L’articolo “Sulle tracce di Galileo Chini” di Chiara Tosini (Ventaglio n. 42, pp. 28, 29) suggeriva di raggiungere il camposanto rodigino per ammirare i decori realizzati dal valente artista fiorentino per il tempietto funerario dei Conti Camerini. In effetti sono molteplici gli aspetti artistici riscontrabili nel cimitero del capoluogo polesano che sorge in via Oroboni.
Va innanzitutto ricordato che lo spostamento dei cimiteri fuori dei centri urbani fu incentivato dalle leggi napoleoniche, e proprio all’inizio dell’Ottocento anche a Rovigo fu pertanto avviata la progettazione del nuovo camposanto. Un secolo, l’Ottocento, che si caratterizza per un generale miglioramento urbanistico e architettonico della città: la risistemazione della zona est con il nuovo Cimitero Monumentale è parte di tali interventi di riqualificazione.
La costruzione del Cimitero Comunale di Rovigo ha inizio nel 1819. L’area interessata è in una zona periferica della città, ad est, fuori Porta San Francesco, detta “de’ Sabbioni”, alla confluenza di tre stradoni alberati rettilinei: la “Strada della Madonna dei Sabbioni” verso Adria, la “Strada di San Bartolomeo” e la “Strada di Mezzo” (oggi Via B.M. Chiara).
Oltre al carattere extraurbano prevalentemente agricolo, la particolarità del luogo era data da alcune privilegiate possibilità di visione e di lettura della città: di qui, le torri del Castello, i campanili delle chiese e i monumenti emergevano, contribuendo a formare il profilo, il volto di Rovigo da est e determinando un rapporto, una corrispondenza fisica-visiva di grande suggestione. La via centrale, in particolare, costituisce l’ideale collegamento tra due monumenti religiosi: il “Duomo intra moenia” e la “Madonna di Fuori”¹. Già nel 1282 esisteva un “Priorato” della Chiesa del Cimitero e nel 1474, in seguito ad una “breve” di Sisto V, le proprietà religiose circostanti furono concesse ai monaci Olivetani.
Proprio in questa parte della città è possibile riconoscere una realizzazione, in ambito periferico, analoga ai piani di sistemazione urbanistica concepiti e attuati a Roma alla fine del XVI secolo da Sisto V².
Dal 1807 è attiva a Rovigo la “commissione all’Ornato” che, in linea con i nuovi programmi di sviluppo, intende valorizzare l’immagine della città³: della commissione fa parte anche Sante Baseggio il Giovane (1749-1822), ingegnere civile e agrimensore, incaricato di riorganizzare la zona est e di delineare il sito per il cimitero. L’organismo dal carattere architettonico-monumentale è concepito dall’ingegnere G.B. Turri come un sistema di elementi porticati e di campi liberi: vi prevale un ordinamento geometrico e simmetrico in pianta, attento al supporto distributivo delle antiche strutture della chiesa esistente⁴.
All’interno dell’ampio spazio, nei primi decenni del XX secolo, verranno erette tre cappelle gentilizie di notevole interesse, che tuttora si distinguono per valore architettonico-artistico.
La più antica, collocata al centro del Campo Primo ed orientata come la Chiesa, è quella dei Conti Camerini, edificata nel 1904 su progetto dell’ingegnere ferrarese L. Barbantini (1847-1907). La struttura a pianta poligonale è rivestita in marmo di Carrara con intarsi in gres e maiolica policroma: in ogni lato, una lunetta sorretta da pilastri addossati al muro. L’ingresso principale ad ovest è sottolineato da un pronao con colonne corinzie, cui si accede salendo otto gradini; un secondo ingresso ad est, a quota di campagna, opposto al primo, conduce nella cripta di questa piccola chiesa, scendendo altrettanti gradini. La copertura è costituita da un tamburo a base ottagonale che sorregge una cupola nervata di diametro circa tre metri.
La Cappella Caniato, progettata dal padovano Angelo Brunetta⁵, è del 1915. La struttura architettonica è più complessa della precedente: gli elementi dell’edicola Camerini sembrano giustapposti e perciò facilmente distinguibili (base, capitelli, timpani, tamburo, cupola) mentre la Caniato sembra un unico “monòlite” di marmo, dalle pareti sagomate a scalare, sormontato da una particolare cupola a doppio tamburo con aperture circolari in rame ribassata.
Lo spazio interno, a pianta quadrata, è delimitato dalle tombe, nel basamento è collocata la cripta. Anche questo edificio risente delle tendenze culturali di quegli anni, tuttavia con maggiore attenzione al clima mitteleuropeo: il gusto sfocia in una caratterizzazione liberty per il gioco dei volumi e taglio secessionista ottenuto tramite i bassorilievi e le sculture dell’artista rodigino Virgilio Milani⁶. Il progettista e lo scultore hanno lavorato bene assieme, tanto che l’architettura è tutt’uno con la scultura assumendo, qui, il valore di unità plastica a scala maggiore⁷ (i volumi delle tombe che emergono dal corpo principale, le paraste che si elevano al di sopra del timpano, l’uso di un unico materiale, il marmo di Carrara, l’intera superficie lavorata a scalpello con diverse tecniche).
La Cappella Barella costruita nel 1932 su progetto di Giovanni Muzio e programma decorativo dell’artista milanese Enzo Morelli, è uno dei tanti esempi minori dell’atteggiamento e dell’attenzione del maestro nei riguardi della storia e delle tradizioni, con le quali la sua architettura si misura continuamente: una ricerca di senso attraverso forma e fisicità dei materiali.
In questa “rotonda” affiora un preciso rapporto con l’architettura antica, in particolare quella funeraria celebrativa romana tardo-antica e paleocristiana. Il “martyrium”, riferimento diretto, che sorgeva in luogo santificato, assicurò dal V secolo d.c. a queste particolari architetture una lunga sopravvivenza⁸.
La struttura è in mattoni con superficie ritmata da sottili paraste e slanciati archi a tutto sesto coronati da un plastico e ritmico cornicione – scandito da figure geometriche in rilievo – su cui si imposta la cupola conica con copertura in tegole disposte entro settori radiali. In sommità, una composizione di puri solidi geometrici (le colonnine cilindriche in cemento, il cono della cupola e la sfera in rame) configurano un’austera lanterna a base ottagonale. Il portale di ingresso, inquadrato da una larga cornice sormontata da un timpano in cemento (a quel tempo bianco), occupa due settori della superficie circolare suddivisa dalle paraste: esso è degno dell’attenzione plastica e figurativa della tradizione costruttiva romanica basilicale.
La geometria statica dell’interno si oppone alla dinamica forma circolare dell’esterno generando un prisma retto a base quadrata smussato negli angoli da quattro pilastri, che sostengono la cupola. Questi si elevano verso il soffitto voltato “rivelando lo sforzo dell’uomo che tende ad innalzarsi a Dio… È il ripetersi del miracolo dell’Ascensione”⁹. All’interno, l’ara in granito è sormontata da una grande e spoglia croce staccata dal muro di fondo, su cui è dipinta l’opera del Morelli¹⁰.
“La costellazione di croci nere che ne deriva, armonico ritmo dello stesso motivo tragico, porta la scena tanto ripetuta nella pittura paleocristiana, ad una nuova e forte forma rappresentativa … L’intero spazio interno, cupo e raccolto sotto la casta struttura, vibra di misticismo”¹¹.
Morelli in seguito è attivo a Milano dove, insieme ad altri noti artisti milanesi, decora il Palazzo per l’Esposizione Triennale per le Arti Decorative che, negli anni trenta, Muzio stava progettando⁶.
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Come citare questo articolo
Giovanna Bordin, Davide Zagato. “Nel cimitero di Rovigo”. Ventaglio Novanta, n. 43, 2011. https://ventaglionovanta.it/archivio/nel-cimitero-di-rovigo/