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Autore: Lauretta Vignaga

  • Carla Gatto al Circolo Culturale Arti Decorative

    Rovigo, Veneto – Proseguendo nel programma di promozione degli artisti soci, il Circolo Culturale Arti Decorative ha accolto, sabato 25 gennaio, la prosa, i pensieri intimi, la poesia e la pittura di Carla Gatto, persona ricca di sensibilità e umanità. E’ la vita vissuta, quella di tutti i giorni, in un piccolo paese del Polesine, dove gli abitanti si conoscono da sempre. Conoscono delusioni d’amore, solitudini che il tempo non guarisce;  problemi con i figli o con il marito, pur se, incontrandosi, scambiano sorrisi e saluti cordiali.  Poi i pensieri intimi, la leggerezza dei testi poetici, ‘respiro dell’anima’ pur  se la poesia, oggi, sembra ‘fuori moda’. ‘Estensioni dell’anima’, titolo della sua raccolta poetica, rispecchia, di nuovo, la vita. I giorni che passano, scanditi dalle nostre speranze e delusioni. La gioia degli affetti condivisi, e le fatiche per migliorare la nostra esistenza. Versi  intrisi di   amarezza  per un amore finito e frasi che proiettano ombre scure nelle stanze  di chi non ha più nessuno da attendere. E, poi, le piccole malignità, e i  sotterfugi  fra donne che cercano nuove emozioni. Esemplare, in tal senso, la lettura di ‘ Racconto fra tre comari’. 
    Ad accompagnare Carla nel percorso  di conoscenza delle sue opere, la giovane Eva Zandonà, allieva di Rosetta Menarello, insegnante di scuola elementare, scrittrice, poetessa, e autrice della prefazione del libro : ‘Vieni ti racconto’, opera prima di Carla Gatto.  
    “Un volumetto  – ha commentato Eva – che racchiude un  mix di emozioni, sentimenti e fantasia, materia prima di favole e racconti  che Carla ha cominciato a inventarsi quando  era poco più di una ragazzina, per tenere tranquilli i fratelli più piccoli, mentre la mamma era occupata nelle faccende di casa. Il frutto della sua fervida immaginazione, nutrita dalla passione per la lettura. Composizioni che rispecchiano la realtà di ogni giorno, senza, però, tralasciare la speranza, in una giustizia futura”.
    “Un inizio da autodidatta” – ha dichiarato Carla che ha aggiunto: “Ho letteralmente, divorato le Biblioteca di Beverare, paese limitrofo di San Martino di Venezze, dove tutt’ora abito”.  Sentivo in me una grande voglia di fare: di scrivere, prima; poi di dipingere”.  Desideri realizzati anni dopo, da adulta, frequentando i corsi di scrittura creativa  dell’ Associazione ‘R. Barbujani’ onlus  e  lezioni di pittura con maestri preparati.
    Una precisazione che introduce la passione di Carla per la pittura. In mostra: fiori e farfalle dai colori delicati  e un paesaggio collinare ricco d’acqua cristallina che scende da un verde pendio.
  • Si conclude la mostra sul ‘Giapponismo’

    Ultimi giorni per visitare la mostra sul ‘Giapponismo’

    Termina il 26 gennaio ed è stata una delle mostre più visitate di palazzo Roverella

    Orari prolungati nell’ultimo weekend

    Rovigo, Veneto – Il ‘Giapponismo’, la mostra che si sta per concludere a palazzo Roverella, è davvero piaciuta. Lo dimostrano i numeri: fino a domenica scorsa gli ingressi avevano superato quota 42 mila, con un trend in costante crescita da una settimana all’altra, grazie al passa-parola in continuo aumento.  Altrettanto positivi sono stati e continuano ad essere i commenti e i giudizi espressi su tutti i più diffusi quotidiani italiani e i commenti  arrivati da critici ed esperti del mondo dell’arte. E il favore della critica non è fattore secondario in quanto certifica che l’entusiasmo della critica ha incontrato, senza esitazioni, il gusto e l’approvazione del grande pubblico.
     Ad oggi, il ‘Giapponismo’ è la seconda mostra più visitata dell’intero percorso espositivo di Palazzo Roverella, anche tenendo conto della enorme concorrenza rappresentata da tante altre importanti esposizioni allestite in un’area di poche decine di chilometri. Un risultato che, nell’ambito degli operatori della Fondazione, viene definito “straordinario”.
    Nei prossimi giorni, fino alla data del 26, ci si aspettano presenze ancor più numerose, confermate dalle prenotazioni già effettuate. Per questo, si consiglia ai cittadini di Rovigo e a coloro che possono farlo, di approffittare del minor affollamento che si incontra nei giorni diversi dal fine settimana, per godere la mostra con maggior tranquillità. Da parte sua, la Fondazione avverte che non ci sarà alcuna proroga, in quanto le opere prestate dalle diverse istituzioni nazionali e internazionali, hanno una scadenza prestabilita.
    Unica concessione prevista è l’allungamento dell’orario di visita nei giorni di sabato 25 e domenica 26 (giorno di chiusura )
    quando l’orario di visita sarà dalle 9 alle alle 23.30.

    Una chiusura che durerà poco. Dal 4 aprile, infatti, una nuova importante esposizione aprirà i battenti di Palazzo Roverella: una esposizione monografica su Marc Chagall che porterà a Rovigo una ricca selezione di oltre 100 opere del celebre artista, circa 70 i dipinti  su tela e su carta oltre alle due straordinarie serie di incisioni e acqueforti pubblicate nei primi anni di lontananza dalla Russia, ‘ Ma vie ‘, 20 tavole che illuminano la sua precoce e dolorosa autobiografia , e ” Le anime morte ” di  Gogol, il più profondo sguardo sull’anima russa della grande letteratura.  
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             Prima di tutto questo, però, cioè dal 28 febbraio, a Palazzo Roncale, prenderà vita un altro progetto del tutto originale dedicato a Dante Alighieri e alla mitica ‘Quercia di Dante’: un albero possente che dominava il paesaggio del Delta del Po e che,     secondo la tradizione, avrebbe permesso al poeta di ritrovare la strada perduta.
    In mostra, oltre ad una sezione documentaria sul mitico albero, le “Visioni dell’Inferno” con le opere di Gustave Dorè, Robert Rauscenberg e Brigitte Brand.

    Una abbinamento, quello tra Dante e Chagall,  di altissimo livello e interesse, che confermerà Rovigo come meta da privilegiare per il grande “popolo delle mostre”.
    Lauretta Vignaga
  • Con ‘Banana split’ Il teatro in Bustine festeggia il Natale

     Rovigo, Veneto –   Tutto esaurito, tanti applausi e divertimento a ‘Spazio Contemporaneo’ il 28 dicembre scorso,  in occasione delle feste natalizie. Al ‘Teatro in bustine’ è andato in scena  ‘Banana split’, spettacolo del duo ‘Bettedavis’, formato da Davide Lorino ed Elisabetta Mazzullo, autori del testo, per la regia di Elisabetta Mazzullo.
    E’ la  storia allegra e spensierata di un’estate  di tanti anni fa, sulla spiaggia sassosa di un paesetto, come tanti, dell’Italia meridionale. Protagonisti:  un ragazzo e una ragazza – Lu e Gillo – che si sono conosciuti per caso ad un corso di canto e recitazione – e poi Rao che, come gli altri due, d’estate,  frequenta quel luogo di mare.
    Appena arrrivato, Gillo, come  sempre, telefona a Rao che lo informa di essere impegnato con un corso di russo. A sua volta, Gillo  gli racconta che: egli stesso e  Lu  frequentano un corso di canto e recitazione, di cui la ragazza  è entusiasta. La condivisione di queste attività avvicina  sempre più Lu e Gillo fino a renderli inseparabili, ma complica le cose. Lu, infatti, è la nuova fidanzata di  Rao, di cui Gillo  è il migliore amico.
    L’azione si svolge con un ritmo allegro e spedito, sottolineata dalla chitarra di Davide Lorino e dal canto di Elisabetta Mazzullo ispirato ai Sonetti di Shakespeare, il loro autore preferito.  Scambio di impressioni e pause di silenzi; desideri e speranze che il cuore non ha il coraggio di esprimere.
        Le serate insieme diventano un’abitudine: passeggiate sulla spiaggia, soste al bar, spettacoli al cinema e chiacchierate del più e del meno, senza trovare il coraggio di entrare nell’intimo dei loro pensieri, di svelare segreti e passioni, confessando che si sono innamorati ma hanno bisogno di conoscersi meglio per confidarsi timori e incertezze assieme ai desideri più profondi.
    Una sera, Lu rivela a Gillo che il maestro di russo legge i sonetti di Shakespeare e, su sollecitazione di questo, Gillo entra nel nuovo gruppo assieme alla ragazza. Sollecitata dall’insegnante di russo, Lu inizia a recitare un sonetto mentre Gillo l’accompagna alla chitarra.
         A questo punto della storia arriva, Rao e il terzetto sembra ricomporsi. Una sera in cui Lu è impegnata a preparare la recita di ‘Giulietta e Romeo’, suo padre invita Gillo e Rao ad entrare in casa per chiacchierare un po. Alcuni giorni dopo Rao informa  Gillo che ha intenzione di partire per una battuta di pesca e gli chiede di prendersi cura di Lu. Qualche tempo dopo, Lu e Gillo  escono per andare al cinema; in programma un film su due fratelli innamorati della stessa ragazza.
    Dopo il film, Lu e Gillo  si intrattengono in macchina mentre fuori piove. Lu canta e Gillo non stacca gli occhi da lei. Accompagnata  a casa la ragazza,  Gillo non riesce a toglierla dai suoi pensieri.  Il giorno dopo le telefona e poi la raggiunge a casa e iniziano a parlare come non avevano mai fatto prima. Alla sera lei vuole andare a ballare e Gillo non se lo fa ripetere.
    Più tardi, nella sua stanza, il giovane  non riesce a prendere sonno, non smette di   pensare alle tante cose da fare il  pomeriggio dopo  e i giorni che verranno; alle cose che farà durante gli anni della sua vita.
    Arriva la sera e i due escono a passeggio sul lungomare e  poi al bar. Iniziano a parlare di loro, dei loro progetti, delle cose da fare insieme. E così avviene in seguito.  Poi, un pomeriggio,  Lu informa  Gillo che  quella sera il babbo sarebbe rimasto a cena fuori e lo invita a stare a casa con lei.  Un disco sul grammofono e Gillo la prende fra le braccia; ballando si stringono, attratti l’uno dall’altra. Lu gli fa delle domande per indurlo a manifestare i suoi pensieri. Poi, messi da parte dubbie incertezze, lasciano che a parlare siano solo i loro cuori.
    Lauretta Vignaga
  • Domenico Russo e la fotografia

    Rovigo, Veneto – Rodigino di nascita, con una innata passione per la fotografia, Domenico Russo, si è dedicato all’insegnamento di Educazione fisica, con i ragazzi della scuola media, dopo il conseguimento del diploma magistrale. Cinque anni a contatto con i giovani con cui ha dialogato e scambiato opinioni durante il percorso  della loro crescita e maturazione.  Conseguita la laurea in Sociologia, ha trovato lavoro in un istituto bancario.  Erano gli anni ’70 del ‘900 e  l’arrivo in commercio delle pellicole che si potevano sviluppare in casa, a  prezzi contenuti, mette le ali al suo passatempo preferito: scattare  fotografie  che, finalmente, può sviluppare da solo, in totale autonomia, privilegiando i risultati che si ottenevano con la tecnica, senza farne l’obiettivo primario.
      ” Ho voluto imparare dai grandi fotografi: Gianni Berengo Gardin, Ugo Mulas, Paul Strand, Ignazio Cugnoni, Cesare Zavattini e tanti altri, acquistando i volumi con le loro opere” – ha spiegato entrando nel vivo del tema della nostra conversazione”. “Ho scattato una quarantina di foto allo scultore Virgilio Milani  mentre lavorava nello studio di via Corridoni” – ha proseguito, ricordando l’ amicizia che lo legava all’artista polesano, considerato tra i maggiori del Novecento. – “La raccolta è stata, poi,   donata all’Accademia dei Concordi ed esposta in una mostra allestita in Pescheria Nuova, in occasione della realizzazione del ‘Percorso Milani’, una raccolta di immagini delle sculture realizzate dall’artista  a Rovigo per committenti pubblici e privati. Mostra commentata da Sergio Garbato”.

    Affezionato a  Rovigo, e alla sua storia, Domenico Russo  ha dedicato alla città una cospiqua raccolta di foto  di luoghi, monumenti, palazzi, sculture, particolari architettonici ed elementi decorativi  presenti su facciate, frontoni, portici e colonnati, non per volontà di apparire  ma per desiderio di far conoscere e amare una realtà ingiustamente sottovalutata. Un grave incidente occorsogli  ha fortemente condizionato la sua mobilità e,  nel 2011, aderendo alla proposta di Arnaldo Pavarin, allora presidente dell’ Associazione  culturale ‘Renzo Barbujani onlus’, Russo ha dato il via ad un laboratorio di cultura fotografica per far conoscere e apprezzare, ad un gruppo di iscritti,  le modalità tecniche e creative dei più noti fotografi del secolo scorso. 

    Un’esperienza che gli ha dato grande soddisfazione e avviato  un rapporto di amicizia e dialogo, sostenuto dall’esperienza dell’uno e dal desiderio di conoscere e apprendere degli altri.
    Sempre molto gratificanti i risultati raggiunti e l’ideazione di un ‘laboratorio di ritratto’, è stato un ulteriore passo avanti per tutti gli allievi. Ulteriore motivo di sodisfazione il fatto che gli stessi  partecipanti si offrissero come modelli. Concluso il percorso, la mostra delle foto realizzate è stata  motivo di grande soddisfazione per tutti.
    Di carattere schivo e riservato, Russo ha, di rado,  esposto le sue fotografie, incurante del valore storico e documentario che hanno acquisito nel tempo. Per sua richiesta concludiamo questa conversazione riportando: citazioni, pensieri e considerazioni da lui elaborate quale osservatore acuto e profondo della vita e delle cose, destinate, in particolare, a coloro che si sentono attratti dalle potenzialità espressive e comunicative della fotografia.
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    “La fotografia è una cosa semplice a condizione di avere qualcosa da dire”.  ( Mario Giacomelli).    ”  Solo in Italia, ci sono, oggi,  più di  due milioni di  fotografi e fotoamatori attivi e più dell’80%  è scontento delle proprie fotografie, ritenendo che fotografare bene sia privilegio di chi ha più talento o attrezzatura migliore.
    Di vero c’è una esagerazione di scatti e poca cura di quello che si fotografa. Gaspar Felix Tournachon, detto Nadar, diceva che: ” La fotografia è il mezzo che consente anche a un incapace di ottenere qualcosa che prima era possibile solo a un …. genio”.
    Per imparare le 3 o 4 regole della fotografia basta leggere qualche libro di fotografia digitale e fare un pò di foto la domenica.
    Quello che importa è avere qualcosa da dire. Chi frequenta corsi per fare belle foto spende soldi inutilmente. Quello che serve è guardare il mondo che ci sta attorno. Dobbiamo riscoprire  le risorse che ciascuno di noi possiede: gli occhi per osservare, la mente per ragionare, il cuore per metterci in contatto con noi stessi e quello che ci circonda.
    Il rapido mutamento della tecnologia  ci darà una mano e anche con uno smartphone potremo ottenere immagini di effetto.
    I corsi di base, pieni di nozioni tecniche, non aiutano a imparare.  Non si impara la cultura fotografica, non si impara a conoscere i fotografi che hanno fatto la fotografia. Nè a leggere la fotografia e creare una fotografia buona artisticamente.
    Per fare una buona foto si deve usare la vista,  ascoltare il cuore, fidarsi della mente. Capire quanto siano  importanti la motivazione  e la passione per migliorarsi. Valutare qual’è la scena che più ci colpisce, imparare a cogliere l’attimo; trovarsi al posto giusto e non sbagliare mai la mira. Con il digitale la fotografia è un vero linguaggio, ma pochi lo conoscono.  Troppe le foto scattate a caso; l’azione di fotografare è un momento unico fermato nel tempo.
    Fotografare è diventato un gesto meccanico che non costa nulla e si finisce per mettere insieme un grande numero di file che poi non si guarda più o vengono eliminati.
    Chi non riesce a fare una buon foto con una fotocamera di poco valore, non ci riuscirà neppure con una costosa.
    Perchè le foto siano apprezzate da un pubblico, oltre che dall’autore, bisogna  che siano originali, che sappiano comunicare in modo diretto; si deve acquisire consapevolezza, leggere libri specifici sulla materia, prendere coscienza dei modi diversi con cui avvicinarsi alla fotografia e aprire la mente verso nuovi orizzonti. In caso di necessità, basta andare su Google per orientarsi.
    Lauretta Vignaga
  • Al Teatro Studio una rappresentazione sulla perdita di personalità

    Al Teatro Studio una rappresentazione sulla perdita di personalità

    Al Teatro Studio una performance sulla perdita di contatto tra il proprio corpo e i propri pensieri

    Rovigo, Veneto – Un tema complesso e drammatico quello proposto agli spettatori del Teatro Studio lo scorso 19 dicembre. ‘As if I have missed myself’, coproduzione Italo-Danese di Bora Bora Dance Center, , è una performance ideata, scritta e interpretata dal coreografo italo – danese Fabio Liberti, in collaborazione con  Emanuele Rosa. Un lavoro fra teatro, danza e performance sul tema della ‘depersonalizzazione’, la perdita, cioè,  di  contatto tra il proprio corpo e i propri pensieri, secondo lo psicologo Ludovic Dugas che , sul tema, ha condotto un’indagine attraverso un linguaggio corporeo.
    Da parte sua, Fabio Liberti aggiunge: “La pressione sociale nel dover possedere un’identità precisa e unica, con una personalità chiara e razionale, porta molte persone a sentirsi inadeguate, separate, alienate dal mondo. E quando le contraddizioni emergono, sempre più accentuate, l’individuo si ritrova in un grave disagio. L’io si stacca dentro sé stesso e l’idividuo si strappa a metà . Proprio perchè i pensieri e gli atti sfuggono al sé e diventano sconosciuti, le azioni sembrano vuote, prive di forze: si diventa spettatori esterni di sè stessi”.
    La rappresentazione inizia con un ‘primo studio’ del progetto ‘Metamorfosi’, Residenza artisti nei territori, svoltasi a Rovigo verso la fine di agosto 2019, diretto e organizzato dal Teatro del Lemming.

    Nella performance i due danzatori incarnano due parti della stessa persona che non sono più capaci di comunicare fra loro.

    I protagonisti, Fabio Liberti ed Emanuele Rosa, entrano in relazione con il pubblico attraverso un ‘gioco’, in tre fasi, che coinvolge gli spettatori invitando il primo di una fila   a citare  il nome di una parte del proprio corpo; il secondo a pronunciare un verbo e, il terzo,  un’azione. Nel frattempo, il primo  danzatore crea una sequenza di azioni che rappresentano le tre parole e inizia toccando la parte del corpo citata. Segue a ruota il  secondo danzatore ripetendo  la sequenza nel tempo più breve possibile. Si crea, così, un processo creativo  basato sulle parole suggerite, che interrompe il percorso del pensiero; il tutto in pochi secondi.   E si continua  invitando le altre persone in sala a suggerire, una dopo l’altra,  altre  parole relative al proprio corpo, ad un verbo, ad azioni da compiere, creando sequenze riprodotte, subito dopo, dai danzatori, sempre con maggiore velocità. In piedi, piegati sulla schiena, stesi sul pavimento; aumentando la velocità e scandendo il tempo con un timer.  Dopo diverse sequenze rappresentate i movimenti dei due danzatori diventano simultanei e la sequenza di azioni viene sostenuta da un commento sonoro, trasformandosi in: parola , movimento, musica.
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     Nel secondo ‘studio’, sviluppo del ‘primo’, vengono inserite altre ‘ frasi’ e sequenze di movimenti prodotte con tutte le parti del corpo.  Fabio Liberti ed Emanuele Rosa cominciano ad eseguire le sequenze insieme; si muovono all’unisono, piegandosi, sollevandosi l’un l’altro, rotolandosi sul pavimento che, a tratti,  colpiscono con i pugni. Piegano braccia e gambe confondendo quelle dell’uno con quelle dell’altro, in modo da apparire un’unica persona. Uno dei due scuote la testa da una parte e dall’altra, quasi in preda alla pazzia, lasciandola, quindi,  ricadere sul petto. Alza una mano e  toglie dalle spalle un sacchetto con l’immagine di un viso privato di espressione, di personalità.
    La depersonalizzazione si è compiuta.
    Lauretta Vignaga
  • L’assedio di Sarajevo

    ‘Sarajevo mon amour’. Una tragica storia d’amore sullo sfondo di una guerra dimenticata 

    Rovigo, Veneto –   Sul palcoscenico del Teatro Studio è andato in scena, qualche giorno fa, il primo studio di un lavoro  che riporta alla memoria anni di guerre e distruzione, ancora impresse nella memoria dei sopravvissuti. La ‘Guerra dei Balcani’ con i suoi 1425 giorni di assedio alla città di Sarajevo, tra il 1992 e il 1996, viene ripercorsa da Farmacia Zooè ( Venezia), prendendo spunto dalla tragica storia d’amore di due giovani di 24 anni: Bosko Brkìc’ e Admira Ismic,  identificati, per il contesto in cui si muovono, come ‘Giulietta e Romeo dei Balcani’.Innamorati ma appartenenti a etnie e provenienze geografiche diverse; uccisi da un cecchino mentre cercano di fuggire da Sarajevo per vivere la loro vita insieme.
       ‘Sarajevo mon amour’, il titolo dello ‘studio’, è stato realizzato dai due protagonisti della storia: Gianmarco Busetto e Carola Minincleri Colussi, durante l’estate scorsa, in un periodo di residenza al Teatro Studio di Rovigo, con il sostegno di ‘Teatro del Lemming, Rovigo, in Metamorfosi. Residenze per la  ricerca teatrale 2019. Estro teatro, Trento.
    ‘Sarajevo, mon amour’ costituisce un primo contatto con il pubblico per valutarne la reazione e il coinvolgimento, premessa indispensabile  per la realizzazione di un secondo studio.  L’azione si dipana tra gli anni 1992 e 1993, lungo un percorso di odio e sopraffazione contro chi è diverso per razza e appartenenza territoriale, che Farmacia Zooè ricostruisce con una serie di storie in cui ci sono uomini e donne che lottano contro la fame, la paura, la guerra, le granate;  contro una ‘Storia’ che non ha più un senso.
    La dissoluzione della Jugoslavia portò  alla guerra  Bosnia ed Erzegovina, ex provincia ottomana, con popolazione serba, croata e mussulmana, etnie che miravano all’indipendenza e alla conquista del potere sulle minoranze. Nella seconda metà del 1991 i nazionalisti croati si unirono a quelli di Bosnia Erzegovina formando l’Unione Democratica croata che segnò il picco della guerra di indipendenza croata. Temendo un’escalation del conflitto, la Comunità europea organizzò una Conferenza di pace proponendo la condivisione del potere a tutti i livelli amministrativi tra le diverse etnie.  Accordo  sottoscritto nel marzo   1992 e stracciato dieci  giorni dopo dall’ambasciatore americano in Jugoslavia che dichiarò la sua opposizione a qualsiasi divisione etnica  della Bosnia.
    Nel settembre 1991, il Consiglio di sicurezza dell’Onu aveva approvato l’embargo sulle armi in tutti i territori della ex Iugoslavia, embargo che colpì l’armata della Repubblica di Bosnia Erzegovina, dato che la Serbia aveva ereditato la quasi totalità dell’arsenale dell’ Armata Popolare Iugoslava e l’esercito croato contrabbandava le armi con i gruppi mafiosi attraverso la costa dalmata. Oltre la metà di arsenali e caserme si trovava in Bosnia ma gran parte di questi erano sotto il controllo serbo.
    All’inizio di marzo 1992 si tenne il referendum sull’indipendenza della Bosnia Erzegovina dalla Iugoslavia. Referendum approvato con oltre il 60% dei voti ma boicottato dai serbi che  bloccarono Sarajevo con le barricate, mentre il Partito democratico serbo, guidato da Karadzic, faceva sapere che si sarebbe opposto in ogni modo all’indipendenza.

      Bosko Brkic e Admira Ismic, i protagonisti di questa vicenda, entrano in scena un paio di giorni dopo l’approvazione del Referendum.  E’ il 5 aprile e Sarajevo è in festa: la gente gira per le strade gridando ‘Pace’, ‘Pace’.   I due giovani si dirigono verso il centro ma la strada è chiusa da barricate;  si  guardano attorno e sentono degli spari; si rendono conto che  Sarajevo è sotto assedio. Il più lungo assedio nella storia delle guerre del XX secolo, conclusosi il 29 febbraio 1996.
    Ritornano sui loro passi con lo strazio nel cuore, ingabbiati in una situazione da cui non si può fuggire. Per  lunghi mesi soffrono la fame, il freddo; tremano per la paura di essere separati, uccisi senza aver realizzato il sogno di vivere  la loro vita insieme.  
    Nei primi mesi di assedio, sulle  colline che circondano  Sarajevo viene  radunata tutta l’artiglieria e gli equipaggiamenti essenziali e vengono  chiuse tutte le strade di accesso.  Il 2 maggio 1992  Sarajevo risulta completamente isolata dalle forze serbo bosniache. Bloccati i rifornimenti di viveri e medicinali,  l’accesso all’acqua, all’elettricità al riscaldamento. L’assalto alla città inizia con i cannoni posizionati in oltre 200 bunker ricavati nelle montagne. Dalla metà del 1992 alla prima parte del 1993 l’assedio tocca l’apice per la violenza dei combattimenti. Indescrivibili le atrocità e i crimini commessi. Gran parte delle principali posizioni militari e le riserve di armi dentro la città sono  sotto il controllo dei serbi che impediscono ai difensori di rifornirsi. Per aiutare la popolazione assediata, alla fine di giugno 1992 l’aereoporto di Sarajevo viene  aperto agli aerei delle Nazioni Unite e il tunnel di Sarajevo, principale via per aggirare l’embargo internazionale di armi e per rifornire di munizioni gli assediati, viene completato a metà del 1993, permettendo anche alla popolazione di fuggire. Si è stimato che, durante al’assedio, ci sia stata una media di circa 329 esplosioni al giorno, con un massimo di 3.777 bombe sganciate il 22 luglio 1993.  Tutti gli edifici della città vengono  danneggiati e 35.000 distrutti. Le uccisioni di massa causate dalle esplosioni degli ordigni fanno scalpore in Occidente, come il massacro dei civili al mercato. Nell’ottobre del 1995 si arriva al: ‘Cessate il fuoco’ ma Saraievo torna libera solo alla fine di febbraio 1996. Le vittime sono oltre 12.000 e più di 50.000 i feriti e la popolazione rimasta arriva al 64% di quella che c’era prima del conflitto.
    Dopo mesi di privazioni, sofferenze  fisiche e il terrore di essere uccisi, il 19 maggio 1993, Bosko e Admira, nati a Sarajevo, lui serbo bosniaco  di fede cristiano ortodossa, lei bosniaca di fede mussulmana,  riescono a fuggire dalla città assediata  raggiungendo il ponte di Vrbanja. Mentre lo percorrono,vengono colpiti da un cecchino: Bosko muore subito mentre Admira, ferita gravemente, non tenta di fuggire. Abbraccia Bosko e attende la morte. I due corpi rimangono  sul selciato per cinque giorni come due tragici Romeo e Giulietta . Ritratti nell’immobilità della morte diventano il simbolo di quella guerra fratricida. La coppia, nell’aprile del 1996, viene traslata dal cimitero di Lukavica a quello del Leone, una collina fuori Sarajevo ricoperta di croci, dove ora riposano uno vicino  all’altra.
    Il ponte di Vrbanja, che attraversa la Miljacka, è il ponte più triste della storia recente di Sarajevo, noto anche come ‘ponte della morte’. Nel tempo ha cambiato nome, prendendo quello delle due donne che vi persero la vita, prime vittime dell’assedio di Sarajevo. Una, studentessa di medicina all’Università; la seconda, una pacifista croata di 34 anni.

    Lauretta Vignaga

     

     

  • Il Paesaggio nella fotografia

    Il Paesaggio nella fotografia

    ‘Il paesaggio nella fotografia’. Lezione didattica a cura di Domenico Russo.

    Rovigo, Veneto –  Nell’ambito delle iniziative della XXV Settimana dei Beni Culturali Ambientali in Polesine – dal 29/11 all’8/12 2019, sul tema ‘Paesaggi tra le rive dei grandi fiumi’, l’Associazione Culturale – Ambientale ‘ Renzo Barbujani’ odv, di Rovigo, ha proposto, per mercoledì, 4 dicembre, nella Sala Consiliare della Provincia, un incontro sul tema: ‘ Il paesaggio nella fotografia’, lezione didattica a cura di Domenico Russo, con esposizione di pannelli illustrativi dedicati. Ospiti della mattinata gli studenti dell’Istituto Tecnico per Geometri ‘ A. Bernini’.  Un riassunto per immagini della storia della fotografia, definita ‘la capacità di scrivere con la luce’, nota agli arabi fin dai tempi antichi, grazie ad un foro, praticato in un panno scuro, da  cui veniva fatto passare un raggio di luce. Ufficialmente la data di nascita fu fissata al 19 agosto 1839, quando all’Accademia delle Scienze e  delle Arti visive di Parigi, furono presentati i segreti della ‘Camera Oscura’, che permetteva di catturare  e fissare un particolare momento della vita  con un’immagine. All’inizio, gli artisti se ne servirono  per ricavarne uno schizzo, un disegno, da trasformare in pittura.
     Con Daguerre, nel gennaio del 1839, viene messo a punto un processo meccanico e chimico che permette di riprodurre le immagini che si formano nella camera oscura.  La fotografia diventa, finalmente, realtà.  Poco dopo, Talbot riesce a creare un’immagine su un foglio di carta sensibile, talmente perfetta che riprende  anche la figura  di un uomo sullo sfondo.
    D’allora in poi la fotografia non conosce sosta nel suo progredire e migliorare.  Nel 1890, Maxime du Camp fu incaricato di fotografare i monumenti dell’Egitto;  una documentazione straordinaria di come erano realmente quelle meraviglie millenarie.
    E per metterne in evidenza le dimensioni si inserì nella fotografia una figura umana. Sull’onda del successo di questi risultati   vennero fotografate: Istambul, Gerusalemme, Roma e persino tutto il Giappone. Con i fratelli Bisson  si fa largo la fotografia dedicata all’alpinismo e alla montagna.
     L’affermarsi del ‘Grand Tour’, la moda per i giovani delle famiglie facoltose tedesche e inglesi, russe e scandinave, di completare  la loro formazione  culturale con un viaggio in Francia e in Italia, diffusasi tra il 18° e il 19° secolo, rese  la tecnica fotografica il mezzo indispensabile per documentarlo. Tuttavia i tempi necessari per sviluppare le immagini erano lunghi e il paesaggio, soprattutto quello d’acqua – Venezia era una meta obbligata –  risultava piatto e uniforme. Fu George Eastman a cambiare le cose realizzando una macchina fotografica diversa. Si trattava di una scatola con dentro un rullo di carta su cui imprimere le immagini. Finito il rullo, veniva spedito a chi era capace di sviluppare le immagini che apparivano rotonde e, in molti casi, erano usate per ottenere cartoline; quelle stesse cartoline che i soldati, durante la prima guerra mondiale, inviavano alle famiglie dal fronte, scrivendo le loro notizie sullo spazio di fianco all’ immagine.
    La lezione di Domenico Russo si è quindi concentrata sul rapporto tra uomo e ambiente e sulla reciproca influenza che l’uno esercita sull’altro. Un patrimonio di immenso valore, il nostro ambiente, da proteggere e mantenere per le future generazioni. E per non perdere di vista i cambiamenti che i fattori climatici e l’azione dell’uomo causano all’mbiente sono stati ricordati i tre  fratelli Alinari, che hanno raccolto un patrimonio fotografico enorme, tutt’oggi punto di riferimento per valutare i mutamenti avvenuti nel paese in cui viviamo durante il secolo scorso. Un’operazione simile è stata quella intrapresa   dal Touring club italiano dopo  il 1945, mettendo insieme un enorme patrimonio fotografico dell’Italia.
    Infine la citazione di fotografi illustri quali Pietro Donzelli  e Giovanni Berengo Gardin, affascinati dal Delta del Po.
    “Una bella fotografia non dipende dall’apparecchio che abbiamo in mano” – ha aggiunto Russo. ” E’ il prodotto della sintonia tra occhio, mente e cuore”.

    Lauretta Vignaga

     

  • Mostra fotografica “La storia siamo noi”

    47 Scatti per raccontare le donne del Polesine 

      Rovigo, Veneto, –   Inaugurata il 27 novembre in sala Celio, in occasione della manifestazione, tenuta in Provincia, per ricordare la ‘Giornata internazionale contro la violenza sulle donne’, la mostra fotografica ‘La storia siamo noi’, racconta, attraverso le immagini, la quotidianità delle nostre bisnonne e nonne negli anni che hanno seguito la prima guerra mondiale fino alla prima industrializzazione del Polesine.
    47 scatti, quasi tutti in bianco e nero, visibili fino al 20 dicembre, divenuti testimonianza storica inconfutabile del lavoro e della fatica  che le donne hanno svolto e sopportato al fianco degli uomini per sostenere la famiglia e contribuire al suo fabbisogno.
    Donne inginocchiate o curve accanto al solco, dove il grano è germogliato, per estirpare l’erba infestante. Donne che trascinano le reti verso la barca per caricare i molluschi raccolti, che rastrellano il fieno,  curano l’orto, spennano i polli, sfogliano le pannocchie dorate o lavano i panni sulla riva di un corso d’acqua. E, tornate a casa, si dedicano alle pulizie, preparano il cibo,  impastano  il pane o  la pasta.  Poi, alla sera, quando la quiete agognata sembra raggiunta, è il momento di sedersi al telaio e filare, lavorare a ferri o a uncinetto, rammendare le povere cose di tutti i giorni finchè il sonno non annebbia la vista.
    Altre immagini mostrano donne con ceste di frutta e verdura sulla bicicletta, da vendere al mercato. Donne vestite di nero, con il fazzoletto in testa e il viso solcato dalle rughe per le preoccupazioni.  Poi qualcosa comincia a cambiare: vediamo  sarte, sedute alla macchina da cucire, che insegnano il mestiere a un gruppo di ragazze; donne che lavorano in falegnameria  e altre impegnate a lavorare il tabacco; ragazze giovani e sorridenti con la divisa da infermiera che posano accanto ad una ambulanza. Conclude il percorso la fotografia di due donne, avvolte da capo a piedi, nel nero di un abbigliamento  mussulmano e quella sorridente di altre due donne davanti al palcoscenico, da cui sono appena scese per ringraziare  il loro  pubblico.

    Alla mostra:  La storia siamo noi’  era stato abbinato un concorso di cui sono risultati vincitori: Cristina Sartorello, 3° premio, con la fotografia di una donna di mezza età che sorride soddisfatta; Rossella Magosso, 2° classificata, con l’immagine di una venditrice ambulante che tratta con una cliente; Renato Buratto, 1° premio,  autore di una foto dedicata ad una neolaureata che gioisce per il traguardo raggiunto e alza verso il cielo la bottiglia di spumante con cui brindare’.

    Lauretta Vignaga
  • Incontro sulla violenza di genere

    Nella sede della Provincia, donne a confronto sulla violenza di genere.

    Rovigo, Veneto –  La ricorrenza è stata fissata dall’Onu al 25 novembre ma,  per ragioni organizzative, la Provincia di Rovigo ha spostato l’appuntamento con la ricorrenza della  ‘Giornata internazionale  contro la violenza sulle donne’ al 27 novembre. Una riunione  molto partecipata che aveva lo scopo di fare il punto sulla situazione del Polesine non tanto sui numeri della violenza, quanto sulla consapevolezza che la violenza di genere è un reato vero e proprio che sconvolge l’ esistenza di chi la subisce e del contesto familiare in cui si verifica.
     A introdurre il tema, con  tutte le sue sfaccettature, è stata Maddalena De Luca, prefetto di Rovigo, sottolineando che, nella maggioranza dei casi, la violenza avviene per mano dell’uomo – fidanzato, marito, compagno – che ha scelto quella donna come compagna.  “All’inizio – ha spiegato – si tratta di violenza psicologica tesa a demolire la personalità e le sicurezze della donna con cui vive. Per questo è fondamentale intervenire sui giovani con grande anticipo, inculcando il rispetto per le compagne di oggi e le donne di domani”.
    Inserendosi nell’argomento, Anna Paola Bordin, del Comitato di Pilotaggio del Centro Antiviolenza, struttura creata nel 2008 che, nel 2015, ha assunto valenza provinciale con tre Centri di ascolto, ed è dotata di una piccola casa- rifugio dove possono essere accolte tre donne con eventuali bambini, che hanno bisogno di protezione, accoglienza e consiglio. Compiti affidati ad una équipe multidisciplinare formata da sole donne.  Un luogo di rifugio e aiuto per le donne maltrattate che poche di loro conoscono, soprattutto quelle che vivono in situazioni di disagio. “In Veneto, la Regione ha stanziato 600.000 euro per realizzare altri centri antiviolenza – ha dichiarato – A Rovigo ne sono stati destinati 15.000, troppo pochi per far rete di iniziative contro la violenza”. E ha aggiunto: ” Per mettere in rete le iniziative necessarie a combattere la violenza si deve partire dall’educazione nelle scuole per incidere in una società che è, fondamentalmente, maschilista”.

    Per il pubblico in sala  è stato, quindi, proiettato un video, realizzato dalla presidente del Comitato provinciale per le Pari Opportunità, Antonella Bertoli, per spiegare come è stata scelta la giornata internazionale contro la violenza sulle donne. A proclamarla l’assemblea generale dell’ ONU il 25 novembre del 1999, in memoria delle tre sorelle Mirabal, attiviste politiche della Repubblica dominicana, assassinate per ordine del dittatore Trujillo che, in precedeenza, aveva fatto catturare e imprigionare i loro consorti.
    Ultima a intervenire, Maria Pia Petrone, sostituto commissario della Polizia di Stato , ha concentrato la sua attenzione sui maltrattamenti in famiglia e l’odioso fenomeno dello stalking,  messo in atto verso persone con cui non sussiste alcun legame affettivo. Due forme di reato, tra le più frequenti, messe in atto contro la parte debole della popolazione.  Nel primo caso è, di solito, sufficiente l’ammonizione a prevenire il reato, grazie al rapporto diretto con il soggetto maltrattante.  In caso di stalking è opportuno intervenire con una denuncia a i carabinieri. Se  il fatto persiste, la parte offesa può sporgere querela.
    Con la lettura di poesie di iscritti al Gruppo Autori Polesani e l’inaugurazione, in Sala Celio, della mostra fotografica ‘ La storia siamo noi’, dedicata alle donne del Polesine, si è concluso il pomeriggio.

    Lauretta Vignaga
  • Incontro conclusivo per ‘Ottobre Rosa’

    Per il mese della prevenzione: ‘Obiettivo raggiunto’

    Rovigo, Veneto –  Concluso ‘Ottobre Rosa’, il mese dedicato alla prevenzione del tumore al seno, per Andos onlus è arrivato il momento di fare il bilancio. In collaborazione con la Commissione Pari Opportunità della Provincia di Rovigo, presieduta da Antonella Bertoli, Anna Maria Cavallari Monesi, presidente Andos onlus, ha presentato alla stampa e alle molte persone presenti nella sala Consiliare della Provincia, il ricco programma che ha accompagnato e dato rilievo  ad una iniziativa che riguarda tutte le donne di età compresa tra 35/40  e  70 anni:  la cultura della prevenzione.
    All’incontro, svoltosi  il 9 novembre scorso, erano presenti anche numerosi sindaci dei Comuni aderenti alle iniziative di’Ottobre Rosa’, volontari Andos, Elena Traverso, presidente regionale Commissione Pari Opportunità, il Presidente Eletto dell’Associazione italiana di Oncologia Medica, Giordano Beretta e  Cristina Oliani, direttore della divisione Oncologia medica di   Rovigo e Trecenta.  Da tutti loro un elogio alla presidente Cavallari Monesi per l’impegno nell’organizzare un lavoro di squadra per trattare tutti i tipi di tumore e per aver organizzato la Breast Unit con una decina di specialisti che mettono in atto un ventaglio di cure ed esperienze che danno a ciascuno la possibilità di riprendere la propria vita.  
    Ai saluti d’apertura di Ivan Dall’Ara,  presidente della provincia, e di Franco Vitale, sindaco di Rosolina e presidente della Conferenza dei sindaci, ha fatto seguito  la proiezione del filmato dedicato alla esecuzione della canzone ‘Basta poco’, composta e cantata da Giovanni Guarnieri, ‘Giovi’ per gli amici, vincitrice del concorso di musica Rap lanciato da Andos per  ‘Ottobre Rosa’ 2019.  Quindi spazio all’elenco delle tante manifestazioni organizzate e realizzate nei  Comuni aderenti alla campagna di prevenzione. Il programma  spaziava dagli eventi sportivi, sempre molto partecipati, alle  conferenze, ai monologhi teatrali, alle  testimonianze vive di guarigioni, senza tralasciare la nutrizione equilibrata,  le terapie cui sottoporsi fino alla necessità di convincersi che dal cancro si può guarire.
    A confermarlo è arrivata la serata con  lo spettacolo di Burlesque di Erika, in arte Betty Blonde, e le ‘ Guns n’ Glitter’  e la  partecipazione di stars internazionali. Lo spettacolo, tenuto al Teatro Studio di via Oroboni, sede del Teatro del Lemming, ha avuto grandissimo successo dimostrando che una donna  può essere bella e desiderabile anche dopo un intervento di mastectomia.
    Nuove speranze sono arrivate con i dati citati dal dottor Giordano Beretta: 200.000 casi di cancro in meno nel 2019 contro 371.000 diagnosi di neoplasie maligne nel passato, 196.000 delle quali negli uomini e 175.000 nelle donne. “Tendenzialmente il cancro colpisce gli anziani sopra i 70 anni, ma, generalmente, è in calo. Il tasso di mortalità è più alto nel sud d’Italia.  La sopravvivenza è favorita dalla prevenzione e dal controllo periodico” – ha dichiarato.  E ha proseguito citando il tumore al polmone come quello che miete più vittime, soprattutto a causa del fumo; i tipi curabili sono molto pochi. E tra i paesi europei registriamo il tasso più alto di sopravvivenza.
    Ha anche aggiunto che, nel mondo, il cancro è la seconda  causa di morte. La ragione viene attribuita  all’ambiente mentre è collegata ai meccanismi di riparazione del nostro organismo. Si deve indagare sulle patologie dei diversi organi, collegate al fumo, alcol, alla dieta. Indispensabile eliminare le prime due cause mentre, per la dieta, è determinante il consumo di frutta e verdura; l’eliminazione dei grassi e la riduzione del consumo di carne. L’obesità è tra i primi fattori di rischio, soprattutto dopo i 70 anni. L’eccesso di peso favorisce la recidiva del cancro alla mammella , allo stesso modo della sedentarietà e dell’ipertensione. La regola del benessere è: giusto nutrimento e giusto movimento. Nel 21esimo secolo ci sono circa un miliardo di decessi l’anno per fumo, sia attivo che passivo. Nei maschi l’incidenza è in diminuzione mentre aumenta nelle femmine. Il forte consumo giornaliero di alcol e lo sballo nel fine settimana è causa di tumori al fegato. In ogni caso la precoce individuazione della patologia aumenta le possibilità di guarigione. Lo screening è determinante quando il cancro è riconoscibile. Altrettanto importante per la salute dei giovani è la vaccinazione contro l’HID che – secondo il dottor Beretta – deve iniziare dai 12 anni , sia nei maschi che nelle femmine.

    Per concludere, un cenno ai numeri di questo ‘Ottobre rosa’.  Le visite di controllo, effettuate negli ambulatori di: Rovigo, Calto, Giacciano, Bosaro, Gaiba, Rosolina, Canda, Lendinara, Castelmassa,  sono state, complessivamente, 304, diverse delle quali effettuate per la prima volta sia da donne anziane che di mezza età. Il team degli specialisti di Andos era composto dai medici: dottor Gandolfi, De Grandis, Varlieri, Pastore.

      Ad allietare il pomeriggio gli intermezzi musicali del trio ‘ Musica e dintorni’ composto da Paolo Lazzarini, al piano, Sara Padovani, voce e Marco Monesi al sassofono.

    Lauretta Vignaga

     

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