Continua nella sua attività artistica, Maurizio Barozzi, a rappresentare sulla tela o su carta, come anche con la creta, la scena della crocifissione.
Accanto all’altro tema costante della sua arte, i barboni, gli emarginati della strada, l’artrista di Ceneselli si accosta con una straordinaria sensibilità a questo soggetto iconografico che è l’uomo crocifisso: “l’uomo dei dolori” come lo chiama la bibbia, perchè è un elemento tipico o topico, per dirla con un linguaggio più difficile, dell’esperienza non solo artistica ma anche esistenziale. Possiamo accostare questa ricorrenza del soggetto della crocifissione con l’altro che ho citato, ossia la rappresentazione di quei personaggi che vivono ai margini dei marciapiedi delle città, che sono i barboni. Tra queste due realtà, una dei nostri giorni e l’altra invece che appartiene alla storia dell’umanità e della nostra civiltà e soprattutto alla fede cristiana, c’è a mio parere un aspetto che le accomuna: è l’elemento della emarginazione, del rifiuto di ciò che si contrappone con l’ordine costituito talvolta intriso di ipocrisia e di grettezza. E non a caso in molte opere Barozzi rappresenta insieme il crocifisso e i barboni per indicare una speciale assonanza di vita.
Va subito detto che le raffigurazioni di Barozzi si inseriscono nel solco dell’arte contemporanea, giacché il tema del crocifisso è trattato con una visione moderna, ossia non legata, secondo la tradizione, alla contemplazione della sacralità del mistero del Figlio di Dio che muore in croce per la salvezza dei peccati di ogni uomo. Non c’è primariamente la preoccupazione di tradurre in pittura il dogma cristiano, quanto piuttosto quella di assumere il Cristo come il rappresentante dell’uomo che è messo alla prova, che è castigato perché vuole vivere la propria libertà secondo una verità non precostituita ma ricercata e condivisa, mai imposta, che lascia agli altri la possibilità di raggiungerla per altre strade nel rispetto della soggettività.
Se il crocifisso non è visto innanzitutto come persona divina, nello stesso tempo è assunto come un simbolo che ha un valore universale per ogni uomo. E’ il prototipo di una umanità sconfitta che da una parte diventa un segno che provoca e infastidisce il conformismo delle buone maniere di quanti preferiscono l’ottusità delle convenzioni, e dall’altra può risultare vincente per il richiamo ineliminabile che sfiora la coscienza di chi comunque si lascia interpellare, ritagliando un momento di silenzio nel correre fugace del quotidiano.
Barozzi cerca di provocare l’osservatore dei suoi crocifissi, per farlo partecipe dell’inquietudine dell’uomo rappresentato, perché possa trarre un momento di riflessione. Vuole favorire un incontro tra ciò che è depositato dentro l’occhio che guarda e l’oggetto rappresentato. In questo processo si possono rilevare dei passaggi artistici, dei segni precisi volendo fare una panoramica sommaria delle molte rappresentazioni del crocifisso presenti nell’arte di Barozzi.
La sofferenza delle prime crocifissioni, al limite dell’umano, lascia nelle ultime opere spazio ad una ricerca inesausta di nuove modalità espressive che si soffermano a cogliere particolari del corpo del martoriato per eccellenza. “Il riverso” è uno dei titoli che caratterizzano i primi crocifissi sia nelle opere ad olio, sia a china come anche nelle sculture con la creta. Vogliono esprimere un dolore inaudito, manifestato con una crudezza come poche volte si è visto nella produzione artistica.
La figura di Cristo assume una postura fino ad arrivare a riversarsi oltre il patibolo del palo orizzontale. L’esperienza del dolore, rappresentata con incisività, con l’urlo del condannato che pare esca dalla scultura o dal quadro, coinvolge profondamente chi si sofferma davanti alle realizzazioni di Barozzi. E accanto al Cristo crocifisso, gli altri crocifissi, i famosi “due ladroni”, quando appaiono sono posti in un gioco di prospettive assai diversificate, non semplicemente ai lati come ci sono state consegnate dalla tradizione, ma in posizioni inusuali come volessero interpretare dialetticamente le situazioni e i punti di vista in cui si colloca la sofferenza nelle varie manifestazioni umane.
In alcune crocifissioni, sia ad olio, sia nelle sculture, si associa al dramma la madre per condividere con il figlio il supplizio, come volesse assumere su di lei la stessa pena. In alcune opere sia ad olio come a china, in uno spazio indicato da un tratto grafico particolarmente avvolgente, pare che la madre voglia accogliere ancora una volta nel grembo quel figlio che ha generato, in cui il dolore della croce si unisce al dolore del parto.
C’è un altro elemento caratterizzante i quadri del Barozzi: è il rivolo di sangue, così marcato che può diventare un fatto solo estetico, di pura invenzione. Un rivolo di sangue che scende dal crocifisso, dal costato o dal capo coronato di spine fino a segnare tutto il corpo per l’intera lunghezza fino a raggiungere quell’umanità che talvolta viene rappresentata ai piedi della croce. Questo rivolo di sangue cosi marcato segno di una violenza cruenta, diventa la congiunzione con l’uomo smarrito che forse, senza saperlo, condivide la stessa sorte secondo una misteriosa legge che unisce ogni uomo: quella di una sofferenza ineliminabile che apre una domanda mai satura di risposte appaganti. Il rivolo di sangue è l’elemento di una corporeità che accomuna l’umanità nella sofferenza sgomenta quando non provoca la ricerca di una risposta ad una domanda latente e costante che si fa strada nelle pieghe di un corpo che urge e reclama attenzione per sé e per gli altri.
Si ravvisa inoltre nelle rappresentazioni del crocifisso uno studio in cui il Cristo quasi scompare dalla scena, lasciando intravedere solo una parte del corpo crocifisso al palo del patibolo. Diventa una parte che sta per l’intero, una parte che è come venisse ingrandita dal microscopio che è lo sguardo dell’uomo contemporaneo, sofferente e tormentato. In questa maniera viene indicata la capacità totalizzante dell’esperienza della croce di rappresentare le vicende umane percorse ognuna per la sua parte dalla stessa esperienza del sacrificio, anche se non sempre consapevolmente concepita e assunta.
Diventa così il crocifisso del Barozzi l’uomo della più comune ordinarietà. E’ questo un altro aspetto che si può ravvisare nelle sue rappresentazioni. Il crocifisso vestito appeso alla croce con pantaloni e camicia da lavoro. Qui si vede come la dimensione della sofferenza attraversi l’intera vicenda umana nelle sue varie manifestazioni anche in quelle dove meno dovrebbe farsi sentire. La Croce le riunifica tutte in quel vertice che i vangeli descrivono nell’uomo di Nazareth sfigurato dal dolore.
Nel rappresentare la modernità del Crocifisso, il nostro autore lascia comunque intravedere in qualche sua opera come la sofferenza acuta e disumanizzante, si apra a quella dimensione di speranza che permette sopportabile anche le più atroci, ingiuste e ingiustificate forme di violenza che l’uomo subisce per la cattiveria altrui. Si può inoltre riconoscere nell’esperienza del crocifisso come ci sia un patire ingiusto e un patire comune a tutti.
Maurizio Barozzi pare insomma voglia dirci come l’esperienza della sofferenza di Cristo sia in qualche modo condivisa da tutti gli uomini e come Cristo la condivida con tutti sapendola vivere non semplicemente come una sconfitta ineluttabile ma come un passaggio verso l’oltre.
Dimensione questa che, in certi quadri, è indicata con l’elemento della luce proposto attraverso uno sfondo bianco, o attraverso delle pennellate chiare che si dispongono sul morente (o sui morenti accanto al condannato principale) preludendo quella condizione di gloria che è la Risurrezione. Indicando altresì che la sofferenza è un’esperienza capace di germogliare un senso di alterità che solo vivendola unita a Cristo si apre ad un oltre che una ragione feconda lascia intravedere.
E’ tra questi poli che la ricerca artistica di Barozzi si muove, trovando nella croce il luogo fondamentale della propria espressione esistenziale, una provocazione costante per descrivere una condizione di vita che tocca i sentimenti e i pensieri più profondi della sua sensibilità di uomo e di artista.
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Come citare questo articolo
Daniele Donegà. “Umane croci”. Ventaglio Novanta, n. 41, 2010. https://ventaglionovanta.it/archivio/umane-croci/