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Autore: Lauretta Vignaga

  • Gabbris Ferrari artista e uomo di teatro. Il ricordo di coloro che l’hanno conosciuto.

    Gabbris Ferrari artista e uomo di teatro. Il ricordo di coloro che l’hanno conosciuto.

    Rovigo, Veneto –La morte di Gabbris Ferrari, due anni fa, ha lasciato una ferita profonda nella cultura, nell’arte e nel teatro d’avanguardia rodigino ma anche Veneto. Tante le sfaccettature della sua creatività che rendevano unici spettacoli minimalisti dove due attori e un pianoforte bastavano a riempire la scena, a dare senso e vita a una storia. Numerose le iniziative ancora in progetto e le idee da abbozzare. Tanti i compagni di viaggio che continuano a sentire la sua mancanza.
      Con il sostegno del Comune, assessorato alla cultura, per iniziativa della moglie e dei collaboratori più stretti di Gabbris, è stato organizzato, martedì 28 marzo, al Ridotto del Sociale, un incontro pubblico destinato al ricordo. “Solo un primo passo – ha sottolineato l’assessore Donzelli – perché ci saranno altri spazi e  momenti per lasciare testimonianze e ricordi”.
         Al pensiero di cordoglio di Enrico Zerbinati, presidente dell’Accademia dei Concordi, è seguito l’intervento di Ivana D’Agostino, collega all’Accademia di Venezia, storica dell’ Arte e della Scenografia. Ha rievocato peculiarità e doti dello scomparso. Ha citato: mostre, allestimenti, lavori di teatro, dipinti, mostrati con proiezioni di slides,  spesso privi di  data e firma. Ha sottolineato i caratteri della pittura di Gabbris influenzata, all’inizio, dall’ambiente romano, pur con il legame, mai interrotto, con la tradizione classica. Gli studi di approfondimento di grafica e litografia messi a frutto nei bozzetti per il teatro, preludio alla acquisizione della cattedra di Scenografia a Urbino. L’ indagine sul teatro rinascimentale e le prime realizzazioni teatrali: ‘El mondo a la roversa’, preceduto da: ‘Il mondo della luna’, per il Sociale di Rovigo. “Per Gabbris la scenografia era progettazione dello spazio interpretato geometricamente, un principio che applica nella prosa del suo teatro sperimentale” – ha spiegato d’Agostino. E ha concluso citando il lavoro di scenografo per le opere liriche del Sociale di Rovigo: ‘Lucia di Lammermoor’, ‘Il ratto del Serraglio‘. ‘ L’elisir d’amore’  e altre. “In seguito,  cominciò a volgersi al ‘Teatro di figura’, il teatro delle marionette, di cui creava scene e costumi. Il mondo della commedia dell’arte era una grande attrazione, soprattutto le macchine sceniche che includevano pittura e scultura. Emblematico il carro di Dulcamara, nell’ ‘Elisir d’Amore’,  con cui vengono portati, sul palcoscenico, dei manichini. Nella scenografia del ‘Mondo della luna’ sono stati coinvolti gli allievi di Urbino e Venezia e, nel 2001, il mondo del teatro viene recuperato nella pittura. Ultimo approdo artistico: i relitti di mare, pezzi di legno recuperati sulla spiaggia e  trasformati in sculture; e le composizioni pittoriche scandite da quadrati di colori diversi”.  
         Forte e coinvolgente il discorso ‘in memoriam’ di Letizia Piva, discepola e allieva, compagna sulla scena e perfetta interprete di personaggi e azioni che  hanno  costituito il repertorio di Minimiteatri,  di cui Letizia è, ora, regista e coreografa.
            “Conoscevo  Gabbris da bambina, era amico di famiglia e spesso era a casa nostra, sempre impegnato a fare qualcosa” – ha iniziato a raccontare. ” Poi sono stata 
     
    lontana per diverso tempo, ma, al mio ritorno, l’ho cercato e abbiamo cominciato a parlare di tante cose……di teatro, un teatro particolare basato sulla persona, la sua capacità di comunicare, di essere un essere umano.Attorno all’attore abbiamo tolto tutto perché ci piaceva esplorare la persona, capire cosa poteva dare. Lo abbiamo fatto con ‘Minimiteatri’, nome che rappresenta una poetica, una estetica…… Il primo lavoro è stato: ‘Cordis duo’, c’era tutto quello che volevamo dire e solo uno strumento musicale – un pianoforte – che diventa corpo e parola…..la voce che diventava musica e il pianoforte che diventava voce e poesia……c’era una donna che diventava musica e voce…… un personaggio con cui guardare nell’anima, nel cuore di una donna. Gli piacevano le donne e io mi prestavo a questo perché mi interessava quello che si faceva. Mi accennava e rappresentava quello che dovevo fare….. al pianoforte  c’era il maestro Luciano Borin e nessun’altro. Ma il piano, in qualche modo diventa persona e sotto il pianoforte avviene una violenza sessuale domestica che mi ha lasciato sconvolta e ancora oggi mi da questa sensazione “.
         Poi, Letizia Piva ha citato Eugenio  Ferdinando Palmieri e ‘L’abate degli illusi’ in cui recitava in dialetto versi che raccontavano di sogni e delusioni, di speranze impossibili. Una poetica e malinconia che Gabbris voleva mettere in scena perché rappresentavano meglio di ogni parola la povertà del Polesine che gli piaceva tanto.
            E ha messo in scena un circo povero e scalcagnato: 4 sedie e qualche proiezione ma sempre la musica del pianoforte che suonava vecchie canzoni che facevano sognare……..Poi siamo andati ai Grandi Fiumi, nelle sale del Museo, al Teatro Studio, a SanMichele, alla Pescheria…e c’era anche uno spettacolo itinerante per poche persone. In Rotonda abbiamo fatto i dialoghi presi dai Vangeli, e di nuovo ai Grandi Fiumi con Filippo Tognazzo e Thierry Parmentier e le musiche di mio padre, FrancoPiva. Tante letture sceniche ai Grandi Fiumi, per due anni, prima che succedesse l’incendio. C’era sempre il supporto di Giorgio Mazzon. E abbiamo fatto una coproduzione con il Teatro Sociale, ‘Il mondo della luna’, a cui ha fatto seguito ‘La Venexiana’ e il ‘Decameron’. ‘Arianna sulla spiaggia di Cnosso’ è stato l’ultimo spettacolo”.
    Lauretta Vignaga
  • Dall’indagine sugli affreschi del castello di Arquà una pagina di storia dimenticata

    Dall’indagine sugli affreschi del castello di Arquà una pagina di storia dimenticata

    Arquà Polesine, Veneto –  Un’ indagine lunga e piuttosto complicata, condotta da Lara Girotti per redigere la propria tesi di laurea ha portato alla luce una pagina di storia che sembrava perduta per sempre: quella sugli ultimi rappresentanti della famiglia Diedo, del ramo dei Santi Apostoli,  proprietaria del castello di Arquà Polesine.
    Punto di partenza: gli  affreschi della millenaria dimora, per individuare esecutori e committenti. 
     Il lavoro, minuzioso e particolareggiato, raccolto in un volume che, si spera, possa essere pubblicato e diffuso tra gli studiosi di storia locale, è stata presentata venerdì 24 marzo, 2017, nella Sala Consiliare del Castello, gremita di amici e conoscenti della giovane arquatese. Ad affiancarla, il direttore dell’Archivio di Satato di Rovigo, Luigi Contegiacomo, a cui Lara si era rivolta per una prima ricerca sulle fonti notarili. Un impegno che non ha dato grandi risultati per mancanza di riferimenti a committenze pittoriche o a persone che avessero operato per la trasformazione del castello da struttura difensiva a villa signorile di rappresentanza per i proprietari.
       “Lara non si è arresa – ha raccontato Contegiacomo – ha imparato a riconoscere la calligrafia dei diversi notai, i cui atti, dal 1400 al 1800, sono raccolti in 164 volumi. Tuttavia, ricostruendo la mappa delle proprietà dei Diedo, sono emersi dati sulla trasformazione della dimora da luogo di difesa in villa e, in seguito, centro di produzione e stoccaggio di prodotti agricoli. Nel medioevo, la proprietà era di una famiglia di origine ferrarese; le vicende storiche che hanno portato il Polesine e la città di  Rovigo, alternativamente sotto il dominio estense e veneziano hanno determinato il passaggio del territorio di Arquà sotto la Repubblica di Venezia e la nobile famiglia Diedo spostata in terraferma.
     Il resto delle ricerche si è svolto nell’ Archivio di Stato di Venezia, dove sono risultate fondamentali le dichiarazioni di decima e gli alberi genealogici dei discendenti della famiglia ” – ha aggiunto Contegiacomo.
         Inserendosi nel contesto storico, Lara ha precisato che: “A partire dal ‘300 la casata  si era divisa in  4 rami e quello dei Santi Apostoli, il meno importante, si era insediato in Polesine, ad Arquà. Dei tre fratelli: Pietro, Francesco e Vincenzo, l’ultimo, Vincenzo, nel 1566 divenne Patriarca di Venezia, allacciò importanti relazioni con lo Stato Pontificio e diede il via alla ristrutturazione del castello. Più interessato al potere temporale che al ruolo di guida religiosa, Vincenzo incrementò i possedimenti in Polesine con lasciti e investiture ecclesiastiche. Fu accusato di appropriazione indebita di beni della Repubblica e altri reati. Il legame con il papato e la religione cattolica traspare in molte delle pitture che arricchiscono il castello, ora villa, di Arquà. Vennero, inoltre, incrementati e migliorati i sistemi di sfruttamento delle terre in Polesine.
         Dei tre fratelli sopra citati, l’unico ad avere discendenti fu Francesco, sposato con una nobile Bembo. Ebbe 4 figli. Uno di loro,  Alvise, ereditò la maggior parte dei beni, come si evince dalla dichiarazione di decima del 1546. Sempre Alvise, condusse una vera e propria campagna acquisti di terreni in Polesine dal Provveditore di Venezia: a Castelguglielmo, Adria, Loreo. Altre proprietà insistevano nei territori di Verona, Padova, Vicenza. Numerosi i Palazzi a Venezia, fra cui Cà da Mula, nell’isola di Murano.
       Nel 1540 i Diedo avevano acquistato il ‘castrum Arquatae’. La dichiarazione di decima del 1582 riporta il cambiamento d’uso e costituzione del castello, diventato dimora di lusso; la costruzione delle barchesse per il ricovero del fieno e del grano. L’imparentamento con la famiglia Correr è testimoniato dall’ aggiunta dello stemma dei Correr accanto a quello dei Bembo.
       Dalla fine del 1500  al 1630 il patrimonio dei Diedo ha continuato a espandersi. Gli affreschi risalgono a questo periodo.
     Le indagini sulle proprietà mi hanno permesso di individuare le  fasi di trasformazione del castello  – ha specificato Lara – e la decisione di affrescare alcune stanze della villa è frutto della politica patrimoniale di investimento basata sulla contrazione di matrimoni dei figli maschi con ragazze di nobile casato. Le pitture simboleggiavano e celebravano il prestigio dei Diedo, da esibire agli  ospiti illustri.
    Giungendo al cuore della ricerca Lara Girotti ha spiegato che il ciclo pittorico di Arquà riguarda 2 stanze al piano nobile e 3 al piano terra; nessun riferimento specifico alla committenza è stato possibile. “Molti i confronti fatti con altri cicli pittorici di villa e le comparazioni tra le committenze di affreschi a Venezia e le pitture di Arquà” – ha dichiarato. “Diverse le ipotesi di influenza di opere di Paolo Veronese, attivo in terraferma, mentre per la datazione degli affreschi di Arquà ci si basa su quella degli affreschi ripresi da cartoni, disegni e stampe che circolavano nelle botteghe degli artisti dell’epoca, dove lavoravano maestranze diverse. Le pitture del piano superiore sono di qualità
    scarsa; migliori quelle del piano terra. I soggetti sono, in genere, collegati alla vita dei proprietari e avevano intento celebrativo. Frequente la presenza di festoni, nature morte, simboli del potere di Venezia, riferimenti alla chiesa cattolica e alla monarchia francese. Nel salone della torre compaiono  riferimenti a personaggi biblici, poco leggibili.
     Al pianterreno, accanto a  personaggi della Bibbia ci sono scene tratte dalle ‘Metamorfosi’ di Ovidio, il mito di Fetonte e frequenti riprese   dei cartoni di Galtzius, datate 1589. La stanza del camino è la più bella e complessa dal punto di vista simbolico e decorativo: si vedono  figure di sapienti e filosofi che sorreggono tavole con iscrizioni. Sul soffitto le arti liberali e l’allegoria della Sapienza; ultima scena: il banchetto di Antonio e Cleopatra”.
       A trarre le conclusioni di un lavoro tanto impegnativo e determinante per la storia del nostro territorio, Sergio Garbato, con gli auspici che venga diffuso  e offra spunti  per andare oltre.
       Meritano una sottolineatura gli intermezzi musicali all’arpa celtica di Paola Magosso,raffinata rievocazione dell’atmosfera delle corti rinascimentali.
    Lauretta Vignaga
  • L’uomo e l’ambiente del Polesine e del Delta del Po

    L’uomo e l’ambiente del Polesine e del Delta del Po

    Il racconto per immagini di Pietro Donzelli

       Rovigo, Veneto –  Un territorio molto diverso  da quello di oggi, come è diversa la realtà sociale e umana del Polesine e del Delta del Po 70 anni dopo la rigorosa documentazione fotografica realizzata da Pietro Donzelli tra il 1953 e il 1960.  Un passato cancellato, e quasi del tutto dimenticato, che ritorna con una ricchissima raccolta di fotografie in bianco e nero intitolata ‘Terra senz’ ombra’, considerata una dei pilastri della storia della fotografia italiana e tra i primi esempi di fotografia documentaria. 
    Un affresco per immagini, visibile fino al prossimo 2 luglio, a Palazzo Roverella,  che ci mostra  fatica e dolori di tempi molto difficili, segnati da alluvioni, povertà e fame; ma anche da coraggio, tenacia e la determinazione a non lasciarsi travolgere dalla disperazione di chi ha perso tutto.
     Oltre cento scatti che rappresentano otto anni di lavoro dedicati da Pietro Donzelli al Polesine e al Delta del Po: distesa di terra e acqua sullo sfondo delle quali l’uomo è presenza irrilevante pur se con quelle deve misurarsi ogni giorno per sopravvivere.  Nessuna enfasi nelle immagini, solo la realtà, sempre uguale, di pescatori e contadini, di donne vestite di nero che si dividono tra la cura della famiglia e il lavoro nei campi; di bambini seduti sui gradini di casa a inventare giochi con la fantasia.
    Con l’ intervento di Roberta Valtorta, curatrice dell’esposizione,  abbiamo incontrato Donzelli mentre esplorava la nostra terra: la campagna fertile, ricca di vegetazione, la gente umile e accogliente che aveva conosciuto quando era soldato, durante la guerra. Aveva già realizzato numerosi lavori in altre regioni d’Italia ma, per il Polesine provava un’affezione particolare: aveva sofferto per la guerra e con enorme sforzo si era ripreso. Poi c’era stata l’alluvione del 1951 che aveva travolto tutto solo due anni prima.
        “Aveva in progetto di fare un grande lavoro sul Delta del Po” – ha iniziato a spiegare la curatrice. ” Sulla scia dei fotografi americani, che avevano trattato la grande crisi dell’economia americana nelle campagne, voleva rappresentare gli eventi tragici della terra bagnata dal Po. Non voleva tralasciare nulla evitando il frammento. In Polesine aveva fatto diverse mostre e, in occasione di quella allestita a Lendinara, scopre lo spirito poetico di Gino Piva e decide di abbinare brani delle poesie di Piva alle sue foto.  Dopo il 1963 Donzelli si allontana dal Polesine e anche dall’ambiente foto – amatoriale. Incontra una signora tedesca che decide di valorizzare il suo lavoro organizzando mostre. A lei il fotografo ha affidato il suo archivio che, ora, si trova in Germania” –  conclude Valtorta.
           L’esposizione inizia con foto di dimensione ridotta che mettono a confronto la vastità del paesaggio  con la dimensione dell’uomo che vi lavora. Poi il formato delle fotografie si fa più grande ed è il paesaggio a diventare protagonista. Particolarmente significative e coinvolgenti le testimonianze dei danni causati dall’alluvione, raccontati non da un reporter, ma da qualcuno che prende atto della situazione, e la descrive esattamente come si mostra.
       Ci sono le case attorniate dall’acqua, i polli annegati e ammucchiati nell’orto; le donne alla stazione in attesa del treno, sedute sulle valige di cartone. Comacchio circondata dalle paludi; le golene invase  d’acqua dopo le diverse tracimazioni; le gente che fugge con la barca e i visi rassegnati delle donne che non hanno più un tetto sotto cui stare. 
    Le mondine che partono per andare a lavorare nelle risaie; la corriera che corre lungo la strada arginale; la scuola distrutta dall’alluvione e gli occhi tristi dei bambini di Boccasette. Si vedono le reti sospese sul Canalbianco, la botte che porta l’acqua potabile nelle case, il dragaggio in valle Pega e i primi segni di ripresa con le fornaci per fabbricare mattoni e i pozzi per l’estrazione del metano. Infine i negozietti degli artigiani, dal sarto al barbiere, il bar e la drogheria. Le ricorrenze religiose sono momento di festa e di allegria per tutti, l’occasione per mettere il vestito buono.
     Milanese di origine, città dove ha sempre vissuto, Pietro Donzelli inizia ad occuparsi di fotografia per motivi di lavoro. La passione per documentare la vita si manifesta nel 1946, quando l’Italia è alla ricerca di un nuovo equilibrio dopo lo sfascio della seconda guerra mondiale. Un periodo in cui la cultura fotografica italiana è divisa fra chi la considera forma d’arte e chi specchio della realtà. Per Donzelli era lo strumento per rappresentare il mondo con linguaggio semplice e diretto, ma la grandezza del suo metodo documentario lo ha reso forma d’arte.
    Lauretta Vignaga
  • Nuovi successi ‘matematici’ per gli studenti del ‘Paleocapa’

    Nuovi successi ‘matematici’ per gli studenti del ‘Paleocapa’

       Rovigo, Veneto.  Il Liceo scientifico ‘P. Paleocapa’ torna ad affermarsi fucina di talenti matematici. La conferma è arrivata venerdì 3 marzo nell’ambito delle iniziative collegate alle ‘Olimpiadi di  Matematica’. In quel giorno, infatti, si è svolta la gara a squadre interprovinciale ‘Città di Rovigo’, organizzata dalla docente Sara De Stefani. Undici le squadre partecipanti,provenienti da: Monselice – Istituto ‘Cattaneo’; Mirano – Ist. ‘Elena Corner’; Mirano – Ist. ‘Majorana’; Chioggia – Ist. ‘Veronese’; Adria – Ist. ‘ Galilei’; Camposampiero – Ist. ‘ Newton’; Cittadella – Ist. ‘Caro’; Rovigo – Ist. ‘Viola Marchesini; Ferrara – ‘Ist. ‘Roiti’; Rovigo – Liceo ‘Paleocapa’; Treviso – Ist. ‘ Da Vinci’.      La prova ha riconfermato l’ottima preparazione del liceo ‘Paleocapa’ con le prime due squadre in pole position, già classificate per le finali di Cesenatico dal 4 al 7 maggio 2017. E la squadra del ‘Paleocapa’, che ha ottenuto il 2° posto è già classificata per la finale nazionale.
     Nella rosa dei vincitori ci sono i nomi di: Andrea Pizzolato, Tommaso Pistillo, Martina Rozzi, Riccardo Ceron, Pietro Gasparetto, Antonio Fozzati, Lorenzo Braggiato e Angelica Spada.
    Lauretta Vignaga
  • Passione Delta del Po, le foto di Umberto Bindi  al ‘Caffettiamo Photo Room’

    Passione Delta del Po, le foto di Umberto Bindi al ‘Caffettiamo Photo Room’

    Rovigo, Veneto – All’ inizio, il Delta del Po lo ha attratto per la ricchezza della fauna alata, un richiamo a cui nessun cacciatore sa resistere. Poi, il pentimento e la presa di coscienza del valore dell’ambiente e del rispetto che merita. Messo da parte il fucile, Umberto Bindi si è armato di macchina fotografica e di …..pazienza, come i pescatori dopo il lancio dell’esca nell’acqua.
        Un pò alla volta, la pazienza ha cominciato a dare i suoi frutti: voli radenti sul pelo dell’acqua prima di tuffare la testa e il becco e afferrare la preda per inghiottirla. Stormi in volo al tramonto in attesa di rifugiarsi fra i canneti per la notte; l’eleganza dei volteggi a mezz’aria quando la variegata popolazione pennuta cerca riposo fra i rami della boscaglia  lungo le valli, nelle ore calde della giornata.
        Solo un assaggio di questa grande passione è quello che si può vedere nelle foto appese alle pareti degli spazi del ‘Caffettiamo’ il locale pubblico su Corso del Popolo che da poco più di un mese è diventato punto di riferimento per gli appassionati di fotografia.
       Introdotta da Roberto Bottari. la mostra fotografica di Umberto Bindi, inaugurata ieri, 18 marzo, rimane visibile fino al prossimo 31 del mese. Parlando di sé, Bindi ha dichiarato che la passione per la fotografia, sbocciata nel ’68, ha permeato tutta la sua vita e, quale socio fondatore del ‘Circolo fotografico rodigino’, il primo nato in città, ha cercato di diffonderla come forma d’arte e di cultura. Moltissimi i concorsi nazionali a cui ha partecipato e altrettanto numerosi i successi ottenuti.
     ” Ciò che ora mi affascina e cerco di rappresentare è la bellezza del Delta del Po, la ricchezza della sua flora e fauna, l’armonia delle valli, la grazia delle ‘garzette’, l’alterigia  degli aironi, il petulare delle beccacce di mare, l’eleganza dei cavalieri d’Italia, l’arcobaleno delle piume dei gruccioni, il volo etereo delle ‘sterne’. Le foto che vedete qui non sono che un piccolo esempio di ciò che il Delta del Po sa offrire” – il suo commento.
  • Olimpiadi di matematica 2017: si riparte dai successi del 2016

    Olimpiadi di matematica 2017: si riparte dai successi del 2016

    Rovigo, Veneto – Raccolti i successi delle attività dell’intero anno 2016, a febbraio 2017 le Olimpiadi di Matematica hanno ripreso il cammino con la gara provinciale individuale. Vi hanno partecipato un centinaio di studenti di 5 istituti superiori del territorio che hanno aderito al progetto. Sono: Liceo scientifico ‘P.Paleocapa’, Rovigo; IIS ‘Viola – Marchesini’ , Rovigo; Liceo ‘Bocchi – Galilei’, Adria; ‘IIS ‘Primo Levi’, Badia Polesine; IIS ‘C. Colombo’, Porto Viro.
         I notevoli risultati ottenuti nella passata edizione alle Finali nazionali: due medaglie ottenute dai 2 partecipanti, hanno permesso alla piccola provincia di Rovigo di portare a 3 il numero di quote previste per la Finale nazionale individuale, lo stesso numero di quote previste per città del calibro di Bologna e Pisa, solo per fare un esempio. Di conseguenza, i vincitori delle gare che parteciperanno alle finali nazionali di Cesenatico, dal 4 al 7 maggio 2017, saranno: Andrea Pizzolato (3CLS), 1° classificato ( Liceo ‘Paleocapa’), Rovigo; Tommaso Pistillo  (4 ALS), 2° classificato, liceo ‘Paleocapa’, Rovigo; Sara Varljen (4 ALS) 3° classificato, liceo scientifico ‘G. Galilei’, Adria. Con il liceo ‘Paleocapa’ che, per il 2°anno consecutivo, fa la parte del leone.
       Le varie attività di formazione organizzate al ‘Paleocapa’dal coordinatore distrettuale della provincia di Rovigo, Laura Rossi, docente nello stesso istituto, stanno producendo ottimi risultati. Le occasioni offerte ai giovani, in particolare lo stage di inizio settembre, tenuto dal prof. Emanuele Callegari dell’Università di Roma Tor Vergata, giunto alla 3^ edizione, hanno dato ai giovani lo stimolo per approfondire lo studio della matematica anche verso aspetti che esulano dai normali programmi
    svolti in classe. L’approfondimento di questi temi e il successo nelle gare delle Olimpiadi sono strettamente connessi al superamento delle rigide selezioni per accedere alle scuole Superiori Universitarie. Ne sono un chiaro esempio i 2 studenti, vincitori di medaglia a Cesenatico, ammessi per la facoltà di Matematica, rispettivamente alla Scuola Normale Superiore di Pisa – Andrea Caberletti – e alla Scuola Superiore Galileiana di Padova – Davide Bizzaro.
        Si auspica, quindi, che le attività organizzate per il Progetto Olimpiadi di matematica possano agevolare il superamento di test di ammissione all’Università e offrire la possibilità di accedere a percorsi di alta formazione e ricerca.
    Lauretta Vignaga
  • La famiglia Diedo e il ciclo pittorico del castello di Arquà nella tesi di laurea di Lara Girotti

     Arquà Polesine ( Rovigo), Veneto – Agli affreschi  che impreziosiscono le stanze  del castello di Arquà Polesine, dimora della famiglia Diedo, del ramo dei Santi Apostoli, patrizi veneziani che si erano spostati in terraferma, ha  dedicato  una indagine precisa e approfondita Lara Girotti per realizzare la propria tesi di laurea in ‘Storia delle Arti e Conservazione dei Beni   Artistici’. Un lavoro attento e  minuzioso dove ricerca e confronto vanno di pari passo, raccolto in un volume che verrà presentato alla cittadinanza di Arquà Polesine, e a tutti coloro che hanno  interesse per la storia del territorio, venerdì sera, alle 20.30, nella Sala Consiliare del castello, presente il direttore dell’Archivio di Stato di Rovigo, dott  Luigi Contegiacomo, e il critico d’arte e giornalista, Sergio Garbato.  
     Mattinate e pomeriggi trascorsi  negli archivi di Venezia e Rovigo hanno consentito alla neo laureata di confrontare tecniche e datazioni, di indagare attribuzioni e l’identità dei committenti, giungendo alla ricostruzione storico – biografica e patrimoniale dei diversi membri della famiglia. Riuscendo, anche, a stabilire quali fossero le modalità di fruizione dell’ edificio e il genere di sfruttamento dei possedimenti terrieri attigui alla nobile magione.  L’ analisi stilistica e iconografica ha, inoltre, consentito a Lara Girotti di mettere in relazione il ciclo pittorico di Arquà con precedenti prerogative della committenza patrizia veneziana.
      A rendere la serata ulteriormente piacevole e interessante sarà la presenza della musicista Paola Magosso, diplomata in arpa celtica al Conservatorio ‘Venezze’, di Rovigo, che offrirà al pubblico in sala alcuni saggi della sua arte.
       Promotore dell’evento il Comune di Arquà Polesine in collaborazione con l’Archivio di Stato di Rovigo.
    Cenni storici sul castello di Arquà Polesine.
    La costruzione è situata nel mezzo del paleoalveo denominato ‘Pestrina o Filistina’, un antico ramo del Po oggi completamente interrato. L’edificio è ben visibile all’intorno per il suo emergere sul piano campagna circostante con la sopraelevazione di 5 mt. sul livello del mare.  Edificato per volontà  di Guglielmo III Aleardi, della famiglia estense dei Marchesella, il castello risale al 1146 e aveva lo scopo di proteggere i proprietari dagli attacchi dei feudatari polesani e mantenne il suo carattere di fortificazione durante tutto il periodo di dominazione estense. A metà del ‘500, con l’acquisizione della struttura da parte della famiglia Diedo, prima, e Mula, dopo, l’edificio subì una totale ristrutturazione, per adeguarsi al ruolo di casa di villeggiatura e di incontro di nobili colti e raffinati. Assunse anche la connotazione di azienda agricola, centro di raccolta e smistamento dei prodotti della terra e deposito di legna e fascine.
     Il corpo principale fu arricchito da affreschi su temi mitologici, biblici e storici e fu aggiunto un edificio caratterizzato da 13 arcate secentesche il cui primo piano fu adibito a granaio.
    Lauretta Vignaga
  • Il Delta del Po attraverso lo sguardo di Pietro Donzelli

    Il Delta del Po attraverso lo sguardo di Pietro Donzelli

    Pietro Donzelli, valle Pega
    Pietro Donzelli, valle Pega

    Rovigo, Veneto –  Terra senz’ombra. Il Delta del Po negli anni Cinquanta. Indagine fotografica sul rapporto tra l’uomo e l’ambiente in cui vive, realizzata da Pietro Donzelli dal 1953 al 1960. Una raccolta di oltre 100 fotografie, presentate per la prima volta e molte assolutamente inedite.

    E’ l’evento di primavera di Palazzo Roverella, dove, accanto alle immagini, compaiono importanti materiali di documentazione del progetto, scritti di Donzelli e sue composizioni fotografiche con rime di Gino Piva, geniale poeta di questa terra.  Il Delta del Po, luogo – mito della cultura italiana, è stato rappresentato in molte opere cinematografiche – da registi come Antonioni e Visconti, Rossellini, Vancini, Soldati e Comencini – e letterarie – da Bacchelli a Guareschi, Zavattini, Cibotto e Piva. Ha colto l’attenzione di Donzelli,  narratore per immagini, con il paesaggio di pianura, il fiume nei momenti di calma e delle rotte che, tanto spesso, hanno devastato territori e uomini. Il mare, il lavoro dei pescatori e dei contadini, fino ai momenti di svago, trasformandosi in un vero e proprio affresco umano e ambientale.
    P. Donzelli, giornata di festa
    P. Donzelli, giornata di festa

    La serie ‘Terra senz’ombra’, esposta a Palazzo Roverella dal 25 marzo prossimo fino al 2 luglio, è considerata uno dei pilastri della storia della fotografia italiana e uno dei più precoci e coerenti esempi di fotografia documentaria, in cui Pietro Donzelli dimostra la sua capacità di raccontare la vera realtà umana e ambientale, tra topografia e sociologia.

     Nato a Monte – Carlo, nel 1915, dal 1953 al 1960  Pietro Donzelli ha lavorato sul Delta del Po e le terre del Polesine,  testimoniando l’Italia dal dopoguerra agli anni Sessanta con il passaggio dalla società rurale e preindustriale alla società dei consumi. Fotografo, ricercatore, collaboratore di riviste specializzate e curatore di mostre, è stato figura determinante per la diffusione della cultura fotografica nel nostro paese. Nel 1950 è stato tra i fondatori di  ‘Unione fotografica’ che aveva, tra i propri obiettivi, quello di spostare l’attenzione sul realismo in fotografia, promuovere manifestazioni a livello internazionale e sostenere la fotografia italiana all’estero.
    Lauretta Vignaga
  • Recitare davanti alla macchina da presa, il traguardo raggiunto dagli ‘Amici di Elena’

    Recitare davanti alla macchina da presa, il traguardo raggiunto dagli ‘Amici di Elena’

    Rovigo, Veneto –  Nel programma del Rotary Day era anche compresa la proiezione di un cortometraggio, realizzato proprio con il sostegno del Rotary club di Rovigo. Una realizzazione di grande valore per gli attori, davvero speciali, che lo hanno interpretato: il gruppo dell’associazione ‘Amici di Elena’ onlus.  Purtroppo, però, la tecnologia ha fatto cilecca e la proiezione del corto in Pescheria Nuova, dove si è tenuto il Rotary Day, è saltata.  Tuttavia, grazie alla disponibilità di Giancarlo Brandolese, presidente dell’ associazione ‘ Amici di Elena’ noi abbiamo potuto vederlo.
        ‘Mai più’, titolo del cortometraggio realizzato nel 2016,  è stato inserito tra i finalisti del Festival del Cinema nuovo di Gorgonzola, Milano, che si è svolto dal 19 al 22 ottobre, scorso. Una breve storia, senza parole, dove la mimica è determinante. Scopo da raggiungere: mettere in risalto l’indifferenza della gente verso alcune norme che regolano il vivere civile.
     La scena si apre su una spiaggia, sicuramente del Polesine, dove, in un mucchio di rifiuti, un turista scorge una bottiglia di vetro con dentro un foglietto di carta arrotolato. Incuriosito, lo tira fuori ributtando la bottiglia nel ciarpame. Legge il messaggio e lo mette in tasca. La scena cambia e  mostra  una ragazza che esce dal supermercato con il carrello della spesa. Un nullafacente  si offre di aiutarla a caricare la spesa in macchina. Quando, però, gli viene offerta una moneta come ricompensa, non l’ accetta e consegna alla giovane un biglietto, mentre la cinepresa inquadra, sull’asfalto, il simbolo di un disabile in carrozzina.
     Anche il giovane che continua a mettere soldi nella slot machine riceve un biglietto.   Ed è l’uomo seduto sulla panchina del parco, a cui nessuno presta attenzione, ad alzare la mano con un biglietto da consegnare. La conclusione raduna tutti i personaggi sulla spiaggia dell’inizio; ciascuno mostra il proprio biglietto aperto: su tutti le stesse parole: ‘Mai più’. Arrotolati, i messaggi vengono inseriti nella bottiglia trovata fra i rifiuti, che viene  lanciata in mare.
     Per conoscere meglio gli ‘Amici di Elena’ e le attività che svolgono  abbiamo incontrato  Giancarlo Brandolese, presidente dell’associazione.
        Come è nata l’idea di fare un cortometraggio? – abbiamo chiesto per iniziare. “Il progetto dei cortometraggi è nato nel 2002, una delle tante iniziative messe in campo da UNISPORT per favorire la socializzazione dei ragazzi disabili. Su impulso dei loro genitori e dei soci UNISPORT, nel 2007, la realizzazione di cortometraggi ha coinvolto queste persone  per inserirle in contesti diversi, alleggerendo le molteplici attività, sia sportive che amatoriali di UNISPORT. Eravamo già partiti  con attività diversificate, tra queste la filmografia. All’inizio, UNISPORT aveva fornito gli apparecchi con cui, a cadenza biennale, abbiamo prodotto un corto. In seguito, la difficoltà di reperire fondi, sia da parte di UNISPORT che di altri enti sportivi ha reso necessaria la costituzione di una associazione di volontariato per gestireiniziative rivolte al mondo della disabilità”.
     Poi come sono andate le cose? ” E’ nato il ‘Mercatino dei ragazzi’, la più grande manifestazione di volontariato a livello locale, dove si da spazio e visibilità all’associazionismo solidale, alla disabilità e ai bambini, condizione indispensabile per partecipare al mercatino. Ogni anno, nel quartiere di San Pio X, dove ci ritroviamo, cerchiamo di proporre qualcosa di nuovo e le associazioni di volontariato, i Ceod e anche la Lilt, riescono sempre a offrire oggettistica di qualità e fantasia “.
      Torniamo ai cortometraggi e ai temi scelti. “Il tema che, di volta in volta, viene individuato non è mai connesso alla disabilità, solo gli interpreti sono disabili, per migliorare la socializzazione e l’integrazione. In ‘Mai più’, sceneggiato dai rodigini Fabio Bimbati e Gaia Borghetto, e diretto da Bimbati, per alcune scene sulla spiaggia di Boccasette è stato usato un drone e le immagini, grazie alla bellissima giornata, sono spettacolari. Le storie che raccontiamo di solito sono scritte da collaboratori, contengono  messaggi positivi poi il corto viene distribuito ai partecipanti e inviato ai festival del cinema per cortometraggi, in particolare a quello di Gorgonzola, specifico per filmati con attori disabili”.
       ‘Mai più’ doveva essere presentato in Pescheria Nuova durante il Rotary Day….. ” Non è stato possibile mostrarlo al pubblico  ma il Rotary club di Rovigo lo aveva già visto e apprezzato e questo è già un bel risultato. Ed è stata fatta l’ipotesi di organizzare una serata  per proiettarlo assieme ad altri cortometraggi di particolare valore comunicativo. Con il gruppo ‘Amici di Elena’ abbiamo anche avviato una scuola di cucina, aperta tutti i venerdì. Le lezioni si concentrano su temi diversi: i ragazzi devono produrre del cibo, organizzare la cena e offrirla agli ospiti. Il tutto con il sostegno dell’ Istituto Alberghiero di Adria. Sempre in collaborazione con l’ Alberghiero viene anche organizzato: ‘Chef per una notte’, manifestazione realizzata per la prima volta per raccogliere fondi a favore di ‘Down Dadi’, associazione di volontariato, senza fine di lucro, costituita da familiari e amici di persone con sindrome di Down, autismo, disabilità intellettuale”.
      
       Progetti per il futuro? “Più che un progetto la realizzazione di qualcosa che attendevamo da tempo. E’ stata, finalmente, firmata la delibera che ci consente di inaugurare due ‘Library’, realizzate da tempo, che verranno collocate lungo la Riviera Adigetto, in quello che oggi è il ‘Parco dei diritti dei bambini’, con lo scopo di promuovere la lettura e dare nuova vita al quartiere. La cerimonia si terrà il 6 maggio, dalle 10.30 alle 12.30, con un ricco programma di interventi, letture, la posa di una targa segnaletica e aperitivo finale”.
    Lauretta Vignaga
  • Vilfrido Paggiaro, artista senza schemi, allo Studio Arte Mosè

    Vilfrido Paggiaro, artista senza schemi, allo Studio Arte Mosè

     Rovigo, Veneto – Artista senza schemi e senza etichette, pittore creativo a se stante, Vilfrido Paggiaro, architetto di professione e insegnante di Disegno e Storia dell’Arte nei Licei, è ospite del gallerista Vincenzo Baratella nello Studio Arte Mose di via Fiume 18, dall’11 al 30 marzo 2017.
       “Una personale di grande impatto – come anticipa il gallerista nel comunicato stampa – che non trova una etichetta adatta per essere classificata. Una capacità creativa senza limiti che è e non è: pop, surrealista, simbolista, fumettista. Un ‘fuori corrente’ capace di dare interpretazioni personalissime di qualsiasi scuola, movimento, corrente, suggestione,unendo ogni spunto e reinterpretandolo con la tecnica fatta di velature dai toni soffusi e tenui che modellano morbide con l’armonia delle tavole illustrate.”

      “E’ consapevole di sbizzarrirsi attraverso la fantasia e compiacersi della propria personalità ricca di inventiva” – continua Vincenzo Baratella. “Nelle opere di Paggiaro, mai di grandi dimensioni, c’è l’inconscio godimento del fare, il sarcasmo delle metamorfosi della coscienza tra sogno e realtà. Sempre in primo piano la proiezione dell’artista sopra ogni cosa, per osservare e imporre la sua lezione di virtù. Il protagonista della sua saga è ‘Il fico d’India, pianta mediterranea che ritorna per provocare il ricordo, un pretesto per dare continuità agli episodi narrati. La pianta spinosa avvia, a suo modo, una ricerca a ritroso, ai tempi in cui giocava con  l’ ingenua spensieratezza, associando visioni fantastiche.

    tela di Paggiaro
    Tela di Paggiaro

    ‘Il ritorno di Fico Mistico’, titolo della mostra di Vilfrido Paggiaro, apre la finestra sull’intimo, sui giochi senza malizia, sui fantasmi, come comparirono nelle strisce dei fumetti. Tutti i particolari delle opere di Vilfrido sono simboli: la sua narrazione rientra nella raffigurazione del sogno, quello della memoria episodica della giovinezza. E’ dovunque evidente la full immersion nel mondo di Fantasia, dove tutto è logico e, nel contempo, illogico, con o senza riferimento al reale”.

      La mostra si può visitare tutti i giorni feriali dalle 16.30 alle 19.30.
     Nato a Mogliano Veneto,  Paggiaro ha seguito le attività del Centro Artistico Culturale G.B. Piranesi e, in seguito, i corsi di scultura dell’Accademia internazionale del Ferro di Toni Benetton. Nel 1976 la laurea in architettura e l’inizio della professione che ha caratterizzato la sua vita assieme all’arte. Molte le mostre personali e collettive in Italia.
    Lauretta Vignaga
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