Seduta sul pontile della darsena con le braccia incrociate attorno alle ginocchia si sentiva piccola, raccolta: un mucchietto d’esistenza che si lasciava scaldare da un sole primaverile, donandosi all’aria fresca della prima mattina. Il mare, come un campo ondeggiante di grano maturo sferzato dal vento, cambiava continuamente colore: s’increspava, si muoveva in mille incerte sfumature di verdeazzurro, pennellate da bianchi puntini in movimento, gabbiani, liberi di lasciarsi portare solo dalla corrente. Come avrebbe voluto librarsi leggera, dimenticare la terra, la materialità per sentirsi solo natura! Nuvole bianche, soffici come panna montata, correvano e le ricordavano quando bambina, guardando in alto, diceva: “nonno, perché non mi compri un po’ di nuvole, quelle che si mangiano con il cucchiaio?”.
Gli anni erano stati spazzati via dal vento del tempo. Un attimo. Aveva chiuso gli occhi e si era ritrovata donna: un lavoro da lavorare, un amore da amare, un dolore da ingoiare.
La vita come un gomitolo di lana caduto rotolava sul pavimento: bisognava seguirla, prenderla di nuovo in mano, non lasciarsela sfuggire.
Rumorosamente un peschereccio risaliva il canale: dopo una nottata di mare ritornava nella calma di un porto sicuro. Ed era l’esistenza. Dopo giorni d’inquietudine, delusioni, dubbi, di amori perduti e ritrovati, si ritorna sempre ad un porto sicuro che ci accoglie per proteggerci, per darci ancora una volta la forza di riprendere la lotta, di ributtarci nel flusso della marea.
La ragazza guardò l’orologio: era scappata dall’ufficio, aveva due ore per riprendere contatto con se stessa, due ore per illudersi che chissà, forse un giorno ci sarebbe davvero riuscita: avrebbe scritto nella redazione di un giornale.
Inspirò profondamente per distendersi ed abbandonarsi completamente ai pensieri. Dove erano le mattinate di Liceo, quando incontrandosi lungo il viale si decideva di marinare la scuola e correndo verso la stazione ci si sentiva così felici, liberi sul primo treno per Venezia? …Venezia e Le Zattere, un cappuccino fumante, un croissant all’albicocca, le gambe, distese, accavallate su altre gambe e risate folli d’allegria per sogni alla grande: pittori, musicisti, scrittori in appartamentini con finestre aperte sulla laguna silenziosa. La realtà ne aveva lentamente sfumato i contorni, corrodendo i sensi che riuscivano ora ad adattarsi ad un paesaggio con colori e atmosfere completamente diversi.
Si stirò le membra intorpidite per darsi energia, per trovare la forza di tornare al lavoro, di lasciare se stessa ed il passato alle spalle, di riemergersi nella prospettiva dello stipendio sicuro e dei giorni tutti uguali.
Camminando con il bavero della giacca rialzato sul lungo pontile, un piccolo sentiero circondato dal mare, le ritornò in mente Lucille nella “Chamade” di Francoise Sagan, quando senza più entusiasmi né stimoli, nell’archivio di un giornale trova per caso “Palme Selvagge” di Faulkner e il monologo di Harry: “…la rispettabilità. È lei, la responsabile di tutto. Ho compreso da qualche tempo che è l’ozio che genera tutte le nostre virtù, le nostre qualità più tollerabili: contemplazione, stabilità d’umore, pigrizia, lasciare la gente in pace, buona digestione mentale e fisica; la saggezza di concentrare la propria attenzione sui piaceri della carne; mangiare, far l’amore, arrostirsi al sole. Non v’è nulla che possa paragonarsi a ciò, nient’altro che vivere il poco tempo che ci è concesso. Respirare, essere vivi e saperlo”.
E così lei pensava. Non era amorale, non era nemmeno la vuota pigrizia degli incapaci: era la tensione di una personalità diversa, più intensa, alla ricerca di una dimensione autentica non solo esteriore.
La visione di una vita sempre in cammino, sempre in discussione, vissuta: poche certezze se non quella di essere un continuo punto di domanda, una lunga via di trasformazioni.
Il vento stava rinforzando e la spingeva facendo aumentare il ritmo dei suoi passi. Sole e vento: erano quelli i suoi giorni preferiti, quelli in cui tutto è incerto; sembra che debba piovere, ma improvvisamente un raggio squarcia e illumina il grigio metallico del cielo.
Dal suo punto di vista, quella era l’unica esistenza vivibile: la certezza della fine poteva essere combattuta solo dall’incertezza del presente. Ogni giorno vissuto come fosse l’unico, disperatamente, intensamente.
E un sorriso le illuminò lo sguardo pieno di lacrime: quasi ridere e piangere nello stesso istante rappresentassero la maschera enigmatica dell’esistenza, il risvolto di ogni storia, il vero fascino nel viso di una donna. E di questo, solo di questo era sicura.
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Patrizia Ghio. “Sempre in cammino”. Ventaglio Novanta, n. 5, 1992. https://ventaglionovanta.it/archivio/sempre-in-cammino/