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Archivi: Articoli d’archivio

  • Depositi della Memoria

    Depositi della Memoria

    Piccole e grandi cattedrali di luce, in un luogo già abbagliante di magico splendore. Cimiteri polesani e nel Delta del Po. Atenei Votivi, dove bisogna soprattutto spalancare il cuore, abbandonare e abbandonarsi a quel flusso di sensazioni che gli “insegnati”, residenti in questi Atenei, ci mandano sotto forma di magica ispirazione.

    Le lezioni arrivano da “Altrove”. Sarà verità?, Suggestione?, Magia? Bè non è importante; l’importante è fermarsi, spegnere il tempo, lasciarsi accompagnare (i passi vi verranno da soli…) e – mi raccomando – occorre ascoltare e osservare.

    Ho lavorato e “studiato” in diversi Atenei Votivi. Dall’appennino tosco-emiliano, fino alle terrazze liguri, passando per le valli bergamasche: tutti bellissimi, non esiste il “cimitero brutto”, ma quelli che ho amato visceralmente, che mi hanno fatto innamorare perdutamente sono quelli polesani e del Delta del Po Veneto.

    Non mi sorprende allora leggere nel n. 55 del Ventaglio (testo di Anna Volpe “Alfredo Bonelli e Giacomo Scotti”, pag. 96 e successive) che il lombardo Alfredo Bonelli, a conclusione della sua vita inquieta, abbia deciso di trovare il riposo eterno a Taglio di Po.

    I “depositi della memoria” del Delta del Po Veneto, ancora me li immagino, mi basta chiudere gli occhi per vederli e, quando sento che inizia una promettente primavera, devo tutt’ora andare incontro a loro (dimenticavo, tra le lezioni di Scienze Naturali, negli Atenei Votivi Polesani, si impara anche a riconoscere e ad anticipare i segnali che annunciano le intensità delle stagioni).

    Io me li immagino sempre in un pomeriggio torrido, afoso dove nemmeno il Po di Venezia ha il coraggio di incresparsi all’altezza di Cà Zulian, per dividersi fra Po di Pila e Po delle Tolle, per non infi­ciare quella staticità poetica, rassicurante, abbagliante, dove i colori urlano, silenziosamente, l’ocra della terra sabbiosa, il verde rigoglioso, il blu intenso e fermo, i riflessi, quell’odore di campagna misto mare che solo lì puoi respirare.

    In lontananza il volo di un gabbiano attira l’attenzione, e non sappiamo se farne tesoro per averci ricordato che non siamo nell’altra dimensione, o maledirlo per aver interrotto il sogno più bello che si possa fare.

    Il Delta del Po ha infiniti aspetti, reali, surreali, vita, morte, dolce e spietato: è quell’amante di cui solo tu sai… perché ne sei innamorato e ne sei così geloso che a volte le parole per dichiarare il tuo amore ti vengono strozzate in gola.

    Impossibile concedersi il sonno post prandiale, tanta è la paura di perdersi anche solo un sussurro del tempo o il passaggio di una piccola barca; del resto… forse stiamo già sognando.

    Una impercettibile brezza, una strada assolata, tutto è definito e nel contempo impalpabile: un gradino sbrecciato, un cancello duro ad arrendersi alla forza delle braccia, l’ombra, l’argine, l’infinito: siamo nell’ “Ateneo” di Cà Zulian-Pila, i maestri iniziano silenziosamente le loro indispensabili lezioni, lo fanno con involontaria forza, commozione e tanta umiltà.

    Un giovane sorride sempre, anzi ride… è felice con il suo gatto in braccio. Una ragazza ci guarda con aria interrogativa: cosa ci vuole chiedere? È di una bellezza che stordisce, una bellezza che avrà per sempre 17 anni. Chissà se oltre al Cavaliere con la grande falce, qualcun altro ha prima avuto la fortuna di baciarla, e se in questo momento sta pensando a lei.

    Nelle parti più remote, stanno silenziosi e in autorevole disparte i maestri più antichi: esercitano un fascino e un carisma inenarrabile, un’immagine sbiadita, una lettera mancante, che dovremmo mettere noi con la nostra fantasia, la nostra intuizione, trasformarci in traduttori di testimonianze scritte sul marmo, parole di commiato che restano eterne.

    Volti segnati dal sacrificio, colmi di fedele determinazione. La cosa più falsa che si possa dire è “muto come una tomba”. Le inumazioni e le sepolture non tacciono mai, raccontano storie e poesie di eternità.

    Il tempo non ha più un senso e lo spazio è ovunque, siamo dentro al quadro “L’isola dei morti” che il grande pittore simbolista, Arnold Bocklin dipinse sulla fine del 1800, dove un’anima su una barca viene traghettata in questo angolo rassicurante, fra alberi e natura austera, ma fortissima.

    Concrete immagini, ci proiettano nell’astratto: una grande tela il Delta del Po, dove il dialogo reale e fantastico si misura costantemente, facendo intersezioni costanti. Come decifrarle? Con i simboli, i segnali, i codici, le luci, con gli elementi della natura… Sta poi a noi essere gli artisti ispirati, che dovranno distendere su questa magica tela i colori delle nostre emozioni.

    Ho iniziato nel 1998 a lavorare nei cimiteri e ho smesso nel 2008. Fu un’esperienza che descrivere indimenticabile è un eufemismo. Mi occupavo delle luci votive e ho sempre fatto il mio lavoro con passione intensissima; magari in prossime occasioni ne parleremo più nel dettaglio. Di lezioni ne ho ascoltate tante, e adesso mi mancano terribilmente.

    Ho sempre preferito le “piccole sedi”, tecnicamente dette i “frazionali”, alle altisonanti “monumentali”, davanti alle quali – ci mancherebbe! – chino il capo con ammirazione. Però io non riesco a sottrarmi davanti al piccolo Deposito di Memorie sperduto, di frontiera, di confine. Vorrei raccontarli tutti, perché ognuno ha tante storie da raccontare e solo uno sguardo distratto può definirli “tutti uguali”. Nel Delta del Po, e non solo, ogni Cimitero ha storia a sé, ed è diametralmente diverso da un altro che sorge a pochi kilometri di distanza.

    Nei Cimiteri, ho ascoltato, ho riso, ho pianto, ho bestemmiato e ho pregato, ho parlato coi Maestri, ho conosciuto nuovi amici, ho sofferto, ho dormito… Nei cimiteri non ho mai avuto paura e non mi sono mai sentito solo. Buona lezione, non perdetela.

  • La chiesa di Taglio di Po

    La chiesa di Taglio di Po

    Lo scorso 18 giugno, domenica – con una solenne cerimonia officiata dal vescovo di Chioggia mons. Adriano Tessarollo – la chiesa parrocchiale di San Francesco d’Assisi è stata restituita alla comunità tagliolese dopo un radicale e accurato restauro durato quasi un anno. Chiusa dal luglio 2016, la sua riapertura al culto ha rappresentato un grande momento di gioia e di festa, al quale hanno partecipato centinaia di persone, con in prima fila il sindaco Francesco Siviero appena rieletto alla guida del comune di Taglio di Po.

    L’edificio, costruito tra il 1862 e il 1871, non aveva problemi dal punto di vista statico, ma presentava diverse situazioni di degrado e di criticità, dovute sia alla mancata manutenzione, sia ad alcuni lavori malamente eseguiti. Gli interventi – che hanno riguardato il tetto, la pavimentazione, le pareti interne, i materiali lapidei, l’eliminazione delle barriere architettoniche – sono stati progettati dall’architetto Giuliano Stoppa di Adria, approvati dalla Soprintendenza Belle Arti e Paesaggio delle province di Verona-Rovigo-Vicenza e finanziati con fondi messi a disposizione dalla Diocesi di Chioggia, dalla CEI-Beni Culturali (contributo 8xmille), dalla fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo e dalla Parrocchia di Taglio di Po.

    La realizzazione del progetto è stata affidata alla ditta Arc Veronese di Valli di Chioggia, alla ditta Paolo Tessarin di Porto Tolle, e ad altre ditte locali; responsabile del procedimento a nome della Curia vescovile di Chioggia il geom. Luca Mancin, direttore dell’Ufficio tecnico e incaricato diocesano ai Beni culturali. La ristrutturazione ha interessato anche la sacrestia, la cappella invernale e le sei vetrate, sostituite con altre aventi aperture motorizzate e vetri decorati con soggetti sacri.

    Ora l’interno dell’edificio sacro, a croce latina e coronato da cupola centrale che si appoggia alle colonne del transetto, ha riacquistato la primitiva dignità e, liberato dagli ornamenti superflui e dagli accessori inutili, si mostra nelle sue originali ed eleganti linee, ispirate alla semplicità e, come dice il parroco Maurizio Vanti dell’ordine dei Frati Minori Francescani, “all’essenzialità propria dello spirito francescano”.

    A sottolineare ulteriormente la dimensione francescana delle scelte, il grande crocifisso sospeso al centro dell’abside, riproduzione fedele dell’immagine del Crocifisso di san Damiano, il cui originale è ora nel Protomonastero di Santa Chiara in Assisi.

    Il crocifisso di San Damiano e la copia di Taglio di Po

    Il Crocifisso originale di San Damiano risale al XII secolo ed è generalmente ritenuto dipinto da un pittore umbro, ma alcuni storici dell’arte lo attribuirebbero a un non identificato monaco siriano presente nel territorio. È dipinto su tela, applicata su una croce di legno alta 190 cm e larga 120. Nei secoli ha seguito gli spostamenti delle monache Clarisse, dapprima dalla Chiesa di San Damiano fuori Assisi alla Chiesa di San Giorgio, per poi trovare definitiva collocazione nella Basilica di Santa Chiara.

    Quale giusto omaggio ai Frati Minori Francescani che dal 1935 curano le anime della parrocchia di Taglio di Po, il vescovo di Chioggia Adriano Tessarollo ha espresso la volontà di far eseguire una copia del Crocifisso di San Damiano da collocare nella chiesa restaurata. L’incarico è stato affidato a Milena Merli di Ferrara, esperta in arte antica ed eccellente restauratrice, che già in precedenza aveva collaborato con la diocesi, dando prova di grande professionalità.

    Per armonizzare l’opera con gli spazi interni della parrocchiale di Taglio di Po, era necessario che la copia fosse più grande (cm.300 per 240) rispetto all’originale. La signora Milena all’inizio ha qualche perplessità, ma quasi subito accetta la sfida e inizia a studiare i principi e la filosofia religiosa che regolavano a quei tempi la pittura di icone, perché di fatto il Crocifisso di San Damiano è un’icona realizzata in forma di croce.

    Da noi interpellata, ci dice che “l’iconografia delle icone soggiace ad alcune regole che non possono essere sovvertite e che devono essere la somma del Creato di Dio, e devono quindi contenere il mondo vegetale, il mondo animale e il mondo minerale. Il mondo vegetale é rappresentato dal legno di costruzione e dal lino con il quale questo viene ricoperto per prepararlo a ricevere la pittura; quello animale dalle colle che si utilizzano per le mestiche e gli stucchi e dal legante per i colori; i pigmenti e il gesso rappresentano il mondo minerale”. Dipinto, o per meglio dire, “scritto non per mano d’uomo” con il linguaggio tipico delle icone bizantine, il Crocifisso, ricco di significati simbolici, non poteva essere stravolto nello stile e nelle cromie.

    “Per questo – continua la signora Milena – mi sono approcciata alla superficie bianca con l’umiltà di riprodurre l’immagine originale nella sua completezza, avvicinandomici per quanto fosse nelle mie possibilità e, diremmo oggi, nella semplicità un po’ naïf tipica della pittura del dodicesimo/tredicesimo secolo. Pertanto la mia non poteva essere una interpretazione personale ed arbitraria dell’immagine originale, ed ho optato per l’utilizzo delle tecniche pittoriche e stilistiche dell’epoca”.

    Per questo Milena Merli si è recata ad Assisi con una lettera di presentazione di sua Eccelenza il Vescovo, Monsignor Tessarollo, che le ha consentito una visione ravvicinata del Crocifisso, così da poter avere un’idea precisa ed obiettiva dei colori, che nell’originale si discostano molto rispetto a quelli delle innumerevoli riproduzioni industriali e artigianali che troviamo in internet, nei luoghi di culto o in commercio.

    Tornata in laboratorio, il primo passo è stato la riproduzione del disegno in scala e il suo trasferimento sulla superficie da dipingere con la tecnica dello spolvero a grafite. Successivamente sono state preparate le parti da dorare stendendo su di esse il “bolo”, ossia una base idonea a far aderire la foglia d’oro che, nel nostro caso, è di titolo 23 carati e mezzo. Ha poi provveduto ad applicare i colori, iniziando dalle conchiglie che girano intorno alla croce (che nell’originale sono dipinte su una cornice distaccata costruita a scatola nel 1500) quindi il corpo del Cristo, dei Santi, le immagini simboliche e gli sfondi che fanno da contorno.

    Sono stati impiegati unicamente pigmenti e terre naturali, usando come legante il tuorlo d’uovo e come antibatterico l’aceto di vino, adottando la tecnica detta “a pozzanghera”, perché l’immagine è una preghiera che “si scrive, e si scrive con una lacrima”: si lascia cadere il colore dal pennello, senza trascinarlo, e si aspetta che la materia venga assorbita dal gesso, del quale diventerà parte indissolubile. Lo strato successivo verrà applicato soltanto quando la superficie sarà perfettamente asciutta. Questa procedura non permette di creare sfumature, ma soltanto zone di ombra e di luce.

    Lo spessore dell’incorniciatura cinquecentesca del Crocifisso originale era arricchito da una decorazione oggi quasi completamente perduta, tuttavia, previa approvazione dell’Ufficio Diocesano, si é scelto di completare l’opera dipingendo una bordura in armonia con l’insieme.

  • Tenuta Restelli

    Tenuta Restelli

    Atmosfera romantica nel verde del giardino di Tenuta Restelli di Boccasette, appena illuminato da alcuni punti luce e ornato dai drappeggi dei gazebo bianchi, in occasione dello spettacolo allestito lo scorso 20 agosto nell’ambito della rassegna “Tra ville e giardini”. Applausi e ampi consensi per il concerto spettacolo dell’ensamble italo-argentino Tango Spleen e la raffinata esibizione dei maestri argentini Margarita Klurfan e Walter Cardozo.

    “Questa splendida location è una riscoperta per tutti noi. – ha detto in apertura della serata il sindaco di Porto Tolle Claudio Bellan – Un grazie alla proprietà che ci ha permesso questo evento e sta riportando in vita questo gioiello”.

    “Ci troviamo in uno dei tre giardini storici romantici del Polesine – ha ricordato il direttore artistico di Tra ville e giardini, Claudio Ronda – progettati dal celebre architetto Jappelli”. “Questa atmosfera romantica è ideale per godere della musica dei Tango Spleen e ballare in questa pista-milonga”.

    Una serata riuscitissima dunque, che ha sicuramente accontentato gli appassionati degli eventi di musica e danza dell’estate 2017, ma che ha anche avuto l’opportunità di far conoscere ad un pubblico numeroso un bene architettonico ed ambientale di sicuro pregio, ai più sconosciuto.

    Sulle pagine di questa rivista avevamo avuto occasione di parlare di Villa Restelli e del suo parco (vedasi Palazzo Restelli in Ventaglio 90 n.39, luglio 2009, pag. 14 e successive), registrando allora una situazione di abbandono e sottolineando come si trattasse di un bene di notevole valenza sotto il profilo storico, architettonico ed ambientale, necessitante di essere valorizzato ed inserito tra gli aspetti di eccellenza del delta del Po.

    Una storia quella di Villa Restelli e del suo parco romantico che fa in particolare riferimento a due figure – quella di Pasquale Restelli e quella di Agostino Sopranzi – personaggi lombardi, vissuti in pieno Ottocento, legati da stretti vincoli di amicizia e da interessi di natura economica e culturale.

    Da sottolineare che costoro – interessati ad investimenti fondiari e a conseguenti azioni di bonifica nel delta – furono sicuramente in rapporto col celebre architetto padovano Giuseppe Jappelli, noto soprattutto per la progettazione a Padova del Caffè Pedrocchi, ma anche apprezzato come progettista di parchi romantici, nonché incaricato dal Magistrato delle Acque di seguire interventi di bonifica nel delta padano.

    Da questo intreccio di interessi professionali e di amicizie, nacquero dunque non solo iniziative di investimenti fondiari nel delta, ma anche il progetto di erigere un importante edificio, punto di riferimento per la tenuta, contornato da un bel parco. Ed è del tutto credibile che nella progettazione della villa di Boccasette – voluta da Pasquale Restelli e realizzata tra il 1851 e il 1854 – non sia stata estranea la figura dell’arch. Jappelli, attivo soprattutto nello stilare il progetto (o quanto meno nel fornire gli indirizzi di massima) per la realizzazione del parco romantico.

    Una iniziativa questa davvero stupefacente: solo persone di alta levatura culturale potevano infatti pensare a realizzare un parco romantico in un’area che ai più doveva apparire fuori dal mondo, difficile da raggiungere, dominata dalle valli palustri e da aree da bonificare.

    Dopo un periodo di splendore, villa Restelli e il suo parco ebbero a vivere giorni di smarrimento e degrado fino quasi al totale oblio. Ma ora il bene sembra risorgere e non possiamo che registrare il fatto con grande soddisfazione.

    Nel citato intervento pubblicato nel 2009 sulle pagine di questa rivista, auspicavamo un interessamento forte da parte delle istituzioni, a cominciare dall’Ente Parco, per affiancare i titolari in un’azione di ripristino e valorizzazione, anche nell’ottica di favorire il turismo culturale nel territorio polesano.

    La sorpresa ora è che -pur in assenza di sostegni ed interessamenti da parte delle istituzioni (deprecabile questa latitanza!) – villa Restelli e il suo parco sembrano rinate.

    Ad attenderci per una visita, è un giovane imprenditore: Nicola Pavanati che, con la sua famiglia, si è fatto carico di acquistare dalla precedente proprietà la villa col suo parco. Ha quindi avviato un importante programma di recupero coadiuvato dalle famiglie Pavanati-Zucchelli e dal valido staff di collaboratori.

    Incontriamo Nicola davanti alla rinnovata costruzione che – da poco ridipinta di un colore rosso mattone – spicca armoniosa nel verde del prato antistante.

    “L’interno è tutto da sistemare”, ci informa subito, temendo di deludere le nostre aspettative. Ovviamente un passo alla volta.

    Ma qui di passi se ne sono già fatti, e non pochi. A cominciare dal parco, del tutto risistemato, da cui inizia la nostra visita, raggiungendo il laghetto, liberato da una selva di canne infestanti che lo avevano del tutto occultato, mentre ora è ingentilito dalla presenza di romantiche ninfee.

    Procediamo verso quella che era la ghiacciaia, che oggi, ripulita e sgomberata, si presenta come una sorta di galleria, utilizzabile nella stagione più calda per una sosta di refrigerio. La montagnola soprastante è arricchita da un gazebo, dove ci portiamo per ammirare dall’alto il verde parco che ci circonda, gustando la irreale atmosfera di pace e silenzio che domina l’ambiente.

    Raggiungiamo poi il viale delle magnolie ingentilito da una fontana – una vasca circolare con putti – che sarà presto attivata e tornerà con i suoi zampilli ad allietare le passeggiate nel parco. In una vicina dependance individuiamo un forno da restaurare, utilizzato un tempo anche per la cottura di oggetti in ceramica, qui realizzati artigianalmente con il marchio Lillo.

    Del tutto restaurata si presenta invece la “casa del fabbro”, una costruzione allungata ad un unico piano che sorge sull’aia attigua al parco. Un’area questa che ora per i visitatori rappresenta la via di accesso e la possibilità di parcheggiare le auto; una superficie dove è stata collocata anche una tensostruttura, sapientemente abbellita all’interno, ed utilizzata per banchetti e momenti di ristoro. Ricordiamo infatti che la famiglia Pavanati rappresenta nel delta un punto di riferimento importante nell’ambito della ristorazione.

    Torniamo verso la villa per un’incursione all’interno da restaurare, dove gli aspetti più significativi li individuiamo nei soffitti affrescati (da ritoccare) delle camere al piano superiore. Gli ambienti non sono pochi, tanto che la costruzione sembra più grande all’interno rispetto alla visione che si ha dal parco che la affianca.

    Tornerà la villa ad essere abitata? Avrà una nuova stagione, in cui potrà essere fruita come apprezzata struttura alberghiera da attenti visitatori del delta?

    E’ una speranza che intravediamo negli occhi del nostro gentile accompagnatore e che noi auguriamo di cuore possa quanto prima divenire realtà.

  • Gli orizzonti del fondo Marchiori

    Gli orizzonti del fondo Marchiori

    Da qualche anno si intensificano le iniziative volte a richiamare l’attenzione sulla figura di Giuseppe Marchiori (1901-1982) illuminato critico d’arte del ‘900, che tra Lendinara e Venezia trascorse la sua operosa vita di studi e animazioni culturali.

    Ultima in ordine cronologico la partecipazione della Cittadella della Cultura di Lendinara al convegno internazionale “Russia-Italia: il patrimonio culturale comune”, svoltosi lo scorso 20 aprile L’evento, che si è tenuto a Venezia nella suggestiva cornice settecentesca dell’aula magna di Ca’ Dolfin, è stato organizzato dal Ministero della Cultura della Federazione Russa d’intesa con l’Università Ca’ Foscari, in particolare con il Centro Studi sulle Arti della Russia, ed era inserito nel più ampio calendario del progetto “Russian Seasons 2018”.

    Oltre alle autorità che hanno aperto la giornata (fra gli altri il Rettore dell’ateneo veneziano Michele Bugliesi, la vice Ministro della Cultura della Russia Alia Manilova, il sottosegretario del Mibact Dorina Bianchi e l’ambasciatore russo in Italia Sergey Ravoz) sono stati più di 50 i rappresentanti delle maggiori istituzioni culturali dei due paesi a portare la loro testimonianza in merito ai numerosi punti di contatto che da secoli legano l’arte e la cultura russa ed italiana.

    Nicola Gasparetto, coordinatore della Cittadella della Cultura di Lendinara – che da mesi ha avviato un dialogo con l’Università Ca’ Foscari e l’Accademia di Belle Arti di Venezia a proposito di un progetto di ricerca e valorizzazione della figura di Giuseppe Marchiori nella Venezia del secondo dopoguerra – è stato invitato a tenere una relazione sulla dimensione internazionale degli scambi epistolari condotti dal critico d’arte nel corso della sua lunga attività, che ha abbracciato quasi interamente il novecento.

    Nella sua relazione Gasparetto si è soffermato in particolare sugli artisti dell’Europa orientale, e di area slava, presenti nei carteggi custoditi nell’archivio Marchiori.

    Com’era nelle aspettative, l’occasione si è rivelata utile per avviare confronti con rappresentanti di istituti museali e di ricerca, che si sono dimostrati sorpresi dagli ampi orizzonti in cui si muove il fondo Giuseppe Marchiori, un patrimonio documentario – conservato presso la Cittadella della Cultura di Lendinara – sempre più riconosciuto come una fonte di considerevole ricchezza per gli studi sull’arte contemporanea italiana ed europea.

  • Il benefico miele

    Il benefico miele

    La crescente attenzione verso gli alimenti sani e privi di manipolazioni ha riacceso l’interesse verso quello che fin dai tempi della preistoria, per millenni, si è caratterizzato come il dolcificante naturale per eccellenza: il miele. Da sempre si è anche sostenuto che il pregiato prodotto delle api non ha solo proprietà dolcificanti, ma altresì terapeutiche e tonificanti per l’organismo. E’ così?

    Per saperne di più ci incontriamo col prof. Franco Pellegrini, specializzato in varie discipline mediche, in primis in chirurgia, continuatore dell’attività del padre, fondatore della Casa di Cura di Santa Maria Maddalena di Occhiobello. Oltre che come stimato medico, il professore è conosciuto come appassionato apicoltore.

    Prima di entrare in argomento assolviamo a questa curiosità.

    Prof. Pellegrini, come è nata in lei la passione per l’apicoltura e da quando la coltiva?

    “Il tutto iniziò dal rinvenimento di uno sciame d’api entrato nella casa di mio suocero Luigi Occari, a Stienta nell’autunno del 1980. In una stanza, posta sul lato Nord della sua casa, nello spazio compreso fra lo scuro in legno ed il vetro di una finestra, provvista di inferriata, si era inserito un grosso sciame di api. Certamente era lì da quasi un mese: lo si intuiva perché le api avevano già costruito un nido con lunghi favi naturali. Era impossibile rimuoverlo, dato il periodo e la maturazione dei favi. Inoltre l’inferriata era stata quasi completamente inglobata nella realizzazione del nido. Sarebbe stato un delitto distruggere il tutto con fumo ed insetticidi, come in genere fanno i Pompieri quando vengono chiamati in queste circostanze.

    Attesi così che la famiglia sciamasse in primavera. In questi casi l’ape regina esce dal nido con i due terzi della popolazione e altrettanto miele fagocitato dalle singole api a modo di viatico. Per lungo tempo aspettai questo evento, controllando spesso il sottostante vigneto, finché una mattina ai primi di Marzo l’atteso sciame uscì dalla finestra e si adagiò su di una vite. La mia cattura dello sciame e il successivo inserimento in un’arnia appositamente acquistata fu rapida. Nacquero così la mia prima arnia ed un apicoltore apprendista.”

    Una storia davvero interessante. Passiamo ora al miele. E’ fondata l’opinione che il miele, oltre a proprietà dolcificanti ne possieda anche di curative? Insomma è un prodotto alleato con la salute dell’uomo?

    “Il miele è stato il primo dolcificante per l’umanità, prima che venisse scoperta la canna da zucchero (8° secolo) e poi la barbabietola da zucchero (seconda metà del 1700). Non fu però usato solo come dolcificante ma anche come disinfettante ed antisettico fin dall’antichità. Le ferite degli eroi combattenti nella guerra di Troia narrati nell’Eneide, venivano curate col miele.

    Da tempo in Russia il miele rientra nella farmacopea ufficiale come rimedio di Erisipela e lesioni cutanee in generale. Le nostre nonne usavano il miele per il “bruciaculo” dei bambini. Nelle lesioni infiammatorie della gola e del cavo orale si usa il miele rosato.

    E’ poi risaputo che, a differenza di tanti sofisticati antibiotici che si sono dimostrati inefficaci contro i super-germi antibiotico-resistenti, il miele è in grado di guarire molte ferite infette. Grandi risultati si sono ottenuti, nella cura delle orrende ulcere da decubito che colpiscono i malati da lungo allettati, con il miele e con risultati a volte superiori a quelli ottenuti con antibiotici.

    Il miele ha la proprietà di uccidere i batteri con la disidratazione (mediante un processo osmotico, potremmo dire essiccandoli). Anche l’ulcera gastro-duodenale, causata da un batterio: Hellicobacter pilory, è stata curata con successo oltre che con antibiotico, con il miele.

    Di recente, proveniente dalla Nuova Zelanda, è in commercio in Italia il miele di Manuca, che eccelle di gran lunga, rispetto ai mieli comuni, nella efficace lotta contro le infezioni, colpendo tutti i batteri compresi quelli antibiotico-resistenti. E ancora: per combattere funghi e virus si ottiene un effetto potenziato mescolando il miele alla propoli. Così si guariscono oggi le faringo-tonsilliti al loro primo insorgere.

    C’è qualche controindicazione all’assunzione del miele? Può ad esempio alterare la glicemia?

    “Ovviamente il miele può aumentare la glicemia se assunto in dosi improprie. Ma è certamente meno pericoloso dello zucchero nel Diabete, essendo più dolcificante dello zucchero e quindi dovendone assumere in minor quantità. Si sa che l’assorbimento delle calorie dal miele è minore.

    Il miele è composto soprattutto da due zuccheri semplici facilmente assimilabili: il glucosio e il fruttosio; ma contiene anche altre importanti sostanze quali acqua, polline e minerali come magnesio e potassio. Inoltre gli enzimi contenuti nel miele, trasmessi dallo stomaco delle api, lo rendono più digeribile. Da non dimenticare il suo contenuto in anti-ossidanti e vitamine, non presenti nello zucchero (saccarosio). Dobbiamo ricordare però che il miele è sconsigliato per i bambini fino ad un anno di vita per evitare il rischio di contrarre il Botulismo.

    Tra gli organi del nostro corpo che riceverebbero benefici dall’assunzione quotidiana di una dose pur modesta di miele lei ha recentemente accennato al cuore. Ci vuole chiarire meglio questa correlazione?

    “Recentemente ho scritto un articolo sulla rivista Gli amici del cuore, dove affermavo che il miele contiene, in piccole dosi, una sostanza benefica per il nostro organismo: l’acido acetil-salicilico (il componente dell’Aspirina). Questa sostanza ha un’azione analgesica, antiinfiammatoria e antitrombotica. L’Aspirina, infatti, assunta in piccole dosi, evita l’aggregazione delle piastrine, fluidifica il sangue e protegge dall’infarto miocardico.

    Come per tutti i farmaci, il dosaggio è molto importante nel contribuire alla guarigione, secondo l’antico adagio: corpora non agunt nisi soluta. A volte le piccole dosi di un farmaco sono curative mentre le grandi sono tossiche o addirittura velenose (vedi Arsenico). Lo stesso si può dire per l’Aspirina, che in piccole dosi ha un’azione benefica anti-trombotica, mentre a forti dosi può causare gravi emorragie.”

    Per finire uno sguardo rivolto al nostro territorio. Come giudica la qualità del miele prodotto in Polesine? Esiste un rapporto di collaborazione tra i vari apicoltori polesani? Vengono organizzate delle iniziative promozionali?

    “Anche nel Polesine come in altri territori del Veneto esistono Centri in cui si svolgono Corsi di insegnamento e di incontro tra gli apicoltori. E’ bello vedere quanti giovani frequentano questi percorsi di studio e di pratica apistica. Circa la quantità di miele prodotto in Polesine e nel Veneto dovrei rivolgermi alle varie associazioni di apicoltura per avere informazioni fedeli.

    Purtroppo la quantità di miele prodotto dagli apicoltori italiani non è sufficiente per le richieste del nostro mercato e pertanto si importa miele extracomunitario che può contenere antibiotici, batteri della peste delle api o altri batteri patogeni, o sono vecchi o surriscaldati o addirittura costruiti artificialmente con zuccheri vari. Questi mieli non posseggono i caratteristici enzimi e sono privi dei benefici elementi minerali.”

  • Angioletta Masiero e gli Autori Polesani

    Angioletta Masiero e gli Autori Polesani

    Il poeta americano Wallace Stevens, afferma che “la via attraverso il mondo è più difficile da trovare della via al di là del mondo.” Ed è con questa consapevolezza, tanta esperienza e altrettanta grinta che Angioletta Masiero è da quest’anno il nuovo presidente del Gruppo Autori Polesani.

    La compagine ha da qualche mese festeggiato i 40 anni di attività ed ecco il ‘cambio della guardia’ al vertice, dove la Masiero, prende il posto di Aurora Gardin, che ha guidato l’associazione per 23 anni dal 1994. “Nel 1977 erano 47 gli iscritti, mente nel 2017 la quota si è fermata a 36. – ricorda Gardin -. Negli ultimi anni si sono registrati non pochi simpatizzanti ma meno iscritti. Lo zoccolo duro sono gli Autori Polesani storici, mentre i giovani sono restii a legarsi alle associazioni”.

    Ora tocca ad Angioletta Masiero rivitalizzare l’associazione.

    – Come affronta la nuova esperienza? Chiediamo alla neopresidente.

    “Nel Gruppo Autori Polesani, sono iscritti autori vincitori di numerosi premi letterari nazionali ed internazionali. Essere alla guida degli Autori rappresenta l’impegno a valorizzare, promuovere e divulgare la nostra cultura e i nostri artisti”.

    – Il Polesine e Rovigo sono luoghi che facilitano il proliferare della cultura?

    “Tanti considerano il Polesine una terra povera in campo culturale, invece possiede veri tesori d’arte e tradizione. Basti pensare al patrimonio librario costituito da oltre trecentomila volumi dell’Accademia dei Concordi. Rovigo e il Polesine tutto sono ricchi di testimonianze culturali purtroppo poco conosciute e pertanto trascurate, quasi ignorate.

    Questo vale anche per il patrimonio umano; la nostra terra è ricca di poeti, musicisti, scrittori, artisti a tutto tondo che portano vanto al Polesine sia in campo nazionale che internazionale”.

    – La sua esperienza nel mondo letterario come le fa vedere la realtà rodigina in fatto di cultura?

    “Come un sfida. In questo momento la realtà culturale rodigina, o meglio polesana, è in grande fermento, in continua crescita. Non ha nulla da invidiare alle realtà di altre città del Veneto, anzi. Importante è continuare a crescere; quando penso alla realtà culturale della nostra terra mi viene in mente un giardino. Il giardino rende più intellegibile e più bella l’interiorità dell’anima. Un giardino richiede attenzione, richiede amore, richiede bellezza, richiede apprendimento.

    – Cosa ha lasciato Aurora Gardin al Gruppo ?

    “Aurora Gardin è una persona straordinaria, dotata di raro altruismo e generosità. Al Gruppo Autori Polesani ha dedicato il suo tempo e ha trasmesso a tutti noi la sua carica umana e la sua dedizione. Basti pensare che per anni, ogni lunedì mattina, con qualsiasi tempo, sulla sua inseparabile bicicletta, si è recata a Casa Serena dove leggeva poesie e ideava incontri con altri autori per stimolare e coinvolgere culturalmente gli anziani ospiti. Si è dedicata anima e corpo alla diffusione dei valori legati alla poesia e alla letteratura e l’ha fatto in totale gratuità, come fosse una missione”.

    – Quali sono le proposte e le novità che vorrebbe introdurre nel gruppo?

    “Ha già preso il via la rubrica culturale “Galleria d’Autore” a Radio Kolbe che ho ideato e curato personalmente. Ogni martedì alle ore 18 presento un autore diverso e le sue opere. Ho ideato anche un caffè letterario dove, periodicamente, un autore del gruppo viene invitato a presentare il suo nuovo libro. Sono previsti, inoltre, scambi culturali con importanti circoli e associazioni culturali di varie città italiane”.

    – Qualche iniziativa in programma fuori dai confini rodigini?

    “Ho già preso accordi con il presidente della storica Camerata dei Poeti di Firenze, il noto scrittore Carmelo Consoli, e con il presidente fondatore del Circolo Letterario Internazionale “Altre Voci” di Milano. Presentazioni dei libri dei nostri autori sono programmate anche a Treviso, Padova e Venezia. Sono stata inoltre contattata anche da un noto regista romano di Canale Italia per presentare le opere dei nostri scrittori nella rubrica televisiva “Libri oggi” a Roma. Un’importante casa editrice padovana si è resa disponibile a creare un’apposita collana editoriale per gli autori del Gruppo”.

    – Quali suggerimenti per i giovani autori che non sanno come iniziare ad avvicinarsi alla scrittura?

    “Chi inizia a scrivere e non ha contatti con altre realtà culturali ha bisogno di essere consigliato, supportato, informato. Lo invito ad avvicinarsi al Gruppo Autori Polesani per ricevere le informazioni che possono tornargli utili. Muoversi nel mondo della cultura per un neofita non è così semplice. L’esperienza maturata nel tempo mi permette di ben conoscere tante diverse realtà culturali a livello nazionale e sarei ben lieta di mettere a disposizione di giovani autori le mie competenze. Mi occupo da anni di consulenze editoriali per varie case editrici italiane e anche questo può tornare utile ad un giovane che deve muovere i primi passi nel mondo dell’editoria”.

    – E-book o libro stampato: cosa è meglio?

    “Libro stampato per sempre! Amo il fruscio delle pagine, l’odore del libro fresco di stampa; amo soffermarmi sui capitoli che più m’intrigano e mi piace sottolineare a matita versi e righe particolarmente interessanti. Il libro stampato è il mio grande amore da sempre”.

  • L’Associazione Danza Antica

    L’Associazione Danza Antica

    “Ambasciatrice del Polesine, nuova valenza per il nostro territorio”. Così è stata così definita l’Associazione Danza Antica di Villadose, le cui esibizioni, proposte non solo in Italia ma anche all’estero, hanno ottenuto nel corso degli anni sempre più successo.

    Si tratta di una associazione che innanzitutto svolge un’attività di ricerca e di studio di quelli che sono stati gli aspetti civili, religiosi e ludici di antiche civiltà preromane e romane. L’impegno del gruppo si concretizza poi nell’allestire particolari rievocazioni che si basano su un rigoroso approfondimento e su una documentazione specifica, che si avvale di fonti letterarie antiche, di rappresentazioni figurative parietali e di reperti archeologici. Nascono così le interessanti e coreografiche manifestazioni incentrate su aspetti della vita quotidiana, delle usanze e dei riti praticati nell’antichità sia in periodi di pace che di guerra.

    Molte le documentazioni che testimoniano questi riti, queste usanze da parte di popoli che hanno vissuto in epoche antiche e perfino preistoriche. Diversi archeologi hanno studiato pitture su vasi e rilievi rupestri; è stata anche compilata una antologia figurata della danza in quell’epoca e raccolto immagini in una vasta area geografica dal Pakistan al Danubio. Anche in Turchia e in Giordania sono state rinvenute incisioni rupestri che mostrano chiaramente figure umane che si tengono per mano e danzano. Anche analizzando papiri egizi, recentemente venuti alla luce, è stato riscontrato che esistevano occasioni mondane in cui danza e canto erano elementi importanti di intrattenimento durante le feste. Erano organizzate anche vere e proprie gare danzanti e canore che venivano sottoposte al giudizio di una giuria.

    Dalla storia antica giungono dunque fino a noi molteplici suggestioni e stimoli interpretativi che il Gruppo di Danza Antica di Villadose riesce a cogliere, proponendo poi esibizioni che suscitano crescenti apprezzamenti.

    Ma come è nato il gruppo di Villadose? Lo chiediamo alla fondatrice e responsabile dell’associazione, la professoressa Silvia Bellinello.

    “L’Associazione nasce nel 2009, come gruppo a sé dopo molti anni di attività all’interno del GAV, Gruppo Archeologico di Villadose, molto conosciuto non solo per l’attività archeologica sul territorio, ma anche per le rievocazioni storiche dell’antica Roma fatte in loco con i riti ed i banchetti che venivano proposti, come pure le danze sia romane che orientali che venivano eseguite. Ad un certo momento si è sentita la necessità e l’opportunità di costituire un gruppo a sè stante per poter meglio sviluppare e preparare le coreografie di queste danze, che potevano essere effettuate anche in manifestazioni indipendenti dalle esibizioni proposte nell’ambito della festa della Centuriazione romana del paese”.

    E lei ha costituito questo gruppo per curare la danza in particolare?

    “Io ero insegnante di educazione fisica ed ho sempre avuto la passione per la musica e la danza in tutte le sue espressioni. Da 38 anni insegno danze moderne in una scuola privata. Ho unito insieme le mie due passioni: quella di interpretare la musica con il corpo e quella per l’archeologia. Ho inventato, quindi, le danze ispirandomi agli affreschi dei musei, alle statue, alle vesti con le loro forme e i loro colori. Molto utile per me – sotto questo aspetto – è stato il ritrovamento nelle campagne della nostra zona (precisamente a Beverare) di una laminetta in bronzo rappresentante una menade danzante con una lunga stola che avvolge le braccia (attualmente la menade è esposta al Museo dei Grandi Fiumi di Rovigo). Da questa figura, come pure da altre riprodotte su reperti archeologici, ci siamo ispirate per la confezione degli abiti delle ballerine. Questi costumi, molto colorati e vaporosi (ora in numero molto considerevole), vengono confezionati dalla nostra costumista Elena Cecchetto”.

    E come nascono le coreografie?

    “La danza, sia antica che moderna, è una manifestazione dell’animo che ci fa esprimere delle sensazioni, delle emozioni sia di gioia che di tristezza. In base a queste emozioni nascono spontanee le coreografie. La danza romana presuppone sia danze votive, dedicate a qualche divinità, sia danze festose, utilizzate nei banchetti e per le feste. La danza orientale era utilizzata soprattutto nei banchetti dei ricchi patrizi. Si sa che all’epoca romana erano apprezzate le danzatrici provenienti dalla Siria e dall’Egitto”.

    Come vengono scelti i brani musicali?

    “Si scelgono brani musicali dai ritmi e suoni consoni, cioè adatti ai lavori che intendiamo presentare, facendo sempre ricorso alla ricca produzione di musica sperimentale dei due gruppi Synaulia (di Firenze) e Ludi Scaenici (della Toscana e del Lazio) che hanno ricostruito strumenti antichi quali cembali, tube, crotali, tamburi, flauti. Il nostro gruppo acquista i cd con le melodie da loro preparate e noi le interpretiamo secondo le esigenze che riteniamo opportune per le nostre esibizioni”.

    Quattordici sono attualmente le ragazze dell’Associazione Danza Antica di Villadose che hanno sempre aderito con passione, adeguandosi ai programmi che di volta in volta vengono loro proposti. Sono giovani dai diciotto ai venticinque anni circa, per lo più di Villadose ma anche di Rovigo e provincia. I loro spettacoli sono richiesti in diverse città d’Italia, soprattutto in quei centri dove si svolgono con successo le tradizionali e scenografiche rievocazioni storiche (Roma, Aquileia, Alessandria, Borgoricco, Brescello, Adria e molte altre località). Da quattro, cinque anni le richieste giungono anche dalla Croazia (Pola e Umago), dalla Svizzera (Augusta Raurica vicino a Basilea), dalla Germania (Weissenburg) e da altre nazioni.

    Un vanto per il Gruppo danza antica è la partecipazione da venti anni – cioè dalla prima edizione – alle manifestazioni dei “Natali di Roma”, organizzate dal gruppo storico romano il 21 e 22 aprile con la partecipazione di 1500 figuranti tra militari e civili provenienti da numerosi paesi europei. Un’altra soddisfazione è di essere stati i primi in Italia ad aver partecipato, nello scorso mese di ottobre, alla “Sfilata del gioiello” organizzato dalla Centuriazione romana con i gioielli ricostruiti dal dottor Dario Tegani di Treviso con acconciature e costumi adeguati.

    Il programma per il futuro è ricco di partecipazioni alle manifestazioni organizzate sia in varie città d’Italia sia in altri paesi europei. Quest’anno è arrivato un invito anche dalla Francia, giunto dalla città di Die presso Grenoble.

    “E noi ci saremo!”, sottolinea con orgoglio Silvia Bellinello che poi aggiunge: “E contiamo di fare ben figurare il nostro territorio, e magari suscitare qualche curiosità di visitarlo, per apprezzare le eccellenze storiche e paesaggistiche del nostro Polesine”.

  • Nei luoghi della Secessione

    Nei luoghi della Secessione

    Le importanti mostre d’arte che, grazie all’ideazione e al sostegno della Fondazione CaRiPaRo, vengono annualmente allestite a Palazzo Roverella, costituiscono sicuramente un importante punto di richiamo nonché una opportunità di aggiornamento sulle tematiche artistiche europee. E spesso stimolano anche ulteriori approfondimenti, sia con la programmazione di apposite conferenze, sia con l’organizzazione, in alcuni casi, di veri e propri itinerari, finalizzati a verificare aspetti tematici o a conoscere gli ambienti dove vissero gli artisti di cui al Roverella si sono apprezzate le opere.

    Tra le associazioni più attive in questo senso va sicuramente indicata l’attività degli Amici dell’Arte che, dopo aver visitato la mostra sulle Secessioni al Roverella, su iniziativa del consigliere del direttivo Giorgio Lazzarini, hanno ideato un tour alla volta delle tre città europee simbolo del Movimento secessionista: Monaco, Vienna e Praga. Un Movimento caratterizzato da artisti che, nel periodo che va da fine Ottocento al primo ventennio del Novecento, si staccarono dalle Accademie d’arte ufficiali, per seguire una linea del tutto innovativa.

    La prima tappa dell’itinerario è stata VIENNA, elegante città mitteleuropea che ha accolto i viaggiatori, guidati dall’esperto d’arte padovano Fabio Bossetto, mostrando splendidi edifici, piazze e cattedrali, imponenti luoghi simbolo di una capitale dal passato glorioso.

    Il programma di viaggio si è sviluppato innanzitutto mediante una visita al Leopold Museum, struttura moderna realizzata all’interno delle antiche scuderie di corte, dove si è potuta ammirare la più grande collezione al mondo di Egon Schiele. Le sue opere hanno catturato i visitatori per l’intensità espressiva dei soggetti trattati, per la comunicazione del disagio interiore dell’individuo; immagini rappresentate con modi asciutti, a significare il superamento di tutte le forme artistiche preesistenti, incluso il Romanticismo e il Simbolismo.

    In altre sale del palazzo spiccano inoltre i capolavori di Gustav Klimt, che nelle sue opere ha rappresentato l’evoluzione e il superamento della realtà obiettiva, rappresentando un mondo dominato da sentimenti, istinti e passioni. Al Museo Leopold, famoso come sede del Liberty viennese, si possono poi ammirare pezzi dell’artigianato artistico della Vienna di fine ottocento, combinati in un insieme armonioso con l’esposizione di quadri, grafica e pittura.

    La visita viennese è poi proseguita al Castello barocco di Belvedere, che ospita una delle più pregevoli collezioni di opere d’arte in Austria. Spiccano qui le tele di Gustav Klimt, soprattutto le più celebri del periodo aureo, in cui l’artista ha riprodotto lo sfarzo dei mosaici bizantini, dando vita ai capolavori, quali “Il bacio”, “Giuditta”, “Ritratto di Fritza Riedler” e altri.

    Non poteva mancare la visita alla Palazzina della Secessione, progettata dall’architetto Joseph Maria Olbrich, con il moto che campeggia all’ingresso “Ad ogni epoca la sua arte, a ogni arte la sua libertà”. All’interno i visitatori hanno ammirato il famoso “Fregio di Beethoven”, dipinto da Klimt, dove la nona sinfonia è il criterio ispiratore dell’opera.

    Nei giorni successivi il gruppo rodigino ha raggiunto la città di PRAGA, ricca di elementi artistici che a cavallo tra il diciannovesimo e il ventesimo secolo hanno segnato l’architettura, la scultura e la pittura, prendendo il nome di “Jugendstil”, sfociati poi nello stile Liberty.

    Proprio l’architettura Liberty ha influenzato il volto di Praga, che conserva edifici con interessanti facciate e pregiati interni. La Stazione Centrale, i palazzi in Piazza della città vecchia, alberghi e luoghi pubblici ne sono una chiara dimostrazione e contribuiscono a trasmettere alla città un’atmosfera esclusiva e romantica. Non è mancata tuttavia la visita ad altri monumenti importanti, quali Ponte Carlo che con le sue imponenti statue domina la Moldava, il quartiere del Castello con il Palazzo Reale e la Cattedrale di San Vito, Piazza San Venceslao e il quartiere ebraico Josefov, con l’antico cimitero e le sinagoghe storiche.

    Gli ultimi giorni sono stati dedicati a MONACO DI BAVIERA, città moderna e industrializzata, che ospita la Neue Pinakotek. L’edificio, di architettura moderna, inaugurato nel 1981, si trova nella zona dei grandi musei della città e contiene i principali capolavori della pittura ottocentesca, nonché i dipinti dei maestri della Secessione Monacense del 1892.

    Non poteva infine mancare la visita della Lenbachhaus, elegante villa-pinacoteca di fine ottocento, appartenuta al principe pittore Franz Von Lenbach, con capolavori del Bleue Reiter, uno dei primi movimenti dell’Espressionismo tedesco, sviluppatosi a Monaco tra il 1911e 1914 attorno a Vassily Kandinskij, che proprio da uno dei suoi quadri più famosi, “Il cavaliere azzurro”, ha preso il nome.

    Si è trattato di un viaggio davvero interessante, che ha stimolato nuovi interessi e risposto pienamente alle attese del gruppo degli Amici dell’Arte di Rovigo, che hanno gradito anche i cibi tipici dei luoghi visitati; piatti che sicuramente hanno contribuito a rendere il viaggio più piacevole e coinvolgente.

  • My Delta – Mab Youth Delta

    My Delta – Mab Youth Delta

    E’ incredibile come a volte persone diverse per età e idee, ma unite dallo stesso amore per la propria terra, possano creare dal nulla qualcosa che trasformi i loro sogni in realtà.

    Eppure è quanto è accaduto all’associazione My Delta, che fino a pochi mesi fa non era altro che un gruppo di ragazzi giunti per strade diverse al 1° Forum Mondiale dei giovani delle Riserve della Biosfera MaB UNESCO – Mab Youth Forum, il grande evento tenutosi a settembre 2017 nel Delta del Po.

    Tutto inizia lì: il Forum – organizzato dall’ufficio UNESCO di Venezia e dalla Riserva della Biosfera del Delta del Po con il sostegno della Regione Veneto e della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo – ha accolto nel Delta quasi 300 giovani giunti da tutto il mondo per rappresentare le varie Riserve della Biosfera, ossia i luoghi in cui ogni giorno essi studiano, lavorano, abitano. Tra i partecipanti anche gli attuali soci di My Delta, presenti sia come delegati per il nostro Delta del Po (che è Riserva di Biosfera dal 2015), sia come volontari.

    Per 5 giorni tutte queste giovani menti hanno condiviso idee, opinioni ed esperienze riguardanti lo sviluppo sostenibile dei propri territori, fino a stilare una dichiarazione finale che detta le linee per la conservazione e lo sviluppo di tutte le Riserve.

    Finito il Forum, salutati i delegati, alcuni dei ragazzi non se la sono proprio sentita di finirla lì. L’entusiasmo era tanto, e quel senso di famiglia che si era creato tra i giovani deltini voleva ancora dare molto al proprio territorio. È stato inoltre fondamentale l’incoraggiamento, durante e dopo il Forum, di persone come Marco Gottardi, ex direttore dell’Ente Parco Regionale Veneto del Delta del Po; di Philippe Pypaert, allora capo unità del programma Unesco per le scienze nell’ufficio di Venezia; di Antonio Finotti, presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo.

    Nasce così, il 15 dicembre 2017, My Delta – Mab Youth Delta, nome che riassume il lungo percorso fatto finora dai 25 giovani soci fondatori: l’acronimo “My” rimanda al Mab Youth Forum, ma esprime anche il senso di appartenenza al meraviglioso territorio che ci circonda, un paesaggio unico e troppo spesso ignorato, che l’associazione si impegna a promuovere e salvaguardare.

    Tra le finalità dell’associazione figurano infatti la promozione della Riserva della Biosfera e del suo patrimonio naturale, artistico e culturale, presso gli stessi residenti del Delta; l’educazione al rispetto del territorio e al suo sviluppo sostenibile; il confronto con gli altri territori riconosciuti da UNESCO.

    Questi obiettivi vengono perseguiti tramite l’organizzazione di iniziative che coinvolgano gli operatori del territorio, ma anche con l’utilizzo intelligente dei mezzi di comunicazione come i social network, e soprattutto tanta, tanta buona volontà da parte degli stessi soci.

    L’energia sviluppata dai soci si è già concretizzata in alcuni importanti progetti, internazionali e non. Primo tra tutti quello con gli studenti dell’Istituto tecnico turistico “Colombo” di Porto Viro. Qui i volontari di My Delta hanno trovato un gruppo di ragazzi pronti a mettersi in discussione, curiosi ma anche attenti alle criticità del proprio territorio. Gli studenti hanno poi lavorato per promuovere attraverso i social network alcune immagini raffiguranti il nostro Delta. La creatività con cui hanno affrontato la sfida ha fatto emergere sfumature impreviste di un territorio che nasconde bellezze e opportunità dietro ad ogni angolo.

    A lanciare l’associazione fuori dai confini nazionali è stato invece il “Po Delta Light Bridge”, che lo scorso 2 marzo ha visto illuminare di rosso i più importanti simboli del nostro Delta, come il ponte di barche a Santa Giulia, l’idrovora di Ca’ Vendramin, la chiesa di San Basilio, il Centro congressi di Rosolina Mare e il campanile di Donada a Porto Viro, per creare un ideale ponte di luce che colleghi il Delta con l’Oriente.

    L’evento, organizzato dall’Associazione My Delta, dal Parco del Delta del Po Veneto e dalla Cooperativa Delta Po Experience, in occasione della Festa delle Lanterne cinese, è inserito nel più ampio programma della Commissione Europea per la celebrazione del 2018 Anno del Turismo Europa-Cina.

    Il 16 marzo inoltre circa cento partecipanti hanno preso parte alla collegata escursione ciclo-turistica, in cui le eccellenze enogastronomiche locali, il fascino della natura e il divertimento hanno accompagnato l’evento lasciando scoprire le valli del Delta al chiaror di luna.

    My Delta sarà inoltre partner dell’Ente Parco Regionale Veneto del Delta del Po, insieme anche a “Basi Comunicanti”, nel progetto #MYDELTASLOW. Il progetto, finanziato dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo e dalla Regione Veneto, mira a valorizzare il nostro territorio attraverso la promozione del turismo lento, come la creazione di percorsi cicloturistici che facciano apprezzare le bellezze naturali, paesaggistiche, storiche ed enogastronomiche del Delta del Po.

    Tutti i progetti dell’associazione non sarebbero comunque possibili senza l’aiuto e la cooperazione tra i diversi enti, le associazioni, le strutture e i gruppi di volontari che ogni giorno lavorano per rendere la meraviglia in cui viviamo ancora più bella.

    Dimostrare che il Delta è un territorio per i giovani, in grado di favorire opportunità di lavoro, caratterizzato da un ambiente che offre una buona qualità di vita, il regno della biodiversità, in cui uomo e natura possono convivere rispettandosi e traendone reciproci vantaggi: è questa la sfida più importante, in cui anche i giovani vogliono entrare e che con My Delta vedrà sicuramente una nuova carica di adrenalina.

    Per contattare l’Associazione si può mandare una mail a info@mydelta.it e per seguire le varie iniziative si possono consultare i profili social: Facebook – Associazione MY Delta; Instagram – insta_mydelta ; Twitter – @mydeltapo.

  • Gabbris e i giovani

    Gabbris e i giovani

    Dalla recente donazione alla Fondazione Banca del Monte di Rovigo delle opere dell’artista rodigino Gabbris Ferrari, scomparso tre anni fa, e dalla conseguente necessità di riordinarle e catalogarle, è nato un interessante progetto di Alternanza Scuola Lavoro sviluppato durante l’anno scolastico 2017-2018. La Fondazione Banca del Monte di Rovigo ha favorito l’attuazione del progetto ospitando diversi studenti dell’Istituto di Istruzione Superiore De Amicis di Rovigo, con l’obiettivo di offrire loro un’esperienza unica di conoscenza dell’arte di Gabbris Ferrari.

    L’attività didattica è stata perciò ponderata quale sperimentazione di lavoro a diretto contatto con la produzione e con la poliedrica personalità artistica del maestro rodigino scomparso da tre anni.

    Scopo ultimo del progetto della Fondazione è promuovere la divulgazione della figura di Gabbris con particolare attenzione verso il mondo dei giovani e della scuola, fondamentale veicolo di apprendimento. La Fondazione Banca del Monte ha ritenuto che questa proposta potesse davvero rappresentare un’opportunità eccezionale di apprendimento e di arricchimento culturale. Opportunità che l’istituto scolastico ha prontamente compreso e accolto, condividendone le finalità e pianificando un efficace progetto di Alternanza Scuola Lavoro, che nei ragazzi ha impresso il segno sotto molti aspetti.

    Il progetto, costruito insieme ai docenti referenti dell’Istituto scolastico, ha visto protagonisti nove studenti delle classi VAg, VBg e VAt: Matteo Beccati, Licia Brajato, Giada Breda, Giulia Cabbia, Vittoria Donatone, Debora Maron, Mattia Previato, Valentino Pizzo, Doina Sajin seguiti da Cinzia Malin, figura di tutor aziendale per la Fondazione Banca del Monte.

    Mettendo in campo le competenza degli specifici indirizzi “Grafica e Comunicazione” e “Turismo” i ragazzi hanno costituito un vero e proprio team di lavoro, articolandolo in diverse e specifiche attività: dall’allestimento del set fotografico al laboratorio di fotografia digitale, mettendo in pratica modalità e procedure dell’attività fotografica specifica per le opere d’arte; dall’organizzazione del lavoro di classificazione alla metodologia di catalogazione, dall’analisi delle opere alla realizzazione di relative schede descrittive.

    L’attività didattica è stata coordinata dai docenti Rossella Fontanazza e Anna Casazza per la parte tecnica e Cristina Ferrari per la catalogazione, in un unico progetto modulato e interconnesso, nel quale ognuno dei ragazzi ha potuto esplicare il proprio ruolo e contribuire al raggiungimento dell’obiettivo del progetto proposto dalla Fondazione.

    Il lavoro di squadra, dopo i primi giorni di prevedibile assestamento, è stato ben impostato e organizzato, stante le chiare finalità del progetto, grazie sia al coordinamento dei docenti delle diverse aree sia, soprattutto, all’impegno dei ragazzi. La scuola ha partecipato attivamente mettendo a disposizione la strumentazione tecnica di alto livello che ha reso possibile l’esperienza di fotografia. La perizia e la professionalità dei docenti hanno permesso di condurre l’analisi minuziosa delle opere, di classificarle in quattro macro aree e di produrre per ciascuna opera una precisa scheda di catalogazione corredata di immagine.

    Si è trattato di un lavoro complesso e delicato che i ragazzi hanno assimilato e che hanno preso in considerazione con cura. Sotto la supervisione degli insegnanti, che hanno affiancato con dedizione un compito importante e molto appassionante, gli studenti si sono cimentati nelle attività con precisione e senso di responsabilità, mettendo in pratica vari aspetti del lavoro vero e proprio: dalla strutturazione delle varie fasi di lavoro alla loro organizzazione, dall’assunzione del proprio impegno al rapporto con i compagni, dal rispetto dei tempi per le attività assegnate, alle proposte migliorative per risolvere eventuali difficoltà.

    “E’ stata per tutti un’esperienza unica in quanto gli alunni hanno avuto l’opportunità e il privilegio di essere a contatto diretto con le opere del maestro Ferrari e conoscere da vicino il suo percorso artistico, dalla produzione degli anni Settanta alle opere più recenti delle ultime sue esposizioni, compresi disegni, produzioni polimateriche e studi per l’allestimento scenografico di opere teatrali”, ha affermato la docente Cristina Ferrari che ha seguito i ragazzi nel lavoro di ricognizione, studio e classifica delle opere.

    Importante è stato per la Fondazione avere il feedback sull’esperienza da parte dei ragazzi, creando, per l’occasione, un incontro presso la propria sede a conclusione dell’attività, in un clima di familiare confronto con il Segretario Generale Giorgio Lazzarini. “E’ stata una bellissima esperienza. Abbiamo conosciuto Gabbris Ferrari, un artista di Rovigo di cui non sapevamo niente e abbiamo sperimentato anche un metodo di lavoro”; “Abbiamo imparato a riconoscere e a gestire i parametri della macchina fotografica soprattutto per quanto riguarda la difficile ripresa dei quadri e delle opere tridimensionali che richiedono tecniche specifiche per via del posizionamento delle luci e del soggetto”; “Riconosciamo che è stato un lavoro molto importante e formativo, non capita spesso di avere queste opportunità”; “Tra di noi non ci conoscevamo, provenendo da classi diverse, ed è stato bello costruire il lavoro d’insieme, per altro in un clima di armonia perché ognuno di noi si sentiva utile con il proprio lavoro”; “Per noi è stata un’attività nuova; il lavoro è stato impegnativo ma ci ha dato anche molta soddisfazione perché siamo riusciti a portarlo a termine, ci siamo messi alla prova, abbiamo imparato come risolvere i problemi, insieme. Riteniamo che anche questo sia stato per noi molto istruttivo per affrontare il mondo del lavoro”; “Sotto la guida della nostra insegnante Cristina Ferrari abbiamo percepito la personalità del maestro Gabbris e avuto modo di accostarci alla sua arte e alla sua continua sperimentazione sia tecnica che artistica”.

    L’obiettivo principale della Fondazione era quello di catalogare le opere che la Fondazione ha ricevuto in donazione ma “non è stato certo un lavoro meccanico quanto piuttosto l’opportunità di entrare nell’animo della persona” hanno affermato concordi i docenti. “E’ stata soprattutto un’attività di tipo culturale, di conoscenza dell’arte e della figura del maestro Ferrari e della sua copiosa e diversificata produzione”, ha precisato l’insegnante Casazza.

    Se necessità della Fondazione era il riordino delle opere e finalità del progetto era quello di far conoscere ai giovani un artista di pregio come Gabbris Ferrari, si può affermare che l’obiettivo è stato raggiunto, e con successo, poiché è stato anche perseguito il duplice scopo istituzionale di intervenire nel settore della cultura, valorizzando il maestro rodigino, e nel settore delle attività formative, con mirate attività rivolte alla scuola.

    Ricordando la grande passione di Gabbris Ferrari per la didattica, quasi una vocazione, e verso i giovani che amava coinvolgere direttamente nei suoi lavori rendendoli protagonisti, la Fondazione ritiene di avere donato a questi ragazzi una speciale opportunità di vivere l’arte appieno e di avvicinarsi all’artista Ferrari, attraverso i lavori, come se l’avessero conosciuto di persona” è la considerazione conclusiva del prof. Luigi Costato, Presidente della Fondazione, che riassume la molteplice valenza del progetto.

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