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Archivi: Articoli d’archivio

  • La Confraternita della polenta

    La Confraternita della polenta

    L’idea di valorizzare uno dei prodotti alimentari più tipici della tradizione veneta e polesana, quale è la POLENTA, presente da secoli sulle nostre tavole (un tempo per problemi di natura economica in modo esclusivo, oggi soprattutto con apprezzati abbinamenti come il baccalà o altri succosi intingoli), è viva da decenni a Badia Polesine. Non a caso nella frazione badiese di Villa d’Adige (un tempo Villabona) da oltre trent’anni si svolge una iniziativa promozionale denominata Festa della Polenta, dal 1992 divenuta di rilevanza regionale. Ogni anno a settembre, per una quindicina di giorni, viene allestito un grande stand gastronomico ove sono proposti piatti in cui trionfa la buona polenta veneta.

    Il motivo per cui questa apprezzata iniziativa ha messo solide radici proprio a Villa d’Adige è basato su fatti storici (ne abbiamo parlato nel n. 49 del Ventaglio, pag. 142 e successive, a cui rimandiamo per saperne di più). Infatti la prima coltivazione di mais sperimentale per scopi alimentari – al tempo per la verità guardato con una certa diffidenza – avvenne proprio nelle campagne di questa località, allora denominata Villabona, nell’anno 1554.

    Dopo l’apprezzata Festa Regionale della Polenta, ecco ora affacciarsi l’idea di fare un ulteriore passo sulla strada della valorizzazione della polenta: dare vita ad un’associazione finalizzata a dedicarsi con continuità alla promozione del prodotto, studiandone anche gli abbinamenti più apprezzabili dal palato. E’ nata cosi la VENERABILE ACCADEMIA DELLA POLENTA, tenuta a battesimo lo scorso 23 marzo presso il teatro sociale di Badia, con un’iniziativa sostenuta dal locale Lions Club.

    Va detto che uno degli obbiettivi del Lions di Badia Polesine è, da sempre, la valorizzazione delle risorse del territorio, siano esse espressione della storia, dell’arte, dell’ambiente, della tecnologia o della tradizione gastronomica. In quest’ottica tre soci del Lions di Badia, Ivo Romanini, Primo Della Morte e Fabio Ortolan si sono fatti promotori del progetto di valorizzazione dell’alimento che maggiormente rappresenta la tradizione culinaria veneta: LA POLENTA.

    Col patrocinio della Regione e del Comune di Badia, in collaborazione con l’Accademia Italiana della Cucina, il Gruppo Polentari di Villa d’Adige, la Confraternita del Baccalà di Sandrigo (VI), i tre soci Lions hanno organizzato un convegno dal titolo “il Mais ed il suo prodotto più noto, la Polenta”. Il 23 marzo, presso il Teatro Balzan di Badia Polesine, i lavori sono iniziati con i saluti del Sindaco Giovanni Rossi e del presidente Lions Alessandro Sargiacomo.

    La manifestazione, condotta da Giorgio Golfetti di Badia (delegato, assieme a Umberto Parodi, dell’Accademia della Cucina di Rovigo, Adria, Chioggia, Legnago Basso Veronese e Polesine Ovest) ha fatto conoscere al folto pubblico la storia e le finalità dell’Accademia della Cucina che sono: la salvaguardia della qualità, delle tradizioni e dei prodotti tipici della nostra terra, spesso insidiati dalle emergenti, estrose, mode gastronomiche.

    Su questi temi è intervenuto anche il prof. Pietro Fracanzani, mentre il prof. Danilo Gasparini ha tracciato la storia del Mais dall’antichità ai nostri giorni. Sono quindi intervenuti il dott. Mario Stramazzo sul tema “La polenta nella cucina tradizionale Veneta” e l’On. Luciano Righi che ha tracciato “La storia della Venerabile Confraternita del Baccalà alla Vicentina”. Una storia iniziata più di trent’anni fa, ricchissima di iniziative che hanno diffuso in tutta Europa, Norvegia inclusa, la conoscenza di questa ricetta veneta che ha più di 400 anni. Ivo Romanini, in un significativo intervento, ha presentato La storia della Polesana Sementi di Badia Polesine che dal 1938 al 1992 ha costituito una realtà importantissima per la selezione, produzione, sperimentazione anche del Mais. Un dato fra tutti: questa azienda arrivò a “lavorare” in un anno, più di 140.000 quintali di sementi.

    Infine è intervenuto il dott. Fabio Ortolan che ha ufficializzato la nascita della VENERABILE CONFRATERNITA DELLA POLENTA DI VILLA D’ADIGE. L’idea venne a seguito della pubblicazione di un testo del prof. Gasparini cui seguì, nel 2014, il convegno di 2 giorni a Badia sul Mais. Gli atti di quel convegno vennero presentati anche all’EXPO di Milano.

    Ortolan, priore della Confraternita, ha presentato al pubblico il logo e gli attuali componenti: Ivo Romanini (presidente), Primo della Morte (tesoriere), Giuseppe Ferracini (segretario), Nicola Rossi, Federico Pasqualini, Antonio Tocchio, Angelo Brenzan, Cinzia Mistrello, Alberto Faccioli, Marisa Benazzo e Giuseppe Romani (componenti).

    L’obbiettivo della Confraternita è la collaborazione con tutte le Associazioni/Confraternite che si occupano della valorizzazione dei numerosi prodotti tipici coi quali si può sposare la Polenta. Il baccalà è il sodalizio per eccellenza, ma oggi anche i più grandi chef accompagnano le loro creazioni sempre più con la nostra “crema di mais” e gli abbinamenti sono molteplici.

    La serata si è conclusa al ristorante Le Magnolie di Badia Polesine con un menù che prevedeva: polenta e renga, pasta fagioli, polenta e baccalà ed un dolce a base di polenta. Il tutto è stato accompagnato da una superlativa selezione di vini (Domini Veneti) della Cantina Sociale di Negrar, Verona.

    Grandi apprezzamenti dei commensali e soddisfazione da parte del Lions Club Badia Adige Po che ha contribuito con entusiasmo ad un’iniziativa che ha il fine di promuovere la storia, la tradizione e la cultura di una pianta e di un cibo che hanno caratterizzato lo sviluppo agricolo, sociale e culinario del nostro Polesine.

  • Il 150° del Mutuo Soccorso

    Il 150° del Mutuo Soccorso

    Con una serie di iniziative, svoltesi a Rovigo nella settimana dal 2 al 9 dicembre scorso, è stato festeggiato il 150° anniversario di fondazione della Società di Mutuo Soccorso. Una istituzione davvero storica, che affonda le sue radici nel Risorgimento: ideata all’indomani della liberazione di Rovigo dagli Austriaci e dell’annessione al Regno d’Italia, divenne attiva all’inizio del 1867. La presidenza onoraria fu proposta a Giuseppe Garibaldi, che accettò l’incarico con una lettera autografa tuttora conservata nell’archivio storico della società.

    A ricoprire la carica di primo presidente effettivo fu chiamato il conte Domenico Angeli, figura di spicco nella vita cittadina, che già in precedenza si era distinto per iniziative filantropiche a favore delle classi più disagiate. In questo modo prendeva forma il primo esempio di una associazione cittadina, attivata su basi completamente volontarie e animata da spirito solidaristico, con l’obiettivo di fornire ai propri associati sussidi in caso di malattia, invalidità e vecchiaia, provvedendo alle spese per i funerali e sostenendo vedove e orfani.

    Successivamente, sotto la guida illuminata di altri illustri concittadini, la Società si ampliò fino ad arrivare nel 1894 ad annoverare 544 associati.

    Fu questo il periodo di massimo splendore della Società, che si dedicò anche al prestito d’onore e all’istruzione scolastica dei figli degli affiliati. La sua opera filantropica nei confronti delle classi più disagiate, in un periodo nel quale la comunità nazionale era ancora priva di un sistema di protezione assistenziale, ebbe due importanti riconoscimenti su scala internazionale: la Società infatti fu insignita della Medaglia d’Oro all’Esposizione generale di Torino nel 1898 e della Medaglia di bronzo all’Esposizione universale di Parigi nel 1900.

    Nel periodo tra le due guerre mondiali inizia una fase di declino dovuta principalmente all’intervento diretto dello Stato nell’ambito sociale, con iniziative di tutela delle fasce più disagiate: viene infatti riorganizzato il sistema pensionistico, introducendo la reversibilità della pensione e gli assegni per i familiari a carico, nonché il sostegno alla disoccupazione, la lotta alla tubercolosi, la tutela della maternità e dell’infanzia e l’accesso alle cure mediche che troverà la sua piena attuazione con l’istituzione del Servizio Sanitario Nazionale nel 1978.

    In questo contesto storico la Società di Mutuo Soccorso perde gran parte della sua importanza; vede però trionfare i propri valori che diventano patrimonio della collettività e pertanto sostenuti con la fiscalità generale.

    In ogni caso l’attività della Società di Mutuo Soccorso a Rovigo non è mai venuta a meno ed attualmente svolge soprattutto un’opera ricreativa-culturale ed è impegnata nel fornire sostegno alle famiglie, provvedendo alle spese funerarie dei soci defunti. E’ altresì interessata, insieme alle altre Società del Veneto, a rilanciare il suo ruolo nell’ambito della collettività, proponendo l’assistenza sanitaria “mediata”, cioè una forma di assistenza attuata attraverso grandi compagnie assicurative in modo da dare una risposta al bisogno di salute che la stretta economica di questi anni sta purtroppo sempre più mettendo a repentaglio.

    E non mancano iniziative volte a rinverdire la memoria del proprio illustre passato. Allo scopo di ricordare l’importanza che lo spirito solidaristico ha avuto nella nostra comunità cittadina nel corso dei 150 anni di attività della Società di Mutuo Soccorso, tra il 2 ed il 9 dicembre del 2017 è stata programmata una serie di manifestazioni storico-celebrative che hanno avuto un notevole impatto nel pubblico.

    Si è iniziato il giorno 2 dicembre: con la partecipazione del vice-sindaco avv. Conchi, veniva deposta una corona di alloro nel porticato della Gran Guardia, dove si trova un busto marmoreo del conte Domenico Angeli, fondatore e primo Presidente della Società.

    Successivamente veniva ufficialmente aperta in Pescheria Nuova una mostra dal titolo “150 anni di sguardi sulla Rovigo che non c’è più”. Il dr. Luigi Contegiacomo, direttore dell’Archivio di Stato e la dr.ssa Francesca Pivirotto, archivista, delineavano lo sviluppo ed il percorso umanitario della Società nei tormentati anni che vanno dall’annessione al Regno d’Italia fino al secondo dopo-guerra. La mostra ha permesso al pubblico e alle scolaresche delle scuole cittadine di ammirare la straordinaria esposizione di immagini storiche, raccolte dal collezionista Mario Andriotto, ed una significativa selezione di strumenti artigianali di proprietà del collezionista Francesco Canazza.

    Il programma celebrativo si è chiuso il giorno 8 dicembre, con un incontro storico dal titolo “150 anni di Mutuo Soccorso dal solidarismo allo Stato sociale” svoltosi presso la sala conferenze dell’ Hotel Villa Regina Margherita, con relatori due illustri studiosi locali, il prof. Pier Luigi Bagatin, attuale vice-presidente dell’Accademia dei Concordi, e il prof. Leonardo Raito sindaco di Polesella e professore incaricato di Storia presso l’Università di Padova.

  • La “Settimana” della cultura

    La “Settimana” della cultura

    Spesso si parla di “fare rete”, ovvero organizzare iniziative condivise e coordinate per promuovere il territorio sotto il profilo economico, culturale o turistico; raramente però si passa dalle idee ai fatti. Ma qualche volta, per fortuna, si riesce a concretizzare un progetto condiviso: è il caso del “Comitato Permanente per la Conservazione e la Valorizzazione dei Beni Culturali e Ambientali in Polesine”, sicuramente una delle più riuscite forme di organizzazione, nata e sviluppatasi su basi volontaristiche, in grado di operare e farsi apprezzare in tutto il Polesine.

    La manifestazione principe, realizzata annualmente dal Comitato Permanente, è la “Settimana dei Beni Culturali e Ambientali in Polesine”, che si svolge tradizionalmente a dicembre e che, con l’ultima iniziativa realizzata, ha raggiunto la ragguardevole tappa della XXIII edizione.

    Per saperne di più ci incontriamo con i tre protagonisti, in prima fila nella gestione del comitato: Giovanni Casarotto, giovane laureando di Canda, Coordinatore del Comitato Permanente, il prof. Marco Chinaglia di Fiesso Umbertiano e la dott.ssa Sara Caraccio di San Bellino, rispettivamente vice – coordinatore e segretaria del Comitato Permanente. Un po’ di storia innanzitutto.

    Quando è nato e in cosa consiste l’attività del Comitato permanente?

    “L’idea di dar vita ad un Comitato Permanente per la conservazione e la valorizzazione dei Beni Culturali e Ambientali in Polesine – ci dice Casarotto – è nata in occasione della Settimana dei Beni Culturali 1994/95 su iniziativa, all’epoca, delle quattro città storiche del Polesine, dell’Amministrazione Provinciale e di alcune istituzioni operanti in favore dei beni culturali e ambientali del territorio. Scopo primario, la conservazione e la valorizzazione del patrimonio culturale nella sua più ampia accezione ambientale del territorio polesano. Da allora l’attività del Comitato Permanente si concentra in particolare nella gestione della ormai attesa Settimana dei Beni Culturali ed Ambientali, e da qualche anno si è deciso di suggerire per tempo un tema unificante di tutte le iniziative”.

    E quale è stato il tema trattato nel corso dell’ultima Settimana?

    “L’ultima Settimana, giunta alla sua XXIII edizione – interviene Sara Caraccio – ha avuto come tema “Il ‘500 in Polesine: identità e patrimonio storico e artistico di un territorio tra Venezia e Ferrara, tra Riforma e Controriforma, tra Rinascimento e Accademie”. Gli argomenti affrontati sono stati molti: dalla prospettiva politico – diplomatica, con il trasferimento di una parte considerevole del territorio, in seguito alla Guerra di Ferrara prima (1482 – 1484) e quella della Lega di Cambrai poi (1509), dal dominio estense a quello della Serenissima, alla questione religiosa, nel delicato momento della Riforma luterana e della successiva Controriforma cattolica, che colpì, tramite il Tribunale dell’Inquisizione, anche molti pensatori polesani in odore di eresia. Poi l’aspetto artistico e letterario di un Umanesimo e Rinascimento che videro il Polesine protagonista da Adria a Fratta passando per Rovigo e Canda, “tra diavolo e acqua santa”, con esperienze anche culturalmente contrastanti, in cui non mancò un significativo ruolo femminile, oltre al trionfo della pittura veneta e ferrarese con una figura di fama mondiale quale quella di Francesco Xanto Avelli da Rovigo”.

    Un quadro estremamente ampio e variegato, dunque…

    “Sicuramente – sottolinea Marco Chinaglia -. Da venerdì 1 a domenica 10 dicembre 2017, la Settimana si è sviluppata coinvolgendo ben trenta realtà tra Comuni, associazioni, scuole, università popolari, enti ed istituzioni culturali, musei e biblioteche di tutto il territorio provinciale. Una lunga serie di oltre venti iniziative, dai più tradizionali convegni e conferenze, a innovativi laboratori didattici per i più piccoli, fino alle visite guidate e salottini tenuti in prima persona dagli studenti stessi, adeguatamente supportati dai propri insegnanti”.

    Come è stata accolta la Settimana nel territorio in cui si è sviluppata? Come hanno reagito i giovani, che spesso vengono definiti poco propensi ad interessarsi del territorio?

    “La Settimana – riprende Giovanni Casarotto – è stata all’altezza delle attese e la partecipazione dei giovani è stata molto confortante. La forte presenza di giovani schierati sia tra il pubblico che in prima linea nelle manifestazioni proposte (in un momento della storia dell’umanità che li vede forse spesso tacciati di superficialità e mancanza di interessi genuini) è stato il dato più rilevante e soddisfacente: basti pensare alla locandina della XXIII Settimana e alle visite guidate realizzate dagli studenti dell’I.I.S. “E. De Amicis”, al sito web del Comitato Permanente stesso costruito attraverso un progetto di Alternanza Scuola Lavoro da alcuni ragazzi dello Scientifico “P. Paleocapa”, all’inedita presentazione delle “Cinquecentine” del Liceo Classico “Celio – Roccati”, fino agli studenti della Scuola Secondaria di Primo Grado “Anna Frank” di Ficarolo che, di fatto, hanno inaugurato la rassegna di eventi culturali”.

    Dunque uno stimolo a continuare con rinnovato impegno.

    “Proprio così – evidenzia Chinaglia -. Il buon successo della XXIII Settimana dei Beni Culturali e Ambientali in Polesine e il ritrovato equilibrio tra giovani di tutte le età, con l’arrivo del nuovo anno sono diventati forza vitale e trainante per il Comitato Permanente. E il suo stesso Coordinamento è già al lavoro per offrire al territorio polesano sempre attività di pregevole qualità e di sicuro interesse, nella convinzione che i “cantieri della cultura” devono essere sempre più aperti anche e soprattutto ai non addetti ai lavori, creando nuovi legami e stimoli diversificati. Per fare questo occorre, a nostro modo di vedere, rimettere in pista un mondo talvolta magari assopito o sfiduciato dalla cattiva nomea che con la cultura “non si mangi”, ma della bontà del cui operato dobbiamo, al contrario, essere decisamente convinti”.

  • Il Cinquecento in Polesine

    Il Cinquecento in Polesine

    Il Cinquecento è l’epoca del Rinascimento, un periodo di esplosione nel campo dell’arte e degli studi, con realizzazioni importantissime che fanno tuttora dell’Italia un ineguagliabile motivo di attrazione sotto il profilo turistico e culturale. E anche Rovigo e il Polesine ebbero a partecipare attivamente alle sollecitazioni dell’epoca, dando vita ad iniziative di spessore e commissionando opere ad artisti di vaglia.

    Uno stimolo a gettare un attento sguardo a quest’epoca feconda è venuto dalla “XXIII Settimana dei Beni Culturali ed Ambientali in Polesine”, svoltasi lo scorso dicembre, che ha attivato varie proposte attirando l’attenzione dei polesani sul patrimonio culturale presente tra Adige e Po relativo all’epoca del Rinascimento.

    Basti ricordare la presenza di Andrea Palladio che a Fratta ideò Villa Badoer, la costruzione del tempio della Rotonda ultimata nei primi anni del ‘600, la nascita dell’Accademia dei Concordi, l’erezione di palazzi di pregio, come villa Dolfin a Lendinara, o opere d’arte, come la coinvolgente Pietà scolpita da Tullio Lombardo per la chiesa rodigina di San Francesco, oppure la pala dell’Ascensione di Paolo Veronese commissionata da Vincenzo Malmignati per il Santuario di Lendinara, ed altre ancora.

    Tra le varie iniziative, emblematica la pubblicazione: “Il Cinquecento a Rovigo, Personaggi nelle vie”, un volume curato dall’Associazione Renzo Barbujani onlus, di Rovigo, grazie al lavoro di Sandra Toso Osti, in collaborazione con la Biblioteca del Seminario di Rovigo nella persona di Adriano Mazzetti e il Cpssae, con l’esperto Raffaele Peretto.

    E’ una produzione di agile struttura che si propone di guardare al ‘500, nel Polesine e a Rovigo, attraverso le vite di alcune personalità di rilievo che quel periodo hanno vissuto e che, con la città, hanno avuto un qualche legame particolare, o un rilievo tale da risultare significative per il nostro ambito culturale, con l’intitolazione di vie a Rovigo.

    La presentazione del libro è stata fatta volutamente al Monastero di San Bartolomeo di Rovigo, dove il Museo dei Grandi Fiumi ha la propria sede, perché il ruolo culturale svolto nel ‘500 dal centro Monastico Olivetano lo indicava come sede ideale e simbolica.

    Il tema trattato si è inserito perfettamente in quello definito dalla XXIII Settimana dei Beni Culturali ed Ambientali in Polesine: “Il ‘500 in Polesine: identità e patrimonio storico e artistico di un territorio tra Venezia e Ferrara, tra Riforma e Controriforma, tra Rinascimento ed Accademie”.

    “L’intenzione del nostro gruppo non era quella di redigere un saggio, ma piuttosto editare un volume scorrevole per riferimenti bibliografici, rimandi a opere, il tutto corredato con foto e immagini, di personalità del Cinquecento, i cui nomi sono legati a vie, palazzi o ad altre evidenze monumentali in Rovigo” dice Paolo Bordin, presidente dell’associazione Barbujani Onlus di Rovigo.

    Il volume propone tanti personaggi, ripartiti idealmente tra scrittori e oratori, artisti, letterati, poeti. “In una riuscita veste grafica, al lettore viene proposto per ognuno dei personaggi un’agile e piacevole struttura formata da 4 parti: la biografia del personaggio e la sua storia; immagini ed illustrazioni attinenti alle sue opere o ai luoghi e ai rimandi grafici alla via a Rovigo; citazioni delle principali opere e delle eventuali pubblicazioni; una parte “per saperne di più” con alcune indicazioni bibliografiche, per eventuali approfondimenti a chi ne fosse interessato” sottolinea Adriano Mazzetti.

    Sono state cosi redatte diciotto schede, di cui 16 locate a Rovigo, riferite ad altrettanti personaggi del Cinquecento, che sono: Benvenuto Tisi detto il Garofalo, Lorenzo e Cristoforo Canozi di Lendinara, Bartolomeo Roverella, Andrea Nicolio, Antonio Riccoboni, Bernardino da Feltre (Beato), Antonio Burlini, Gaspare Campo, Giandomenico Roncale, Giovanni Bonifacio, Giovanni Tommaso Minadois, Girolamo Frachetta, Girolamo Frescobaldi, Issicratea Monti, Luigi Groto, Ludovico Ariosto, Ludovico Ricchieri Xanto Francesco Avelli.

    “La città di Rovigo nel ‘500 era una città con una vitale attività musicale: si ha notizia di spese per restauri di strumenti musicali e di finanziamenti privati per la musica. Nel Monastero di San Bartolomeo nacque la prima scuola di canto per fanciulli e in esso operarono valenti musicisti quali Antonio Burlini. Erano posseduti i libri delle Toccate di Claudio Merulo e di Giovanni Pierluigi da Palestrina, musicisti famosissimi. Un grandissimo Organista dell’epoca, Carlo Filago, era nato a Rovigo” aggiunge Vittorio Zanon, direttore dell’Associazione “Coro Polifonico Città di Rovigo” che in collaborazione con l’Associazione “Canto delle Muse Rovigo Musica Antica” ha reso possibile la partecipazione dell’Ensemble musicale “Accademia dei Dissennati”, composto da Ambra Luciani, Stella Visciola (soprani), Serena Marino (alto), Stefano Chiurchiù (tenore), Lorenzo Chiacchera (basso), al pomeriggio di presentazione dell’opera.

    Un’iniziativa importante dunque, concretizzatasi con il pregevole volume, interessante anche per sfatare il pregiudizio ricorrente che il Polesine sia stato nel passato un territorio marginale, privo di proposte sul piano artistico e culturale. Aspetti questi che vanno invece riscoperti e valorizzati, anche in un’ottica di promozione del nostro territorio.

  • Un attimo di eternità

    Un attimo di eternità

    LA MIA ISOLA FELICE

    La mia isola felice è rimasta sospesa a un lontano cielo di paese tra grida, risa, corse folli su prati freschi d’ erbe e strade polverose. Restano ancora sul labbro le note di canti e filastrocche e nel cuore un giardino fiorito d’amore e una favola bella scandita da gesti e riti fattisi crosta nella memoria, animata da fate che mi hanno nutrita di latte, miele e sogni tra il compitare di foglie al vento nel sodale silenzio, il prodigioso fermento nelle zolle, i madrigali dei grilli alle stelle, le chimere d’incenso su specchi d’acqua increspati, il piare nei nidi e l’emozione al pulsare svelto e lieve nella mia piccola mano di un cucciolo, di un passero implume.

    Ero bimba e mi sfuggiva la misura, ma lo stupore sgorgava come fiume da quel fluire delle cose, da quel brusio lieto che è canto che le consuma. Oggi quell’isola è miraggio, balenio di ricordi che mi danno l’energia per accettare il dolore e bendare le ferite del cuore.

    STO IMPARANDO IL SILENZIO

    Sto imparando il silenzio come s’impara a parlare da bambini chè il mio vivere è in solitudine, un agitare di ventaglio a luglio e poesia silente che implode e mi riporta luoghi, volti, voci, canti, anni dall’aspetto intero già spesi. Strano desiderio di quiete in cui prendo possesso dei giorni e m’allontano dalla fretta delle cose. Ascolto il respiro dell’anima, prendo per mano i pensieri e ridipingo le sagome dei sogni e le figure di memorie e non passa giorno che non mi colga la brama di vecchie care consuetudini. Ripercorro vie note: le cose stanno ancora lì nelle loro tinte che il tempo non rimuove. Tutto sa di nuovo e d’antico, mi emoziona e mi stupisce e non mi accorgo di quale luce naturale brillino i miei occhi. Il viaggio è vivo e mi arrendo al sogno che un tempo amico fiorisca la gioia sul mio balcone. Così m’ invento ali d’allodola per volare leggera incontro al sole.

    RITRATTO DEL MIO PAESE BOSARO

    Una stretta striscia di terra tra il serpeggiare di due canali, stradine di calcare dolci sotto i passi oggi asfaltate e non più ombreggiate. Un frusciante ondeggiare di pioppi e salici al passaggio della brezza che porta la fragranza di gelsomino, di cedrina e di fieno, Papaveri fiammeggianti nell’oro del grano, bianchi e rossi trifogli e viti dalle braccia, cariche di gonfi grappoli. Case affiancate parallele ai canali o sparse nel verde della campagna liete del sole e del silenzio rigato di palpiti di vita, che raccontano un vivere semplice, dignitoso al trascorrere del tempo affidato. Paesaggi dell’anima in cui ritrovo il destarsi del sorriso spento, luoghi della memoria nell’incanto delicato di cromatiche variazioni di una natura pulsante di vita. In questa mia piccola isola cheta e sonora di fruscii e tonfi mi aprivo a tutti i rumori, a tutti i canti che mi giungevano dalle vigne e dai campi ed ero filo d’erba, farfalla, samara d’olmo che aleggiava nel cielo.

    DEL VIVER MIO LA PRIMAVERA

    Aveva madrigali d’usignoli, archi di nubi chiare, chioccolii, respiri di cielo del viver mio la primavera. Era come una folata d’aria: percorreva la casa e l’ossigenava, in un attimo tutti rasserenava.

    Riportava il sorriso, petalo di profumata viola, sulle labbra morse nel gioco della vita, avvolgeva i sogni in un tepore odoroso di pollini e li cullava come spighe la brezza sotto un cielo di seta. Seminava la speranza, donava gioia, pulviscolo d’oro, acqua ad orti inariditi, baci appena sussurrati, sapori fruttati. Perchè non ti fermasti, attimo bello, quando il tripudio dilagava e la giovinezza gonfiava le vele ai desideri su sconosciuti mari?

    Tutto si rinnova nella vastità del Cosmo. I sogni si dissolvono e tutto si dilegua e ritorna in quell’unica radice dell’Essere che esprime tutte le cose in forme fugaci cadùche-durevoli.

    PAESAGGIO POLESANO

    Campi dalla regolare geometria tra scoli e canali legati da sistemi di livelli. Paesi dominati da campanili, architetture d’artistica civiltà, a guglia affusolata o a torretta e il Po che si allarga e di fiori s’inghirlanda e di macchie di canneti, d’ ombrosi boschetti di pioppi e salici verde-argento nell’acqua specchiati, di cicalecci di passeri e di monete luccicanti dal sole gocciolate. Suona il vento canzoni e ninne nanne pizzicando corde d’ arpe di canne, spazza e sposta le dune e fruga lungo le rive nei buchi e nelle tane e disfa il letto a nutrie e rane. E’ bizzarro il mio fiume: si spacca in tanti rami per aggiungere al suo altri nomi o ristagna nelle valli e, prima di gettarsi in mare, per un attimo, si gira a osservare soddisfatto le bellezze del suo delta particolare.

    RIDE IL MATTINO

    Ride il mattino ai capricci di una luce polverosa che disegna arabeschi sul muro e libera profumi nascosti risvegliando dolci emozioni.

    Riprende la vita il cerimoniale consueto. Muore il silenzio nell’altalena di rumori del traffico convulso. Le notizie del giorno sono un destro allo stomaco.

    Nella via la folla, marea assorta e frettolosa, cieca e senza sorriso, succube d’un inesorabile destino, rincorre qualcosa di vago con pugno e gomito pronti allo scatto.

    Fumi, veleni e grida imploranti soccorso e giustizia si levano dalla terra bagnata di sangue quotidianamente e questo mio stare muta a guardare con depressa speranza non è indifferenza.

    UN ATTIMO D’ETERNITÀ

    Acque trasparenti come cristallo, colline di luce traboccanti, santuari, castelli, case, architetture d’altri tempi nei loro essenziali elementi.

    Atmosfere armoniose e magiche d’una bellezza fiabesca, effetti tonali a chiazze amalgamati in panorami che danno una visione di tranquillità e poesia. Microcosmi che si aprono in perle di grazia d’arcano animate, un invito ad abbandonarsi all’armonia d’ una natura in cui il tempo sembra fermo in un interminabile attimo d’eternità.

    E te ne vai portando nel sangue tracce d’una melodia vibrata, nata da una improvvisata partitura posseduta solamente dalla natura, con la speranza rinvigorita.

  • Scintillìo di lampare

    Scintillìo di lampare

    NEL FLUIRE ININTERROTTO

    Fluisce ininterrotto ogni tempo tra lanterne tremolanti, frammenti afoni d’aedico canto. Abbagli d’Universo ansiosi di svelare il crittografico dialogo tra creato e Creatore. Cristalli solitari di fede rifrangono nuovi soli, lune dal pallido tremore riflettono terre gravide d’ incerta speranza.

    Singulti di passato spumeggiano onde mai placate che aggrediscono scogli testardi. Non s’arresta il fluire del tempo né vincitori, né vinti mentre s’intuiscono nuovi Mondi.

    Soli gemelli, vaporosi di tramonto manterranno la promessa d’orizzonti più luminosi?

    Lune non più fatate, sapranno orchestrare nuovo mare?

    Terre inesperte d’umane pulsioni saranno accoglienti rifugi e generose nutrici?

    Si svelano universi avvolti d’infinito silenzio e già s’involano canti di nuovi poeti, nel fluire ininterrotto d’ogni tempo.

    SPERANDO IN TRACCE DI DIVINO

    Si celano e si congiungono cielo e mare ancestrali amanti nella speziata oscurità della notte.

    Stelle degeneri, illuse d’esistere nell’ingannevole scintillìo di lampare tra reti senza gioia rigonfie di silenzi

    E mai s’addorme il mare negli inesplorati misteri abissali, arcani inquieti di vivere e morire

    Abbagli prepotenti d’Universo ridestano eolico riaffiorar di scogli sorridenti candide mura tra chete onde d’inchiostro, sulfurei, rudi presagi e sete palpitanti bouganvillea

    Dissolvono assonanti bisbiglii echi remote d’arcaici incantamenti mentre l’orizzonte riappare arrossendo nuovo sole nel pudore d’un ultimo bacio, a dividere cielo e mare

    Trasvolano solitudini le più ardite, oltre universali limiti, agognano cieli e mari e suoli mai violati respiri mai respirati parole mai parlate con la serena purezza d’innocente osare con il senile affanno di chi non sa tornare

    Sperando in tracce di divino

    NOTTE MAGIÀRA

    Che notte strana, è buio totale, chissà dove finisce il cielo chissà dove comincia il mare

    Né luna, né stelle, in quest’attimo di nullità totale s’abbracciano, in eolico arco, sette vulcaniche isole, sorelle.

    Brividi di mare… fruscii di risacca, risvegli di vento vibrazioni odorose d’arenile…. Barlumi d’antico sapere.

    Riesplode, in questa notte danzante fantasmi d’emozioni, l’antico sussurro di leggenda delle donne “Magiàre”

    Nate da magia universale, se ne volavano, tra eolici scogli e mare, al richiamo di smaniose lune, per danzare la bellezza, libera e selvaggia, delle loro isole e del loro indomito cuore…

    Eleganti palmizi imponenti, che forse carezzano il cielo testimoni silenziosi del tempo, sospirano fragranze di sale tra fantasmi di donne volanti con occhi brillanti ossidiana.

    Dormono inquiete le Eolie, al sognante riapparir delle Magiàre; finché d’un tratto, dal nulla assoluto, s’accende una tremula lampara.

    AMO IL VENTO D’ESTATE

    Amo il vento d’estate, che forte e possente riaffiora ricordi di candidi lini svolazzanti che s’inebriano di sole

    Lo risento concertare tra strette, isolane viuzze abbagliate da case imbiancate che sorridono al mare

    Cavalcano flutti arroganti, vele mai dome e frementi vele orgogliose, nate a sfida dei venti

    Amo il vento d’estate che arruffa i capelli alza impudico le vesti addolcisce e lenisce pelli inaridite e bollenti

    Ancora allargo le braccia lo vorrei, fanciulla, afferrare ancora spalanco la bocca per poterlo, golosa, addentare

    La magica, eolica otre ancora mi affanno a cercare per rubarlo, celarlo, trattenerlo, poterlo possedere.

    VERSO UN NUOVO ASSETTO

    Piedi tatuati di sfalci di prato tra zolle indurite di passato che non germogliano seme. Papille che salivano ricordi di rugiada, racchiusa in delicati petali di rosa. E’ questa la terra promessa che pascolava il futuro? Ombre di luna in sogni avviluppati di crepuscolo, s’infrangono, cocci di stelle illuse, contro scogli impietosi. Prosegue il cammino faticoso, nella solitudine di moltitudini, senza più storia, calzate di presagio. Avanza inquieto un nuovo assetto cosmico sospinto dal vento imperioso del divenire.

    LE MATEMATICHE DELL’AMORE

    Amore, amore, amore Amore matematico che sommi, sottrai, totalizzi, moltiplichi, dividi, applichi percentuali, proponi imponibili, sciorini frazioni.

    Amore che t’arrovelli in incognite costanti equazioni, numeri primi, amore che non ami le costanti.

    Amore dalle geometriche forme perfettissimo cerchio o triangolo d’amore, non conforme Amore, pitagorico teorema, Amore peso lordo, dalla pesante tara. Amore azzeccato e semplice Amore irrimediabilmente errato.

    Con le tue matematiche ci elevi all’ennesima potenza per ricondurci, immancabile, alla più elementare e nuova incognita di partenza.

  • Armonia

    Armonia

    Un bacio era tutto ciò che volevo. Stringerla tra le mie braccia, sussurrarle i miei desideri. Nulla di tutto ciò sarebbe stato più possibile. La perdita della nostra bimba, ancora in grembo, l’aveva fatta impazzire e, ancor prima che arrivassi, sconvolto, all’ospedale, lei si era gettata dalla finestra della sua stanza.

    Così si era infranto il mio sogno d’amore. Così era naufragata la mia famiglia prima che me ne potessi prendere cura.

    Nulla di ciò che mi dicevano giungeva alla mia mente. Mi sentivo sordo di cuore e di spirito. Isolato nel mio dolore. Anestetizzato. Non sentivo niente paradossalmente. Come chi perde un arto e non se ne rende conto subito: continua a sentirlo, anche se visibilmente non c’è più. Questo ero io in quella giornata di agosto come tante altre. Un giorno come un altro: il cinque agosto, per gli altri ma non per me.

    Al funerale mi toccavano una mano, le spalle per confortarmi, ma io non sentivo nulla. Ingenuamente pensavo di essere più forte di quel che pensavo; non mi sentivo forte abbastanza per affrontare una tragedia così. Tutti i suoni mi arrivavano ovattati, filtrati.

    Non c’eravamo sposati lei ed io. La ritualità non ci interessava, non ci credevamo. Noi eravamo ciò che stavamo cercando e “noi” era tutto ciò che ci bastava. La bimba, Armonia, ci avrebbe resi felici.

    Ora ero solo, come non lo ero mai stato. Gli occhi mi si riempirono di lacrime, mi si chiuse la gola. Mi mancava l’aria.

    L’essere umano è talmente fragile, pensavo, come uno stelo d’erba in balìa del destino.

    Crede di ergersi virile nel prato, di comandare in qualche modo la propria esistenza, di fare le scelte giuste per sopravvivere e invece poi, un vento più forte, un giorno, ti strappa via ogni cosa. Combattuto tra l’azione e l’immobilità, tra lo spirito che ti spinge a reagire e la voglia irrefrenabile di piangersi addosso e rassegnarsi.

    L’essere umano mi stupiva sempre nella sua complessa semplicità. Avrei voluto che le lenti nere degli occhiali da sole mi si incarnassero nel viso per non vedere la luce che mi dava fastidio, per non vedere la gente che cercava di indagare il mio malessere; per non permettere a nessuno di carpire anche solo un mio pensiero.

    Ciò che accadde nei giorni seguenti rimane avvolto in una nebbia densa. Mi ero rinchiuso in casa in una protettiva penombra. Il buio sembrava consolarmi, piangevo, mi asciugavo le lacrime e avevo il desiderio di raggiungere i miei due amori, ma non ne avevo il coraggio e la mia codardia mi avviliva.

    Decisi che era tempo di uscire, indossai jeans e una felpa, presi il casco e le chiavi e andai in garage per prendere la moto. Non sapevo dove mi sarei diretto, ma avevo bisogno di sentire il vento. Speravo che quella sensazione avrebbe lenito le ferite del mio cuore. Raggiunsi la strada che costeggiava il mare e lì, finalmente, mi sentii vivo di nuovo.

    Lo scrosciare delle onde sugli scogli era coperto dal rombo del motore della mia Harley Davidson che correva veloce. I tornanti si susseguivano, non sentivo più niente, avevo solo voglia di accelerare, di sentire che l’adrenalina si impadroniva di me, facendomi sentire come un triste super eroe degno di Stan Lee.

    Improvvisamente un bagliore, una superficie cromata, non ricordo altro.

    Mi risvegliai dopo oltre un mese dal coma. A prendere coscienza ci impiegai un tempo che mi sembrò lunghissimo: le palpebre sembravano due saracinesche di piombo. Quando finalmente riuscii a mettere a fuoco l’ambiente, mi resi conto di essere in una stanza d’ospedale, le mie gambe, entrambe ingessate, erano appese in trazione ed io sentivo male ovunque.

    Un’infermiera sembrava felice di vedermi e subito si allontanò per chiamare un medico.

    Ascoltavo ciò che mi dicevano, ma non riuscivo a parlare. Mi dissero che lo avrei fatto presto. Mi informarono di quanto era successo: uno scontro con un camion, la moto nel vuoto, le operazioni, il coma: ero vivo per miracolo.

    Quel miracolo io, in fondo, non lo volevo.

    Volevo raggiungere la mia piccola Armonia, la donna che amavo, Andrea, ma, evidentemente, non mi era dato congiungermi a loro.

    I medici che erano venuti a vedere le mie condizioni mi dissero che avrei dovuto trascorrere ancora molto tempo in ospedale, la ripresa sarebbe stata difficile e lunga. L’espressione di un medico, in particolare, rifletteva la soddisfazione nel vedermi sveglio, l’infermiera non riusciva a mascherare una felicità che sembrava andare oltre il rapporto con il suo paziente.

    Quando il medico si fu congedato lei, premurosa, mi sistemò i cuscini e mi chiese se mi servisse qualcosa ed aggiunse: “Sai, ho pregato tanto che ti svegliassi, non so nemmeno perché”.

    Cercai di sorridere a quegli occhi scuri e ardenti che attendevano la mia risposta.

    “Come ti chiami?” fu ciò che riuscii a dire a fatica.

    Lei mi sorrise dolcemente e mi rispose: “Andrea, e tu?”

    Una scossa mi percorse, ero incredulo e turbato, non riuscivo a proferire parola.

    Lei si accorse del repentino cambiamento del mio stato d’animo e mi chiese se avevo dolore, se volevo che facesse qualcosa.

    Scossi la testa, e le dissi il mio nome: “Sono Edoardo”.

    Ci guardammo negli occhi, in profondità, e capii che la mia Andrea era tornata, la sentii di nuovo accanto me.

    Avevamo un’altra occasione per essere felici e riavere la nostra piccola Armonia.

  • Matteo e il rospo di mare

    Matteo e il rospo di mare

    Un mattino di sole, in pieno luglio, al Bagno Perla di Rosapineta, il mare brulicava di bambini impegnati in giochi, tuffi di grande refrigerio nella calura del giorno. Molti sul bagnasciuga costruivano castelli di sabbia accarezzati dalla brezza marina. Ma uno dei tanti, un biondino, usciva dall’acqua con un’aria stupita e insieme trionfante, tenendo stretto tra le mani un qualcosa di misterioso.

    “Sai – mi apostrofa d’improvviso – che cosa ho in mano?”.

    “Un granchio” gli rispondo di getto, fissando i suoi occhi color cielo ancora perlati di mare, curiosi e intelligenti.

    “No, ho un rospo. Vedi? Guardalo! Un rospo di mare!”.

    “Ti dico la verità: non ho mai sentito parlare di rospi di mare, ma di coda di rospo: l’ho proprio mangiata l’altra sera ed è molto buona”.

    “In effetti – lui risponde con una prontezza diabolica – il rospo non vive nel mare perché è un animale d’acqua dolce. Io l’ho salvato perché lì poteva morire proprio a causa dell’acqua salata”.

    “Scusa, non per intromettermi negli affari tuoi, ma non è che tu lo faccia morire adesso sotto questo sole soffocato dalle tue mani ? “

    “Non sai – mi risponde lui un po’ maestro – che è un anfibio e che può vivere quindi sia in acqua che fuori?” Poi aggiunge “Beh, adesso ti saluto perché devo metterlo in un secchiello d’acqua dolce”.

    “Un attimo, dimmi il tuo nome e quanti anni hai dato che sai tutte queste cose?”

    “Giusto! Mi chiamo Matteo e ho quasi 8 anni. Amo molto le scienze: Guardo sempre Focus. Se vuoi, poi ti parlerò del buco nero.”

    “Beh, grazie Matteo. Io sono una nonna e mi piacciono molto i bambini come te. Dopo ci rivedremo e intanto vai pure a ridare la vita a questo rospo.”

    “Sì sì, perché deve purificarsi dall’acqua salata, mandarla fuori tutta per poter stare bene.”

    “Vai vai, che continueremo dopo il nostro discorso”.

    Veramente impensabili questi incontri marini con bambini prodigiosi, attenti, innamorati della natura! La giornata riprende con ritmi quotidiani della crema da sole e della ricerca dell’ombra, magari con un giornale o un foglio per scrivere.

    Matteo frattanto compie le sue operazioni pensando già a quale nutrimento dare al suo rospo, aiutato anche da mamma e papà, nuovi vicini di ombrellone.

    “Certo che la mia preoccupazione – dice dietro alle mie spalle toccandomi la schiena con una mano in segno di amicizia e complicità – è il cibo da dargli oggi: delle formiche o altri insetti?”

    “E’ una bella idea nutrirlo! Ma, lasciando perdere il famoso buco nero,non ti chiedi in che modo il rospo sia finito nel mare? Va bene che è un anno particolare: all’inizio della villeggiatura ho visto tante di quelle meduse morte sulla battigia come non mai.”

    “Probabilmente – risponde Matteo preso da questa domanda – il rospo abitava con la sua famiglia lungo la foce dell’ Adige, qui vicino, e la corrente lo ha strappato dal suo piccolo nido.”

    “Chissà quante volte mamma rospa gli avrà detto di stare attento – osservo di rimando – perché se si alza il vento, il mare si gonfia, entra nel fiume e trascina via tutto…”

    “Mah, potrà essere anche così, che non abbia ascoltato i consigli… ma la realtà è che le onde l’hanno spinto qui in spiaggia fino a me.”

    “Oppure potrebbe essere arrivato qua attraverso le dune, alle nostre spalle, dal verde di un prato e accaldato abbia voluto fare un bagno. Chissà!” Ipotizzo.

    “Dai, non scherzare. Quello che conta per me – dice Matteo – è questo: ha capito che ho voluto salvarlo e ora si fida di me. Infatti, quando lo prendo in mano, non si agita più, come se avvertisse che gli voglio bene. Ma intanto lo porto a casa perché stia più all’ombra. Ormai è ora di pranzo e i miei stanno muovendosi.”

    “Sì, ma pensaci … lui starebbe meglio vicino ad un fossato. Liberalo! “

    La spiaggia effettivamente si va svuotando perché le famiglie con i bambini piccoli si avviano verso i loro appartamenti per il pranzo e per un riposino. E probabilmente Matteo ora con questa nuova responsabilità avrà il suo daffare.

    Al pomeriggio il mio nuovo compagno di avventure si precipita sotto l’ombrellone: “Oltre alle formiche, gli ho dato anche un nome. Si chiama Gigetto e mi si affeziona sempre più. Sa che sono suo amico perché l’ho accarezzato, gli ho cambiato l’acqua e sistemato in una vasca più grande: si sente come a casa sua! Solo mia sorella Anna non lo può vedere. Afferma che le fa schifo, non vuole neanche toccarlo, neppure baciarlo! Pensati – dice con occhi furbi – che le ho proposto di baciarlo per vedere se si trasformava in un principe.”

    “Ma allora hai ripensato alla favola del principe ranocchio? – osservo – Perché è un po’ da favola questa situazione.”

    “Sì, ma solo per poco. Solo perché Anna lo baciasse, ma si è rifiutata in tutti i modi. In realtà le favole non mi piacciono. Amo, invece, come ti ho già detto, le scienze e il contatto con gli animali.”

    “Ma anche la tua maestra ti guida in questo tuo desiderio di conoscere?”

    “Sì sì, ma io soprattutto faccio da solo, con libri, giornali e Focus in tv. Sai piuttosto cosa ti dico? Che questo rospo in casa ha ricordato al papà episodi della sua infanzia: quando era piccolo, andava a caccia di uova di rane per tenerle in un vaso e vedere l’uscita dei girini.”

    “Io, invece, abitavo vicino ad un fossato e da piccola raccoglievo in un barattolo proprio i girini e me li portavo anche in camera sempre con la speranza di incontrare quei famosi principi, insomma che la favola si realizzasse.”

    “Ad ogni modo – replica Matteo – io l’ho fotografato e anche ti ho fatto un disegno perché è un’avventura che non dimenticherò mai.”

    “Beh, giustamente hai un ricordo, una testimonianza di questo vissuto. Ma scusami, Matteo, sento che rifletti su ogni cosa, e quindi come pensi di risolvere questa vicenda col tuo Gigetto …?”

    “Io lo terrei sempre con me, ma mio papà mi fa ragionare che starebbe meglio in un prato, magari potrebbe iniziare a ricercare la sua famiglia… mah, vedremo! Questa sera ci penserò. Ti dirò domani la mia decisione. Intanto è importante che stia bene e che si sia liberato dell’acqua salata.”

    “Guarda che c’è anche una bella pineta qui attorno con delle fontane vicine. Cerca il luogo più adatto per lui.”

    “Siii, ho capito: ha subìto uno stress e deve tornare al suo habitat. Ma tu ti rendi conto che ora gli voglio bene? Che lui si fida di me perché gli ho salvato la vita?” Quasi grida emozionato.

    Il giorno dopo Matteo mi racconta l’epilogo di questa storia fluviale-marina.

    “Sai, dopo aver a lungo discusso con il papà e la mamma, ho anch’io capito che se volevo bene a Gigetto dovevo liberarlo. Così, in fila indiana, siamo andati ieri sera nel campo vicino alla casa. Io, dopo averlo baciato, l’ho adagiato sotto un arbusto in mezzo all’erba tenera.”

    “Ma perché l’hai baciato?”

    “Per un ultimo saluto, un segno d’affetto, non perché si potesse trasformare in un principe: credo solo in parte nelle favole e oltretutto sono un maschio.”

    “Hai ragione e sono certa che non dimenticherai mai questa avventura.”

    “Eh sì – conferma pensieroso – anche perché mi ha aiutato a comprendere che il voler bene ad un animale in realtà è volere soprattutto il suo bene. E poi so che è tanto grande il mio amore per la natura che sicuramente avrò altri incontri in questi giorni al mare.”

    “Bravo Matteo. Questa è una bella storia da raccontare ai tuoi compagni: ne saranno entusiasti.” Gli dico, mentre penso che anch’io avrò modo di rendere partecipi i miei amici di questa “avventura marina” e dell’inedito affettuoso rapporto che per qualche giorno ho instaurato con un bambino riflessivo e pieno di interessi.

    Il futuro del mondo, che le cronache dei notiziari purtroppo presentano spesso quanto mai incerto e problematico, oggi, grazie a Matteo e al rospo di mare, mi appare in un’ottica decisamente improntata all’ottimismo. Speriamo.

  • Due rose canine

    Due rose canine

    La grigia pesantezza del cemento si esibiva nelle squadrate sagome dei capannoni industriali, mastodontici come risorti dinosauri. Veloci furgoni, fregiati dalle più svariate scritte pubblicitarie, percorrevano le strade asfaltate di fresco, sparendo lungo la tangenziale che correva accanto all’agglomerato produttivo.

    Il sole del pomeriggio estivo pulsava su quel panorama disegnato dalle nuove strategie commerciali. A delimitare la zona industriale era presente uno scolo dove l’acqua, nonostante il quotidiano attentato degli scarichi, si ostinava a scorrere verso un improbabile fiume che le desse un passaggio verso il mare.

    Davide ed Alessandra pedalavano lungo la pista ciclabile che costeggiava il corso d’acqua, sfidando la giornata estiva pregna di un’afa che la conca padana custodisce ed alimenta con i suoi fiumi.

    – Accidenti Alessandra, proprio oggi mi fai fare un giro in bici. Sto fondendo. Nemmeno un’ombra d’albero in questo deserto! –

    – Dai, bevi un po’ che fra poco arriviamo alla ferrovia e vedrai dove ti porto! –

    La ragazza gli porse una bottiglietta di minerale che lui tracannò con avidità alleviando l’arsura. Affiancò la sua bici a quella di Alessandra. Tese una mano posandola su una delle sue ben strette sul manubrio. Era fresca e vellutata.

    Lei si voltò, e Davide trovò in quello sguardo la serena sensazione di benessere che la presenza di Alessandra gli infondeva. Semplice e graziosa. Niente di sfacciato e appariscente. Una ragazza normale, di una bellezza pulita, forse un po’ fuori moda ma capace di farlo sentire bene, senza i tormenti e le paranoie complesse che molti suoi coetanei gli riferivano parlando dell’universo femminile che frequentavano.

    Ripresero a pedalare così, accaldati e silenziosi fino alla fine della ciclabile che si interrompeva a pochi passi dalla ferrovia.

    – Dobbiamo tornare indietro. Ma dove mi hai portato Alessandra! Oggi mi vuoi vedere stecchito! –

    – Vieni con me dai, non fare il vecchio brontolone! –

    Lei allora scese dalla bici e si inoltrò in uno stretto passaggio in salita tra le erbe alte. Il ragazzo la seguì con intermittenti imprecazioni contro le ortiche che gli tormentavano le caviglie.

    Alessandra rideva scuotendo la zazzeretta bionda e ripeteva: – Si vede che sei un cittadino! Dai caro pappamolla vieni che siamo arrivati! –

    Davanti a loro adesso correvano i binari luccicanti della linea ferroviaria.

    – Dobbiamo attraversare, stai attento! –

    Così dicendo afferrò la bicicletta e sollevandola passò oltre la via ferrata seguita da Davide che rifletté, in una frazione di secondo, sul potere indiscutibile della personalità femminile.

    – Guarda dove mi devo far portare oggi, con ‘sto caldo! –

    Alessandra rise e, risalendo in sella, si avviò pedalando lungo una carreggiata che si inoltrava verso la campagna aperta.

    Davide ebbe la sensazione di essere in un altro mondo. Percorso il tratto del sentiero che scendeva dalla ferrovia, ritrovarono l’ombra refrigerante di un filare di pioppi allineati lungo il corso d’acqua che qui pareva un vero fiume.

    – Questa, una volta, era la terra dei miei bisnonni. Dai arriviamo fino alla vecchia stalla.

    Il sentiero ombroso e il luccichio dell’acqua ridiedero a Davide un nuovo vigore. Pedalò veloce accanto ad Alessandra. Ai lati della carreggiata si alternavano il verde delle barbabietole e il giallo già spento delle stoppie del grano appena tagliato.

    La costruzione, aggredita dalla rapacità dell’edera e della vite americana, era ormai vicinissima. L’ombra dei pioppi al bordo della strada fu mossa quasi d’improvviso da un venticello caldo ma gradevole che accompagnò i due ragazzi fino alla costruzione abbandonata. I resti di due grossi pilastri in pietra erano l’ultimo segno di un portone che adesso non c’era più. Accanto ad uno di essi s’era fatto strada, nel viluppo dell’edera, un cespuglio di rose canine.

    Alessandra scese dalla bici e la lasciò cadere sull’erba alta.

    – Dai vieni, siamo arrivati. Qui c’erano la casa e la stalla… –

    Davide la seguì, rassegnato ormai alla sua ingenua testardaggine. Alla loro sinistra emergeva dai cespugli un pozzo dove ancora una carrucola arrugginita pendeva dal gancio saldato alla sua trave di sostegno. Alessandra si sporse dal parapetto in marmo.

    – DA-VI-DE! – La voce amplificata dall’imboccatura buia e profonda rimbalzò come per rispondere ad un misterioso richiamo.

    Davide si avvicinò, prese un sassolino e lanciandolo contò – 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7… – PLUC! – fu la risposta.

    – C’è ancora acqua! – esclamarono quasi contemporaneamente.

    Nei due era esploso uno strano desiderio di addentrarsi in quel luogo silenzioso, quasi addormentato, dal quale il tempo pareva essersi allontanato.

    Una robinia, con il tronco inciso da diversi tagli cicatrizzati, allungava i suoi rami costellati di un verde tenero e trasparente.

    S’inoltrarono camminando verso il portico antistante la stalla dove, in una sorta di penombra che creava mutevoli chiaroscuri, si stagliava la sagoma scultorea di un vecchio carro. Il timone abbandonato a terra lo faceva sembrare una nave ancorata al porto. Completamente in legno, aveva come uniche parti in ferro i cerchioni delle ruote e due anelli dai quali ancora pendeva una grossa corda consunta.

    – Dai, facciamo il gioco del tempo – mormorò Alessandra con una strana luce nello sguardo, – tocca con tutte e due le mani il bordo del carro insieme a me. Chiudi gli occhi e ascolta…! Cosa vedi? Vedi un cielo buio? E’ notte. Splendono le stelle. Il carro è colmo di fieno. Senti il profumo? Vedi un uomo e una donna? Sono soli. Il fieno è il loro nido. E’ qui che celebrano il loro amore segreto! –

    Davide ascoltò ad occhi chiusi le misteriose fantasie di Alessandra lasciandosi guidare da un racconto che si faceva sempre più appassionato.

    Qui i due venivano di nascosto. Erano giovani, ma già i genitori di lei avevano deciso chi avrebbe dovuto sposare. La ragazza però avrebbe amato solo lui e, quando arrivò il giorno prima delle nozze, andò ad incontrarlo per l’ultima volta. Il fieno profumato d’estate fu il loro nido di promesse. Poi l’addio in un abbraccio che una luna piena sfacciata e beffarda mostrò ad occhi indiscreti.

    Per la ragazza fu un’onta da scontare col disonore. Le nozze non si fecero. Passarono poche lune e s’accorse di non essere sola. In lei pulsava un altro cuore, accanto al suo. Il ragazzo era partito. Il Brasile a quel tempo aveva bisogno di braccia e la fame bussava a tante porte.

    Così una notte la luna, che aveva spiato silenziosa il loro amore, si mutò in testimone di un dolore che non aveva ormai più parole… La ragazza chiese aiuto a quel volto argenteo che si specchiava per pochi minuti sull’acqua del pozzo. Ma l’astro rimase impassibile al disperato bisogno di aiuto della giovane donna. Caddero allora, come parole mormorate, le sue lacrime a muovere in lievi cerchi l’immobilità della superficie.

    La luna lesse nel cuore della ragazza i segni di un dolore sconfinato, ma non le era concesso liberarsi dal suo silenzio. La giovane le rivolse ancora un ultimo sguardo, accarezzò il suo ventre per chiedere perdono, poi, senza far rumore, salì sull’anello di marmo e saltò. Fu uno schianto freddo che subito fermò il suo cuore. Gli occhi, che avevano visto tanta luce nel giallo delle estati assolate, scoprirono il nero senza stelle, e l’acqua si chiuse su di lei come una porta sigillando un segreto che solo la luna avrebbe custodito…

    Davide aveva ascoltato con emozione il racconto di Alessandra e, riaprendo gli occhi, mormorò: -Ma è una storia vera?

    Alessandra lo guardò con una luce speciale negli occhi. Gli prese le mani:

    – Dai, torniamo… disse. –

    Passando accanto al cespuglio di rose canine, la ragazza ne colse due e tornò sui suoi passi. S’affacciò all’anello del pozzo, le lanciò. Con un fruscio impercettibile caddero galleggiando vicine sulla superficie dell’acqua che in quell’ora del giorno aveva bagliori assolati.

    Forse anche la luna sarebbe venuta nella notte a sbriciolare sui fiori la sua enigmatica luce capace di custodire i segreti del cuore umano.

  • Nel Delta di 10.000 anni fa

    Nel Delta di 10.000 anni fa

    Continua l’avventura di Michele Falier e Sophie a bordo del Veliero Invisibile, imbarcazione in grado non solo di solcare le acque di fiumi e mari, ma anche di innalzarsi in volo e superare barriere cronologiche.

    Nel numero precedente di Ventaglio Novanta (n. 56, pag. 130 e successive) l’approdo dei due viaggiatori in un Delta fantastico di 10.000 anni fa. Sono accolti da una popolazione primitiva, intenta a strani preparativi presso un gigantesco albero dalle fantastiche sembianze, con grandi frutti a forma di mammelle.

    I due vengono scambiati per divinità e – in questo numero della rivista – invitati a partecipare ad un incredibile rito che vede l’appuntamento (che si ripete ogni quattro anni) di giovani appartenenti a quattro razze dimoranti nel delta di antichissime epoche: i nativi dalle sembianze umane, gli uomini coccodrillo, gli uomini serpente e gli uomini pesce. Dall’incontro dovrà generarsi una nuova razza.

    Un tema fantastico, dunque, sviluppato con il linguaggio del fumetto, le cui tavole sono firmate dall’architetto padovano Francesco Lucianetti, con la stesura dei testi a cura del dott. Brunello Gentile, anch’egli dimorante a Padova, entrambi molto legati al Polesine.

    Per la narrazione, proposta con la tecnica del fumetto, lo spunto è venuto proprio da racconti rintracciati in pagine di vari numeri del Ventaglio; narrazioni tramandate nei filò, che a suo tempo sono state presentate nella nostra rivista da Adriano Romagnolo, cultore dei miti e delle leggende che per secoli hanno animato gli incontri serali negli ambienti rurali della terra dei grandi fiumi. Suggestioni che ci giungono dal passato, che fra l’altro si sono intrecciate con una narrazione firmata dallo statunitense Lovercraft il quale, a quanto pare, nel 1926 ebbe a dimorare in Polesine rintracciando presunte presenze degli uomini pesce. Narrazioni che ancora si sussurrano a Loreo, dove pure si parla di uomini coccodrillo.

    E non a caso l’avventura qui di seguito descritta si compie in una località del delta di 10.000 anni fa, che il nocchiero Michele Falier – in grado di superare barriere temporali – identifica poi nella scena conclusiva del fumetto proprio con Loreo, capitale del Delta al tempo della Serenissima.

    Il Delta continua dunque ad offrire suggestioni, siano esse di carattere naturalistico, rintracciabili nelle varie località bagnate dai corsi d’acqua che intersecano il Polesine, o legate ad un mondo onirico che fa riferimento alle tradizioni e ad un patrimonio tramandato oralmente da una generazione all’altra. E non si spegne la creatività, cosicché artisti dei nostri tempi ancora ci stupiscono trovando nel Delta alimento per le loro fantasie, proponendoci nuove coinvolgenti narrazioni.

    SIATE I BENVENUTI! LA NOSTRA TERRA E LA NOSTRA ACQUA SIANO VOSTRE!

    SIETE QUI PER LA NOTTE DEGLI DEI?

    AH! NON CAPISCO… COS’È LA NOTTE DEGLI DEI?

    COSA SIGNIFICA? PERCHÉ PENSATE CHE SIAMO DEI?

    VENITE CON ME

    IL GRAN SACERDOTE LI INVITO’ A SEGUIRLO ALL’INTERNO DI UN FRUTTO

    OGNI QUATTRO ANNI, SECONDO LE NOSTRE LEGGI, NOI DOBBIAMO ACCOPPIARE DEI GIOVANI, QUATTRO MASCHI E QUATTRO FEMMINE, CON ALTRETTANTI DELLE RAZZE GEMELLE: GLI UOMINI PESCE, GLI UOMINI COCCODRILLO E GLI UOMINI SERPENTE!

    GUARDATE QUELL’ANTICA IMMAGINE SCOLPITA… QUELLI SIETE VOI!

    E’ QUESTA LA NOTTE DEGLI DEI!!! STANOTTE CI SARA’ LO SCAMBIO!

    I NOSTRI PRESCELTI SONO GIA’ SULLA BARCA SACRA. OGGI CI SARANNO I RITI PROPIZIATORI. STASERA ANDREMO AL TEMPIO SACRO.

    TUTTO INIZIERA’ DOPO IL PICCO DEL SOLE. VENITE ANCHE VOI… SE VI AGGRADA…

    VA BENE, SALITE SULLA NOSTRA BARCA… VEDREMO TUTTO DAL CIELO!

    GUARDATE! QUELLA E’ LA TRIBU’ DEGLI UOMINI-PESCE

    E QUELLI SONO GLI UOMINI-COCCODRILLO

    LAGGIU’ VEDO LO SCAFO DEGLI UOMINI-SERPENTE … E QUELLA E’ LA LORO TRIBU’

    QUESTO E’ IL GRANDE PADRE DOLCE, IL FIUME CHE VA DENTRO… …ALLA GRANDE MADRE SALATA… IL MARE!!!

    I NOSTRI PRESCELTI SONO GIÀ SULLA BARCA SACRA. OGGI CI SARANNO I RITI PROPIZIATORI, STASERA ANDREMO AL TEMPIO SACRO.

    E ARRIVA LA BARCA DEGLI UOMINI-PESCE

    LAGGIÙ VEDO LO SCAFO DEGLI UOMINI-SERPENTE

    LÌ C’È LA PIROGA DEGLI UOMINI-COCCODRILLO

    QUELLA È LA NOSTRA BARCA: VA ALA SANTUARIO… LA VEDETE, STA ARRIVANDO AL TEMPIO DELLE QUATTRO TRIBÙ

    E APPARVE UN IMMENSO ALBERO CON TANTI FRUTTI

    QUESTO E’ L’ALBERO MADRE… IL NOSTRO TEMPIO!

    PROPRIO QUI, NEI SUOI FRUTTI SI ACCOPPIERANNO PER CREARE LA RAZZA FUTURA, QUELLA UNICA, COME DA VOI ORDINATO

    COSA FAI?

    PRENDO LA POSIZIONE CON IL SESTANTE! VOGLIO SAPERE DOVE SIAMO!

    BEH… INTANTO BEVI! LA REGINA MI HA DATO QUERSTA COPPA PER TE

    PREGO, O DEI

    VENITE CON NOI OLTRE IL PONTE NEL PRATO SACRO; ATTENDEREMO LA FINE DEL TUTTO DANZANDO

    CI HANNO DROGATO… MI SENTO TUTTA ECCITATA!

    ANCH’IO SONO SU DI GIRI…

    SAI COSA TI DICO? TROVO TUTTO ECCITANTE. VIVA LA NOTTE DEGLI DEI!!!!!

    ANCH’IO! BEN VENGANO QUESTE SENSAZIONI…. DATTI DA FARE, MIO CARO, NON CI CAPITERA’ PIU’ UNA COSA DEL GENERE

    IL MATTINO DOPO

    E’ TUTTO QUIETO. DORMONO TUTTI! OGGI RIPARTIAMO. MI SENTO ANCORA INTONTITA

    ANCHE A ME STA GIRANDO LA TESTA! QUELLA POZIONE ERA DROGA AFRODISIACA… MA SEI COPERTA DI SCAGLIE!

    GIÀ!… HO STRANI RICORDI DI STANOTTE… TU RICORDI TUTTO? IO NO… COMUNQUE TI SEI APPARTATO CON LA REGINA, QUESTO E’ CERTO

    NOI PARTIAMO, ADDIO! IN FUTURO SAREMO MOLTO PROPIZI CON VOI

    MA NASCONO BAMBINI DA QUESTE NOTTI?

    A VOLTE SI’, A VOLTE NO. SECONDO LE SACRE LEGGI CHE CI AVETE DATO, LI ACCETTIAMO COMUNQUE. OGNI TRIBU’ ALLEVA I SUOI.

    SE MUOIONO GIOVANI CONSERVIAMO I LORO CORPI. CI SONO, VEDETE, LE LORO MUMMIE

    SONO DI VARIE ETA’… TENIAMO PERFINO I LORO GIOCHI

    E QUELLI CHE SOPRAVVIVONO?

    DIVENTANO SCIAMANI

    SOMMO GUERRIERO, ADDIO! NON DIMENTICHERO’ UN VERO EROE…. SIATELO ANCHE CON LA VOSTRA DONNA.

    SIGNORA DEL CIELO ABBIATE CURA DI TENERE CON VOI IL VOSTRO UOMO E DIFENDERLO PER L’ETERNITA’. ADDIO!

    ALLORA… TI E’ TORNATA IN MENTE LA NOTTATA?

    NON TUTTA; RICORDO SQUAME DI COCCODRILLO…

    E TU? HAI RILEVATO DOVE ERAVAMO?

    SI’, IL TEMPIO DELL’AMORE ERA QUI… DOVE OGGI C’E’ LOREO

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