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STORIA - TRADIZIONI

Pichemo Carnoale!

Le maschere tipiche del Polesine si richiamano a tradizioni antichissime e corrispondono ad un bisogno di autoironia del mondo contadino

di Adriano Romagnolo

Ventaglio Novanta n. 8 1994 pp. 78–81

Dalle nostre parti era tradizione, il martedì grasso o l’ultimo giorno di carnevale, di impiccare sulla pubblica piazza, senza istruttoria e senza processo, il grassone ’Carnoale’, colpevole di aver dissipato il tempo privilegiando la crapula e la gioia di vivere. Alla presenza della gente variopinta e vociante, tirava la corda sempre una vecchiaccia ossuta ed allampanata che impersonava la quaresima, che così ristabiliva le regole e richiamava il popolo all’operosità, al silenzio e alla penitenza, imponendo l’astinenza ed il digiuno in espiazione di tale dissolutezza.

Questo avvenimento non portava tristezza, anzi scatenava di più la gioia, e la festa assumeva a volte il tono di vero e proprio baccanale. “Picare Carnoale” divenne per lungo tempo, e lo è tutt’ora, frase idiomatica per definire una smodata allegria, un’euforia indescrivibile, quasi che l’esecuzione del grassone fosse il segnale per dar fondo alle ultime risorse e spendere gli ultimi spiccioli di fantasia e di spensieratezza prima del silenzio ormai imminente.

“Carnoale!. Carnoale?. E chi èlo ’sto Carnoale?”.

Sembra che la sua origine risalga al basso latino Carne(m)laxare ( ridurre, diminuire la carne per la quaresima) da cui ci proviene il nostro antico Carne levare e l’antico veneziano Carne levar, attraverso una forma di assimilazione che porta alla formazione di Carnelevale, per una successiva sincope nell’ italiano Carne(le)vale ed il nostro Carnoale.

Secondo il Migliorini/Duro l’italiano Carnelevare era riferito in origine al banchetto di addio alla carne che si celebrava la sera precedente al mercoledì delle ceneri.

Sopporti il gentile lettore l’erudita digressione, per altro necessaria per capire questo fenomeno del folklore.

In queste note, necessariamente succinte per la tirannia dello spazio, vogliamo tuttavia puntualizzare alcune peculiarità del Carnevale che si celebrava nel Polesine, rispetto agli altri analoghi di altre città dello stesso Veneto.

Il Carnevale di Venezia era un fenomeno sociale, caratterizzato quasi dall’obbligo di andare in maschera, specialmente avvertito dalla classe borghese e nobile.

Quello polesano era un carnevale prettamente rurale e contadino, a volte celebrato (è il caso proprio di dirlo) fuorimano, tra amici e conoscenti o sull’aia della ’corte’ padronale o nel breve tratto della piazza paesana o del sagrato della chiesa. La festa delle feste si accendeva ovunque di grandi balli sul ’paviolo’ (la pista da ballo all’aperto) o sull’aia dove improvvisati sonatori strimpellavano come potevano una fisarmonica o una chitarra e, quando era possibile, un violino e si consumava insieme quanto ognuno aveva portato da casa (quel che poteva) e che metteva a disposizione di tutti. La festa riusciva meglio se interveniva anche Bonbasin, il quale in quei giorni andava in tournée di festa in festa, accolto con allegria ovunque (A gh’è el Bonbasin, daghe da bevare, daghe da bevare!).

Non è un fenomeno collettivo, come oggi, con spostamenti di folle da un posto all’altro o, meglio, lo è se prendiamo in cosiderazione il tempo (quello di carnevale) ed il motivo (il pretesto per tralasciare la vita di stenti e di lavoro di tutto un anno); per il resto il Carnevale è una specie di contenitore nel quale in qualche angolo qualcuno fa festa. Per questo riveste anche il carattere di un rito di gioia per il ritorno della nuova stagione, per il ritorno della primavera, attesa iniziata addirittura prima di Natale. L’aspetto collettivo ed il significato del mettersi in maschera, caso mai, appartiene al momento della “Mascarada” di cui accenneremo tra poco, altro momento del Carnevale.

L’origine della Mascarada va fatta risalire ai culti animistici, legati al cambiamento delle stagioni, così vi si riscontrano elementi della tradizione greca e romana (saturnali, lupercali, riti bacchici, priapei…) che successivamente sono stati nobilitati e orientati nella tradizione cristiana, dove furono accolti dando loro un significato meno orgiastico.

Eppure una buona componente orgiastica continuò a persistere nella maschera tipica del Polesine, el Bonbasin, di cui abbiamo già parlato (vedasi Ventaglio n. 7). Sarebbe interessante poter soffermarci di più su questo aspetto del Carnevale polesano e tuttavia ci limiteremo soltanto ad alcune osservazioni.

Nella festa carnascialesca polesana continuano a persistere tutti i rapporti gerarchici, i privilegi, le regole ed i tabù in cui si articola la società dei mortali, contro altre realtà dove, almeno per un giorno, tutto è stravolto nei ruoli e nelle funzioni. L’organizzazione sociale e la cultura popolare restano distinte, i ruoli non si frammischiano; nella gioia sfrenata, le regole si allentano, sia pure di poco, la vita di relazione diventa più sopportabile, si rompono certi schemi; tutto sembra diventare “on balar de carnoale” cioè più facile, risibile, meno drammatico di quanto non sia per tutto il restante periodo dell’anno; si manifesta con attività e movimenti, caratterizzati da dinamismo e variazioni del tempo e dello spazio che sopravvissero fino a qualche tempo fa, schiacciati poi dall’impatto con i fenomeni dell’industrializzazione, della laicizzazione e dell’emigrazione interna di questo ultimo scorcio di secolo.

Bonbasin, Morosin, Magnaomani, Morto ca Porta el Vivo, Vecio Fredo, Babao non sono maschere, cioè caratteri in senso goldoniano, come non sono personaggi specifici che appartengo al nostro carnevale. Sono creazioni della fantasia del popolo che valgono tutto il tempo dell’anno; sono idee, immagini materializzate dalle aspettative di un popolo di contadini privati di tutto fuorché della possibilità di fare dell’autoironia e di ridersi addosso. Sono degli stereotipi di aspirazioni collettive. E in questo, forse, si può parlare in qualche modo di stravolgimento della realtà.

Bonbasin aspira al perpetuo divertimento; Morosin vuole apparire migliore di ciò che è; Magnaomani è uno spaccone gradasso, ma fondamentalmente un vigliacco; Morto ca Porta el Vivo, l’aspirazione al rinnovamento; Vecio Fredo e Babao come Anzolo Puega sono delle astrazioni (il questuante, il timido e il servizievole per interesse).

Più che al mondo del carnevale vero e proprio appartengono al mondo delle “mascarade” (feste in maschera) dove la maschera carnevalesca non serve a celare il volto per non essere riconosciuti (non ha senso nascondersi per non farsi riconoscere in gruppi o comunità dove ci si conosce a menadito da generazioni). La maschera non dissimula né afferma una nuova condizione dell’esistere. Assieme al travestimento diventa un elemento magico, di esorcizzazione collettiva.

Chi ha mai visto Babao? Si sa che vive nei posti più nascosti; si pensa terribile e ghignante, pronto ad afferrarti e a stritolarti. In altri tempi, data questa sua evanescenza immanente, si sarebbe detto la personificazione del Potere che domina e travolge. In verità, se esiste, deve essere un povero diavolo che si nasconde per la paura che l’attanaglia, buono solo per mettere timore nei bambini per farli stare lontani dai luoghi pericolosi. Esorcizza la paura.

E Vecio Fredo? Un essere che preannuncia la sua visita per tempo, per poter lucrare per primo un Bonano. “Sior paron, son vegnù a gurarve el bonano co la bona salute, coi boni bocun, co i boni capun”. Anche lui esorcizza la povertà e la fame.

Andare in maschera, partecipare alla sfilata (’fare la mascarada’) perciò non è un gioco o un passatempo per modificare ruoli e funzioni, come ad esempio a Venezia; al contrario è vivere un momento trasgressivo dentro la propria realtà vista però da un altro punto di osservazione, oseremmo dire, per cercare la solidarietà di forze sconosciute, indifferenti alle sorti umane. Il mondo contadino è un mondo dove il rapporto di solidarietà è fortissimo, come lo è quello della condivisione e della partecipazione.

Morto il mondo e la cultura contadina, è morto anche Carnevale. Il grassone è stato definitivamente giustiziato.

Quello di oggi è una festa delle vanità, un pretesto commercializzato dalle sponsorizzazioni, dagli interessi, a volte enormi, che lo sostengono, dalle lotterie nazionali che ne sviliscono il significato. Non è il “Carnoale” della tradizione, ma una carnevalata, certamente, solo una carnevalata!

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Come citare questo articolo

Adriano Romagnolo. “Pichemo Carnoale!”. Ventaglio Novanta, n. 8, 1994. https://ventaglionovanta.it/archivio/pichemo-carnoale/

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