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Autore: Lauretta Vignaga

  • Etimologia e storia dei nomi di luogo in Italia e in Veneto

    Etimologia e storia dei nomi di luogo in Italia e in Veneto

    Rovigo, Veneto –  ‘Origine e storia dei nomi di luogo in Italia e in Veneto’ è il tema che conclude il ciclo di incontri, organizzato dalla Dante Alighieri,  Comitato di Rovigo, presieduto da Mirella Rigobello, sull’origine, sviluppo e diffusione della nostra lingua nazionale e il suo rapporto con i dialetti locali. Ospite relatrice: Carla Marcato, docente di Linguistica all’Università di Udine che, tra le sue opere più note e apprezzate, elenca il ‘Dizionario di toponomastica italiana’, testo fondamentale per comprendere la storia dei luoghi. Nel caso specifico, la docente ha trattato di Toponomastica veneta, con riferimento  a Rovigo e alla sua provincia.
     Iniziando dalla microtoponomastica: nomi propri di  ruscelli, prati, boschi, proprietà agricole, strade,  trasmessi, nel tempo,  dalla voce dei parlanti, ha chiarito che questo rappresentava un catasto vocale trasmesso da padre in figlio, i cui custodi sono i residenti stessi di quelle zone. I nomi di città, invece, i macrotoponimi, spesso molto antichi, sono, in genere, collegati al latino e alla trasmissione della memoria dei nomi  del territorio; in caso di interruzione dovuta all’arrivo di genti e popolazioni diverse, i nomi cambiano, sostituiti da quelli legati alla nuova popolazione.  Caso tipico è il nome Mediolanum, collegato all’invasione celtica che ha dato nomi latini ai luoghi che erano importanti riferimenti per il territorio. Come conseguenza il latino, per gradi, si è sovrapposto al celtico e Mediolanum rimase nei secoli fino a diventare Milano nella lingua italiana. “Bologna è la forma moderna dell’antico ‘Bononia’ dei Galli e dei Celti, mentre Felsinea  è l’antico nome etrusco. ” A volte, tuttavia – ha spiegato  la relatrice – vecchi toponimi si trasmettono per generazioni e continuano ad esistere in doppia forma, quella latina e quella pavana ( padovana).  E’ il caso di Benevento, Maleventum in origine,trasformato dai Romani per buon auspicio. In provincia di Verona c’è Soave fiore,  paese che in antico suonava ‘porcile’ e trasformato per opportunità. Dopo l’unità d’italia le tante omonimie di luogo e i nomi spesso spiacevoli, ebbero il permesso di mutare il nome n qualcosa di più attraente. In provincia di Benevento, ‘Schiavi’ – nome che indicava gente proveniente da luoghi stranieri, fu mutato in ‘Liberi’.
          La continuità, tuttavia, è più frequente del cambiamento e lo studio della toponomastica è, a suo modo, uno studio linguistico perché funge da etichetta per un determinato luogo. Chi studia la materia, però, non è sempre in grado di portare ragioni  soddisfacenti a spiegare le ragioni  di un toponimo”. Altro esempio citato ‘Monte Bianco’, nome ‘trasparente’ perché facilmente comprensibile nella nostra lingua. Caso opposto il nome ‘Rovigo’ per il quale si deve ricorrere alla etimologia popolare quando non ci si mettono di mezzo i dotti che vanno a tirate fuori le ragioni più strane per l’ adozione  di un toponimo. Per queste ragioni la toponomastica appare oscura e tanto più incuriosisce l’etimologia
    popolare. Altro esempio offerto, Canal San Bovo, Comune in provincia di Trento, che non è legato al culto di San Bovo, seppure esistente, ma al ‘sambuco’, ‘sambugaro’ nell’etimologia popolare.
     Sono seguiti numerosi esempi utili a riscoprire il profilo stratigrafico prelatino di molti nomi ben conservati perchè riferiti a un territorio ben individuato. ‘Padus’, nome antico affetto da polimorfismo, precedente al latino, forse di origine indoeuropea o preindoeuropea, trasformatosi in Pao e poi in Po.  Athesis ha dato origine ad Adige, Ateste, Este.
          Oltre alle testimonianze latine, in Veneto settentrionale sono anche molto diffuse quelle etrusche: Acelum – Asolo; Opitergium – Oderzo; Equilo – Iesolo; Belodurum – Belluno; Benacus ( lingua celtica) Torri del Benaco. E non è mancata l’ influenza germanica.
       Frequente, in epoca romana la toponomastica prediale: toponimi costruiti con il nome di una persona o di un luogo coltivato. Alla toponomastica stradale è connesso Postumia o Postioma; Loreggia alla ‘via Aurelia’. Nei nomi di luogo della Sicilia sono spesso evidenti tracce della lingua araba anticamente parlata sull’isola. Molti nomi, infine, sono stati coniati da dotti, in ricordo della dominazione romana. Allo stesso modo l’invasione dei goti ha influito sui nomi dei luoghi abitati dalla nuova etnia e sono mutati di nuovo all’arrivo di altri invasori. ‘Rovigo’ è un antroponimo, nome di persona, risalente al lessico arcaico; molte altre parole della stessa origine furono poi sostituite da parole di matrice  germanica.
    L’etimologia popolare raccoglie nomi di luoghi derivati da nomi di santi, dal nome del proprietario di un luogo o dalle caratteristiche di un determinato luogo o edificio, come è avvenuto per numerosi Comuni del Polesine, da Adria ad Ariano, da Bergantino a Canda.
    Lauretta Vignaga
  • Renzo Melotti cittadino onorario di Rovigo

    Renzo Melotti cittadino onorario di Rovigo

    Rovigo, Veneto – Particolare e insolita apertura per il Consiglio comunale del 30 maggio 2017: a nome di tutta l’assemblea, il sindaco Massimo Bergamin ha conferito la cittadinanza onoraria all’ex gallerista ferrarese Renzo Melotti per la donazione della sua preziosa raccolta di opere d’arte alla comunità rodigina, in particolare all’Azienda socio sanitaria polesana. Le opere, 150 in tutto, con un valore stimato  di un milione di euro, sono state collocate in parte nella Cittadella Socio – Sanitaria e in parte nella sede dell’ospedale cittadino, in ossequio al desiderio e alla volontà del donatore di alleviare la sofferenza umana di chi sta in ospedale, con la visione del bello, delle forme e colori delle opere d’arte da lui raccolte. Il suo nome è stato il primo ad essere annotato nel Registro delle cittadinanze onorarie, istituito proprio per questa occasione.
       Studioso di Storia dell’arte e affermato gallerista di Ferrara fino ad alcuni anni fa, figura importante nel panorama artistico e culturale italiano, Renzo Melotti, ha compiuto un gesto di altissimo valore morale ed economico, un segno della sua sensibilità verso iniziative culturali e missioni umanitarie. Per diversi anni, Melotti ha sostenuto l’attività formativa di giovani medici specializzandi in Chirurgia pediatrica dell’Università di Ferrara . Molti i riconoscimenti che gli sono stati attribuiti per il suo grande impegno in campo socio sanitario e, il 17 marzo 2008, l’Università di Ferrara gli ha conferito la medaglia d’oro e il diploma d’onore per il contributo dato alla diffusione della cultura e la sua instancabile attività a sostegno della ricerca in campo pediatrico.
       Le opere d’arte hanno costituito una mostra permanente, inaugurata il 27 ottobre 2016, collocata nei corridoi di alcuni reparti dell’ospedale Santa Maria della Misericordia, per regalare un sorriso a chi si trova in ospedale. “Il gesto di Melotti – ha dichiarato il sindaco di Rovigo – ha contribuito a rendere più bella la nostra città con il suo prezioso contenuto umano e la sensibilità che dimostra portando serenità in un luogo di sofferenza. A nome della cittadinanza e dell’ Amministrazione Comunale, porgo le mie congratulazioni al signor Melotti per la nobile iniziativa e l’affetto dimostrato verso la città e i suoi abitanti. Un esempio per tutti coloro che contribuiscono e contribuirano al benessere di Rovigo.
  • Shahrazàd racconta e la magia diventa realtà.

    Shahrazàd racconta e la magia diventa realtà.

      Rovigo, Veneto- La trilogia ‘Donne da palcoscenico’, dedicata da Minimiteatri a Shahrazàd, l’affascinante e straordinaria protagonista delle ‘Mille e una notte’,  ha avuto un epilogo del tutto insolito: tre recite nello stesso giorno per poter accontentare tutte le richieste del pubblico. Il successo,  oltre ogni aspettativa, ha premiato l’inventiva degli attori di Minimiteatri, la verve e la bravura degli attori ospiti e degli allievi del laboratorio teatrale ‘La voce, la parola, il corpo. Fondamentali le scelte della regia di Letizia Piva che, spostando l’azione, e di conseguenza il pubblico, nei vari spazi del Teatro Sociale, dall’ingresso al Ridotto, alla platea del teatro stesso, non ha fatto troppo emergere la mancanza di una scenografia vera e propria. Un punto di merito anche per i costumi, in sintonia con l’atmosfera magica ed eroica da un lato,  briosa e un pò ciarlatana dall’altro, nelle diverse parti dello spettacolo.  Il primo racconto, con un finale moralistico, si snoda attorno ad un caso di morte accidentale di cui si attribuiscono, erroneamente, la responsabilità diverse persone. Tutti cercano di sbarazzarsi dello scomodo cadavere provando a far ricadere la colpa su altri. La verità, però, viene alla luce. Nessuna accusa di omicidio, quindi, ma di viltà di cui tutti si sono resi colpevoli.
       Dall’atrio del Sociale, dove si è svolta la prima parte della recita, sfruttando le porte e le scale che guidano ai diversi settori del teatro, il pubblico si è spostato al piano superiore, nella sala del Ridotto. Luci abbassate e strane forme immobili, accovacciate sul pavimento e coperte da ampi veli neri. Da una porta entra un principe sfarzosamente vestito e munito di spada. Si guarda attorno, meravigliato per lo splendido giardino in cui è capitato. Il laghetto con i pesci colorati, i fiori e le piante rigogliosi e tutte quelle statue che lo circondano. Un luogo di delizie che sembra non appartenere a nessuno. A quel punto compare uno strano personaggio che lo invita a entrare nel palazzo. Il principe non si fida e continua a osservare in giro. Proprio allora le statue cominciano a gemere e da una porta, che si spalanca, appare un giovane uomo con le gambe imprigionate che lo supplica di mettere fine alle sue sofferenze. Per convincerlo gli racconta la sua storia. Dice di essere il re delle Isole nere, condannato a quel tormento per aver ucciso l’amante della moglie, dopo averli sorpresi insieme un giorno in cui, egli, tornava da una battaglia. La moglie, inferocita per la perdita del suo amante, invoca l’aiuto di una strega che, con un sortilegio, condanna il re ad essere una specie di statua mentre salva dalla morte l’amante rendendolo un morto -vivente. Gli racconta anche che i pesci del laghetto sono gli abitanti del suo regno e le statue le persone uccise.  Arriva la regina che invoca la maga, sua amica, di frustare, come ogni giorno, marito per l’omicidio commesso.  Impietosito da tanta crudeltà, il principe straniero decide di aiutare il povero re e, fingendosi l’amante morto – vivente, convince la regina a interrompere le frustate e, di conseguenza i lamenti che riempiono il palazzo. La regina acconsente nella speranza di riavere il suo amore; troverà, invece, la morte che spezza il sortilegio.
       Dal Ridotto alla platea del Sociale per l’ultima novella. Una burla inventata da Amina, serva prediletta di Zobeide, moglie del califfo Mansur, e dal marito  Abu Assan, servo preferito del Califfo. Sperperato quanto possedevano per vivere nell’agio, i due decidono di fingersi morti a turno,  per commuovere i rispettivi padroni e indurli a offrire del danaro per la loro degna sepoltura. L’espediente funziona ma quando i due padroni decidono di controllare di persona i due decessi, la truffa salta fuori. Pentiti, i due confessano la loro colpa e chiedono il perdono che viene, generosamente, concesso.
        Conclusa la performance, applausi a scena aperta con gli attori che incontrano il pubblico per i saluti e i ringraziamenti. Claudio Moretti, di Minimiteatri, parla del suo inizio con  Gabbris Ferrari e la ripartenza di oggi, dal punto in cui erano rimasti dopo la morte dell’artista. La conclusione di Letizia Piva che ha calorosamente ringraziato tutti, pubblico, attori e le diverse professionalità che  si sono impegnati per il successo di ‘Donne da palcoscenico’. “ Il punto più bello – ha detto – è stare insieme con le persone che hanno fatto parte del progetto e riunito il gruppo per stare insieme nel Teatro Sociale. Ogni incontro è stato un evento straordinario, una cosa unica come Shahrazàd è stata una donna fantastica perché, contro tutto e contro tutti, ha saputo salvare tutto e tutti. E questa è la ragione per cui mi sono dedicata a questo personaggio”.
    Lauretta Vignaga
  • Il Liceo Artistico ‘B. Munari’ di Castelmassa festeggia i 20 anni del corso serale

    Il Liceo Artistico ‘B. Munari’ di Castelmassa festeggia i 20 anni del corso serale

    SETTENOTE di POESIA, tra ARTE e MUSICA

    Flavia Mitran 

    Iniziativa promossa dal Corso Serale del Liceo Artistico “B. Munari” di Castelmassa

    Il 4 Maggio 2017, alle 21,00 nell’aula magna del Liceo Artistico “B. Munari” di Castelmassa, nell’ambito delle manifestazioni per il ventennale del Corso Serale, si è svolto un incontro con  Paolo Tiribello, poeta e pittore autodidatta.

    L’iniziativa è stata intitolata ‘Settenote di poesia  tra Arte e Musica’.

    L’introduzione del prof. Pititto ha illustrato il programma della serata, ringraziando i presenti e le autorità che hanno sostenuto l’iniziativa, aggiungendo, inoltre, le diverse iniziative programmate e svolte nel corso dell’anno per il ventennale.

    La serata è iniziata con la presentazione della prof. Claudia Bortolotti, docente di Lingua e letteratura italiana.

    A seguire, Claudio Rambaldi, ex Preside dell’ISA di Castelmassa, ha illustrato le opere artistiche di Tiribello  e commentato e letto alcune poesie della pubblicazione Anime scartate. La lettura è stata accompagnata dalla musica e dalla proiezione di opere pittoriche del poeta intervallate da piacevoli brani musicali al flauto traverso della docente   Elena Munkàcsi.

        Il liceo artistico Munari ha organizzato la manifestazione  con l’obiettivo di promuovere sul territorio la realtà della formazione per adulti in ambito artistico. Attualmente è in esposizione la mostra «Ed è’ subito sera»,  che raccoglie  gli artisti del Corso Serale diplomati in questi anni.

         “Le «anime scartate»  altro non sono se non la nostra essenza scissa tra ciò che vorremo essere e ciò che dobbiamo essere: tra desiderio e realtà” – ha dichiarato Claudia Bortolotti .

    Cenni sulla poesia  di Paolo Tiribello

    Senza la esasperata espressività delle forme o la prepotenza comunicativa dei toni cromatici accesi, Paolo Tiribello  mo­dula il suo messaggio come un canto che, sereno, giunge da cortine atmosferiche suadenti e incantevoli; che si espande irrefrenabile come un rintocco libero. Colpisce, nella sua tecnica pittorica, la sapiente mescolanza fra caso e progetto. La sua natura viene indagata con strumenti delicati  che mettono in evidenza aspetti infinitesimali della dimensione fisica e di quella temporale. Sembra a tratti che le concrezioni dell’infinitamente piccolo siano scelte dal caso e sottopo­ste ad un processo di ingigantimento che rende  visibili dimensioni altrimenti sconosciute  all’ occhio umano, le intime strutture della materia.

    PAOLO TIRIBELLO,  nato  a Boara Polesine (Rovigo), nel 1959, è  pittore e poeta autodidatta. Ha collaborato con giornalisti italiani e stranieri, pubblicando articoli su arte, musica, canto, fotografia e poesia. Ha partecipato a numerosi concorsi nazionali di pittura e poesia, ed ha una lunga esperienza in campo artistico. Numerose le sue personali  in Polesine con riscontri molto  lusinghie­ri. Varie sue opere sono accolte nelle sedi di istituzioni  pubbliche e in collezioni  private. Come collaboratore scolastico, ha esposto  sue opere in diverse Scuole Statali. Ha, inoltre,  pubblicato sei raccolte di poesie: ‘Cosa c’è oltre?’ (1988),’Un grido’ (1990) ‘Girasoli Andalusi’  (1994),  ‘Gregoriana e Ribelle’  (1996), ‘ Dormirai con me stanotte’  (2004), ‘Requem-Resurrexi’  (2007).

  • Il rapporto tra italiano e dialetto nel Veneto di oggi. Diversità di politiche linguistiche e opinioni

    Rovigo, Veneto –  La pari dignità fra italiano e dialetto è tema da molti dibattuto sia in Veneto che in altre regioni d’Italia. Un tema delicato e complesso, presentato in occasione del IV incontro organizzato dalla associazione Dante Alighieri, comitato di Rovigo, e dedicato all’ evolversi e mutare della lingua italiana nel mondo di oggi. Relatore Matteo Santipolo, ricercatore e coordinatore scientifico della Dante.
       Punto di partenza la domanda di Matteo Santipolo: “Il dialetto veneto è una lingua a tutti gli effetti?” Molteplici le risposte e i casi esaminati.
      “La politica italiana, all’inizio del ‘900, era orientata a salvaguardare il dialetto come lingua autonoma. Tendenza sconfessata dal Regime fascista con le tesi della scarsa competenza del dialetto nostrano sia di chi proveniva da altre regioni che da coloro che non lo conoscevano. Tesi abbandonata dopo la caduta del regime.
    Parlando, oggi, di dialetto, l’opinione diffusa è che si tratti di una lingua alla pari di tante lingue europee, di origine neolatina, che una volta erano dialetti e oggi sono idiomi nazionali. I dialetti italo-romanzi nascono dallo sviluppo del latino e dalla sua mescolanza con i dialetti locali prima che arrivasse l’italiano. L’italiano di oggi non è altro che uno dei tanti dialetti locali promosso a livello nazionale. In Toscana la cultura e la sua diffusione furono favorite dal benessere e dalla ricchezza del ceto nobile, dei banchieri e dei commercianti, e il toscano si impose tra le lingue parlate”.
      “ L’italiano dell’Italia unita è nato nel 1934, con la RAI, e divenne lingua nazionale solo nel 1954; il vero padre non è stato Dante ma Mike Buogiorno” – ha commento Santipolo che ha ‘proseguito: “Quando l’italiano si è imposto sulle lingue locali ha dato origine ai vari tipi di italiano parlato; le varietà di italiano regionali nascono dalla sovrapposizione dell’italiano sui dialetti o lingue locali suddivisi in: dialetti settentrionali, dialetti toscani e corsi, dialetti centro – meridionali. Il veneto è un dialetto settentrionale, sottogruppo ‘venetico’; il veneziano è il tipo di dialetto veneto meno veneto di tutti per la presenza, a Venezia, di tutti gli uffici amministrativi. Tra le critiche mosse al dialetto c’è quella della mancanza  di una grammatica e di testi letterari. Falso in quanto ci sono autori del calibro di Ruzante, Goldoni, Palmieri, Gino Piva. Il veneto, inoltre, si è diffuso oltre i confini del territorio veneto con il ruolo internazionale della Repubblica di Venezia che lo usava nelle relazioni con gli altri stati.
       Nell’ Italia unificata pochissimi parlavano l’italiano: Manzoni si spostò in Toscana per migliorarlo. Negli anni ’20 del ‘900, la politica si impegnò per la diffusione dell’italiano e la formazione di docenti adeguati. Il Fascismo cancellò il dialetto e la cosa si è protratta fino agli anni ’70, quando si comincia a parlare di bilinguismo – sociale e individuale – diglossia, dilalia e il dialetto diviene lingua delle famiglie. In Veneto la lingua ufficiale è l’italiano ma, se si è a Venezia, e si parla la lingua dei residenti, si ottengono prezzi e trattamento più favorevoli rispetto a chi parla inglese e se si è in compagnia di veneziani, si ottiene il massimo. Naturalmente il dialetto varia a seconda dei luoghi e insegnarlo è cosa difficilissima.
     Nel mondo, il dialetto veneto è parlato da 6,5 a 8 milioni di persone; oltre che in Veneto è usato in alcune regioni di Slovenia, Croazia e di altri paesi dominati dalla Serenissima; in Messico e Brasile. Ha 8 varianti ed è la lingua del Nord Est d’ Italia, usato in famiglia, al lavoro e con gli amici.        Dagli anni ’70,  il miglioramento delle condizioni economiche in Veneto fa rinascere il dialetto come segno di appartenenza ad una comunità. Il processo di italianizzazione del dialetto veneto pone il problema della tutela delle minoranze linguistiche, 12 in tutto, veneto incluso. Lo proponeva la legge del dicembre 1999. Iniziativa riproposta dalla legge regionale n° 8 del 2007 e da quella del 2016.  Tuttavia il veneto in Veneto non è minoranza linguistica e la legge non è stata ancora applicata. A provvedere sono intervenute: l’ Academia de la bona creanza’ e l’ Academia de la lengua veneta’, per codificare la scrittura e la sua applicazione. Tra i tanti fattori negativi rilevati i più grossi riguardano i costi per la traduzione dei testi di qualsiasi materia e argomento, la formazione e la mobilità dei docenti. Fattore positivo è il bilinguismo che migliora lo sviluppo intellettivo dei ragazzi.
    Lauretta Vignaga
  • Nel Comune della Felicità il primo maggio è un appuntamento con la storia

    Nel Comune della Felicità il primo maggio è un appuntamento con la storia

        Un primo maggio dedicato ai lavoratori del passato, quello che il sindaco di Ceregnano, Ivan Dall’Ara, ha voluto festeggiare e ricordare con  numerosi rappresentanti della politica locale, amministratori del Comune e amici. Una ricorrenza che si è prestata anche all’inaugurazione di tre servizi pubblici  la Biblioteca rinnovata, il Punto Sanità reso più attrezzato e moderno; il nuovo Auditorium.Responsabile dell’intero progetto l’architetto- scultore Angelo Calesella che, conclusi gli interventi, ha regalato alla comunità di Ceregnano due sculture in terracotta in ricordo della 
    rivolta dei braccianti della ‘Boje’ del 1884, a cui, l’8 maggio del 2016, è stato dedicato il Museo di Pezzoli. 
          ” Poichè il 1° maggio  è la festa dei lavoratori – ha spiegato il sindaco Dall’Ara – abbiamo voluto rievocare  il primo grande movimento di protesta dei contadini del Polesine, le lotte combattute per avere dignità e diritti troppo a lungo negati”.
    Accolti nel nuovo Auditorium, gli ospiti hanno, quindi, assistito alla rievocazione della ‘Boje’ da parte del gruppo connotato dallo stesso nome, che raccoglie  rappresentanti del consiglio comunale, impiegati e lo stesso sindaco e la moglie, Antonella Bertoli. A quest’ultima  il compito di ricostruire
    le diverse fasi della protesa, fino all’arresto e alla condanna degli scioperanti; il tutto grazie alla lettura di pagine di giornali dell’epoca e di resoconti dell’ intera vicenda.
     Proteste e dialoghi concitati, commenti, frasi di ribellione, imprecazioni contro i padroni- i siori-  e ‘cante’ inventate dai braccianti in rivolta, hanno   ricostruito quel tragico 1884. Punto di partenza : la rotta dell’Adige del 1882, seguita dall’esondazione del Tartaro -Canalbianco nel 1883. Ne conseguì
    la diminuzione del lavoro, dei salari e del raccolto, nel 1883, cui si aggiunse il ribasso del prezzo del grano e del riso causato dalla concorrenza del mercato russo e americano. Nacque una agitazione spontanea ma compatta e collettiva e, pochi mesi dopo, nel 1884, si scatenò lo sciopero nel territorio di Rovigo . Al grido ‘La Boje, la boje, de boto la va desora’ !!!, esplose la rabbia di centinaia di braccianti per le lunghe giornate di lavoro, la misera paga e il sistematico rifiuto dei proprietari delle terre di aumentare le paghe. Lo spettro della fame e della disoccupazione portò alla ribellione.
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        Nel giugno 1884, alla vigilia della mietitura,  40.000 braccianti incrociarono le braccia. La rivolta de ‘La Boje’, scoppiò a Pezzoli di Ceregnano e si diffuse ad Adria e Magnolina e incontrò l’appoggio di alcuni rappresentanti della piccola borghesia e degli intellettuali. Gli agrari si rivolsero ai crumiri per la mietitura e chiamano i carabinieri a difenderli. Il Polesine venne occupato da militari e carabinieri a cavallo, 5.000 in tutto, e De Pretis, capo del governo dell’epoca, nominò un generale per dirigere le operazioni. Prima dello sciopero, ai braccianti veniva riconosciuto l’8-9% del raccolto; dopo la protesta si arrivò al 20 e anche 30%. La protesta, tuttavia, non si fermò e, nella seconda metà del 1884, iniziarono i processi: 35 in tutto per 201 braccianti; 171 furono condannati per ‘ truffa in commercio, accusati di aver alterato il patto tra agrari e braccianti. Il bracciantato, allora, cambiò strategia regia: fermò lo sciopero ma non la protesta. Cominciarono i sabotaggi, gli incendi a case e fienili, stalle e foraggio e il taglio delle viti. Nella primavera del 1885, De Pretis fece pressione sui magistrati per colpire i sostenitori della ribellione processandone i capi. Nel marzo 1885 vennero processati 21 imputati e sulla ‘Boje’ calò il silenzio. Rivolte e proteste erano sorte anche in altre zone del Polesine e nel Mantovano ma solo in Polesine si ebbero  arresti e  condanne di massa.
       La crisi agraria di fine ‘800 colpì in particolar modo il Veneto, causata dalla rapida unificazione del mercato globale e favorita dalla grande espansione di vie e di mezzi di comunicazione. La concorrenza di prodotti che arrivavano dall’estero causò il crollo dei prezzi e rese ancor più drammatiche le condizioni economiche dei braccianti in Veneto e in Polesine. ll 1887 segnò il punto di non ritorno: migliaia di loro lasciarono la terra d’origine per emigrare in sud America.
     Come omaggio alla nostra terra e ai valori che rappresenta nell’ Auditorium era stata allestita la mostra fotografica ‘Terra Nostra’, di Roberto Bottari. Suggestioni di campi arati e cieli infiniti che si specchiano nei fossi e nei canali; di case e cortili con gli attrezzi del lavoro quotidiano. Gli orti e le galline che animano i recinti a loro dedicati; la quiete dei luoghi che, oggi, facciamo fatica ad apprezzare.
    Lauretta Vignaga
  • Grande attesa e preparativi per il mercatino, ma il maltempo rovina la  festa

    Grande attesa e preparativi per il mercatino, ma il maltempo rovina la festa

    Tutto il quartiere di San Pio X si era impegnato per rendere speciale la VII edizione della Festa del volontariato e il tradizionale mercatino dei bambini. Due giorni di festa, il 6 e 7 maggio,  con musica, giochi, curiosità, gare sportive e molto altro. Tutto come da programma la mattina di sabato 6 maggio quando,  presenti il sindaco Bergamin e un paio di esponenti del Consiglio Comunale,  il rappresentante del WWF Eddi Boschetti, e di Lucio Taschin del CONI, è  stata apposta la targa segnaletica  che ha ufficialmente intitolato Riviera Adigetto ‘Parco dei diritti dei bambini’ grazie alla ‘Associazione Famiglie aperte all’accoglienza’, di Rovigo.
    una Little Library del quartiere San Pio
    una Little Library del quartiere San Pio

    E’ seguita la presentazione ai ragazzi dell’Istituto comprensivo IV di Rovigo e alle persone del quartiere partecipanti all’incontro, della little library istallata nel parco  – l’altra è stata collocata verso la fine di via Mascagni –  per diffondere fra gli abitanti del quartiere e, in particolar modo fra i giovani, il gusto per la lettura. Un piacere che risulta maggiormente attraente per la piacevolezza del luogo, circondato di verde e di piante che offrono il ristoro della loro ombra. La piccola libreria mette a disposizione testi di narrativa, avventura, fantasia e romanzi per incontrare gusti diversi e volare con la fantasia o appassionarsi ad una indagine poliziesca o ad un intrigo internazionale. La realizzazione delle Library è stata sostenuta e ideata dall’Associazione ‘Amici di Elena onlus’, di cui è presidente Giancarlo Brandolese. ” Piccoli granai pubblici – le ha definite Brandolese –  da cui attingere emozioni e riflessioni, pensieri e nutrimento per lo spirito, con cui diventare grandi. Per ogni libro preso si dovrà lasciarne uno in cambio, così il granaio non resterà mai vuoto e la mente  non finirà di volare”.

          Un progetto concluso che aggiunge valore alla città e al suo spirito di accoglienza,  rivolto sia ai residenti che a coloro che sono di passaggio, sia a piedi che in bici.  Esplicito in messaggio di amare e stare a contatto con la natura, frequentare i luoghi aperti e praticare qualche forma di attività fisica.  La mattinata  è proseguita con la presentazione dei lavori di disegno e grafica  dei ragazzi delle terze classi della secondaria di primo grado ‘A. Riccoboni’ ispirati al tema: ‘Un libro sogna’.  Poi letture di brani scelti per l’occasione, ascolto di brani al pianoforte eseguiti dagli allievi dell’associazione ‘Prima corda’ e visita alla mostra di foto allestita negli spazi della chiesa di San Pio X.
        Al tempo incerto della mattinata si è sostituito il cielo cupo e minaccioso del pomeriggio seguito da un forte temporale che ha scombinato tutta l’organizzazione  degli eventi.
    Lauretta Vignaga
  • I pastelli di Giorgio Mazzon in mostra al Caffettiamo prima di approdare al Teatro Sociale

    I pastelli di Giorgio Mazzon in mostra al Caffettiamo prima di approdare al Teatro Sociale

    Rovigo, Veneto. –  In attesa di entrare nel Teatro Sociale ed essere proiettati sulla scena per l’ambientazione della prima parte della rassegna ‘Donne da palcoscenico’ dedicata al mito di Shahrazàd, coproduzione di Teatro Sociale e Minimiteatri, 24 pastelli di Giorgio Mazzon sono in mostra al Caffettiamo, in Corso del Popolo, a Rovigo. Una raccolta che, in totale, conta 50 disegni, realizzati da Giorgio Mazzon, in collaborazione con Gabbris Ferrari, negli anni della loro amicizia. Raccontano il mondo fiabesco delle ‘Mille e una notte’ e il mito di Shahrazàd, principessa bellissima, colta e intelligente oltrechè di grande fascino, che, grazie a queste doti, riesce a salvare la propria vita.
    Presentati al pubblico un paio di sere fa dallo stesso autore e da Letizia Piva, direttore, attrice e regista di Minimiteatri, i bozzetti, assieme ai dialoghi, la regia e la prima rappresentazione hanno preso corpo a casa di Giorgio Mazzon. ” Si tratta di un testo molto leggibile che ricalca perfettamente il suo autore, che scrive continuamente storie attraverso l’arte” – il commento dell’artista Vanni Cantà, presente all’incontro. “Giorgio ha sperimentato di tutto nel campo dell’arte e questi pastelli rappresentano il suo mondo interiore. Lavori fatti di getto con grande varietà e intensità cromatica riconducibili all’espressionismo di Picasso”. E ha aggiunto: “In questo ciclo di opere, Giorgio Mazzon si confronta con temi diversi e reinterpreta la dimensione di Shahrazàd e il terrore da lei vissuto, con grande passione. E non manca l’apporto della fantasia  che approda a mondi visionari, ad archetipi legati al ruolo della donna, al suo rapporto con l’uomo, al mito della femminilità. Non mancano incursioni in altri miti che affascinano con l’atmosfera onirica delle storie raccontate”.
    Lauretta Vignaga
  • Giovani scrittori. Scrittori giovani.

    Giovani scrittori. Scrittori giovani.

    Premiati i vincitori del 3° Concorso letterario della Fondazione Banca del Monte

    Rovigo, Veneto – Duecentocinquantuno gli elaborati inviati, quindici i giovani segnalati e cinque i premiati di cui tre ex aequo. Sono i numeri della III edizione di ‘Giovani scrittori, scrittori giovani’,  Concorso letterario  promosso e organizzato dalla Fondazione Banca del Monte di Rovigo per la scuola. Una iniziativa dedicata agli studenti degli istituti superiori della provincia di Rovigo finalizzato a promuovere la passione per lo scrivere, esprimendo  sentimenti, passioni, attese, sogni e desideri in totale libertà. Una parte della società spesso accusata di banalizzare la comunicazione imitando lo stile dei messaggi sul cellulare e di apprezzare poco la lettura. Opinione sfatata, considerato il numero dei giovani che si sono messi in gioco con questo concorso, più che raddoppiato nei tre anni della sua durata. E oltre la partecipazione, il dato rilevante, sottolineato dalla giuria, è stata la qualità dei testi inviati, tutti interessanti per il tema proposto e la maturità del contenuto tanto da far ipotizzare lo scritto di un adulto e non di un giovane. “Forse ragazzi abituati a tenere un diario o una raccolta di pensieri personali; in ogni caso da non perdere di vista” – il commento di Sergio Garbato, presidente di giuria. Oltre ai giovani, riconoscimenti anche agli istituti che hanno ‘fornito’ il maggior numero di concorrenti: l’ IIS ‘Viola Marchesini’, IIS ‘Primo Levi’ di Badia Polesine e l’ Istituto Tecnico Commerciale ‘ De Amicis’ di Rovigo.  Gli altri istituti rappresentati sono: il Liceo scientifico ‘P.Paleocapa’, IIS ‘Celio Roccati’, di Rovigo, l’IIS ‘C. Colombo’, di Adria.  Un lavoro arduo per la giuria, formata dai professori: Antonio Gardin, Giuseppina Papa, Virgilio Santato, dal giornalista Gristiano Draghi e dal giornalista Sergio  Garbato, presidente. A dare inizio alla premiazione il professor Luigi Costato, presidente della Fondazione Banca del Monte di Rovigo, che ha elogiato tutti i partecipanti incitandoli a non smettere di coltivare le proprie aspirazioni e ad avere fiducia nelle potenzialità che ciascuno possiede.

    Presentati con brio da Christian Mascheroni, sono stati introdotti gli studenti segnalati: Isacco Cecchettin, Riccardo Biondi, Carlotta Rizzato, Alice Ronsisvalle, Valentina Merighi, Thomas Bonfà, Leila Chakir, Matteo Gheza, Lorenzo Borghi, Daniela Guerra, Anna Sacchetto, Sofia Modenesi, Michele Babetto, Maria Menon, Leonardo Cavallari. Per tutti loro l’attestato di partecipazione.
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    Breve presentazione del testo e la lettura di alcune righe per i cinque studenti nella rosa dei premiati. Al terzo posto si sono qualificati ben tre studenti ex aequo: Chiara Secchiero con ‘Cullata dall’acqua’: “La diversità vissuta fino in fondo, anche quando diventa sofferenza perché gli altri rispondono in modo svagato e sfuggente, quasi ne avessero paura”. Valentina Genesini con ‘ Le novantacinque tesi’. ” Un salto indietro nei secoli fino a ritornare ai primi anni del XVI secolo e i giorni perduti in cui il monaco Martin Lutero aveva presentato le sue 95 tesi e il vecchio padre George aveva sentito le sue certezze vacillare’. Camilla Tibaldo con ‘ Ad un instancabile sognatore‘: “Quasi un monologo interiore di un genitore che si rivolge al figlio che non c’è più, come se fosse in un altrove irraggiungibile”.
    Al secondo posto si è piazzata Ilaria Oliva con ‘La fiaba non è realtà’: ” La contaminazione e la coesistenza di fiaba e realtà nella trama segreta della vita di tutti i giorni, è restituita con immediatezza e spontaneità, con una scrittura di grande semplicità che riscopre i modi e i ritmi del parlato”.
    Primo premio a Enrico Forno con ‘I colori della nebbia’: “Un racconto che riesce a trasformare un incontro fortuito in qualcosa di eccezionale che va oltre i confini della ordinaria quotidianità”.
    Per questi ragazzi oltre all’attestato anche un premio in denaro.
    Lauretta Vignaga
  • GABBRIS, il catalogo di un’avventura artistica e umana

    GABBRIS, il catalogo di un’avventura artistica e umana

         Rovigo, Veneto –  Un ricco catalogo e una corposa retrospettiva, allestita al piano nobile di Palazzo Roverella, fino al 2 luglio, costituiscono la testimonianza di affetto e il ringraziamento che Rovigo e la sua cittadinanza rivolgono a Gabbris Ferrari due anni dopo la sua scomparsa. Una perdita che ha lasciato un vuoto profondo negli ambiti in cui l’artista, ma anche insegnante e uomo politico, ha espresso la sua inventiva e creatività; la capacità di trasformare in arte la sperimentazione negli ambiti più diversi: dal teatro alla regia, dalla pittura alla scenografia. Di lui è rimasta una quantità incredibile di materiale: costruito, dipinto, scolpito, abbozzato, disegnato; tutto di grande qualità. Un patrimonio diviso in parti uguali tra la figlia e la moglie e affidato, da quest’ultima, alla Fondazione Banca del Monte di Rovigo che ne ha tratto un pregevole catalogo. 
      L’inaugurazione della mostra, il 29 aprile scorso, è stata preceduta da un incontro in Accademia dei Concordi, virtuale commiato di enti e istituzioni pubbliche da un concittadino “non adeguatamente apprezzato in vita”. ” Un artista al servizio della città che ci ha onorati anche fuori dal Polesine, a Venezia e Urbino dove ha insegnato” – citando alcuni interventi. A raccontare Gabbris Ferrari artista e uomo è stato Sergio Garbato, amico di lunga data e critico d’arte, che, in diverse occasioni, ha collaborato con Gabbris e di cui ha commentato mostre e realizzazioni sceniche, pur se, molte volte,
    le  loro visioni erano discordanti. A Sergio Garbato è stato anche affidato il compito di realizzare il catalogo delle opere di Gabbris esposte al piano nobile di Palazzo Roverella, gentilmente messo a disposizione dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo assieme allo staff dei suoi collaboratori per l’allestimento.
    ” Gabbris aveva il gusto della contaminazione, la capacità di mettere insieme le cose più disparate. Nel catalogo non è citata  la data di nascita né il cognome; per tutti lui era Gabbris, la stessa parola, scritta in rosso, con cui si apre l’esposizione” –  ha spiegato Sergio. “Che, scritta in bianco, spicca sul rosso intenso della copertina del catalogo, un’opera che, sbiaditi dal tempo ricordi e discorsi, rimarrà la testimonianza più significativa del suo percorso nell’arte” – aggiungiamo noi.
    Nella produzione artistica di Gabbris è la frequente la mancanza di titoli e date. Un compito sempre rimandato per il sovrapporsi  di opere e progetti seguiti disordinatamente nel corso degli anni, che la morte ha fermato per sempre. Indagando nel materiale lasciato  alla Fondazione Banca del Monte, Sergio Garbato ha cercato di ricostruire un percorso cronologico che registrasse il cammino umano e artistico di Gabbris. Il titolo del catalogo: ‘Dalla pittura al teatro e ritorno’ risponde,  proprio, a questa necessità. Si inizia con la pittura: opere dove  colori e linee costruiscono luoghi immaginari affollati dai soggetti più disparati: un pezzo di corpo di una zebra, un orecchio, un dito, il busto di un uomo con il cappello e la maschera antigas; e il colore che delimita gli spazi e li crea nel contrasto delle tonalità. Più avanti,  colori e immagini si fanno cupi, le figure diventano umane,   iniziano i riferimenti a opere liriche . I personaggi sono definiti dal contorno nero e appaiono scritte che danno indicazioni per eventuali rappresentazioni sceniche.
    E ci sono i pastelli a olio che abbozzano con linee grosse e disordinate i protagonisti del teatro dell’ opera e della letteratura, contornati da note per la regia. Prende importanza la rappresentazione dettagliata delle scene ed entra in campo il teatro delle marionette dove i costumi individuano i
    protagonisti. Un caso a parte le tavole dedicate al ‘Faust’ di Goethe, destinate a diventare illustrazioni  per un libro. Un personaggio, Faust, a cui Gabbris si è avvicinato in tempi diversi, iniziando dal più antico: l’Urfaust, tentando di ricondurlo al teatro delle marionette di cui era appassionato dai tempi di Urbino. Passione intensificata con l’attività di scenografo, costumista e regista. Faust era ritornato anche in tempi recenti con  il progetto di una specie di ‘fiaba nera’ da raccontare con tecniche diverse.
       Poi arrivano le marionette e le piccole scatole che rappresentano il teatro. Personaggi di un mondo perduto, le marionette di Gabbris hanno abiti raffinatissimi e volti misteriosi; sono la risposta alla necessità di un teatro sempre aperto e senza spese, dove si può riproporre il repertorio musicale che compagnie e istituzioni non possono permettersi. Inizia una ricerca scenografica che unisce la luce all’intelligenza e al gusto per l’artigianato: Otello’, ‘ Il mondo alla roversa’, ‘Così fan tutte’. Acquerelli e pastelli creano la scenografia; le macchine sceniche, gli abbigliamenti inconsueti e coloratissimi completano il tutto. Gli elementi sono componibili e i cambi di scena sembrano tocchi di magia. La passione per la poesia e la letteratura, avvicina Gabbris a Eugenio Ferdinando Palmieri che entra nel suo teatrino recitando i propri versi.
     Dopo 30 anni di teatro, Gabbris ritorna alla pittura con opere di grande formato che riportano, simbolicamente, ai momenti importanti della sua vita,  Lo sfondo delle tele si fa cupo; ogni elemento cela una storia, compreso il dolore per la tragica perdita del figlio Martino. Il susseguirsi di elementi e personaggi sempre diversi di forma e i colori molto vivaci, parlano di un ritrovato impulso creativo. Testimonianze ed evocazioni, intrecci di memorie e umori, dove felicità e tristezza, giovinezza e vecchiaia si mescolano in continuazione, come avviene nella vita. Infine l’attenzione ai pezzi di legno 
    recuperati sulle spiagge dove vento e acqua salata, il sole e i giorni li hanno incisi e modellati. Nelle sue mani diventano composizioni legate a un pensiero segreto.
     Ai libri che amava ha dedicato illustrazioni, traducendo in immagini frammenti di un mondo che lo incantava . E’ il caso dell’ Isola del tesoro, romanzo  di Robert Louis Stevenson, raccontato con 20 pastelli a olio su cartoncino. Il catalogo, e la mostra, si chiudono con i disegni ispirati alla famiglia e ai ricordi dell’adolescenza.
    Lauretta Vignaga

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