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STORIA - TRADIZIONI

Matteotti a Melara

Nella località Santo Stefano è rimasta viva la memoria dell’incontro segreto con la popolazione

di Ildo Testoni

Ventaglio Novanta n. 49 2014 pp. 62–63

Nel 90° anniversario del martirio di Giacomo Matteotti, mentre si stanno promuovendo varie iniziative alla memoria, desidero anch’io esprimere il mio ricordo, ringraziando la rivista “Il Ventaglio” che mi dà questa possibilità.

Chiarisco innanzitutto che il mio ricordo è indiretto, giacché la prima volta che sentii nominare il nome del martire del fascismo, egli purtroppo era già morto da tempo. Devo dire che si trattò di un episodio che mi lasciò alquanto sgomento: lo sconcerto venne dall’atteggiamento di una maestra.

Eravamo nel 1939 e frequentavo la terza classe elementare, il fascismo imperante era all’apice. Come di consueto l’anno scolastico doveva terminare con un grande saggio ginnico nel campo sportivo di fronte alle autorità civiche e al segretario del fascio. Tutti in divisa con il fez nero in testa. Le prove si dovevano sostenere il sabato pomeriggio detto “sabato fascista”.

Noi della località Santo Stefano di Melara ci recavamo nelle scuole del capoluogo per unirci ai compagni del centro.

Un sabato sentii una maestra dire sprezzantemente ad un bambino che si chiamava Matteotti: “Avanti tu, con quel brutto nomaccio, mettiti in fila!”. Nonostante l’età, mi resi conto, dell’umiliazione subita da quel compagno, cosicché il lunedì successivo in classe chiesi alla maestra perché quel nome fosse tanto brutto. La maestra rispose che Matteotti era stato un sovversivo, nemico della Patria, un sabotatore che incitava il popolo al disordine.

Era talmente pericoloso pronunciare quel nome, che anche i capi storici marxisti che abitavano lungo la mia strada, si guardavano bene dal menzionarlo durante i filò nella stalla, anche perché il padrone dell’azienda agricola aveva imposto loro di non parlare di politica, in modo da non aver rogne con le autorità fasciste.

Finita con la guerra anche la dittatura, di Matteotti si cominciò a parlare liberamente e, nella località dove vivevo, la memoria del grande martire risultava ancora particolarmente viva. Non pochi ricordavano il discorso che aveva fatto a Santo Stefano in gran segreto nel marzo 1924, poco tempo dunque prima del pestaggio romano che gli costò la vita. Contro di lui i fascisti polesani cantavano questi ritornelli:

“Caro Matteotti, preparati la fossa, ché il fascio del Polesine ti spaccherà le ossa”.

“Fascisti e socialisti giocarono a scopone, vinsero i fascisti con l’asso di bastone: botte e sempre botte al bolscevico traditore della Patria”.

“Caro Matteotti, bolscevico e borghese, saranno i fascisti a mandarti a quel paese”.

Ritornando alla presenza segreta di Matteotti a Santo Stefano, i presenti erano venuti a conoscenza che a Lendinara un fascista, durante un dibattito con Matteotti, non sapendo come tener testa alle sue argomentazioni, gli aveva puntato contro una rivoltella. Il fatto si prestò a vari commenti fatti sottovoce. A Lendinara Matteotti aveva messo in evidenza lo sfruttamento e le miserande condizioni dei braccianti che erano costretti a lavorare tante ore per mercedi inadeguate, a volte ottenendo compensi irrisori come un fiasco di vino o un litro di latte. Il discorso del leader socialista era stato seguito con partecipazione e frequenti applausi. Improvvisamente però giunsero dei fascisti armati, che fecero fuggire tutti i presenti impauriti.

Durante l’incontro segreto di Santo Stefano, nel comune di Melara, Matteotti parlò nelle vecchie scuole che appartenevano ai Merchiori (gli avi del dott. Fausto Merchiori, già sindaco di Rovigo) i quali, per aver dato ospitalità ai socialisti, furono in seguito segnati a dito dai socialisti. Quella sera era presente la folla delle grandi occasioni: poveri emarginati che vedevano Matteotti come il messia, il redentore dei loro problemi. Da tanta venerazione si spiega la volontà popolare di mettere nome ai loro figli Matteotti.

Nel suo intervento l’onorevole aveva evidenziato come nelle ultime elezioni i fascisti avessero sabotato i seggi con angherie e soprusi, costringendo gli elettori, anche col manganello, a porre nell’urna le schede già votate per loro. E ciò spiega il successo elettorale fascista, segno che la libertà e la democrazia stavano ormai per essere affossate.

Matteotti aveva poi continuato sottolineando come gli obiettivi sociali si ottengono lottando in un clima democratico, paventando l’istaurarsi della dittatura. Rivolgendosi ai più focosi aveva poi osservato: Capisco il vostro astio, ma astenetevi da azioni illegali; evitate atti vandalici anche perché incendiare fienili, biche e tagliar viti, crea solo miseria; ed anche compiere atti sacrileghi nelle chiese favorisce ed aumenta l’odio tra i concittadini.

Matteotti parlò anche dalla Rivoluzione Russa e degli esiti nefasti, come lo scatenarsi degli istinti più barbari, portando a compiere atti disumani e tanto sangue versato. Ricordò anche il Congresso Socialista di due anni prima, a Livorno, dove l’ala di sinistra si era staccata dal partito e con Gramsci aveva dato vita al PCI, formando una nuova dittatura. Indicò infine la linea da seguire con la frase: i socialisti con i socialisti, i comunisti con i comunisti.

Mentre Matteotti pronunciava il suo discorso, iniziò a serpeggiare tra i presenti un evidente segno di disapprovazione, perché in zona l’odio di classe e l’anticlericalismo erano viscerali. Molti tra i convenuti avevano aderito al PCI; erano presenti anche alcuni che avevano frequentato, ai primi del secolo, il circolo anarchico di Ostiglia ed erano stati tra i promotori della contestazione della processione del Corpus Domini, che tanto dolore aveva arrecato al parroco don Luigi Cuccolo.

Tuttavia l’incontro finì con tanti applausi ed evviva, e Matteotti, prima di congedarsi, strinse le mani a tutti infondendo coraggio. Nessuno in quel momento poteva pensare che, dopo soli tre mesi, egli sarebbe stato assassinato.

La notizia della morte di Matteotti creò a Melara un grande sgomento, e i pochi che possedevano la bicicletta (per molti era ancora un lusso) si recarono a Fratta Polesine ai suoi funerali. All’andata i fascisti ebbero uno spiraglio di umanità, evitando di molestarli, ma terminata la cerimonia, li perseguitarono per tutto il percorso di ritorno con atti vandalici alle biciclette e somministrazione di olio di ricino.

La libertà di cui noi oggi godiamo è costata cara a quelle eroiche generazioni.

A memoria del martire del fascismo e dell’incontro avvenuto presso le scuole di Santo Stefano, propongo che l’Amministrazione Comunale di Melara si attivi per apporre una targa ricordo sulla facciata delle vecchie scuole in cui Matteotti tenne l’applaudito discorso.

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Come citare questo articolo

Ildo Testoni. “Matteotti a Melara”. Ventaglio Novanta, n. 49, 2014. https://ventaglionovanta.it/archivio/matteotti-a-melara/

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