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Archivi: Articoli d’archivio

  • Immagini della Sacra Famiglia

    Immagini della Sacra Famiglia

    Giugno 1602, la primavera va finendo mentre l’aria e il sole estivo avanzano gagliardi. Nei campi il grano già biondeggia e la mietitura è vicina.

    A Ficarolo, in casa dei coniugi Battista e Jacopa De’ Cavicchioli, nelle vicinanze dove oggi sorge l’oratorio di San Pietro, tutto procede normalmente; la vita è calma e serena anche se non mancano i problemi quotidiani: il sale di ogni famiglia! Appesa al muro c’è un’immagine della Sacra Famiglia dipinta su una tavoletta di legno, si dice di scuola ferrarese, tramandata da tempi immemorabili, di generazione in generazione. Maria e Giuseppe presentano Gesù Bambino, da poco nato, all’adorazione dei Magi, personaggi misteriosi venuti dall’Oriente guidati da una stella.

    Chissà quante volte quei coniugi hanno rivolto lo sguardo amoroso a quell’immagine e indirizzato le loro preghiere per chiede aiuto, conforto, per ringraziare o per lodare. Per i Cristiani, anche oggi come allora, avere in casa un’immagine della Sacra Famiglia è molto importante: ci fa sentire protetti e rappresenta un modello di vita.

    Ma quel giorno lo sguardo fu attratto da qualcosa di strano: delle lacrime scendevano dagli occhi di Maria. Una cosa mai osservata!

    In un primo momento avranno pensato di aver visto male, ma poi i due coniugi si accorsero che erano lacrime vere. Il fatto si ripeté anche il 13 dello stesso mese.

    Fu avvertito subito il parroco, i parroci dei paesi limitrofi ed il Vescovo di Ferrara perché Ficarolo a quel tempo faceva parte della diocesi di Ferrara. Anche le autorità religiose constatarono l’autenticità della lacrimazione e nel corso dei secoli, cardinali, Vescovi, religiosi e molti fedeli hanno raggiunto Ficarolo per rendere omaggio all’immagine di Maria e della Sacra Famiglia.

    Con grande solennità la Sacra Immagine fu portata nella chiesa parrocchiale, accompagnata da una grande folla di fedeli provenienti dalle terre vicine e lontane. L’evento è stato descritto minuziosamente dal Delegato della Diocesi di Ferrara in un documento conservato ancor oggi nella Biblioteca Ariostea di Ferrara.

    Per ricordare il 415° della lacrimazione della Madonna dei Magi, come normalmente viene chiamata l’immagine, a Ficarolo nella sala parrocchiale Giovanni XXIII, su iniziativa dell’Associazione culturale “Il Carmine” che ha fatto proprio un desiderio del Parroco Mons. Giancarlo Crepaldi, è stata allestita una mostra dal titolo “L’iconografia della Vergine Maria e della Sacra Famiglia nelle nostre case”.

    Superiore alle attese la disponibilità dei parrocchiani ad aderire all’iniziativa: sono state raccolte ed esposte oltre 100 immagini, tutte diverse: alcune piuttosto antiche, altre meno, fino ad arrivare ai giorni nostri.

    In esposizione numerose stampe su tela e su carta di diverse dimensioni incorniciate in varie forme e raffiguranti la Sacra Famiglia. Immagini rinvenute nelle nostre case, appese preferibilmente nelle stanze da letto sopra il letto matrimoniale a protezione della famiglia e come segno di devozione.

    Nella mostra di Ficarolo non mancano quadri di svariata forma e foggia, alcuni molto antichi, altri dei nostri giorni. Pregevoli alcune copie di quadri di pittori famosi realizzate dallo scomparso concittadino ficarolese Renato Mazzali, che ha realizzato anche una copia su tavola di legno della “Madonna dei Magi”, anch’essa presente in esposizione.

    Di particolare pregio uno stendardo di proprietà della Parrocchia di S. Stefano Proto Martire di Castelmassa di ottima fattura raffigurante la Beata Vergine del Rosario appartenuto fin dal lontano 1573 alla Confraternita del Santo Rosario che lo portava in processione la prima domenica di ottobre di ogni anno.

    La mostra è stata inaugurata dal presidente dell’Associazione Culturale “IL CARMINE” Arch. Massimiliano Furini, alla presenza del parroco Mons Giancarlo Crepaldi, del presidente della locale associazione AVIS Delia Barbini, del presidente AIDO Ficarolo Stefano Cirella e di un folto pubblico che non ha voluto mancare a questo importante appuntamento.

    L’Arch. Furini nel suo breve intervento ha ringraziato i coniugi Ivo e Natalina Calza per l’allestimento della mostra, tutte le famiglie che hanno voluto portare le immagini per l’esposizione e il parroco per aver avuto per primo l’intuizione della mostra e per aver messo a disposizione la sala parrocchiale.

  • “L’Anonimo del Novecento”

    “L’Anonimo del Novecento”

    Lo scorso 22 giugno presso l’Accademia dei Concordi di Rovigo ho avuto la profonda soddisfazione di presentare al pubblico il frutto di un lavoro di ricerca che mi aveva accompagnato nel corso dell’anno precedente, un saggio intitolato “L’Anonimo del Novecento – Giuseppe Marchiori dagli esordi all’affermazione nella critica d’arte”. L’opera, che nasce come ampliamento e approfondimento di una tesi di laurea discussa alcuni anni or sono presso l’Università degli Studi di Padova, ha visto il coinvolgimento di due editori particolarmente sensibili nei confronti della cultura polesana, Apogeo e Turismo & Cultura, e il fondamentale sostegno della Fondazione Banca del Monte di Rovigo, da anni impegnata in un programma di valorizzazione delle personalità di spicco nel mondo dell’arte che il nostro territorio ha espresso nell’arco del Novecento.

    Protagonista dello studio è un lendinarese d’eccezione, che nel corso del secolo scorso seppe farsi apprezzare come uno dei più acuti osservatori dell’arte contemporanea italiana ed internazionale, vediamo innanzitutto di conoscerlo più da vicino attraverso un sintetico profilo biografico.

    Marchiori, nasce a Lendinara il 18 marzo 1901 in una delle famiglie che già nei decenni precedenti si era qualificata tra le maggiorenti della scena cittadina. Fin da subito la sua formazione culturale si snoda fuori dai vincoli accademici assecondando diverse vie espressive: le prime pubblicazioni sono raccolte poetiche, accompagnate dagli interventi d’esordio sui quotidiani polesani, mirati alla riscoperta di un patrimonio di storia e cultura locale, a cui poteva attingere immergendosi nel giacimento documentario di famiglia custodito nella cinquecentesca Ca’ Dolfin. Questi contributi lo pongono in contatto con la vivace stagione rodigina animata da Gino Piva, Livio Rizzi ed Eugenio Ferdinando Palmieri.

    Negli anni Trenta avviene la sua piena maturazione: sceglie di dedicarsi alla critica d’arte ed avvia una decennale collaborazione con il “Corriere Padano” di Ferrara. I suoi interventi sono un susseguirsi di lucide recensioni nei confronti dei principali appuntamenti espositivi e di serrati confronti con i movimenti d’avanguardia animati dalla volontà di collocare il dibattito culturale in una dimensione europea.

    Iniziano gli scambi epistolari con artisti destinati a segnare quell’epoca: da Filippo De Pisis ad Osvaldo Licini e gli astrattisti milanesi, da Renato Birolli e il gruppo di Corrente a Giorgio Morandi. Non mancano le incursioni nel mondo letterario, basti ricordare il dialogo con Umberto Saba.

    Superato il drammatico periodo del secondo conflitto mondiale, Marchiori promuove quell’aggregazione di pittori e scultori che debutterà alla Biennale del 1948 con il nome di Fronte Nuovo delle Arti e che, dopo decenni di isolamento, riporterà una nuova generazione artistica al centro dell’attenzione della critica internazionale.

    Il rapporto con la massima esposizione veneziana si intensifica negli anni Cinquanta e Sessanta in cui è ripetutamente membro di giuria e curatore di mostre sia personali che collettive tenute in quella prestigiosa sede. Crescono esponenzialmente anche i cataloghi da lui redatti, relativi ad altri eventi espositivi che ormai varcano regolarmente i confini nazionali.

    Questo frenetico impegno non gli impedisce di continuare a coltivare la stretta frequentazione degli artisti prediletti, spesso accolti a Ca’ Dolfin; valgano come esempio i prolungati soggiorni di Giuseppe Santomaso, Carlo Levi e Hans Hartung.

    Negli anni della piena maturità gli ambiti dei suoi studi spaziano al di là della pittura, su cui si era formato e cresciuto, anche in direzione della grafica e della scultura. La vastità e la complessità del suo rapportarsi ai fatti artistici, proseguito fino al 1982, anno della morte, può essere misurata dalla mole di monografie e cataloghi pubblicati e dalla sterminata lista di corrispondenti i cui carteggi sono conservati presso la Biblioteca Comunale lendinarese.

    L’Anonimo del Novecento (un titolo che riprende l’immaginaria figura autobiografica dietro cui talvolta amava celarsi nei suoi scritti giovanili) intende proporsi come un itinerario lungo i passaggi cruciali che hanno segnato l’impegno di Marchiori nella critica d’arte, in un arco temporale che muove dai suoi esordi per approdare agli anni del secondo conflitto mondiale, momento che costituisce una netta cesura rispetto all’immediato passato e al contempo la gestazione della successiva stagione a cui il suo nome è notoriamente legato a livello internazionale, ovvero la costituzione del Fronte Nuovo delle Arti.

    Il panorama che lungo le pagine ho tentato di delineare mi è parso particolarmente interessante perché consente non solo di seguire la continua evoluzione di Marchiori nella sua scrittura in materia artistica in orizzonti che progressivamente si ampliano, ma al contempo di apprezzare la compresenza di una poliedricità di interessi che animavano la sua giovinezza, dalla pratica della pittura, sperimentata in prima persona, all’esercizio letterario sia in prosa che in poesia.

    Un lavoro di ricerca particolarmente impegnativo (che mi auguro si riveli anche una base per analisi successive) è stata la redazione di una bibliografia completa, relativamente al periodo indagato, di tutti i suoi scritti. Uno strumento che, se sarà seguito da una ricognizione estesa anche ai decenni successivi, risulterà fondamentale per ricercatori e studiosi che intendono accostarsi all’opera di uno dei più profondi e prolifici critici d’arte del Novecento e alla moltitudine di artisti e movimenti a cui si interessò con la sua penna.

    Al fine di seguire le molteplici linee di sviluppo del suo vivere l’universo artistico, ho attinto ai numerosi articoli di Marchiori sulla carta stampata, ma l’esame di una collaborazione in particolare, quella con il quotidiano ferrarese “Corriere Padano”, per l’ampiezza del periodo in cui si articola e per la varietà di temi trattati, si è dimostrato il più funzionale a far emergere la sua caratura critica durante gli anni Trenta. L’esame di questi scritti è stata poi integrato dal confronto con i carteggi conservati nell’Archivio Giuseppe Marchiori, ospitato presso la Biblioteca Gaetano Baccari di Lendinara, soffermandosi su quei corrispondenti che avessero un’attinenza con i contenuti degli interventi o con il contesto in cui andavano ad inserirsi.

    E’ stato infine riservato uno spazio particolare ad un’antologia di cinquanta lettere, che nella quasi totalità ho avuto il privilegio di far emergere per la prima volta, alle quali è stato affidato il compito di ripercorrere un’intensa vicenda umana e professionale nell’arco di un ventennio attraverso la viva voce di Marchiori e di artisti, letterati ed intellettuali a lui vicini. Un apporto prezioso per il raggiungimento di tale scopo è giunto anche dall’inserimento in questa breve sil-loge di alcune sue missive inedite individuate nel fondo del critico Carlo Belli conservato presso l’Archivio del ‘900 del MART di Rovereto.

    Prendono così nuova vita parole scambiate nell’intimità di autentiche amicizie in un orizzonte di temi estremamente articolato e complesso nella sua ricchezza: sui rudimenti della pittura, con Teodoro Wolf Ferrari e Leone Minassian; sulla poesia vernacolare e sul Polesine, con Livio Rizzi ed Eugenio Palmieri; sui più riposti temi dell’inconscio, con Umberto Saba; su speranze e disillusioni dei giovani artisti milanesi di Corrente, con Renato Birolli; sulla rivelazione della pittura astratta, con il critico Belli e il pittore Osvaldo Licini; seguiti ed intrecciati a molti altri e in grado di restituirci magistralmente la temperie culturale di un’epoca.

    Una stagione, quella fra le due guerre, che Marchiori considererà decisiva per la sua maturazione e perennemente fissata nei ricordi, fra slanci d’entusiasmo e laceranti drammi, ce lo confermano queste brevi ed incisive parole scritte a cinquant’anni di distanza: “Anni vissuti intensamente con l’illusione di aver creato per il futuro la possibilità di un ben diverso destino. Invece fummo tutti travolti dall’orribile guerra. E anche l’Anonimo scomparve nel caos di quelle tragiche vicende, ma per diventare, molto più tardi, un altro”.

  • Un tempo senza tempo

    Un tempo senza tempo

    LE BELLE VELE BIANCHE

    Le belle vele bianche lontane, cariche dei miei sogni di sempre, mai confidati, corrono veloci sul mare. Nel dormiveglia mattutino, ancora tornano i mai sopiti ed eterni desideri. Illudono e fanno sperare. Sempre lontani, sfocati, irraggiungibili, come le belle vele bianche che si perdono lontane.

    ALBA SUL MARE

    Sorge sereno e maestoso il sole. Le acque sono subito luminose scaglie d’argento. L’aria sottile s’illumina. La brezza accarezza le morbide onde che lentamente si adagiano sulla spiaggia e parlano. Raccontano di chi vive lontano. Dall’altra parte della terra. Parlano della gioia della vita. L’incanto del mattino apre l’animo all’incredibile armonia e all’immensità dell’universo.

    UN TEMPO SENZA TEMPO

    Io e te, abbiamo ascoltato sotto le tepide coperte, nella nostra casa piena di buio e di silenzio tutt’intorno, ancora una volta incuriositi, il soffiare del forte vento e lo scrosciare della pioggia. Un tempo senza tempo, fermo ed incantato. E senza alcuna voglia di lasciare il letto, ignorando l’orologio, il passare delle ore e di quello che fuori accadeva. E in attesa del cessare della pioggia e del chetarsi del vento, abbiamo scelto di giocare, ridere e parlare ancora.

    SUL FINIRE DEL GIORNO

    Sul finire del giorno. All’imbrunire del cielo, l’animo si rasserena. Corrono i pensieri. Li sento arrivare. Mi ricordano la gioia, la gioventù ormai lontana. Passata. Volata via. Si affacciano i goduti attimi intensi. Vorrei fermare, trattenere questi frammenti. E non posso.

    ASCOLTAMI

    Per te Maria Cara bambina, che ti accingi ad affrontare la vita voglio parlarti. Consegnarti il testimone del tempo e della mia memoria. Voglio raccontare dell’avventura, delle azioni, del dolore e della gioia. Voglio dirti, prima che il tempo consumi il mio vivere, del testimone che i grandi vecchi hanno consegnato a me. E per dirti del come, sin qui siamo arrivati. Forse, non so, vorrei vivere mediante te oltre i limiti concessi. Ascoltami, vorrei scrivere nella tua memoria di questo straordinario bagaglio. Messo insieme nel tempo e che ancora mi appartiene.

    UN GIORNO

    A mia madre

    Un giorno, un giorno ti rincontrerò madre della mia vita. Fra mille e mille persone subito ti saprò riconoscere inconfondibile e amata persona. Assetati d’amore, resteremo abbracciati a gioire. Finalmente ancora insieme! Insieme nella felicità. Lontani dal passato di dolore.

    SOLO

    Un canto notturno s’innalza solitario, continuo e pieno di dolore. E’ rivolto alla luna, alle stelle, al cielo che ascoltano silenti. Canta eremita. Canta la tua solitudine. Canta eremita, dì a tutti del tuo abbandono. Canta eremita il vivere di un uomo solo. Dal fitto verde sento alzarsi il tuo pianto. Canta e continua a cantare il tuo dolore Che sa d’ invocazione e di preghiera. Continua a cantare la tua sofferenza eremita. Continua ancora.

    IL GIROTONDO

    Piccoli, ciarlieri ed allegri corrono, saltano e giocano in girotondo. Beati fanciulli, nostro futuro e speranza, godete il momento. Godete appieno l’attimo, attorno al verde albero del giardino. Albero della vita. Così com’è chiamata l’umanità intera, a guardare lontano oltre l’orizzonte alla ricerca della pace, nel girotondo intorno al mondo.

    UNA TERRA FELICE

    Chiusa la porta al rumore del mondo, come ogni sera, liberiamo i nostri pensieri per inseguire un sogno di una terra felice, ancora lontana. Un posto dove vivere in armonia e serenamente insieme, senza l’odio, la barbarie, la guerra e il pianto, con tutte le creature.

    VORREI

    Oggi vorrei un bacio. intenso e puro come la prima volta, per esorcizzare il dolore, accarezzare la gioia, il vissuto e guardare così al futuro. Lo vorrei sereno per le nostre creature, che sono la speranza, il respiro profondo, la bellezza del mondo e l’amore che lo muove

    LE FOGLIE GIALLE

    Le foglie gialle dei tigli autunnali, portate dal vento, mi richiamano gli odorosi fiori della primavera, le ombrose fronde dell’estate e i nudi rami dell’inverno. Affiorano i ricordi lungo quel sentiero, camminato mille volte con te piccola mia.

  • Tuffi di luce

    Tuffi di luce

    TRAMONTO

    S’accasa un fremito d’oro, soffice abbraccio tra l’effusa del mondo

    Giorno accolto nel porto d’ampia baia materna nell’occaso sommersa

    Un tepore d’arancio posato a ponente in un concavo canto

    Palpitante torpore s’accora tra il rosso ed un viola commosso

    Sapore di singulti spenti in lacrime sciolte tra alte ali di vento

    L’umore stropicciato alita sparse sabbie su cori di nuvole

    Rosata effusione in praterie di luce di fievole porpora velata di tenebra

    Soccombere del giorno che diviene ricordo

    TUFFI DI LUCE

    Schiaffi sugl’occhi d’oasi ocra sgargianti

    Urla d’oro mietono i sereni melismi dello sguardo sul paesaggio

    Andare ondando su campi di grano colti in flagrante nel giallo rampante sugli scudi del Sole, fragrante reato amato intatto in retine intontite

    Bionde onde abbacinanti svaniscono nella risacca di spuma di spighe tra infinite colline

    Attonito il cuore del cielo depone caldi battiti di luce nell’armistizio della notte

    NEVICATA

    Folle felici di fiocchi infiniti, frementi calme in frulli di falde cadono appese tra mille farfalle.

    Fredde faville feriscono fiabe di foglie sepolte in fragranze d’inverni, seta di ghiaccio rivela le forme, affondano i suoni in coltri profonde.

    Nel grigio sospeso al cielo soffuso bianchi cristalli si azzuffano lievi, è fioca bufera di soffici nevi.

    GERMOGLI

    Culle di bimbi fra ninne nanne di vento, occhi chiusi che sognano su cuscini di favole, verdi soavi che indugiano in boccioli di foglie.

    Uova di linfa attendono albe dischiuse dal tempo.

    Un’ acquerugiola lieve di gemme sui rami dissipa la ruvida stanchezza di cortecce in cori tremuli di sorrisi.

    Vive, giusto nell’attimo del vostro sbocciare, la Primavera.

    Germogli, Tramonto, Nevicata, Tuffi di luce fanno parte de “I canti silenziosi degli aironi”. Questa silloge premiata al concorso “Locanda del Doge 2016” indaga lo stupore di come la parola possa salvare intatti frammenti di sensazioni sgorgate dall’inesauribile fonte primordiale della natura.

    LA META

    Bote, pache, xenocià in tea pansa testa par tera, muso de fango, ocio pestà, recia masenà

    No morsegar!

    Spinsi, tira, moea, fraca, tò, ciapa, cori, scampa!

    Me ga segà!

    Xo par tera, mucio, sora tuti. Te me schinsi!

    Gomi in tea boca, deo in t’un ocio, recia in tel naso.

    Struca, placa, sfàlta, àra.

    Cossa? Tuto!

    Campi, brasa, man, erba, gambe, onge, pocio, oci, dei, ocio!

    Baea mia!

    Finta, o go mandà a mosche. Go fato el buso!

    Si apre un varco inatteso … il sorriso di un raggio tra le nuvole dischiude l’intatta savana verso la meta.

    Steppe sterminate da cavalcare come Unni impazziti aggrappati alla criniera del proprio desiderio.

    Lo spazio che separa l’abbraccio di Ulisse e Penelope divorato dagli occhi increduli di un bambino che si sta per tuffare beato nella torta dei suoi sogni.

    Sospeso il tempo s’arresta sgomento.

    Abitare per sempre quel lembo d’esistenza è l’eterno sogno di ogni rugbista.

    Mille bombe atomiche compresse in un secondo deflagrano scroscianti nel petto.

    Big-bang di gioia.

    E’ meta!

    UNA MAMMA

    Sola a bordocampo, scarmigliata e paonazza, ritualmente dedita alle sue urla furibonde, forsennata baccante inebriata dalla propria foga.

    Disperati incitamenti necessari a cui non può rinunciare per amore per paura per vincere le sue ansie per proteggere il suo bambino per cercare di sottrarlo alle sconfitte che tutti abbiamo patito.

    Tu gridi ma lui non ti sente, è immerso lontano nei sogni della sua fatica.

    Non ti preoccupare, chi ha il coraggio di giocare ha già vinto e non potrà essere sconfitto da nessuno!

    Si può fare poesia sul rugby? Ricordi di giocatore e sensazioni di spettatore. Il dialetto aiuta ad evitare la retorica che al rugby non appartiene. Solo fatti nella fatica del fango che l’idioma veneto aiuta a raccontare con umiltà.

  • Diritto di cronaca

    Diritto di cronaca

    Elena era stata inviata dalla redazione del giornale in un paesino della provincia di Rovigo per fare un servizio particolare su uno dei problemi di attualità: i giovani e la droga. L’occasione opportuna per approfondire l’argomento veniva offerta dalla manifestazione organizzata per festeggiare l’anniversario della fondazione di una comunità di accoglienza per ragazzi tossicodipendenti, che un decennio prima aveva trovato ospitalità in una casa isolata della campagna polesana: un fabbricato ed un appezzamento di terreno donati espressamente per questo scopo da una famiglia di agricoltori, vecchi amici del direttore del giornale con il quale Elena collaborava. Presenziava la cerimonia il vescovo, che celebrò la messa assieme ai sacerdoti delle parrocchie circostanti. Partecipava inoltre il prete promotore del centro, accompagnato dai primi collaboratori e da quelli attuali, e intervennero le autorità locali, i ragazzi residenti ed i familiari di altri giovani che, in quel luogo, avevano effettuato il loro percorso di recupero.

    La cerimonia fu toccante e partecipata. Le parole del presule, le esortazioni dei responsabili e le esperienze raccontate dai ragazzi e da alcuni loro parenti, penetrarono profondamente negli animi dei presenti.

    Elena fu particolarmente colpita da quanto avvenne in quelle poche ore. Era sempre stata estranea al problema droga, un problema che non l’aveva mai toccata e neppure aveva coinvolto persone a lei vicine. Sentirne ora la drammaticità, la gravità delle conseguenze, comprendere quanto il fenomeno fosse diffuso e quanti ragazzi ne fossero implicati, conoscere l’impegno gravoso e costante di tanti volontari, con la loro disponibilità, il loro grande amore, la completa dedizione che andava oltre gli impegni personali; soprattutto penetrare nell’animo di chi stava vivendo sulla propria pelle l’esperienza droga, di chi stava lottando per vincerla, per tenere fede alla parola data nel momento in cui aveva accettato di percorrere la dura strada del recupero, con tenacia e caparbietà, e aveva messo a nudo, qui davanti a tutti, il proprio cuore, i disagi vissuti e le cause, anche più intime, che avevano portato nel baratro: tutto questo aveva lasciato Elena esterrefatta.

    Ora la ragazza non poteva rimanere indifferente; non poteva fermarsi al “diritto di cronaca” e limitare la sua presenza in quel luogo ad una serie di articoli per il giornale. Doveva tornare nuovamente quando non c’era altra gente attorno, doveva rivedere quei ragazzi, comprendere la loro realtà quotidiana, approfondire la conoscenza di quanto stavano vivendo: le loro sofferenze, passate e presenti; l’impegno profuso con tanto sacrificio, le loro speranze. Voleva capire.

    Dopo la festa, tutte le persone intervenute se ne andarono. Elena era rimasta seduta nel suo angolo, come impossibilitata ad alzarsi.

    – Come mai sei rimasta qui? – le chiese uno dei ragazzi, sorridendole in un modo tutto particolare.

    – Non lo so; ero tutta assorta nei miei pensieri – rispose, un po’ imbarazzata.

    – Io sono il responsabile di questo gruppo. Hai bisogno di qualcosa? – continuò il giovane con gentilezza per togliere alla ragazza ogni motivo di disagio.

    – No, grazie. Ora me ne vado. Però desidererei tornare, se è possibile. Vorrei parlare con qualcuno di voi.

    – Puoi venire, se vuoi – rispose il giovane, – ma soltanto negli orari consentiti. La comunità è aperta a tutti, ma noi abbiamo dei programmi e dei lavori da svolgere. Il regolamento è molto rigido ed è quindi necessario rispettarlo. Se ti va bene, puoi tornare giovedì verso le cinque del pomeriggio. A quell’ora abbiamo un momento di pausa e potrai parlare con me. Mi chiamo Peter.

    Congedandola, il ragazzo allungò la mano per salutarla ed Elena, stringendola, sentì il calore del suo corpo, un calore che sembrava venire dal di dentro. Osservò il suo viso sorridente, il suo sguardo sereno, i suoi occhi di un blu intenso e luminoso, che contrastavano con il biondo chiaro dei capelli.

    – Verrò senz’altro giovedì – disse, uscendo controvoglia.

    Sola, nella sua stanza, Elena non riusciva a dimenticare quei ragazzi e le loro storie. Soprattutto Peter. Per tutta la sera lui rimase nei suoi pensieri. Pure nella giornata successiva Elena non riusciva a toglierlo dalla mente; non riusciva a concentrarsi nel lavoro. Peter era lì, vicino a lei, con il suo sorriso dolce, con quel viso da bambino innocente che destava tanta tenerezza. Eppure quanta sofferenza era passata dentro il suo cuore, quante tribolazioni, fisiche e morali, erano emerse dall’esperienza da lui raccontata durante la cerimonia; e quanta determinazione c’era in lui, quanta speranza nel riscatto, quanta volontà nell’affrontare nuovamente la vita nonostante le umiliazioni subite, le cadute, le incomprensioni. C’era l’amarezza per il dolore causato agli altri, soprattutto ai familiari che tanto l’amavano, ma c’era il chiaro proposito di riabilitarsi attraverso questo duro percorso di espiazione e di redenzione.

    Peter – e con lui tutti gli altri – poteva essere da biasimare per quanto aveva causato a se stesso e alle persone a lui vicine, ma era anche da ammirare per il coraggio e la risolutezza che aveva, ora, nell’accettare i sacrifici e le rinunce imposte, indispensabili per riscattarsi.

    E quanto amore c’era adesso in lui, un amore grande e generoso che voleva fermamente donare agli altri.

    Elena ricordava le sue parole: “Ora mi sento un uomo diverso, e possiamo dire che quest’uomo è il frutto dell’esperienza droga; senza di essa non sarei così. Però non auguro a nessuno di diventare uomo in questo modo; l’esperienza droga è terribile, infierisce per anni e nella maggior parte dei casi in quelli della giovinezza; e c’è sempre il rischio che non finisca con esito positivo”.

    Elena aveva atteso con ansia il pomeriggio del giovedì per poter incontrare nuovamente Peter. Attraverso lui, attraverso le confidenze che quel ragazzo poteva metterle a disposizione, avrebbe compreso le angosce di tutte le persone cadute nelle grinfie della droga. Essendo un mondo a lei sconosciuto, Elena avrebbe voluto penetrarvi dentro, scrutarlo a fondo, poichè soltanto così poteva capire e raccontare, dare una testimonianza tangibile, presentare un resoconto autentico che potesse essere d’aiuto anche agli altri.

  • A bordo del veliero “Invisibile”

    A bordo del veliero “Invisibile”

    Per convenzione scientifica diecimila e sessantasette anni fa (Dal 1950 diecimila anni indietro) iniziava l’era nella quale viviamo, detta Olocene, che deriva dal greco e significa “del tutto recente”. Era appena finita l’era dei ghiacci, che nella pianura padana avevano il loro limite inferiore nella zona di Verona. Lo scioglimento delle nevi perenni aveva incrementato fiumi e affluenti, che si fecero spazio tra le foreste allora ricoprenti tutta la grande vallata fra Alpi e Appennini.

    I Colli Euganei erano ancora piccoli vulcani in attività. La foce del Po aveva forma più simile ad un estuario che a un delta e incontrava il mare molto prima: in diecimila anni si ritiene che il fiume abbia recuperato sul mare un centinaio di chilometri ramificandosi fino a raggiungere la dimensione del delta che noi conosciamo.

    Nello scenario appena descritto si favoleggia che nel Polesine, nei pressi di un paese, che molto tempo dopo verrà chiamato Loreo, vivessero rettili dall’aspetto umano. Come sempre accade quando si tratta di una eventualità fantastica, appaiono testimonianze e ricerche alle quali difficilmente qualcuno crede, ma che fino a pochi decenni fa hanno dato vita a molti racconti, alimentati specie nei luoghi dove era in uso radunarsi per “fare filò”.

    Il numero 55 di Ventaglio Novanta riporta un testo sull’argomento, firmato da Adriano Romagnolo, nel quale si parla della particolare analogia tra la raffigurazione di Loreo e quella di Insmouth, cittadina americana immaginaria infestata dagli uomini-pesce, descritta da Lovecraft, che parrebbe aver soggiornato in Polesine nel 1926.

    Per risolvere definitivamente il mistero occorrerebbe trovare qualcuno che sia in grado di viaggiare nel tempo.

    Francesco Lucianetti e Brunello Gentile*, nel 2012, pubblicarono il primo capitolo di un fumetto dal titolo Cent’anni dopo, tradotto poi anche in francese e presentato a Parigi nel 2015.

    Si parla di una coppia, lui, Michele Falieri, nobile di antica famiglia veneziana, lei, Sophie, francese e discendente della dinastia dei Valois. Personaggi straordinari, lei soprattutto, bellissima e pratica di arti marziali, di scherma, di armi da fuoco e perfino di pugilato. I due convivono innamoratissimi, ma con dichiarato accordo di infedeltà reciproca. Infedeltà che Sophie alla fine non sopporterà più e, per liberarsi delle rivali, ucciderà lui e se stessa con il rito dei druidi celtici, che prevede, se attuato a bordo di una barca con il fuoco e una pozione magica, un letargo centenario, alla fine del quale si troveranno in una dimensione senza tempo e senza spazio.

    Loro e il loro veliero, potranno muoversi nell’aria, nell’acqua e sulla terra, potendo apparire o rimanere invisibili. Potranno attraversare qualunque ostacolo e infine viaggiare nel tempo a piacimento. Quale miglior soluzione, allora, alla nostra ricerca che far viaggiare i due giovani fra le terre e gli abitanti del Polesine all’inizio dell’Olocene?

    Dal fumetto che segue si evince che il loro veliero “Invisibile”, durante un viaggio che avrebbe dovuto avere Venezia come meta finale, seguendo antiche mappe, si fermerà su quello che allora era l’inizio del Delta del Po. Si scoprirà così che convivevano nella zona ben quattro specie di esseri, in qualche modo riconducibili alla natura umana: uomini e donne con le fattezze che sono sopravvissute fino ai giorni nostri, ma anche maschi e femmine di mezzi uomini e mezzi coccodrilli, mezzi uomini e mezzi serpenti, mezzi uomini e mezzi pesci.

    Vivevano in pace fra loro, abitando su enormi alberi con fiori simili a un seno femminile, dentro i quali si rifugiavano. Ogni quattro anni, in quella che veniva chiamata “La notte degli Dei”, quattro coppie scelte per ognuna delle quattro specie sopra citate entravano in un fiore a forma di mammella ancora più grande degli altri e si accoppiavano tra loro con assoluta indifferenza di razza. Michele e Sophie scopriranno e descriveranno per noi tutto questo. Finiranno per partecipare anch’essi alla “Notte degli Dei”?

    *Curricula di Francesco Lucianetti e Brunello Gentile in Ventaglio n. 52 pag. 118

    NEL POLESINE

    ‘RIAPPARSO’ SUL TAMIGI NELL’APRILE DEL 2012, CENTO ANNI DOPO IL SUO INCENDIO NON OCCASIONALE, IL VELIERO INVISIBILE, CON IL SUO EQUIPAGGIO, MICHELE E SOPHIE, CONTINUA I SUOI VIAGGI NEL TEMPO E NELLO SPAZIO… MENTRE SORVOLAVA LA RIVA DELL’ADRIATICO, MICHELE CITO’ IL MITO DI FETONTE, CHE, PERDENDO IL CONTROLLO DEL SUO CARRO DEL SOLE, BRUCIO’…

    … IL CIELO FORMANDO LA VIA LATTEA E DEVASTO’ LA LIBIA CHE DIVENTO’ UN DESERTO. ZEUS GLI SCAGLIO’ UN FULMINE PRECIPITANDOLO SULL’ERIDANO (1) PRESSO L’ODIERNO PAESE di CRESPINO.

    (1) Nome greco del Po

    CARO… DOVE ANDIAMO?

    A VENEZIA, E’ TANTO CHE NON LA VEDO

    BANALE! POSSIAMO ANDARE OVUNQUE, NEL TEMPO E NELLO SPAZIO, PARLIAMO QUALSIASI LINGUA, E TU VUOI TORNARE A VENEZIA!?

    VA BENE! PASSIAMO PER IL POLESINE, FETONTE CADENDO HA CREATO IL DELTA. ANDIAMO A VEDERE COM’ERA PRIMA?

    GUARDA! QUESTA E’ UNA CARTA DI EPOCA ROMANA (2), POCO ATTENDIBILE, L’ITALIA SEMBRA QUASI UN LUNGO CORRODOIO. CERCHIAMO CARTE PIU’ LEGGIBILI E PIU’ REALI.

    GUARDA DENTRO IL CERCHIO E’ LA ZONA DEL DELTA, CARA SOPHIE

    VEDI CARA, QUESTA MAPPA E’ OTTOCENTESCA E’ SEGNATA LA PARTE DEL DELTA CHE NON ESISTEVA ANCORA AL TEMPO DEI ROMANI, LA LINEA DELLE DUNE FOSSILI, IL TRACCIATO DEL PO, CON IL VECCHIO ALVEO SCOMPARSO, E ANCORA LA ZONA DEI 7 MARI CANTATA DA PLINIO

    ECCO, QUI CI CAPISCO DI PIU’

    QUI C’E’IL TARTARO, IL FIUME CHE ATTRAVERSAVA ATRIA, OGGI ADRIA: HA DATO IL NOME ALL’ADRIATICO, ANCHE SE NON E’ MAI STATA SULLA RIVA DEL MARE! VEDI, C’E’ ANCHE LA POSIZIONE DEI VULCANI… GLI ATTUALI COLLI EUGANEI

    GLI ANTICHI PARLANO DEL LAGO ASFALTICO; ERA UN LAGO PIENO DI ASFALTO LIQUIDO ERUTTATO ASSIEME ALLA LAVA DAI COLLI EUGANEI, ALLORA VULCANI ATTIVI

    LA CADUTA DI FETONTE PROVOCO’ UN IMMANE INCENDIO

    ARRIVIAMO DA NORD, ORA SIAMO SUI COLLI EUGANEI, GUARDA COME FUMANO

    GUARDA BENE, IN LONTANANZA VEDI LE DUNE FOSSILI?

    LA VEDI LAGGIU’? CI STIAMO AVVICINANDO ALLA FOCE DEL FIUME… COME PENSAVO, ERA UN ESTUARIO; MA… OSSERVA SOTTO DI NOI CHE VASTITA’ DI FORESTA VERGINE

    MICHELE… SEMBRA DI ESSERE NEL RIO DELLE AMAZZONI… BOSCHI, MARE… VERDE OVUNQUE, UN GIARDINO DELL’EDEN!

    HEILA’! VEDO DELLE CANOE NELLA ZONA DEI 7 MARI

    QUELLE CANOE SONO IN STATO PERFETTO! CI SONO ANCHE MOLTE ORME. VENGONO TUTTE DAL FIUME. RISALIAMOLO MA RIMANIAMO IN VOLO, FORSE NON CI SONO BUONI FONDALI E RISCHIAMO DI ARENARCI

    LAGGIU’ VEDO FUMO DI FOCOLARE! MI SEMBRA, PERO’, CHE SIA SULL’ALTRO FIUME, IL TARTARO

    CHE POSTI SPLENDIDI! NON POTEVO IMMAGINARE UNA NATURA COSI’ SELVAGGIA

    DAI… SEGUIAMO LA CORRENTE DELL’ALTRO FIUME

    GUARDA CHE ALBERO… E’ ENORME! E’ UNA PIANTA CON RADICI ACQUATICHE, COME LE MANGROVIE! FRA LE SUE RADICI CI SONO STRANE STATUE E FRUTTI A FORMA DI MAMMELLA. SEMBRANO PARASSITI DELLA PIANTA

    QUELLE TRA LE RADICI SONO TESTE DI PIETRA!

    TRA I FRUTTI CAVI CI SONO SIMBOLI PRIMITIVI, QUATTRO, MI PARE…

    ECCO DA DOVE VIENE IL FUMO!

    GUARDA, UN VILLAGGIO DI CAPANNE E PALAFITTE. USANO L’ALBERO COME UN CAMINO!

    QUESTE SONO PIANTE DAVVERO STRANE… LA GENTE NE HA UNA GRANDE CURA… COME SE FOSSERO SACRE!

    VOGLIO COGLIERE QUESTO FIORE… E’ BELLISSIMO.

    NON TOCCARLO! POTREBBE ESSERE VELENOSO!

    NON TOCCARLO UGUALMENTE.

    MA DAI!!! DIMENTICHI CHE PER ALMENO MILLE ANNI SIAMO IMMORTALI.

    TRA I RAMI DI QUESTI ENORMI ALBERI, DENTRO AI FRUTTI CI SONO PICCOLI ANTRI. SEMBRANO DELLE INFIORESCENZE PARASSITE E SONO ABITATE.

    HANNO LA FORMA DI UNA PERA: QUASI DI UN SENO DI DONNA.

    VEDO QUALCUNO, UNA DONNA CON BAMBINO E UN UOMO… SEMBRA UN SANTONE.

    SCENDIAMO! QUESTO MONDO HA DELL’INCREDIBILE

    CHE DICE?

    SALUTE A VOI, O DEI… LEI E’ LA REGINA, IO LO SCIAMANO, VI ASPETTAMO… SIAMO VOSTRI SERVI IN QUESTA NOTTE DEGLI SCAMBI…LA NOTTE DEL FUTURO

    PARLA DI DEI… CI PRENDONO PER DIVINITA’

    CONTINUA…

  • Eros Bassora e la fisarmonica

    Eros Bassora e la fisarmonica

    La mia prima fisarmonica l’ho avuta come regalo da mia madre: avevo 8 anni, ed era pressoché un giocattolo: ma ho subito iniziato a suonarla a orecchio. E, prima ancora di questa, ero stato attratto dal suono dell’armonica a bocca. Mia sorella me ne donò una: appena appoggiata alle labbra è stato come se la conoscessi da sempre”.

    Una passione senza tempo. Un bimbo che cresce amando la musica. La prima spinetta, l’attenzione per i grandi esperti di fisarmoniche e la passione per il gioco sottile fatto di precisione, minuzie, sensibilità.

    E’ tutta una vita dedicata al proprio strumento musicale preferito, quella di Eros Bassora, 65enne di Arquà Polesine che ha chiuso un’epoca. Infatti il 30 giugno scorso, ha definitivamente cessato la propria attività di riparatore e accordatore di fisarmoniche, esercitata in via Arzerini. Ora la strada, senza l’insegna che da anni ha contraddistinto un luogo mitico, sembra non essere più la stessa.

    Un mestiere rarissimo, che parte da lontano, quello esercitato da Eros Bassora; la sua passione per la musica attraversa tutta la sua esistenza, anche se l’avvio dell’attività lavorativa aveva inizialmente preso un’altra piega. “Dopo la scuola media – ci dice infatti – avevo frequentato un corso specializzandomi come autoriparatore e cominciando ben presto a lavorare nelle autofficine, a Rovigo; attività questa esercitata fino al 1993”.

    “Ma la passione per la fisarmonica – aggiunge – non mi abbandonava mai. Così, quando le fisarmoniche che avevo iniziato a collezionare avevano problemi, andavo a farle riparare a Castelfidardo (Ancona) e a Stradella di Pavia, dove gli esperti mi permettevano di stare a guardare mentre sistemavano lo strumento. La mia curiosità si è così trasformata in abilità nella riparazione”.

    “I tecnici – prosegue Bassora – mi svelavano di volta in volta i segreti tramandati di generazione in generazione, che ancor oggi custodisco gelosamente e utilizzo per le riparazioni delle fisarmoniche. Restavo per ore a osservarli incantato: sembravano degli equilibristi, dei maghi intenti a riparare l’irreparabile, a far rinascere il suono dallo strumento diversamente compromesso per sempre”.

    E così a poco a poco Eros ha appreso l’arte del riparatore e accordatore di fisarmoniche, acquisendo anche informazioni sulla storia della fisarmonica, radicata in Italia proprio nei luoghi da lui conosciuti in occasione delle riparazioni dei suoi strumenti: “E’ famoso il cognome Soprani, il capostipite che nel 1863, con intuito e lungimiranza, ha inventato e introdotto dal nulla, nel territorio marchigiano, un’industria che in breve tempo avrebbe sovvertito la realtà economica prettamente agricola in una economia aperta al mondo”.

    “A Castelfidardo – continua Eros – si ebbe il decollo dell’industria della fisarmonica, e nel censimento industriale del 1911 gli occupati registrati nelle aziende di Paolo e Settimio Soprani contavano rispettivamente di 24 e 30 unità lavorative”. Poi aggiunge interessanti particolari relativi ai diversi tipi di strumento: “Il manuale sul lato destro, è detto “cantabile”, e può essere alternativamente costituito da una tipica tastiera di tipo organistico (detta anche “tipo pianoforte”, fatta di 41 tasti di cui 17 neri e 24 bianchi) o da un sistema di bottoni disposti cromaticamente. Il manuale in formato “organo” – precisa – ha un metodo d’utilizzo del tutto uguale a quello di un normale organo, la disposizione verticale dei tasti ne facilita l’utilizzo di esecuzione. Essa è differente da quella del pianoforte sia per le caratteristiche meccaniche di razionamento del tasto, sia per la sua corsa (che è inferiore), sia per il fatto che la dinamica dei suoni (cioè il loro volume individuale) non viene prodotta dalla differente pressione delle dita sullo strumento, ma è la conseguenza della diversa velocità di apertura del mantice, e quindi un’apertura più lenta produrrà un suono più debole, mentre da un’apertura “energica” emergerà un suono più forte”.

    “Invece – continua -, il manuale con sistema a bottoni, presenta 3, 4, 5 o 6 file di bottoni; è denominata “fisarmonica cromatica, sistema a bottoni” o più comunemente “fisarmonica a bottoni”, e talvolta impropriamente “fisarmonica cromatica” anche se pure la versione con tastiera di tipo organistico è parimenti “cromatica”. Esistono diverse disposizioni dei bottoni, le più comuni sono il C-Griff (o sistema italiano) e il B-Griff (sistema russo)”.

    I ricordi sono numerosissimi, le storie altrettante. “Ho conosciuto tanti personaggi nella mia vita. Ho riparato strumenti per orchestre, per il Conservatorio di Mantova, dove c’è un’apposita sezione di studio della fisarmonica, perfino per alcuni clienti dall’America. Sono stato il punto di riferimento di una professione ormai pressoché scomparsa”.

    Se è vero che ha cessato l’attività di riparatore, è però altrettanto certo che Eros Bassora non rinuncia alle sue fisarmoniche. Anche se in pensione, non si ferma, suona e si esibisce su Canale Italia o in spettacoli di intrattenimento col gruppo folklotistico dei Bontemponi e conserva gelosamente i propri tesori… “Ho una collezione di una cinquantina di fisarmoniche – conclude -. Le ho scoperte nei mercatini, oppure in soffitte e cantine dismesse, dove spesso si individuano tesori unici. Ad esempio, ho trovato un organetto del 1864, oggetto rarissimo se pensiamo che il prototipo della prima fisarmonica risale, appunto, a un organetto del 1863”.

    E intanto, sotto le mani di Eros Bassora, fioriscono affascinanti melodie…

  • Pensieri in bianco e nero

    Pensieri in bianco e nero

    La plaquette Pensieri in bianco e nero è un’elegante raccolta di fotografie, appunto in bianco e nero, dell’adriese Toni Gnan accompagnate dall’intensa lettura poetica di Rosetta Menarello. La sua parola, connessa pienamente all’immagine, si apre sempre in riflessioni sull’uomo legate allo scorrere delle stagioni nel luogo vissuto.

    Rosetta Menarello offre così continue occasioni di nuovi orizzonti interpretativi nel suo discorso che coinvolge le acque, il cielo, la terra polesana protagonista della plaquette. Insieme a Toni Gnan racconta proprio l’anima del luogo nella storia umana, fissato in uno sfondo naturalistico avvolto da un senso di eternità, ma vibrante delle nostre stesse emozioni.

    Già la copertina – con l’immagine di un paesaggio invernale, immobile nella candida magia della galaverna, attraversato da una strada innevata, gelata, segnata dalla vita e da una presenza umana – risuscita memorie, emozioni uniche di altri inverni della propria infanzia o di poeti come Andrea Zanzotto; crea atmosfere dilatate oltre lo spazio e il tempo, immerse in un silenzio primordiale.

    Protagonista è il silenzio che chiude in sé la sapienza del prima e il mistero del dopo. Così in quell’uomo che – commenta Rosetta – cammina e stringe tra le mani sogni ancora segreti, / tenuti nel buio delle tasche … si può intravedere l’intera umanità che da sempre, nonostante le difficoltà, continua a procedere verso spazi inesplorati, a sperare nella vita anche perché serba [il] … cuore bambino ancora stupito / per la magia di quel candore silenzioso.

    All’innocenza del testo fotografico risponde spontanea l’innocenza della scrittura che è interiore rimando all’immagine. Rara assonanza fra due arti diverse ma affini! Il bianco e nero in tali paesaggi evoca suggestioni indicibili dilatando, approfondendo lo spazio, esaltando anche la verità degli oggetti.

    Barche, reti da pesca, bastoni infissi nella laguna si caricano di eterno perché essi, come i pioppeti, i sentieri di salicornie, le case alluvionate, presenti del nostro immaginario collettivo, sono gli elementi portanti di un habitat a sé uguale da sempre e per sempre se l’uomo non arriverà perfino a contaminare la loro verità; sono elementi testimoni della fatica paziente del vivere (ieri, oggi, sempre) dei pescatori.

    Per la poetessa la barca attende / immobile: / vuole ospitare il silenzio, / suo unico passeggero / per il prossimo viaggio; silenzio che è la voce più profonda, arcana di questa laguna. Per lei qui s’è dileguato l’orizzonte… / e ormai nessun confine separa il cielo dal suo mare, / e il sole si fa dono galleggiante sull’acqua: espressione di qualcosa che va oltre l’umana dimensione.

    E tra i canneti l’acqua, antica, è da sempre liquido amniotico della nostra esistenza, … scrigno di antichi tesori. / E nella trama delle reti / il tempo allestisce il suo spettacolo / per i pescatori che attendono la notte…, i suoi eroi lagunari. Linguaggio poetico che esalta il senso di eternità colto dall’obiettivo, ma richiama sempre l’opera di quei mitici personaggi nel loro continuo misurarsi con il tempo nel loro abituale spazio.

    Felice intuizione dell’autrice è ricorrere al mito che ben si addice a questo universo primordiale e lo nobilita. Così il cielo è visto a brandelli tra le mani di Fetonte, cosi i pali, forse per la mitilicoltura, diventano nell’evocazione poetica le lance dei ciclopi del mito di Ulisse, mentre i gabbiani scrivono, / con diligente grafia, / storie di eroi e di pescatori.

    Queste ultime note umane sono leitmotiv per Rosetta nella rappresentazione della natura che, personificata, più avvicina a noi l’eterno del paesaggio. Ed ecco che la casa smarrita nella solitudine dell’acqua come una nave… ha finestre che sono occhi / per guardare oltre l’orizzonte / che scorre lontano; le reti hanno pensieri segreti; le fanciulle pioppo / si specchiano sull’argento delle acque / con silenziosa tenerezza; le onde hanno voce di ninna nanna o di grido rabbioso; la luna ha dita di luce; e il cielo si pettina…

    A conclusione del percorso: S’è accampato sulla spiaggia il cielo… / ha messo ad asciugare il suo bucato di nuvole. / Qui fa sosta / forse solo per questa notte… Riuscita interpretazione poetica di un paesaggio vesperale, che culmina nell’abbraccio notturno tra luna e cielo.

    La poetessa – sempre in assonanza con il bianco e nero di Gnan – fa suonare con ritmo misurato, le sue note intime rese con un linguaggio nitido, essenziale, proiezione della sua interiorità, dando voce umana al paesaggio nelle delicate immagini sottolineate, in cui rivela tutto il suo mondo immaginifico.

    Si apre pure a pensieri esistenziali relativi al tempo, al silenzio, al mistero, a pause emozionali, riferimenti mitici animando l’arcano silenzio della laguna e gli oggetti, documenti di antiche memorie. Ripropone quindi con forza nativa il canto alla vita sospesa nell’eterno, calata nella quotidianità dei giorni, fissata dall’incanto fotografico in bianco e nero.

  • I disegni di Ilaria Ferrari

    I disegni di Ilaria Ferrari

    Un foglio di carta, una matita: se c’è passione e fantasia, basta poco per delineare una storia. Gli occhi non mentono. Si dice siano lo specchio del cuore. E quando ti osservano con un’intensità disarmante – seppur fuoriusciti non da una foto ma da un disegno, perfetto, preciso, emozionante – non si può non restare ad ammirarli…

    L’arte di Ilaria Ferrari, trentacinquenne rodigina, è fatta di piccole cose che lasciano il segno. La sua arma vincente è composta da matite colorate, fantasia, passione, senso estetico, precisione e sensibilità. “Ho frequentato il liceo scientifico Paleocapa di Rovigo, poi mi sono iscritta alla facoltà di ingegneria – racconta l’artista -. E’ stata una scelta motivata più da una questione pratica, che di passione: l’esigenza di trovare lavoro, prima di tutto, e per questo per anni ho messo da parte la mia passione per il disegno”.

    Ilaria Ferrari inizia fin da piccola a disegnare, autodidatta. Contemporaneamente prova una forte passione per i cavalli: “ho costretto i miei genitori a portarmi al maneggio per imparare a cavalcare. Avevo 4 anni e non sapevo ancora leggere né scrivere. Poi, nonostante varie difficoltà, sono riuscita ad averne due – ricorda -. Anche i gatti mi sono sempre piaciuti. Proprio osservando questi splendidi animali nascono vari miei disegni”.

    Dopo che gli impegni della vita l’avevano portata all’abbandono temporaneo della propria passione per il disegno, fortunatamente viene spronata da un’amica a riprendere in mano carta e matite: “Era il 2011 e, dopo la laurea e il lavoro di programmatore alla produzione nell’impresa di famiglia, – ricorda Ilaria – è stata proprio una persona a me cara a spingermi a ricominciare. Avevo effettivamente voglia di disegnare, ma credevo di non esserne più capace. Poi, con qualche dritta giusta, incontrando persone che hanno saputo anche consigliarmi il tipo di carta appropriata e gli strumenti più idonei da utilizzare, ho ripreso a disegnare”.

    I ritratti di Ilaria sembrano reali: gli animali è come se uscissero dal foglio, emettessero il proprio verso tipico, osservassero l’interlocutore con sguardo vigile, curioso, talvolta docile, come per chiedere una carezza.

    Le opere, a colori o in bianco e nero richiedono tempo e costanza, talvolta anche alcuni mesi di impegno. “L’ispirazione può venire in qualsiasi momento – prosegue il racconto -. Da un esemplare visto per caso, a una fotografia trovata in internet o scattata dal vivo. Anche se comunque il tempo è poco, da dedicare al mio hobby – aggiunge Ilaria Ferrari – soprattutto di sera, dopo le 22, e il sabato pomeriggio, mi ci butto a capofitto e con grande soddisfazione”.

    Ilaria Ferrari non si stanca mai di disegnare. Spesso si affeziona alle proprie opere, creature che provengono dalla personale verve creativa, l’una diversa dall’altra. Spesso è difficile anche separarsene, quasi come una madre da un figlio; ha già esposto i propri lavori durante banchetti fieristici, e a Palazzo Dolfin, e al Manegium di Fratta.

    “Cerco anche di farmi conoscere grazie alla tecnologia, utilizzando face book e Instagram, mezzi sicuramente più veloci” ricorda.

    Ma, al di là del potere di Internet, quando Ilaria prende in mano foglio e matite colorate, è come si accendesse un interruttore: gli occhi iniziano a brillare, l’inanimato prende vita e nasce l’ennesima originale storia.

  • Bernardinello e il Transvisionismo

    Bernardinello e il Transvisionismo

    Sono tempi di meritati riconoscimenti per Mario Bernardinello, artista di origini lendinaresi che, negli anni del dopoguerra, con la famiglia ha lasciato il Polesine, verso la Lombardia, dove ha avuto modo di scoprire l’inclinazione più autentica che doveva identificare la sua esistenza.

    Cinquant’anni di vita artistica e un curriculum di grande spessore quello del pittore polesano, contrassegnati da una instancabile attività creativa e di promotore di eventi. Tra gli altri da sottolineare come sia stato l’organizzatore e il curatore della mostra Palio Artistico Milano Expo 2015 (a tema “ARTE energia dall’immaginario”) con l’esposizione di 260 artisti selezionati (appartenenti a 26 gruppi lombardi) presso il prestigioso Palazzo della Permanente di Milano, con la pubblicazione di un catalogo di oltre 300 pagine edito da Grafiche San Patrignano (Rimini). A questa iniziativa è seguito il volume “40 artisti al Quirinale” (edito da Digicopy, Milano) la cui prima copia è stata realizzata in edizione di pregio in esclusiva per il Presidente della Repubblica Italiana On. Sergio Mattarella, al quale è stata personalmente consegnata presso il Quirinale nel 2016.

    Recentissima poi la sua partecipazione alla “Triennale di Roma 2017”, alloggiata in un’ala del Vittoriano (ovvero l’Altare della Patria) dal titolo “Aeterna”, in cui Mario Bernardinello è stato chiamato a far parte della Commissione Scientifica preposta alla realizzazione della qualificante rassegna – curata da Gianni Dunil -, che ha visto anche il coinvolgimento dei noti Prof. Vittorio Sgarbi, Achille Bonito Oliva, Daniele Radini Tedeschi.

    Innumerevoli le sue partecipazioni a mostre collettive e personali in location prestigiose: dall’Università degli Studi la Sapienza di Roma, al Palazzo Reale di Milano; dal Palazzo Nervi di Torino, al palazzo dei Normanni di Palermo; dalla Kunsthuis Gallery di Bruxelles, alla Newman University di Wichita nel Kansas (USA). Da sottolineare anche il suo attivo impegno come membro della prestigiosa Permanente di Milano, nonché la frequentazione di importanti gallerie non solo italiane.

    Un percorso sicuramente di grande rilievo quello vissuto da Mario Bernardinello, che dalla pittura figurativa è gradualmente approdato all’informale, divenendo componente di spicco del Transvisionismo, movimento nato nel 1995 e tuttora attivo, contrassegnato dall’entusiasmo e dalla creatività dei vari pittori aderenti.

    Bernardinello solitamente torna in Polesine – dove viene affettuosamente accolto dai cugini – nel periodo dell’Ottobre rodigino, e non manca di godere dell’animato mondo delle vie del centro, con un immancabile sguardo alla fantasmagorica sequenza di colori che caratterizza le giornate della fiera.

    Alla terra d’origine non rinuncia, e sono ancora ben presenti nella sua mente gli anni della sua infanzia e della preadolescenza vissuti a Lendinara. Fu questa una parentesi di ritorno, giacché la sua famiglia alla fine degli anni ‘30 si era trasferita a Milano lasciando il Polesine, per tornarvi transitoriamente nel periodo della seconda guerra mondiale.

    Pertanto Mario Bernardinello frequentò le medie nella cittadina che gli ha dato i natali, restandovi legato, anche dopo il suo definitivo ritorno nel milanese. Cosicché nel 1964 – quando da poco aveva iniziato una proficua attività espositiva – volle allestire a Lendinara una mostra dei suoi quadri, che ebbe un successo al di sopra di ogni aspettativa. Bernardinello ricorda in particolare lo stretto rapporto intessuto con Rolando Rigobello, orefice appassionato di archeologia e degli aspetti artistici della città, che lo portò ad immortalare alcune vedute di Lendinara, nei confronti delle quali ebbe a registrare ampi apprezzamenti.

    Parallelamente all’attività pittorica, Bernardinello – che a Milano ebbe a frequentare una scuola di modellismo (oggi si direbbe design) – iniziò a lavorare nell’ambito dell’oggettistica creativa, seguendo nel contempo corsi serali all’Accademia di Belle Arti di Brera gestiti da illustri maestri.

    Da una parte dunque “l’arte per l’arte”, ovvero la realizzazione di quadri seguendo unicamente una motivazione estetica ed emotiva, dall’altra “l’arte applicata, per la vita”, ovvero la creatività utilizzata per realizzare oggetti raffinati fruibili nella quotidianità.

    Una attività imprenditoriale questa che portò Bernardinello a gestire un laboratorio con una dozzina di dipendenti e a collaborare con varie gallerie e con il mondo della moda.

    E nel contempo sempre nuove esposizioni delle sue opere, e una continua attività di ricerca. Al punto da unirsi ad un gruppo di giovani graffitari per dipingere con bombolette spray i muri delle periferie, e scoprire così gradualmente il piacere della pittura informale.

    E’ la “gioia cromatica” a caratterizzare le realizzazioni pittoriche di Bernardinello, che sulla tela trasferisce la genialità delle sue visioni, in cui si intersecano e si rincorrono luci e colori in sfondi spesso dorati, ed in alcuni casi del tutto neri. E a questo proposito va detto che l’originalità delle sue opere si deve anche ad una tecnica, di sua invenzione, indicata come “astratto caldo”, con cui l’artista trasferisce non solo sulla tela ma anche su supporti diversi, come PVC ed ecopelle, la raffinata lucentezza dell’oro, sposandola con il tumulto di colori suggeriti dal suo animo in continua effervescente ricerca dell’esito creativo. Per questa nuova tecnica, nel 2013 è stato invitato a tenere una grande mostra e un corso (masterclass) alla Newman University di Wichita nel Kansas (USA): è stata l’occasione per il debutto negli Stati Uniti.

    Il 2015 ha visto la sua partecipazione a Venezia in occasione della 56° Biennale, con esposizione a Palazzo Bollani insieme a illustri personaggi come il Nobel per la letteratura Dario Fo, gli attori Franco Nero e Romina Power, e sotto il patrocinio della Fondazione O.A. Sanchez – premio Nobel per la Pace.

    Nello speciale dedicato alla 56° Biennale di Venezia 2015 è stato indicato tra i dieci nuovi talenti del panorama contemporaneo (dieci migliori artisti segnalati dal Comitato Scientifico presieduto dalla Dr.ssa S. Pieralice con altri esperti d’arte come il Prof. D. Radini Tedeschi – critico d’arte dell’Università La Sapienza di Roma e curatore del Padiglione Guatemala – e il Maestro pittore Ennio Calabria). Inoltre nel 2015 è stato pubblicato sul Catalogo d’Arte Moderna Giorgio Mondadori, accompagnato da un commento critico incentrato sull’opera scelta.

    “Transvisionismo”, ovvero la capacità di vedere “oltre”, di accedere ad una dimensione che non è quella dell’esperienza empirica, ma si connette alle vibrazioni dell’anima. Visioni da trasferire sulla tela che, per essere vere ed appaganti, – lo sottolinea il pittore con convinzione – devono esprimere emozioni non effimere che devono trovare sintonia nell’animo del fruitore dei suoi quadri. Realizzazioni anche di notevole dimensione, alcune delle quali Bernardinello si augura possano, in un futuro non lontano, essere esposte a Rovigo.

    Con il capoluogo del Polesine egli intende infatti allacciare un rapporto di collaborazione e di reciprocità con la terra lombarda. A tal proposito egli sta pensando ad un evento a Milano, in cui alcune prestigiose tele della pinacoteca dell’Accademia dei Concordi possano essere esposte nel Palazzo della Permanente (sede del Museo della Permanente, di cui fa parte come socio artista).

    Ipotesi da valutare, progetti da definire, creatività da incanalare verso nuove prospettive… Passano gli anni, ma l’animo effervescente di Bernardinello trova ancora spunti non solo per ulteriori iniziative, ma sicuramente anche per nuove “visioni” da trasferire sulle tele. Quadri specchio dell’anima di un maestro affermato; opere raffinate che sicuramente ancora una volta sapranno emozionare e stupire chi ad esse si avvicina.

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