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Autore: Lauretta Vignaga

  • Giulia Reale si impone al Wako Europe Cup Golden Glove

    Giulia Reale si impone al Wako Europe Cup Golden Glove

    Con Giulia Reale, Area Sport di Rovigo si impone al Wako Europe Cup Golden Glove
    Conegliano, Veneto –    Evento di Kickboxing tra i più importanti a livello internazionale, la Wako Europe Cup Golden Glove, disputata sabato 21 e domenica 22 gennaio, al PalaZoppas di Conegliano, ha premiato l’impegno e la preparazione degli allievi di Area Sport Kickboxing & Fitness Team, associazione sportiva e dilettantistica di sport da combattimento e fitness, di Rovigo,  diretta dal tecnico Alessandro Milan. Sul gradino più alto: Giulia Reale, medaglia d’oro di Area Sport Cavalier Travel per la categoria -50 kg light contact.
      Ma non è stata la sola affermazione della palestra rodigina: dopo l’oro di Giulia Reale, è arrivato l’argento per Paolo Cavalcanti nella categoria – 63 kg light contact, che si è imposto su contendenti sloveni e croati. Medaglia d’argento anche per Lorenzo Corsini nella categoria +60 kg light contact,  e Sasha Parrino  nella categoria – 45 kg ( point), Carlo Rossin, – -55 kg. (point), Manuel Zanoncini -60 kg (point).
     Nuovo atteso appuntamento per la palestra Area Sport Kickboxing quello di sabato prossimo 4 febbraio, in occasione dell’incontro di Low kick per Francesca Barison e Alessandro Novaco.
           Quindici anni il prossimo giugno, Giulia Reale frequenta il primo anno dell’ Istituto Tecnico Industriale Statale ‘Viola Marchesini’, di Rovigo e al Ventaglio90.it ha raccontato la sua esperienza.
         
    Cosa ti ha regalato questa vittoria? “Una grande soddisfazione perché non me l’aspettavo e sono stati molto contenti anche il maestro Milan e gli altri allenatori di Area Sport”
    Quale sarà la prossima sfida? ” L’interregionale in programma a febbraio”. Quali sono stati i commenti dei tuoi compagni per questa vittoria? “Mi hanno fatto i complimenti”.
    Da quanto tempo pratichi questo sport e perché l’hai scelto?  ” Ho cominciato quando avevo 8 anni. Prima andavo a nuoto ma non mi piaceva molto; ho visto un volantino con la pubblicità di Area Sport dove ci si allenava in questa arte marziale e ho voluto provare. Mi sono trovata bene con gli altri
    ragazzi e con gli allenatori e ho continuato”.
     
     Quando hai iniziato a fare le gare ?  “Circa tre anni fa; alcune le ho vinte e mi sono appassionata”. Quante medaglie hai finora nel tuo medagliere?  “Cinque d’oro e 11 d’argento”. Hai difficoltà a combinare insieme l’allenamento con l’impegno scolastico?  “Finora non ho avuto grossi problemi: vado in palestra 3 volte la settimana, dalle 19 alle 21.30 e qualche volta seguo anche altri allenamenti. La scuola va abbastanza bene, non ho avuto alcuna insufficienza in pagella”.
       Cos’altro fai nel tempo libero?  “Esco con gli amici”.
    Lauretta Vignaga

  • Masterclass con Nicoletta Cabassi

    Masterclass con Nicoletta Cabassi

    Esperienza unica per dodici studenti di danza contemporanea 
    Rovigo, Veneto.  Un’occasione da non perdere l’arrivo in città di Nicoletta Cabassi, danzatrice di formazione classica e contemporanea, impegnata nella rappresentazione di Bohème, al Teatro Sociale di Rovigo. Ballerina e coreografa di fama internazionale, Nicoletta ha animato la scena del secondo quadro (atto) dell’opera lirica, di Giacomo Puccini, ambientata al caffé Momus, dove i giovani protagonisti, Rodolfo e Marcello, Mimì e Musetta, assieme ad alcuni amici, si recano per festeggiare la vigilia di Natale.
    L’atmosfera  allegra del locale, più un night club di oggi che un caffè della Parigi 1830, è resa stuzzicante dalla presenza di Musetta, ragazza civettuola che ama i bei vestiti e la bella vita, e, per questi, ha lasciato l’innamorato Marcello, preferendogli un anziano danaroso. Nel locale c’è anche una ballerina con pantaloni attillati, tacchi alti, e giubbino di struzzo sulla pelle nuda che regala visioni eccitanti con le movenze sinuose della danza.
    E’ il contributo di Nicoletta Cabassi alla versione rodigina di Bohème: un allestimento con scelte innovative e una coreografia da lei curata in collaborazione con il regista lirico Stefano Poda, con cui lavora dal 2010, per la regia e l’allestimento di Paolo Giani Cei. 
    Novità che ha suscitato diverse critiche del pubblico, presente in teatro sabato pomeriggio, per uno sconfinamento  troppo forte dalla versione ottocentesca. Nessuna contestazione, invece, durante la rappresentazione di domenica quando, secondo la dichiarazione di Nicoletta stessa: “Tutto è andato per il meglio, molti gli applausi e a più riprese, con grande soddisfazione mia e di tutti i cantanti impegnati nello spettacolo”.
        In parallelo con le recite di sabato pomeriggio, 21 gennaio e domenica pomeriggio 22, le sessioni di masterclass tenute da Nicoletta Cabassi per un gruppo di giovani danzatori provenienti dalla provincia di Rovigo e da quelle di Padova e Ferrara. Una opportunità offerta dall’ Associazione Cantieri culturali creativi, guidata da Romina Zangirolami, insegnante di danza, ballerina e coreografa di Rovigo, grazie alla disponibilità degli spazi del Centro Studi Danza classica e moderna di Donatella Altieri.
    Due pomeriggi intensi che hanno visto la dozzina di partecipanti mettere in gioco, alternativamente, tutte le parti del corpo, piegando, allungando, contorcendo mani e piedi, spalle e fianchi, mentre si rotolavano sul pavimento di legno della sala, allungavano e protendevano le mani e i piedi, si alzavano di lato, piegavano il capo a destra e a sinistra, cercando di scollegare il corpo dalla mente,
    concatenando i movimenti sulla base di impulsi spontanei. Una ricerca continua sulla possibilità delle
    diverse membra di superare quello che era già stato raffigurato e creare qualcosa di nuovo.
      ” Non pensate ma ‘sentite, sperimentate, giocate nell’ispirazione del momento; nessuna fase deve essere di immobilità fra le diverse parti del corpo” incitava Nicoletta durante i masterclass. “Vedo i pensieri, gli interrogativi che ciascuno di voi si pone mentre sta per concludere una fase del movimento e si appresta a iniziare quella successiva; questo non ci deve essere. Ogni movimento deve essere funzionale a quello precedente; deve esserne la continuazione”.  
         Danzatrice di formazione classica e contemporanea, Nicoletta Cabassi ha integrato la sua formazione studiando, sperimentando e praticando anche teatro, musica, scienze umanistiche, arte e arti marziali. Inizia gli studi di balletto all’età di 5 anni. Dopo il diploma di maturità artistica si trasferisce in Francia: a Toulouse, presso il Ballet – Théatre Joseph Russillo, e poi a Cannes, al Centre International de la Danse R. Hightower. Durante gli anni di formazione incontra i coreografi più famosi di cui interpreta i balletti più noti.William Forsythe diventa il suo ‘nume’. Determinanti anche gli studi di teatro. Come danzatrice ha lavorato in molti teatri d’opera italiani di rinomanza internazionale e prende parte a produzioni di noti registi.
     In seguito a una residenza teatrale biennale, negli anni ’90, del secolo scorso, fonda Lubbert Das che debutta al Teatro Accademico ‘Bibbiena’, di Mantova. Con Lubbert Das crea e interpreta numerose produzioni presentate in festival nazionali e internazionali. E’ stata insegnante e principale coreografa al Centro teatrale di ricerca di Venezia tra il 2004 e il 2008. Dal 2010 collabora con Stefano Poda. Molte le compagnie con cui lavora. Innumerevoli i lavori come coreografa free lance: piéce di teatro-danza per ragazzi, cortometraggi, il progetto di visual – mapping a Roma, Palazzo Colonna, per il 150°  anniversario dell’Italia Unita; produzioni di teatro per ragazzi. Nel 2014 vince il Premio della Musica al Festival Ermo Colle. Nel 2008 è invitata a coreografare gli eventi di spettacolo per la presentazione mondiale della Lancia Delta alla Reggia di Venaria Reale, a Torino. Dal 2013 al 2015 ha collaborato come assistente con la Tanz Company Gervasi, a Vienna, co-creando ‘Solo with guests’, ‘The white horn’, ‘ What kind of animals’, oltre al progetto sfociato ne ‘La notte italiana’ all’ Odeon theatre, come evento speciale del festival Impuls Tanz. A dicembre 2015 ha creato coreografie e movimenti scenici per ‘La Traviata’, al teatro ‘Verdi’ di Padova, con la regia di Paolo Giani Cei. Nel 2016, è stata tra i vincitori del bando ‘Resid And’ dell’Accademia Nazionale di Danza di Roma, per un progetto coreografico e pedagogico con gli studenti del triennio contemporaneo.
    Lauretta Vignaga
  • Chiusa con successo la mostra sui Nabis

    Chiusa con successo la mostra sui Nabis

    Palazzo Roverella si appresta ad ampliare l’offerta espositiva

      P1280238 Conclusa appena due giorni fa la bella mostra su ‘I Nabis, Gauguin e la pittura italiana d’avanguardia’, Palazzo Roverella si appresta ad accogliere una nuova mostra: un’ampia retrospettiva fotografica sull’opera di Pietro Donzelli, dedicata al Polesine a alla sua gente di cui ha saputo cogliere fatica, aspirazioni, speranze pur non essendo né rodigino né polesano. La mostra, in programma dal 18 marzo al 18 giugno, si avvale di stampe vintage e moderne che testimoniano l’amore per questa terra che coinvolse Donzelli negli anni 1943/ 1945,quando, come militare, ebbe l’occasione di conoscerla.   Vi ritornò in diverse occasioni, fino al 1961. Quello che vide, ascoltò, registrò rimase al centro della sua ricerca fotografica. A lui il merito di aver saputo interpretare la forza e la dignità di persone costrette a combattere con una natura spesso ostile, ritrovando sempre la forza di reagire e risollevarsi. 
       La notizia di questo evento, che animerà la stagione espositiva di primavera della Pinacoteca rodigina, è stata comunicata ieri mattina dal presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, Antonio Finotti, in occasione dell’incontro con la stampa, gli operatori dell’informazione e amministratori del Comune, per tracciare il bilancio della mostra sui ‘I Nabis’. E non è stata l’unica novità: il presidente Finotti ha anche annunciato che: “L’autunno a Rovigo sarà Secessionista”. Non
    solo la Secessione viennese ma anche quella di Monaco, Praga e Roma saranno accolte nelle sale del Roverella e con esse il panorama delle arti figurative, sia dal punto di vista figurativo che tematico, che le contrassegnò.
         L’evento, in programma tra ottobre 2017 e gennaio 2018, curato da Francesco Parisi, è totalmente nuovo per l’ampiezza e per il taglio e coinvolge il periodo tra la fine dell”800 e  la prima decade del ‘900 e comprenderà opere fondamentali per la caratterizzazione delle quattro grandi Secessioni europee.
     Tornando alla mostra su ‘Nabis’, il bilancio presentato da Alessandra Veronese, responsabile delle relazioni con i media della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, titolare della gestione del Roverella, ha evidenziato notevole soddisfazione per i risultati ottenuti. ” In un periodo di grande presenza di mostre nelle diverse regioni italiane e con un periodo di esposizione inferiore a quello normalmente stabilito per le mostre precedenti, ‘I Nabis’ hanno richiamato 37.000 visitatori , 
    cui si devono aggiungere circa 5.000 persone che hanno ammirato la collezione di proprietà della Fondazione collocata a Palazzo Roncale. Forte anche la presenza degli studenti: 6.124, di tutti gli ordini di scuole.  Soddisfazione rafforzata dal raggiunto traguardo di dieci anni di mostre che quest’ultima rappresenta.  Un segno tangibile del favore del pubblico, ottenuto anno dopo anno. Visitatori attenti e preparati che hanno gustato e approfondito la conoscenza degli artisti, delle opere, degli stili, attraverso l’uso delle audio-guide, le visite guidate, i giudizi della critica largamente diffusi sulla stampa regionale e nazionale” – ha spiegato.  “Molte le persone che ritornano in città proprio per vedere le mostre allestite. Persone tra i 50 e 60 anni, soprattutto, che arrivano in compagnia di amici o con la famiglia, dal Veneto, Emilia Romagna e Lombardia e spesso visitano anche altre realtà del territorio come Fratta e Adria” – ha concluso.
         Per il sindaco Massimo Bergamin:  “Risultati da consolidare con azione comune e concorde per il bene di questa città e del territorio che si sta affermando nel circuito del turismo regionale”.
    Lauretta Vignaga
  • Osvaldo Forno, una vita per l’arte

    Osvaldo Forno, una vita per l’arte

    Al Museo dei Grandi Fiumi la personale del maestro
    altra opera in mostra    Una raccolta di 65 opere, in mostra fino al prossimo 24 gennaio nelle sale espositive del Museo dei Grandi Fiumi, costituiscono la testimonianza viva di quello che Osvaldo Forno ha prodotto in oltre sessant’anni di attività artistica. ‘Le ‘Memorie del vissuto‘, titolo dell’esposizione, testimoniano le tappe della sua evoluzione artistica, mai uguale a se stessa, mai stanca di indagare le tensioni dello spirito, il mistero dell’uomo e il suo ruolo nell’universo. Domande a cui la ragione non trova risposte, a cui lo spirito, incalzato dalla fantasia, conferisce forme, linee e colori, ricavando immagini astratte e surreali, costruzioni geometriche, scene di pura fantasia e sculture che lasciano all’osservatore completa libertà di interpretazione.
       Ad aprire la retrospettiva un vaso di fiori, tracciato ad acquerello, e accompagnato da una data: 1951, l’anno dell’ alluvione del Po. Una  pietra miliare per Osvaldo Forno artista.  ” A quel tempo abitavo a Polesella, avevo 12 anni – racconta guidandomi nella visita alle opere collocate nelle sale. “L’alluvione costrinse tutti a lasciare il paese. Assieme a tanti altri ragazzi fui trasferito a Mirabello, vicino a Rimini, dove d’estate si andava in colonia. Nell’occasione mi fu regalata una scatola di colori ad acquerello con cui cominciai a decorare le lettere che mandavo a casa. Forse un segno del destino perché, da allora, non ho più smesso di dipingere.  La vera attività di pittore, tuttavia, inizia tra il 1957/1958, mentre la scultura entra nella mia vita negli anni ’60”.
       Dal 1964, alla creazione artistica si affianca l’insegnamento di disegno e storia dell’arte in diversi istituti del Polesine e, nello stesso anno, Forno realizza la prima opera su commissione: una ‘Via Crucis’ destinata all’ Istituto per malati psichiatrici cui fa seguito la serie di 8 formelle in ceramica sui miracoli della Madonna, destinata alla chiesa del Policlinico.
       
     ancora un'opera da vedere  Il percorso di visita inizia dalla  produzione degli anni 1960 – 1965: sculture in terracotta dedicate alla forza di un albero possente e a due nudi femminili, uno appena sbozzato, altrettanto solidi e robusti. La pittura si avvale di colori vivaci e figure enigmatiche: una ‘maternità’ su uno sfondo puntigliosamente decorato; una natività tracciata da pennellate scure; una coppia di amiche che dialogano e due figure, bianco latte, tracciate in punta di pennello, che prendono il sole sulla spiaggia.
    Passione e sensualità per la coppia clandestina abbracciata nel buio: mani e corpi che si cercano su uno sfondo chiazzato di rosso e di bruno. E ci sono esemplari di disegni a china, oli su carta e su tela di ispirazione astratta, dove la scena si materializza con porzioni di colore tracciate in alternanza. L’effetto ottenuto ricorda un tessuto a trama intrecciata a cui fitte rigature, ottenute con la coda del pennello, conferiscono aspetto tridimensionale.
     quadro di Forno   Il 1965 segna l’ approdo di Osvaldo Forno al Surrealismo, alla ricerca del particolare, all’ apertura verso il rigore delle forme geometriche. L’artista indaga sulla forma e la costruzione del soggetto attraverso il colore e la sovrapposizione di linee curve e dritte. Al volte aggiungendo immagini fotografiche che raccontano la complessità dei rapporti umani. Opere che racchiudono tutte le tendenze che verranno esplorate in seguito, separatamente.
         Il 1968 è l’anno della ribellione, della denuncia della crudeltà e degli orrori della guerra in Vietnam; la sofferenza, le morti per lo scoppio delle bombe e la sopraffazione dell’individuo. E’ il periodo dei volti fasciati per non vedere, per non udire; delle mani e piedi feriti, dei cassetti aperti da cui spuntano abiti, scarpe e biancheria; fedi nuziali che nessuno metterà più. 
      
     Nel 1969 la ricerca  formale di Osvaldo Forno si concentra sulle linee rette che si susseguono e si incrociano con parallelismo perfetto;  le costruzioni materiche che si sovrappongono a suggestioni di paesaggi; il susseguirsi di fori e puntini in rilievo sulle superfici piane dove la luce esalta pieni e vuoti.
    altra opera ai Grandi Fiumi    Il decennio 1970 / ’80 riporta alla ribalta la passione per la scultura: forme intagliate nel legno, modellate nel metacriato, ispirate al simbolismo cavalleresco.  E, ancora, figure di donne che emergono dalla cornice per rivelare il mistero della vita che accolgono. Acqueforti e oli su tela ispirati alla notte e alla magia del sole che sorge. Con i pennarelli sono stati tracciati i pezzi degli scacchi e una serie di figure in evoluzione dove il contorno delle prime combacia con il profilo delle altre.
     L’angoscia è il filo conduttore degli oli su tela, disegni ad acquerello e china, manufatti in terracotta dedicati ai resti umani. Misere ossa carbonizzate, disperse sotto la sabbia dei deserti, frantumate dal tempo e dimenticate.
     Il periodo conclusivo,  anni ’80 – 2005, riflette sulla fragilità del nostro esistere, condizionato da notizie ed eventi indipendenti dalla nostra volontà. Ecco i pacchi legati con lo spago, buste e fogli accartocciati e buttati via, le forme striscianti che incarnano le nostre incertezze. La rassegna si conclude con alcune luminose sculture in metacrilato, una coloratissima composizione a olio che combina suggestioni geometriche e gli abbozzi di due figure di amanti che guardano il tramonto. Opere a tecnica mista dove spazio e materia ritornano protagonisti.
        La mostra di Osvaldo Forno rimane allestita fino al 24 gennaio con orario 16 – 19 tutti i giorni; !0 – 12.30 e 16 – 19 il sabato e la domenica.
    Lauretta Vignaga
  • Elisabetta Zanchetta, la poesia come dimensione di vita

    Elisabetta Zanchetta, la poesia come dimensione di vita

    Rovigo, Veneto. “Scrivere poesie è, per me, un moto spontaneo, come respirare. E’ come una molla che scatta dentro; può accadere in qualsiasi momento. Un gesto, un oggetto, uno sguardo  fuori  dalla finestra o la figura di una persona che passa è sufficiente a evocare un ricordo, a far rivivere una sensazione, un’emozione che mi ha reso felice. A  riportare un dispiacere vissuto, una delusione. Associazioni di idee che fermano l’attimo fuggente obbligandomi a registrarlo finché è vivo e palpitante”.

        Conoscendo Elisabetta Zanchetta non è difficile credere a tutto questo. Da parecchi anni raccoglie le sue poesie in volumetti, uno all’anno, all’inizio, che ha presentato al pubblico, ad amici e conoscenti coinvolgendoli nel suo amore per la vita, nella dolcezza e fondamentale positività della sua visione del mondo.
    ” Raccontaci di queste raccolte di liriche – le chiediamo. Quando hai cominciato a scriverle e a riunirle insieme? Quali le raccolte che senti più tue?” 
     
     ” Scrivo poesie da quando ero ragazzina, alla scuola media, ma ho cominciato a raccoglierle nel 2001 su suggerimento di Eros Buttaglieri, pittore polesano emigrato a Roma, che ne aveva lette alcune ed  apprezzate. ‘Senz’ali’ è stata la prima; ora sono 12 in tutto e la 13ma, quella relativa al 2015 – 2016, biennale,  è in fase di preparazione.  Ogni raccolta appartiene a una fase della mia vita ma ‘Più spine che rose’, del 2010, mi rappresenta più delle altre perché collegata a fatti ed eventi che hanno segnato un profondo cambiamento nella mia vita. La decisione di pubblicare a cadenza biennale è motivata da maggiore selettività, dal desiderio di dare alle stampe impressioni e pensieri che non riguardino solo me ma possano parlare alla mente e al cuore di tante altre persone. Inoltre, alle composizioni in italiano ho accostato versi scritti in dialetto per rendere meglio il senso del tema, le vibrazioni profonde che ho avvertito”.
      ” Dei tantissimi i premi e riconoscimenti che hai ottenuto, quali ti hanno maggiormente gratificato?” 
    “Sicuramente il premio ‘Raise’, vinto con la poesia ‘Ombra’, ad Arquà Polesine, a fine  settembre 2016. E’ stato un premio  del tutto inaspettato sia per il contenuto, la doppia valenza della parola ‘ombra’, che  per l’uso del dialetto, in perfetta armonia con il testo.
     “La tua passione per la poesia si accompagna a ottime qualità narrative e alla attività di giornalista. In sintesi, si potrebbe dire che la scrittura è diventata per te, Elisabetta, un modo di vivere e rapportarti con gli altri”.
        ” E’ anche stata una forma di ribellione, in quanto, per accontentare i miei genitori, ho fatto studi di legge mentre, dentro di me, c’era la musica, la danza; il rimpianto per quello che avrei voluto fare ed essere e non ho fatto. Allora mi sfogo, creando con le mani, con il pensiero, assecondando la mia vera identità, aperta a tutte le esperienze creative”.
     “ Chi sono i protagonisti dei tuoi racconti?  Hai mai pensato di riunirli nella trama di un romanzo?“
         Il racconto a cui tengo di più, pur se non ha vinto premi, è stato scritto per un concorso ispirato alla figura di Giorgione, al mistero della sua morte; di come sia avvenuta e in quale data. Mi ha affascinato la figura del grande artista e la sua sensibilità creativa. In altri racconti i temi e i fatti sono autobiografici oppure prendono spunto dalle cose che vedo attorno a me. Scrivere un romanzo è  cosa lunga e complessa mentre a me piace la sintesi. Ci vuole una forma mentale diversa, inoltre,  non ho questa aspirazione”.
      ” Il tuo sogno nel cassetto?”  “Diventare una giornalista professionista in una città diversa da Rovigo. Dopo la laurea in legge, invece di fare praticantato in uno studio legale, preferivo frequentare la redazione del Resto del Carlino per farmi assegnare qualche collaborazione. Adesso ho raggiunto l’equilibrio: ho un lavoro fisso nel Comune di Arquà Polesine che mi permette di avere una parte della giornata tutta per me e dedicarla  a quello che mi piace. Magari alla fotografia, che mi affascina per la possibilità  di cogliere particolari  di persone e cose  che  l’occhio umano non vede o percepisce. Amo la tecnica del ‘bianco e nero’ e la ricerca sulle ombre che si creano: offrono la possibilità di immaginare una situazione, indagare una storia e provare a ricostruirla”.
     “Cittadina di Rovigo e giornalista impegnata nel campo della cultura e dell’attualità, come vedi la nostra città ?”  
      ” Vorrei che questa città avesse più iniziative rivolte ai giovani, ai loro gusti e aspettative sia in campo musicale che teatrale. Che fosse più attraente e allegra, pur rispettando le esigenze di tutti. Che sapesse organizzare gli eventi evitando sovrapposizioni e malcontento. Naturalmente, questo richiederebbe la collaborazione di tutti i cittadini invece delle critiche che non portano a nulla. Sul territorio ci sono tantissime associazioni attive nella cultura e nell’arte ma la collaborazione e lo scambio di informazioni sono piuttosto scarsi. Infine, condivido con tanti altri cittadini il desiderio di avere un cinema nel cuore della città, dove trascorrere piacevoli serate a chilometri zero”.
    Lauretta Vignaga
  • La Sindone tra scienza e fede

    La Sindone tra scienza e fede

    Nell’analisi di Emilio Lazzarin tutti i motivi per credere
        Rovigo, Veneto – L’incontro con il pubblico del professor Emilio Lazzain, nell’ambito della mostra ”Il volto della Sindone’, di Carmine Tisbo, ospitata in Pescheria Nuova nel periodo natalizio, ha costituito il momento clou dell’intera manifestazione. Da lunghissimo tempo scienziati, filosofi e uomini di fede dibattono il tema dell’ autenticità di quel volto e corpo rimasti impressi sul sudario di lino che ha avvolto il corpo di Cristo nelle ore seguenti alla morte sulla croce. Diversissime le tesi per confutarne la realtà storica e altrettante le prove portate a favore dell’autenticità. Le spiegazioni di Emilio  Lazzarin hanno tracciato tutti i dati a favore dell’ originalità, mettendo un punto fermo alla questione.
          Delegato per il Triveneto del Centro internazionale di Sindonologia di Torino, Emilio Lazzarin ha iniziato il suo excursus su: ‘La Sindone tra scienza e fede agli albori del terzo millennio’, presentando, alle persone in sala,  le scene finali  della ‘Passione di Cristo’, il controverso film scritto e diretto da Mel Gibson” . ” L’uomo della Sindone è davvero l’uomo dei Vangeli – ha dichiarato in apertura – ma alla gente interessa soprattutto sapere se abbia davvero avvolto il corpo di Cristo. Un dato che noi  crediamo per fede. Tuttavia, i risultati scientifici che porterò vi permetteranno di decidere in maniera autonoma”.  E ha aggiunto: “La Sindone non è un falso: ha veramente avvolto il corpo di un uomo morto crocefisso, che ha subito la passione. Lo ha avvolto per 36 ore senza segni di putrefazione. Non è dipinto e ha le caratteristiche di un negativo fotografico, impossibile a quel tempo. L’ analisi con il Carbonio 14 ha dimostrato l’autenticità dell’immagine impressa sulla superficie del tessuto, non dentro. Tutti i 4 evangelisti parlano della deposizione nel sepolcro e tutti concordano sull’avvolgimento nel telo di lino dopo la morte sulla croce. La legge mosaica proibiva di conservare i teli sepolcrali ma i primi testimoni si resero subito conto che il lenzuolo aveva avvolto un uomo risorto”. 
         Del telo non si ebbero notizie fino al 1300, pur se a Edessa, nel 544, un paio di secoli dopo l’ editto di Costantino, giravano voci di un telo ripiegato che conservava l’immagine di un volto. Nel 1147, Ludovico 7°, re di Francia, affermava di aver visto il lenzuolo a Costantinopoli. Anni dopo il telo diventa proprietà dei Savoia. Nel 1502 la Sindone viene collocata nella cappella di Chambery dove subisce un incendio che lascia segni sul tessuto. Nel 1576 viene trasferita a Torino e, per 500 anni, è  nella proprietà dei Savoia; in seguito diventa proprietà del papa.
          “Il lenzuolo porta i segni della flagellazione” – ha continuato Lazzarin indicando sulla riproduzione della Sindone le tracce delle lacerazioni provocate da 720 colpi di flagello inflitti all’uomo crocefisso. E l’impronta del chiodo confitto di sbieco, dalla mano verso il polso, che aveva provocato lo strappo dei pollici. Ha citato i tantissimi esami effettuati sulla tela in relazione alle materie di studio più diverse, riunite nel termine Sindonologia. ” I ricercatori della Nasa, di Pasadena, ne hanno attestato la 
    tridimensionalità. Nel 1978 un esperimento volto a capire come l’immagine fosse stata prodotta sul telo, portò alla realizzazione di telo uguale, filato su un telaio di 2.000 anni fa. Sopra, venne fissato  un lucido, poi forato con un trapano speciale, e versato sopra sudore, sudore di sangue, terra, aloe e mirra mescolate. Il telo venne lasciato in una grotta per 36 ore, il  lasso di tempo dopo cui si manifestano i segni della putrefazione. Riportato il telo alla luce, il sole ha disegnato, attraverso i fori, la stessa immagine della Sindone, di cui è diventato i negativo. Nella realtà invece, la Sindone era rimasta chiusa in una grotta e l’immagine che vi è impressa, è stata creata dalla luce emanata dal volto del Risorto. Altre ricerche hanno appurato che la Sindone conserva tracce di sangue del gruppo AB
    ma non è noto il gruppo sanguigno di Cesù Cristo. Sulla Sindone sono state scoperte  anche tracce di aragonite, di cui, all’epoca, esistevano miniere  nei pressi del sentiero verso il Calvario. Il teschio impresso sul lino, inoltre, mostra i segni di monete nelle cavità orbitali, una prassi comune al tempo dei romani  per impedire che gli uccelli rapaci divorassero gli occhi dei condannati alla crocefissione  che rimanevano spalancati al momento della morte.
    Lauretta Vignaga
  • Artisti in mostra al Centro Commerciale ‘La Fattoria’

    Artisti in mostra al Centro Commerciale ‘La Fattoria’

    Rovigo, Veneto – Otto artisti, presenti, con le loro opere  al Centro Commerciale ‘La Fattoria’, vicino a Media World, fino all’8 gennaio 2017, costituiscono un vero centro di interesse per le tantissime persone che, in questo periodo di festa, affollano negozi, caffè e aree di sosta della grande struttura. Temi e sensibilità diversi resi con tecniche che ciascuno ha adattato alla propria creatività: dalla pittura a olio, all’acquerello,  alla tecnica mista. Alcuni molto conosciuti in Polesine, altri che stanno sperimentando le proprie capacità; tutti, comunque, portatori di novità.
    Con una ricca collezione di pitture,  Gian Manet Prina si fa notare per le vedute di paesaggi montuosi,  i sentieri che serpeggiano fra i boschi e la luce che, all’improvviso, squarcia le nubi lasciando scoprire un ruscello che scorre fra le rocce e un cacciatore, con il suo cane, in cerca di prede. Oppure è il mare in tempesta, le onde che flagellano i fianchi di un vascello a farsi guardare. E, poi, ci sono i fiori, delicati e bellissimi, con le corolle dai colori tenui o infuocati che aspettano solo di trovare posto nel luogo più accogliente della casa. Sul lato opposto, Marina Basaglia trae ispirazione per la sua arte dall’universo femminile.Donne giovani e belle, eleganti e truccate guardano la gente, che passa davanti a loro, con occhi tristi e labbra senza sorriso. Attorno, atmosfere evanescenti e colori sfumati dove il bianco si perde nel grigio per tracciare, con segno sottile, scorci di case e vie, a cui macchie di rosso spento regalano inquietudine.
    Carlo Campi, unico acquarellista presente, offre ai collezionisti le sue belle vedute di Rovigo, paesaggi di montagna e di mare con galeoni che riportano alla memoria capitoli di storia passata. Romantici tramonti su specchi lacustri o nella campagna rigogliosa di prati verdi. Opere di grande perfezione ed eleganza che testimoniano la cura e la abilità in una forma d’arte unica e irripetibile.
    Daniela Santambrogio dona forma alla sua inquietudine con macchie di colori intensi che si mescolano e si sovrappongono in un gioco di pennellate larghe e dense, riversando sulla tela traccie pesanti di pittura. Arte informale che trova la sua dimensione nell’alternanza delle tonalità cromatiche; una forma di protesta contro ciò che è piatto e banale. Altro tema che Daniela Santambrogio propone sono i personaggi dei fumetti: l’uomo ragno, Lupen, e il mito di Marilyn Monroe che piacciono ai giovani. Pittura di paesaggio per  Guido Landoni, realizzata con  pennellate attente e precise, grande attenzione ai particolari e alla costruzione della scena. I soggetti sono scorci di campagna con piccoli corsi  d’acqua, viottoli fra case rustiche, il mare in burrasca e il fiume agitato; costruzioni moderne dalle linee essenziali rese uniche da ciuffi di piante fiorite  che oltrepassano il muro di cinta.  Sensazioni e pensieri espressi con colori intensi e scuri, tocchi di pennello fitti e ravvicinati nelle tele di Valentina Maniezzo. Un mix che si completa con tocchi di giallo e il rosso che conferiscono forza alle membra chiare dei  soggetti femminili esposti nudi, di schiena o di fronte, o che allungano una mano minacciosa verso l’osservatore.
    Di Doriano Tosarelli citiamo i piccoli agglomerati di case abbarbicati alle pendici di formazioni montuose. Abitazioni arricchite da particolari architettonici di epoche molto diverse, che si stringono l’una all’altra arrampicandosi verso l’alto, verso la cima del promontorio che sembra toccare  l’orizzonte e la luna che brilla in alto. Altre versioni presentano, in primo piano, passerelle di legno a cui sono ormeggiate delle barche, che guidano  all’approdo di una isoletta: una roccia che emerge dal mare e si staglia verso l’alto assieme alle piccole case che la abbracciano e la costellano in una tensione materiale e ideale che non ha confini.
    L’esposizione si conclude con le dolci immagini di mamme e bambini di Laura Ferrarese, a cui si aggiungono i ritratti a matita di personaggi famosi.
    Lauretta Vignaga
  • Il volto della Sindone, un mistero che continua ad affascinare

    Il volto della Sindone, un mistero che continua ad affascinare

    In Pescheria, l’incontro con il prof. Emilio Lazzarin, del Centro di Sindonologia di Torino, il 17 dicembre, alle 16, in concomitanza con la mostra di Carmine Tisbo                 
    Rovigo, Veneto – La sagoma di un corpo, steso sul pavimento, abbozzato con vecchi mattoni, e un viso scolpito nell’argilla, gli occhi chiusi nell’abbandono della morte. E’ la figura che si trova davanti chi entra in Pescheria Nuova dove, in questi giorni è ospitata la mostra di Carmine Tisbo dedicata al Volto della Sindone.
     L’immagine di Cristo tolta dal crocefisso dopo che ‘tutto si è compiuto’, anticipa la gigantografia del volto di Cristo impresso sul lino della Sindone, collocata sopra lo schermo per le proiezioni appeso all’inizio della sala, dietro il tavolo per i relatori. Il mistero di una conservazione che è anche il mistero di una identità, spesso negata nei secoli, che continua a turbare chi non crede, a generare meraviglia in coloro che attendono la resurrezione.
        Lungo le pareti della struttura, altre rappresentazioni del sacro volto che recano crepe, squarci, rotture nell’argilla cotta. Opere volutamente rovinate per  richiamare le parole di Papa Francesco contro la cultura dello scarto, tanto diffusa nella nostra società. Riferimenti a coloro che sono stati colpiti da infermità, abbandonati dalla famiglia, ai poveri, agli anziani, a chi non ha risorse. Le sculture da buttare, accomunate agli scarti della società che i passanti evitano. Un richiamo forte dell’artista a seguire l’esempio divino che ha preferito stare con gli umili invece che con i potenti. “In un periodo difficile della mia vita – ha raccontato Tisbo – mi sono rivolto alla Sindone e ho trovato la forza e il coraggio per andare avanti”.
        Altre sculture, collocate anche al piano superiore della Pescheria, riportano i temi della passione di Cristo: la corona di spine, la flagellazione, la deposizione nel sepolcro, di cui la Sindone rappresenta il momento finale. E in merito al sacro lenzuolo è da sottolineare l’incontro di sabato 17 dicembre, alle 16, con il prof. Emilio Lazzarin, delegato per il Triveneto del Centro internazionale di Sindonologia di Torino, che terrà una conferenza sulla Sindone. 
      La mostra sulla Sindone è stata inaugurata, sabato 10, con alcune letture, offerte da Nelly Paiola, tratte dal libro ‘Il giardino del profeta’, dello scrittore siro libanese  Kahlil Gibran. pagine dedicate al tema: della conoscenza, dell’essere e della bellezza. Sono seguiti i ringraziamenti di Carmine Tisbo e della sorella Rita, a tutti coloro che hanno collaborato e sostenuto la realizzazione dell’evento, tra questi i Comuni di Rovigo e di Lendinara, la Regione Veneto e l’associazione ‘Luce’.  Per visitare l’esposizione c’è tempo fino al 20 dicembre; orario di apertura dalle 10 alle 19.30 di tutti i giorni.
    Lauretta Vignaga
  • Recuperare, riqualificare, rivitalizzare. Come trasformare un piccolo comune in Smart Land

    Recuperare, riqualificare, rivitalizzare. Come trasformare un piccolo comune in Smart Land

    Rovigo, Veneto – Dedicato ad architetti e progettisti territoriali ma anche ad amministratori pubblici, si è svolto, qualche giorno fa, un interessante convegno, promosso da Legambiente Veneto e sostenuto dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, sulle opportunità del sistema Smart Land per i piccoli comuni.
    A coordinare i numerosi relatori, Giorgia Businaro, presidente regionale di Legambiente.

    All’ intervento di saluto di Willy Pagani, rappresentante della Fondazione, sono seguiti gli interventi di Francesco Musco e Giulia Lucertini, esperto in Pianificazione e Politiche per la Città, il Territorio e l’Ambiente, il primo; in Planning & Climate Change Lab, la seconda. Entrambi dello IUAV di Venezia, hanno richiamato l’ attenzione  sul problema principe di ogni iniziativa pubblica: le fonti di finanziamento. “I piccoli centri sono in grado di accedere ai fondi europei solo se messi a sistema, anche se capitanati da comuni medio piccoli. Il progetto Horizon 2020 mette a disposizione bandi relativi allo sviluppo, riqualificazione  e rilancio del territorio. I territori a bassa urbanizzazione, sono, per loro natura, Smart Land” – ha spiegato Francesco Musco. “In quanto a  clima, sviluppo, rigenerazione e rivitalizzazione di un territorio serve un’azione che parta dal basso e la collaborazione delle amministrazioni locali”  – ha aggiunto.  Scarse possibilità di accedere ai bandi, invece, per un territorio piccolo come Rovigo, per il quale la soluzione migliore resta la partecipazione spezzettata a diversi bandi. Al Delta del Po e alla sua protezione, invece, si può applicare il programma ‘Life’  che nel bando prevede la copertura totale del progetto.

       “Per trasformare un territorio in Smart Land i temi su cui intervenire vanno dal rischio idrogeologico alla gestione dei rifiuti, all’incentivazione dell’uso di energie alternative alla protezione dell’ambiente, azioni da condivise con la comunità. Per fare tutto questo, serve un’idea innovativa” – ha detto Giulia Lucentini. “In mancanza di risorse, si può creare un consorzio di piccole città o associarsi a una città grande per fare ‘massa critica’. Alla messa a sistema dei piccoli centri si può anche arrivare per similarità”.
        Via Skipe è intervenuto Giovanni Carrosio, Comitato tecnico nazionale Aree interne – Dipartimento Politiche di Coesione. Tema: ‘La strategia nazionale Aree Interne’ . Nel suo intervento la sottolineatura dell’importanza di inserire il Delta del Po nelle strategie del Comitato Aree interne, deputato alle politiche di sviluppo e difesa ambientale, incentivazione delle energie rinnovabili. “Purtroppo – ha dichiarato – tante nuove economie che si sviluppano nelle aree interne non hanno un piano e il regolamento non viene applicato in maniera appropriata. Risulta, quindi, utile mantenere in collegamento le varie aree interne che, nel Delta sono 66. Le politiche di sviluppo che qui si sperimentano servono per fare osservazioni da portare all’attenzione dei Comitati nazionali.
       Sulle opportunità dello Sviluppo locale ‘Leader’ in Polesine, è intervenuta Claudia Rizzi, direttore  Gal Adige. “La strategia di sviluppo locale ‘Leader’ – collegamento fra azioni volte allo sviluppo dell’economia rurale per rivitalizzare il territorio e creare occupazione –  prevede un parternariato pubblico – privato su aree definite a livello sub regionale, strategie di sviluppo multisettoriale  e approcci innovativi” – ha anticipato.
    Ha, quindi citato la necessità di realizzare progetti di cooperazione applicando l’approccio ‘dal basso all’ alto’. Una strategia il cui valore aggiunto è il coinvolgimento del territorio nelle azioni da programmare. “I due Gal – Gruppi azione locale – del Polesine – convogliano complessivamente 15 milioni e 637.158,62 euro, destinati soprattutto agli imprenditori agricoli” – ha spiegato. I due Gal, però, hanno caratteristiche diverse e, di conseguenza,strategie di sviluppo diverse. Il Gal Adige è dotato di un patrimonio artistico, archeologico e architettonico; il suo sviluppo dipende dai collegamenti viari con Verona e l’ Europa, la via del mare, i percorsi ciclabili e le eccellenze alimentari. Punti di forza le strutture ricettive e l’intermodalità; punti di debolezza: l’nvecchiamento della popolazione, scarsa informatizzazione, mancanza di percorsi turistici, impossibilità di ospitare grossi flussi di visitatori.
         Su ‘Circolarità delle risorse per lo sviluppo delle aree extraurbane’ è intervenuto Piero Pellizzaro, fondatore di ‘Climalia’. Resilienza urbana e cambiamenti climatici il focus della sua attenzione e di progettazioni nel Comune di Milano e altre città d’Italia. Esperienza che può essere trasferite anche a piccoli comuni con l’obiettivo di raggiungere la sostenibilità energetica. Esempi portati: la realizzazione di un car sharing per gli abitanti di un grosso condominio e  il cambio di illuminazione in un comune in provincia di Mantova.
      Per Francesco Ferrante, presidente Menowatt Ge, i cambiamenti climatici non sono una minaccia per il pianeta ma per la specie umana. Indispensabile contrastare l’aumento della temperatura eliminando l’impiego di energia prodotta da fonti fossili. Energie rinnovabili ed efficienza, meno rifiuti e inquinamento la ricetta per trasformare le città in Smart Cities.  Alessandra Bonfanti è intervenuta su: ‘Le nuove frontiere della green economy per i territori’. Una denuncia della incapacità di accedere ai bandi di finanziamento regionali e nazionali; su come investire le risorse e le scarse ricadute che ci sono sul territorio perché non vengono individuati i veri bisogni delle comunità e delle aree. Ha citato due milioni di case abbandonate, che potrebbero dare risposte ai cittadini, spostandoli dove ci sono opportunità di lavoro. Le diverse identità delle aree del nostro paese sono opportunità su cui investire risorse per evitare: alluvioni, frane e smottamenti, governare il patrimonio agricolo e boschivo con una progettazione fattibile e proponibile.
       Osservazioni e conclusioni a cura di Giorgio Osti, professore associato di Sociologia dell’Ambiente e del Territorio al Dipartimento di Scienze politiche e sociali all’università di Trieste.
    Lauretta Vignaga
  • Massimo Zanetti, la pittura come emozione

    Massimo Zanetti, la pittura come emozione

    Rovigo, Veneto – “Quando sono davanti alla tela non ho mai un’idea o un progetto preciso. Comincio a stendere un colore, per preparare la base e, un po’ alla volta, nella mente cominciano ad affiorare immagini, luci, colori visti anche solo per pochi attimi. Scelgo un altro colore e lo stendo con pennellate larghe sopra il primo, procedo senza fretta lasciando che siano le emozioni a guidarmi”. Massimo Zanetti, pittore informale, attualmente ospite della galleria ‘Il Melone Arte contemporanea’, in via Oberdan a Rovigo, racconta così l’incipit della sua creatività. Immagini fissate nella memoria che fluiscono dai ricordi delle sensazioni provate, dal piacere o stupore che hanno generato. La mano reagisce muovendosi sulla tela, aggiungendo o togliendo porzioni di colore, rendendole più intense, cambiando la direzione della pennellata. Successive stratificazioni, di altri materiali e ulteriori ripassi di tonalità creano effetti che all’osservatore ricordano paesaggi e lagune, distese d’acqua di mare e di fiume, l’illusione di spazi innevati, da cui emergono porzioni di blu e di verde. Tracce di rosso che raccontano il fuoco dei vulcani.
        Una quarantina le opere che Massimo Zanetti offre agli appassionati d’arte rodigini; alcune di grandi dimensioni. In tutte il carattere che si impone è l’uso del colore: materia densa e concreta che si sovrappone ad altro colore rendendo scabre le superfici. Sovente, l’aggiunta di malte e colle movimenta l’intero spazio conferendo all’opera carattere tridimensionale. Altrove è la gamma delle tonalità di verde o di azzurro a creare illusioni. Pennelate grosse  che ricoprono gli strati di materia già stesi, piccoli tocchi di tonalità contrastante, sparsi qua e là suggeriscono corpo e profondità. E ciò che non ha forma diventa suggestione, illusione di prati fioriti e lagune che si increspano al soffio del vento.
      Nel gioco della sovrapposizione, l’intuizione vincente è l’imperfezione. Tracciati orizzontali e verticali che si sovrappongono o intersecano lasciando fessure e piccoli spazi da cui emerge quello che c’è sotto; il ‘prima’, che si mescola con l’adesso, in attesa di scoprire come sarà il ‘poi’.  Quello che si coglie, ma non si vede, sono ricordi – sensazioni di luoghi e cose, paesaggi vissuti, luci e ombre percepiti come reali dall’artista, che si riverberano nella sensibilità degli osservatori suscitandone l’apprezzamento.
       Inaugurata il 3 dicembre scorso e introdotta da Dario Lo Dico, la personale di Massimo Zanella, intitolata ‘La vita addosso’, si può visitare fino alla metà di gennaio 2017, dal martedì al sabato, con orario 11 – 13 e 16.30 – 19.30.
    Nato a Piove di Sacco (Padova), nel 1960, Zanetti inizia la sua sperimetazione pittorica una quindicina di anni fa. Come autodidatta, segue le tecniche classiche e, nel contempo, porta avanti una ricerca continua sull’uso e la resa di materiali quali: stucco, colla, malte che, mescolati fra loro, conferiscono caratteri del tutto personali alla sua produzione.
    Lauretta Vignaga
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