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NARRATIVA

Lillo e la luna

di Maria Pieroni Felcaro

Ventaglio Novanta n. 29 2004 pp. 113–116

Il paese si adagiava nella dolce campagna padana, tra il grande fiume e le nebbie.

Un grappolo di case vicine, a tenersi compagnia; la chiesa logorata dalla ragnatela delle stagioni, una fontanella, l’oratorio e il prato.

I bambini crescevano tra l’erba e il mormorio del fiume, accanto. La scuola era in un altro paese più grande, lontana: sarebbe venuto il tempo per pensarci.

Nei piccoli cortili gli animali ruzzavano e becchettavano fra i giochi e le grida dei bimbi. Lillo era uno della combriccola: aveva il nome di un fiore e gli amici a volte se la ridevano dietro le spalle. Vivace sì, più spesso solitario, forse per una connaturata ritrosìa, gli occhi accesi e pronti.

Non aveva la mamma, lo accudiva una zia. Il padre, sciagurato, si era trasferito dal paese per lavoro o per che altro. E nessuno ne aveva più sentito parlare.

Quando l’ultima ora del giorno sfiniva tra i colori e cedeva alla malinconia del crepuscolo, i piedi nascosti nell’erba già alta, il passo deciso, il faccino reclinato, Lillo si inoltrava nel sentiero lungo il fiume. Sedeva tra l’umidore della sponda, mentre i grandi pioppi, ancora spogli, abbrividivano; gli occhi persi nel formicolio dell’acqua.

Lillo aspettava la sua grande amica, la luna. E sognava. Sognava il mare, che non aveva mai visto. Gli pareva che di là dovesse tornare la mamma, a portare un sorriso per tante notti in pianto.

La frescura dell’acqua si faceva rugiada per il cuore di orfano, bisognoso di affetto. Di quel bene unico immenso che muove l’universo.

Non che a Lillo mancassero baci e carezze: la zia, i compagni, i vicini del paese, tutti gli volevano bene, avevano tenerezze per lui.

Ma la mamma doveva essere un’altra cosa; come nelle favole. Doveva avere gli occhi di cielo e i capelli odorosi, dolce la voce e lunghe braccia per tenerselo stretto al petto.

Le sue mani erano bianche: davano senza chiedere.

Ed era così che, ai primi cenni della primavera e poi nella calda estate, intanto che la zia preparava in casa e gli amichetti calciavano il pallone negli orti, Lillo andava ad aspettare la luna. Vedeva crescere il tenero biancore che, prima lieve poi più intenso, piano si profilava all’orizzonte quando già il sole aveva disperso la sua polvere d’oro. Per un attimo il cielo illanguidiva e subito la faccia un po’ tonta della luna, si delineava proprio al limitare dell’acqua, ammiccando dalla sponda.

Allora Lillo cominciava a raccontare dei piccoli grandi guai della giornata, della zia spesso assente per lavoro, di qualche scherzo poco gentile degli amici, della sua solitudine. Era convinto che la luna sapesse tutto della mamma. E allora chiedeva se portava le vesti chiare; parlava con gli angeli?

Quanto era bella?

Algida e magica, la luna sembrava ascoltare. E la sua voce era come l’antica canzone del vento: parlava di paesi lontani oltre le nebbie, bagnati da altri fiumi, tra rumori e colori violenti. La gente camminava e non si conosceva, andava di fretta come i giri vorticosi di una trottola. Là i bambini non sapevano il canto dei grilli, lo sfavillio delle lùcciole nelle sere profumate.

Lillo teneva gli occhi spalancati: quel mondo gli pareva lontano e triste, senza stelle.

Poi la luna gli parlava del mare e Lillo sentiva vicino fremere l’onda, quel suo arrovellarsi, ora appena un sospiro, ora un agitarsi ansimante.

Guardava il colore del cielo, ma non riusciva ad immaginare l’azzurro di quell’acqua, nel suo andare e venire, senza tregua, senza sonno.

Ecco, il cuore della mamma era come quell’acqua, sempre pronto a battere, sospirare. A cullare. Come un’antica ninna-nanna del mondo.

Il sogno sembrava ripetersi ogni sera. La gente, i compagni, la zia, si domandavano che facesse Lillo col naso all’aria, immobile accanto al fiume. E scrollavano il capo: c’erano faccende più importanti.

Poi, i passi precoci dell’autunno e le profonde notti dell’inverno a forza diradavano i colloqui; le care voci si sperdevano nel vento.

La luna se ne stava nascosta, infreddolita.

Lillo si immalinconiva, nessuno se ne accorgeva. Allora andava curiosando nella casa e nel cortile e passava buona parte del tempo insieme agli animali. Si prendeva cura delle cucciolate, aiutava le piccole creature nel bisogno. Teneva il mondo dentro al cuore.

Intanto si rinnovava il tempo; riprendeva il gioco delle stagioni. Anche la fontanella tornava al suo canto.

Venne un’altra primavera. Le notti imperlarono di rugiada il prato. Ma nessuno vide più il bambino alla sponda del fiume. Si seppe poi, che la zia e Lillo avevano traslocato ed erano scesi al sud.

Si disse anche che il bambino fosse annegato in mare.

Solo una notte qualche tempo dopo, nell’alone gemmato di una splendida luna, alcuni videro farsi più chiare due ombre, tenendosi per mano: lunghi i capelli, l’una; leggermente reclinata l’altra.

Camminavano sui ciottoli del cielo, come fossero le onde del mare.

Sembravano felici.

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Come citare questo articolo

Maria Pieroni Felcaro. “Lillo e la luna”. Ventaglio Novanta, n. 29, 2004. https://ventaglionovanta.it/archivio/lillo-e-la-luna/

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