… come Le Goff, siamo anche noi persuasi che nessuna “verità” sia racchiusa nei documenti: tuttavia, è a partire dalle “menzogne relative” che essi ci tramandano che è necessario partire per costruire storie verificabili. Antonio Foscari – Manfredo Tafuri, L’armonia e i conflitti, Torino 1983
Esattamente un secolo fa usciva, a cura di Giuseppe Fiocco, il XXII volume dell’Elenco degli edifici monumentali – Provincia di Rovigo¹. Tra i monumenti citati nell’opera, il professore polesano riporta anche villa Nani-Mocenigo a Canda con il seguente commento: “…costruita nel 1580, con tutta probabilità sui piani di Vincenzo Scamozzi”², non riferendo però da quale fonte egli abbia tratto questa informazione. Informazione peraltro tutt’altro che trascurabile, dato che è la prima volta che, in tre secoli, il nome di Scamozzi viene legato al Polesine; infatti dallo Stringa³ allo Scamozzi stesso⁴, dal Temanza⁵ allo Scolari⁶ nessuno riporta notizie che mettano in qualsivoglia relazione l’architetto vicentino con il Polesine.
La probabile attribuzione fatta dal Fiocco della Villa di Canda allo Scamozzi, viene ripresa da Franco Barbieri nel suo Vincenzo Scamozzi⁷ e collocata tra le opere “attribuite o attribuibili”, con l’avvertenza che si tratta di “…opere ragionevolmente attribuite o attribuibili allo Scamozzi, ma la cui paternità appare ancora discutibile, o dal punto di vista documentario o da quello stilistico…”, specificando più oltre che: “…antica tradizione la dice eretta su disegni dello Scamozzi…”, forse riferendosi a quanto asserito dal Fiocco quarant’anni prima.
Nel volgere di un ventennio, per la Villa di Canda, si passa dunque da una probabile attribuzione ad un’assoluta certezza, fino ad individuare la mano scamozziana in altre architetture polesane. Così Giuseppe Marchiori⁸ elogia Villa Nani-Mocenigo: “…una delle opere più felici di Vincenzo Scamozzi…” per estendere poi la paternità all’architetto vicentino di Villa Morosini a Polesella e la sua influenza sulla facciata di Palazzo Dolfin a Lendinara.⁹
Pochi anni dopo Antonio Canova¹⁰, oltre a riconfermare le opere già citate, avanza, sulla scorta di una debole analisi stilistica, l’attribuzione dell’intero Palazzo Dolfin, spingendosi ad affermare l’esistenza di “…una stagione polesana dello Scamozzi…”.
Decisamente più cauto Camillo Semenzato che solleva dubbi sulle attribuzioni sia di Villa Morosini che di Palazzo Dolfin e sottolinea, in merito a Villa Morosini, come i caratteri stilistici non siano stati confortati da fonti documentali.¹¹ Cionondimeno anche il professore patavino non riesce a sottrarsi al fascino di attribuire allo Scamozzi un’architettura polesana, architettura che individua nei resti del maestoso Palazzo Grimani a Polesella; ipotesi assai debole come si evince da un recente lavoro dello scrivente.¹²
Sorge a questo punto spontaneo domandarsi se la presenza di Scamozzi in Polesine sia frutto solo di “antica tradizione” o se vi sia una storia verificabile.
Una prima risposta a questo quesito ci viene fornita dallo stesso Scamozzi menzionando Guarda e Loreo nel suo Taccuino di viaggio Parigi Venezia.¹³ Si tratta di un taccuino dove l’architetto vicentino annotava appunti e traeva in disegno quanto vedeva nelle molte tappe che dal 14 marzo al 11 maggio del 1600 lo portarono, per la “… via di Svizzera…”,¹⁴ da Parigi a Venezia.
La parte finale del viaggio consiste nel discendere il Po da Pavia fin quasi alla foce dove si intercettava un sistema di canali, non casualmente chiamato Navigazione di Lombardia, che metteva in comunicazione il Po con la Laguna. Nodo nevralgico di questo sistema di canali era Loreo, paese pertanto toccato dallo Scamozzi nel suo itinerario da Parigi a Venezia.
Una seconda risposta è contenuta nella relazione stilata da Paulo Pizzoni, segretario del Nodaro del Magistrato alle Acque, a conclusione di uno straordinario viaggio ispettivo compiuto lungo l’intera gronda lagunare dal 30 ottobre al 8 novembre del 1604. A carta 62 si recita: “…sabbato 6 [novembre, quando] s’andò à drittura à Loreo, ove si giunse alla 21 hora …”¹⁵ (circa le 14.30). I viaggi ispettivi compiuti dal Magistrato alle acque non sono di certo un evento straordinario, si potrebbe anzi affermare che questi costituiscono la norma, per prendere visione di singole emergenze, affrontare problemi specifici, soprintendere o verificare lavori idraulici.
Quello che rende straordinario questo viaggio è, oltre alla presenza di “…messer Vincenzo Scamoccio…”¹⁶, la particolarità dell’itinerario, la durata del viaggio e i partecipanti. In genere questi viaggi duravano uno, due giorni ed erano finalizzati a risolvere un problema specifico in un data località; vi partecipavano un Savio o un Esecutore, al massimo un Savio ed un Esecutore.
La spiegazione di questa anomalia va ricercata in una Supplica presentata da Scamozzi nel giugno dello stesso anno al Senato, dove egli propone 10 raccordi per salvaguardare la Laguna dalle atterationi.
Il Senato, presa visone della missiva, incarica il Magistrato alle Acque di valutare la competenza dell’architetto vicentino in materia di acque. Il viaggio era dunque una sorta di esame sulle competenze idrauliche dello Scamozzi e questo spiega la vastità dell’area interessata dall’itinerario, la conseguente durata del viaggio – 10 giorni – e la presenza dei tre Savi e dei tre Esecutori oltre al Nodaro e al proto ai fiumi Zuan Alvise Galesi.
Quale sia stato l’esito di tale valutazione non è emerso, tuttavia si può ipotizzare essere stato positivo; infatti, – anche se non è stata trovata una risposta alla supplica da parte del Senato – Scamozzi presenta, il 15 aprile del 1605, la propria candidatura alla carica di Soprintendente del Magistrato alle Acque¹⁷, un carica di notevole importanza in quanto si tratta del “… Ministro principale, e superiore introno l’opere da esaminarsi e da eseguirsi…”¹⁸.
Candidatura che però non sembra essere accolta, nonostante il parere favorevole espresso dal Magistrato¹⁹, e ciò probabilmente sia per l’opposizione dei tecnici, che vedono nell’architetto un estraneo che basa il proprio sapere sulla scentia e non sulla “…longa esperientia et [sulla] longa pratica…”²⁰, sia per la diffidenza che da sempre ha caratterizzato larga parte del patriziato verso tecnici non veneziani quando essi sono chiamati ad operare in materie tanto delicate per la vita stessa della Serenissima come le Acque.²¹
In conclusione si può affermare che Vincenzo Scamozzi per ben due volte fu sicuramente in Polesine. Tuttavia questa sua presenza – almeno allo stato attuale delle ricerche – non è da correlarsi all’architettura in senso stretto, ovvero alla realizzazione delle sopraccitate ville.
I suoi rapporti col Polesine vanno pertanto inquadrati in una concezione più ampia dell’architettura, una concezione che lo stesso Vincenzo ha espresso nel suo trattato: “L’idea dell’architettura universale”; opera fondamentale, che in varia misura ha influenzato gli architetti del tempo e gli epigoni, per cui non è da escludere che le citate ville polesane abbiano risentito, a vario titolo, della lezione dello Scamozzi.
Utilizzo dei contenuti
Le informazioni contenute in questo articolo possono essere utilizzate come fonte per realizzare documenti, articoli, studi, ricerche e altri elaborati, anche mediante strumenti di intelligenza artificiale, a condizione che siano citati Ventaglio Novanta, l’autore, il titolo dell’articolo, il numero e l’anno della rivista e il collegamento alla scheda dell’articolo nell’Archivio Ventaglio.
La riproduzione integrale resta soggetta alla normativa sul diritto d’autore.
Come citare questo articolo
Stefano Turolla. “Scamozzi in Polesine”. Ventaglio Novanta, n. 51, 2015. https://ventaglionovanta.it/archivio/scamozzi-in-polesine/