Autore: Lauretta Vignaga
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‘La Rotonda di Rovigo’ dalle origini ai giorni nostri
Un piccolo gioiello, ricco di foto, aneddoti e notizie, di riferimenti storici e particolari architettonici. Si presenta così il volume dedicato alla Chiesa della Beata Vergine del Soccorso, La Rotonda, appena pubblicato dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo. Intitolato ‘La Rotonda di Rovigo’, il volume è l’ottavo della collana che la Fondazione ha dedicato ai tesori d’arte restaurati nelle province in cui opera: Padova e Rovigo.Una iniziativa speciale per il significato e il valore che il Tempio rappresenta per la nostra città. Diversi gli usi a cui fu adibita nei secoli, per rispondere alle necessità della gente: nell’ Ottocento, ad esempio, assunse il ruolo di ricovero per i senzatetto e di magazzino per le granaglie. Luogo di preghiera e di meditazione che ben potrebbe diventare il simbolo della città che si candida ad essere la capitale della cultura per il 2020.La presentazione del libro, alcuni giorni fa, nella chiesa della Rotonda, è stata curata dagli stessi autori dei testi del volume, e anticipata dalle parole del presidente della Fondazione, Antonio Finotti che ha definito l’edificio di culto ” Una sintesi di arte, storia e fede, luogo unico e preziosissimo. Motivo che giustifica la presentazione degli interventi attuati nel corso degli anni e registrati in concomitanza con la sua storia. Azioni volte al recupero di beni di grande valore artistico e storico per valorizzarli e farne apprezzare la bellezza e la straordinaria atmosfera che regalano in occasione dei concerti di musica (Musiché)e dei numerosi altri eventi dedicati alla musica e al canto.Il primo a parlare di recupero e conservazione è stato: Alessandro Rovetta, ordinario di Storia e Critica d’arte dell’Università di Milano, che ha introdotto il tema delle chiese rinascimentali a pianta rotonda od ottagonale. “Il libro che viene presentato qui – ha spiegato – vuole far conoscere questo monumento a chi si occupa di architettura e farlo entrare nel circuito dei monumenti d’arte di questo tipo. Che cosa colpisce della Rotonda?” – ha aggiunto. “Il suo essere in relazione con il sogno dell’architettura del Rinascimento che guardava all’architettura dei templi romani, quasi circolare o a croce greca con le braccia uguali per sottolineare la centralità della divinità. Forme geometriche perfette che diventano il fulcro del territorio. Un altro esempio straordinario è la chiesa di San Pietro, a pianta centrale. L’architettura sacra ha affidato a queste chiese il compito di testimoniare i propri principi e significato. Peculiare l’esempio del Pantheon che, conclusa l’età romana, venne intitolato alla Madonna.La devozione a Maria è stata spesso testimoniata da chiese a impianto centrale, sorte, di frequente, in seguito ad un fatto disastroso: peste, carestie, guerre, a cui la fede reagiva dedicando nuove chiese alla Vergine. A volte queste costruzioni assumevano carattere civico dove la gente si riconosceva come comunità. A Rovigo, l’edificazione della Rotonda è legata ad una pestilenza e San Carlo Borromeo, che non amava le chiese a pianta centrale per la loro somiglianza con i templi pagani, diede il suo benestare.Sulla devozione dei Polesani a Maria, è intervenuto il prof. Enrico Zerbinati, presidente dell’Accademia dei Concordi. “Rovigo e il Polesine non hanno avuto una storia vera e propria – ha precisato – a causa del susseguirsi di guerre, conquiste, vessazioni economiche e sottomissioni ora da parte degli Estensi, ora da parte dei Veneziani. Il dominio di Venezia è stato il più duro e distruttivo e le opere d’arte che impreziosiscono le pareti di questo Tempio, offerte dai podestà alla fine del loro mandato, sono state pagate dall’amministrazione pubblica e da qualche famiglia nobile che desiderava apparire. La Rotonda, però, è stata sempre difesa dai cittadini come loro proprietà, a dispetto di coloro che volevano metterci le mani sopra. E la Madonna che custodiva era considerata miracolosa.Mariangela Bordin, neolaureata in Conservazione dei Beni architettonici e culturali, grazie alla tecnologia di oggi, sta cercando di dare nuove risposte alle domande ancora irrisolte della Rotonda, raccogliendo in un data base tutte le informazioni d’archivio. Leobaldo Traniello, studioso di storia dell’arte e dei monumenti rodigini, ha posto ai presenti la domanda:” A cosa serve l’arte e la bellezza?” ” A dare piacere” – ha risposto” e ha proseguito ricordando gli articoli scritti, oltre 50 anni prima, per un quotidiano locale, per promuovere il turismo in città.Nel 1969, curato dalla Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, era uscito il primo libro ufficiale dedicato alla Rotonda, a cui Traniello aveva collaborato assieme a un paio di polesani. “Altre volte si era tornati sul tema, cercando di cogliere possibili novità” – ha dichiarato. E ha concluso: “Anche oggi c’è poco da aggiungere ma proseguire serve a rafforzare l’opera di riconoscimento e appropriazione di una realtà che possediamo e se ci emozioniamo riusciamo a rafforzare quelparticolare senso di cittadinanza che ciascuno di noi ha dentro di sé. La conclusione, affidata a Valeria Tomasi, ha ricordato i diversi interventi di restauro effettuati nei secoli e iniziati poco dopo il completamento della costruzione. Particolarmente importante il ciclo di restauri iniziato nel 2003, su segnalazione dell’ allora presidente del Comitato di gestione della Rotonda, l’ingegner Pino Padoan. Lavori complessi e delicati proseguiti per diversi anni e sostenuti dalla Fondazione Cariparo, conclusi con il consolidamento del campanile.Alla fine dell’incontro, il libro sulla Rotonda è stato consegnato in omaggio a tutti i presenti.Lauretta Vignaga -

Dieci giorni a New York: un reportage tra luci e ombre
Rovigo, Veneto – Sessanta foto a colori per raccontare New York, la città più straordinaria, imprevedibile e affascinante al mondo. La metropoli che è tutto e il contrario di tutto. Un viaggio da turista, fatto nel 2010, con la macchina fotografica al collo e le dita pronte, tra zoom e scatto, a cogliere l’attimo fuggente:una luce, una scena, un volto che ricorderanno quell’esperienza per sempre. Sulle pareti del Caffettiamo Photo Room di Rovigo, tra le sale del piano superiore e gli spazi del piano inferiore, ‘La Grande Mela’ brilla con un fiume di luci che non si spengono mai; luccica al sole con le pareti di vetro dei grattaceli, sbalordisce con le gigantesche insegne dei centri commerciali, ti viene incontro con gli eroi buoni dei film che affascinano gli adulti e i bambini.In una città dove la vita è scandita dalla frenesia del guadagno, le banche, la borsa, gli istituti di rating hanno spesso la stessa visibilità di un teatro o un museo. Un toro di bronzo scalpitante segnala ai passanti che si trovano davanti alla Borsa di New York mentre Morgan & Stanley è segnalata da un’ insegna a lettere gigantesche. Riprendendo il momento magico in cui il sole al tramonto si incunea tra le i grattaceli che delimitano il ‘Sunset Boulevard’, Roberto Bottari, con ironia ha voluto fotografare di spalle la massa di gente che si è fermata per osservare l’evento che capita solo un paio di volte l’anno. I grattacieli dalle forme avveniristiche che stridono nel contrasto con le poche costruzioni che ricordano la storia di un popolo che ha solo qualche secolo. Tra gli scatti più interessanti quelli fatti a Central Park dove la gente è, finalmente, a contatto con la natura, libera di correre, praticare sport o prendere il sole.Ma se New York ha rappresentato, e in parte lo è ancora, il simbolo del ‘Sogno americano’, è anche afflitta da una realtà sociale di emarginazione, povertà e indifferenza da parte di chi sta nel benessere. I senzatetto sono migliaia, vivono e dormono sui marciapiedi, nelle aree più degradate dove non arrivano le luci della ricchezza. Chi passa li scansa e affretta il passo, guardando oltre.Riassumendo la sua visita a New York, Roberto Bottari l’ha definita: “Straordinaria per l’impatto visivo – come dettagliatamente è raccontato dalle fotografie che si potranno ammirare fino al prossimo 9 luglio – ma anche frustrante per la grande confusione in cui ci trova sempre immersi. La pubblicità che incombe e provoca la sensazione di una città più apparente che reale, dove la vita è scandita da impegni continui decisi da altri. New York ti prende per l’enormità di tutto ma ogni cosa è mordi e fuggi. Straordinari i Musei, i teatri e le gallerie d’arte, ma risulta insopportabile il traffico e il rumore che non si placano mai” – ha concluso.Sollecitato da Dario Barin, fotografo per passione e grande amico di Bottari, si è aperto, quindi, tra i presenti alla mostra, un confronto sulle ragioni che muovono l’interesse per la fotografia e spingono a praticarla di continuo nel tempo raccogliendo centinaia e centinaia di immagini, pur se nessuna è mai perfettamente uguale a quelle che l’ hanno preceduta. E ci si è confrontati sulla foto – documento e la foto opera d’arte e l’importanza di sublimare il contenuto di una foto o di una rassegna fotografica per raggiungere un determinato target. Quesiti rimasti sospesi, per il momento.Lauretta Vignaga -

Giuseppe Marchiori, ‘L’anonimo del Novecento’
L’indagine di Nicola Gasparetto su uno dei maggiori critici d’arte del Novecento.
Tra i più acuti e sottili interpreti dell’arte italiana ed europea del secolo scorso, Giuseppe Marchiori è il protagonista del saggio di approfondimento della propria tesi di laurea, compilato da Nicola Gasparetto, giovane studioso rodigino. L’opera intitolata ‘L’anonimo del Novecento’, è stata presentata in Accademia dei Concordi, lo scorso 22 giugno, con il supporto della relatrice prof. Giuliana Tomasella, docente di Museologia e Storia della critica all’Università di Padova. Un testo che ripercorre le tappe cruciali dell’impegno di Marchiori nell’analizzare le opere d’arte non tanto per le tecniche adottare quanto per quello che gli artisti volevano significare. Una analisi che va dagli esordi, negli anni ’30, alla conclusione della seconda guerra mondiale. Impegno che sfociò nella consacrazione dei suoi poliedrici interessi letterari, sia in prosa che in poesia, affiancati da quello per la pittura, sancita dalla costituzione del ‘Fronte nuovo delle Arti’ (1946 – 1947). Un lavoro di ricerca intenso ed estremamente accurato, svolto da Gasparetto nei documenti d’archivio e nel carteggio epistolario conservati nella Biblioteca civica Baccari, di Lendinara, a cui furono affidati in comodato d’uso dalla famiglia Marchiori.La presentazione, affidata allo studioso Pier Luigi Bagatin, per molti anni direttore della Biblioteca di Lendinara, inizia quando Giuseppe, che fin da giovanissimo si dedicava alla scrittura e alla poesia, comincia a collaborare con il ‘Corriere Padano’, dando inizio alla sua attività di critico. “Il tema è la provincia che si intreccia con l’ambiente di Venezia,senza tralasciare le grandi capitali europee della cultura – ha sottolieanto Bagatin. “Tantissimi gli articoli che di lui sono rimasti, tra giornali, riviste, saggi critici e altro. Una miniera ricchissima a cui Nicola Gasperetto ha attinto per compilare quello che è un romanzo di formazione, pensato per un pubblico colto. Centinaia gli artisti presentati e imponente il carteggio che Marchiori ha intrattenuto con loro. Nonostante tutto questo, finora sono state solo tre le grandi iniziative per ricordarlo: la mostra Palazzo Roncale di Rovigo, nel 1993, seguita da una mostra a Vicenza, alla Basilica Palladiana, poco tempo dopo, e l’ultima, a Venezia, nel 2001” – ha aggiunto “C’era, dunque, bisogno di questa ulteriore ricerca?. La risposta è sì, in quanto arriva 70 anni dopo la nascita del ‘Fronte nuovo delle arti’, ma quest’opera contiene quello che c’è stato prima ed è stato portato a maturazione” – ha concluso.Marchiori apparteneva ad una famuglia ricca dove arte e cultura erano di casa. Giuseppe frequentò corsi universitari ma non si preoccupò di laurearsi. Debuttò come giornalista e scrittore con ‘Il Corriere del Polesine’, aveva 22 anni e il suo stile era connotato di bellezza e maturità espositiva. Vi rimase fino al 1927. Poi passò al ‘Corriere Padano’, di Ferrara di cui rimangono ì 120 articoli pubblicati, ancora oggi piacevolissimi da leggere. Collaborò, per quasi 30 anni anche con ‘Il Gazzettino’, intrecciando importanti amicizie con autori e scrittori, libero di viaggiare, visitare, conoscere. Interessato all’arte in genere, si avvicinò anche a quella astratta.Dal 1935 inizia a compilare un diario dove registra quello che gli passa per la testa e le impressioni che traeva visitando gli studi degli artisti. Suo scopo non era quello di giudicare gli artisti per lo stile me comprendere quello che volevano dire. La fine del Regime fascista, di cui era sostenitore, lo obbligò a cambiare pensiero e atteggiamento come denunciò nel testo ‘Esule in patria’ che dedicò a due partigiani uccisi.Pubblicato con il sostegno della Fondazione Banca del Monte di Rovigo, il volume è edito da Ce. Di e Apogeo editoriLauretta Vignaga -

L’autunno a Rovigo sarà Secessionista
Al Roverella le 4 capitali europee del movimento
Rovigo, Veneto – Negli anni recenti il Movimento Secessionista in Italia è stato indagato e presentato in rassegne dedicate, in prevalenza, alla corrente viennese e a quella romana. Ma la corrente secessionista ha coinvolto altre città e Monaco, Vienna, Praga e Roma ne sono diventate la capitali europee. Dal 23 settembre 2017 al 21 gennaio 2018 ‘L’Onda della modernità’, la mostra dedicata al Secessionismo, curata da Francesco Parisi, coinvolgerà anche Rovigo con Palazzo Roverella dove, per la prima volta, viene proposto un panorama complessivo delle vicende storico – artistiche dei principali centri in cui si svilupparono le Secessioni: Monaco, Vienna, Praga e Roma, mettendo in evidenza affinità e tangenze dei diversi linguaggi espressivi, nel primo, vero scambio culturale europeo.
Come esempi si citano: Gustav Klimt ed Egon Schiele che esposero alla mostra della Secessione romana e Segantini che partecipò alle annuali mostre viennesi. Al Roverella vengono, inoltre, evidenziati gli approdi modernisti della Secessione di Monaco, il trionfo del decorativismo di quella viennese, l’espressivismo visionario del gruppo ‘Sursum’ di Praga, fino al crocevia romano e alla sua continua ricerca di una via diversa. L’esposizione, promossa dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, si avvale della collaborazione prestigiosa delle principali istituzioni museali d’Europa, dall’ Albertine di Vienna alla Klimt Foundation, dal Museo Villa Stuck di Monaco, alla Nerodni Galerie di Praga.Divisa per sezioni tematiche dedicate alle singole città europee, l’esposizione inizia in ordine cronologico con la Secessione di Monaco. Quando nel 1892 apparve sulla scena, non aveva una fisionomia ben definita ma, presto, assunse quel taglio modernista che venne definito ‘Jugendstil’, titolo ripreso dalla rivista ‘Jugend’ che aveva ospitato le illustrazioni della giovane bohème monacense e non solo, arrivando a includere, nel corso degli anni, anche artisti italiani. Al movimento aderirono Franz von Stuck, Anders Zorn, Max Klinger e altri. Il focus dell’intera sezione dedicata alla Secessione di Monaco sarà incentrato, principalmente, su gruppi di opere prodotte tra il 1898 e il 1910.La Secessione di Vienna si formò nel 1897 e, fin dall’esordio, rappresentò l’evoluzione e il superamento di tutte le formule allora esistenti, il Simbolismo compreso. Sostenuto dallo scrittore L. Hevesi e dal pittore Gustav Klimt, verso la fine del secolo il movimento iniziò a rappresentare, con compiacimenti astratto – razionalisti e bizantineggianti, una visione diversa dell’arte rispetto al Modernismo europeo, estendendo le sue influenze, come la Secessione di Monaco, verso l’aera italiana e slava, Pur se la Secessione viennese è stata quella con maggior respiro internazionale, l’attenzione della mostra è rivolta in modo particolare all’aspetto autoctono degli artisti esposti, con particolare attenzione alla pittura, la grafica e le arti decorative.La Secessione di Praga prese forma in una serie di gruppi di artisti più o meno organizzati che, a partire dal 1890, si ritrovarono a manifestare le loro idee in aperto contrasto con l’arte ufficiale boema. Tra i primi movimenti modernisti, il gruppo Manes ebbe il ruolo di apripista. Nato singolarmente nell’ Accademia di Monaco, si trasferì presto a Praga per riformare l’arte nazionale ceca. Verso il 1910 si formò il gruppo ‘Sursum’, il più noto, che custodiva al suo interno anime diverse, da quella più espressionista e Nabis di Josef Vachal a quella tardo – simbolista di Frantisek Kobliha e alla scultura di Bilek. Dato il grande sviluppo dell’illustrazione, disegno e incisione, un terzo della sezione sarà costituito da opere su carta.A differenza delle Secessioni europee, tutte indirizzate verso l’estetica simbolista, la Secessione di Roma (1913 – 1916) aveva la formula dell’esposizione libera e ‘giovane’ che permetteva al suo interno, sia pur con limitazioni, lo svilupparsi di linguaggi diversi. Ben distinta dalle avanguardie futuriste, la Secessione romana era legata a criteri che appartenevano ancora ad una aristocrazia dell’arte che ne limitava le sperimentazioni più ardite e, nello stesso tempo, era aperta a suggestioni internazionali. La prima esposizione internazionale della Secessione fece vedere, per la prima volta opere di Matisse e dei post – impressionisti, mentre, alla mostra dell’anno dopo, oltre a Cézanne e Matisse ci furono Klimt e Schiele.Lauretta Vignaga -

Grande soddisfazione per il ‘Maggio rodigino’, ma dov’è finita ‘Con le mani nella storia?’
Il successo del ‘Maggio rodigino’, concluso da un paio di settimane, ha messo le ali alle aspettative di coloro che, da anni, si augurano, per la nostra città, un cambio di passo in merito a iniziative e proposte culturali, musicali e di spettacolo in grado di coinvolgere e richiamare pubblico rodigino e visitatori di età e formazione diverse. Eventi che non siano ‘una tantum, come è capitato in passato ma espressione della capacità di fare rete e condividere progetti. In merito, la proposta lanciata dal Prof. Gaffeo sulla candidatura di Rovigo a ‘Capitale della cultura per il 2020’, allo stato delle cose, sembra piuttosto fantasiosa considerando che altre manifestazioni della primavera rodigina – mi riferisco alle edizioni del festival ‘Con le mani nella storia’ – dopo aver acceso su Rovigo e il sito di Campestrin l’ interesse dell’archeologia internazionale, sono state dimenticate. Cancellati 16 anni di presenza del Museo dei Grandi Fiumi a Paestum, alla Borsa del Mediterraneo del Turismo archeologico – dal 1997 al 2013 – con grossi successi e incontri con personaggi di fama nazionale a cui sono state presentate le eccellenze della nostra città.Un passato di cui parliamo con Mauro Cesaretto, già responsabile dell’organizzazione del reparto di Archeologia Sperimentale al Museo dei Grandi Fiumi. ” Erano gli anni in cui il Museo dei grandi Fiumi e Rovigo, erano presenti a Paestum con tante persone e numerosi stand a disposizione che mostravano i lavori degli artigiani dell’antichità” – ci spiega Cesaretto. “Esperienze straordinarie che durano ancora oggi in quanto, da sette anni sono coordinatore scientifico della Sezione archeologica sperimentale, incaricato dal direttore della Borsa di Paestum e, per il 2018, ho un invito in Germania per tenere lezioni di archeologia a Vernheim, città gemellata con Rovigo. Sarò anche in Montenegro a insegnare come restaurare gli argenti veneziani rimasti là dal tempo del dominio della Serenissima”.‘ Con le mani nella storia’ era un evento che suscitava grande interesse e richiamava tantissime persone, di tutte le età, sia per le attività che venivano organizzate che per gli ospiti che arrivavano. Perché, dunque, è stato tutto abbandonato? “Io sono andato in pensione ma, fondamentalmente , è mancato l’interesse collettivo a portare avanti le cose. Il tutto, nonostante l’interesse scientifico, suscitato a livello nazionale e oltre, dalla straordinaria scoperta del sito archeologico di Campestrin, a Grignano, dove un esteso villaggio di capanne, risalente alla tarda età del bronzo, tra il XIII e XII secolo a. C., ospitava il più antico insediamento per la lavorazione dell’ ambra nell’Italia del nord e nei paesi d’Europa. Dopo tre campagne di scavi, nell’ottobre 2010 il sito venne chiuso e tale rimane anche oggi. E’ venuta meno la preparazione didattica, la sperimentazione e la partecipazione del Museo dei Grandi Fiumi ai grandi eventi archeologici internazionali. La mancanza di personale adeguato e formato per proseguire nelle attività ha posto fine anche alla iniziativa ‘Vacanze al Museo’ che accoglieva studenti delle scuole superiori che partecipavano ai laboratori di archeologia. La scoperta di Campestrin era stata definita una grande ricchezza per il territorio; un patrimonio per la comunità che poteva innescare, dal punto di vista storico e archeologico, il rilancio della nostra provincia con il turismo della via dell’ ambra e con la valorizzazione dei reperti archeologici di Frattesina” – ha concluso Cesaretto‘Nulla di tutto questo, fino a oggi, si è avverato’ – aggiungiamo noi. Una splendida occasione che non può più essere rimandata.“Nell’ultimo veekend di ottobre – spiega con entusiasmo Mauro Cesaretto – a Paestum, ci saranno circa 200 tra rievocatori e archeologi sperimentali, dalla preistoria al medioevo. Un evento preparato con mesi di anticipo, in grado di richiamare folle di turisti visitatori dall’Italia e dall’estero”.Lauretta Vignaga -

Ultimi giorni per ammirare le mostre di Palazzo Roncale e Palazzo Roverella
Rovigo, Veneto – E’ fissata al 2 giugno la chiusura delle prestigiose mostre: ‘Il Novecento recente’, opere dalle collezioni della Fondazione Cariparo, allestita a Palazzo Roncale, e ‘ Terra semz’ombra’, mostra fotografica di Pietro Donzelli dedicata al Delta del Po negli anni Cinquanta, ospitata a Palazzo Roverella.La prima, ‘Il Novecento recente’, è finalizzata alla ricerca sui decenni seguenti la seconda guerra mondiale, quando Padova divenne centro di sperimentazione artistica a livello europeo. Quattro gli ambiti specifici indagati: ‘Il Gruppo N’, Enrico Castellani, Concetto Pozzati e Bruno Munari, tre personalità straordinarie e una compagine di giovani artisti che, nel ’59, sottoscrissero il Manifesto del Gruppo N. dove si affermava che ‘N’ distingueva un gruppo di disegnatori sperimentali uniti dalla esigenza di ricercare collettivamente. Creare un’arte impersonale che al singolo anteponesse il collettivo. Molteplici le teorie perseguite da: Alberto Biasi, Ennio Chiggio, Toni Costa, Edoardo Landi e Manfredo Massironi, i cinque fondatori rimasti dei nove originari: l’avvicinamento a norme visuali e percettive influenzate dai fenomeni studiati dalla psicologia della Gestalt ; l’idea di una ricerca artistica che annulla la distanza tra l’opera e lo spettatore; la negazione dell’opera d’arte come oggetto unico e irripetibile e il principio di libera producibilità del lavoro stesso. E’ dalle opere di questi protagonisti che prende avvio il percorso espositivo.Si passa, quindi, a Enrico Castellani, nato a Castelmassa nel 1930, tra i grandi animatori dell’arte italiana negli anni Sessanta, precursore delle indagini ottiche in ambito cinetico e optical. Come altri artisti del tempo, Castellani lavora direttamente sulla superficie del quadro senza usare il colore. Le sue tele monocrome sono animate da estroflessioni e introflessioni minime, dal carattere seriale, che l’artista realizza con chiodi e assi di legno applicati sul retro della tela, producendo effetti tridimensionali. In mostra il trittico ‘Struttura’, del 1972.Concetto Pozzati – Vò, Padova, 1935 – dopo l’inizio informale, dalla fine degli anni Cinquanta segue un percorso verso una pittura di orientamento pop volgendosi a immagini comuni, icone di massa, protagonisti illustri dell’ arte del passato, alternando reale e illusorio e allestendo composizioni che richiamano la cartellonistica pubblicitaria.Bruno Munari – Milano, 1907 – è presente in mostra con due opere ispirate alla identificazione di una ‘curva limite’ in grado di occupare l’intera superficie di un quadrato, seguendo la definizione del matematico italiano Giovanni Peano. Munari realizza delle tele dal formato quadrato, suddivise in partiture cromatiche la cui ripetizione, a livello percettivo, assume una conformazione simile a un caleidoscopio dove l’elemento cromatico acquisisce una potenzialità dinamica mai avuta prima.‘Terra senz’ombra’, la mostra di Pietro Donzelli a Palazzo Roverella, è un viaggio nella storia e nella fotografia d’autore. Oltre 100 le foto in mostra, molte delle quali del tutto inedite. Immagini con cui Donzelli ha saputo raccontare e documentare la realtà del rapporto dell’uomo con il fiume nei momenti di calma e in quelli terribili della rotte che hanno distrutto e devastato ambiente e territorio, fatiche e sudore di uomini e di donne. Accanto al fiume e al lavoro dei contadini, il mare e il lavoro dei pescatori, la vita di ogni giorno e i momenti di svago, il rapporto con la natura e la forza di ricominciare. Uno straordinario esempio di fotografia documentaria arricchita dalla presenza delle tappe del progetto, da scritti dello stesso Donzelli e composizioni fotografiche con rime di Gino Piva, geniale poeta polesano.Lauretta Vignaga -

La Fondazione CaRiPaRo presenta il nuovo libro sulla Rotonda di Rovigo
La Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo invita tutta la cittadinanza alla presentazione del volume ‘La Rotonda di Rovigo’, che si svolgerà il 23 giugno prossimo, alle 18, nel Tempio della Beata Vergine del Soccorso. Un appuntamento da non perdere, aperto a tutti, per riscoprire un singolare gioiello di architettura, dalla storia prestigiosa, che rispecchia quella di tutta la nostra città. Lo splendido edificio, a pianta ottagonale, sarà la cornice dell’incontro, organizzato e voluto per far conoscere i tesori d’arte del Tempio, restaurati grazie al contributo della Fondazione. Presenti all’incontro: il sindaco Massimo Bergamin, il presidente della Fondazione, Antonio Finotti, il curatore del volume, Alessandro Rovetta, gli autori dei testi: Enrico Zerbinati, Paola Bordin, Leobaldo Traniello, Valeria Tomasi. Coordina la giornalista Sofia Teresa Bisi.
Il volume nasce dall’analisi di documenti inediti e presenta le vicende storiche e architettoniche dell’edificio, l’apparato decorativo e i diversi interventi di restauro collegati alla devozione mariana in Polesine e nel più ampio panorama delle chiese a pianta centrale del Rinascimento. L’ incontro è l’occasione per approfondire la conoscenza delle bellezze della Rotonda, uno dei luoghi simbolo della città e tra i più rappresentativi del suo passato.
Lauretta Vignaga
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Undici sculture di Virgilio Milani nella collezione d’arte della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo
Rovigo, Veneto – L’acquisto di 11 sculture in bronzo, di Virgilio Milani, da parte della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, è l’ omaggio della Fondazione Cassa di risparmio di Padova e Rovigo ad un eminete artista polesano del Novecento. Le opere, di proprietà di un collezionista privato, al quale erano state vendute dallo stesso Milani, negli anni ’60, vanno ad arricchire la già importante collezione di opere d’arte della Fondazione che elenca oltre 400 manufatti. Le opere, assieme ad un nucleo importante della collezione, sono esposte al pubblico a Palazzo Roncale mentre altre sono conservate al Palazzo del Monte di pietà a Padova o sono concesse temporaneamente a prestito a musei o enti pubblici in occasione di esposizioni prestigiose, in Italia o all’estero. Un patrimonio che la Fondazione ha acquisito negli anni sia per conservarlo che per valorizzarlo facendolo conoscere al grande pubblico. Un fine che ha accompagnato anche l’acquisizione delle opere di Milani, uno dei principali protagonisti della scultura del secolo passato, che viene così ricordato nella sua città natale.Milani, infatti, tra i suoi meriti elenca quello di aver saputo confrontarsi in modo rigorosoe coerente con l’eredità dei grandi maestri del passato, sia pure conservando un legame forte e costante con il suo tempo e la sua terra: il Polesine, dove trascorse tutta l’esistenza e morì nel 1977. Nelle sculture del rodigino ritroviamo la compostezza e la classicità delle sculture del Quattrocento, in particolare di Donatello e Laurana. Realizzazioni dei tratti essenziali, senza eccessivi particolari nella descrizione dei soggetti, come era tipico della sua natura che, per l’intera esistenza evitò le luci della ribalta.Con l’acquisto delle sculture e la loro esposizione al pubblico – ha spiegato il presidente della Fondazione, Antonio Finotti – ci proponiamo di far conoscere o riscoprire un nostro concittadino di cui siamo tutti orgogliosi per l’importante contributo all’arte moderna. Nei nostri progetti futuri c’è la realizzazione di alcuni itinerari guidati che, partendo da Palazzo Roncale, facciano conoscere le opere che Milani ha realizzato per la nostra città, così da dare la visibilità che merita ad un artista di grande livello culturale”. -

‘Giornata’ storica per la Dante, con tanti ospiti e la novità del Comitato giovani
Come tradizione, la ‘Giornata della Dante’, il 31 maggio, ha concluso l’attività dell’ annata 2016 -2017. L’incontro, nel Salone dei Concerti del Conservatorio ‘F. Venezze’, è stato caratterizzato dall’atmosfera delle grandi occasioni per le novità annunciate e gli ospiti presenti. Visibilmente soddisfatta la presidente Dante, Comitato di Rovigo, Mirella Rigobello che ha guidato introdotto i diversi momenti e gli ospiti del pomeriggio, tra i quali Alessio Arena, giovanissimo poeta e scrittore siciliano, candidato al Nobel per la letteratura dall’Accademia dei Nobili di Firenze. A rendere ulteriormente piacevole e qualificante l’evento la sottolineatura musicale del Trio d’Ance del Conservatorio, formato da Marta Zese, oboe, Francesco Periotto, clarinetto, Diego Cristofari, fagotto.” Oggi siamo qui per accogliere le giovani generazioni della musica e degli istituti superiori che si impegnano nella divulgazione della cultura e nell’arte – ha dichiarato Mirella – e siamo orgogliosi di avere con noi Alessio Arena, giovanissimo poeta che sta raggiungendo le vette più alte della lirica a livello internazionale”. Prima di entrare nel vivo delle tante cose da festeggiare, tuttavia, la presidente Dante ha voluto ringraziare il direttore del Conservatorio, Giuseppe Fagnocchi, per la convenzione di collaborazione, stipulata con la Dante Alighieri, a sostegno delle attività svolte dall’associazione culturale. La presentazione ufficiale del Comitato Giovani della Dante, ha segnato il traguardo più importante raggiunto dall’associazione nel corso dell’annata. Il terzo Comitato Giovani a nascere in Italia, l’unico nel nord del paese. Scopo da perseguire: il coinvolgimento dei giovani nella diffusione dell’alta cultura sul territorio, grazie a idee e progetti che coinvolgano le diverse realtà sociali. Diciassette i giovani, tra 16 e 26 anni, che hanno aderito, a cui si è aggiunto Alessio Arena. Li ha presentati Federica Zannarini, presidente eletta, che ha citato desideri e paure vissuti, e la decisione finale di mettersi in gioco per promuovere la città, cercando, essi stessi, di capire chi sono e dove vogliono andare. Per tutti le parole di elogio dell’assessore alla cultura di Rovigo, Andrea Donzelli, socio della Dante Alighieri.Poi riflettori accesi sull’ospite d’onore, Alessio Arena, la sua esperienza di vita, gli studi e i progetti per il futuro, senza tralasciare le due raccolte di poesie che ha portato con sé a Rovigo. Un grazie a Rovigo e a chi lo ha accolto le prime parole di Alessio sostenute dalla promessa di citare le bellezze della nostra città al Comitato Unesco. Quindi il fuoco di fila di domande di due giovani intervistatori per tracciare il suo profilo da outsider in un campo, la letteratura e la poesia, profondamente svalutate dal pregiudizio che “con la cultura non si mangia”. Ne è uscito il ritratto di un giovane di 20 anni, nato a Palermo e, attualmente, studente di Letteratura moderna all’Università locale. Ha citato le tre raccolte di poesie, già pubblicate, il ‘premio Quasimodo’ che ha vinto e la candidatura al Nobel a cui qualcuno ha in mente di proporlo. Una prospettiva che Alessio non prende sul serio. “La notizia mi ha sconvolto, come sarebbe accaduto a qualsiasi giovane della mia età” – la sua reazione. “Ho pensato a uno scherzo perché ritengo che si tratti di un riconoscimento esagerato nei miei confronti; ma significa anche che la poesia è ancora una cosa viva pur se, negli anni recenti, il Nobel ha premiato attività di tutt’altro tipo. Ho colpito l’interesse di tantissimi che, pur non essendo scrittori, mi hanno detto di avere una ragione in più, oggi, per seguire gli studi letterari. Per questo metto la mia esperienza a disposizione degli altri per sostenere e incoraggiare chi non sa come dirigersi”. In quanto alla passione per la poesia ha spiegato: “In famiglia non ci sono parenti che la coltivano, fatta eccezione per il bisnonno che scriveva poesie in dialetto siciliano. Quand’ero piccolissimo, trascorrevo il pomeriggio dai nonni e la nonna, maestra elementare, mi insegnò a leggere e scrivere. Poi devo ringraziare mia madre e la sua biblioteca, e, infine, mio padre che mi portava in giro per la città e mi ha fatto amare l’arte”. Tra gli scrittori preferiti ci sono: Pasolini e Montale, Alda Merini e Dacia Maraini, Dante, Montale, D’Annunzio. “Ai miei lettori cerco di raccontare l’uomo e il mondo in maniera concreta; disprezzo gli artifizi che allontanano l’arte dalla realtà – ha aggiunto. E ha concluso: “Auspico gente che dia valore a ciò che l’uomo sogna, spera, desidera; al dialogo fra gli uomini e la reciproca realizzazione. Lo studio dei classici non serve a trovare risposte sull’ uomo di oggi ma per stimolare domande. In quanto a me non ritengo che la poesia possa diventare una professione. Desidero realizzarmi in ambito accademico per trasmettere agli altri i risultati che raggiungo “.E’ seguito un reading di poesie tratte dalle raccolte: ‘Cassetti in disordine’ e ‘Lettere dal terzo millennio’. “L’idea del disordine mi è molto cara – ha spiegato – in quanto contrapposizione a tutto ciò che è prestabilito; il disordine è un punto di partenza. La raccolta, scritta durante gli esami di maturità e vincitrice del premio Quasimodo, è lavoro su me stesso, pur se, alla fine, il vero poeta è il lettore che, leggendo, arriva a interpretazioni personali “Atto finale della ‘Giornata’ l’assegnazione dei premi ai vincitori del concorso indetto dalla Dante, intitolato: ‘Dante e il bullismo’. Ad aggiudicarseli: Martina Zennaro, ( Ist. Celio Roccati) 3° premio; Giulia Martinello (IIS ‘De Amicis’) 2° premio; Enrico Renesto, (Liceo Celio Roccati), 1° premio. Sponsor della manifestazione: IRSAP e Veneta Massetti.Lauretta Vignaga -

La Pittura di Maura Mattiolo
IMMAGINARE CON I COLORI. CREARE CON LA FANTASIA.
Rovigo, Veneto – Nessuna idea o progetto prestabilito guidano la mano di Maura Mattiolo quando si mette davanti alla tela per dipingere. Le scelte nascono dai pensieri, dalle frustrazioni o dalle reazioni agli eventi che la coinvolgono. Determinanti sono i colori con cui iniziare, quelli che la rappresentano in quel momento. Fatto questo, la mano comincia a stendere un colore e poi un altro, a caso; si osserva il risultato alla ricerca di uno spunto per continuare. Se c’è, il lavoro procede; diversamente, si ricomincia, magari da un altro lato della tela. La ricerca di Maura, tuttavia, non è mai indirizzata a qualcosa di definito: un paesaggio o uno scorcio di città ricco di particolari e definito dalla luce che modula il contrasto delle ombre. Maura Mattiolo ama l’astratto, l’indefinito che affida alla ricchezza della tavolozza e alla fusione delle tonalità per creare suggestioni di luoghi, situazioni, stagioni. I colori primari vengono diluiti, lavati, sovrapposti ad altri toni già stesi con cui si mescolano. Chi guarda, non è catturato dalla visione di elementi reali ma da suggestioni di cose note o sperimentate nella vita di tutti i giorni e rimaste impresse nella mente. Stimolata dalle masse di colore che vede, la mente invia agli occhi le immagini di quello che è famigliare e noi crediamo di vedere quello che, in realtà non c’è. E’ quanto sperimentiamo osservando ‘Fantastico’, la prima mostra di pittura di Maura Mattiolo.Inaugurata il primo giugno nello spazio del Caffettiamo Photo Room, in Corso del Popolo a Rovigo, dove rimane allestita fino al 10 dello stesso mese, la mostra si compone di 7 tele scandite da masse di colore che raccontano molto del nostro quotidiano ma privato di logica e opportunità. Case, tazze, fiori, alberi, abbozzati in punta di pennello, fluttuano tra le masse di colore: sono capovolti, sovrapposti, mescolati e sparpagliati nello spazio della composizione. Il tutto con la leggerezza del sogno. L’artista non vuole creare barriere alla mente dell’osservatore; ciascuno deve essere libero di ‘ritrovarsi’ nelle opere che crea, di darne la sua interpretazione e godere dell’ empatia che lo coinvolge. Per ogni tela un sentimento vissuto; un tracciato che può procedere su lati diversi e guardato da lati opposti. E’ pittura ‘in progress’, come la realtà della nostra vita.Apre la mostra: ‘Una relazione’, composizione che si differenzia dalle altre per le due figure in primo piano, abbozzate con tratto sottile. Rosso e blu intenso accostati per identificare la donna e l’uomo come una coppia amanti. Sullo sfondo suggestioni di verde che si identificano con piante e prati e, sulla destra, i tracciati geometrici riempiti di verde e marrone, raccontano di una casa con alberi e ricca vegetazione.Segue una tela che si può guardare da tutti i lati. Un sogno come suggerisce il titolo: ‘Fai bei sogni’. Porzioni diverse di colore mostrano una serie di oggetti quotidiani: fiori, finestre alberi, elementi che testimoniano la presenza di industrie. Cose allineate, sovrapposte, sparpagliate, confuse in gruppi e delimitate da un segno bianco e sottile che le fa emergere dalle tonalità su cui si appoggiano. Poi ci confrontiamo con: ‘Bisogna anche sognare’ . Un mix di tocchi di pennello intriso di arancione che si frantumano su un giallo ocra marezzato di un verde nato dall’azzurro turchese che si allarga verso l’alto, sulla parte sinistra della tela. Tracce dense di bianco e di nero chiudono la composizione verso il basso, mentre, in alto spazia un intenso rosa beige. Uno sfondo gioioso da cui emergono farfalle dalle ali spiegate e corolle di fiori in un vaso trasparente.‘Vorrei avere le ali’, è l’opera che osserviamo dopo, di cui percepiamo la tristezza raccontata con pochi colori primari e una ricca variazione di tonalità ottenute dalla sovrapposizione delle cromie utilizzate e poi stemperate e, di nuovo mescolate. L’atmosfera è grigia; masse di giallo ocra, digradanti in un giallino pallido, aggredite da tracce di nero e porzioni di marrone e di beige. Atmosfera opposta per ‘Stamattina vado al mare’. In primo piano l’immagine stilizzata di una donna in bikini azzurro turchese. La scena, costruita dall’alto verso il basso con ocra intenso e alcune tonalità alleggerite, propone una spiaggia che si insinua nel mare come una specie di promontorio. Attorno, l’azzurro – verde dell’acqua e, sulla sabbia dorata, porzioni di colore piccole e grandi a simulare cabine e casette per i bagnanti, che confinano con una densa macchia di vegetazione. ‘Melograno’, appare come un insieme di porzioni irregolari di bianco e grigio, separati e poi confusi in un tonalità più decisa di grigio che si scioglie in masse di color nero. Qua e là piccole macchie rosse cercano di riscattare la malinconia che aleggia intorno, accentuata dal nero che si insinua in tutto lo spazio libero. ‘II piccione che gioca a scacchi’, ultima opera in esposizione, si sviluppa dal centro creato da masse di colore rosa – beige, emergenti da uno sfondo rosso cupo, a sua volta contornato da masse di nero. Verso il basso, a sinistra, un gioco di linee sottili e circolari si inseguono e si avvolgono in una sorta di gomitolo, in cui sembra di vedere la sagoma di un piccione. Più in basso, larghe strisce di bianco diluito nel grigio e, sparsi ovunque, quadrati di bianco, marrone e nero a simulare una scacchiera.Lauretta Vignaga[metaslider id=1095]