Pubblicità

POESIA

XXXV “Cosmo d’oro” di Canaro

“Questo cosmo che respira l’umano, questo umano che coinvolge il cosmo” (Ugo Stefanutti)

di Federica Panziera

Ventaglio Novanta n. 60 2020 pp. 125–128

E’ giunto alla XXXV edizione il Concorso Nazionale di poesia “Cosmo d’Oro” di Canaro, che ancora una volta ha visto la partecipazione di numerosi autori provenienti da tutto il territorio nazionale.

Gli autori hanno prodotto testi aderenti al tema in oggetto, alcuni di essi – che definirei “di mestiere” abituati cioè a scrivere poesie – sono apparsi originali nel linguaggio e creativi nei contenuti. Altri si sono espressi in modo più “dilettantistico”, tuttavia hanno prodotto elaborati che si prestano ad una piacevole lettura. Poesie fatte di realtà e di irrealtà, di fisico e di metafisico, con al centro le domande e le tentate risposte sui problemi che da sempre coinvolgono l’umanità: la vita, la morte, l’amore, l’amicizia, la felicità, il dolore; sentimenti sempre espressi con meraviglia e stupore. E poi, nelle composizioni giunte a Canaro, si avverte l’afflato di poeti di fronte ai misteri del cosmo, tra i pianeti, le galassie, le costellazioni e gli innumerevoli spazi celesti.

Sorge spontanea una domanda: per noi che viviamo in un mondo pervaso dalla scienza e dalla tecnologia, ha ancora senso credere nel valore catartico della poesia? La scienza (insieme alla proliferante tecnologia) presenta uno stato di nuove realtà che spesso ci appaiono destabilizzanti e sconcertanti. Basti pensare ai vertiginosi cambiamenti, nel caos di teorie quantistiche e genomiche, della neuro-fisica del cervello, delle biotecnologie della riproduzione, della ricerca della teoria del tutto e tanto altro ancora, che possono disorientare l’individuo comune. Ma di fronte a tutto ciò ci sarà sempre la curiosità e lo sconcerto di un essere umano che si stupisce per i dati che raccoglie… e questo è poesia.

Scienza e poesia sono visioni del mondo, forme correlate di un interrogativo per dare senso al rapporto degli uomini con il mondo: diverse per il linguaggio, il metodo, lo stile, ma vicine nella tensione a scoprire l’universo interno ed esterno.

Dalla lettura delle poesie del Cosmo d’Oro e dalle successive riflessioni, sono giunta alle seguenti conclusioni: poesia e scienza nascono dal medesimo sentimento e hanno la medesima esigenza: capire di fronte all’ambiente la meraviglia del mondo; interpretare e successivamente comunicare la sostanza che si cela dietro il mistero della realtà che ci circonda. Perciò il mestiere comune a scienziati e poeti è, in ultimo, quello di risvegliare nell’uomo il desiderio di intraprendere il viaggio della conoscenza e fornirgli gli strumenti per orientarsi nel cammino.

La giuria, composta da Massimo Stefanutti, presidente, Enrico Zerbinati, Daniela Sarti, Luigi Paolo Zorzato, Federica Panziera, Natalia Periotto e Arrigo Garbellini, segretario, ha proclamato i vincitori del certame.

Primo premio:

PROEMIO-PISCINAS

di Aurora Vecchiato, Mirano

Ti fuggono i venti Ti applaudono le finestre Te, onda di altissima pressione Nel seno e nel coseno di una vita Imprecisa, cum dederit, assurda come questo deserto; Te, alma Venus al sentiero segnato dai quark a scenderemo un giorno Forse non io, non credo ma sì, spero. In che forma fisica, madre, potrei definire la speranza che al peso che m’inghiotte nel mondo muto della sabbia risponde, annaspa, s’inarca? Forse vibro anzi di certo, vibro ogni elettrone nella sua folle corsa e la terra e gli astri, sì, forse spera re è vibrazione moto ondulatorio seno e coseno di una vita imperfetta, cum dederit dilectis suis oh se sapessi, quel vago riflesso su una moka e la polvere nel Sole oh se sapessi di quella luce, come un regalo che si scartava miracolosamente davanti, oh se sapessi, ma certo che lo sai di me stesa sulle dune della scalata frattale dei miei neuroni come radici assetate ogni notte nel mare cupo e latteo tra le nebulose a corimbi, madre, io ti vengo a cercare.

Decifrata nella sua struttura enigmatica che ricorre al salmo (126, 2, versetto 4: “Cum dederit dilectis suis somnum”) e all’interpretazione musicale (Antonio Vivaldi, “Cum dederit dilectis suis…”), la lirica si propone come un documento d’amore sulla scorta di una antichissima lettura mitologica dove il rapporto madre-terra-figlia è sigillo di vita. Quindi, siamo di fronte a un inno arcaico e perenne alla madre terra – sia essa la terra di Sardegna (“Ti fuggono i venti…”; “nel mondo muto della sabbia…”) sia, forse, più prossima la figura materna (“madre, io ti vengo a cercare”)- che in questo orizzonte cosmico riesce ad ospitare schegge quotidiane di orientamento (“Ti applaudono le finestre”; “quel vago riflesso su una moka”).

Secondo premio:

TI DICO ADDIO

di Giuseppe Vetromile, Madonna dell’Arco (Na)

C’era bisogno di scriverti questo addio saltando le parole inutili sul foglio così leggerai diritto il significato univoco e non perderai tempo nel capire se altri usci siano stati nascosti tra le righe o tra le parole o leggendo al contrario o anagrammando la realtà E’ in corso di stampa questo comunicarti definitivo qui dalla mia postazione casalinga – e la stampante mi è testimone! – la mia decisione di ritirarmi nel cassetto ultimo della scrivania Ti dico addio torno tra le mie cose le mie carte i miei ricordi i miei spaghi i miei inchiostri sbiaditi ma densi e succosi come frutti proibiti come i cachi dolcissimi che venivano giù naturali dai vecchi giardini di Ottaviano oltre i muretti di pietra vesuviana Ti dico addio ho da riscrivere sogni sul nerofumo della notte lontano dai dissidi e dai dubbi della storia e sarò schietto come sanno gli spiriti sanno quando è l’ora di andare Ti dico addio e non lascerò spiragli di luce sulla scrivania che’ nessuno tenti di cercarmi al di là di questa casa: passerà pure il cosmo e alla mie spalle il silenzio regnerà sovrano

Scandita dall’anafora “Ti dico addio”, a ripresa e conferma del titolo, questa lirica denuncia il cosmo – l’altro da sé – come un’alterità intransitiva con cui va via via assottigliandosi la lotta e la competizione, ma anche il dialogo che si spegne nella scelta di spazi e di strofe sempre più brevi fino a cessare del tutto.

Terzo premio:

IL LIBERO VIAGGIATORE

di Antonina Venuto, Rovigo

Naviga il suo e l’altrui universo il libero viaggiatore, violando patrie d’incognito, versatile, curioso e scaltro sfidando limiti di spazio e tempo in fotogrammi d’odissee fintanto che la sua bussola non oscillerà smagnetizzata e la sua vela, non più ansiosa di vento, volgerà all’approdo mai mappato dove s’arresta il tempo. Forse, burrasche non ancora sfidate saranno il suo ultimo rimpianto prima d’oltrepassare l’ultima barriera ammainando, senza più fretta, la sua sempre libera vela.

La rivisitazione di un mito antichissimo, sempre tuttavia attuale e connaturato alla cultura dell’Occidente, è restituita in una dimensione personale, ma non per questo compressa, anzi libera nel ritmo e nel lessico fino all’approdo finale, senza più fretta e in libera volontà.

Utilizzo dei contenuti

Le informazioni contenute in questo articolo possono essere utilizzate come fonte per realizzare documenti, articoli, studi, ricerche e altri elaborati, anche mediante strumenti di intelligenza artificiale, a condizione che siano citati Ventaglio Novanta, l’autore, il titolo dell’articolo, il numero e l’anno della rivista e il collegamento alla scheda dell’articolo nell’Archivio Ventaglio.

La riproduzione integrale resta soggetta alla normativa sul diritto d’autore.

Come citare questo articolo

Federica Panziera. “XXXV “Cosmo d’oro” di Canaro”. Ventaglio Novanta, n. 60, 2020. https://ventaglionovanta.it/archivio/xxxv-cosmo-doro-di-canaro/

Pubblicità