Se il settore espositivo del Museo Civico di Rovigo è venuto momentaneamente a mancare per consentire i radicali interventi di restauro del Complesso Olivetano di S. Bartolomeo, non è stato trascurato un altro aspetto di primaria importanza: quello della ricerca finalizzata all’acquisizione di ulteriori conoscenze del Polesine nell’antichità. Questa attività si articola in accordo con la Soprintendenza Archeologica per il Veneto, in collaborazione con il Museo Nazionale di Adria e anche in sintonia con gli stessi obiettivi dell’Amministrazione Comunale di Rovigo che intende avviare, ultimati i lavori di restauro della sede, lo sviluppo di un articolato Museo del Territorio, inteso anche come centro di ricerca per discipline specificatamente naturalistiche e paleoambientali.
Con il prezioso ausilio di appassionati e volontari è stato possibile, in questi ultimi due anni, ampliare sensibilmente le conoscenze sull’antico popolamento. Ma un dato di particolare rilievo ci viene offerto, ancora una volta, dalla fotografia aerea¹. In questo caso l’indagine ha permesso di ricostruire complessi interventi di bonifica del suolo operati intorno alla sede municipale romana di Adria.
La recente scoperta, che si inserisce nel quadro più ampio della nota centuriazione, sarà oggetto di ulteriori approfondimenti, ma consente già di fornirci le seguenti sostanziali informazioni.
Si è da tempo a conoscenza che l’area intorno ad Adria risulta interessata da una serie di idrografie sepolte legate alle diramazioni del Po in prossimità della foce. Queste sono rappresentate da leggere morfologie dossive, individuabili anche nella foto aerea come fasce grigio-chiare per il riempimento di sedimenti prevalentemente sabbiosi degli antichi alvei. In alcuni casi i sedimenti si presentano scuri per la concentrazione di elementi organici torbosi.
Con le ultime indagini si è potuto accertare che, entro le zone limitate dai paleoalvei più evidenti e marcati, sono presenti interventi territoriali di epoca romana, rappresentati da fossati e sentieri rettilinei, distribuiti anche in plessi molto fitti. Sulla base dell’orientamento di queste lineazioni sepolte, parallele ed ortogonali tra loro, si sono delineati almeno tre distinte opere di bonifica del suolo: a nord, ad est e a sud-ovest di Adria. La direzione dei limiti agresti risponde in pieno alla pendenza del terreno e alla configurazione del paesaggio fossile, caratterizzato dalla presenza di corsi d’acqua in aree instabili e tendenzialmente vallive, attigue tra l’altro, alle Atrianorum paludes quae Septem Maria appelantur (paludi di Adria, dette anche Sette Mari), citate da Plinio.
L’opera, pertanto, era stata concepita nel preciso intento di facilitare il drenaggio delle acque superficiali e garantire lo sfruttamento agricolo del suolo.
Va evidenziato, inoltre, che i tre distinti interventi sono interessati dalla presenza di altrettante vie di epoca romana: la Popillia, l’Annia, la strada “Adria-Gavello”. Si ritiene, a tale riguardo, che le opere di bonifica fossero rivolte anche a salvaguardare la loro agibilità e, fatto questo non secondario, offrire sufficiente sicurezza idrografica alla vicina sede municipale e al suo porto fluviale.
Molto probabilmente la situazione ambientale andò peggiorando fin dall’inizio del III sec. d.C. a causa di fattori naturali e politico-sociali. Un nuovo periodo di intensa piovosità determinò, infatti, generali dissesti idrologici con il conseguente aumento delle zone paludose, mentre la crisi politica di Roma aveva da tempo portato a trascurare gli interventi diretti alla gestione del territorio. Questi fattori rappresentarono per Adria le cause del suo declino, soprattutto come centro commerciale e conseguentemente residenziale.
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Come citare questo articolo
Raffaele Peretto. “Le isole fluviali di Adria”. Ventaglio Novanta, n. 7, 1993. https://ventaglionovanta.it/archivio/le-isole-fluviali-di-adria/