espressiva e l’eccellente qualità tecnica. L’uomo è quasi sempre assente, ma non ne avvertiamo la mancanza perché evocato da ombre o tramite un mondo costruito e oggetti della quotidianità. Anche il tanto amato Delta qui non è descritto, ma citato da pochi elementi essenziali caratterizzanti, che danno vita a figurazioni di rara eleganza grafica, nelle quali i giochi di luce e ombra e il taglio sapiente fanno trasparire quella poesia malinconica che lo contraddistingue. Il tema paesaggistico si trasforma in una ricerca di luminosità e di toni che sono preludio ad un elemento, anche compositivo, di astrazione.

Ecco allora le suggestioni della linea e del segno, individuati nel rigore geometrico delle strutture balneari sulle spiagge e nelle prospettive dei profili architettonici, in contesti urbani o industriali. Elementi analizzati e riproposti in una sintesi estrema, secondo sequenze e canoni estetici cari ad alcune esperienze artistiche del secolo scorso. Geometrie spaziali dalle linee pulite che si ripetono, si sovrappongono, si raddoppiano specularmente si dividono e si ricompongono, a formare immagini di sicuro effetto e di forte impatto visivo.

Per saperne su alcuni aspetti della sua coinvolgente passione ci incontriamo con l’apprezzato fotografo di Porto Viro.

Come si è avvicinato alla fotografia?

“Ho iniziato quasi per caso. È stata però la visita ad una mostra legata ad un concorso fotografico nazionale che ha acceso in me la passione per il bianco e nero e per la camera oscura”.

Tra le numerose sue foto che ho visto, ho notato che è prevalente il paesaggio, specialmente polesano, tema questo praticato da moltissimi fotografi. Ma c’è qualcosa di particolare nei suoi scatti…

“Il Polesine è stato per me prevalente fonte d’ispirazione e costante punto di riferimento, pur non disdegnando altri generi. È vero: sono tanti i fotografi che hanno interpretato le campagne, le golene, gli scanni, le valli di queste zone, ognuno con la propria sensibilità e fantasia. Io nel colore, ma in modo particolare con la fotografia in bianco e nero, ho cercato di rappresentare l’essenza del territorio, i grandi spazi, i silenzi, le emozioni ed il senso di libertà che ti senti dentro quando ti fermi a contemplare questi magici luoghi, unici, ma sempre diversi col variare dei giorni e delle stagioni”.

Gli strumenti che lei usa sono sempre gli stessi?

“Quando ho cominciato a fotografare, possedevo una macchina fotografica reflex con obiettivo fisso da 50 millimetri. Negli anni, anche se il mio modo di vedere e pensare la fotografia resta lo stesso, sono cambiati gli strumenti e le tecniche attraverso i quali mi esprimo. Attualmente utilizzo soprattutto i mezzi digitali, che ho cominciato a sperimentare dieci anni or sono; con essi è cambiato in modo radicale il procedimento per la realizzazione delle immagini, con nuove opportunità creative per chi si dedica a questa forma di espressione”.

Nato a Porto Tolle nel 1957, Daniele Soncin ha iniziato a fotografare alla fine degli anni Settanta e nel 1980 ha partecipato per la prima volta ad un concorso fotografico. Da allora sono stati tantissimi i riconoscimenti ottenuti a livello nazionale e internazionale. Per i risultati raggiunti, nel 1987 la Federazione Italiana Associazioni Fotografiche gli ha conferito l’onorificenza AFI (Artista Fotografo Italiano). Daniele Soncin tiene aggiornato il suo sito internet a cui si può fare riferimento per apprezzare la sua produzione: www.danielesoncin.it

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Come citare questo articolo

Luciano Scarpante. “Le foto di Daniele Soncin”. Ventaglio Novanta, n. 51, 2015. https://ventaglionovanta.it/archivio/le-foto-di-daniele-soncin/

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