Ormai è da un bel po’ di anni che Giacomo Ditano fa parlare di sé attraverso le sue opere. Ho incontrato l’artista, nella sua bella casa a Guarda Veneta dove vive con la moglie Gabriella Chiodetto e il figlio Fabio, il giorno dopo l’anniversario di matrimonio, celebrato 31 anni fa, il 19 luglio 1980.
Al maestro Ditano, nato nel 1956 a Fasano (Brindisi), il quale accompagna la sua attività artistica a quella di artigiano, realizzando con il figlio mobili di arredamento su misura, ho rivolto alcune domande.
– Quando hai iniziato a dipingere?
“Ho iniziato da quando mi sono sposato 31 anni fa. Prima disegnavo soltanto: da 15 fino a 24 anni ho solo disegnato. Avevo 15 anni, quando ho scoperto il disegno vedendo un architetto che progettava arredamenti per negozi nel laboratorio di un artigiano che io frequentavo e poi quando ero a casa cercavo di imitarlo. Sono sempre stato molto curioso, in genere, guardavo quello che facevano gli altri e poi da solo cercavo di imparare”.
– Come sei passato dal disegno alla pittura?
“E’ stata una tappa successiva poiché la pittura è tutta un’altra cosa rispetto al disegno. Ho iniziato con gli acquerelli negli anni ottanta per poi passare all’olio negli anni novanta e al materico negli anni duemila. Al cambio di tecnica ha corrisposto anche un cambio di soggetto. Negli anni novanta ho iniziato a dipingere anche la cornice del quadro e ho cominciato a far vedere i miei lavori. Con gli acquerelli e l’olio i soggetti erano di tipo figurativo, paesaggi e fiori alla maniera di Cascella. In quegli anni non ho allestito nessuna mostra personale perché trovavo questi soggetti scontati, non avevano un carattere di originalità, che invece ho trovato quando ho iniziato a fare uso di materiali poveri e comuni, che corrisponde alla fase dell’astrattismo. Quando sono passato all’astratto ho iniziato a fare mostre poiché vedevo che i miei lavori portavano alla pittura una nota originale che altri artisti copiavano”.
– Tu scolpisci anche, che cos’è che ti fa decidere per una o per l’altra espressione artistica?
“La scultura la affronto quando sono stanco di dipingere. Quando passo alla scultura ho semplicemente voglia di cambiare e questo mi rinnova. La scultura è un togliere come diceva Michelangelo. Io lavoro il legno e il sasso, lavoro anche la creta ma questa è un’altra cosa. Quando scolpisco voglio vedere subito dove vado a finire, non ho pazienza di attendere il risultato. Quando inizio avverto l’urgenza della soddisfazione che mi procura vedere completata l’opera”.
– Ci sono artisti che ti hanno ispirato o ti ispirano?
“Burri, Fontana per la pittura e Pomodoro per la scultura. Mi piace Cascella, pittore a cui mi sono ispirato nei miei primi lavori. I suoi quadri sono accattivanti per i colori dei fiori e dei paesaggi, io li chiamo quadri ruffiani. La gente non deve vedere i bei colori ma deve vedere quello che l’artista mette dentro al quadro, ossia l’animo. Ho capito successivamente che i quadri dai bei colori e soggetti immediati sono quadri da arredamento e non mi soddisfacevano perché avvertivo che mancava loro qualcosa. Anche se i primi quadri quelli figurativi venivano richiesti dai clienti non mi gratificava il compiacimento, poiché non faccio arte per vendere”.
– C’è qualcosa di trascendente nella tua arte, c’è un bisogno spirituale, non dico chiaramente cristiano quanto meno un riferimento ad un’alterità a cui l’uomo si sente chiamato a cui affidarsi?
“Sento il bisogno di una spiritualità, che si esprime non soltanto nei soggetti sacri che sono presenti nelle mie opere: fare un quadro in cui mi riferisco alla salvaguardia dell’ambiente questo per me ha un riferimento spirituale. Ad esempio anche un filo di luce che si intravede nei miei quadri o un taglio in un supporto, come il cartone catramato scuro, dice un’apertura di speranza di cui l’uomo come il mondo ha bisogno. Spesso i miei quadri rappresentano la condizione di degrado che il nostro mondo subisce a causa dell’inquinamento che rappresento con l’uso di tonalità scure, ad esempio il cartone catramato. Nello stesso tempo io cerco la luce come salvezza dell’ambiente dall’inquinamento. Direi che la mia arte è anche una denuncia delle guerre che ci sono nel mondo, c’è un senso umanitario sempre rappresentato dalla luce che io esprimo nei miei quadri. Vedo nella luce un segno di pace”.
– Quali sono i momenti più creativi nella tua giornata?
“Non parlerei di ore ma di giorni. Ci sono certi giorni più creativi di altri poi nel giorno non ci sono ore privilegiate, ogni ora può essere buona per mettermi a lavorare”.
– Sei sposato, la presenza di tua moglie al fianco è motivo di creazione artistica?
“Sì, anche mia moglie mi aiuta. A volte lei interviene e mi suggerisce degli interventi e talora la ascolto accogliendo il suggerimento, altre volte mi accorgo che non è influente quello che mi dice”.
– Quali sono gli elementi ricorrenti del tuo fare artistico?
“La sfera e il cerchio, sia nei quadri come nelle opere di scultura che rimandano alla perfezione sempre cercata e mai compiuta. Un altro elemento è la luce in cui vedo un collegamento con la sfera. La luce dice anche salvezza secondo me, che sempre è presente in qualche modo nelle mie opere. Faccio poi uso di materiali comuni perché esercitano un grande fascino su di me ad esempio un sacco con su scritto “patate” o “café do Brasil”. In questi elementi poveri di uso comune si può vedere qualcosa che va oltre.
Voglio concludere questa intervista riportando una poesia che ho dedicato a Giacomo Ditano lo scorso febbraio dopo averlo incontrato alla mostra che ha allestito a Rovigo alla Pescheria Nuova in quei giorni, in cui riassumo la suggestione che la sua arte mi ha provocato.
A Giacomo Ditano
E tu invochi gocce di luce oltre le inferriate e le sbarre del nerume catramato inquinante ma non invade le ali d’argento e d’oro che arrivano come fiori per chissà quale linguaggio misterioso e parlato. Si fermano come il sole che semina solchi appena sbocciati sui tronchi e sulle sete profumate in una girandola di abbagli. Sono lanciati e pulsanti e mai esauriti con un adagio di vampe ruffiane per tergere occhi mai stanchi di guardare ma assetati come cuori inappagati di arrivare a toccare della perfezione l’armonia che traspare.
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Come citare questo articolo
Daniele Donegà. “Oltre le inferriate”. Ventaglio Novanta, n. 44, 2012. https://ventaglionovanta.it/archivio/oltre-le-inferriate/