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Archivi: Articoli d’archivio

  • Cibotto e il Delta

    Cibotto e il Delta

    Nella nota introduttiva che precede le pagine del romanzo “Scano Boa” di Gian Antonio Cibotto, si legge:

    È inutile cercare sulla carta geografica le località nominate… L’esattezza geografica non è che un’illusione. Il Delta Padano, per esempio, non esiste. Lo stesso dicasi, a maggior ragione, per Scano Boa. Io lo so, ci sono vissuto.

    È stato egli stesso, durante una conversazione privata del 1998, a farmi capire il significato di questa “avvertenza”. Mi spiega che il Delta non è più quello che ha descritto e che aveva conosciuto da ragazzo, quando accompagnava il padre, il senatore Carlo Cibotto, che in quest’area promuoveva l’istituzione delle cooperative. A quel tempo c’era ancora gente che abitava capanni di canna, vivendo in modo estremamente povero; non c’erano strade, o almeno erano pochissime e insufficienti, e per spostarsi era necessario ricorrere alle barche, si andava al massimo in bicicletta o a piedi. Tanto a piedi! La gente faceva decine di chilometri a piedi.

    Era quindi un mondo isolato, chiuso in se stesso, che non comunicava.

    “Era un altro mondo! ma era molto bello, molto bello! Ed era un mondo, che aveva in compenso un candore che oggi non ha più. Il Delta che ho conosciuto io e che ho descritto è un Delta fuori tempo, che io vagheggio ancora (ma questo deve restare fra noi, non dirlo a nessuno), perché ho un ricordo meraviglioso di quei posti, di quei personaggi, di quel modo di guardare la vita con distacco. C’erano delle dolcezze che sono scomparse. Adesso tutti inseguono il danaro e se ne allontanano. Tutti corrono come matti! Ma dove corrono? Quel Delta lì, quello di Scano Boa non esiste, è frutto della mia fantasia. L’avvertenza è una civetteria, per spiegare che il volto del Delta è cambiato e che la realtà che ho descritto non esiste più”.

    Il libro ha ispirato due film, ma è stato tradotto in modo molto differente dai due registi, che lo hanno sviluppato in maniera autonoma. La diversa chiave di lettura non ha minimamente turbato Cibotto, secondo il quale ciascuno è padrone di interpretare liberamente il romanzo.

    Giancarlo Marinelli, in Scano Boa – Dannazione, girato nel 1996, ha voluto cambiare quella che era l’impostazione del libro, realizzando il film in chiave surreale, con inquadrature nelle quali si ha l’impressione che si sia un po’ compiaciuto, arrivando a momenti vicini all’estetismo. Il nostro mare, la luna, l’ambiente lo hanno talmente incantato che nel corso della narrazione ci ritorna sopra più volte. D’altra parte questi luoghi, dove cielo, acqua e terra si confondono dando vita a paesaggi unici e a forti suggestioni, ben si conciliano con il cinema, e Marinelli ha inquadrato il Delta, come raramente si è avuto occasione di vedere.

    35 anni prima, nel 1961, il regista Renato Dall’Ara l’aveva interpretato in modo realistico, pur aggiungendo divagazioni che hanno modificato il ritmo molto asciutto ed essenziale del romanzo. Dieci anni prima il regista aveva utilizzato la notizia di cronaca ricavandone un documentario, perché il romanzo Scano Boa è imperniato sul fatto, realmente accaduto nel 1954, di una donna che partorisce mentre con un’imbarcazione (allora il principale mezzo per spostarsi nel Delta) la stavano trasportando da una piccola frazione isolata a un vicino centro abitato. Durante il tragitto, alcuni contadini (o forse pescatori) hanno chiamato dalla riva e hanno chiesto di accogliere pure un morto, che poi è stato portato al cimitero. E sono arrivati perciò al paese il morto e, dall’altra parte, la vita che era nata.

    Questo episodio ha molto colpito Cibotto, catturandolo e coinvolgendolo emotivamente tanto che, ripensandoci e inseguendolo con la fantasia, è stato indotto a scriverne, soprattutto perché raramente capita di incontrare contemporaneamente la morte e la vita. Per una maggiore fedeltà all’ambiente e alla vicenda è poi andato a parlare col prete, coi chierichetti, con la ragazza nata in barca, con la madre e a rivedere i luoghi (Non a rivederli – precisa – a viverli, perché sono stato parecchio là) e anche se, ovviamente, il racconto è stato arricchito con particolari d’invenzione e qualche coloritura, rappresenta per certi aspetti un documento che aiuta a capire in maniera abbastanza veritiero com’era il Delta.

    Il libro “Il sogno dello storione”, pubblicato nel 2004 da Panda Edizioni, contiene interviste, testimonianze, appunti raccolti in un canovaccio di sceneggiatura per il film.

    La bambina nata in barca si è successivamente trasferita nel Piemonte e Cibotto l’ha conosciuta e incontrata quando, ormai adulta, gestiva un negozio di parrucchiera a Rivoli. “Ho voluto conoscere questa ragazza nata in barca – racconta Cibotto – molto simpatica, alla quale presto voglio fare un’intervista per indurla a ricordare certe cose, e con lei abbiamo ripercorso molti eventi, molte fasi di quei momenti. Veniva sempre in Polesine una volta. Adesso non viene più perché anche lei si è fatta portar via dalle spiagge alla moda… e sbaglia”.

    Il film di Dall’Ara è stato presentato con successo al XIV festival di Locarno, ma quando è tornato in Italia per essere proiettato nelle sale, è sorta una controversia tra il produttore e la distribuzione cosicché, nel momento in cui avrebbero dovuto farlo vedere, la pellicola è stata bloccata dalla magistratura perché c’era una causa impiantata che si è trascinata per molto tempo, al punto da nuocere moltissimo alla conoscenza del film, alla sua diffusione e, aggiunge Cibotto “anche a loro – parlo per loro – per i loro incassi. Perché io, sia chiaro che, nel primo e nel secondo caso, ho dato il mio libro senza pretendere neanche un soldo. Cioè, io non voglio mai soldi per quelle cose che faccio, perché non mi interessa: non ho figli, non ho moglie, non ho fastidi”.

    In effetti Gian Antonio dava poca importanza al denaro: per lui erano importanti i libri, la musica, il teatro “dove almeno, se vado, faccio il mio piacere”. Comunque, seppur contento di non avere i “fastidi” della famiglia, riconosceva che anche vivere soli non è facile.

    Per compagnia aveva adottato una cockerina spaniel che aveva chiamato Fosca. Diceva che era lui a portare il collare, mentre la cagnetta non portava niente. A Rovigo la conoscevano tutti e mi diceva che quando per strada incontrava degli amici, mica chiedevano di lui; domandavano invece: Dov’è Fosca? Come mai non c’è Fosca? Fosca come sta? “Hanno capito che tra noi due chi comanda è lei”.

    In Scano Boa e in altri romanzi e film ambientati nel Delta non mancano fatti e situazioni in qualche modo legati alla superstizione, alla magia, ai sogni e alla fantasia di coloro che qui hanno abitato, come i conigli azzurri e i conigli bianchi del libro, che nel film diventano cavalli bianchi, perché sono i luoghi e la gente polesana “che ti fanno vedere queste cose e si prestano a rappresentare questi sogni e queste magie. Era fantasioso perché la gente aveva il tempo di sognare”.

    Cibotto aveva molta nostalgia di quel tempo e di quei posti, che gli sono rimasti sempre dentro, e quando raggiungeva Scano Boa si commuoveva fino alle lacrime: accompagnato con la barca, voleva essere lasciato solo; si dirigeva verso la spiaggia, di fronte al mare, si sedeva su uno dei tronchi spiaggiati e piangeva. L’ho visto con i miei occhi.

    Ha amato molto il Delta, la terra dove raccontava di ritenersi “vivente”, e anche il Delta gli è stato riconoscente e il 26 ottobre 2007 ha organizzato una giornata in suo onore, durante la quale il Comune di Porto Tolle gli ha conferito la cittadinanza onoraria. Con l’occasione, la Regione del Veneto ha prodotto un cofanetto contenente la ristampa del libro Scano Boa, che aveva allegato un DVD con il film di Dall’Ara e un’intervista nella quale lo scrittore riflette sulle suggestioni che il paesaggio del delta del Po suscita in lui: un territorio che la sua fantasia gli faceva vedere in modo ancora più straordinario e del quale Marinelli ha saputo cogliere l’incanto e la malinconia.

    “Io sono molto malinconico – sottolineava – perciò là mi ci trovo, è casa mia”. E Scano Boa è il luogo dove diceva di abitare sentimentalmente, osservando: “Il Polesine è ancora terra di incantamento e speriamo di salvarla. E concludeva: Buttiamo giù la ciminiera della centrale… insomma io spero che cada”.

  • Gian Antonio Cibotto (1925-2017)

    Gian Antonio Cibotto (1925-2017)

    Durante le sere d’estate passeggiava lungo le riviere che si affacciano come balconcini sull’Adigetto in compagnia di se stesso e dei suoi ricordi. Oppure raggiungeva la stazione dove ascoltava il passaggio dei treni recanti la promessa di una partenza o di un ritorno.

    Si presentava così nel 2002 Gian Antonio Cibotto, quando lo incontrai per una intervista: “già estinto” – per sua stessa definizione – nel mondo votato “all’eresia dell’azione”, ma vivo e vivace, ancora, nel mondo della poesia, del silenzio, della nostalgia per il tempo andato.

    Cibotto viveva solitario, appeso alla sua anima che sapeva regalare, attraverso un eloquio avvincente ed affascinante, idee sull’uomo, sulla cultura, sulla fatica e sulla ricerca della poesia e della verità. La sua è stata una vita davvero singolare.

    Venne alla luce a Rovigo l’8 maggio del 1925. A 12 giorni dalla nascita, intorno all’1.00 di notte, furtivamente fasciato dalla madre, fuggì con la famiglia per evitare un rastrellamento antifascista in programma per l’indomani mattina. Ad attenderli, nella fuga notturna, la macchina del vescovo il quale aveva avuto la confidenza di un gerarca ed era così venuto a conoscenza dei programmi punitivi ai danni di Carlo Cibotto, attivista nelle file dei movimenti cattolici, padre del piccolo Gian Antonio.

    Dopo questo inizio burrascoso, l’infanzia trascorse sempre avvolta dalla solitudine perché “nessuno frequentava il figlio del reprobo”. Le scuole elementari le frequentò nella sua città, dalle suore, alla De Silvestri. Poi, lui stesso si raccontava così…

    “Ero l’unico maschio in una classe di sole femmine che non mi volevano far giocare con loro nemmeno quando cantavano e ballavano Madamadorè. Poi arrivò il momento del ginnasio da cui fui allontanato perché non era accettabile che il figlio di un antifascista frequentasse l’istituzione scolastica, emblema della cultura e del pensiero fascista.

    Da Rovigo quindi fui sballottato prima al Manfredini di Este, poi al Don Bosco di Pordenone ed infine al Barbarigo di Padova. Quando ero a Padova – mi raccontava, tra volute di fumo che si espandevano nell’aria – fuggivo tutti i giorni e me ne andavo alla libreria Randi dove, in una sala definita dei maestri, si intrattenevano personalità del calibro di Diego Valeri, Manara Valgimigli, Concetto Marchesi, Bonaventura Tecchi ed Egidio Meneghetti. Lì imparai la vita, ad amare i libri e a parlare dei grandi del passato. Ultimati gli studi, sono andato via da Rovigo giovanissimo.

    – Una ricerca di ambienti più congeniali? Chiesi

    Accadde così… Un giorno scrissi un articolo per commemorare il decennale della morte di Max Jacobs, un poeta ebreo sterminato in un campo di concentramento, e lo mandai alla “Fiera Letteraria”. Il pezzo piacque e mi fu chiesto di collaborare. In seguito, a Venezia, Luchino Visconti aveva partecipato al Festival del Teatro con uno spettacolo di Diego Fabbri, allora vice direttore della Fiera Letteraria. Al termine dello spettacolo un mio amico mi presentò lo stesso Fabbri e lì si consumò un simpaticissimo equivoco. Infatti quando gli dissi il mio cognome, Fabbri, stupito, mi chiese se ero per caso parente di tal Gian Antonio Cibotto che scriveva per la “Fiera Letteraria”. Gli dissi che ero io. E lui non ci voleva credere e continuava ad affermare che quel Cibotto era un anziano professore, lo si capiva da come scriveva. Finché riuscii a convincerlo che si trattava proprio di me.

    – E poi?

    Fu allora che mi propose subito di seguirlo a Roma per fare il caporedattore della Fiera Letteraria diretto, a quel tempo, dal poeta Vincenzo Cardarelli. Dopo numerosi scontri con mio padre, che si ostinava a volermi industriale, me ne andai a Roma, senza una lira e per due anni, cenai con una brioche e un cappuccino, perché non potevo permettermi di più. Questa abitudine infatti mi è rimasta, io mangerei sempre così.

    – E a Roma ci furono importanti incontri e conoscenze…

    Qualche tempo dopo il mio arrivo a Roma Cardarelli mi chiese di ricordare, sulla Fiera, il tragico evento dell’alluvione; fu così che in tre notti scrissi il carnet dell’alluvione. Il lavoro piacque tantissimo all’editore Neri Pozza che mi raggiunse a Roma per propormi di fare un libro su questo stesso tema. Io, a dire il vero, non presi la cosa troppo sul serio e lui per almeno un anno mi mandò settimanalmente il disegno di un maiale a significare che così ero io se non lo avessi accontentato con il libro che mi aveva richiesto. Nacquero così le “Cronache dell’Alluvione”. Libro che entusiasmò Eugenio Montale a tal punto che lo recensì sul Corriere della Sera. Da lì cominciò la mia vera e propria vita letteraria.

    A Roma ci rimasi per molto tempo e fu un tempo piuttosto felice, finché un giorno il mio amico Lauro Bergamo divenne direttore de Il Gazzettino e mi portò con sé a Venezia.

    – Sentiamo

    Bergamo era un amico della giovinezza rodigina e non gli fu difficile convincermi ad accettare il ruolo di caporedattore della pagina culturale. Anche a Venezia ho vissuto bene. Ho riaperto il teatro Goldoni e l’ho diretto per molti anni. Poi mia mamma si è ammalata, io mi sono dimesso e sono tornato a Rovigo mantenendo per “Il Gazzettino” l’incarico di critico teatrale. Volevo troppo bene a mia madre per lasciarla sola.

    Ora sono qui, in questa grande casa, da solo per la maggior parte del tempo. Leggo molto, scrivo; sono in attesa che arrivi l’angelo a prendermi con la funicolare celeste per portarmi via. La mia non è stata quella che si può definire una bella vita, mi è mancato talvolta il vivere. Io inseguivo i vecchi maestri della Randi, i libri; gli altri invece oltre a questo avevano le loro famiglie, lo sport, le frivolezze della vita. Il mio amico Cecco Angiolieri di me scrisse così: La mia malinconia è tanta e tale, ch’io non discredo che se egli il sapesse un che mi fosse nemico mortale che di me di pietade non piagnesse.

    Ora mi rimangono, a consolazione, la riva dell’Adige e quella del Po e i due paesi dei miei genitori Adria-Valliera e Lendinara, nei quali io amo sostare e passeggiare. Di Lendinara amo il Caffè Grande perché lì portavo i miei amici Saba, Marchiori, Valeri, Santomaso. Da sotto alla sua loggia, in silenzio, sento le loro voci farsi attorno a me e parlare come un tempo”.

    E’ stata una specie di confessione quella che mi ha rilasciato Cibotto, in occasione del nostro incontro: ricordi di momenti entusiasmanti ed altri venati di malinconia.

    Adesso ci restano le sue opere, e in tutti noi la consapevolezza del suo impegno di scrittore ed animatore culturale. Gian Antonio Cibotto si è sempre interessato di letteratura e teatro, alternando la narrativa alla saggistica. E’ stato il primo a riproporre nel dopoguerra Ruzzante, Giancarli, il Cieco Groto, contribuendo alla rinascita del teatro veneto.

    Ha scritto veramente tanto, molti suoi libri sono stati oggetto di prestigiosi premi letterari, quali il Premio Marzotto con La Vaca Mora, il premio Comisso e il Premio Napoli con Stramalora, il Premio Salotto Veneto con Il Doge è Sordo. Dall’opera Scano Boa inoltre è stato tratto un film intitolato Scano Boa Dannazione diretto dal giovane regista Giancarlo Marinelli, interpretato da Franco Citti e Giorgia Bongianni. Nel 2002 uscì il romanzo della sua vita Il Principe Stanco.

    Ora, dopo che lo scorso 12 agosto 2017 l’angelo è arrivato per lui con la “funicolare celeste”, il Polesine è rimasto senza una delle sue voci più autentiche; Gian Antonio ha lasciato pagine intense che sarà bene leggere e meditare per ritrovare – con lui – il sapore di questa nostra terra.

  • Giovanni Monti (1900-1931)

    Giovanni Monti (1900-1931)

    Una vita breve come un soffio di vento e, al tempo stesso, passata troppo velocemente proprio come un temporale estivo. La vita di Giovanni Monti (1900-1931) potrebbe essere riassunta con la stessa velocità che l’ha caratterizzata.

    Chissà se l’illustre cittadino di Fratta Polesine ha mai avuto occasione di leggere Giacomo Leopardi e, in particolare, il suo Zibaldone diario personale nel quale il poeta e filosofo marchigiano cuce involontariamente addosso al pilota rodigino un abito di parole che sembrano perfettamente tagliate su misura per lui: “La velocità è piacevolissima per sé sola, cioè per la vivacità, la forza, la vita di tal sensazione. Essa desta realmente una quasi idea dell’infinito, sublima l’anima, la fortifica”.

    Il secondogenito Giovanni nasce il 16 gennaio 1900, nel sontuoso palazzo Lippomano Monti, agli albori di un secolo che porta con sé grande fermento, inossidabili speranze e decisa intraprendenza, che sembrano attecchire anche nel territorio rodigino ma soprattutto a Fratta, il centro vivace del Polesine, così temprato da significative vicende storiche, ed in particolare da quelle della carboneria dell’inizio del secolo precedente.

    Poco prima che il padre Lauro muoia prematuramente, Giovanni fa in tempo a scoprire la bicicletta con la quale si iscrive al neonato “Veloce Club” per partecipare al convegno ciclistico di Villa Bartolomea.

    La morte del genitore costringe la famiglia a trasferirsi a Padova dove tutti tre i fratelli – Alessandro, Giovanni e l’ultimo arrivato Feliciano – troveranno modo di appassionarsi al gioco del calcio tra le file di una squadra che milita nella Prima Categoria, l’antesignana dell’attuale serie A.

    Ciclismo e calcio dunque. E in quest’ultima disciplina Giovanni e Feliciano debuttano il 12 ottobre 1919 con la maglia del Padova calcando proprio il terreno dello Stadium, l’impianto sportivo che racchiude al suo interno il rettangolo di gioco e la pista di ciclismo consegnato alla città il 10 giugno 1915 e che il 6 novembre 1931 verrà intitolato proprio a Giovanni, frattanto divenuto famoso come aviatore, che proprio nel ’31 perderà tragicamente la vita in un incidente aereo.

    Ma andiamo con ordine, rispettando la cronologia e le prodezze calcistiche dei due fratelli Monti. Mentre Giovanni resterà sempre fedele alla casacca biancoscudata del Padova, Feliciano per sei stagioni avrà modo di indossare anche la maglia del Torino e per tre volte addirittura quella della nazionale.

    La parola d’ordine nella vita di Giovanni sembra essere una sola: velocità! Velocità in bicicletta, con il pallone al piede nel suo ruolo di attaccante e marcatore temuto e di successo, ma anche e soprattutto ai comandi di un velivolo.

    Quando il 10 giugno 1924 Giacomo Matteotti – altro illustre cittadino di Fratta Polesine – viene rapito e poi ucciso a Roma dai fascisti, il tenente Giovanni Monti è in Cirenaica con il suo aeroplano impegnato in un conflitto estenuante e sanguinoso, nel quale dimostrerà doti di impavido aviatore venendo insignito della croce al merito di guerra e della medaglia di bronzo al valore militare.

    Il suo indiscutibile valore come pilota gli varrà sia i gradi di capitano che l’inserimento nell’organico del RAV, il Reparto di Alta Velocità di stanza a Desenzano del Garda dove si addestrano piloti e personale su idrovolanti per concorrere alla conquista della coppa Schneider.

    Proprio durante un volo di addestramento e collaudo, a bordo del velocissimo Macchi Castoldi M.C.72, il 2 agosto 1931 Giovanni Monti si inabissa nelle acque del lago di Garda.

    Pare che l’incidente sia stato causato da un oscuro e a lungo irrisolto difetto di alimentazione del velivolo, un’anomalia che, una volta sistemata, permetterà a Francesco Agello il 23 ottobre 1934 di stabilire, sempre sullo stesso specchio d’acqua, il nuovo e tuttora imbattuto primato mondiale di velocità su idrovolanti (709,20 km/h).

    La notizia della tragica morte di Giovanni Monti scosse l’opinione pubblica tanto che al suo funerale accorsero, oltre che le autorità militari della Regia Aeronautica e del Regio Esercito, anche moltissime persone e rappresentanti del mondo culturale.

    Quale impianto sportivo può fermare nel tempo la memoria dello sfortunato pilota frattense se non lo Stadium di Padova? Un impianto che nella stessa struttura fonde insieme l’anello in cemento per la bicicletta – che è stato il primo amore di Giovanni – con il rettangolo di calcio, che tante soddisfazioni gli ha regalato?

    Grazie alla richiesta dei dirigenti dell’A.C. Padova il sogno diventa realtà e, prima della fine del 1931, Padova inaugura il “Velodromo Monti”.

    A Fratta Polesine, paese natale di Giovanni, la sua memoria è eternata da una lapide – infissa nella facciata di Casa Monti – che ricorda anche i suoi avi, Giovanni e Giacomo, affiliati alla Carboneria e per questo perseguitati dall’Austria allora imperante.

    Una famiglia di cui Fratta e tutto il Polesine vanno fieri; così come Padova, che accolse Giovanni ed il fratello Feliciano in gare ciclistiche e nelle file della squadra di calcio, per dedicare poi al primo – distintosi frattanto come aviatore e tragicamente scomparso – il velodromo, una bella pista di ciclismo che contorna il campo di calcio e che tuttora costituisce un vanto per la città¹.

  • Un manoscritto di A.E. Baruffaldi

    Un manoscritto di A.E. Baruffaldi

    Tra i personaggi illustri di Badia Polesine, un ruolo non secondario è assegnato ad Antonio Eugenio Baruffaldi (1862-1944), eminente storico, che nella cittadina altopolesana ebbe le sue origini quando il Veneto era ancora sotto il dominio austriaco.

    Dell’egregio cultore di memorie badiesi sono venuto in possesso di un interessante manoscritto in una situazione del tutto inattesa. Lo scorso anno, infatti, mi venne regalato, da un amico residente a Padova, un interessante volume riguardante alcuni avvenimenti della storia di Badia Polesine. A sua volta egli lo aveva ricevuto in dono, alcuni anni prima, da una persona di Padova che, sapendolo originario di Badia, ritenne di fargliene omaggio.

    Si tratta di un libro manoscritto, opera autentica dello storico badiese, un testo che si configura come un documento di sicura valenza culturale.

    Antonio Eugenio Baruffaldi visse la sua giovinezza a Badia Polesine dove iniziò a lavorare come impiegato postale e con lo stesso incarico si trasferì a Padova (1887), senza però mai dimenticare le sue origini. Si dedicò pertanto con grande passione alla ricerca storica sulla sua città natale e sul Polesine, pubblicando diversi scritti da Padova e da Vicenza dove si era successivamente trasferito, sempre per motivi di lavoro.

    Da alcuni suoi appunti si evince che, dopo aver lasciato Badia, i rapporti con alcuni suoi concittadini fossero tutt’altro che idilliaci e questo per lo storico badiese era motivo di profondo dispiacere.

    Trentatré anni dopo la sua scomparsa, però, la Città di Badia – riconoscendone il valore e i meriti di studioso – gli intitolò il Museo Civico. A Badia Polesine da pochi anni era stata allestita dal Prof. Ivan Tardivello un’importante collezione che fu inaugurata appunto nel 1977 e da allora denominata “Museo Civico A.E. Baruffaldi”.

    Quando lasciò Badia, Baruffaldi portò con sé la consistente biblioteca personale: sua intenzione era di farne dono alla città natale ma, per le incomprensioni sopra accennate, le cose non andarono in questo modo e dopo la scomparsa (1944) la sua collezione di volumi andò in parte dispersa. Il libro ritrovato a Padova è uno di questi e il suo ritorno a Badia rappresenta un avvenimento di un certo rilievo.

    Il suo amore per la ricerca storica è ben manifestato da questa frase estrapolata dai suoi scritti: Chi in una sala silente di biblioteca volge tra mani i volumi dove sono raccolti i documenti del passato, sente a poco a poco ridestarsi tutta una vita tramontata e sorgere una visione confusa ma grandiosa…

    Il libro “manoscritto” titola: “Note Badiesi, Volume II” (evidentemente doveva aver redatto anche un primo volume che sarebbe interessante ritrovare). E’ composto di 189 pagine, numerate dallo stesso Baruffaldi; riporta una serie di documenti dell’Archivio di Stato di Modena, trascritti di suo pugno, alcune sue poesie, oltre a una raccolta di articoli suoi o di altri autori.

    Nella parte del volume “Ricordi Badiesi” sono incollati gli articoli ritagliati dai giornali con accanto sue annotazioni o commenti. Il tutto costituisce una interessantissima quantità di materiale di rilevanza storica, in parte già noto e pubblicato, in parte inedito.

    Tra gli argomenti trattati di rimarchevole interesse locale, si trova: Deliberazione per l’elezione del Podestà – 4 settembre 1482; Privilegi dell’Abbazia di Badia; Regesto Vangadicense tratto dai documenti già pubblicati negli annali Camaldolesi e altre opere (953-1659); Chiesa di San Giovanni Battista (Archivio di Stato di Modena); Ospitale di Badia (Chiesa di S.Antonio); Dal Bollettino delle leggi (periodo di dominazione Francese – 1801-1814); Preliminare della Vendita dell’area dell’ex Chiesa della Vangadizza e del relativo ex sagrato al Comune di Badia; Dall’Opera: Diari di Marino Sanudo, Venezia, Visentini 1879 – 1902, tomi58 – in 4°; Ricordi Badiesi.

    Tra gli aspetti di tipo autobiografico, riportiamo qui una poesia dialettale (pag. 56 del manoscritto) dove accenna al nome e alle origini della sua famiglia, alla situazione del momento e ai suoi principi.

    La me famegia

    La me famegia xe de zentilomeni, Ma stu nome che in vecio è stà elustrà E a Cento¹ l’è sta ascrito a nobiltà, Adeso l’è portà da poveromini. Far vita no se pol coi nobilomeni, Perché se xe na massa de spiantà, E, quando se diventa disparà, Xe molto che i ne creda galantomeni. Per conservare el lustro del blason Poco serve le doti de l’ingegno, Quando no se gà bezzi a bataglion. Preferisso no essere zucon, E dei me veci renderme più degno, Onorando el me nome cole azion. Padova 11 aprile 1906 h. 22.

    Nella sezione “Ricordi Badiesi”, a pag. 97, si trova il disegno della piazza di Badia con il municipio e la torretta civica, che qui riportiamo.

    Ci soffermiamo ora su una curiosità che troviamo nella stessa sezione. Qui il Baruffaldi ha incollato un articolo del corrispondente Filippi – ritagliato dal Gazzettino di Venezia del 28 ottobre 1904 – che descrive la storia, i palazzi e gli uomini illustri di Badia Polesine.

    Accanto a questo ritaglio di giornale ve ne è un altro a firma dello stesso Baruffaldi: è una “risposta”, redatta dallo studioso badiese, contenente alcune osservazioni relative alle notizie pubblicate dallo “sfortunato” corrispondente che, nell’articolo, aveva anche manifestato l’intenzione di proseguire le uscite nel giornale sulla Storia della Vangadizza. Un progetto probabilmente accantonato dopo la “reprimenda” di Baruffaldi intitolata “Due righe: monito allo estensore delle precedenti papere”. “Giornaletto” di Venezia, 31 ottobre 1904.

    Ecco dunque il testo scritto dal Baruffaldi:

    DA BADIA POLESINE

    Al signor corrispondente del “Gazzettino”

    Nel n. 292 del “Gazzettino” ella pubblica una lunga filastrocca che vorrebbe gabellare per “Cenni storici di Badia”. Non me ne sarei occupato (perché ritengo che un giornale non sarà mai preso per testo di Storia) se ella non cominciasse con un’affermazione, la quale non può essere scusata nemmeno dall’amor patrio: “Badia è la città più antica del Polesine”.

    Donde può ella trarre tale affermazione, se le poche e malnote lapidi romane trovate a Badia sono difficilmente assegnabili al suo territorio? E dove lascia Adria che è pur del Polesine? Ignora forse che le origini di quella città si perdono veramente nella notte dei tempi, e che un pregevole Museo ne attesta la vetustà della fondazione?

    Passo sopra le altre cose che ella scrive per non fare una critica inutile e mi fermo sulle papere marchiane quanto la prima. Le lapidi poste sulla facciata del palazzo comunale non sono di illustri veneziani, ma semplicemente di patrizi veneti mandati quali Podestà a Badia.

    Lo stemma dell’Abbazia (cosi-detto da lei) è quello del Cardinal Roverella, Abate Comendatario della Vangadizza, che fece costruire la porta del refettorio dei Frati, cogli stipiti e l’architrave in marmo, sopra la quale sta tutt’ora il disco di marmo bianco con lo stemma riprodotto.

    Badia diede i natali al Bronziero, al Brusoni, al Senesi, come li diede a Luigi Balzan, giovane scienziato, morto vittima del suo amore per lo studio, ma non li diede al Calogerà, al Costadoni, che furono soltanto monaci della Vangadizza, coi quali conviene menzionate il musicista Traditi, il chimico Bernardi, pure cenobiti.

    Giacché ella vuole occuparsi più a lungo della storia della Vangadizza e chiude l’articolo facendo promessa, le auguro che ella possa essere fortunato, ma le raccomando di essere diligente ed esatto, perché chi scrive romanzi può farli come vuole, ma chi scrive la storia deve adattarsi a scriverla come vogliono gli altri e oggidì gli altri sono molto esigenti. Mi creda.

    L’episodio appare quanto meno curioso, e in ogni caso manifesta la profonda conoscenza dello storico Baruffaldi relativamente alle vicende secolari di Badia.

    Va detto che nel manoscritto si trovano molte informazioni interessanti che – tramite questa rivista – ho intenzione di proporre nei numeri a seguire.

    Quanto qui pubblicato, nelle mie intenzioni, rappresenta dunque la prima uscita di una serie di presentazioni sugli scritti di A. E. Baruffaldi presenti nel libro manoscritto. Spero solo di non fare la fine del corrispondente del Gazzettino…

  • Una basilica romana in Polesine?

    Una basilica romana in Polesine?

    Risale alla fine degli anni ‘90 del secolo scorso l’identificazione di una serie di colonne, di probabile ascendenza romana, a cui ha dedicato il suo interesse l’architetto Sandro Maragno, che, relativamente all’importante rinvenimento, ha redatto un articolo poi pubblicato in Ventaglio 90 n. 20, gennaio 2000. Il testo è stato a suo tempo inviato all’Associazione Italia Nostra, sezione di Rovigo, con il chiaro intento di promuovere un’azione che porti a salvare ciò che resta di un’antica costruzione poco conosciuta e mai studiata a fondo.

    Lo scritto del Maragno, molto circostanziato e supportato da eloquenti note esplicative, ha indotto l’Associazione a constatare in sito il ritrovamento segnalato.

    I “lacerti storici” si trovano in una zona rurale in comune di Frassinelle, ai confini con Polesella. Consistono in quattro colonne tuscaniche, allineate con direzione est – ovest e delimitate da un pilastro d’angolo dello stesso ordine. Si trovano incorporate nel muro di una barchessa che fino ad alcuni decenni fa le occultava completamente.

    La straordinarietà e l’emozione della scoperta – si tratta di monoliti in pietra del peso di quasi 5 tonnellate ciascuno – hanno immediatamente sollevato alcuni interrogativi:

    – come sono arrivate in Polesine le possenti colonne?

    – il colonnato è unico nel territorio di Rovigo?

    – perché in piena campagna polesana si trovano i resti di un’architettura probabilmente di età Romana?

    Al primo quesito, la risposta è immediata: sono state trasportate lungo un’antica via d’acqua, che da secoli non esiste più perché sicuramente spazzata dalla rotta del Po verificatasi nel secolo XII, cui anche il Maragno fa riferimento.

    Anche al secondo interrogativo c’è risposta: è unico! E ciò ne accresce sicuramente l’interesse. Va infatti detto che le architetture rinascimentali e neoclassiche presenti nella nostra provincia mostrano colonne e pilastri costruiti in mattoni di laterizio intonacati e/o scialbati e trabeazioni di legno (Villa Badoer, Villa Morosini ecc.). Nel caso di Frassinelle si tratta invece di monoliti che pertanto sono ascrivibili all’epoca romana: davvero eccezionale!

    Al terzo quesito, non esiste una risposta immediata, ma, un indizio. Lo spiega la conformazione del territorio: i resti, o meglio, il colonnato è prossimo alla località di Raccano frazione di Polesella, praticamente a poche centinaia di metri dai piedi dell’argine del Po, ai limiti di una centuriazione romana leggibile nelle cartografie, dove cardo e decumano si incontrano in località Chiesa di Frassinelle. Qui ci aiuta ancora il Maragno che ricorda come il corso del Po, anticamente, fosse molto più a sud, quindi tutto il territorio tra Polesella e Frassinelle doveva essere stato oggetto di una ripartizione agraria romana.

    Della centuriazione resta anche il toponimo nella via che ripercorre il cardo romano con direzione nord – sud: via Romana. Il luogo ove insistono le antiche vestigia è agli estremi del decumano.

    Tutto ciò ci fa concludere che ci troviamo al cospetto di un’importante architettura romana, probabilmente del I – II o III secolo dopo Cristo. Una costruzione che, successivamente, come tante basiliche Romane, fu trasformata nella chiesa plebana, che il Maragno cita, facendo riferimento alla località in epoca medioevale denominata Villa Litiza, come è riportato nei documenti consultati dall’architetto.

    Un importante insediamento romano

    Ma il colonnato – come detto – rimanderebbe originariamente a tempi più antichi, e farebbe pensare alla presenza nel territorio di una vera basilica romana. Va ricordato che nell’architettura romana, la basilica era un edificio rettangolare con navata centrale fiancheggiata da navate minori, divise da colonne o pilastri. Si apriva sul foro della città ed era centro di riunioni, di affari e luogo dove si amministrava la giustizia.

    Possiamo allora ipotizzare che attorno alla Basilica di “Frassinelle” ci fosse un centro romano di sicura importanza: l’ipotesi potrebbe essere suffragata dalla questione ancora aperta sul più probabile tracciato della via romana che collegava Bologna e Padova.

    In proposito si rimanda all’approfondimento dell’archeologo Paolo Bonini “Una strada al bivio: via Annia o “Emilia Altinate” tra Padova e il Po” pagg. 89 – 102 tratte da “VIAM ANNIAM INFLUENTIBUS PALUSTRIBUS AQUIS EVERVERATAM…”. TRADIZIONE, MITO, STORIA E KATASTROPHÉ DI UNA STRADA ROMANA’” 2010 Editore Guido Rosada, Matteo Frassine, Andrea Raffaele Ghi.

    Le dimensioni della basilica di Frassinelle

    Tralasciando la questione – che forse i nostri “resti” potrebbero contribuire a risolvere – interessa ora focalizzare l’attenzione sull’essenza di questi monumentali lacerti ancora esistenti, e capire come poteva essere la primigenia costruzione.

    Dalle foto allegate all’articolo del Maragno si contano quattro colonne verticali e una a terra, quindi cinque. Il probabile fronte, forse, aveva proprio cinque colonne e due pilastri d’angolo.

    Si supporta questa ipotesi con la presenza, dietro alle colonne, di massicci pilastri circolari del diametro di metri 1,20 con interasse doppio di quello delle colonne: quindi una basilica a tre navate.

    Il frontone – come raffigurato nel disegno allegato – poteva avere la lunghezza di 16 metri circa e la profondità, facendo tesoro degli esempi classici dove la lunghezza poteva essere tre volte il fronte e mai meno del doppio dello stesso, possiamo pensare fosse di circa 32 metri. Il piano era sicuramente elevato rispetto a quello di campagna.

    A tal proposito Maragno riferisce di un selciato rialzato di circa 50 cm rispetto alla base delle colonne. Questo fa pensare che attorno alla costruzione dovevano esserci gli usuali tre gradini che innalzano queste architetture. Il tempo, la subsidenza, e soprattutto gli sconvolgimenti, hanno fatto sprofondare il tutto alla quota che ora si rileva.

    Dal lontano passato sono dunque giunti fino a noi i monumentali resti di un colonnato che rimandano ad una importante basilica romana. Documenti marmorei di sicura rilevanza storica ed architettonica finora del tutto dimenticati.

    Considerando la singolarità del colonnato di Frassinelle e la sua comprovata valenza storica, Italia Nostra non può che richiamare l’attenzione su questi importanti lacerti di epoca romana e auspicarne la salvaguardia e la valorizzazione.

  • I gorghi: origine ed evoluzione

    I gorghi: origine ed evoluzione

    Questa rivista ospita spesso, nella sezione “ambiente, turismo e cultura”, articoli di vari autori che mettono in risalto, di volta in volta, gli aspetti naturalistici, paesaggistici e ultimamente anche quelli mitologici relativi ai gorghi del Polesine. Sono interventi apprezzabili che valorizzano queste formazioni caratteristiche del nostro territorio; tuttavia, non sempre è stata fornita una spiegazione chiara ed attendibile sulla loro origine, nonostante questa sia fondamentale per comprenderne la natura, l’ubicazione, l’evoluzione, nonché l’impatto sul territorio e sulla cultura popolare.

    Per esempio, c’è chi ha sostenuto che i gorghi sarebbero delle pozze d’acqua formatesi per la naturale bonifica della palude (???), a volte per l’affioramento della falda acquatica sotterranea (?). Capita anche di leggere che i gorghi siano in relazione al paleoalveo del Po di Adria, dove fantomatici vortici avrebbero escavato queste cavità (!!!); qualcuno ha azzardato persino che si tratti di antiche cave di argilla per le fornaci di laterizi di epoca romana (!!!).

    Niente di tutto ciò. Cerchiamo di chiarire.

    La genesi di un gorgo è un processo più semplice di quanto si pensi, che nel passato era conosciuto e temuto da tutti i contadini del Polesine. Ma da quando si è conseguita la sicurezza idraulica del territorio, questa conoscenza si è perduta, e oggi diventa difficile anche per gli studiosi di storia locale immaginare le situazioni di criticità idraulica che hanno portato alla formazione dei gorghi.

    È necessario, pertanto, recuperare le nozioni di un tempo, se vogliamo trasmettere ai lettori del Ventaglio un’informazione corretta su cosa siano realmente i gorghi e sulle problematiche connesse alla loro formazione e conservazione. Si cercherà di esporle di seguito in modo sintetico, quasi figurato, rinviando chi volesse approfondire la materia allo studio del Prof. Marco Bondesan, riportato in nota¹.

    L’origine dei gorghi

    Per prima cosa va detto che i gorghi si formano sempre in corrispondenza di un “salto d’acqua” che nel nostro ambiente si verifica quando vi è tracimazione sopra un argine. Per questo i gorghi si formano sempre in adiacenza agli argini; e più sono alti gli argini, più sono ampi e profondi i gorghi.

    Nel caso dei gorghi di Trecenta, per attenersi a quelli più noti, l’argine interessato è l’antico Argine della Sposa, un lungo terrapieno che collegava Trecenta con Castelmassa, passando per Sariano e Ceneselli, sfruttando l’alto topografico del paleo alveo del Po di Adria. Era stato eretto per contenere le piene del Tartaro (e dell’Adige ad esso collegato), che scorreva libero più a Nord, nella grande valle detta di Zelo.

    Per quanto solido e alto, l’Argine della Sposa è stato più volte sormontato dalle piene eccezionali del Tartaro, nei punti dove la morfologia arginale era meno rilevata (località Gaspara, Marzanata, Magarino, ecc.). L’acqua, cadendo dal lato opposto, provoca un’erosione nel terreno, con trascinamento di materiale nella torbida; ne consegue la formazione di una cavità tondeggiante, adiacente all’unghia dell’argine, più o meno profonda a seconda dell’intensità del fenomeno alluvionale, chiamata gorgo (e sue varianti), ma anche buso o busa. Se è profonda quanto basta per intercettare la falda freatica, questa cavità continuerà ad essere alimentata da acqua sorgiva limpida e a temperatura costante, una volta che sia esaurito l’evento alluvionale.

    Da quanto detto, è ora più facile capire un secondo concetto: i gorghi hanno sempre natura alluvionale o, se vogliamo ampliare la definizione, sono sempre l’espressione di un disordine idraulico, traumatico per il territorio e per la popolazione residente. Per questo le leggende legate ai gorghi hanno sempre uno sfondo tragico: annegamenti di giovani spose, suono notturno di campane sommerse, punizione divina per la malvagità di certi abitanti, ecc.

    Se il sormonto delle acque è intenso e prolungato, l’argine viene eroso e vi si apre un varco, la cosiddetta rotta, dalla quale l’alluvione dilaga in modo impetuoso per poi spagliare nella piana esondabile.

    I moti vorticosi che si formano nel canale di rotta, provocano un’erosione molto profonda, nel senso della direzione della corrente che porterà, una volta cessato l’evento alluvionale, alla formazione di un gorgo dalla tipica forma allungata (a goccia rovesciata). Ne sono un chiaro esempio il Gorgo della Sposa, che giustamente nel passato era denominato Rotta della Sposa (ricordata in documenti notarili fin dal 1269) e il vicino Gorgo Magon a sua volta denominato Rotta Grande. Entrambe queste rotte devono essere rimaste aperte molti anni, dal momento che, a valle del gorgo, si sono formati degli emissari, le cosiddette brancette del Tartaro (piccole branche, corsi minori), denominate fossa Molinara (oggi scolo della Melinara) e fossa Arcizatica (oggi scolo Arziaga).

    Normalmente però la rotta veniva chiusa prima possibile, sia per ripristinare la viabilità sulla strada arginale, che per proteggere le attività agricole dall’intrusione delle acque. Nel ricostruire il tratto di argine interrotto, si usava aggirare la cavità del gorgo, piuttosto che colmarla, impresa questa quasi impossibile con i mezzi dell’epoca. I due monconi di argine venivano così collegati mediante una “coronella” un terrapieno semicircolare, rinforzato da pali e frasche, che conteneva nella parte concava il relitto del gorgo.

    Questo metodo ha prodotto la presenza di numerose curve nelle strade arginali, ben note per l’effetto centrifugo a chi le percorre a velocità sostenuta (basti pensare alle curve esistenti lungo l’Argine del Sabato, lungo l’argine di San Bellino, di Bagnolo, ecc.). Dalla presenza di queste curvature possiamo desumere l’ubicazione dei gorghi scomparsi.

    A partire dal 1620 il fiume Tartaro veniva arginato sulla destra nella posizione attuale e in conseguenza di ripetute tracimazioni o rotte, altri gorghi si sono formati in adiacenza alla nuova arginatura, come dimostrano quelli tutt’ora esistenti, denominati Gorghetto, Gorgo Marola e il bellissimo Gorgo Giare (Bergantino), formatosi a seguito della rotta del 21 novembre 1767.

    La scomparsa dei gorghi

    Dei moltissimi gorghi di un tempo, oggi ne rimangono solo alcuni, i più profondi, cioè quelli alimentati da una buona falda freatica, ma anche questi saranno destinati nel tempo a scomparire. Perché?

    Tralasciando le colmature ad opera dell’uomo, sempre in agguato, possiamo affermare che la tendenza naturale di un gorgo è quella di evolvere in stagno, palude, bassura, fino a scomparire.

    Questo processo è dovuto sia al trasporto di terra nel corso di alluvioni successive o anche per ruscellamento dai campi in seguito a piogge intense, sia al depositarsi al suo interno dei resti della vegetazione spontanea e del pulviscolo atmosferico. Tutto ciò concorre ad innalzare il fondo di un qualunque gorgo, fino ad escluderlo dal collegamento con le acque della freatica, che peraltro, negli ultimi anni si sono abbassate di livello.

    A questo punto l’acqua residua imputridisce e il gorgo muore, con esso finisce la ricchezza biologica che l’accompagna e si perde una caratteristica del nostro paesaggio. Già alcuni dei gorghi di Trecenta si sono prosciugati e altri lo saranno a breve. In quanto allo stato di salute dei restanti, sarebbe opportuno un periodico monitoraggio.

    Salvare i gorghi

    Ne consegue che, se vogliamo trasmettere alle future generazioni queste amenità del territorio polesano, non basterà il solo rispetto imposto dai vincoli comunitari e regionali, ma si dovrà provvedere ad interventi di manutenzione e conservazione come si usa per i monumenti storici o le opere d’arte. In fin dei conti, è meno rischioso per tutti conservare i gorghi esistenti, che vederne nascere di nuovi.

  • La via di Karol

    La via di Karol

    Il progetto “La Via di Karol” consiste nell’Itinerario Europeo dei Piccoli Santuari: parte da Wadowice, luogo che diede i natali al papa polacco, per giungere a Roma, dove questo grande personaggio concluse il suo cammino terreno. E’ stato avviato nel 2009 dalla Rete internazionale Wigwam per promuovere i territori organizzati in Comunità Locali di Offerta e Interscambio – oggi una trentina – che si trovano lungo tale percorso.

    L’itinerario, attraversando il Veneto, intercetta il Delta del Po e da qui si inoltra una diramazione a pettine che porta nell’entroterra medio e alto polesano.

    Per saperne di più ci incontriamo con Efrem Tassinato, presidente della Rete Wigwam, tra i più convinti sostenitori dell’iniziativa.

    “Lo scopo del progetto – ci dice – è di consolidare un vissuto di esperienze e sensazioni, certamente legate alla Fede per quanti sono credenti, ma patrimonio da condividere con tutti, lungo un asse che, oltre alla valenza di mera via di comunicazione, esprime anche quella di incontro di popoli, di culture, di tradizioni, di prodotti alimentari e non, delle piccole fattorie e dell’artigianato, nonché delle cucine locali. Patrimonio, solitamente presente in aree rurali e montane dove vi è la presenza di piccoli, a volte umili, ma proprio per questo genuini luoghi della fede. Quella popolare che più di ogni altra ha costruito la storia e le storie dei territori. Strutture che sono belle opere architettoniche e scrigni d’arte, poste in luoghi ameni dove, credenti e non credenti, possono concedersi una pausa dove lo spirito si riconcilia con la materialità delle contingenze quotidiane.”

    Cosa deve fare perciò il Delta e il Polesine per non lasciarsi scappare tale occasione?

    “I piccoli santuari e gli altri luoghi della fede, come possono essere monasteri ed abbazie, musei diocesani, pievi e molto altro ancora, ci sono da un bel po’ di secoli. Possiamo ben dire – sottolinea Tassinato – che siano un regalo dei nostri antenati e, come insegna la parabola dei talenti, sta alle generazioni contemporanee valorizzarli intelligentemente e, direi propriamente, come leva di sviluppo solidale e sostenibile. La Via di Karol, rappresenta soprattutto un diverso modo di vedere e costruire il turismo: fatto di cose vere, che hanno una storia e, mi vien da dire, dato che l’accostamento è fin troppo facile, un’anima”.

    In concreto come ci si deve preparare per l’accoglienza dei fruitori de La Via di Karol?

    “Occorre che in ogni territorio attraversato, si costituiscano Comunità Locali di Offerta e Interscambio, per le quali il Circuito Wigwam ha organizzato attività di formazione per gli Operatori denominati “Linkman” che le coordinano e le animano. Nei territori dove sono i piccoli santuari, perché i flussi turistici abbiano motivo di fermarsi non mordi e fuggi, deve esserci ricettività alberghiera ed extralberghiera, devono esserci dei punti di ristorazione, dove poter acquistare prodotti tipici del luogo e tutti gli altri servizi accessori che fanno di un’area un sistema turistico. Tutto questo magari c’è già, ma non si capisce bene cosa sia. Come un’orchestra dove ognuno suona per conto suo, creando sconcerto anziché gradimento”.

    E qui entra in gioco il lavoro di Wigwam

    “Il lavoro di Wigwam sta nel cercare e formare buoni direttori di orchestra e poi affiancarli e supportarli che, per lo specifico, sono gli Operatori delle Comunità Locali di Offerta e Interscambio. Che sappiano mettere in relazione i vari elementi costitutivi dell’offerta turistica affinché vi sia gioco di squadra, che sappiano costruire proposte integrate, che le sappiano comunicare, che imparino a dialogare coi colleghi delle altre Comunità Locali e organizzare scambi, ecc. Si tratta di una vera e propria nuova professione, lavoro retribuito insomma, ed ecco che territori considerati svantaggiati possono assurgere ad un nuovo tipo di sviluppo, solidale e sostenibile appunto con nuove forme di economia basata sulla valorizzazione delle particolarità e punti di forza piuttosto che sul loro stravolgimento con innesti speculativi artificiosi e alieni.”

    A chi si rivolge la vostra offerta formativa?

    “La professione di Linkman, ovvero di Operatore di Comunità Locale di Offerta e Interscambio, può essere intrapresa da giovani e meno giovani con una propensione alle relazioni, con una base scolastica almeno di scuola media superiore, una conoscenza di base della lingua inglese e capacità di utilizzazione dei social. In ogni caso, per i nuovi operatori, è previsto tutoraggio e affiancamento di operatori esperti. Informazioni si potranno desumere dal web istituzionale www.wigwam.it o richiedere a info@wig-wam.it”

  • Itinerario di Genere n. 3

    Itinerario di Genere n. 3

    Dopo le prime due puntate (rispettivamente nei numeri 52 e 54 di Ventaglio novanta) eccoci finalmente giunti alla terza ed ultima parte dell’ “Itinerario di Genere a Rovigo”, percorso culturale e turistico legato ai toponimi “al femminile” di vie e strade della città di Rovigo. Una proposta ideata da chi scrive, quale referente dell’associazione nazionale di Toponomastica femminile per la Provincia di Rovigo, in collaborazione con gli studenti del Liceo Scientifico Statale “Pietro Paleocapa” di Rovigo, e con gli amici di Fiab (Federazione Italiana Amici della Bici) sezione rodigina, con cui sono state messe a punto alcune iniziative sul tema.

    Si tratta di un’iniziativa apertasi con la presentazione alla cittadinanza dell’Itinerario il 25 giugno dello scorso anno, in una data fortemente voluta perché, nel pieno delle celebrazioni dei settant’anni del primo voto delle donne italiane avvenuto il 2 giugno 1946, mentre, proprio il 25 giugno di quel fatidico anno le neo deputate entrarono per la prima volta in Montecitorio. Una data quella del 25 giugno che rimanda – se vogliamo – anche allo stesso giorno del 1894, quando partì da Boston Annie Kopchovsky Londonderry, ebrea lettone emigrata negli Stati Uniti, la prima donna che fece il giro del mondo in bicicletta.

    La realizzazione dell’itinerario lungo le vie “al femminile” è stata accompagnata dalla posa di targhette, realizzate in collaborazione con il Comune di Rovigo ed il contributo della Fondazione Banca del Monte di Rovigo. Queste (posizionate sui pali recanti i cartelli con i nomi delle vie intitolate a figure femminili) hanno un Qr code che rimanda ad un sito appositamente creato (https://rovigoitinerariodigenere.wordpress.com), in cui è possibile rinvenire informazioni biografiche sulle protagoniste in questione ed indicazioni relative all’itinerario.

    Va detto che l’iniziativa, di cui Rovigo vanta il primato, ha riscosso molto successo, perfino a livello nazionale, ottenendo il premio “Sulle vie della parità”, patrocinato dal Senato della R.I. e dall’Università di Roma. Inoltre è stata presentata anche all’estero, a titolo esemplare, dall’associazione Toponomastica femminile.

    A questo punto è arrivato il momento di riprendere esattamente là dove avevamo lasciato la scorsa puntata, in zona Tassina nuova.

    19. (Il numero indica la tappa dell’itinerario). Qui si riparte dall’omaggio a Marta Radici (1901-1978), una delle prime donne a divenire primario di una struttura ospedaliera. Nata in Argentina da emigrati italiani e quindi laureata in medicina all’Università di Padova con specializzazione in clinica pediatrica, la Radici diresse per 26 anni la divisione pediatrica e il reparto malattie infettive dell’Ospedale Civile di Rovigo nella storica sede di via Badaloni.

    Ella concentrò i suoi studi e ricerche principalmente sulla microcitemia e sul morbo di Cooley – malattie endemiche del nostro territorio -, su cui scrisse una cinquantina di pubblicazioni, che le valsero anche la nomina a socia dell’Accademia dei Concordi di Rovigo.

    20. Da ricordare, non lontano, fra i due supermercati LIDL e Famila, la via recentemente intitolata all’8 marzo, Festa internazionale della donna, omaggio dell’amministrazione comunale all’universo femminile.

    21. Prendendo quindi una breve deviazione per il quartiere nuovo dei Tigli, sempre nella Tassina, si giunge alla via intitolata alle sorelle Luisa e Maria Bianchini (primi ‘900), che dedicarono la loro esistenza a fare da benefattrici per la loro città e furono le fondatrici, nel 1908, dell’organizzazione femminile dell’Azione Cattolica della Diocesi di Adria (RO).

    Fino ai primi anni del Novecento le Acli – la più antica associazione laica italiana della chiesa cattolica, fondata da Mario Fani e Giovanni Acquaderni nel 1867 – erano tutte maschili, un altro campo in cui prevalsero a lungo barriere sessiste; si deve alle sorelle Bianchini quindi se oggi esistono le Acli femminili.

    22. Lasciato il quartiere della Tassina, tornando verso il centro storico per via Vittorio Veneto, si giunge all’altezza dell’incrocio detto “Dei frati”, dove un monumento ricorda il gemellaggio di Rovigo con la città francese di Lisieux, che diede i natali a santa Teresa di Lisieux (1873-1897), così detta per non confonderla con l’omonima santa d’Ávila. Ad essa è dedicato il parco cittadino lungo l’Adigetto.

    Rimasta prematuramente orfana di madre con le sue quattro sorelle, Thérèse, cambiò carattere: da espansiva e vivace a timida e dolce, avviandosi a quella vocazione che la portò a divenire suor carmelitana di clausura e, nonostante la sua breve vita conclusa a soli 24 anni a causa di una grave malattia, figura esemplare della Chiesa cristiana molto venerata (il suo santuario a Lisieux è il secondo dopo Lourdes).

    Santa Teresina, detta anche Teresa di Gesù Bambino e del Volto Santo, è patrona dei missionari e patrona di Francia insieme a santa Giovanna d’Arco ed è la terza donna proclamata dottore della Chiesa.

    23. Per la pista ciclabile parallela alla Circonvallazione Ovest, torniamo verso il centro, passando per via Argia Castiglioni Vitalis (1854-1933), originaria di una famiglia rodigina ebrea benestante, presenza vitale nella vita cittadina di allora, nonostante la figura minuta ed il carattere schivo.

    Patriota ardente ed appassionata, si adoperò per coinvolgere i giovani polesani alla causa carbonara e sostenne varie iniziative benefiche promuovendo raccolte fondi a favore dei disagiati e dei mutilati, fino al suo lascito testamentario all’Accademia dei Concordi.

    Ma il suo impegno si realizzò soprattutto attraverso la scrittura, talora con lo pseudonimo di Vita Lis: dalla narrativa alla poesia, al giornalismo, dimostrando profonda sensibilità per la condizione di sofferenza umana.

    24. Il percorso giunge a destinazione in via Luigia “Gina” Modena Colorni (1881-’45), una laterale del Duomo, che sfocia in piazzale Caffaratti dietro l’edificio delle Poste. Proveniente da una delle famiglie ebree rodigine più illustri, nata a Venezia dal bibliotecario ed appassionato di storia locale Abd-el-Kader Modena e dell’ariana Paolina Piacentini, sposata a Gastone Colorni, proprietario di una fabbrica a Padova, Luigia, detta Gina, che aveva preso il battesimo cattolico, è ricordata come “madre coraggio”, in quanto si sacrificò andando incontro all’arresto ed alla deportazione, da cui non sarebbe più tornata, per essersi rifiutata di dare informazioni sul figlio Ausonio, che si era messo in salvo dalle persecuzioni antisemite con la fuga.

    L’arrivo però è idealmente in piazza Vittorio Emanuele II, sulla quale si affaccia l’Accademia dei Concordi, custode di molti scritti e memorie delle “nostre” illustri donne. E a questo proposito meritano quanto meno una citazione le “escluse”, perché non riconducibili al tragitto disegnato attorno al centro cittadino.

    Ad incominciare da Mafalda di Savoia (1902-’44), la sfortunata principessa della casa regnante che, pur avendo sposato un principe tedesco, re di Finlandia e Carelia (anche se per un breve periodo) ed in organico nelle SS naziste, tornata in Italia per riabbracciare i figli dopo l’8 settembre del ‘43, venne arrestata e deportata sotto falso nome nel Lager di Buchenwald, dove trovò una morte atroce: ferita da un bombardamento anglo-americano, riportò prima l’amputazione di un braccio andato in cancrena perché non curato e quindi fu lasciata morire dissanguata dopo giorni di tormenti. A lei la città di Rovigo ha dedicato una via nel quartiere della Commenda Est.

    Nel quartiere di S. Pio X c’è invece il parco Rosetta Pampanini (1896-1973), che ricorda uno dei soprani italiani più apprezzati nei Teatri d’Opera italiani ed internazionali, in particolare amata interprete pucciniana e beniamina del maestro Arturo Toscanini. Milanese per nascita ma di famiglia polesana, nella seconda parte della sua vita, ritiratasi dalle scene, si dedicò all’insegnamento e scelse di concludere la sua esistenza nel paese originario di Corbola.

    A Roverdicrè è stata invece dedicata una strada e la chiesa a santa Caterina da Siena (1347-1380), una delle più venerate sante della cristianità, dottore della Chiesa, compatrona d’Italia e d’Europa. Ventiquattresima di venticinque figli di un tintore senese, Caterina vestì l’abito domenicano, ribellandosi all’imposizione paterna che la voleva sposare e, nonostante il suo analfabetismo, riuscì a scrivere lettere ispirate ai potenti religiosi e laici del suo tempo, non lesinando minacce e rimproveri, fino a convincere il papa a rientrare dalla cattività avignonese (Gregorio XI, 1377).

    Il nostro viaggio per le vie in rosa di Rovigo si conclude qui con un invito a ripercorrerlo, magari modulandolo e reinterpretandolo anche in modo diverso. Esso infatti vuole solo essere un suggerimento da declinare in varie possibilità a seconda degli interessi e del tempo a disposizione – per intero, oppure a tratti o magari per percorsi tematici -, tanto sarà sempre un’opportunità per la riscoperta di un variegato mondo femminile nelle sue molteplici caleidoscopiche sfaccettature dall’incredibile attualità mirando, nello stesso tempo, a riequilibrare il nostro racconto storico di una umanità fatta di uomini e donne verso -sfida nella sfida – un paesaggio urbano paritario.

  • A Sabbioni di Lendinara

    A Sabbioni di Lendinara

    Sabbioni di Lendinara è una piccola borgata, situata nella parte più occidentale del Comune polesano, a sud dell’Adigetto che in tempi lontani con le sue tracimazioni ha depositato sabbie e limi che oggi rendono il territorio adatto all’orticoltura.

    Non esiste un vero centro del minuscolo paese, che si estende lungo una via sostanzialmente rettilinea, ma un indubbio riferimento è rappresentato dalla chiesetta dedicata a San Gaetano che apre le sue porte soprattutto in occasione della giornata dedicata a ricordare il Santo protettore.

    Sul lato destro del lindo tempietto spicca una targa in ferro battuto, apposta poco più di un anno fa, che ricorda il sacrificio di Fulvio Croci, pilota di aereo precipitato nella vicina campagna il 21 giugno 1976.

    Autore dell’artistica insegna, il rodigino Luciano Pavanello, da sempre appassionato della lavorazione del ferro, che – a quarant’anni dall’accaduto – ha voluto ricordare il drammatico episodio e solennizzare la memoria dell’eroico pilota che, conscio dell’avaria del velivolo pilotato, decise di farlo cadere nella campagna lendinarese, immolando la propria vita per evitare di schiantarsi in zone abitate.

    La posa della targa è avvenuta lo scorso anno, in occasione di una cerimonia ufficiale per i quarant’anni dall’accaduto, organizzata dal Comune di Lendinara e dal Nucleo lendinarese dell’associazione Arma Aeronautica, alla presenza delle autorità civili e militari, e dei familiari del pilota. Tra questi anche la moglie Marie, il figlio Fulvio che porta il nome del padre che non ha mai potuto conoscere, e della sorella del pilota Bianca.

    Luciano Pavanello, autore della targa alla memoria, – all’epoca reporter fotografico per la testata giornalistica Il resto del Carlino – fu molto colpito dalla tragica vicenda che “visse in diretta”. Fu infatti uno dei testimoni oculari delle fasi antecedenti lo schianto e tra i primi ad arrivare sul luogo dell’incidente.

    A distanza di poco più di quarant’anni dai quei tragici fatti, lo abbiamo incontrato e ci ha raccontato, con fotografica memoria, gli avvenimenti vissuti in quella sera di giugno.

    “Mi trovavo in piazza Garibaldi a Rovigo insieme all’amico Paolo Gioli (oggi artista di fama internazionale nell’ambito della fotografia) quando un aereo a bassa quota passò sopra la nostra testa, borbottando… chiaramente in avaria. Vidi l’aereo, in grave difficoltà, sparire oltre l’abitato visibile, in direzione ovest”. “Perplessi e preoccupati – racconta Pavanello – io e l’amico entrammo nello storico Caffè Borsa, dove ben presto si affacciò un giovane dicendo che un aereo era caduto nella campagna fra Lendinara e Trecenta”.

    “Fu sufficiente uno scambio di sguardi. Io e Paolo partimmo a bordo della mia 1100, dove non mancava mai la fedele macchina fotografica. A pilotarci nella zona di caduta dell’aereo, furono le luci delle fotoelettriche dei Vigili dei fuoco, già sul posto con le autorità militari”.

    Luciano Pavanello ricorda che, arrivato sul luogo dell’incidente, venne allontanato dalla zona transennata ma non si arrese. “Lasciata l’auto ai bordi del campo, io e Paolo ci infilammo “gatton gattoni” tra i filari di mais, seguendo le luci delle fotoelettriche”.

    La scena a cui Pavanello si trovò davanti è ancora oggi ben scolpita nella sua mente. “C’era una grande buca, dove dal fondo lentamente l’acqua invadeva una ruota e lì una specie di tavola, che credo potesse essere un pezzo di ala. Tutt’attorno pezzi metallici mescolati a terreno bordavano la buca”..

    Cercò, quindi, di immortalare con la sua macchina fotografica quel momento. La luce era poca in quel punto di campagna, e Pavanello chiese ad un vigile del fuoco di indirizzare il fascio luminoso della fotoelettrica che pilotava verso la profondità del cratere. Dopo di che…”Rientrato a Rovigo, nella camera oscura per la fotografia, sviluppai quei pochi scatti di negativo e già il mattino seguente le stampe erano sul tavolo del capo redattore locale di Il resto del Carlino”.

    Nel tragico incidente di 41 anni fa perse la vita il pilota 26enne Tenente dell’Aeronautica militare Fulvio Croci, originario della provincia di Varese, a bordo di uno Starfighter F104G, alzatosi dalla base dell’Aeronautica militare di Villafranca per un’esercitazione notturna che purtroppo ebbe il tragico epilogo. Una conclusione che poteva essere molto più drammatica se il pilota, in un gesto di estremo coraggio, non fosse riuscito a portare fuori dal raggio degli abitati l’aereo in avaria, sacrificando però la propria vita.

    Purtroppo le foto scattate in quel tragico frangente dall’ex reporter rodigino sono oggi introvabili, ma l’autore non ha più cancellato dalla sua mente quanto accaduto quella sera di giugno di 41 anni fa e il destino – in un gioco di incroci che solo lui sa fare – ha riportato in qualche modo la vita di Pavanello ad intrecciarsi nuovamente con quel fatto.

    “Un giorno – ci racconta – un mio ex alunno (Pavanello è stato anche insegnante per molti anni a Rovigo presso la scuola di Avviamento industriale con annessa scuola tecnica di II grado poi divenuta I.P.S.I.A., ndr) mi venne a salutare e mi riferì di aver prestato servizio proprio nella base da dove decollavano gli aerei F104. Non persi l’occasione e iniziai la ricerca dei dati che mi permisero di realizzare una targa commemorativa di quell’evento”.

    Sfruttando la sua passione e la maestria nel forgiare il ferro (altra particolarità del personaggio) Luciano Pavanello ha dunque realizzato la targa artistica, che ricorda il gesto eroico del Tenente Croci, posizionata sulla facciata della chiesetta di San Gaetano a Sabbioni.

    La targa, arricchita da un Crocifisso, riporta il nome del pilota Tenente Fulvio Croci, caduto con un F104 a Sabbioni di Lendinara il 21 giugno 1976. Recentemente Pavanello l’ha voluta arricchire ulteriormente, realizzando e ponendo sul manufatto tre rose in ferro coi colori del Tricolore.

    Al Tenente Croci è stato anche cointestato il Nucleo locale dell’associazione Arma Aeronautica, e il suo nome, dallo scorso anno impresso nella targa alla memoria, resta a testimoniare un atto sicuramente eroico, compiuto per preservare la collettività lendinarese da un epilogo disastroso.

  • San Francesco di Salara

    San Francesco di Salara

    Girovagando in una bella giornata della scorsa primavera per i paesi del- l’Alto Polesine (una zona che da diversi anni non visitavamo) siamo arrivati a Salara: una bella piazza con giardino, contornata dal palazzo municipale, dalla chiesa dedicata a San Valentino e da alcuni esercizi commerciali; poi l’edificio scolastico.

    Appena oltrepassata la scuola siamo stati attratti da una indicazione turistica posta all’inizio di via Sabbioni sud: Oratorio di San Francesco.

    Incuriositi, abbiamo accolto l’invito e abbiamo seguito la freccia. Qualche centinaio di metri di strada, affiancata da belle villette di recente costruzione, poi, deviando sulla destra, ecco una bella chiesetta appena restaurata, addossata al lato est di una grande corte padronale. Un verde prato antistante, alcuni rosai e ciotole di fiori, due alberi di ulivi a incorniciare la porta aperta che invita il passante ad entrare.

    Non potevamo che accogliere la proposta, curiosi di poter visitare questa struttura rinnovata, immersa nel verde e nella pace della campagna polesana.

    La facciata del piccolo edificio sacro, tinteggiata di un tenue colore rosato, mette in risalto l’armonia delle linee con il contorno in bugnato della porta, bianco come le due lesene laterali, sormontate da un cornicione e da un frontone triangolare dello stesso colore, sopra cui si ergono tre robusti pinnacoli. Ai lati del tempietto, un alto e scenografico muro di cinta con grandi pilastri, terminanti a cipolla, per racchiudere la corte padronale.

    Addossata al muro retrostante alla chiesetta, e in comunicazione con essa, sporge la sacrestia con l’antica casa del sacerdote: un edificio tutto bianco, anch’esso restaurato, sormontato da un bel campanile a vela, ingentilito da una graziosa loggia che dà all’insieme un tocco di raffinatezza.

    Accediamo all’oratorio dopo aver chiesto il permesso ad una giovane che, con un bimbo piccolo in braccio, dal cortile del grande complesso edilizio ci stava osservando (veniamo a sapere poi essere la figlia degli attuali proprietari; si chiama Clara Finardi).

    Di fronte alla porta fa bella mostra di sé l’unico altare, in legno scolpito e dipinto, che, con le due porte laterali di accesso alla sacrestia, occupa l’intera parete.

    Colpisce subito il visitatore il bellissimo paliotto in scagliola a monocromo bianco su fondo nero che orna la parte anteriore della mensa (vedasi scheda). Al centro della parte superiore è posta una pala seicentesca che rappresenta San Francesco d’Assisi inginocchiato in preghiera davanti alla croce; in secondo piano è raffigurato un altro frate seduto su di un masso, forse San Bonaventura.

    Incorniciano la tela quattro colonne scanalate con capitello composito; sorreggono un bel frontone dentellato sovrastato da un timpano curvilineo spezzato, sul quale poggiano due angioletti.

    Nell’apertura dell’arco del timpano è posto un quadretto della Madonna, racchiuso in una cornice a stucco. Ai lati dell’altare, al di sopra delle due porte in bugnato, spiccano altri due quadri, incorniciati come quello centrale della Vergine, con il quale fanno pendant, le immagini di San Rocco e di Sant’Antonio da Padova.

    Per raccontare la storia di questo interessante oratorio, dedicato a San Francesco d’Assisi, facciamo riferimento alle due iscrizioni, opportunamente poste all’interno del tempietto dagli attuali proprietari dopo il restauro e l’apertura al pubblico.

    L’edificio sacro viene fatto costruire nel 1660 dal canonico della Cattedrale di Ferrara, Giacomo Maria Avanzi, proprietario di vastissimi possedimenti in questa località chiamata “Avanzo” dal nome di famiglia.

    La cappella raccoglie i resti mortali del fondatore e quelli di un erede, Francesco Antonio Sarti Avanzi, morto nel 1775, come si evince anche dalle due lapidi sepolcrali poste sul pavimento.

    L’iscrizione dice inoltre che esisteva un legato che prevedeva la celebrazione quotidiana della Messa, impegno rispettato dal 1696 al 1830. Vengono ricordate anche le visite pastorali che si susseguono negli anni successivi, effettuate dai vari arcivescovi di Ferrara; la prima di esse il 12 giugno 1674, fatta dal card. Carlo Cerri. In ogni occasione viene rilevato che tutto è trovato in ordine per le cure dei diversi cappellani, ma nella visita del 1844 la chiesetta viene trovata in uno stato pietoso per l’incuria dei nuovi proprietari per cui il vescovo di Adria, Bernardo Squarcina, fa sospendere le funzioni.

    L’oratorio resta chiuso fino al 1866, anno in cui fu acquistato dai fratelli Pietro, Gaetano, Carlo e Giuseppe Finardi, i quali provvedono al restauro e alla riapertura al pubblico.

    Recentemente anche gli attuali proprietari, eredi dei suddetti Finardi, hanno provveduto ad un nuovo ripristino dell’intero complesso edilizio, riaprendo al pubblico la chiesetta e il fabbricato attiguo comprendente la sacrestia e la vecchia abitazione del sacerdote. Hanno destinato inoltre una parte della grande corte padronale per un nuovo B&B da proporre ad eventuali turisti, adattando a tale scopo la parte di fabbricato adiacente ai suddetti edifici riservati al culto.

    Particolari festeggiamenti vengono effettuati nel rinnovato oratorio ogni anno il 4 ottobre, giorno dedicato a San Francesco d’Assisi, con la celebrazione di una Messa che richiama grande partecipazione e devozione degli abitanti della zona.

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