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STORIA - TRADIZIONI

Luigi Groto e Alfonso II d’Este

Dall’opera in versi del Cieco Di Adria alle collezioni d’arte e di armi degli estensi, seguendo coinvolgenti intrecci storici

di Cesare Lorefice

Ventaglio Novanta n. 62 2021 pp. 66–69

Ad Adria si è conclusa di recente la mostra dedicata alla figura e all’opera di Luigi Groto (1541-1585), artista letterato e commediografo tra i più noti del Rinascimento Italiano ed Europeo. La mostra, intitolata “Lo sguardo del buio, Il cieco d’Adria e il Tintoretto” (Adria 5 Sett. 2020 – 6 Genn. 2021 – Museo Archeologico Nazionale), era imperniata sul ritratto del Cieco attribuito al Tintoretto, attestato dalla lettera di ringraziamento del poeta stesso al pittore datata 1582.

Luigi Groto e Alfonso II d’Este

Due anni prima, il Cieco indirizza al duca di Ferrara, Modena e Reggio, Alfonso II d’Este, la dedica dell’opera “La Calisto, nova favola pastorale” come scrive nel proemio: “il dì 1° di settembre 1580… ho proposto meco medesimo di sacrare il tutto non a una deità vana ma all’Altezza Vostra, in cotesto suo serenissimo Stato… e si come io Le dedico la Calisto, che diventò poi Tramontana, così degnisi Vostra Altezza di diventar Tramontana a me, il che facendo diventerò calamita a Lei”.

Certamente strana appare questa dedica, dato che sin dal 1511 Adria e il Polesine di Rovigo non facevano più parte dei possedimenti estensi ed erano passati sotto il dominio incontrastato di Venezia. Va anche detto che il Groto, famosissimo ai suoi tempi, non aveva sicuramente bisogno di un principe protettore che desse lustro al suo nome come un cortigiano qualsiasi. Infatti la sua fama, attraversati i confini nazionali, era giunta sino in Inghilterra, come attesta il commediografo Benjamin Jonson, figura di primo piano del Teatro Elisabettiano tra la seconda metà del 1500 e la prima del 1600, autore di “Volpone or the fox”, in cui fa dire a lady Politick: “Quali poeti? Petrarca? Tasso? Dante? Guarini? Ariosto? Aretino” Il cieco di Adria? – Li conosco tutti”.

Sorge allora il dubbio che l’Adriese si sia rivolto all’Estense a causa dell’indifferenza del Senato e del Doge della Serenissima alla sua orazione pronunciata il 7/11/1569, intesa a perorare, per conto della comunità di Adria, il taglio di Porto Viro (i cui lavori inizieranno 30 anni dopo!). Forse il Groto fu attratto dall’intenzione degli Estensi di effettuare loro un taglio sopra Papozze a Santa Maria in Punta ed immettere le acque nel Po di Ariano. O forse per “spingere” la Serenissima ad anticipare i tempi: la repubblica era perfettamente a conoscenza di ogni libro impresso nelle fiorenti tipografie veneziane, e “La Callisto” fu stampata nel 1583 a Venezia nella tipografia dei fratelli Zoppini.

In effetti i Ferraresi iniziarono i lavori del “taglio” quasi in gara con i Veneziani, ma dovettero sospendere l’esecuzione del progetto per mancanza di fondi in quanto, alla morte senza eredi del duca Alfonso II, Ferrara era tornata sotto la giurisdizione papale, ed il Papa era a corto di denari.

Alla morte di Alfonso II, avvenuta il 27 ottobre 1597, il Cieco di Adria era già scomparso da 17 anni, avendo lasciato questa vita il 13 dicembre 1585. Ma noi riprendiamo il discorso tornando alla dedica della Callisto al duca d’Este fatta nel 1580.

Va sottolineato come Luigi Groto consacri alle tre mogli di Alfonso II d’Este, morte senza figli, dei versi leggiadri ed eterni nel 3° Atto- verso 230 etc. – della “Calisto”, opera dedicata al duca – verso 230 Atto 3°: Prencipe degno a cui l’altera e bella/ Fiorenza mandi il suo più grato fiore/. Prencipe degno a cui dia la sorella/ in matrimonio il Sacro Imperatore/. Prencipe degno a cui l’alta donzella/ sua mandi il Minzio sol per farli onore, onde quel fiume allor tal lega avvolga/ teco, o Po, che mai più non si disciolga/… (versione di Luisella Giachino- ed Dell’Orso 2018)

Va anche ricordato che Alfonso II neanche dalle donne frequentate fuori dei tre matrimoni riuscì ad avere figli… (Chissà come si sarà voltato e rivoltato nella tomba il suo trisavolo Niccolò III di cui si cantava avesse più di trecento figli al di qua e al di là del Po!).

Le collezioni d’arte dopo la morte di Alfonso II

Con la morte di Alfonso II fu la fine del ducato di Ferrara che, in quanto vassallo feudatario del papa, ritornò sotto la diretta giurisdizione dello Stato Pontificio, che non volle riconoscere come successore di Alfonso nel ducato di Ferrara il cugino Cesare d’Este-Modena (Devoluzione di Ferrara).

La città fu da allora amministrata da Cardinali Legati di nomina papale e il casato d’Este, da quel momento, mantenne solo il Ducato di Modena e Reggio tramite Cesare d’Este, la cui moglie era Virginia de Medici, figlia del duca Cosimo I.

Con il forzato spostamento della corte a Modena l’importante, ricchissimo ed invidiato patrimonio delle collezioni d’arte degli Estensi – rappresentato dalla quadreria, dalla biblioteca, dalla cappella musicale, dagli arazzi, i marmi, le statue, gli stucchi e le decorazioni dorate, i reperti archeologici e persino gli alabastri dei “camerini” della duchessa Lucrezia Borgia – fu smembrato, approdando in parte alla galleria ducale di Modena con l’intenzione di ricreare nella corte di quella città l’atmosfera artistica che aveva caratterizzato in precedenza Ferrara. Ma molte opere andarono “disperse”, altre furono donate al cardinale Borghese e all’imperatore d'Austria.

Alcune furono inoltre vendute per centomila zecchini d’oro ad Augusto III di Polonia: partirono così nel luglio del 1746 per Dresda opere di Andrea del Sarto, Diego Velázquez, Holbein, Rubens, Paolo Veronese, Tiziano, Parmigianino, Correggio, Guercino, Guido Reni, dei Carracci etc. etc. Quelle opere sono tutt’ora ammirabili presso la Gemäldegalerie di Dresda, permettendo quell'elevato livello artistico che oggi vanta. Per non parlare delle espoliazioni napoleoniche, statali ed angloamericane andate ad arricchire musei e collezioni di tutto il mondo.

Oltre ai dipinti, gli Este-Modena collezionarono statue, bronzi, bronzetti, ceramiche, cammei, medaglie e monete, manoscritti, incunaboli, e non esitarono ad appropriarsi di quadri, arredi sacri, paramenti, messali, etc. dalle chiese e monasteri del ducato.

Oggi quel che resta della ricchissima collezione modenese, nonostante le sottrazioni, è ospitato nel "Palazzo dei Musei", dove convive con il Museo lapidario, il Museo Civico, l'Archivio civico e la Biblioteca Estense, colma di codici antichi, spartiti musicali, di carte geografiche antiche e di preziosi libri miniati fra i quali la “Bibbia di Borso d'Este”.

La collezione d’armi e il castello del Catajo

Un’altra storia incredibile è quella occorsa alla collezione d’armi dei duchi di Ferrara, splendida per opere e numero di pezzi: essa in un primo tempo fu traslata a Modena e, dopo un paio di secoli, subì un ampliamento alla morte di Tommaso Obizzi (agli Obizzi si deve l’invenzione degli obici, artiglieria funzionante sia con il tiro diretto come i cannoni, che a parabola come i mortai).

Tommaso, morendo nel 1803 senza figli, lasciò il castello del Catajo (Montegrotto-Padova) e le sue straordinarie raccolte al duca di Modena Ercole III d’Este, la cui figlia Maria Beatrice sposando il terzogenito di Maria Teresa d'Austria, Ferdinando, diede origine alla dinastia Asburgo-Este, sino a 1875 quando l’ultimo duca di Modena Francesco V d’Austria-Este designò suo erede il cugino arciduca Francesco Ferdinando d’Austria-Este, nipote dell’imperatore Francesco Giuseppe.

Così le armi degli Estensi finirono incorporate con quelle degli Obizzi nel castello di Konopiste nei pressi di Praga residenza principale di Francesco Ferdinando d’Asburgo-Este, arciduca e successore al trono austro-ungarico, che morirà assassinato a Sarajevo nel 1914, scatenando la prima guerra mondiale.

E’ singolare che l’arciduca, prima del suo funesto viaggio a Sarajevo, trascorse alcuni giorni sereni nel castello del Catajo, impegnato in una partita di caccia ai daini…

Le armi degli Estensi torneranno da Konopiste nel castello di Ferrara, ma solo per un breve periodo, dal 20 settembre 1986 al 30 gennaio 1987, grazie ad una mostra il cui ricco catalogo contiene la prefazione dell’On. Giulio Andreotti.

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Come citare questo articolo

Cesare Lorefice. “Luigi Groto e Alfonso II d’Este”. Ventaglio Novanta, n. 62, 2021. https://ventaglionovanta.it/archivio/luigi-groto-e-alfonso-ii-deste/

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