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STORIA - TRADIZIONI

Modi di dire

Il dialetto transpadano sta subendo una rapida evoluzione e rischia di divenire solo un ricordo storico

di Giorgio Fioravanti

Ventaglio Novanta n. 60 2020 pp. 70–71

I nostri dialetti oggi sono tutti in netto declino. Mentre in passato l’evoluzione delle lingue e delle parlate locali seguiva un passaggio piuttosto lento, oggi assistiamo ad una rapida accelerazione. Si procede verso un cambiamento radicale. I mass-media, i moderni ed ultramoderni mezzi di comunicazione, stanno portando verso il declino del dialetto. Ci si avvia al diffondersi della lingua nazionale, quale che sia.

E’ palese che le differenze fonetiche, le inflessioni locali delle varie parlate che rappresentavano un aspetto caratteristico del paesaggio culturale italiano, stanno via via scomparendo. Soprattutto nel linguaggio delle giovani generazioni, si stanno appianando le colorite differenze e, d’altro lato, si riduce il patrimonio lessicale. I vecchi modi di dire, stanno per essere sopraffatti e sostituiti da una specie di gergo inventato dai giovani, adeguato al loro modus vivendi.

Detto questo, mi sembra di interesse ricordare alcune espressioni tipiche, qualcuna ancora in auge (fino a quando?) nella zona rivierasca del Polesine denominata Transpadana ferrarese. Un’area abbastanza ben distinta, a sud del Canalbianco, legata alla storia e agli usi di Ferrara, mentre il restante territorio a nord del Canalbianco è tipicamente Veneto.

Dialetto transpadano. Il dialetto transpadano si avvicina ancora molto al dialetto ferrarese che a sua volta era un dialetto derivato da una lingua celtica-romanza. Originaria di tutta una fascia padana fino alle Valli Occitane e nella Provenza. Lo storico greco Polibio, nelle sue “Storie”, racconta che “ … a valle, lungo il fiume (Po), vivono i Cenobi Celtici e i territori prossimi ad Adria sono occupati da un’altra nazione antichissima, i Veneti che poco differiscono dai Celti per gli usi e i costumi, ma parlano un’altra lingua”.

Per quanto riguarda il tradizionale parlare transpadano è evidente che molte parole sono cadute in disuso, sostituite da neologismi.

Basapilete Qualche tempo fa iniziai a documentarmi andando ad intervistare persone anziane ultranovantenni. Avevo avviato la mia ricerca raccogliendo qualche testimonianza di un lontano parroco. Quel vecchio prete ci dava le spalle e il “calice di sangue”, per rimettere i peccati era “Pro vobis et pro multis effundetur” (diffuso per voi e per molti). Un giorno il vecchio parroco mi raccontò storie connesse, quando il messale era ancora in latino e mi portò alla memoria il soprannome di una signora, profondamente religiosa, perseverante nelle preghiere, devota ed assidua nelle pratiche di fede e che molti la definivano in dialetto Basapilete. Era un vocabolo spregiativo, ma il preconcetto comune la voleva quasi bigotta perché ostentava con assiduo zelo la sua devozione. Ormai avanti con l’età, vestita di nero, con il fazzoletto annodato sotto la gola, in chiesa occupava i primi banchi ed era sempre la prima ad inginocchiarsi sulla balaustra per ricevere la comunione.

Ciapa e fa cha t’invanza. Ho poi intervistato un’anziana signora che abitava con la sua famiglia in una casa di campagna, rimodernata e adattata alle nuove esigenze di vita: di fianco ci sono alcuni vecchi fabbricati in disuso, cadenti. Ma attorno si stende la campagna, con gli alberi e una siepe viva, che divide l’aia dal frutteto. Bussai alla porta e la vecchia signora usci nel cortile, mi fissò curiosa, le parole che mi pronunciò mi portarono indietro nel tempo.

“Sei di questa casa?” chiesi, “An vedat brisa? Ciapa e fa che t’in vanza”. (Non vedi? Accogli e fa che ti rimanga).

Rzestula Un piccolo uccellino saltellava tra i rami di bosso, una cinciallegra. “Ecco – mi disse indicando col dito -, quela l’è ‘na ‘rzestula” Mi annotai anche la frase e il nome dell’uccello e presi atto delle difficoltà ortografiche, le molte elisioni, vocali e consonanti mute.

Cirulin. Mentre la mia interlocutrice mi parlava e raccontava, si era avvicinato un suo nipotino che continuava a tirale un lembo del grembiule: “Caro, al mè cirulin…” Ovvero, “caro il mio piccolo”, e lo prese in braccio …

Né ari né stari. “Quela l’è la vecia casa in doa sono nata”. (quella è la vecchia casa dove sono nata), continuò l’anziana signora, indicandomi un vecchio fabbricato a lato. La casa colonica era vecchia, sul tetto era nata l’erba, i muri mostravano i segni del tempo..

“E lì par le oche en fa mai l’alba” (“Lì per le oche non comincia mai l’alba”, o meglio “per le persone poco sveglie c’è poco da dire”). E poi continuò nel dialetto, che io tradussi in lingua attuale. “Restano i ricordi della mia fanciullezza. Quei vecchi muri mi raccontano storie di un lontano passato, quando vi abitavo con i vecchi genitori. Le nevicate, i giochi al sole… Aprile passava tra gli scrosci; la pioggia ci sorprendeva e riparavamo sotto i portici dei fienile.

L’estate arrivava all’improvviso, senza dir né ari né stari: (“senza dire che non se ne viene e non ne va)”, espressione breve ed enigmatica. Narra ancora Polibio: “Nella conversazione dei Celti la parola è breve enigmatica e procede per allusioni brevi e sintesi, spesso iperbolici “

Filò e Bassora. La signora continuò la sua narrazione: “Ci mettevamo all’ombra, facevamo filò, nella bass’ora, (quando il sole stava abbassandosi), sedute in un cerchio e parlavamo di tutte le vicende.

Il Brolo e… Poi mi parlò degli “abitatori” del suo “brolo”. ossia orto e frutteto, con prodotti che venivano raccolti dall’inizio della primavera, con ciliege e marasche, per chiudersi in novembre con “le nespule” le nespole.

Ligur, pigoza, zarabigul… Continuò. Che tetra sfilata di parole estinte. Frasi idiomatiche che usavano le nostre vecchie signore ormai scomparse e occultate nella nostra vita, parole più spente che mai. Nel suo parlare e nel suo raccontare, quelle parole in disuso ricordavano uccelli e insetti frequentanti il frutteto, e che oggi sembrano scomparsi.

Mi affrettai ad annotale: ligur. (ramarro), pigoza (picchio), zarabigul (formicaleone), baciosa (ciurlo), butafog (lucciola), caalar (baco da seta), barbastel (pipistrello), spuleta (libellula), baciosa (chiurlo), capnegar (capinera).

Barbuz, canagule… Poi ancora esprimeva con altre parole i comportamenti dei membri della vita quotidiana, barbuz (mento), canagule, (carotide), pinguel (glottide)…

Spaiardina e ingrutlida. Ormai stava calando la sera e la nebbia cominciava a sfumare i contorni delle piante dello stradone, si sentiva il freddo che penetrava nelle ossa. La mia interlocutrice si rannicchiò nello scialle di lana e mi disse “Basta! Ades a vag in ca’a son gnuda fora in spaiardina, e ades a son tuta ingrutlida”. (Basta! Adesso rientro in casa, sono uscita con vestiti leggeri, e ora sono tutta intirizzita). Parole che in lingua italiana non esistono. Ingruttrirsi significava “Rattrappirsi, irrigidirsi con abiti leggeri in clima del freddo col corpo in forma di cartoccio”, minima detonazione, parola che mi portò indietro, al tempo della mia fanciullezza, mi ricordò la lingua della mia nonna, giunta fino a me, e dopo tanti anni vado all’ansiosa ricerca del passato dialettale. Frasi idiomatiche, modi di dire, espressioni iperboliche, andate in disuso e sostituite con neologismi ed espressioni fuori dalla rosa del nostro dialetto tradizionale transpadano.

Nel raccogliere queste “macerie” mi sentivo stringere il cuore.

Rottamare significa ridurre in rottami. Quelle parole che un tempo erano vive, e che i nostri nonni riempivano di significato e di storie, oggi sono cadute in disuso e si fatica a comprenderne il concetto.

Barchessa… Frattanto nell’imbrunire la nebbia digradava i contorni di un vecchio bassocomodo, la barchessa, ormai ridotto a macerie. Vedere le macerie di un fabbricato, ti può suggerire l’immagine del fabbricato nella sua interezza, ma quei rottami non torneranno ad essere quello che erano.

La vecchia signora rientrò in casa.

Mentre prendevo la via del ritorno, immaginavo quella corte piena di bambini che correvano, le voci e richiami, imprecazioni che risuonavano dentro e fuori delle volte del fienile. Ma le macerie non torneranno mai più ad essere quello che erano: il fabbricato originale non esiste più.

Anche il dialetto sta subendo una rapida evoluzione e fra poco tempo sarà solo un ricordo storico, un cumulo di reperti archeologici.

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Come citare questo articolo

Giorgio Fioravanti. “Modi di dire”. Ventaglio Novanta, n. 60, 2020. https://ventaglionovanta.it/archivio/modi-di-dire/

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