Pubblicità

Autore: Lauretta Vignaga

  • Mostra – concorso Circolo Culturale Arti Decorative

    Mostra – concorso di pittura e arti varie del Circolo Culturale Arti Decorative. Seconda Edizione

    Rovigo, Veneto –  Giornata di festa e di colori la seconda edizione della mostra – concorso di pittura e arti varie organizzata dal Circolo Culturale arti Decorative di Piazzetta Annonaria.Perfetta la location individuata: piazza XX Settembre con i larghi viali di accesso al Tempio della Beata Vergine del Soccorso, La Rotonda. Un evento che ha entusiasmato non solo i soci del Circolo arti decorative ma anche numerosi artisti che seguono le manifestazioni e gli eventi organizzati dalla  presidenza  del Circolo nel corso dell’annata. Una trentina gli artisti che a metà  mattinata di domenica 23 giugno avevano già allestito il loro spazio  espositivo. Una gioia per gli occhi creata dalla varietà di forme e colori delle opere partecipanti che ciascun concorrente poteva esibire.  In tutto le opere in gara erano circa 130.
    Tra i temi preferiti sono da citare: i paesaggi, di fiume, di lago, di mare e di montagna, senza tralasciare le vedute del nostro Delta,  e le immagini di fiori realizzate con tutte le tecniche possibili. Poi: soggetti figurativi, scorci di città e di paesaggi rustici,  vedute di monumenti e soggetti astratti dove è il colore a suggerire forme e  creare suggestioni.
    Nonostante la giornata molto calda, l’afflusso di visitatori è stato consistente, e determinante nella scelta dei vincitori in quanto la giuria era solo popolare. Ogni visitatore poteva esprimere la sua preferenza scrivendo nome e cognome dell’artista che gli era più piaciuto. Targhe in vetro di Murano ai primi tre artisti più votati; attestati di partecipazione per tutti gli altri. La giornata si è conclusa con la scelta dei migliori concorrenti; i voti della giuria popolare hanno assegnato il terzo premio a Rossella Rampazzo; il secondo è stato conferito a Nora Feriani. Primo premio per Ambra Marzola.

    Lauretta Vignaga

  • A Spazio Contemporaneo un concerto con i Sonetti di Shakespeare

    Di pomeriggio, sul prato, ascoltando i Sonetti di Shakespeare

    Rovigo, Veneto –   Un pomeriggio di piena estate, quello di domenica 16 giugno. Il  sole, ancora alto,  bagna di luce un prato verde che declina dolcemente  verso le recinzioni delle case attorno. Nella parte alta , dove il prato comincia,  c’è  la sede di Spazio  Contemporaneo, il luogo dove  Romina Zangirolami, danzatrice e coreografa, svolge la sua attività e ospita gli eventi del ‘Teatro in bustine”, un teatro a dimensione ‘familiare’ dove gli spettacoli  aiutano a riflettere e confrontarsi  sulla realtà presente
     Lo spettacolo annunciato andava in scena su quel prato verde, dove tutti si erano accomodati. Il tema, piuttosto insolito ma affascinante e tutt’altro che noioso, riguardava la recita cantata dei Sonetti di Shakespeare, il  più grande e famoso poeta inglese. Innamorato della vita e dell’amore  Shakespeare ne ha celebrato le gioie  in tutte le loro sfumature, incitando i giovani a goderne finchè è possibile, finchè la giovinezza brilla sui loro volti,  prima che la vecchiaia e la morte  mettano fine a tutto.  Protagonisti del concerto  ‘I Bettedavis’, duo formato da Elisabetta Mazzullo, canto e voce recitante, e  Davide Lorino, alla chitarra. Traendo ispirazione dai sonetti originali del grande poeta,  Mazzullo e Lorino, appassionati di musica  folk oltre che delle composizioni di genere cortese, creano atmosfere intime e delicate che inducono gli spettatori a rievocare i giorni passati e assaporare la malinconia che i sonetti suscitano ricordando la giovinezza perduta. Graziosamente seduti sotto la chioma di una pianta di albicocche dorate, cresciuta alla fine del prato,  Elisabetta e Davide hanno deliziato  i numerosi spettatori, con suoni acustici, voce, oboe, e percussioni,  offrendo un  concerto che è un viaggio dentro ai ricordi di ciascun di noi.

    Con piglio tra ironico e faceto, i ‘Bettedavis, hanno introdotto il giovane Shakespeare, immaginandolo, di buon mattino, mentre, dalla finestra della sua camera, nella casa di Stratford, sul fiume Avon, dove abitava, contempla il paesaggio: le montagne, le nuvole e il fiume che scorre.  E spiegano  che i ‘Sonetti’ sono una raccolta di 154 composizioni poetiche che spaziavano dal tempo tiranno, che  fugge  alle gioie  dell’amore, alla bellezza e alla sua fragilità, la precarietà della vita e l’ineluttabilità della morte che tutto travolge e distrugge. I primi 126 Sonetti  sono indirizzati ad un giovane nobile, identificato con   Henri di Southampton  che la madre incitava a prendere moglie  per dare continuità alla stirpe.  Evento che non sembrava interessare il giovanotto.  In  tal senso il sonetto n° 1 è la composiione più bella dedicata all’amore. Eccone un saggio” Alle meraviglie del creato noi chiediam progenie affinché la rosa della sua bellezza non si debba estinguere un giorno ma possa un suo germoglio continuare la memoria……..Altra piccola meraviglia offerta dai Bettedavis  è il sonetto n° 18:  ” Posso paragonarti ad un giorno d’estate ?  Tu sei più amabile e tranquillo. Impetuosi venti scuotono le tenere gemme di Maggio….E il Corso  dell’estate ha fin troppo presto una fine….  Ma la tua eterna estate non dovrà svanire…..Ne perder la bellezza che possiedi… Nè dovrà la morte farsi vanto che tu vaghi nella sua ombra….Quando in eterni versi nel tempo tu crescerai…….   Gli ultimi 28 sonetti sono indirizzati  ad una dark lady, donna dagli occhi e dai capelli scuri. La raccolta  fu pubblicata da Thomas Thorpe nel 1609  pur se alcuni fossero già stati pubblicati in una miscellanea del 1599. Probabilmente, l’autore iniziò a scriverli verso gli anni Novanta del 500. e nel 1604 la raccolta era completa. Nei primi 17 sonetti, tutti ispirati all’amore, predominano  i consigli, gli inviti e le sollecitazioni del poeta che insiste nel vagheggiare la bellezza e la gentilezza del nobile Henri , quasi  fosse invaghito di lui.

     

         ” Nulla del genere, tuttavia,” – ha ironizzato Isabella Mazzullo. “In effetti Shakespeare non ha mai voluto inserire dettagli autobiografici nelle sue opere. L’amore di cui si parla è da intendersi come amore platonico”. Il sonetto n° 18 è il più famoso di tutti. Qui la potenza poetica dell’autore riesce a rendere eterno l’amore. In queste frasi, William  paragona il suo amore  alla bellezza del giovane che, come quella,  non finirà mai e vivrà in eterno. Poco oltre,   nel sonetto n° 29, la poesia esplora l’idea che l’amore sia in grado di far stare bene con se stesso chi ama, curando ogni suo male.
    Il Sonetto 110  canta l’amore romantico, inteso come ideale e vero. ” L’amore sincero e duraturo non muta nonostante i cambiamenti e resiste al passare del tempo. Ma se tale amore non esiste, vuol dire che nessuno ha mai amato nel senso profondo che io ho descritto”  – afferma.     
    Diverso il contenuto della composizione n° 130.  La  destinataria è la donna amata dal poeta e il testo inizia descrivendo tutti i difetti della sua innamorata  per contrapporla all’ideale romantico della donna Angelo; in  effetti – conclude – è meglio una donna vera, seppure  imperfetta, che una donna ideale ma inesistente.
    A dimostrazione dell’ attualità e modernità  di pensiero  di William Shakespeare  la conclusione del concerto è stata affidata  al  sonetto n°66 che, pur ispirato all’amore, parla del mondo e della società di quel tempo con realismo tagliente e  sguardo senza illusioni. Nulla di diverso da come appare oggi il nostro.  mondo.
    “Stanco di tutto, invoco la pace della morte:  Per non vedere il merito vivere mendicando,    e lo squallido Nulla ornato di eleganza,        e la più pura Fede miseramente rinnegata,   E splendidi onori indegnamente conferiti,    e l’innocente  Virtù brutalmente prostituita,         e la retta Perfezione ingiustamente profanata,       e la forza debilitata dai poteri inetti,       E l’arte imbavagliata dalle autorità,         e la Follia, fatta dottore, umiliare il Genio,       e la pura Verità confusa con semplicità,    e il Bene reso schiavo del prepotente Male.
     Stanco di tutto  questo, vorrei andarmene lontano,          non fosse che, morendo, lascerei il mio amore        solo.”
    Lauretta Vignaga
  • Le opere di Maura Mattiolo in mostra alla Fattoria fino al 16 giugno

    La fantasia del segno, la suggestione del colore.  Maura Mattiolo espone in Fattoria

    E’ tornata ad esporre al Centro Commerciale ‘La Fattoria’ la pittrice Maura Mattiolo, nota per la ricchezza e la varietà dei soggetti e la suggestione dei colori che caratterizzano le sue tele.  In allestimento fino al 16 giugno compreso, l’ esposizione  di Maura Mattiolo è costituita da opere di dimensioni piuttosto grandi che testimoniano la necessità di spazi per i suoi orizzonti e la ricchezza delle sensazioni che sgorgano e si moltiplicano dal suo rapporto con la natura, il paesaggio, i luoghi conosciuti e amati rimasti impressi nella mente in attesa che il pennello li riportasse alla luce.
    I temi più frequenti sono i paesaggi di mare dove il turchese si stempera nel blu e raggiunge l’orizzonte per diventare una cosa sola con il cielo che vi si sprofonda. Altrove, al blu intenso si affianca il viola, sfumature di arancio  e ampie porzioni di rosso cupo per contornare cupole e campanili che si perdono in lontananza.  E come non notare  la bellezza della campagna d’estate con l’esplosione di mille colori, quando la volta del cielo e i declivi dei colli sono gialli come il grano maturo. Incuriosiscono I vestiti custoditi nel guardaroba, sfavillanti di rosso e raffinati nell’ondeggiare delle pieghe di seta nera. Tra finito e infinito, tra cielo e terra , astratto e concreto, si mescolano e confondono nuove tonalità, densità insolite che impregnano la tela e regalano spessore e rilievo al prato e al declivio del colle che si insinua fra le case del borgo.  Scenari che raccontano la magia dei sogni e la delusione del loro svanire. Così il verde tenue sullo sfondo di un cielo azzurrino si  lascia offuscare dal giallo oro del  sole che sta calando e, più in basso, larghe spatolate di nero  si avvolgono intorno al buio che avanza. Pochi alberi e un paio di case bastano a esaltare la grandezza del tramonto che incendia il cielo e la terra prima di arrendersi al nero cupo della notte . Un breve arco di tempo e  le visioni di Venezia  tornano ad aleggiare sulla laguna tra pennellate di rosa.
    Come un piccolo capolavoro ci appare la composizione di petali rossi e gialli racchiusi in un velo trasparente; raccontano di un sogno svanito troppo in fretta,  assieme alle speranze di quando eravamo ragazzi. Reale e concreta  la tela che riunisce i profili di tre edifici, simboli di sacralità: il profilo di una capanna,, il campanile di una chiesa e la cupola rotonda di una moschea. Blu e azzurro sulle loro sagome; attorno il rosso sangue del martirio.
    Esemplare di eleganza, il quadro che esibisce due donne ben vestite e ben petttinate  che aspettano di esibirsi nella danza.
    Ad arricchire l’esposizione pittorica di Maura Mattiolo la presenza di quattro ceramiche realizzate da Manuel Silvestrin, ceramista di straordinaria abilità e accuratezza nel sagomare la creta e cuocerla; completando, quindi, il processo con l’invetriatura che fissa il colore e la decorazione conferendo all’oggetto una straordinaria lucentezza e bellezza
    Lauretta Vignaga
  • Il premio Due torri d’Oro al prof. Enrico Spolaore

    Il professor Enrico Spolaore e i dilemmi dell’ Unione Europea
    Nato a Rovigo e docente a Boston,  è tornato in Polesine per un importante riconoscimento.

    Rovigo, Veneto – In un periodo in cui l’Italia si dibatte tra crisi economica e sociale  e si diffonde il dubbio  che la partecipazione alla Unione Europea non sia la strada giusta per uscirne, i soci del Lions club rodigino hanno avuto la straordinaria opportunità di incontrare e ascoltare il professor Enrico Spolaore, ricercatore e studioso di valore internazionale. Titolare della Seth Merrin Chair,  ordinario al Dipartimento di Economia della Tufts University  di Boston. ed eccellenza nel campo della ricerca economica, del servizio ai processi di sviluppo, di integrazione  e di crescita .
    Nato a Rovigo, Enrico Spolaore ha seguito il percorso di formazione a Roma La Sapienza, conseguendo la laurea in Economia e Commercio. Nel 1989 è stato ammesso all’Università di Harvard , ottenendo un master in Economia nel 1991 e un dottorato in Economia nel 1993. Ha, poi, continuato come ricercatore all’Università Libera di Bruxelles  e come consulente della Commissione Europea.

    A riportare il professor Enrico Spolaore nella nostra città, dove conserva importanti legami familiari, il Lions club Rovigo che gli ha conferito il Ventunesimo Premio ‘Due torri D’oro’, 2019. Iniziativa che intende riconoscere il valore internazionale  dello studioso assieme alle qualità  personali dell’uomo che si è speso nello studio delle politiche economiche di integrazione, sviluppo, crescita. Un cittadino che ha portato la propria humanitas, competenza e scienza nel mondo.
    Ad accoglierlo in Accademia dei Concordi:  soci Lions, con la presidente Isabella Elisabetta Sgarbi, il dottor Gianni Serragioto, Governatore Distretto 108 Ta3 2018 – 2019, e tanti rappresentanti della cultura e delle istituzioni cittadine. Sul tavolo, in primo piano, il ‘Due Torri d’oro’  “Prestigioso riconoscimento lionistico che da oltre 50 anni premia le eccellenze del territorio – come ha ricordato il dottor  Pierluigi Bagatin.

    Rivolgendosi al pubblico in ascolto, Enrico Spolaore ha ricordato l’incontro con gli studenti del liceo ‘P. Paleocapa’ avuto in mattinata e la loro attenzione per il tema proposto: l’Europa e il dilemma che rappresenta per l’Italia. “I rapporti tra Bruxelles e Roma sono resi difficili da un problema di integrazione fra stati ” – ha anticipato. ” Integrazione sia politica che economica e il sogno di fare una unione degli Stati d’ Europa.A Roma io non mi sento romano ma veneto. In effetti, a seconda del luogo dove si va, ci si sente di quel luogo o meno. Ma perché l’Europa è un dilemma ? Perchè bisogna pesare costi e benefici”.   E per rendere chiaro il concetto Spolaore ha portato questo esempio: “Questo lavoro mi impegna parecchio e mi fa guadagnare molto, ma ho anche tanto tempo libero e questi valori non materiali hanno una grande importanza. E c’è un altro dilemma : è meglio cooperare con altri stati o è meglio fare da soli? E l’integrazione economica, fiscale e politica  presenta maggiori costi o benefici ? Di solito si usa una mano sola valutando soprattutto i benefici  . Le persone devono valutare se comportarsi in modo più altruistico o piu egoistico; a seconda della scelta che si fa, si torna con un guadagno o con nulla.  Se si fa una scelta unica non si fa una grande scelta, ma se si fanno dei contratti la faccenda può cominciare a funzionare. Cooperare o non cooperare è il dilemma. Un paese fa la guerra per il commercio, applica dazi o fa la guerra per i dazi. L’ Europa degli anni ’30 era così. E c’erano le potiche protezionistiche. La frammentazione in stati indipendenti porta al disastro; la depressione ha portato a due guerre mondiali. La soluzione ideale sarebbe stata una federazione fra gli stati, cosa effettivamente accaduta con la creazione della CECA – Comunità europea carbone acciaio –   nel 1951, fra sei paesi, Italia compresa. I francesi l’affossarono nel 1954 per l’impossibilità di creare una comunità europea di difesa – CED.
    Jean Monnet, sostenitore della  CECa, valutò, quindi, che prima della Ceca si dovesse creare una integrazione degli Stati d’Europa; creare istituzioni comuni per mantenere l’equilibrio cooperativo. Nasce così l’idea di costituire una Comunità europea, senza dazi tra i diversi paesi,  con una Corte di Giustizia europea.
    All’inizio l’euro ha funzionato perchè c’era l’unione monetaria; poi non più a causa dei tassi d’interesse dei vari paesi. I benefici dell’unione monetaria sono enormi;  tuttavia  le diverse situazioni economiche, politiche e sociali,  la eterogeneità dei dialetti e le diverse  situazioni economiche all’interno dello stesso stato hanno sia costi che benefici. Le  cose vanno bene quando ci si mette insieme per creare situazioni di miglioramento e viene superata la distinzione cruciale tra beni pubblici e privati. Ma quando si tratta di integrare beni pubblici e politiche comuni vengono creati costi politici. L’integrazione parziale,  però, è insufficiente se mancano funzioni complementari. Di conseguenza l’integrazione economica incompleta porta  alla disintegrazione dell’Europa”.  
    E, concludendo, il professor Spolaore ha sentenziato: ” Non è stato l’euro a mettere in crisi l’Unione Europea ma la crisi della gente e della politica. L’Europa, comunque, non è da abbandonare perchè i benefici sono decisamente superiori ai costi. Bisogna usare più carote che bastoni e convincere la gente che l’Unione è, comunque, un bene. Servono soluzioni più flessibili, autonomie e cambiamenti culturali che non possono calare dall’alto ignorando le preferenze e gli interessi dei cittadini. Il cambiamento deve essere democratico e consensuale, tramite dibattiti e scambi culturali all’interno della società civile”.

    Economista noto e apprezzato in tutto il mondo, Spolaore ha pubblicato libri e articoli relativi allo studio economico della formazione e disintegrazione degli stati e delle unioni politiche ed è stato tra i primi a indagare , con gli strumenti rigorosi dell’analisi economica, gli effetti delle variabili culturali sullo sviluppo e l’innovazione. E’ stato tra i pochi economisti che, fin dal 2016, hanno previsto la reazione politica  contro la globalizzazione.

    Lauretta Vignaga
  • L’estate di ‘Spazio Contemporaneo’: danza, benessere e tante novità.

    Tutta la programmazione della calda estate 2019

    ROVIGO , Veneto –   Le attività estive di ‘Spazio Contemporaneo’ iniziano con  Le pratiche della Danza. Dal 7 giugno al 31 luglio, tutti i venerdì – 7 -14 – 21 – 28  giugno ; 5 – 12 – 19 – 26 – 31 – luglio,   open dance class , pratica della danza contemporanea , livello unico, con orario : 18.30 – 19.45.
    Dall’11 giugno, ogni martedi, danza urbana site specific. La sala danza di ‘Spazio Contemporaneo’ si sposterà nelle piazze, nei parchi, giardini pubblici e privati  della città , orario 19 – 20.15.
    Info Associazione Cantieri Culturali Creativi, Romina Zangirolami 342 0303926.

    Il 21 – 22- -23 giugno, ‘Eresia’ ultimo week end  del workshop e ‘ Restituzione ‘ con performance finale. Incontri di introduzione alla drammaturgia dell’attore e alla creazione teatrale . Direzione:  Marco Luciano/ Teatro Nucleo. Programma: venerdì 21 giugno, ore 20 – 22.30, workshop. Sabato 22 giugno, ore 15 – 19, workshop. Performance aperta al pubblico alle ore 20; ingresso a offerta libera; è gradita la prenotazione . Domenica, 23 giugno: ‘Restituzione’ con performance finale presso  la ‘Rotta Sabbadina’ di Sant’Urbano, (PD).  Inizio prove e lavori in loco dalle ore 15 alle 19. Performance aperta al pubblico dalle ore 20; ingresso a offerta libera. Info : Direzione@cantiericulturalicreativi.it ;  direzione artistica 342 0303926.
    Altri eventi : sabato 15 giugno, dalle 10.30 alle 12, a Spazio Contemporaneo, via Caporetto, 10/ A , ‘Il Funambolo’, lezione di ‘Feldenkrais’ ; lezione di gruppo sul tema dell’equilibrio . Seminario relativo alla sequenza del movimento che coinvolge armoniosamente il sistema muscolo – scheletrico  e la vista, con particolare attenzione all’orientamento nello spazio e alla forza di gravità. Docente Simona Argentieri.
    Infine, il 16 giugno,domenica, ore 19 – 20.30, a Spazio Contemporeaneo ci sono  i ‘ Bettedavis’ con una raccolta di ‘Sonnets all’estate. Uno spettacolo musicale con ospiti straordinari il duo  Elisabetta Mazzullo e Davide Lorino. Traendo ispirazione dai sonetti originali di Shakespeare, i protagonisti suonano e cantano le parole del grande poeta in una atmosfera delicata e intima che porta gli ascoltatori a immaginare di essere davanti a un caminetto e assaporare la malinconia dei sonetti che riportano alla mente la giovinezza. Suoni acustici, chitarra, voce, oboe e percussioni accompagnano questo concerto che è un viaggio dentro ai propri ricordi. I Bettedavis nascono nel 2016 dalla collaborazione di Mazzullo e Lorino, spinti dalla passione per la musica folk e per i testi di Shakespeare. Hanno prodotto anche lavori per il teatro, dove parole e musica si fondono in un dialogo senza interruzioni.

    Lauretta Vignaga

  • Lo spettacolo su Rosa Balistreri al Teatro Sociale di Rovigo

    Lo spettacolo su Rosa Balistreri al Teatro Sociale di Rovigo

    Rosa Balistreri, donna da palcoscenico, al Sociale di Rovigo.

     Rovigo, Veneto –  Scritto e diretto da Letizia E.M. Piva, ‘Rosa canta e cunta’ ha debuttato al Teatro Sociale di Rovigo venerdì 24 maggio nell’ambito della Rassegna ‘Donne da Palcoscenico’ 2019. Una novità per il pubblico rodigino salutata con entusiasmo e grande partecipazione sia per la toccante vicenda umana del personaggio sia per il coraggio e la determinazione di Rosa Balistreri, mai venuti meno, nel denunciare violenze e soprusi subìti. Fondamentale, in tutto questo, l’interpretazione di Cristina Donadio che si è calata  nei panni della cantastorie siciliana con naturalezza e convinzione. Grazie a lei, gli spettatori hanno condiviso lotte e sofferenze, ingiustizie e soprusi affrontati e vissuti da Rosa Balistreri. Hanno sostenuto le sue battaglie.
     Accanto a Cristina Donadio si è imposta la voce della cantautrice Debora Troja (Premio ‘Rosa Balistreri’). Per merito di entrambe è stato possibile scoprire e riscoprire la musica folk italiana degli anni ’60 e ’70 che Rosa Balistreri ha portato in giro per l’Italia e nei paesi d’Europa. E con la musica e la voce ha fatto conoscere la sua vita difficile e tormentata . Ha denunciato: povertà, privazioni e le enormi differenze sociali che, allora, condizionavano la vita delle donne, spesso vittime predestinate delle vendette di mafia.

      E non si può tralasciare il valore affettivo che ha rappresentato la presenza, sul palcoscenico del Teatro Sociale, di alcuni musicisti che hanno suonato con Rosa e accompagnato la sua voce durante gli  spettacoli. La loro presenza e partecipazione testimonia l’autenticità dei suoi brani. Presente fra gli ospiti, Angelo Vincenti,  Vice- Sindaco di Licata e Assessore alla Cultura, si è complimentato per la bellezza dell’intera  realizzazione, perfetta per esaltare la figura di Rosa Balestreri in un contesto umano e geografico difficile e ostile.
    Infine, come non ricordare l’emozione creata dalla riflessione e dall’azione trasmessa ai presenti in maniera viva e diretta. Volgendosi a Minimiteatri, con il presidente Ruggero Zambon  e il direttore artistico, Letizia E.M. Piva, Angelo Vincenti ha ringraziato l’associazione per il grande lavoro di sensibilizzazione  diffuso grazie ad argomenti tutt’oggi attuali. “Torno nella mia Sicilia – ha concluso – felice di aver conosciuto professionisti straordinari oltre ad amici sinceri che conto di ospitare presto nella mia città”. Grazie ad una piccola variazione nella regia, in scena è entrato anche Luca Torregrossa, nipote di Rosa, offrendo una testimonianza  personale e toccante della parente.

     Lo spettacolo è stato inserito tra gli Eventi Speciali del Teatro Sociale di Rovigo, nel Maggio Rodigino, promosso dalla Fondazione per lo Sviluppo del Polesine  partecipa alla Giornata dedicata alla Legalità – Anniversario della ‘Strage di Capaci’. L’edizione di Minimiteatri 2019 ha ricevuto il riconoscimento nazionale del Senato della Repubblica italiana e della Camera dei Deputati ed è dedicata al ‘Coraggio in rosa‘. Minimiteatri ha prodottto negli anni attività artistiche e spettacoli teatrali che hanno ottenuto il consenso del pubblico e della critica.
    A concludere le manifestazioni in ricordo di Rosa Balistreri la serie di disegni a fumetto, realizzati a china acquarellata e in bianco e nero dagli studenti del liceo artistico rodigino, sulla vita della cantastorie ed esposti nella sala della Pescheria Nuova nell’ambito di Rovigo Comics 2019.

    Lauretta Vignaga
  • Rosa Balistreri, donna da Palcoscenico

    Rosa Balistreri, donna da Palcoscenico

    Il Riscatto di Rosa Balistreri, coraggiosa donna di Sicilia.

    Rovigo, Veneto – Figlia di una terra bellissima, dove ignoranza e povertà  erano i doni che la maggior parte dei bambini riceveva alla nascita, Rosa Balestreri è  venuta al mondo a Licata, in provincia di Agrigento, sulla costa meridionale della Sicilia, nel 1927. Una storia tormentata e difficile la sua, a cui lei non si è mai rassegnata, trovando, dopo ogni sconfitta, il coraggio di reagire e lottare con la sua voce forte e quelle ‘ cunte’ che ascoltava e raccoglieva dai repertori orali della gente che passava le giornate con la schiena curva in mezzo ai campi, denunciando  ingiustizie e soprusi.
    Scomparsa nel 1990, Rosa Balistreri è diventata la protagonista dello spettacolo ‘ Rosa canta e cunta ‘, scritto e diretto  da Letizia E. M. Piva, nell’ambito della rassegna ‘ Donne da Palcoscenico 2019’, andato in scena al Teatro Sociale di Rovigo venerdì 24 maggio 2019, in chiusura della Rassegna teatrale di Minimiteatri, suscitando  grande interesse ed entusiasmo.    La presentazione del personaggio Rosa Balistreri alla città è avvenuta lo stesso pomeriggio di venerdì 24 maggio, nella sede della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, Palazzo Cezza, in Piazza Vittorio Emanuele II Rovigo.
    Presenti all’incontro: il Vice Sindaco e assessore alla Cultura del Comune di Licata, Angelo Vincenti, e il nipote di Rosa Balistreri, Luca Torregrossa.   Lo stesso Torregrossa,  più tardi, su palco del Teatro Sociale, ha preso parte allo spettacolo portando in scena una testimonianza personale e toccante di  Rosa.
    Ad aprire l’incontro su Rosa Balistreri alcuni dati e citazioni di documenti da parte di  Anna Bortolari a cui hanno fatto seguito i ricordi di Ivana D’Agostino, insegnante di Storia del Costume all’Università di Venezia.
    ” Parlare di Rosa è per me come tornare ragazza – ha anticipato Ivana. “Erano gli anni ’70, un periodo fortemente politicizzato, ma grazie al suo ‘cuntare’, la gente ha potuto scoprire il racconto di una storia siciliana, quella di Rosa, che, con il coraggio di ‘Cuntare’, ha sconfinato nell’universalità umana e artistica.  Un racconto dedicato alle donne che hanno subito violenza ma, nonostante tutto, trovano il coraggio di denunciare grazie all’arte, alla cultura, al canto, alla musica. A Rosa Balistreri dobbiamo la riscoperta della musica folk italiana negli anni’ 60 e ’70. Per questo è stata definita ‘ La voce della Sicilia ‘ e iscritta nel ‘Registro delle Eredità immateriali della Sicilia – libro delle pratiche espressive e dei repertori orali.

    Poi, entrando nel vivo dell’argomento ha proseguito:  “ La vita di Rosa è un sentiero costellato di fatiche e privazioni. Per liberarsi di una bocca da sfamare il padre la da in sposa ad un ubriacone che sperpera i soldi al gioco. Privazioni e maltrattamenti causano la morte del primo figlio della coppia. Poco tempo dopo, Rosa è di nuovo incinta; nasce una figlia.  Preoccupata di garantirle una vita migliore della sua, Rosa  lavora allo stremo per prepararle la dote  ma il marito le ruba il denaro messo da parte e lo spende all’osteria. Infuriata, la moglie lo assale e, credendo di averlo ucciso, si costituisce dai carbinieri. Finisce in prigione pur se al marito non è successo nulla. Tornata libera, se ne va a Palermo, è il 1959.    Trova lavoro come cameriera in una famiglia benestante. Il figlio dei padroni però la mette incinta e, con la promessa di andare a vivere insieme, la induce a   rubare i soldi della madre. Rosa torna in prigione, all’Ucciardone. Riconquistata la libertà, sarà una contessa ad accoglierla nella sua casa, le insegnerà a leggere e scrivere.  Adesso Rosa Balistreri  non è più solo la cantastorie che canta le composizioni degli altri; ora può cantare anche le sue composizioni.  Un ultimo tentativo di trovarsi un lavoro la vede nei panni di sacrestana in una chiesa. Subisce un altro tentativo di stupro da parte del sacerdote ma Rosa reagisce: ruba le elemosine dalle cassette davanti agli altari dei santi e fugge a Firenze.  Nella città toscana rosa si sente libera di uscire e andare a ballare senza timore di ritorsioni. Entra in contatto con una generazione di artisti che valorizza le sue doti musicali; tra loro ci sono: Dario Fo,Ignazio Buttitta, Manfredi Lombardi.  La critica fa di lei il prototipo della moderna cantastorie: la portavoce della sua terra, la Sicilia, della condizione femminile, della lotta alle mafie, della sua vita difficile. .
     Una Rosa che ‘Canta e Cunta’, che ‘Canta e Racconta’ senza perdersi mai d’animo; che con le ballate e la sua musica si affianca al teatro dei burattini. Rosa  non persegue la tradizione del folklore ma della cultura e si dedica al recupero dei canti siciliani. I suoi canti e le sue ballate vengono trasferiti sulla scena di teatri famosi. Al canto si aggiunge la musica della chitarra e il dialogo con il pubblico.In questi anni, con la regia di Dario Fò, al teatro ‘La Pergolola’, va in scena ‘La rosa di zolfo’, chiara denuncia contro il lavoro nelle zolfatare. Siamo verso il ’68 e Rosa scrive anche denunce e ballate a favore dei carcerati. Allora il Partito Comunista era il partito degli intellettuali e ‘La ballata del sale’ è una delle sue composizioni più note. Rosa ha 51 anni e al suo attivo registra collaborazioni teatrali con attori e registi di primo piano. Nel 1981 va in scena ‘La lunga notte di Medea’, in un contesto di ribellione e contestazione. L’ultimo spettacolo, realizzato in Calabria, segna la ripresa delle ballate popolari. Nel 1990 Rosa Balistreri muore, ha 63 anni.

     

    Luca Torregrossa, nipote di Rosa Balistreri, con Ivana D’Agostino

     

  • Riscoprire la fiducia in se stessi e negli altri

    Riscoprire la fiducia in se stessi e negli altri

    Al Teatro in Bustine: ‘ Come vincere la solitudine’. L’esperienhza di Milka Panayotova

    Rovigo, Veneto —   Presente a Rovigo per alcuni giorni, Milka Panayotova, artista internazionale, è stata ospite  di Romina Zangirolami nella sede di  Spazio Contemporaneo, per una performance partecipativa   che coinvolgeva, oltre agli ospiti del ‘ Teatro in Bustine ‘, alcuni giovani, diversamente abili,  della  Cooperativa ‘Titoli Minori’ , con sedi a Chioggia e a Porto Tolle.  Grazie al suo lavoro  sulle relazioni umane e sulle sensazioni, Milka è giunta alla conclusione che la solitudine è una minaccia sempre più evidente per la socialità dei mammiferi. Come antidoto, offerto ai partecipanti  per riappropriarsi della naturale propensione umana al contatto con gli altri, Milka ha coinvolto gli ospiti della serata nel gioco ‘How to make friends’. Nonostante la pressione congiunta, infatti, di tecnologie che ci isolano fisicamente dagli altri, ideologie che ci isolano moralmente, innalzando competizione e successo dell’individuo a unico valore, il nostro cervello è ancora strutturato per interagire con gli altri e sentirsi più vicino a loro. Le nostre paure avrebbero ancora bisogno di essere placate dal senso di protezione che i corpi e la comunanza del gruppo donavano ai nostri antenati, unico modo per sopravvivere alle insidie della notte. 

         Questa mutazione a – sociale è una esperienza nuova e straniante per la maggior parte degli umani e li lascia inermi, travolti da una sensazione di terrore e abbandono nel proprio intimo, sempre più vittima della caccia al caprio espiatorio su cui riversare questo disagio e la rabbia che ne consegue.

    Per Milka Panayotova , invece, questa realtà de – socializzata è semplicemente la ‘casa’ in cui è nata e cresciuta per questioni biografiche e dove, poi, ha scelto di vivere artisticamente come performer a cavallo tra: continenti, città, nazioni, sempre diversi, costretta costantemente a cambiare comunità di riferimento ma non accontentandosi  degli insufficienti succedanei on line e delle comunità globetrotter che interagiscono solo fra loro ma apprendendo come ritessere la tela della fiducia istantanea e profonda tra le persone, nei modi più naturali: dai bambini nei parchi- giochi o dai compagni di viaggio in una disavventura.
    Molto attenta e attiva nello studio e nella sperimentazione, Milka Panayotova ha percorso la strada delle sensazioni e delle relazioni umane anche in occasione  della sua performance  al ‘Teatro in Bustine’, a cui, volutamente,  non ha presenziato, ma intervenendo alla conclusione, raccogliendo impressioni e valutando la spontaneità e il coinvolgimento  delle diverse situazioni.
    Ai presenti è stato chiesto di coprire gli occhi con delle mascherine per non usare  la vista. Per la prima prova, a ciascun partecipante  sono state consegnate delle arance da passare ai propri vicini dell’uno o dell’altro lato. Il gioco sarebbe finito quando uno solo dei presenti avesse ricevuto tutte le arance. Il fatto più insolito che è emerso è stato il silenzio e il clima di attesa che ha coinvolto tutti con l’incapacità di vedere. 
    La seconda prova richiedeva ai partecipanti di lavorare in coppia, chiudendo un pezzo di filo di lana, di una certa lunghezza e poi girarlo attorno alle dita e ai polsi reciprocamente, ottenendo figure geometriche diverse finchè la reciproca distanza fosse annullata. La terza prova, di nuovo con i partecipanti in coppie, prevedeva che uno dei due, a piedi scalzi e con gli occhi coperti, si affidasse alla guida dell’altro – il tutor – per sperimentare una camminata sulla strada pubblica, sul  marciapiede  o negli ambienti attorno.   Il reciproco scambio di ruoli ha arricchito l’esperienza sensoriale e tattile,  riscoprendo la fiducia sia nei propri sensi sia negli altri grazie ad una esperienza al tempo stesso sociale e solitaria, collettiva ma anche intima e personale;  sempre unica e diversa.
    Con ‘How to make friends’, Milka Panayotova ha sviluppato, nello spazio del ‘Teatro in bustine’ un progetto multidisciplinare a cui si dedica da anni, finalizzato a costruire una interazione diretta tra pubblico e performer, spesso sfruttando le potenzialità del movimento, in situazioni di mancanza di approccio sensoriale, attivando percezioni altrimenti sopraffatte dall’abitudine e dalla quotidianità.

    Lauretta  Vignaga
  • Serata finale del Festival Biblico

    Per l’ultima serata del Festival Biblico La  città diventa teatro

         Rovigo, Veneto –   Musica, poesia, danza, teatro e folklore hanno animato l’ultima serata del Festival Biblico 2019, trasferito negli spazi del CENSER per ragioni meteorologiche.  Una Kermesse che ha registrato una affluenza importante di spettatori di ogni età, curiosi di vedere e ascoltare; felici di divertirsi in compagnia. Un susseguirsi di proposte che  hanno coinvolto numerose  compagnie di teatro amatoriale del Polesine, supportate dal laboratorio artistico  del Festival Biblico di Rovigo. E ancora: gruppi di danza folk,  musiche, danze popolari,  poesie e filastrocche, fole e filò che rappresentano la storia dei  popoli e i cambiamenti fra generazioni.   II tutto con l’accompagnamento dal vivo del gruppo ‘Ande, Cante e Bali’. Poi, danze più attuali  con: ‘Urbantango’,  tracciato su Corte , con Giovanni Bovolenta e Tango Teacher, e  ‘Politgaber’, omaggio alla figura di Giorgio Gaber.
        Sempre gradite le proposte del teatro di prosa , di cui  si citano, fra diverse altre, : ‘La corte de le pignate, di Eugenio Ferdinando Palmieri; ‘Odio il Moro’ e ‘Scuoti la lancia’  – ‘The dark side’ – monologhi e rivisitazioni di opere ispirate alle tragedie di Shakespeare.  ‘El testamento de Menego’, di sapore tutto polesano,  a cui ha fatto da contraltare la commedia ‘I Pettegolezzi delle donne’, di Carlo Goldoni, tutta brio e colpi di scena.


    Ad aprire il pomeriggio la presentazione dei video realizzati nell’ambito del progetto ‘Città segreta’
    : storie, cronache, leggende nella Rovigo del Cinquecento, arricchite da performance artistiche e presentazione di eventi tesi a valorizzare luoghi e fatti storici del territorio.  Il primo video, in concomitanza con il Festival che si stava svolgendo in città, ha richiamato l’attenzione del pubblico  sul primo libro della ‘Genesi’, il testo che racconta  della creazione del mondo e dell’uomo.  Qui, a differenza della Bibbia, viene citata Lilith, uno dei miti più complessi dell’antichità.
    Per le prime generazioni degli ebrei, Lilith era la prima moglie creata da Dio per Adamo ma, avendo lei rifiutato  di  obbedire al marito che pretendeva di sottometterla, fu ripudiata e cacciata dall’Eden. Si rifugiò tra i demoni del deserto e venne identificata come un demone notturno o una civetta che lancia il suo grido. Nel video proiettato,  la donna, plasmata con il fango, si aggira, all’inizio, felice fra le piante del giardino in cui Dio l’ha collocata, prendendo confidenza con il suo corpo. Poi la situazione cambia: la pelle diventa ruvida e si squama. Lilith tocca i suo corpo che si sta deformando e cade nella disperazione. Maledetta per sempre, fugge nel deserto a  nascondersi fra i demoni.
    Nel secondo video: una ragazza giovane e bella  danza leggera sullo sfondo di una imponente costruzione di mattoni rossi. Addosso una tunica verde trattenuta da una cintura dorata. Appare  felice mentre piega il suo corpo e si risolleva lanciando in alto le gambe; ritorna quindi in posizione eretta e si piega  in un inchino. Un piccolo saggio di danza moderna regalato da Romina Zangirolami, danzatrice e coreografa che ha dato vita alla prima donna della storia .

    Giunta la serata alla conclusione, torna la danza moderna e una coreografia espressiva e coinvolgente.  Protagonista, ancora una volta l’amore che si risolve in tragedia. Sulla scena, Paolo Malatesta e Francesca Da Polenta nella versione teatrale di Gabriele D’ Annunzio.
    Data in moglie a Gianciotto Malatesta, brutto, orbo, zoppo, vecchio e gobbo, ma sostituito all’altare da Paolo, giovane e aitante fratello di Gianciotto, Francesca si accorge dell’inganno solo a nozze consumate. Tra i due, però, sboccia presto la passione.  Luogo dei loro incontri una stanza arredata con una pila di libri ‘ per diletto’,  su cui troneggia un vaso di basilico dalle foglie profumatissime. Un presagio di morte dato che la pianta viene, di norma, tenuta nelle case in cui c’è un defunto. La danza, preparata da Romina Zangirolami e interpretata da Giannalberto de Filippis e Simona Argentieri, inizia con i timidi approcci dei due amanti;  le loro paure e ritrosie; combattuti tra la voglia di toccarsi e abbracciarsi e la consapevolezza di un tradimento che non troverà misericordia.  Con movenze armoniose, Francesca prende in mano un libro, lo sfoglia e lo mostra a Paolo: è la storia d’amore tra Lancillotto e Ginevra. Trascinati da quelle effusioni i due amanti si abbandonano l’una nelle braccia dell’altro; verranno trafitti insieme dalla spada di Lancillotto.

    Lauretta Vignaga
  • Monologo ‘Nulla può fermare la caduta di queste lacrime’ al Teatro in Bustine

    Monologo ‘Nulla può fermare la caduta di queste lacrime’ al Teatro in Bustine

    Dolore e Disperazione nel monologo presentato al ‘Teatro – in – Bustine’ di Spazio Contemporaneo
         Rovigo, Veneto –     Il dramma di una giovane donna, privata della sua bambina e cacciata dalla famiglia e dalla comunità per rispetto delle regole imposte dalla religione, è  il tema forte e coinvolgente del monologo ‘ Nulla può fermare la caduta di queste lacrime’, recitato al ‘Teatro – in – Bustine’ di ‘Spazio Contemporaneo’ , Area Ricerche Teatrali Indipendenti, A.R.T.I.  Ne  nascono dolore e  disperazione infiniti a cui  ci si può sottrarre solo con il sacrificio della propria vita e di quella di tante persone innocenti.

    Una giovane donna araba si aggira  sulla piazza di una città americana  affollata di gente. Si guarda attorno osservando uomini e donne che camminano tenendosi per il braccio; si parlano e sorridono felici. Poco lontano, ragazzi e ragazze seduti su una panchina si abbracciano e si baciano incuranti della folla che va e viene. Sotto l’ampio vestito scuro che la copre da capo a piedi, la ragazza araba porta una cintura esplosiva, l’unico mezzo per riscattarsi dalla colpa di aver rubato. Procede  a caso, cercando di non farsi notare  e, raggiunta la stazione degli autobus, si siede e attende.  Il cuore le martella nel petto  e la mente è avvolta da dubbi e domande che non  danno tregua. Con angoscia ripercorre la storia della sua vita: quel breve periodo di felicità, ormai finito per sempre, che l’ha portata ad essere in quel luogo per farsi esplodere o, forse, sparire per sempre .

       “In un giorno di primavera  aveva conosciuto un giovane  bello e gentile.  La famiglia lo aveva accolto e dato il consenso al loro matrimonio. Lei è innamorata e la vita insieme nella loro piccola casa è pura felicità   Ogni giorno si fa bella per lui e attende con ansia il suo ritorno.  Una sera, però, il sogno si infrange: il giovane marito viene ucciso senza una ragione e lei resta sola con un figlio che cresce nel suo grembo. Lei urla e piange, vorrebbe morire per ritrovare l’amato ma la creatura che sta per nascere ha il diritto di vivere e di essere amata. Lei potrà crescerla e allattarla  fino a 10 mesi, poi, per legge, non essendoci un padre e mancando la sicurezza economica nella famiglia della nonna, la piccola viene affidata al fratello del papà defunto che non ha figli ed è benestante.
    La giovane mamma, però,  non riesce ad accettare la separazione. Piange, si dispera e decide di rapire la sua bambina per fuggire con lei in un paese lontano. Ha bisogno di soldi, tanti soldi. Prende le cose preziose della madre e della zia; le vende per acquistare il biglietto dell’aereo  e si allontana lasciando un biglietto di scuse.

    Non fa molta strada. Allertate dal biglietto , madre e zie la rintracciano e la insultano pesantemente. La denunciano per il furto e la cacciano di casa dopo averle  tolto di nuovo la figlioletta. Privata di tutto,  le resta un solo modo per riscattarsi: morire per la Jihiàd.  Farsi esplodere trascinando con sè il maggior numero possibile di miscredenti…… o, forse scegliere un’altra strada....La vita fra le donne del villaggio, sempre in silenzio e vestite di nero è ormai impossibile.
    Contattato il gruppo dei Kamikaze, viene vestita all’occidentale, le forniscono un cellulare e la mandano in una città americana per la sua Jiihàd, la battaglia contro se stessa e la sua volontà….
         Lo spettacolo, magistralmente interpretato da Veronica Ragusa, per la regia di Lucio Colle, scorre lineare  toccando tutte le corde più profonde della sensibilità umana. Ogni battuta, ogni gesto è essenziale al dramma raccontato che, a sua volta, è finalizzato a spronare gli spettatori ad approfondire la cultura araba e il fenomeno del terrorismo islamico. Non per trovare risposte ma per indagare nel profondo dell’uomo; per rintracciare le paure e le ossessioni che vi si annidano.
    Lauretta Vignaga
Pubblicità