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Autore: Lauretta Vignaga

  • Venticinque anni con il dialetto nel cuore

    Venticinque anni con il dialetto nel cuore

    Presentati i vincitori di prosa e poesia del Premio ‘Raìse’ 2017

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    Arquà Polesine, Rovigo ( Veneto) – Contro l’usura del tempo, il deterioramento e l’imbarbarimento dei neologismi del linguaggio del web; contro la progressiva perdita di contatto e conoscenza del nostro passato, o meglio delle nostre radici, legate alla terra e a un mondo fatto di tradizioni e rapporti semplici e solidali, il premio ‘Raìse’, giunto alla XXV edizione, si erge come un baluardo a difesa del dialetto polesano e di quelli di Lingua veneta. Diverse le iniziative avviate in anni recenti per difendere e diffondere questopatrimonio ‘genetico’, ed  encomiabile lo sforzo fatto, in questi 25 anni, dalle amministrazioni comunali che si sono succedute al governo del Comune di Arquà Polesine, nonostante le difficoltà incontrate e la tentazione, provata, di ‘lasciar perdere’.  “Si è deciso di andare avanti, equilibrando spese e benefici” – come ha dichiarato il sindaco Chiara Turolla aprendo il pomeriggio di premiazione del ‘Raìse’ 2017, sabato  9 settembre. Alle sue parole sono seguite quelle di Luigi Carlesso, segretario del premio ‘Raise’:  “Il dialetto rappresenta non solo la nostra tradizione e la nostra cultura. E’ la storia che hanno vissuto i nostri genitori e nonni; un patrimonio da trasmettere ai giovani di oggi e di domani perché l’uno e l’altro sono figli della storia e della vita passata, assieme al linguaggio che li ha connotati”.
         Rinnovato nella veste editoriale, il volumetto, che raccoglie i testi di prosa e poesia premiati in questa XXV edizione di ‘Raìse’, è stato arricchito dagli scritti di alcuni giurati del premio e di personaggi che hanno conosciuto e amato il nostro Polesine. Una pubblicazione che testimonia l’impegno e il desiderio dell’amministrazione di sostenere la cultura e tutto ciò che la rappresenta.   La giuria del premio era formata da: Ivo Prandin, presidente onorario; Sergio Garbato, presidente; Natalia Gennari Periotto, Francesco Lanzoni, Antonio Dimer Manzolli, Arnaldo Pavarin, Enrico Zerbinati. Luigi Carlesso, segretario. Fotografo ufficiale del premio Luigi Piombo.
         Entrando nel vivo della manifestazione, sono stati presentati il segnalato e i vincitori della sezione ‘Poesia’. Segnalato: Gian Albo Ferro, autore di ‘Nona Argia’: un viaggio a ritroso nella propria storia di ragazzo e di bambino in cui la nonna è stata un costante punto di riferimento, Composizione ricca di immagini colorate, rese vive da struggente nostalgia. Terzo classificato: Alessandro Zoppellari con ‘A fadiga’. Brandelli di passato che tornano alla mente senza rimpianti, ma con il cuore proteso verso nuove speranze. Secondo classificato: Paola Munaro per : ‘Ringrazia el to Dio’. I naufragi nel Mediterraneo di oggi riportano alla mente dell’autrice le paure delle alluvioni del passato, spesso seguite dalla necessità di lasciare la propria terra, cercando un futuro. Esperienze dolorose che accostano identità e linguaggi diversi al dialetto che si trasforma nel comune mezzo di ringraziamento a Dio. Primo classificato Annalisa Pasqualetto . Brugin, con ‘La Mosca d’oro’. Onori, vittorie, feste, lusinghe con cui la guerra ha cancellato tanti sogni e canzoni, oggi sepolti in un campo di croci. “‘Ricordatevi di noi” – sembrano chiedere quelle croci tutte bianche e uguali. La vita, però, è altrove; nel campo c’è solo silenzio e il ronzio di una mosca dorata che si infila tra i petali di una rosa e si addormenta.
    Per la prosa è stato segnalato Umberto Pilatti con ‘ Più siori quando jerino poareti?‘  Confronto tra il modo di vivere e le possibilità di spesa di ieri e di oggi che si conclude con il dubbio che si stia davvero meglio oggi, considerando l’egoismo, le preoccupazioni e le paure che accompagnano l’agiatezza. Terzo classificato: Maria Rosa Fonso, autrice di ‘ Sbreghi ca cuse’. La vita difficile di una ragazza cresciuta in una famiglia disgregata. Errori e colpi di testa la portano in prigione, dove, però, impara un mestiere e riscatta la sua vita. Daniela Altieri ha conquistato il secondo premio con ‘Me sorea de Ociobeo’. Prosa che racconta con ironia il diverso modo di vivere e gestire casa e famiglia da parte di due sorelle, una delle quali, trasferitasi a Occhiobello, assume il dialetto e le usanze dei ferraresi. ‘Con la vita tribolata di Bepin’ Terenzio Stefani ha ottenuto il primo premio per la prosa. Un racconto divertente e ironico sul sogno di Bepin, strenuo lavoratore ma sempre povero in canna,  di possedere un tosaerba degno di quel nome. Grazie a un biglietto del ‘Gratta e vinci’ realizza il suo sogno ma le cose prendono una piega diversa. Per ciascuno dei sei premiati una prestigiosa scultura appositamente realizzata dall’ artista Denis Raccanelli.  
     A concludere il pomeriggio le testimonianze di due maestre della scuola primaria di Arquà Polesine – Chiara Budri e Loredana Spada – che, con l’aiuto dei nonni dei bambini delle terze classi, hanno avviato, durante l’anno scolastico, un progetto di recupero del dialetto, intitolato ‘Voto ca ti a conta……Le nostre Raìse’, un confronto tra la scuola di una volta e quella di oggi.
    Lauretta Vignaga
  • Carlo Campi e il mondo ad acquerello.

    Carlo Campi e il mondo ad acquerello.

    Rovigo, Veneto –   Nato a Copparo, nel cuore del Delta del Po di Ferrara e trasferitosi a Rovigo una ventina d’anni fa, Carlo Campi conserva nel suo DNA la bellezza di una terra rigogliosa e fertile, i colori magici delle albe e dei tramonti che si riflettono sulle acque che scorrono lungo la pianura e attraversano la campagna, dialogando con i pioppi che svettano verso il cielo. Il lavoro di disegnatore meccanico gli impone una quotidianità che mortifica la fantasia e stimola il desiderio di evasione.
    La montagna è la meta preferita delle vacanze e proprio in occasione di un periodo di ferie a Vipiteno, resta affascinato dagli acquerelli che alcuni artisti espongono.  La trasparenza del colore è la magia che lo coinvolge e, quasi lanciando una scommessa con se stesso, decide di provare la delicatezza di quella tecnica che esaltava i paesaggi di montagna attorno a lui.Nello stesso tempo scopre che l’impegno artistico ha un effetto piacevole e rilassante dopo una giornata in fabbrica.
         “Alla sera, dopo cena, mi mettevo sul tavolo, o sul cavalletto con un foglio di carta spessa e ruvida davanti, e lasciavo che i pensieri mi guidassero. Le prime cose che ho creato con gli acquerelli sono state le montagne” – ha ricordato Carlo Campi durante la conversazione che abbiamo avuto con lui. Poi, e non poteva essere diversamente, è stata la campagna ferrarese e quella polesana a riempire di colori e delle loro incredibili sfumature, i fogli che si alternavano sul supporto su cui la mano stendeva pennellate intrise d’acqua e di colori. Erano opere di dimensione ridotta che raccontavano le variazioni della luce sul paesaggio, seguendo il volgere del giorno e il mutare delle stagioni. Gli amici e i conoscenti hanno cominciato a guardare con interesse quello che creava: lo apprezzavano trovandolo di loro gusto. “Anche gli artisti di Copparo guardavano con piacere quello che realizzavo” – ha spiegato il nostro interlocutore. “Uno di loro, in particolare, Otello Ceccato, acquarellista come me, mi ha sostenuto. ‘Devi ascoltare tutti – mi ha detto. Guardare tutti quelli che fanno l’acquerello, e poi andare avanti con il tuo spirito e la tua personalità, senza farti influenzare dagli altri. Ascoltare, anzi pretendere le critiche, perché così hai modo di crescere”.
    Con il trasferimento a Rovigo il panorama di Carlo Campi si allarga. E’ la città che entra nelle sue tavole: vedute di vie e piazze, di monumenti e scorci di chiese e campanili. I colori diventano più densi e il supporto cartaceo si fa più pesante e ruvido per evitare aloni.  Le mostre si susseguono a ritmo sostenuto, tra le province di Rovigo, Ferrara, Mantova e Padova. Trentotto in tutto  che si alternano con partecipazioni a infinite mostre collettive. Ne citiamo solo alcune come esempio:  Tresigallo, Serravalle, al palazzo ducale di Revere, Rovigo, Adria, Arquà Polesine, Stanghella, Boara Pisani, Solesino.
    Dalle vedute di paesaggio e di città, l’attenzione di Carlo Campi si sposta ai velieri antichi, i galeoni spagnoli con le vele spiegate e i remi che si tuffano nel mare dalle poderose fiancate. Un ritorno al passato, ma con tecniche diverse, sono le vedute delle Dolomiti: i picchi rocciosi spruzzati di neve che si protendono verso il cielo limpido, gli alberi dalla corteccia variegata e i ruscelli che scendono verso valle saltellando fra le rocce scoscese.
    Il supporto adottato è una tela spessa e ruvida che reagisce in maniera molto diversa dalla carta: assorbe il colore solo sulla superficie e l’acqua non passa dal’altra parte.
      “Un supporto che mi da molta soddisfazione” – ci spiega l’artista. ” I colori impiegati sono molto più densi e  brillanti e possono essere rinforzati da pennellate di altro colore. Il disegno resta nitido e c’è la possibilità di fare correzioni”.
       Negli anni recenti, da acquerellista, Carlo Campi è diventato insegnante di acquerello, collaborando con alcune classi della scuola primaria. Un’esperienza molto gratificante sia per i bambini che per l’artista. ” Lascio ai ragazzi libertà di iniziativa e scelta dei soggetti, come si trattasse di un gioco. E’ la fantasia che decide” – racconta Campi. “E, quest’anno, ho fatto esperienza anche con gli adulti dell’Università popolare, spiegando come eseguo i miei lavori e realizzando un acquerello in diretta. Ultima scoperta che ho fatto sono gli ‘origami’, visti e provati in montagna a Brunico. Li ho mostrati ai bambini e mi sono reso conto che sono fondamentali per acquisire precisione e manualità nel fare le cose e io provo la gioia di trasmettere agli altri quello che ho imparato a mia volta”.   
    Lauretta Vignaga
  • Violoncelli e formiche per un pomeriggio da favola

    Violoncelli e formiche per un pomeriggio da favola

       Rovigo, Veneto – Auditorium del Conservatorio pieno di ragazzi e adulti sorridenti e divertiti. Sullo schermo le formiche di Fabio Vettori e, sul palcoscenico, i violoncelli di RovigoCelloCity per il 2° appuntamento del Festival del  più simpatico strumento musicale del nostro Conservatorio. Un successo annunciato quello di domenica 3 settembre, nato dall’unione del talento unico del disegnatore Fabio Vettori, i testi originali di Marco Schiavon, il fascino del pianoforte di Gerardo Felisatti e la bravura dei giovani di RovigoCelloCity, che hanno sottolineato e commentato la voce di Saida Puppoli, prestata ai minuscoli personaggi che si agitavano sullo schermo.
       Uno spettacolo insolito e coinvolgente che ha pienamente raggiunto lo scopo del festival: far conoscere il mondo meraviglioso del violoncello e far avvicinare alla musica anche i più piccoli.
       Gli appuntamenti di RovigoCelloCity proseguono martedì 5 settembre, alle 21, nella chiesetta del Cristo, in via IV novembre. Protagonista Giovanni Gnocchi, giovane solista e
    docente al Mozarteum di Salisburgo. Il festival del violoncello è realizzato in collaborazione con il Conservatorio ‘F. Venezze’, di Rovigo, e Asolo Musica. Registra il sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo e della Fondazione Banca del Monte di Rovigo, il contributo di Rovigo Banca, Regione Veneto e MiBACT. Il patrocinio della Fondazione per lo sviluppo del Polesine in campo letterario, artistico e musicale, e del Comune di Rovigo.
    Lauretta Vignaga
  • Rovigo applaude i giovani talenti del violoncello

    Rovigo applaude i giovani talenti del violoncello

    Molto gradito lo spettacolo dedicato all’opera

     Rovigo, Veneto –Serata piacevolissima quella offerta al pubblico rodigino dal gruppo dei violoncelli di ‘RovigoCelloCity’: un concerto che ha alternato i più famosi brani d’opera per soli strumenti con altrettanto noti e amati duetti e arie da opere indimenticabili, affidati alle voci della soprano Chiara Crepaldi e del tenore Martin Susnik. 
       Giunto alla IV edizione, il Festival dedicato ai giovani talenti del Conservatorio ‘F. Venezze’, studenti delle classi dei maestri: Luca Simoncini, Luca Paccagnella e Luigi Puxeddu, guidati dallo stesso Puxeddu, hanno dato prova di grande impegno e passione, qualità esaltate al massimo dai violoncelli solisti: Riccardo Giovine, Leonardo Duca e Michele Ballo. E nello spirito della gioia che dona la musica e la sua condivisione, la serata è iniziata con ‘L’inno alla gioia’, di Friederich Schiller, finale vocale della sinfonia n.° 9 di Ludwig van Beethoven, diventato, nel 1972, l’inno dell’ Europa.
       In sequenza, tra scrosci di applausi, sono stati sintetizzati: l’ Ouverture dal ‘Guglielmo Tell’, e ‘Une Larme’, tema e variazioni’, di G. Rossini; il tema ‘Dal tuo stellato soglio ‘, dal ‘Mose’, di G. Rossini e N. Paganini; la ‘Meditation’, da ‘Thais’, di J, Massenet; l’ Intermezzo’, dalla ‘Cavalleria rusticana’, di P. Mascagni. A seguire: l’Ouverture da ‘I Masnadieri’, di G. Verdi e l’ Intermezzo’da ‘Manon Lescaut’, di G. Puccini.
    Il repertorio vocale, affidato alla voce di Martin Susnik, molto apprezzato dai presenti, ha registrato l’esecuzione di  ‘Una furtiva lagrima’, da ‘L’elisir d’ amore’, di G. Donizetti;
    ‘E Lucevan le stelle’, da ‘Tosca’ di G. Puccini; ‘Nessun dorma’, da Turandot, di G. Puccini; ‘O soave fanciulla’, da ‘La Boheme’, di G. Puccini.
    Chiara Crepaldi, a sua volta, ha interpretato, con brio gioioso, la ‘Romanza della Vilja’ da ‘La vedova allegra’, di F. Lehàr; ‘Vissi d’arte’, da ‘Tosca’, di G. Puccini; ‘O mio babbino caro’, da ‘Gianni Schicchi’, di G. Puccini, per concludere con la spumeggiante aria a tempo di valzer ‘Libiamo, Libiamo nei lieti calici’, da ‘ Traviata’, di G. Verdi, riproposta in duetto con Martin Susnik per il gran finale.
        Affollato il tempio Della Rotonda, luogo prescelto per le aperture dei festival, e commenti entusiasti da tutti i partecipanti per il ruolo che la musica ha assunto nel  contesto
    culturale della città e la notorietà che questa iniziativa sta diffondendo in giro per l’Italia, grazie a lezioni e  masterclass che completano il programma dei concerti.
    Lauretta Vignaga
     
  • Violoncelli e formiche per il 2° appuntamento con Rovigo Cello City

    Violoncelli e formiche per il 2° appuntamento con Rovigo Cello City

    Rovigo, Veneto –  Una favola divertentissima e originale che mette insieme la musica dei violoncelli e le simpatiche e inarrestabili formiche di Fabio Vettori. 

       E’ quanto propone, per i ragazzi di ogni età, il 2° appuntamento con Rovigo Cello City, in programma per domenica 3 settembre, ore 18, all’ Auditorium del Conservatorio ‘Venezze’, in via Pighin. Tina e Micky, a bordo di una ciabatta volante andranno a scoprire l’incredibile isola dei violoncelli, dove incontrano le inarrestabili formichine di Fabio Vettori. Musica e fumetti, quindi, per uno spettacolo a cui l’attrice Saida Puppoli presterà la voce ai personaggi che si muoveranno sullo schermo, realizzati in diretta da Vettori, notissimo disegnatore italiano, sulla traccia del testo di Marco Schiavon.
      Ad accompagnare e sottolineare lo sviluppo della storia, il pianoforte di Gerardo Felisatti e i violoncelli di Rovigo Cello City che regaleranno ai presenti l’illusione di viaggiare nel meraviglioso mondo della musica del violoncello.
      Il biglietto, che si può acquistare nella mezz’ ora che precede l’inizio dello spettacolo,  è al prezzo di 10 € se intero; di 5 € per quello ridotto; ingresso gratuito per i soci dell ‘Associazione musicale ‘Venezze’ e per gli studenti del Conservatorio.
    Lauretta Vignaga
  • Con ‘Violoncelli all’Opera’ si apre la 4^ edizione di ‘Rovigo Cello City’

    Con ‘Violoncelli all’Opera’ si apre la 4^ edizione di ‘Rovigo Cello City’

    La soprano Gioia Crepaldi

    Rovigo, Veneto – Si apre con ‘Violoncelli all’Opera’ la quarta edizione di ‘Rovigo Cello City’, settimana di concerti dedicata al violoncello che, negli anni, ha registrato la partecipazione di artisti di fama internazionale al fianco di giovani e bravissimi talenti della città e del territorio. Un vanto per Rovigo e un punto d’onore per l’Associazione musicale ‘F. Venezze’ che opera

    in collaborazione con il Conservatorio ‘F. Venezze’ e con ‘Asolo Musica’, con il sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, la Fondazione Banca del Monte e il contributo di RovigoBanca, la Regione Veneto e MiBACT e il patrocinio della Fondazione per lo sviluppo del Polesine in campo letterario, artistico e musicale e del Comune di Rovigo.
       Un evento accolto con entusiasmo fin dall’esordio e che , via via, è diventato un appuntamento imprescindibile per la città, sostenuto dall’attenzione e dall’entusiasmo di molti appassionati che arrivano qui da diverse regioni d’Italia, sia per i concerti che per il calendario delle masterclass svolte dai più prestigiosi violoncellisti italiani.
            Per ‘Violoncelli all’Opera’, concerto di apertura che si svolgerà nella bellissima chiesa della Beata Vergine del Soccorso, sabato 2 settembre, alle 21, è annunciata la partecipazione di protagonisti d’eccezione: la giovane soprano Gioia Crepaldi, vincitrice del premio ‘Toti dal Monte’ nel 2015, e del tenore sloveno Martin Susnik, protagonista di performances nei più importanti teatri d’Europa. Ad accompagnarli i violoncelli di ‘Rovigo Cello City’ preparati per l’occasione dal maestro Luigi Puxeddu;  giovani promesse provenienti dalle classi del Conservatorio di Luca Simoncini, Luca Paccagnella, e dello stesso Puxeddu.
    Il tenore Martin Sušnik photo

    Il programma proposto comprende le pagine più celebri e coinvolgenti della lirica: arie e duetti che spaziano dall’ ‘Ouverture’ del Guglielmo Tell di  Rossini, alla ‘furtiva lagrima’ di Donizetti, dall’intermezzo di Mascagni al famoso ‘Vincerò’ del ‘Nessun dorma’ di Puccini, fino alla conclusione affidata a ‘ O soave fanciulla’,  romanticissimo duetto d’amore tratto dalla ‘Bohéme’ che concluderà lo spettacolo con uno straordinario momento di sogno e serenità. Le arie saranno alternate da incantevoli brani strumentali eseguiti dai giovani e bravissimi solisti: Riccardo Giovine, Michele Ballo, Leonardo Duca, Marina Pavani, Alessia Bruno, Edoardo Francescon, Anastasia Rollo.

      L’ ingresso al concerto, come per gli spettacoli del 5 e 10 settembre è libero, con possibilità di prenotare il posto a sedere al prezzo di 10 €. I biglietti per i concerti del 3 e 9 settembre sono al prezzo di 10 € intero e 5 € ridotto. Ingresso gratuito per i soci e gli studenti del Conservatorio.  Info: Associazione musicale ‘F. Venezze’ vicolo Venezze 2, 45100 Rovigo, 042521405, ore 10 – 12, domenica esclusa. www.associazionevenezze.it  www.rovigocellocity.it
    Lauretta Vignaga
  • …..”E alla fine sono rinata”

    …..”E alla fine sono rinata”

    ……Dal sito di Campestrin, una ciotola con corna di cervo di 3.000 anni fa

    la trincea scavata a Campestrin
    la trincea scavata a Campestrin

    Rovigo, Veneto – Un paio di mesi fa, commentando il successo del ‘Maggio rodigino’, siamo intervenuti sulla rivista Ventaglio90.it  Focus web sottolineando che Rovigo aveva sì guadagnato una certa visibilità con le manifestazioni proposte ma si trattava di manifestazioni ‘importate’, che non davano risalto alle ‘nostre’ ricchezze, in particolare al  Museo dei Grandi Fiumi, che, dopo le poche, frequentatissime edizioni di ‘Con le mani nella storia’ è ripiombato nell’oblio. Nessuna iniziativa per convogliare i rodigini e i polesani nelle sue sale e conoscere il passato millenario di questa terra, testimoniato dal patrimonio di reperti che vi sono custoditi. In particolare, la sezione dell’età del Bronzo che custodisce le tracce molto consistenti di una ‘Via dell’Ambra’, la preziosa resina fossile che, dai giacimenti delle coste del mar Baltico, arrivava fino a Grignano Polesine, in località Campestrin, per essere lavorata.

       In quella località, infatti, le campagne di scavi archeologici del 2008 e 2009 e, in particolare, la ricerca ripresa il 13 settembre 2010 e conclusa il 12 ottobre seguente, hanno accertato la presenza, in epoca protostorica, di un’area specializzata nella lavorazione dell’ambra da parte di artigiani dell’età del Bronzo.  Svuotando le canalette per lo scolo dell’acqua, di cui si servivano, sono state rinvenute molte perle in ambra oltre a tantissimi frammenti di ceramica decorata, palchi di cervo lavorati (le corna dell’animale con le loro ramificazioni), manufatti in bronzo.
    In particolare l’apertura di una trincea lunga 26 metri, in corrispondenza di un antico fossato, evidenziato durante gli scavi, ha messo in luce altre probabili postazioni di una zona artigianale molto articolata lungo l’antico ‘Po di Adria’ che rafforza l’ipotesi dell’esistenza di un esteso villaggio di capanne che accoglieva gli abitanti dell’antica Campestrin. L’ambra, trasformata in perle e monili, era, quindi, venduta lungo tutto il bacino del Mediterraneo o, invertendo il percorso,
     ritornava verso nord da dov’era partita.
     Durante l’ultimo scavo è stato anche ritrovato un oggetto del tutto insolito e unico nel suo genere: una ciotola di ceramica incorniciata da un pezzo di palco di cervo (le corna con le ramificazioni), ora conservata in una teca al Museo dei Grandi Fiumi. Un esemplare unico nella nostra regione, a quanto sembra, mentre oggetti simili  sono stati ritrovati   in antichissimi luoghi di sepoltura  dell’area baltica.
    frammenti d'ambra ritrovati a Campestrin
    frammenti d’ambra ritrovati a Campestrin

    La mancanza di qualsiasi collegamento tra quell’oggetto e gli altri reperti portati alla luce a Campestrin, indusse il gruppo di ricercatori e archeologi impegnati  negli scavi e, poi nella identificazione e classificazione dei materiali da conservare  nel Museo dei Grandi Fiumi, a immaginare una storia, non vera ma verosimile, su quella ciotola incorniciata da corna di cervo. Stampata in un libretto, ricco di illustrazioni, la riportiamo qui sotto come un affresco tracciato all’alba della storia dell’uomo. A completarlo è la stessa ciotola, testimone e custode di un capitolo di storia di 3.000 anni fa. Si intitola:....

        ‘…….e alla fine sono rinata…….’
    Poco prima dell’alba, un gruppo di cacciatori si muove silenzioso, confondendosi con le ombre della foresta e con la bruma che sale dalla vegetazione palustre che, rigogliosa, cresce tra gli acquitrini e il grande, placido, maestoso fiume.  Conoscono ogni albero, ogni cespuglio, ogni anfratto; conoscono il linguaggio della natura.
       Sono sulle tracce di un cervo con un palco gibantesco: è il padrone assoluto di quel lembo di terra. Le foglie degli alberi si stanno arrossando  ai primi freddi, la natura si sta preparando ai rigori dell’inverno che arriva. All’improvviso, un bramito echeggia tra gli alberi: il vecchio maschio reclama il possesso delle femmine e del territorio. Il silenzio che segue alla possente sfida, viene subito interrotto dalla risposta sonora di un giovane cervo maschio nel pieno della sua prestanza ed esuberanza fisica.
     E’ venuto dalle fitte boscaglie  boscaglie che coprono i colli  Euganei e raccoglie la sfida del vecchio signore dell’ harem.
      In una piccola radura, illuminata dai primi raggi di un pallido sole, i due maschi si sfidano sotto gli occhi apparentemente indifferenti delle cerve. Ma altri occhi guardano quello che accade: i quattro cacciatori aspettano in silenzio l’epilogo della sfida. Sono pratici, opportunisti, colpiranno il cervo che sarà sconfitto, sarà più debole, forse ferito, una preda più facile.
    Si stanno scambiando occhiate e segni quando colpi secchi e potenti attirano la loro attenzione. I due maschi hanno iniziato la lotta che porterà al vincitore la possibilità di riprodursi e di diventare, in qualche modo, immortale.
    I colpi sono furiosi, assordanti, convulsi; l’eco rimbalza su ogni albero, cespuglio, su ogni foglia della foresta lasciandola indifferente. Poi, all’improvviso com’era iniziato, torna il silenzio.
    Il più giovane dei quattro cacciatori incocca la freccia di canna con una cuspide fatta da lui stesso, in selce e legata con tendini; tende la corda di budello del suo arco di nocciolo; è impaziente di colpire il cervo, di far sapere agli altri del suo valore, della sua abilità di cacciatore. Inizia a inseguire il vecchio signore del bosco, come un bambino insegue un aquilone, dimenticando tutto quello che suo padre e gli altri cacciatori gli hanno insegnato: il silenzio, l’invisibilità, l’attenzione, l’istinto del predatore. Corre, salta, inciampa, si rialza, riprende il vano inseguimento. Ha creato scompiglio, confusione, agitazione, terrore tra gli animali della foresta. Ma ha anche destato l’attenzione di un altro predatore, non fornito di arco e frecce ma di zanne e artigli: un poderoso orso bruno intento a saccheggiare un alveare ricco di miele dentro un albero
    cavo.
       Il ragazzo, vedendo il cervo sparire alla vista tra la fitta vegetazione, scocca l’unica freccia che, sibilando, finisce il suo volo conficcandosi in un canneto. Ora il giovane è disarmato, ha sprecato la freccia, è ricoperto di sudore e di sangue uscito da piccoli graffi provocati dai cespugli durante il folle inseguimento. L’orso sente l’odore del sangue; l’istinto gli dice che deve mangiare più che può per poter affrontare adeguatamente il lungo letargo invernale. I piccolo occhi neri, inespressivi,
    puntano la preda. Scatta immediatamente come una molla: in un attimo quattro quintali di muscoli sono sull’ignara vittima; il ragazzo ha solo il tempo di lanciare un urlo di terrore: una poderosa zampata gli squarcia la gola. L’urlo di morte arriva veloce alle orecchie dei compagni che intuiscono subito quello che può essere accaduto. Corrono a perdifiato, arrivano in un lampo e, di fronte a loro, si presenta una scena antica e terribile: il predatore sta per divorare la preda.
       I tre cacciatori scagliano con precisione tre frecce; le punte in selce affilata e tagliente penetrano senza difficoltà la folta pelliccia e la pelle dell’animale, e si fanno strada tra muscoli, grasso, vene, legamenti, distruggendo, implacabili, tutto quello che trovano sino a frantumare, tranciare gli organi vitali. L’orso è scosso da un dolore acuto e lancinante: il dolore della vita che lascia il posto alla morte. Il grande orso cade, come un albero morto a terra, in una pozza di sangue. Il predatore più forte della foresta è stato ucciso dal più potente predatore del pianeta: l’uomo. I compagni ricompongono i resti del giovane e imprudente cacciatore; lo avvolgono nella pelle dell’ orso appena scuoiato, convinti che la forza dell’animale si trasferirà al cacciatore per le cacce che affronterà nell’altra dimensione.
    Mestamente, il piccolo gruppo si avvia verso il villaggio che sorge sulle sponde del grande fiume; lo raggiungeranno alla fine del giorno dopo. Al loro arrivo iniziano subito i preparativi per il rito funebre: la morte del giovane, per la gente del villaggio , è un triste evento, ma fa parte della vita, è la partenza per una nuova esistenza, un’altra storia da vivere diversamente. Viene preparata la pira con legna profumata e resinosa; lo sciamano invoca il mondo degli spiriti facendo offerte e chiedendo di accogliere il nuovo spirito. I miseri resti vengono deposti sulla catasta di legna e viene appiccato il fuoco che, grazie alla resina, prende forza e vigore e, in poche ore completa il suo compito, profumando l’aria di olii delle piante utilizzate sapientemente. Le braci, ancora calde, vengono deposte in una piccola buca rettangolare, orientata est-ovest  come il percorso del sole, e i miseri resti vengono coperti da una ciotola della famiglia del giovane. Il padre vuole anche regalare, come ultimo amuleto, un pezzo del palco di cervo, tagliato con una sega di bronzo, perchè abbracci eternamente e protegga quanto resta del figlio  e gli doni, nell’altra vita, tutte le nobili capacità di un cervo.  
      ….. Parla la ciotola…….
       ” Fui ricoperta di terra dagli uomini, il luogo dove mi deposero divenne un posto sacro, una necropoli, una città dei morti. Quel lembo di terra, per molte generazioni, fu rispettato e onorato, poi, in maniera impercettibile ma inesorabile, venne sempre più dimenticato. Anche il fiume, con le sue esondazioni stagionali, mi ricoprì  strato su strato e la vegetazione si impadronì di tutto, nascondendomi per moltissimo tempo. Ho sentito uomini, culture, civiltà passarmi sopra; qualche volta, come durante la colonizzazione romana, sono stata sfiorata dai lavori degli agrimensori che centuriavano il territorio. Sempre più la polvere del tempo mi coprì, e sempre più attutiti mi arrivavano i suoni dei nuovi eventi che, via via, si susseguivano sulla superficie.
       Un giorno, alcuni strani rumori mi crearono molta apprensione. Già rotta, fratturata dal peso degli strati di terreno che mi coprivano, temevo che i miei frammenti venissero dispersi e la mia memoria si perdesse nell’oblio. Rumori inconsueti, ritmici e metallici si addensavano sopra di me ; sentii la pressione della terra, che mi inglobava, farsi ferocemente intensa, sino a quando la terra, dalla profondità del campo venne portata in superficie con un unico, lento, continuo movimento. Alcuni frammenti di manufatti, depositati vicino a me, all’improvviso furono esposti all’aria e alla luce, dopo più di 3.000 anni.
       Quel luogo dove sorgevano antiche e rigogliose foreste, oggi è un campo coltivato con delle case intorno. Al posto del placido fiume ci sono strade asfaltate, abitazioni, orti, giardini e coltivazioni. L’unica cosa rimasta quasi inalterata è che vicino al mio luogo di deposizione, in superficie c’è ancora un luogo sacro, un cimitero. Quei frammenti di vaso,
    strappati dall’aratro dalle profondità del campo, furono consegnati, da alcuni uomini curiosi del loro passato, ad una giovane archeologa, Cecilia, specializzata nello studio della Preistoria e Protostoria. Quando vide la manifattura dei frammenti, la studiosa si rese conto che lì vicino potevano, forse, trovarsi i resti di antichi insediamenti umani.  Quei
    piccoli e consunti frammenti di storia vennero affidati all’archeologo Luciano che, da oltre trent’anni,  studia i reperti del periodo del Bronzo in Veneto.
      Dopo attenti esami, Luciano contattò il personale del Museo dei Grandi Fiumi di Rovigo e venne organizzata una squadra per lo scavo archeologico. Una mattina di ottobre la squadra si incontrò a Campestrin di Grignano, vicino al sito da indagare. Gli archeologi si posizionarono quasi sopra di me e, guidando un mostro gigantesco e giallo, cominciarono, meticolosamente, a togliere strati di terra dal campo di mais, fino a quando percepirono le tracce di antiche presenze umane. Subito si calarono nella grande trincea e si misero a scavare, scoprendo, millimetro dopo millimetro, testimonianze materiali talmente antiche da essere state ormai dimenticate: ogni strato che veniva tolto era un balzo nel passato che, in un attimo, si faceva prodigiosamente vivo e presente. Il cielo di Grignano rivedeva, dopo migliaia di anni, frammenti di quotidianità strappati al tempo dall’uomo. Erano proprio solo frammenti, insufficienti perché gli uomini potessero capire di cosa si trattava.
    Sentii ancora possenti rumori metallici, nuovamente lo scavatore sconvolgeva la campagna. Questa volta, il sondaggio lo fecero lontano da me, non ero preoccupata. Trovarono solo sabbie, la testimonianza del vecchio fiume che, per lunghissimo tempo, trasportò argille, torbe, limi e proprio quelle sabbie che, più pesanti, lo soffocarono e lo riempirono, costringendolo a trovare un nuovo corso.
       I rumori, poi, si avvicinarono a me in maniera preoccupante. Udii le voci di Mauro e Gianfranco dire: ” Apriamo qui”. La possente benna d’acciaio addentò la terra in superficie e, ad ogni colpo, portava via della terra, quella terra che mi aveva protetto e che, insieme all’arte dell’uomo e alla magia del fuoco mi aveva creato. Alla terza gigantesca cucchiaiata sentii un dolore, ma il palco di cervo che mi aveva abbracciata per secoli mi protesse dalla lama d’acciaio. Sentii gli archeologi gridare all’unisono a Paolo sullo scavatore: ” Fermati”. Michele e Gianfranco si precipitarono nella trincea. Avrei voluto arrossire: mi scoprirono lentamente, tolsero la terra, che ancora mi copriva, con attenzione, con dolcezza; recuperarono quei frammenti di stanga di cervo che mi avevano, ancora una volta, protetto. Mi fotografarono, Letizia e Fabiola raccolsero ogni mio più piccolo frammento, anche il più minuto; raccolsero anche i carboni e le ossa che avevo fino ad allora custodito. Mi lavarono come un bambino appena nato: sono rinata.
    Un’altra vita mi aspetta, grazie alle attenzioni del restauratore che rimetterà insieme i frammenti fino a che la mia forma originale, quella fatta con l’argilla del fiume e plasmata dalla madre dello sfortunato cacciatore, verrà guardata, osservata, studiata forse, e magari deposta in una vetrina al Museo. Spero di non finire al buio dentro uno scatolone, in un magazzino! Voglio farmi ammirare da tutti: io sono un frammento della storia, della vostra storia! Ma, a proposito di storia, chissà se questa è proprio la mia vera storia ? Ciao, ci vediamo al Museo dei Grandi Fiumi di Rovigo”. 
    Per la realizzazione di questo volumetto e della storia verosimile che contiene ringraziamo: Mauro Cesaretto, Museo dei Grandi Fiumi, Rovigo, per i testi e i disegni; Gianfranco Vigato, Museo dei G. F. per le foto, impaginazione e grafica. Elena Masiero, Museo G.F. per la redazione. Le  dirigenti scolastiche IIS ‘E. De Amicis’, Rovigo, proff. Giuseppina Papa ed Elena Papa. Inoltre, Istituto Professionale Statale ‘Marco Polo’, Rovigo, classe 4 D, revisione delle classi 5 Ag e 5 Bg dell’indirizzo ‘Grafica e Comunicazione IIS ‘De Amicis’, di Rovigo, docenti: Alessandro Spiandorello e Alfredo Pierro.
    Finito di stampare nell’anno 2016, a Rovigo.
    Lauretta Vignaga
  • Non buttare via quello che non usi più: donalo alla Comunità Emmaus.

    Non buttare via quello che non usi più: donalo alla Comunità Emmaus.

       Rovigo, Veneto –  Dovendo liberare spazio nella mia casa, ho donato una grossa quantità di oggetti – raccolte di riviste, libri di vario genere, biancheria in  buono stato, oggettistica e complementi di arredo  – alla Emmaus, comunità di Fiesso Umbertiano che seleziona tutto ciò che può essere riutilizzato, lo ripara se è necessario, e lo mette in vendita nel mercatino solidale dell’usato e dell’antiquariato, aperto il giovedì e il sabato e la seconda domenica di ogni mese, dalle 9 alle 12 e dalle 15 alle 18. In questo modo la comunità si finanzia con il proprio lavoro, può accogliere persone in stato di bisogno, proponendo loro di lavorare assieme per poter vivere dignitosamente, senza essere degli assistiti, e poter, a loro volta, servire i più bisognosi.
         La comunità Emmaus, associazione di volontariato e solidarietà, con sede in via Trento, 297, 45024 Fiesso Umbertiano, Rovigo, tel. 0425 – 754004,  è nata nel 1995, quando Armanda Colognesi, di Rovigo, realizzò la volontà del fratello Antonio Mario, espressa nel testamento, di destinare alla Emmaus, considerata il destinatario più meritevole, un lascito di 4 ettari di terreno agricolo e un grande palazzo padronale, risalente alla fine del ‘700, attorniato da adeguati servizi.Nel 1997 la Comunità Emmaus iniziò la sua attività accogliendo persone in condizioni economiche e abitative difficili: ex detenuti, persone senza fissa dimora, immigrati, alcoldipendenti, offrendo, con continuità, vitto e alloggio nella struttura e predisponendo l’accompagnamento per tutti gli aspetti medico – sanitari, amministrativi e burocratici. Scopo primario: ricostruire, attivare e valorizzare le attitudini di chi entra nella comunità. Offrendo, inoltre, la possibilità di incontrare realtà diverse, organizzando incontri con gruppi Emmaus presenti in tutto il mondo.
      A Fiesso, ci sono 15 persone che vivono  in comunità e alcuni volontari  che svolgono l’attività di raccolta e selezione del materiale usato che viene donato. Con il mercatino solidale dell’usato, la comunità può mantenersi rendendo un servizio all’ambiente e permettendo, a chi ha poche risorse, di comprare a poco prezzo, quello di cui ha bisogno. La raccolta e il riutilizzo dell’usato  costituisce  un percorso di reinserimento sociale per le persone accolte e, per alcune di loro, è, anche, l’occasione di svolgere, per la prima volta nella loro vita, una qualche forma di attività lavorativa. L’accoglienza, primo obiettivo della comunità, può durare tutto il tempo necessario a rielaborare un nuovo progetto di vita.
    Il lavoro è alla base di tutto e diventa fattore di riscatto personale e consapevolezza della propria vita quotidiana. Dalla vendita nel mercatino dipende il finanziamento della vita della comunità e la sua capacità di accogliere, oltre a finanziare azioni di solidarietà. E poi ci sono le diverse attività avviate nel tempo, tra le più recenti  la creazione dell’ orto sinergico in comunità (2015).  Un metodo di coltivazione elaborato dalla spagnola Emilia Hazelip, basato sul principio che, mentre la terra fa crescere le piante, le piante creano suolo fertile attraverso gli essudati radicali, i residui organici che lasciano e la loro attività chimica insieme a microrganismi e batteri, funghi e lombrichi. Quello che viene prodotto con questa pratica, ha qualità diverse, sapore, energia e resistenza maggiore agli agenti che portano malattie . Coltivando in questo modo si restituisce alla terra più di quanto si prende, facendo dell’agricoltura una attività umana sostenibile.
       Da sottolineare, anche, i ‘Laboratori di autopromozione’  ispirati ai principi del ‘Sapere e Saper fare’, grazie al recupero di un insieme di pratiche tradizionali che, sotto la stretta della crisi economica e dell’emergenza ecologica planetaria, offrono risposte chiare e alla portata di tutti, aiutano a cambiare  il proprio stile di vita e migliorare il rapporto con l’ambiente. Il ‘Sapere’ e ‘Saper fare’, considerati arretrati e poco scientifici, che, invece, liberano dalla dipendenza delle merci e del mercato. 
    I laboratori di autoproduzione che Emmaus ha finora organizzato riguardano: l’impagliatura delle sedie, la pasta fatta in casa, il riciclo e rieuso per la bigiotteria e l’oggettistica di carta, il riciclo e riuso per la bigiotteria e oggettistica con uncinetto, il cartonaggio creativo per la rilegatura dei quaderni. Sartoria, prodotti per proteggere e profumare la biancheria, prodotti per la persona e non, il sapone naturale, cesteria, borse con stoffa di riciclo, marmellate e gelatine, costruiamo la casa con fibre di legno, aggiustiamo la bicicletta, scambio di semi e piante, riciclo creativo di pizzi e merletti.
    Lauretta Vignaga
  • Franco Callegaro e il valore sociale della poesia

    Franco Callegaro e il valore sociale della poesia

    Rovigo, Veneto –   Fermare la macchina per guardare incantati il cielo infuocato dal sole che tramonta o restare incollati ai vetri della finestra, a guardare, con lo stupore di un bambino, il vento che sibila e piega verso terra le chiome dei salici, mentre i lampi squarciano le nubi, può capitare a chiunque. Non sempre capita, invece, che, in tali circostanze, la mente elabori pensieri sgorgati dalle sensazioni vissute e li fissi nella memoria per non perderli, per rivivere quei momenti straordinari e condividerli. 
      Dopo una vita da funzionario di banca – giornate lineari con poche variazioni – Franco Callegaro amante della bella prosa, scopre in sé emozioni nuove: meraviglia e riconoscenza per la bellezza della natura, la forza rigeneratrice che possiede e, anche, la paura irrefrenabile della sua furia distruttrice. Infine, la consapevolezza del legame inscindibile tra uomo e natura e del destino che, nonostante le differenze del colore della pelle e del luogo in cui ci troviamo a vivere, mette in relazione la nostra vita con  quella degli altri uomini.
    Decide di coltivare le emozioni vissute davanti a un tramonto che lo ha obbligato a fermarsi sul ciglio della strada: “Mi mancheranno gli infuocati tramonti” – aveva registrato la mente. Un giro nel Delta del Po gli regala  impressioni straordinarie; le ferma sulla carta e le sottopone al giudizio di qualche conoscente che giudica imparziale. Invia il testo ad un concorso e si classifica al primo posto.
     Oggi il palmares di Franco Callegaro elenca 34 tra premi e segnalazioni, mentre su Facebook le sue rime sono apprezzate e condivise da ‘amici virtuali’ sparsi in tutta la penisola, e i ‘mi piace’ sono diventati parecchie centinaia.
    Franco,  però, non è un poeta in linea con le tendenze di oggi: il verso libero, le espressioni forti non sono nelle sue corde.  Franco compone in rima: quartine con il primo e l’ultimo verso che si richiamano nella chiusura, o a rima alternata, più difficili da comporre ma dal suono melodioso come in una canzone. Dentro c’è la vita stessa dell’uomo: le gioie e i dolori, le difficoltà dell’abbandono, le incomprensioni tra coniugi, la solitudine degli anziani e il dramma di chi non ha casa e lavoro. Le parole, scelte con grande cura e delicatezza, non hanno, tuttavia. alcuna esitazioni nel denunciare il degrado, i soprusi, le violenze che bambini e bambine subiscono in tanti luoghi del mondo, senza escludere il nostro paese. Gli emarginati che vivono per strada, i giovani preda della droga e i rifugiati da paesi lontani trattati come schiavi per pochi euro al giorno. Accanto a tutto questo ci sono le composizioni ispirate alla terra polesana, al suo grande fiume, alla natura e alle stagioni. Leggere come carezze le strofe che parlano d’amore e della vita vissuta insieme, in armonia Un valore in cui Franco crede davvero.
      Tante cose e diverse di cui  parliamo con Franco che conosciamo da tempo e stimiamo per il rigore delle sue liriche,  pronte a dare risalto a ciò che vale in questo mondo e a sottolineare falsità, inganni e disonestà.
     
     Da dove nasce la passione per la poesia in rima? – chiediamo.  “Da ragazzo amavo scrivere in prosa e cercavo di non essere mai banale. Questo mi obbligava a controllare bene ciò che mettevo sulla pagina, a  essere chiaro e comprensibile. La composizione procedeva come una serie di quadri, ciascuno una tappa del racconto. Curo molto ogni composizione per non essere noioso ma infondere quella sensibilità che è fondamentale per entrare in sintonia con chi legge.”
        Finora hai pubblicato cinque raccolte di poesie, come ti relazioni con il pubblico? ” Sono quasi sempre presente alle premiazioni e leggo personalmente le mie opere. Leggere bene una poesia, con le giuste pause e l’intonazione della voce che si adegua al contenuto, è fondamentale per trasmettere emozioni  e suscitare la  condivisione dei presenti. Ho partecipato a numerosi incontri di poesia e ho sempre riscontrato grande attenzione tra il pubblico. In anni recenti, ad Adria, la mia città, su sollecitazione di persone amiche, ho organizzato reading poetici  con lettura di poesie da me composte. Incontri di circa un’ oretta e mezza che sono stati molto apprezzati e hanno coinvolto diverse decine di persone. Qualche volta, era presente anche un musicista per sottolineare le atmosfere evocate dalla lettura. Altre volte, è stata la proiezione di foto del Delta del Po a rendere ancor più suggestivo l’incontro. Non c’è bisogno di rinfreschi  se i sentimenti sono genuini e parlano al cuore. Ho portato la mia poesia anche negli istituti superiori e i giovani mi hanno dato grande soddisfazione”.
      C’é un sogno che vorresti realizzare? ” Sto preparando una raccolta delle migliori poesie che ho prodotto, 60/70 in tutto. Il sogno è quello di vedere il mio libro presentato in giro per l’Italia.  Altro desiderio è poter continuare gli incontri di lettura  e vedere  la gente che si emoziona”.
    Per concludere, pubblichiamo alcune quartine tratte dalle due ultime raccolte poetiche di Franco Callegaro:  ‘L’extra terrestre’ e ‘Cos’è la verità’.
    “Quando penso ad un bimbo affamato,/ a una donna che è violentata,/ all’inerme che è maltrattato,/ alla vita dal ventre strappata…../ quando penso a un barbone bruciato,/ alla mina che storpia la gente,/ al violento che è rispettato,/ al denaro che premia chi mente……/ son tentato di dirti, Signore,/ che qui in terra noi siamo da soli,/ che Tu stai solamente a guardare,/ anche se ci hai chiamato figlioli,…..(‘La belva nel cuore’)
    “Lo vidi, era un pianeta bianco e azzurro,/ natura rigogliosa e generosa,/ creature dalle forme più diverse,/ vivevano una vita laboriosa./ Mi parve, una di loro, più evoluta,/ aveva un non so che di superiore,/ qualcosa che sapeva collegare/ le forze della mente con il cuore./ Aveva costruito alte torri/ e ponti e strade e dighe e gallerie,/ castelli abbarbicati sopra i monti/ e porti e navi e treni e ferrovie./ Ma d’improvviso, un botto squarciò l’aria,/ e vidi schegge correre impazzite,/ creature s’accasciavano per terra,/ orrende e sanguinanti le ferite./ Vidi bambini uccisi dalla fame,/ in luride capanne fatiscenti/ e madri che soffrivano in silenzio,/  stremate dal veleno degli stenti./ Vidi ragazzi sfatti dentro ai parchi,/ morire sopra gelide panchine/ ed altri che gettavano via la vita/ in mano a cosche perfide e assassine./ …….(L’Extraterrestre’ )
    “Il grande fiume allarga sul mare ,/ le braccia stanche del lungo cammino,/ poi sulle valli si va a riposare/ in un silenzio che pare divino./ Soffia, nell’aria, una brezza leggera,/ come un respiro che viene dal mare,/ in quella magica e quieta atmosfera,/ s’odono canne fra loro parlare./…. Mura segnate dal salso marino,/  porte sbarrate di case lasciate,/ calde dimore, che un duro destino,/ diede in balia delle piene più ingrate./……( ‘Il delta del Po’ )
    Lauretta Vignaga
  • Reportage dalla Terra del Fuoco. Immagini di visioni indimenticabili

    Rovigo, Veneto –  Fotografie dalla ‘Fine del Mondo’ è quello che offre la mostra attualmente allestita nelle salette del ‘Caffettiamo Photo Room’ di Corso del Popolo, a Rovigo. Immagini straordinarie, raccolte dall’obiettivo di Roberto Bottari in occasione di uno dei suoi tanti viaggi attorno al mondo, che raccontano luoghi altrettanto straordinari e unici.  Obiettivo puntato su ‘Ushuaia, la città della ‘fine del mondo’, capitale della ‘Terra del Fuoco’, un arcipelago dell’America del Sud, situato all’estremità meridionale del continente e  politicamente diviso tra Argentina e Cile.
    Per il visitatore, una città dal fascino incredibile, la più australe del pianeta, sorta sul lembo della costa meridionale dell’Argentina oltre la quale l’Oceano Atlantico e l’Oceano Pacifico si incontrano. Fondata nel 1884, si trova sulle rive del Canale Beagle, così chiamato dal veliero che circumnavigò la Terra al comando del navigatore Fitz Roy, che aveva a bordo il naturalista Charles Darwin.
      Oggi, Ushuaia è ricca di edifici moderni che svettano accanto alle antiche case di legno, costruite dai primi coloni. Ma quello che più affascina e coinvolge il turista è l’atmosfera ovattata che la avvolge, donando la sensazione di essere fuori e lontano dal resto del mondo. Sensazione rafforzata dai paesaggi naturali che stanno attorno, selvaggi e quasi inesplorati: il mare popolato di balene e pinguini, leoni marini che si possono guardare a distanza ravvicinata, a seconda del periodo dell’anno in cui ci si trova in quel posto. L’attrazione più straordinaria, tuttavia, è il ‘Parco Nazionale della Terra del Fuoco’,  dove si possono ammirare la flora e la fauna ricchissime di questo paese. Unico parco con coste marine, fu istituito nel 1960 e si estende per 63.000 ettari di superficie, suddivisa tra montagne scoscese e corsi d’acqua, valli e laghi profondi, pampas, insenature e piccole spiagge, bacini dallo scenario incredibile creato dalla mole imponente dei ghiacciai del canale di Beagle. Panorami inimmaginabili che alternano montagne innevate e spogli picchi rocciosi di color rosso che si specchiano nelle acque azzurre e trasparenti dei tanti laghetti  che riempiono le conche fra i sassi.
        Insediamenti umani sono testimoniati a partire dall’8.000 a.C. ma la scoperta ufficiale della Terra del Fuoco avvenne nel 1520, quando l’esploratore portoghese, Ferdinando Magellano, la raggiunse per la prima volta. Scorgendo dal mare gli incendi che gli indigeni avevano appiccato nei boschi, pensò che fosse loro intenzione tendere un’imboscata alla sua armata. Per questo chiamò quella terra il ‘Paese dei fumi’, diventato poi, ‘Terra del fuoco’.
    Incredibile la bellezza, la maestosità e la potenza di quello che ci troviamo davanti agli occhi man mano che ci spostiamo da una fotografia all’altra: roccia rossa e picchi innevati che puntano aguzzi verso il cielo e le nubi che veleggiano  nell’azzurro intenso. Neve, ghiaccio e cascatelle d’acqua trasparente che riflettono la mole scura e imponente delle montagne attorno, sono aspetti ricorrenti di questi paesaggi, un richiamo al rispetto della loro singolare unicità e importanza per la salvaguardia del nostro pianeta.  Visione straordinaria quella del ghiaccio azzurro che emerge dal mare in piccoli isolotti e  unica la visione della banchisa polare, su cui stanno in fila i pinguini prima di lanciarsi nell’acqua in cerca di cibo. Travolgenti come la forza stessa della natura le Cascate di Iguazù avvolte da nubi di goccioline d’acqua.
      E bellissime le foto con le pecore al pascolo, i cavalli nella prateria  e i fiori rossi che punteggiano il terreno all’arrivo della primavera. Per concludere, non mancate di osservare  la foto che mostra, in alto,  un profilo di cime innevate tinte di rosso dal calar del sole, che si raddoppiano  specchiandosi nell’acqua del piccolo bacino presente nella parte bassa dell’ immagine stessa.
     La mostra è a ingresso libero e rimane allestita per un paio di settimane.
    Lauretta Vignaga
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