Se oggi l’autenticità delle persone è una caratteristica particolarmente rara, questa sicuramente vive nel giovane architetto di Lendinara (RO), Federico Ferratello. Uno stile immediato e diretto caratterizza tutta la sua produzione artistica, con sperimentazione di tecniche polimateriche dal forte contrasto ma al contempo dall’intrinseco significato emozionale.
Ferratello inizia il suo percorso di ricerca artistica dopo essersi laureato a Venezia presso lo IUAV, puntando ad approfondire tematiche e tecniche in diversi ambiti che vanno dalla scultura, pittura, design, Visual merchandising, vetrinistica. Al suo attivo ci sono mostre, riconoscimenti a livello nazionale, come la pubblicazione nell’Albo nazionale degli Artisti e nel Catalogo generale Archivio Monografico Arte Italiana Milano, Artista Accademico 2016-17 presso l’Accademia Tiberina Pontificia, Premio Chagall in occasione della Rassegna nazionale a Padova nel 2016, presentazioni, organizzazione di eventi a carattere culturale-artistico, interventi in qualità di curatore e critico d’arte.
La forza dell’architetto Ferratello sta in particolare nell’aver scoperto il VALORE e la FECONDITA’ della MATERIA, di trovare in essa una fonte d’ispirazione: legno, rame, metalli e argilla vengono esaminati, scrutati, assecondati affinché rivelino la loro latente potenzialità. In sintesi, l’artista recupera e ridisegna una nuova verginità del dato materiale. L’arte è un continuo inizio, e di ciò Ferratello è pienamente consapevole, come dimostra la sua diversificata produzione artistica.
Le sue opere sono espressione di un tutt’uno, che sa unire, nello stesso momento, classicismo e modernità, connotandole di un’impronta unica, segno distintivo della sua personalità. Le tematiche, scelte per le sue raffigurazioni, diventano sintesi di materia e di spirito.
Possiamo dire, senza alcuna ombra di dubbio, che la vena artistica che anima Ferratello segue principalmente due filoni: da una parte il fascino del mondo esterno e delle culture passate con le loro espressioni più segrete e misteriose, dall’altro la percezione della realtà; due movimenti che l’artista sa coniugare ed unire magistralmente, generando interessanti soluzioni artistiche, espressività profonde e diversificate luminosità.
Da questa sua continua tensione tra studio e sviluppo concettuale dell’arte classica con la moderna, Carla d’Aquino Mineo, critico d’arte, descrive così l’operato di Ferratello: “Nella continuità storica, la bellezza dell’arte è espressa con sapienza esecutiva che, nell’immersione di un mondo passato e nostalgico, coglie la raffinatezza formale e cromatica, l’accordo tonale, la vibrazione luminosa e la trasparenza atmosferica in un ardito realismo di cultura classica”.
Addentrandosi nel concetto di bellezza, eleganza e proporzioni, Ferratello è arrivato a sviluppare proposte di complementi d’arredo nel campo dell’interior Design, proponendo il suo Brand. Nell’interpretazione del quotidiano, il compito del Design è quello di progettare senza mai perdere di vista le due colonne portanti: FORMA e FUNZIONE.
Con questo concetto, le opere di Ferratello prendono forma, siano esse lampade, sculture, pannelli decorativi… Nascono nel segno del lavorare per sottrarre, con l’obiettivo di nascondere la complessità di una progettazione dietro alla bellezza delle forme;forme che dialogano sul piano emotivo con le persone fino a diventarne il vestito.
Dice un’antica massima cinese: “Se faccio capisco”, questo è il moto dell’architetto Ferratello che con le sue creazioni sta narrando una storia, la sua.
Il Delta del Po, tra acque, canneti, scogli e tramonti, rivive con forza nelle opere di Enzo Grimandi. Con la personale ‘Riflessi d’acqua’, l’artista bolognese ha esposto in Pescheria Nuova le sue realizzazioni artistiche caratterizzate da pennellate vive e dense di colore, attirando numerosi visitatori. E non è mancata la curiosità di scoprire un’altra faccia della nostra terra, quella vista dagli occhi di un artista non polesano.
Grimandi ripercorre i luoghi straordinari del delta del Po, gli scenari di acque lagunari, i capanni riflessi come immagini doppie, fuori dal tempo, molto suggestive. Le raffigurazioni urbane ritrovano una seconda vita specchiandosi nei suoi canali cangianti. Immagini magiche che trasmettono emozioni a chi ha conosciuto e ama questi luoghi, ma anche sorpresa e curiosità a chi non ha mai avuto la fortuna di visitarli.
Nella sala della Pescheria di Rovigo, accanto ai quadri dedicati ai “riflessi d’acqua” (una collezione comprendente una ventina di opere inedite) l’artista ha presentato anche una selezione di dipinti di anni passati, permettendo ai visitatori di farsi un’idea complessiva della sua lunga attività artistica.
Ma – gli chiedo – come ha fatto ad avvicinarsi al nostro Delta?
“Abitando io a San Giorgio di Piano ed essendo nato e vissuto in precedenza a San Pietro in Casale (entrambi comuni della città metropolitana di Bologna), il Delta del Po è sempre stato una meta privilegiata per gite al mare, passeggiate in bicicletta, scampagnate gastronomiche, visite a caratteristiche città d’arte”.
E’ vero che spesso non si conosce che il Delta del Po è per la maggior parte situato in Veneto e non in Emilia Romagna?
“Onestamente non mi sono mai preoccupato di sapere quali fossero i confini tra le due regioni, che probabilmente superavo spesso nelle due direzioni più volte nella stessa giornata. Quando ho deciso di fare opere sui riflessi d’acqua ho utilizzato molti scorci della Sacca di Scardovari senza scrupoli campanilistici… Erano troppo belli! Ho scelto invece consapevolmente di fare la mostra a Rovigo perché mi sembrava città più aderente e più vicina a questa natura bella e immobile. Salvata dalla modernità selvaggia. Proprio come Rovigo: bella e a misura d’uomo, posta tra due città “lagunari” nobili e decadute come Ferrara e la troppo turistica Venezia”.
Cosa l’ha affascinata dei paesaggi deltizi? Cosa l’ha ispirata?
“Io sono un uomo di pianura, una terra che amo tantissimo. Perché ha un orizzonte senza ostacoli, colori sempre stupendi in tutte le stagioni. Colori forti che sfumano in toni pastello verso l’orizzonte lontano. Ho chiamato la pianura ‘il mio mare’. Nel Delta ho incontrato il mare vero di pianura. Tranquillo e senza onde, sconfinato senza dare l’idea del mare, con i suoi canali misteriosi, che finiscono nel niente, le sue paludi piene di canne e di fiori. Le nebbie, le sue coltivazioni diverse, le sue zone umide. Un’altra pianura ai confini di casa mia, ma molto diversa con un fascino nuovo, meno chiassoso, più umile ma più riservata, più romantica”.
Come nasce un suo quadro? Dipinge dal vivo o no?
“I miei quadri “veri” li realizzo in studio, anche se ho dipinto molto anche en plain air. Quando decido di preparare una mostra passo in rassegna tutto il materiale fotografico che ho prodotto durante l’anno. Non prendo però mai in esame foto fatte all’estero durante i miei viaggi perché amo dipingere le cose ed i paesaggi che stanno attorno a me o nelle zone che frequento normalmente. Quando fotografo “vedo” il quadro per cui l’immagine già riflette una possibile realizzazione pittorica. Poi scelgo un tema, una zona, un percorso e seleziono quelle immagini che corrispondono a questo obiettivo. Dedico molto tempo a questa fase e poi a valutare la potenza delle immagini, il loro equilibrio, l’emozione che possono trasmettere. Poi inizio a dipingerle (proiettandole su un grande schermo come se fossi all’aperto) abbozzandole una dietro l’altra fino alla quantità che ritengo necessaria per la mostra (circa 15-18 tele), lavoro che porto a compimento nel giro di 4 – 5 mesi (invernali). Negli altri mesi mi dedico sopratutto all’acquerello specie durante i viaggi”.
Tornerà sul nostro Delta per conoscerlo meglio? Cosa vi ha scoperto?
“La realizzazione di questa mostra mi ha fatto scoprire un volto nuovo del Delta. Più nascosto, più romantico, più intimo. Siccome nel Delta torno spesso perché mi è sempre piaciuto per tanti motivi, cercherò di approfondire maggiormente questi aspetti che ho scoperto durante questo “viaggio”. Devo confessare, con tutta sincerità, che i quadri di Chioggia o di Murano o di Comacchio li ho sentiti un po’ come “cartoline doverose”. Quelli della Sacca di Scardovari, invece, li ho amati tanto, sia mentre li realizzavo che dopo. Credo che un occhio attento lo capisca”.
Quali altri soggetti predilige nei suoi lavori?
“Ho dipinto moltissimo l’estate: il colore dorato del grano, i balloni vaganti nella pianura, il giallo della colza, i cascinali e tutto quello che abitava la pianura d’estate. Poi ho dipinto i paesi di pianura animati dai mercatini, dalla gente in bicicletta, dalle piazze animate. Poi ho fatto anche l’autunno con i suoi stupendi colori decadenti. E poi l’inverno con la neve che copre la pianura lasciando in vista i casali dai colori di terra e gli arabesche degli alberi. E ancora: nature morte, ritratti ed altro che mi potesse dare emozioni che è il propellente per indurmi a iniziare un dipinto”.
Cos’è per lei la pittura?
“Una grande passione. Fin da giovanissimo ho iniziato a dipingere ad olio. Mi considero autodidatta: ho studiato molto per conto mio, utilizzando momenti di formazione privati. L’ho combinato con un mestiere molto diverso: amministrazione, finanza ed organizzazione aziendale. Che mi ha reso economicamente indipendente ed in grado di seguire la mia passione senza costrizioni. Ora insegno in due scuole di pittura, ma la mia è un’attività di puro volontariato”.
Enzo Grimandi nasce nel 1938 a San Pietro di Reno (Bo). Lavora attualmente a San Giorgio di Piano (Bo).
Un’attività manageriale nella finanza e nella gestione delle imprese, ha occupato tutta la sua vita professionale. Questo impegno, spesso intenso, non gli ha impedito di coltivare, sin da giovanissimo, una grande passione per la pittura, soprattutto a olio.
Professione e pittura si sono alimentati reciprocamente, quasi come un processo osmotico, dove gli spazi liberi da impegni professionali servivano anche per scaricare le tensioni dipingendo e dove ‘esercizio di una attività artistica stimolava nuove fantasie e innovazioni, in un lavoro che a volte appariva un po’ grigio e burocratico.
Con l’allentarsi del lavoro e con la disponibilità di tempo acquisita con il pensionamento, la grande passione è divenuta impegno principale con l’intensificarsi del tempo dedicato alla pittura e soprattutto con la possibilità di organizzare molte più mostre personali: i suoi lavori esibiti a un pubblico più ampio hanno ricevuto importanti e pregevoli giudizi critici.
Un’illustre figura femminile, indissolubilmente legata al Polesine, anche se mantovana di nascita, è Lucrezia Gonzaga, artefice a Fratta di una piccola corte rinascimentale, che costituì un qualificato punto di riferimento culturale per importanti personaggi dell’epoca.
Figlia del nobile condottiero Pirro Gonzaga (del ramo secondario dei Gonzaga di Sabbioneta e Bozzolo) e di Camilla Bentivoglio (a sua volta figlia del signore di Bologna Annibale II Bentivoglio e di Lucrezia d’Este), Lucrezia venne alla luce a Gazzuolo (MN), nel 1524. Trascorse i suoi primi anni nella corte paterna, piccola ma fervida di scambi culturali, frequentata da umanisti e uomini di corte come Baldassarre Castiglione e il frate domenicano Matteo Bandello, che aveva favorito le nozze dei genitori di Lucrezia e che fu poi primo precettore di lei e dei suoi fratelli.
Rimasta orfana di entrambi i genitori a soli cinque anni, nel 1529, Lucrezia fu affidata alla nonna materna, Antonia del Balzo, fino al 1537, anno in cui il cardinale di Mantova ritenne che la corte del suo parente Luigi Gonzaga a Castelgoffredo fosse un luogo più idoneo alla formazione della promettente Lucrezia; e le sue sorelle maggiori incaricarono proprio Matteo Bandello (nel frattempo divenuto segretario di Cesare Fregoso) di curarne l’istruzione. Non si conoscono i dettagli, ma di certo l’adolescente, che si distingueva per bellezza e intelligenza, fu avviata dal suo istitutore agli studi classici e filosofici, come testimoniano le doviziose citazioni e i colti riferimenti che caratterizzano i suoi scritti.
Nel 1541, all’età di 17 anni, la vita di Lucrezia subisce un improvviso mutamento. Venne infatti data in sposa al polesano Giampaolo Manfrone, capitano di ventura al servizio della Serenissima Repubblica di Venezia, discendente dal lato paterno da una nobile famiglia di tradizioni militari, mentre dal lato materno va segnalato che la madre era una Roverella, quindi tra gli eredi dello splendido palazzo che sorge in centro a Rovigo, fatto costruire dal cardinale Bartolomeo Roverella.
La coppia non optò però per la residenza rodigina, fissando la propria dimora nel rustico palazzo¹ che la famiglia Manfrone possedeva a Fratta, oltre ad altre proprietà a Costa di Rovigo. A Fratta Polesine Lucrezia, nel giro di pochi anni, avrebbe dato alla luce quattro figli, di cui sopravvissero solo Isabella ed Eleonora quest’ultima, morta poi anch’essa prematuramente.
Molto dissimili i caratteri dei due coniugi: tanto Lucrezia si manifestava riservata, interessata agli studi e propensa a relazioni culturali, quanto rude, irrequieto e litigioso si dimostrava Giampaolo Manfrone. Costui, soprannominato Fortebraccio, come il nonno (anch’egli capitano di ventura, ben più valido del nipote) solo cinque anni dopo, nel 1546, giunse, in circostanze non del tutto chiarite, ad attentare alla vita del duca Ercole II d’Este.
Progetto fallito, per cui cercò di sottrarsi alla cattura con la fuga, ma fu raggiunto a Poviglio dalle truppe del duca ed imprigionato in Castel Vecchio a Ferrara². A nulla valsero gli sforzi di Lucrezia, che si spese molto per la liberazione del marito, scrivendo a tanti potenti e a persone autorevoli, come comprova il suo ricco epistolario. Non trascurò nemmeno di recarsi ad incontrare di persona importanti autorità a Venezia, dove possedeva un palazzo di famiglia, mentre contemporaneamente inviava missive di incoraggiamento e conforto al marito prigioniero, che a suo modo amò, nonostante il comportamento arrogante e vizioso.
Dopo alcuni anni, Giampaolo Manfrone, logorato dall’insopportabile condizione di prigioniero, morì in carcere a Ferrara nel 1552.
Dovette essere veramente dura la vita per Lucrezia, lontana dalla terra natale, ove avrebbe potuto contare sui sostegni dei Signori di Mantova. Da sola, a Fratta, nel rude maniero presso lo Scortico, con due figlie piccole da crescere e la gestione del patrimonio familiare da curare, seppe comunque reagire, dimostrando una insospettabile forza d’animo. Si giovò in particolare del vivace clima culturale fiorito all’epoca nel Polesine, riuscendo a riprendere gli amati studi, che aveva dovuto abbandonare con il matrimonio, e trovando un sostegno nella fede vissuta con un forte fervore religioso (cristiano con qualche suggestione erasmiana).
Fu allora che assunse al suo servizio il giovane frattense Giovanni Maria Bonardo, studioso e scrittore, in stretti rapporti con l’umanista adriese Luigi Groto, perché la aiutasse nella gestione dei negozi domestici e negli impegni letterari. In breve, si venne così a creare una fitta rete di scambi culturali ed epistolari con personalità di spicco dell’epoca. Fulcro e centro irradiante divenne allora il palazzo frattense con i suoi giardini, dove gli ospiti amavano intrattenersi in conversazioni culturali. Un apprezzato punto di riferimento strategicamente situato in terra di confine – al crocevia tra il territorio veneziano, il ferrarese e il mantovano – che da poco stava crescendo di importanza anche grazie alla costruzione delle ville Badoer e Grimani (1554-’64).
Il palazzo del Manfrone, ingentilito dalle cure di Lucrezia e dalle attenzioni di Giovanni Maria Bonardo divenne pertanto un luogo ideale di ritrovo e scambio di idee (tra pensiero rinascimentale e suggestioni riformiste)³, per uomini colti, quali Ortensio Lando, Luigi Groto detto il Cieco di Adria, Francesco Thiene, Girolamo Ruscelli, e molti altri ancora⁴. La frequenza e lo spessore culturale di questi incontri indussero Lucrezia a fondare, con l’ausilio del suo segretario e protetto Giovanni Maria Bonardo, “L’Accademia dei Pastori Fratteggiani”, rete solidale di relazioni epistolari e amabili conversari nello spirito umanistico del tempo.
Le sue ampie e consolidate amicizie e frequentazioni con personaggi di rilievo della scena politica, culturale e religiosa dell’epoca, sono testimoniate dalla raccolta di 312 lettere in lingua volgare, che – fatto raro all’epoca – furono pubblicate a Venezia nel 1552 a cura di Ortensio Lando, con il titolo di Lettere della molto illustre Sig. la S.ra donna Lucrezia Gonzaga da Gazuolo con gran diligentia raccolte, e a gloria del sesso femminile nuovamente in luce poste. Con l’edizione veneziana delle sue lettere, Lucrezia Gonzaga entrò di diritto nella non ristretta cerchia di donne annoverate – fatto anche questo inconsueto – nei ranghi ufficiali della società letteraria del Cinquecento⁵.
Ma un’ombra si stagliò sulla sua esemplare e stimata condotta, insieme a tre “madonne”, con le quali aveva dato vita ad un cenacolo femminile eterodosso: Isabella Mainoldi Gonzaga, Vittoria Martinengo Gonzaga e Caterina Sauli. Su di esse ben presto circolarono sospetti di eresia per le loro convinzioni dottrinali e in particolare per le frequenti citazioni erasmiane di Lucrezia, anche se inizialmente poterono fruire di un clima indulgente da parte delle autorità. Una situazione questa che cambiò improvvisamente nel 1567, quando si riversò un’ondata inquisitoria sul mantovano a seguito della sostituzione del tollerante Ambrogio Aldegati (per altro imparentato con le nobili e il duca regnante) con l’inquisitore intransigente Camillo Campeggi. Le quattro nobildonne furono condotte davanti al tribunale dell’Inquisizione, costrette ad abiurare in segreto e confinate in un monastero fino alla sentenza.
In seguito al processo, Lucrezia abbandonò la militanza eterodossa, diminuì sempre più i rapporti con il Lando, ritirandosi a vita privata. Visse pertanto l’ultima parte della sua esistenza in modo ritirato, rinunciando a rimaritarsi, curando invece il matrimonio dell’unica figlia sopravvissuta Isabella con il nobile Fabio Pepoli, da cui ebbe gloriosa discendenza. Lucrezia diradò la sua presenza a Fratta, scegliendo di vivere i suoi ultimi anni a Mantova, dove morì di febbri l’11 febbraio 1576 a soli 52 anni
La “Settimana dei Beni Culturali ed Ambientali”, dedicata lo scorso dicembre al Rinascimento, ha portato l’attenzione su opere d’arte e personaggi polesani legati a questo originalissimo periodo storico, che da sempre costituisce per l’Italia un luminoso polo di attrazione culturale e turistica a livello mondiale.
Tra le altre figure, su cui si è acceso l’interesse, va ricordato l’artista rodigino Francesco Xanto Avelli (1486-1542), date presunte, di cui si vedrà di fornire qualche chiarimento nel corso del presente scritto), diventato famoso nel Cinquecento come pittore di ceramiche e maioliche, soprattutto ad Urbino e Pesaro, territorio all’epoca caratterizzato dalla Signoria dei Della Rovere.
Oltre a questo impegno – di cui si trovano oggi testimonianze nei più importanti musei del mondo¹ – c’è però un altro aspetto poco noto, che riguarda l’artista rodigino, e che sicuramente gli rende ulteriore onore: la sua attività di compositore di testi poetici. Insomma un progetto nella vita di Xanto, che lo qualifica come cultore anche delle “humanae litterae”, e pertanto apprezzabile come personaggio dai molteplici interessi, davvero rappresentativo dell’epoca della Rinascita. Un periodo storico questo caratterizzato da grande creatività, che vide operare molti talenti, perseguendo il modello ideale dell’uomo “faber fortunae suae”, che per l’Avelli dovette di certo rappresentare un riferimento primario nel corso della sua vita.
Le poesie di Xanto – si tratta di sonetti in endecasillabi – sono giunte a noi tramite una raccolta manoscritta (formata da 44 composizioni) facente parte del Fondo Urbinate, attualmente conservato presso la Biblioteca Vaticana². Sono dedicate a Francesco Maria della Rovere, duca di Urbino, la cui corte fu assiduamente frequentata dall’artista rodigino.
Ma entriamo subito in argomento, rivolgendo l’attenzione al 14.mo sonetto della serie, interessante anche perché caratterizzato da riferimenti autobiografici che ci permettono di conoscere, almeno in parte, la pluralità di interessi e gli obiettivi di Xanto.
Va detto che il testo poetico non è di immediata comprensione, anche perché ricco di metafore come si usava all’epoca. Cercheremo pertanto di fornire spiegazioni utili a chiarire il pensiero espresso da Xanto Avelli, che nella sua composizione ci parla del desiderio di dedicarsi, oltre che alla pittura vascolare, anche alla poesia.
Vediamo.
Con molta pace del sacrato alloro stavami un giorno assai vicino all’acque in che Phetonte ruinando giacque con longa infamia d’ogni suo decoro,
et dell’eccelsa e fertil Rover d’oro l’alt’e chiare virtù con ella nacque io volea già cantare, quand’in sé tacque la lingua, ond’io mancai del bel lavoro;
Non senza gran cagion perdei la voce nel cominciar dell’honorato canto là ’ve desio d’honor m’avea spinto
però che in grembo alla Thebana Manto salvarsi vidi da un leon feroce di dolente cipresso il mio Sol cinto.
Dunque Francesco Xanto Avelli, meditabondo e in pace con se stesso, pago dei successi già ottenuti in campo artistico (con molta pace del sacrato alloro), in una bella giornata primaverile del 1516 (si vedrà poi come è possibile stabilire con precisione l’anno), se ne stava in riva al Po dove Fetonte aveva concluso il suo tragico volo vedendo così disonorato il suo nome (assai vicino all’acque in che Phetonte ruinando giacque / con longa infamia d’ogni suo decoro).
Xanto Avelli ci informa poi che stava progettando una nuova avventura: sperimentare la sua vena letteraria e divenire cantore (volea già cantare) delle imprese di un personaggio di spicco, quale si presentava all’epoca Francesco Maria della Rovere (1490-1538), duca di Urbino, indicato metaforicamente nel componimento come “fertil Rover d’oro”.
Nel proseguo apprendiamo che però un ostacolo gli bloccò la possibilità di cimentarsi nella nuova sfida: “…in sé tacque la lingua, / ond’io mancai del bel lavoro”.
Ma cosa impedì all’artista rodigino di perseguire il suo disegno letterario?
Tornando alla lettura del testo poetico, scopriamo che la grave causa che frenò l’espressività di Xanto – ovvero la “cagion (per cui) perdei la voce / nel cominciar dell’onorato canto” – fu dovuta alla precipitosa fuga del Duca da Urbino. Egli dovette infatti rifugiarsi a Mantova, “in grembo alla Thebana Manto”, per cercare salvezza dalle insidie di “un leon feroce”. Una storia molto penosa, questa, cosicché Francesco Maria della Rovere, (“il mio Sol” così lo indica Xanto), visse giornate di lugubre depressione, “di dolente cipresso cinto”.
Ma chi fu il “leone feroce” che indusse Francesco Maria della Rovere alla improvvisa fuga da Urbino per trovare rifugio a Mantova?
Si tratta di Papa Leone X³, importante personaggio della potente famiglia fiorentina dei Medici che, una volta salito al soglio pontificio, volle scalzare i Della Rovere da Urbino per insediarvi un suo nipote, Lorenzo dei Medici (che portava lo stesso nome del famoso Magnifico morto nel 1492).
Francesco Maria della Rovere, in virtù del matrimonio celebrato una decina di anni prima con Eleonora Gonzaga, inseguito militarmente nonché scomunicato dal papa, trovò dunque rifugio a Mantova alla corte di Federico Gonzaga. Un fatto questo storicamente ben documentato, che ci porta all’anno 1516 (ecco risolto il quesito della data a cui fa riferimento il sonetto senza indicarla esplicitamente), in un’epoca, quella del Rinascimento, in cui, accanto all’incredibile fioritura delle arti, nelle corti dell’Italia si ordivano congiure di palazzo e si progettavano sanguinosi scontri militari. Con rapidi capovolgimenti delle fortune delle varie casate italiche, e con il risveglio degli appetiti da parte di sovrani stranieri, interessati ad accaparrarsi porzioni del suolo del Bel Paese⁴.
Di questa concitata epoca, caratterizzata da tragici fatti di sangue, ma contemporaneamente prolifica sotto il profilo artistico, fu testimone – e anche protagonista nella sua veste di artista e letterato – Xanto Avelli. Delle tumultuose vicende del tempo egli infatti lasciò la sua originale testimonianza sia nella propria raccolta di sonetti – dedicata al suo ideale mentore, ovvero Francesco Maria della Rovere, – sia in alcuni dei suoi piatti istoriati.
E per comprendere meglio la sua volontà di cimentarsi non solo quale pittore di ceramiche, ma anche nell’ambito letterario, è bene volgere lo sguardo ad un’altra sua composizione poetica nella quale pure sono presenti annotazioni autobiografiche che chiariscono le sue motivazioni.
Vediamo.
Ornata di diversi bei colori l’alma pittura mia fedel nutrice sperando farmi tal qual le lice, tutto m’infuse nei suoi sacri odori.
Et trassemi a mostrar l’armi e gli amori del stuol dannato e del splendor felice sì come del mio ben vera radice e luce et aura alli miei primi fiori.
Ma non anco venuto a sei lustri er’io per tal sentier, ch’a un Rover d’oro amor mi trasse e disse: or scrivi il vero.
Così tra due, di par canto et coloro l’antiche historie et gli onorati Illustri oggi per lor virtù degni d’impero.
Si tratta del sonetto III, in cui Xanto fa riferimento alla base della sua formazione, che lo portò a divenire un pittore di talento: “L’alma pittura …tutto m’infuse nei suoi sacri odori” ovvero la nobile pittura mi coinvolse profondamente; “et trassemi a mostrar l’armi e gli amori”, pertanto mi condusse a dipingere scene con immagini epiche e amorose, partendo dalle prime realizzazioni artistiche, indicate come “alli miei primi fiori”.
Ma ecco la svolta quando, all’età di quasi trent’anni (“sei lustri”), mentre ancora seguiva il sentiero della pittura, improvviso nascere il richiamo verso la scrittura, indotto da una sorta di imperativo categorico: “or scrivi il vero”. Una esortazione questa ispirata dalla grande stima (amor) provata verso il “Rover d’oro”, ovvero Francesco Maria della Rovere.
Cosicchè – conclude il suo sonetto Xanto – oggi mi divido tra l’espressione poetica e la pittura, seguendo entrambe le strade: “di par canto et coloro”. Specificando poi quali siano le tematiche delle sue attenzioni letterarie ed artistiche: “l’antiche historie et gli onorati Illustri, / oggi per lor virtù degni d’impero”, ovvero racconti desunti da narrazioni antiche e anche personaggi famosi del suo tempo.
Dal raffronto dei due sonetti, caratterizzati da cenni autobiografici, alcuni studiosi hanno pensato di poter risalire alla data di nascita di Francesco Xanto Avelli, non essendosi trovato alcun documento utile a Rovigo. Città questa – è bene ricordarlo – della quale l’artista si è sempre proclamato originario, apponendo questa indicazione geografica dopo il proprio nome sui suoi piatti istoriati.
Chiariamo meglio. Xanto stava per compiere i 30 anni (lo afferma in questo secondo sonetto, indicando i sei lustri) quando decise di dedicarsi alla scrittura (“or scrivi il vero”), poetando in onore di Francesco Maria della Rovere. La conoscenza con il Signore di Urbino è probabile sia avvenuta durante l’esilio del Duca a Mantova causato dal “Leon feroce”, (di cui si parla nel primo sonetto esaminato) nel 1516. Sottraendo da questa data i trent’anni di vita, si giunge dunque al 1486, anno presunto della nascita di Xanto.
Se all’artista rodigino non mancarono durante la sua laboriosa esistenza riconoscimenti e commissioni di qualificati lavori come pittore di maioliche, va anche detto che egli dovette considerare di importanza tutt’altro che secondaria il suo impegno letterario, opportunità fondamentale per elevarsi non di poco nei confronti dei colleghi ceramisti dell’epoca.
Rispetto alla pittura vascolare, che al tempo poteva essere considerata come un’abilità prevalentemente tecnica, quella letteraria assumeva una connotazione di più ampio prestigio, favorendo così le frequentazioni di Xanto presso la corte dei Della Rovere⁵.
Detto questo, va però chiarito il ruolo di Xanto poeta. In realtà i suoi versi non si presentano di levatura eccelsa, ma di sicuro interesse, questo sì, soprattutto perché ci offrono spunti per conoscere meglio l’artista rodigino, il quale si prodigò solertemente per accreditarsi come personaggio di talento e uomo di cultura nell’ambito del singolare periodo storico in cui visse ed operò.
Da sottolineare poi come Xanto sia stato un profondo conoscitore dei miti (a cui attinse a piene mani per le scene istoriate nelle sue ceramiche), ma anche non digiuno della storia del passato, e di certo consapevole degli avvenimenti di portata storica dei suoi giorni. Oltre alle opere dei classici, conosceva sicuramente bene anche la Divina Commedia e le poesie del Petrarca, autori dei quali si avverte un’eco in alcuni suoi versi.
Insomma fu un uomo versatile, pronto a sperimentarsi in vari ambiti; un personaggio impegnato che, nel contesto del Rinascimento italiano, lasciò una traccia tuttora viva, che va meglio valorizzata.
In ogni parte del Polesine, secondo i racconti dei più anziani, tutto il sottosuolo della terra polesana è percorso da strade di cui si è per lo più persa la memoria.
Ci sarebbe un reticolo di gallerie che s’intersecano. Un vero labirinto di grotte, di tunnel, di vie e passaggi segreti, di sentieri misteriosi. Si racconta di varie gallerie che partirebbero da Corcrevà, dove esisteva una grangia dei frati: una galleria – secondo la narrazione – si spinge verso la chiesa della Tomba alla periferia di Adria; arriva ancora fino a Bellombra e poi devia verso la piana dei Dossi, un territorio che si sviluppa verso il Po da Gavello a Bottrighe e Panarella. Ancora, un camminamento sotterraneo va da Bellombra a Villanova Marchesana, passando sotto l’argine dei Frati Certosini. E poi da Gavello a Sisimati, da Papozze a Corbola, fino ad Ariano e a Mesola di Ferrara e poi ancora fino a Ferrara stessa passando per San Basilio.
Nel Polesine si vocifera ancora oggi di gallerie e di tesori nascosti un po’ ovunque. A Frassinelle Polesine in contrada Cornera si crede che ci sia un tesoro nascosto. C’è un tunnel che si spinge fino ad una villa, oggi demolita per i lavori di rettificazione del Canalbianco, dalle parti del passo per Villamarzana.
Anche dal castello di Rovigo si diramerebbero diverse gallerie sotterranee, alcune grandi e spaziose tanto da passarci una carrozza con i cavalli. Cunicoli mai individuati nonostante gli studi fatti per il restauro del complesso del castello anche in periodo recente.
Altri tunnel e gallerie. disseminano le terre dell’alto Polesine e uniscono i conventi e le antiche pievi della zona. Sicuramente – secondo i racconti tramandati dalla tradizione – uno di questi tunnel si dirige da Adria verso il castello di Rovigo. Secondo qualche narrazione proprio in questa galleria avvenne la tragedia dello sprofondamento della carrozza d’oro di Re Atrio, mitico fondatore di Adria, più popolarmente conosciuto come re Adriano, con la perdita dell’immenso tesoro dell’antico sovrano.
Un’altra galleria si afferma spingersi verso la torre di Lusia o Villa Molin.
La fantasia della gente ha poi dotato di cripte, gallerie, anfratti sotterranei ogni chiesa, ogni palazzo, ogni monastero o convento che si potrebbe raggiungere in segreto per vie sotterranee.
Tutte queste cripte, urne, grotte, fosse, sprofondamenti sarebbero custodite da esseri mostruosi e repellenti come anze e carbonazi sibilanti, marassi e bisse bobe gigantesche e altri esseri spaventevoli, non esclusi i diavoli e le streghe, che non permetterebbero a chicchessia solo di avvicinarsi. Qualcuno, che vi ha tentato, non è mai più ritornato a raccontare la sua avventura. Fantasie, direbbe qualche scettico, solo fantasie. In effetti è difficile non dargli torto.
Tuttavia, pentole e olle e paroli de palanche sono disseminati ovunque, lasciati qui non solo dal mitico Re Adriano e dai Paladini di Carlo Magno, ma perfino da Garibaldi, la cui spada, incastonata di perle, è ancora qui nascosta. L’assillo è rimasto e rimane ancora oggi, nella speranza che verranno i tempi in cui le radici di ogni leggenda vedranno la luce.
Allora ai nostri occhi compariranno civiltà perdute, luoghi e lingue sconosciute, si udranno nomi dimenticati. O forse la terra morirà e porterà con sé tutti i suoi segreti e tutto sarà silenzio. Per sempre.
Ci fu un tempo in cui misteriosi viaggiatori furono in grado di attraversare i limiti tra i mondi e a raccontare agli uomini cosa si cela di là del tempo e dello spazio. Ora di tutto questo rimangono solo leggende e miti.
Nell’età dell’oro e della fantasia tutto diveniva credibile, anche l’impossibile. Solo la mente umana è capace di creare, nelle tribolazioni, mondi possibili con i quali convivere e con i quali coesiste, anzi ne arricchisce continuamente la consistenza.
Io mi prefiguro il servo della gleba del Polesine di secoli fa, schiavo del bisogno, che si immaginava una realtà che era una speranza, dove era sufficiente gettare le reti nel Po per vedere i pesci saltarci dentro. E le spighe e le messi crescere rigogliose con facilità.
Ci fu un tempo in cui le spighe erano ancora più ricche, dove il chicco cresceva grosso e grasso dalla radice alla sommità. A mietere non bastava la falce messoria, il popolare segheto, occorreva la scure perché lo stelo era grosso come un albero.
Tempi favolosi, età dell’oro, certo, dove una spiga bastava a sfamare tutta la famiglia per un intero anno.
Perché allora tutto questo ben di Dio, non esiste più?
Gli uomini man mano che hanno perso la loro innocenza, sono diventati ingordi, egoisti e cattivi e il Signore un giorno, stanco, scese dal cielo per rendersi conto della ragione di tanta degenerazione. Fu così che, mentre passava per i campi di grano ricchi e rigogliosi, strizzò dal fondo la spiga che da allora germogliò solo sulla cima.
Così è capitato dei Favolosi Paladini che avevano messo dimora ad Ariano, ma un bel giorno non ci furono più e non si sa dove siano andati, lasciando sepolti sotto le fondamenta della chiesetta di san Basilio favolosi tesori, che nessuno mai ha toccato.
Ancora oggi qualcuno crede di potere scavare e trovare i mitici tesori della leggenda. Occorrono però certi accorgimenti. Bisogna, ad esempio, sapere trovare la chiave segreta, i segni appunto, possedere le verghe magiche e le palle simpatiche, capaci di trovare la chiave dei tesori nascosti. O catturare anche fortuitamente un talismano capace di aprire l’arcano, come il cappuccio rosso di Salvanello o del Masariolo o il pesce dorato e magico, detto la maramàcola. Chissà!
Sessant’anni or sono, alla vigilia della plurisecolare Fiera di San Marco, un fatto insolito galvanizzò i cittadini di Lendinara, i quali assistettero ad una delle cerimonie più solenni e folcloristiche del tempo: i funerali della Regina degli Zingari di etnia Rom, di nome Mimì Rossetto.
Se ai nostri giorni il termine “zingaro” appare politicamente scorretto – al punto da essere bandito dai siti di pubblica condivisione in un illogico (a mio avviso) tentativo di azzerare i pregiudizi a scapito del background culturale che accompagna vocaboli di solida tradizione – il generoso tributo accordato alla sovrana in occasione della sua morte sopraggiunta il 24 aprile 1958 nella sua tenda accampata nel Piazzale dei Frati (Piazzale dello Statuto), conferì un’imprevista e dignitosa aura a quell’immenso tripudio di genti nomadi accorse a Lendinara da ogni parte d’Europa.
Seppur innegabilmente dissonante con gli infantili scenari nei quali gli “zingari” rappresentavano misteriosi e inquietanti personaggi – verso i quali i genitori ci mettevano in guardia elencandone, tra realtà e fantasia, i più significativi misfatti – la partecipazione ai funerali, soprattutto da parte della cittadinanza lendinarese, fu davvero considerevole e rimane a tutt’oggi uno degli eventi più ricordati e noti anche alle generazioni successive.
“Qualche decennio dopo il famoso funerale” racconta l’amico Lorenzo, “a bordo di una corriera nella zona dell’agordino, mia moglie ed io fummo spiacevolmente sorpresi nell’apprendere di come la nostra cittadina, dal glorioso e intramontabile passato, fosse riconosciuta unicamente come il luogo in cui avvenne la morte di Mimì, la Regina degli zingari”.
“Allora avevo quasi dieci anni – ricorda Silvana -. Il giorno del funerale le suore dell’Istituto S. Caterina sospesero le lezioni e ci allinearono all’esterno della scuola, per assistere al passaggio del corteo funebre”.
E ancora, Renato: “Ero bambino delle elementari quando riuscii ad intrufolarmi nella tenda montata all’ingresso del piazzale di S. Francesco, ma rinunciai in fretta alla bravata non appena mi resi conto delle immense sofferenze che stavano portando alla morte colei che, in quel momento, percepii solamente come una persona degna di rispetto”.
La notizia della morte rappresentò il grande scoop giornalistico sulla Gazzetta Padana del 26 aprile 1958, a firma di Ferruccio Zapponi, noto giornalista e fotografo, nonché figlio dell’allora segretario comunale lendinarese Agostino Zapponi, che colorirà il reportage con sapienti pennellate di humor.
L’accampamento in Piazzale dello Statuto
La Rai e la stampa internazionale si mossero al seguito dell’ultima fase dell’esistenza della sovrana, che morì – come si addice ad una zingara – nella sua tenda, circondata dagli anziani e dai fuochi da campo della sua tribù.
L’eco del suo carisma si diffuse anche in ambito letterario nelle suggestive fanciullesche esperienze di Daniel Picouly, ove risuonano l’angoscia e l’impavida eccitazione delle segrete e avventurose imprese. “…È stato quella sera che mi sono avvicinato all’accampamento degli zingari…gli zingari rubano i bambini!…Quella volta scendevano in Italia per il funerale della loro regina. Si chiama Mimì. Così ci ha spiegato un vecchio tutto incartapecorito che ci voleva reimpagliare le sedie” (Il Campo di Nessuno, Feltrinelli, 1996).
O attraverso la penna di Ferdinando Camon che ne “La vita eterna” (Garzanti, 1972) cita Lendinara e la morte della regina nella sua discesa nell’aldilà scortata da un insolito rituale avvenuto tra i pretendenti al privilegio. “…nella Vita eterna ho chiamato Zaira la regina degli zingari venuta a morire a Lendinara. In verità non so come si chiamasse la regina. Io la vidi morire su un letto sontuoso, in mezzo a una tenda sorretta da pali tortili e dorati, tra una selva di auto con targhe straniere”.
Ne scriveranno anche Jean Paul Clèbert in “Les tsiganes” (Arthaud,1961) e Carlo Castellaneta in “Tante storie” edito da Rizzoli nel 1973.
Furono le complicanze di una severa malattia cardiaca a causare la morte, seguita all’agonia iniziata alle ore 14 del 21 aprile presso l’Ospedale Civile di Lendinara, dove la regina era stata ricoverata in condizioni disperate.
La permanenza nel luogo di cura fu breve; sentito il parere dei medici che decretava l’imminenza del decesso, la regina venne trasportata nella sua tenda, per accogliere la morte secondo il costume “Rom”.
Il 24 aprile 1958, alle ore 11 e 10, dinanzi al M° Giovanni Olivo, Assessore e Ufficiale dello Stato Civile, per delegazione avuta, del Comune di Lendinara, il nipote Mario Rossetto nato a Bilbao nel luglio del 1923, meccanico, residente a Fontanella (BG), scortato dai testimoni Targa Giuseppe e Tinazzo Giuseppe di Lendinara, dichiara l’avvenuta morte della regina. (Va fra l’altro segnalata una coincidenza registrata nel mondo tzigano: la morte quasi in contemporanea di Rossetto Nella Mimì, dei furono Michele e Rossetto Mara, nata a Bilbao nel 1895, cittadina apolide tzigana, nubile, residente a Fontanella con iscrizione provvisoria spentasi alle ore 7 e 35 dello stesso giorno).
Numerosissimi gli articoli apparsi sulla stampa di ogni Paese che riportano interviste sulle ultime ore della regina, le quali fruttano ai seguaci del popolo rom indiscutibili benefici economici. I nomadi, seguendo le indicazioni testamentarie della regina, avevano infatti fissato un prezzo per la carta, per i fotografi e i cameramen: la faccia della regina sul letto di morte, 30.000 lire e 20.000 a una distanza di 15 metri e 5.000 lire per una zingara piangente.
Ben poca cosa, tuttavia, rispetto alle ingenti ricchezze che sembravano appartenere alla Rossetto consistenti in oro e preziosi per parecchi milioni di lire oltre ai quasi altrettanti in denaro contante e sulla cui collocazione sarà interrogata attorno al letto di ospedale dai reggenti la tribù, Dindo, Pepi, Marika, Janko e Dino Rossetto, mentre ella, ormai quasi fuori di conoscenza, chiamerà invano il nipote Jardtz assente da Lendinara. Da ben tre giorni la regina non riusciva a bere grappa né a fumare la sua grossa pipa, come era sua consuetudine.
La successione della sovrana si prospettò piuttosto ardua; secondo alcune fonti la cerimonia di proclamazione avverrà nel mese di settembre a Gonzaga. Intanto il suo popolo dovrà sottostare alle regole imposte dall’osservanza del lutto: niente fumo e alcool, né rasatura per gli uomini e il divieto all’accesso in pubblici locali per un periodo di sei mesi.
Nella camera ardente, allestita sotto la tenda, al tepore emanato dal fuoco di un piccolo braciere, il volto della regina appare finalmente sereno, il suo corpo è coperto di fiori che si confondono con i colori dello splendido abito di seta; al polso destro un vistoso bracciale e un anello a forma di serpente al dito. Un rosario tra le mani; poche monete d’argento per il pagamento del pedaggio verso l’eternità o, secondo una diversa interpretazione, per tutta la strada finora percorsa. Due aerei a bassissima quota sorvolano la tenda, gettando i primi fiori come omaggio alla salma della regina.
Dopo l’estremo sacramento impartito da Don Giuseppe Navarro, in quegli anni parroco di S. Biagio, il rogo purificatore che distruggerà l’itinerante dimora di Mimì assieme agli oggetti personali.
L’estremo saluto
Il giorno sabato 26 aprile, celebrate le esequie da parte di monsignor Ennio Giusberti già parroco di S. Sofia, la bara viene trasportata al cimitero di Lendinara nella tomba tuttora conservata, nonostante fosse stata ipotizzata la destinazione finale presso il comune di Seregno.
I funerali, cattolici, furono diretti da Don Dino Torregiani di Reggio Emilia, il prete degli zingari, chiamato da uno dei nipoti. Cinquemila le presenze stimate al corteo funebre, tra i suoi seguaci e i cittadini lendinaresi attratti da un evento fuori dall’ordinario che darà vita ad una vastissima e pregiata produzione foto-filmografica di indubbia suggestione.
La vicenda lendinarese sarà documentata accanto a fatti di rilevanza internazionale, quali l’inaugurazione a Ravenna del nuovo impianto chimico per la produzione della gomma sintetica e dei fertilizzanti e della cerimonia per la prima legislatura del nuovo stato federale delle Indie Occidentali alla presenza della principessa Margaret, e rimarrà a buon titolo parte integrante della storia del nostro Paese.
Da sempre presente nel cuore dei badiesi, l’artistico Teatro Sociale ebbe a registrare nel 1896 la grande novità dell’illuminazione, utilizzando come propellente l’acetilene.
All’epoca l’iniziativa fu salutata con grande entusiasmo. Ne parla con toni trionfalistici un redattore del Corriere del Polesine che definisce l’installazione come un esperimento unico, “non ancora fino ad oggi tentato in Italia”. Lo ricaviamo da un articolo pubblicato sul giornale rodigino il 4 settembre 1896, di cui riproponiamo di seguito ampi stralci.
Il pezzo giornalistico è riportato nel volume manoscritto di Eugenio Baruffaldi (1862-1944) intitolato “Ricordi Badiesi”¹. Nel volume c’è una sezione proposta con la dicitura Articoli di giornali, scritti da me o da altri concittadini, riguardanti le patrie memorie. In calce Baruffaldi ha annotato: G. Marchesani, evidentemente un concittadino o un buon conoscitore di fatti inerenti la cittadina che inviò il suo scritto al Corriere del Polesine.
L’articolo, oltre all’eclatante notizia, ci dà anche alcune informazioni sull’allestimento di allora del teatro.
[…] Era vivamente atteso l’esperimento definitivo, non ancora fino ad oggi tentato in Italia per il numero ragguardevole di fiamme (41) e per le difficili condizioni di funzionamento, quale presenta un luogo chiuso e per giunta affollato. E l’esito ci affrettiamo a registrarlo, ad onore degli inventori Signori Kerbs ed Armellini e della Ditta Piana² di qui, assuntrice dell’impianto in questo Teatro Sociale.
L’elegantissima sala era addirittura inondata da un mare di luce quieta, costante, splendidissima che pioveva dal grazioso lampadario centrale del Proscenio, come nell’Atrio e nella Sala Superiore e nel caffè. Lo sfarzo di luce era tanta che l’orchestra ha suonato senza le proprie lucerne. È proprio il caso di dire che le nostre signore e signorine stasera le ammiravamo “raggianti di pallor”.
L’esperimento non poteva riuscire più perfetto ed il successo del prezioso Apparecchio ebbe la solenne conferma di ben meritato e completo trionfo. Sabato e Domenica prossima nelle due ultime recite della fortunata nostra “Mignon” si ripeterà l’esperimento di questa ammirabile, nuovissima sorgente di luce che tanto vivamente interessa il pubblico per la facilità con cui si ottiene.
Il nuovissimo apparecchio allestito dal polacco Emilio Kerbs di Pomerania (Stettino) e Giovanni Armellini di Polesella (Rovigo) aveva ottenuto il Brevetto Governativo che era stato però subito acquistato dalla potente ditta B. Camona di Sesto San Giovanni (Milano). Questa azienda era rappresentata in Veneto dal noto industriale badiese Giuseppe Piana, che ne aveva iniziato la commercializzazione e le prime istallazioni.
[…] Alla splendida luce del nuovo gas, alla facilità estrema di produrlo la maggior parte del pubblico si entusiasmò, ognuno volle provare a fabbricarsi il gas e mostrare agli amici la sua potente forza illuminante, ne venne da ciò, che sorsero da ogni parte innumerevoli inventori e fabbricanti di apparecchi, pochissimo studiati e male concepiti […].
L’articolo prosegue con una lunga esposizione del tecnico della Ditta Piana sulle caratteristiche costruttive di uno strumento efficiente ed affidabile per l’illuminazione. Non si trattava solo di mettere in contatto i due elementi (carburo e acqua), bensì di trovare un sistema che garantisse un funzionamento semplice, continuo, senza timori di guasti e di interruzioni. Il gas prodotto poteva esaurirsi velocemente e quindi si sarebbe dovuto ripulire, aggiungere carburo o di nuovo acqua. Lo strumento proposto dagli inventori Kerbs e Armellini risolveva tutti questi problemi.
Queste caratteristiche erano la soluzione innovativa per ogni situazione, ma per un Teatro, come si può facilmente intuire, era certamente quella ottimale perché consentiva lo sviluppo dello spettacolo senza disturbi o interruzioni.
L’articolo si conclude con l’affermazione dell’oratore della ditta Piana che l’apparecchio “Phoebus”, così era stato battezzato, avrebbe presto ottenuto “l’approvazione generale, una rinomanza altissima e l’acetilene finirà per trionfare su tutti i sistemi di luce”.
Dopo appena un mese (febbraio 1898, Corriere del Polesine) da questa prima sperimentazione con l’acetilene, nei giornali già si parlava della nuova illuminazione a GAZ a Badia Polesine e cioè di un progetto di una ditta di Milano che avrebbe realizzato un nuovo impianto d’illuminazione per la città.
Fino ad allora in Badia esistevano una settantina di fanali a petrolio che con le loro “languide fiammelle” poco svolgevano la loro funzione.
La città dopo il tramonto era in uno stato semibuio e solo fino alle ventitré, lasciando poi tutte le vie in un buio pesto fino al mattino. Gli sventurati cittadini che dovevano prendere i primi treni dovevano cercare la via per la stazione con non poche difficoltà.
Era in scadenza il contratto quinquennale con la ditta dell’illuminazione a petrolio per cui il nuovo progetto a GAZ venne presentato in Consiglio Comunale dall’Assessore Camillo Dal Fiume.
Si prospettava anche il potenziamento dell’impianto con l’installazione di 100 lampade, la metà delle quali sarebbero rimaste accese fino al mattino.
Non sappiamo come andò a finire, nei documenti di Baruffaldi non vi sono altri accenni in merito ma, presumibilmente, la proposta venne accettata perché la fornitura di luce a petrolio era a termine. Il nuovo appalto prevedeva un accordo col comune di 25 anni, ma era già alle porte l’avvento della corrente elettrica
La storia dell’Adigetto s’intreccia con quella dei principali centri abitati del Medio Polesine (nell’area compresa fra il fiume Adige e il Canalbianco) che tanta parte hanno avuto nello sviluppo dell’intero territorio provinciale. Il legame fra questo storico corso d’acqua e le entità urbane da esso attraversate – Badia, Salvaterra, Ramodipalo e Rasa, Lendinara, Villanova del Ghebbo, Costa e Costiola, Roverdicrè, Rovigo, Buso, Ceregnano, Villadose, Cambio, Cà Emo, Valliera e Fasana – è profondo. Infatti tutte queste località sono sorte sulle sue rive fra l’ottocento e l’anno mille d.c., e proprio grazie alle sue acque si sono sviluppate, rappresentando ancora oggi punti di riferimento importanti per l’urbanistica e l’economia polesana.
Il “flumen vetus”
Il “canale” (così viene per lo più indicato dai polesani) non era certamente quello che conosciamo oggi, ma in origine era un vero e proprio fiume, tanto da essere definito flumen vetus (Vecchio Adige) per l’imponenza delle sue acque che scendevano verso il mare con l’impeto di un torrente non arginato. Si presentava come uno dei due rami del fiume Adige: quello più a nord – il principale – correva indisturbato verso i colli Euganei, lasciando in eredità agli abitanti il suo nome: Este, da Athesis, Adige, e il secondo svolgeva il suo corso proprio nel Medio Polesine. L’Adigetto ebbe origine con la rotta del Pinzone, oggi Bova di Badia Polesine, avvenuta nel 950 d.c., caratterizzandosi nel tempo come un ramo secondario dell’Adige. Da allora l’uomo, consapevole di poter disporre di una risorsa idrica tanto importante, ha pensato di imbrigliare la forza di questo corso d’acqua con arginature e sostegni eseguiti prima con materiale legnoso e poi, con l’evolversi delle tecniche costruttive, utilizzando più efficaci strumenti di difesa, fino ad arrivare ai dissabbiatori in cemento armato, alle briglie fermaroste, alle arginature sostenute con cemento precompresso, con formelle o con sasso, queste ultime eseguite in successione temporale dal 1970 ai giorni nostri.
Fondamento della città e via di comunicazione
L’Adigetto per Rovigo, in particolare, ha rappresentato veramente tanto. Non a caso il primo embrione della città è nato accanto alle sue acque a metà del IX secolo, per svilupparsi con gradualità sulla riva destra, ospitando i rodigini in quella che ancora molti definiscono la parte clericale della città stessa, con Il Duomo, il Seminario e il Lazzaretto.
Soltanto in seguito, una volta contenuta la potenza delle acque con la costruzione di adeguate arginature, è stata possibile la formazione della parte di sinistra caratterizzata dalla parrocchia di Santa Giustina, cioè l’attuale zona delle piazze principali della città con il Municipio, le chiese di San Francesco e della Rotonda, il Ghetto.
Il Canaleto o Adexeto, com’è ancora oggi familiarmente chiamato dai rodigini, divenne dunque il cuore della città, poiché sulle sue rive sorsero i primi importanti corpi di fabbrica che nel tempo verranno demoliti e ricostruiti per far posto a sempre nuove abitazioni, spesso legate alle fortune di imprenditori e ricchi possidenti terrieri.
Nel tempo si è qualificato soprattutto come una via d’acqua importantissima per il trasporto di persone e merci, e punto di riferimento per il commercio interno ed extraterritoriale di materiali da costruzione, derrate alimentari, granaglie, pesce, spezie, stoffe, ceramiche, vetri pregiati. Da sottolineare il collegamento privilegiato con Venezia e Verona, attraverso le vie d’acqua interne, fra le quali vanno ricordate quelle che congiungevano rispettivamente la Serenissima a Loreo e la città di Giulietta e Romeo a Badia.
Il tombamento
Sembrava una storia d’amore senza fine quella di Rovigo e del suo Adexeto per il forte legame che si era creato nei secoli fra i rodigini e la loro acqua, ma come tutte le belle storie anche questa finì tristemente nel 1937, quando il Comune progettò il tombamento del canale nel centro storico per motivazioni igienico sanitarie e per la lotta alla disoccupazione, come veniva espressamente citato nella relazione tecnica a firma dell’Ingegnere capo comunale.
Il progetto, redatto dall’Ufficio Tecnico Comunale in data 20 ottobre 1937 per complessivi 1.500.000 di Lire, (corrispondenti a circa 2.300.000.000 Euro di oggi), fu finanziato in gran parte con fondi comunali, mentre il Magistrato alle Acque si accollò il 50% della spesa del tombamento pari a 500.000 Lire e l’intero costo della deviazione alla periferia ovest della città.
Fra le spese di progetto figuravano anche gli oneri per la demolizione degli storici ponti del Sale, della Roda, dei Cappuccini e delle passerelle pedonali per complessive 170.000 Lire (circa 260.000.000 Euro di oggi).
Rivedendo le antiche carte e, soprattutto, le foto storiche dell’Adigetto non può non venire una stretta al cuore pensando alla demolizione dei ponti che univano le due principali parti della città: quella in destra idraulica con il Duomo, il Seminario Vescovile, il Castello, il Palazzo Montalti e la Chiesa di San Michele, e la sinistra con le piazze e i palazzi Angeli, Roverella e Venezze, tanto per citare alcune delle realtà urbane più note e poi ancora di quel periodo la demolizione della chiesa di San Rocco per far posto al moderno palazzo INA.
Il tombamento della parte centrale dell’Adigetto è coinciso con la modifica del suo tracciato con la realizzazione di un by pass dal ponte Marabin a quello della Fonderia, il cui primo tratto, successivamente, nel 1975 è stato tombinato fino al ponte dei Cappuccini per creare un polmone di verde urbano.
Nonostante queste modifiche che cambiavano non poco la sua fisionomia, l’Adigetto è stato classificato fino al 1970 come opera navigabile, tanto da essere definito Naviglio proprio per la sua peculiare storica vocazione al trasporto delle merci e delle persone. Curiosa, infatti, questa sua destinazione anche in epoca moderna, tanto che, dopo il tombamento nel centro storico di Rovigo, il Magistrato alle Acque che ne curò la deviazione alla periferia della città, realizzò due ponti in ferro girevoli in località Pestrina e Tassina per favorire il passaggio di natanti di un certo tonnellaggio, che in realtà non hanno mai raggiunto Rovigo.
Col senno di oggi molto probabilmente i lavori di tombamento del canale nel centro storico non sarebbero mai stati fatti, anche perché sarebbe stato molto più semplice intervenire con un’adeguata e radicale manutenzione dell’alveo e delle rive e con la demolizione dei fabbricati fatiscenti, realizzando semmai (e con una spesa molto più contenuta) una nuova viabilità esterna alla città che avrebbe certamente evitato problemi futuri di traffico.
Ma la cultura degli anni trenta aveva dato priorità a rendere salubre l’ambiente, compromesso sia dallo stato di abbandono dell’Adigetto non più utilizzato per la navigabilità, di fatto soppiantata da nuove strade e dalla ferrovia, e forse per creare spazi importanti per manifestazioni pubbliche e sfilate. Tutto ciò tenendo conto degli obiettivi del piano regolatore approvato nel 1932 che mirava al risanamento del centro e all’ampliamento della periferia cittadina. Peccato, però, che non ci sia stata un po’ più di lungimiranza, com’è avvenuto in altre realtà venete, come Treviso con il suo Sile, e per restare a casa nostra in alcune municipalità che hanno ritenuto buona cosa conservarlo nel cuore dei loro centri abitati.
Il Corso del Littorio, ora Corso del Popolo
Nel 1941, nel bel mezzo del conflitto mondiale, il Comune propone la sistemazione del nuovo Corso del Littorio, sorto sull’ex alveo del canale appena tombato, con particolare riguardo alla pavimentazione della sede stradale per una spesa prevista di 4.250.000 di Lire, pari a circa 4.300.000.000 Euro di oggi, opera realizzata poi soltanto a metà degli anni cinquanta, a guerra finita.
Da allora si sono succeduti vari provvedimenti di manutenzione e arredo urbano della via, dopo la liberazione denominata Corso del Popolo, che è diventata la principale arteria della città, fino al recentissimo intervento conclusasi nel 2012, con il rifacimento anche di tutti i sottoservizi divenuti ormai obsoleti.
L’Adigetto ai nostri giorni
Dalla fine della seconda guerra mondiale all’inizio degli anni settanta del ‘900, il canale verserà in uno stato di triste abbandono per la scarsa manutenzione che causerà un consistente interrimento, tanto da indurre i comuni rivieraschi ad intervenire con un contributo annuale per garantire un minimo di manutenzione per il deflusso delle acque ai fini igienico sanitari.
Ora l’Adigetto svolge quasi esclusivamente una funzione irrigua ed è in carico al Consorzio di Bonifica Adige Po che deriva dal fiume Adige una portata di 10 mc/sec, indispensabile per il ristoro delle campagne soprattutto nei periodi sempre più ricorrenti di siccità, ma non manca di portare sollievo alla comunità del Medio Polesine non soltanto per l’agricoltura ma anche per i residenti che hanno scelto di averlo come compagno di viaggio ancora per molti anni.
In questa rivista abbiamo ospitato più di una volta proposte di itinerari legati alla fede, oggi riscoperti anche sotto il profilo di un incentivo alla valorizzazione del territorio dal punto di vista turistico.
Recentemente a Chioggia è stato dato alle stampe il volume “Antiche insegne di pellegrini nel territorio clodiense”. Come è noto il delta polesano fa parte della Diocesi di Chioggia, per cui alcuni di questi itinerari interessano direttamente la stessa Diocesi. Di qui la richiesta a mons. Marangon, coautore della pubblicazione, di un intervento sul Ventaglio, che egli ha accolto di buon grado.
I percorsi dei pellegrini del nord-est, attraverso il nostro territorio, avevano in Venezia un punto di riferimento molto significativo. Venezia era capolinea dei viaggi verso la Terrasanta. Possedeva l’arsenale più importante del Mediterraneo e le strutture di prevenzione contro i contagi (lazzaretti e luoghi di contumacia nelle isole, reti d’informatori segreti perfino nell’impero musulmano). Le tappe principali delle ‘navi pellegrine’ erano Venezia, l’Istria, Patrasso, Creta, Cipro, Giaffa, Gerusalemme: andata, sosta di tre settimane in Palestina, e ritorno in circa tre mesi.
Molto impegnativo era il pellegrinaggio Venezia-Roma, se fatto a piedi: i pellegrini, sfiorando Venezia da nord, percorrevano la gronda lagunare e da Chioggia s’inoltravano per la Via Romea, proseguendo lungo la tratta dei monasteri (S. Michele e S. Trinità in Brondolo, S. Michele all’Adige, S. Maria del Pilastro in Loreo, S. Basilio in Ariano, Pomposa, Ravenna), poi per la Via Flaminia fino a Fossombrone, Assisi, Roma. Più sbrigativa era la via anfibia: Venezia-Ancona (via mare), quindi Camerino-Spoleto-Roma (via terra).
Negli anni santi, i pellegrinaggi delle confraternite partivano direttamente da Chioggia per Roma. Questo l’itinerario seguito: Chioggia-Ancona (via mare), quindi a piedi Ancona-Roma, con sosta devozionale al santuario di Loreto.
C’erano pellegrini del nord-est che preferivano imbarcarsi a Venezia. Toccavano Chioggia, quindi da Brondolo per canali fluviali raggiungevano Loreo e il Po, passavano per Papozze e Guarda, raggiungevano Francolino, da dove in carrozza arrivavano a Ferrara; poi per le strade dell’Emilia e delle Marche, sostando talvolta a Loreto, proseguivano fino a Roma.
Anche Chioggia era, seppure in sottordine, meta di Pellegrinaggi: il 24 giugno 1508 era apparsa la Vergine (detta ‘Madonna della Navicella’ per le modalità dell’apparizione) sul lido di Sottomarina, su cui sorse un celebre santuario tra il 1511 e il 1529. Vi convenivano anche pellegrini d’oltralpe, e fu visitato pure da personaggi quali S. Carlo Borromeo (1579) e il beato Marco d’Aviano (1696).
Nell’area centrale del Polesine esistevano luoghi di ristoro per pellegrini ad Arquà, Costa, Fratta, Trecenta, Melara e Bergantino. Soprattutto, tra Padova e Ferrara, erano importanti le tappe di Arquà, Lendinara, Fratta, Polesella, Pontelagoscuro, Ferrara. Poi il cammino fino a Roma.
Varie strade – fluviali, terrestri, marittime – tutte orientate alle mete del cuore. Strade di fede e di rigenerazione interiore.
I pellegrinaggi alle tombe dei santi non entrano in nessun obbligo strettamente religioso: predominanti nel cristianesimo sono l’annuncio e l’accoglienza del Vangelo. Nel secondo secolo però, con l’infierire delle persecuzioni contro i cristiani, cominciò la prassi di onorare i martiri con speciale sepoltura e di celebrarne l’anniversario sulla tomba (Dies natalis).
La libertà religiosa concessa da Costantino (313) facilitò e incrementò la devozione alle tombe dei martiri. Costantino stesso fece costruire basiliche sul luogo della sepoltura di Cristo a Gerusalemme, e a Betlemme sul luogo della natività. Così si venne affermando nella cristianità il pellegrinaggio alla “Terra Santa”, pratica protrattasi anche dopo il VII secolo nonostante l’occupazione musulmana.
Dal canto suo, Roma aveva la fama di essere la “Città eterna”: qui c’era la cattedra di Pietro (la sedia vuota, come il sepolcro vuoto); qui risiedeva il successore di Pietro; qui si trovavano pure le tombe degli apostoli Pietro e Paolo. Anche Roma perciò divenne ben presto meta di pellegrinaggi.
Dal IX secolo a Compostela in Galizia si affermò il pellegrinaggio alla tomba dell’apostolo Giacomo, considerato come patrono nella riconquista del territorio iberico contro l’Islam invasore.
Dalla fine del sec. X il pellegrinaggio si contaminò con le Crociate per la liberazione della Terrasanta dall’occupazione islamica: alle forze militari cristiane si affiancavano i pellegrini della fede.
Nel tardo Medioevo si venne affermando la devozione pure alle tombe dei santi Francesco d’Assisi, Antonio di Padova, Marco in Venezia, alla santa Casa a Loreto, ecc. Al pellegrinaggio era associata la remissione dei peccati e la rigenerazione della vita spirituale.
Da questi e da altri luoghi del soprannaturale i pellegrini portavano a casa qualche ricordo della loro esperienza religiosa: l’insegna o immagine era prova della meta raggiunta, ed era considerata protezione del fedele. Perciò quadrangole, ampolle, tavolette votive, medaglie restavano come segno dell’esaudimento della preghiera, ed erano conservate come caparra di vita eterna.
Tuttavia, oltre le fatiche fisiche e i rischi che comportava allora un pellegrinaggio – intemperie, malattie, briganti…-, i pellegrini dovevano superare anche i pregiudizi legati alle varie temperie culturali nei confronti della religione e dei pellegrinaggi, soprattutto a partire dal Cinquecento.
Secondo i protestanti (sec. XVI) gli oggetti ricordati sopra costituivano un ritorno alle magiche idolatrie del paganesimo, perciò da condannare, come anche reliquie, scapolari e indulgenze.
L’Illuminismo (sec. XVIII) ritenne questi oggetti privi di senso, perché sembravano esulare dal vaglio dell’intelligenza, come anche i pellegrinaggi. Allora la cultura esaltava la Ragione di là di ogni valore maturato nella storia e contro ogni valore di trascendenza.
Nella rivoluzione francese i ‘sanculotti’ raggiunsero gli eccessi, saccheggiando chiese, rubando campane, bruciando immagini del papa, e dei loro Re, quadri dei santi, reliquie, gonfaloni.
Con la rimonta dello Storicismo ottocentesco crebbero le difficoltà: sembrava si dovessero tenere solo le cose storicamente dimostrabili; perciò la Casa di Loreto, l’autenticità delle reliquie, gli scapolari del Carmine… apparivano cose tutte da ridiscutere. Nacquero la Storia delle Religioni e l’Etno-grafia. Poco interessavano i postulati del dogma; la storia di Gesù sarebbe stata tutta da riscrivere, come da rivedere l’ispirazione della Bibbia e così via.
Nel Novecento il Modernismo, lo studio delle Culture primitive, la Psicologia del profondo allungarono altre ombre sulla pietà popolare.
Se però da una parte cresceva il sospetto, dall’altra s’imponeva l’esigenza di verifica e di autenticità. L’assise del Concilio Vaticano II (1962-65), ha richiamato la ‘centralità di Cristo’ nella storia della salvezza e la ‘sua unica mediazione’, ma ha ridonato respiro anche alla pietà popolare e ai suoi segni, da subordinare ovviamente al dogma e da purificare dall’eccesso di folklore e dalle forme lesive alla dignità della persona (quali le autoflagellazioni).
L’attuale clima culturale con il turismo di massa ha in pratica mimetizzato i segni esterni del pellegrino, non però la fede che ne resta l’anima.
Con la bolla pontificia “De Salute Dominici Gregis”, emanata da papa Pio VII il 1° maggio 1818, avveniva un vasto riordino territoriale delle diocesi del Veneto, con aggiunte e sottrazioni di parrocchie, come nel caso delle diocesi di Adria, Vicenza e Padova, unione di diocesi (Feltre con Belluno) e addirittura, soppressioni di antiche diocesi (come Torcello e Caorle).
Inoltre, la diocesi di Adria, che fin dalle origini apparteneva alla provincia ecclesiastica del metropolita di Ravenna (autorità che presiede alla scelta e al controllo dei vescovi diocesani, detti suffraganei), con la stessa bolla fu inserita in quella del Patriarcato di Venezia, per cui da allora i vescovi adriensi saranno quasi tutti di provenienza veneta.
Con analoghi provvedimenti, negli anni 1818-20 avveniva anche il riordino delle diocesi della Lombardia, la regione che in seguito al Congresso di Vienna (1814-15) formava con la nostra il regno Lombardo-Veneto sotto il dominio austriaco. Entrambe le revisioni confinarie vennero motivate con l’intento di migliorare l’azione pastorale dei vescovi e del clero, quindi, favorire il bene spirituale delle popolazioni. Aspetto questo tutto da dimostrare, poiché con i nuovi provvedimenti si venivano ad interrompere secolari, se non millenarie, tradizioni di appartenenza religiosa (e culturale) e a sconvolgere equilibri economici (decime, quartesi, benefici), raggiunti nel tempo non senza difficoltà.
Certamente, vi erano situazioni che richiedevano un riassetto territoriale (come nel caso di Barbona in provincia di Padova che dipendeva dalla parrocchia di Concadirame), ma la vasta portata delle rettifiche confinarie fa capire che lo scopo non dichiarato delle bolle papali era quello di far coincidere, per quanto possibile, i confini delle giurisdizioni religiose, con quelli delle circoscrizioni politico-amministrative, cioè le province istituite dal governo austriaco. Anzi, dalla documentazione consultata¹, risulta che fu proprio l’imperatore Francesco I d’Austria a richiedere nel 1816 al pontefice Pio VII questo genere di intervento, cosa che in altri tempi avrebbe rappresentato un’intollerabile ingerenza negli affari della Chiesa e che invece trovò il mite papa ossequiente alla volontà imperiale. E non era nemmeno la prima volta che ciò accadeva, poiché già nel concordato del 1801 tra Santa Sede e Repubblica di Francia, Pio VII aveva dovuto cedere alle richieste del Primo Console, tale Napoleone Bonaparte, di uniformare le diocesi ai dipartimenti amministrativi, riforma realizzata oltralpe, ma poco o nulla nella Cisalpina.
Era quindi evidente l’obiettivo dei regnanti dell’epoca (di orientamento gallicano o febroniano che fossero), di limitare l’autonomia della Chiesa Universale in favore di una chiesa nazionale, non certo per la salvezza delle anime, ma per controllare in modo più efficace le gerarchie ecclesiastiche e i movimenti del popolo.
Nell’impero asburgico il percorso per realizzare una Chiesa di Stato era iniziato negli ultimi decenni del Settecento, quando l’imperatore Giuseppe II aveva imposto una serie di riforme in materia religiosa (la nomina dei vescovi, l’istituzione di seminari statali, la soppressione di molti istituti cattolici, la riforma delle liturgie, ecc.), condannate da papa Pio VI (predecessore di Pio VII), che nel 1782 si era persino recato a Vienna, nel tentativo, risultato vano, di convincere personalmente l’imperatore a revocare quei provvedimenti (passando nel ritorno a Roma per il Polesine, vedi Ventaglio n. 41).
Ma, all’indomani del Congresso di Vienna, il papato ha un potere politico quasi nullo e un grande debito di riconoscenza nei confronti dell’Austria, che ha permesso la restaurazione dello Stato della Chiesa, abolito da Napoleone fin dal 1809, nella sua integrità fisica, fatta eccezione per quel piccolo e insignificante territorio pontificio a Nord del Po, noto col nome di Transpadana Ferrarese, fagocitato dal Lombardo-Veneto e ancora soggetto alla diocesi di Ferrara.
L’imperatore Francesco I (nipote di Giuseppe II), ha quindi l’occasione favorevole per chiedere, o meglio, imporre al papa una serie di concessioni che vanno dalla citata riforma dei confini diocesani (in particolare, che il corso del Po divenisse linea di separazione politica e spirituale), alla nomina dei vescovi (al papa sarà concesso solo di ratificarla), al giuramento di fedeltà all’Imperatore imposto ai parroci, ecc.
Il debole Pio VII non può far altro che acconsentire, e in questo contesto storico avviene l’emanazione della citata bolla De Salute Dominici Gregis, nelle cui righe tuttavia, si avverte la sofferenza di un papa in tanta temporum inclinatione… costretto a prendere decisioni per cause estranee agli interessi della Chiesa: graviorum causarum necessitus…
Ma veniamo ai contenuti della bolla, nella parte che interessano la provincia del Polesine di Rovigo, all’epoca suddiviso fra le diocesi di Adria, Ferrara e Ravenna (la parte soggetta alla diocesi di Chioggia era stata aggregata alla provincia di Venezia dal 1815 al 1851).
Anzitutto, va precisato che la politica interna ed estera dello Stato Pontificio durante il pontificato di Pio VII fu svolta dal segretario di stato card. Ercole Consalvi, un fine diplomatico (si era formato presso la prestigiosa Accademia Pontificia dei Nobili Ecclesiastici in Roma), ammirato al Congresso di Vienna per la sua eloquenza e saggezza; e sarà proprio il Consalvi ad eseguire le trattative coi vescovi interessati dalla revisione dei confini diocesani.
Da vecchia volpe qual era, aveva congegnato un travaso di parrocchie tra le diocesi abbastanza equilibrato, in modo da ottenere da parte dei vescovi l’atto formale di accettazione della emananda bolla.
Secondo il “piano Consalvi” la diocesi di Adria avrebbe ceduto a quella di Ferrara le 6 parrocchie che teneva in territorio pontificio, che erano: Ro, Zocca, Final di Reno, Guarda Ferrarese, Cornacervina e Mesola. In compensazione avrebbe ottenuto dalla diocesi di Ravenna le parrocchie di Crespino e S. Apollinare e dalla diocesi di Ferrara la parrocchia arcipretale di Fiesso e la rettoriale di Pissatola, su un totale di 21 parrocchie che teneva nella provincia di Rovigo.
Il vescovo di Ferrara mons. Patrizio Fava Ghisleri diede il suo assenso, come pure il collega di Adria mons. Federico Molin, seppure con qualche riserva che fece slittare la notifica della bolla agli interessati al 18 settembre 1818.
Nella trattativa non si era fatto alcun cenno al destino delle rimanenti 19 parrocchie della diocesi di Ferrara, a Nord del Po, che ricadevano in provincia di Rovigo, evidentemente per non provocare la reazione contraria di mons. Fava Ghisleri. Pertanto di questo problema nella bolla del 1° maggio 1818 non c’è traccia.
Il pericolo della separazione di queste parrocchie dalla diocesi madre sembrava scongiurato, ma l’astuto Consalvi aveva già previsto lo strumento giuridico, una specie di supplemento, di codicillo ad integrazione della bolla, che in gergo canonico si chiama breve, con cui completare il travaso delle parrocchie transpadane alla diocesi di Adria, senza che il vescovo di Ferrara avesse la possibilità di opporsi.
Infatti, il 9 marzo 1819, inaspettato giunse il breve di Pio VII Cum Nos Gravibus, che, con la solita scusante di gravi ragioni – vale a dire per volontà austriaca – stabiliva, a partire dal 1° agosto 1819, il passaggio alla diocesi di Adria anche delle parrocchie ferraresi di Melara, Bergantino, San Pietro in Valle con Bariano, Massa Superiore (oggi Castelmassa), Ceneselli, Calto, Salara, Ficarolo, Gaiba, Trecenta, Giacciano, Zelo, Sariano, Bagnolo con Runzi, Stienta, Occhiobello, Gurzone, Santa Maria Maddalena e Canaro.
A nulla valse l’immediata protesta del vescovo di Ferrara, mons. Fava Ghisleri al segretario di stato card. Consalvi, nella quale esprimeva gravissimo rammarico nel vedermi staccare da questa mia diocesi la parte migliore…
“Effettivamente, le 19 parrocchie transpadane, con le loro grandiose chiese, tutte di recente costruzione, con la loro parlata tipicamente ferrarese, con la loro storia civica e religiosa di dedizione a Ferrara, con un territorio fertile e densamente popolato, rappresentavano la parte migliore della diocesi di Ferrara, ma anche un’identità etnica e culturale difficilmente integrabile nel contesto della diocesi di Adria, diversa per storia, irrilevante per importanza ecclesiastica e anche più povera sotto l’aspetto economico”³.
Il mutamento repentino, non condiviso dalle comunità, aveva provocato rabbia e delusione sia fra il popolo che fra il clero; prova ne sia che nel 1858 – cioè 40 anni dopo il cambio di provincia e di diocesi e con il rischio incombente della censura austriaca – l’abate Bellini, studioso di storia locale a Castelmassa, trattando di questi eventi scriveva: “Poi per la sola efferata ragion di spada si sforzò la natura, demarcando altri confini, staccando fratelli, annodandoli ad altro paese col quale non avevano né legami, né interessi, né simpatia; concorrendovi persino la Chiesa così costante nelle sue tradizioni!”⁴.
“Di tutto questo i vescovi adriensi ne erano pienamente consapevoli e, per rendere meno traumatico il distacco delle ex parrocchie ferraresi dalla diocesi matrice e non esacerbare lo scontento del popolo e del clero, adotteranno la strategia del distacco graduale, lasciando tutti i parroci di nomina ferrarese nelle loro sedi e quando causa mortis si renderà necessario sostituirli, si ricorrerà di preferenza ad un sacerdote nativo del luogo o formatosi presso il seminario di Ferrara”⁵.
Ci sarebbe ancora molto da scrivere sullo sconquasso provocato da questa separazione, che richiese più volte l’intervento di mediazione del vescovo di Vicenza, mons. Giuseppe Maria Peruzzi, nominato delegato ed esecutore apostolico della bolla di Pio VII. Come nel caso delle parrocchie di Papozze e Villanova Marchesana che avevano giurisdizione spirituale rispettivamente sulle comunità di Serravalle e Berra, poste alla destra del Po, rimaste a lungo senza parroco; analogamente, la parrocchia di Mesola, essendo passata alla diocesi Ferrara, non poteva più assistere la popolazione di Rivà, divenuta una sua exclave in territorio Lombardo-Veneto. Per non dire della lunga vertenza insorta tra le parrocchie di Stienta (che era pieve) e Ravalle sul diritto della prima di esigere il quartese anche se traslata alla diocesi di Adria, lite che fu risolta solo con una sentenza del tribunale della Sacra Rota, ma compromise i buoni rapporti fra le due comunità.
E c’è anche chi attribuisce allo smembramento dalla diocesi di Ferrara ripercussioni negative sul sentimento religioso delle comunità rivierasche, divenute le meno praticanti e le più difficili della diocesi di Adria⁶, cioè l’effetto opposto che si prefiggeva, almeno in apparenza, la bolla pontificia.
Di certo, essa contribuì a rendere il Po un fiume morto, una rigida linea di frontiera, quando in precedenza era un brulicare di barche, di traffici e di relazioni umane tra le opposte rive.
A distanza di due secoli non serve a nulla rivangare polemiche o nostalgie, piuttosto serve riconciliarsi con la propria storia, e in questo senso per la prima volta il vescovo di Adria mons. Pierantonio Pavanello e il vescovo di Ferrara mons. Giancarlo Perego hanno deciso di incontrarsi il giorno 30 aprile 2018, per visitare insieme alcune ex pievi ferraresi (Trecenta, Castelmassa e Ficarolo), e concludere la visita con una solenne concelebrazione presso la bella chiesa di Ficarolo, opera dell’architetto ferrarese Gaetano Barbieri, nel segno di una ritrovata fratellanza fra le due rive del Po.