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INCONTRI

L’ultimo passatore

Per 35 anni Brunetto Passarella con il suo traghetto sul Po ha assicurato il collegamento tra la sponda polesana e quella ferrarese

di Francesca Forza

Ventaglio Novanta n. 41 2010 pp. 114–116

Il Po un tempo aveva i suoi miti. C’erano gli argonauti, come nell’Antica Grecia: poco importa che non andassero a cercare il Vello D’Oro ma trasportassero grano e ghiaia. Sul Po una volta vivevano delle specie di leprecani, come in Irlanda, delle creature dispettose e piene di mistero: si trattava dei mugnai, con le loro macine natanti e la mente furba a imbrogliare i contadini. E un tempo, sul Po, come nella Commedia, c’era Caronte, pronto a far salire chiunque sul suo traghetto, e non solo le anime prave: si trattava del passatore che accompagnava la gente da una sponda all’altra del Fiume. Si registrano testimonianze di traghetti sul Po fin da Medioevo, epoca “senza ponti”, un lungo periodo in cui questo servizio era fortemente regolamentato. Ad esempio, a Papozze c’era una stirpe intera di passatori: quella di Pipìo. La stirpe risale così indietro nei secoli che, secondo la poetica leggenda di Giovanna Manzolli, un Pipìo, nell’anno 1584, svegliato in piena notte dal suo giaciglio nella golena, avrebbe trasportato niente meno che San Carlo, per l’occasione sotto le sembianze di una statua. Il traghetto della stirpe di Pipìo andava dalla località Santi a Berra.

Ma Pipìo non era l’unico. Un traghetto importante era quello che collegava Canalnovo (Villanova Marchesana) con Serravalle. Dal 1970 al 2005 il passo è stato del sig. Brunetto Passarella, nato il 7 marzo 1931 a Canalnovo. Brunetto, singolarmente, non viene da una famiglia di passatori: il padre era un fornaciao e la madre apparteneva a una famiglia di pescatori. Brunetto, dopo aver lavorato in Africa per le ricerche minerarie, ebbe l’occasione di diventare passatore nel suo paese. Allora prese in affitto il traghetto già esistente, per circa sette mesi, finché non acquistò due zatteroni a Mantova e costruì il traghetto “Dino”, con il fratello e l’aiuto di un fabbro, Terenzio detto Taraffa. E fu così che Brunetto Passerella divenne “il passatore”.

Ma come gli trascorrevano, di fatto, le ore sul Fiume? Tempi duri. Brunetto ricorda l’assenza di feste e vacanze: “niente Natali e niente Pasque”, perché c’era sempre qualcuno a chiamare il passo (“Passooooo!”). Era in servizio dalle sette del mattino circa fino a buio: in estate fino anche alle nove, in inverno fino alle quattro e mezza. E sempre senza radar, Brunetto, anche con quei nebbioni che fanno assomigliare le golene ad Avalon. E non importava che Po facesse la voce grossa, che cercasse di portarlo fino al mare: finché non era sul punto di scoppiare, bisognava andare.

Ma c’erano anche momenti di relax: una volta trasportati i muratori che dovevano andare al lavoro, gli spigolatori a frotte, e a volte perfino qualche moto d’epoca e qualche ricco sul macchinone che cercava di far l’oco per non pagare il passo (perché un tempo gli animali non pagavano), Brunetto si dava alla manutenzione, ma anche alla pesca e alla caccia. Di pesce ce n’era tanto, ricorda: ciepe, prima di tutto, che si iniziavano a prendere dal 19 marzo, giorno di S. Giuseppe, rinati, barboni, psine, e anche storioni. E poi sparava agli uccelli, e li andava a raccogliere col traghetto. Insomma, di tempo per svolgere altre attività ce n’era, e il traghetto si governava anche in una sola persona.

Ma Brunetto non sempre era solo, perché la moglie spesso gli faceva compagnia a bordo. Lo andava ad aiutare soprattutto quando c’era il pienone, cioè in occasione delle celebrazioni stagionali. In maggio, ad esempio, si festeggiava la Madonna della Galvana, per cui si trasportavano anche due-trecento persone dalla sponda polesana alla sponda ferrarese. A turno, gruppi parrocchiali di Papozze, Bellombra, Bottrighe e Villanova partivano per gite di mezza giornata, spesso in bicicletta. Brunetto, col suo traghetto quale simbolo di passaggio, era parte di questo rito prevalentemente femminile (si parlava anche di “Madonna del Latte”).

All’inverso, le genti ferraresi si facevano trasbordare in gran quantità per la fiera di Villanova, a Ferragosto, e per la fiera di Santi, l’8 settembre. A Santi, luogo di confine tra Papozze e Villanova, succedevano cose particolari. Brunetto, infatti, confessa che la fiera dei Santi era anche detta Fiera Spalpassona. Non solo, certi anziani narrano, con circospezione, che proprio a Santi ci fosse in tempi remoti un traghetto adibito a portare le streghe ai sabba: chissà se si trattava di Pipìo o di un vero traghettatore infero. Certo è che alla fiera c’era l’Albero della Cuccagna, un simbolo magico in un paese avvolto nel mistero e sede di un passo pieno di leggende.

Ma a Brunetto, uomo pratico, non è mai capitato di imbattersi in situazioni ricordate dalle leggende, benché si trovasse nell’epicentro dell’immaginario polesano. Non si è mai imbattuto nella barca dei Morti che andava da Serravalle a Papozze, per esempio: tutt’al più, ha dovuto dare la precedenza ai cinque, sei battelli di pescatori di Canalnuovo, o a qualche rimorchiatore. Eppure stava fuori col buio, anche fino a tardi: anche fino alle cinque, d’estate, come quelle volte che il sindaco di Berra, detto Socrate, faceva approntare sul Dino un tavolo imbandito con salame e vino, illuminato da festoni di luce. Quelle notti si navigava da Polesella a Corbola con l’accompagnamento dell’orchestra. Brunetto non è mai stato nemmeno giocato da Salvanello, il folletto dispettoso che soleva salire sui traghetti senza pagare il passo, sfuggire e poi, camuffato, ripresentarsi e ripassare impunito.

Eppure sono molte le narrazioni che ricordano come sui traghetti si rischiasse di incontrare ogni genere di essere sovrannaturale, oltre che le streghe ai Santi, i Morti e Salvanello. In prima istanza, perché il traghetto collegava due terre, e, si sa, indugiare presso i confini può comportare l’incontro con le ‘creature delle soglie’. Inoltre, l’acqua, in particolare quella del Po, rappresenta una frontiera particolarmente pericolosa, con la sua doppia connotazione negativa-distruttiva (le tempeste, le piene, le inondazioni) e positiva-fecondante (le attività economiche, la fertilità, la vita stessa). Si pensi al fiume Nilo nell’Antico Egitto, che separa la Sponda dei Vivi da quella dei Morti, o alle Colonne d’Ercole, alla simbolicità presso gli Indù di nuotare nel Gange, e così via.

È per questi motivi che i traghettatori erano diffidenti verso certi personaggi, ma Brunetto no: Brunetto non rifiutava il passo a nessuno, e non esponeva nemmeno la scritta “chi ne s’imbarca cuchi”, come si faceva sui vecchi barconi per scongiurare il pericolo di rompere il fragile materiale di terracotta di cui le ocarine in questione erano fatte.

Brunetto non rifiutò il passo nemmeno “a quel matto” che gli profetizzò un futuro in cui non ci sarebbe più stato molto pesce in Po e i rondinoni non sarebbero più passati a filo d’acqua, e poi una luce rossa si sarebbe vista in fondo al Fiume. Ma ora ci pensa: di pesce in effetti ce n’è molto meno oggigiorno, e i rondinoni non sfiorano più l’acqua. Manca solo la luce rossa, ma lui non lo sa per certo perché non va più sul traghetto. Insomma, qualcosa di vero c’era, qualcosa è cambiato: non abbiamo più il pesce, né abbiamo più Caronte. Non abbiamo più i miti…

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Come citare questo articolo

Francesca Forza. “L’ultimo passatore”. Ventaglio Novanta, n. 41, 2010. https://ventaglionovanta.it/archivio/lultimo-passatore/

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