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NARRATIVA

L’ing. Sabbatini

di Grazia Giordani

Ventaglio Novanta n. 3 1991 pp. 132–134

Faceva pensare al protagonista di «Morte a Venezia», l'ing. Sabbatini, così alto, un po' corpulento, vestito di un completo chiaro, con in testa un panama bianco a larghe tese. Il viso era sempre arcigno, di uomo che si vive addosso e ha abolito da tempo, dal suo vocabolario, le parole «umanità» e «amore» al prossimo.

Era ammogliato, senza figli. I maligni dicevano che la moglie fosse morta di fame, tanto era vessata dall'avarizia di questo Arpagone veronese.

Lavoravo con lui all'ufficio brevetti e ne pativo di tutti i colori. Sabbatini risparmiava tutto: la carta per scrivere, le matite, la gomma per cancellare (di cui raccoglieva religiosamente le scagliole usate). Aveva una gran considerazione per la saponetta che – a suo dire – avrebbe dovuto durare per un anno almeno. Basta usarla con giudizio – sosteneva – bagnandola poco e allontanandosi rapidamente dal getto del rubinetto che deve essere prontamente chiuso. Ne serve poca, una piccola quantità sulle mani. Non va bene lo spreco, non è utile a nessuno. Mangiava mezzo vasetto di omogeneizzato, così risparmiava anche la cottura dei cibi.

Non aveva voglie, desideri, aspirazioni. Fumava qualche mezzo toscano, facendolo durare il più a lungo possibile. Riciclava qualsiasi cosa. Era spocchioso, supponente. Consigliava ai giovani di tenersi lontano dalle donne. Meglio una bambola di gomma gonfiabile, igienica, senza pretese, che non chiedeva inviti a pranzo o regali. Metteva, in studio, delle mezze maniche, come un «travet», così gli abiti duravano più a lungo. Non regalava mai niente a nessuno, eccetto lunghe prediche sulle sue teorie di arida moralità e consigli per spendere meno del meno e per vivere in un grigiore fatto di insensate rinunce. Mi chiamava «Taddeo», fingendo di ignorare il mio nome. Era generoso solo in mancanza di riguardi e atteggiamenti da padrone strafottente.

Non ne potevo più. La notte sognavo di strozzarlo, avevo incubi foschi, meditavo vendette che sfumavano all'alba, vanificate dalle prime luci.

«Taddeo, bisogna risparmiare l'inchiostro, se ti siedi ora su una seggiola ora sull'altra, l'usura avviene in maniera regolare, se tiri giù gli stuoini, non si logorano le tende (tengo a precisare che le suddette erano ormai scoloriti stracci) e soprattutto il sapone deve essere risparmiato e la carta igienica. Che bisogno c'è di pulirsi e ripulirsi? Non innamorarti perché la donna costa e l'amore è un'illusione inutile che può essere sostituito meglio e con miglior resa dalla bambola gonfiabile che – prestata agli amici, dietro piccolo compenso – potrebbe divenire anche motivo di ragionevole guadagno».

La morte della moglie lo lasciò indifferente.

«Con le spese del funerale – mi disse – avrei potuto mantenerla ancora qualche anno. Si dà il caso però – aggiunse – che ci sia anche un mio zio moribondo e, se i due se ne fossero andati (per il viaggio senza ritorno) assieme, avrei potuto godere di un maggior sconto nel pagamento delle esequie».

Questo discorso fu la goccia fatidica che fa traboccare il calice. Andai in ufficio in una bella mattinata di sole, di quelle che ti fanno amare la vita, le donne (quelle vere, non di gomma), i passanti, i cani e persino i sassi lungo la via. Giunto al mio posto di lavoro, riempii ad oltranza la stilografica, mi lavai le mani col sapone, lasciato sciogliere di proposito sotto l'acqua corrente, cancellai inesistenti macchie, pur di consumare la gomma, alzai gli stuoini in pieno sole e, dopo aver scritto sulla sua agenda: «Addio dal suo Taddeo con le palle rotte», corsi in strada libero, incontro ad un nuovo lavoro in ferrovia, dove nessuno mi avrebbe lesinato l'aria per respirare.

Volai lontano da quel «raguséo» che ormai risparmiava anche il fiato e che al posto del cuore – ne ero certo – aveva un salvadanaio.

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Come citare questo articolo

Grazia Giordani. “L’ing. Sabbatini”. Ventaglio Novanta, n. 3, 1991. https://ventaglionovanta.it/archivio/ling-sabbatini/

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