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Archivi: Articoli d’archivio

  • In memoria di Sante Zennaro

    In memoria di Sante Zennaro

    Un uomo qualunque, uno dei tanti. In quella scuola non aveva figli o parenti. È stato lui, con il suo gesto coraggioso, a mettere fine ad un incubo che durava ormai da quasi sei ore. Ha così salvato la vita a 94 scolari e tre maestre; ma poi, per un tragico errore, è stato ucciso da “fuoco amico” diventando, suo malgrado, un eroe involontario.

    L’eroico intervento

    Stiamo parlando di Sante Zennaro, nato a Grignano Polesine, paese alla periferia di Rovigo. Costretto ad abbandonare il suo paese natale dopo l’alluvione del 1951, si era trasferito nel milanese con il papà Giuseppe, la mamma Bice e otto fratelli. Faceva il meccanico, riparava biciclette in un’officina di Rho.

    10 ottobre 1956, una data che resta tragicamente scolpita nella memoria soprattutto di quanti, a quel tempo giovanissimi, frequentavano la scuola elementare del piccolo paese di Terrazzano.

    Sono da poco passate le 11, quando i fratelli Arturo ed Egidio Santato si presentano alla scuola dicendo di avere un permesso per fare uno spettacolo; ma ben presto, pistole in pugno, prendono in ostaggio l’intera scolaresca.

    I due radunano i bambini e le maestre in un’aula al piano superiore legando loro le mani e minacciando di fare una carneficina se non gli vengono consegnati 200 milioni entro breve tempo. Passano ore angoscianti senza che la situazione si sblocchi. Sono quasi le 17, forse per aver sentito cosa stava succedendo o forse per caso, Sante Zennaro arriva nella piazza del paese e sente immediatamente il desiderio di intervenire, di fare qualcosa per portare aiuto ai bambini e alle maestre in ostaggio dei banditi. Detto fatto: utilizzando una scala appoggiata alla parete della scuola entra nell’aula da una finestra.

    Grazie al suo intervento le forze dell’ordine decidono di agire penetrando nell’aula dalla porta principale, riuscendo a disarmare i malviventi. Ma nella breve sparatoria – fatta dai militi più per intimidire che per necessità – proprio Sante viene colpito.

    Così, purtroppo, per una tragica fatalità, morì il giovane polesano, probabile vittima dei proiettili dei poliziotti che lo avrebbero colpito per errore. Avrebbe compiuto 23 anni il 24 ottobre 1956.

    Un sacrificio il suo che destò fin da subito un moto di commozione e grande partecipazione da parte della popolazione che affluì in massa al suo funerale e il 19 ottobre 1956 il Presidente della Repubblica conferì la Medaglia d’oro al Valore Civile a Sante Zennaro con la seguente motivazione: «Con eroico spirito altruistico e sublime sprezzo del pericolo, si introduceva per primo, disarmato, in un’aula scolastica in cui due folli fortemente armati si erano barricati, minacciando di uccidere o di accecare un centinaio di scolari e tre maestre, da essi legati e trattenuti in ostaggio. Nel nobile generoso tentativo di affrontare i criminali, restava colpito a morte impedendo così, con il sacrificio della propria vita, l’attuazione di una strage. Terrazzano 10 ottobre 1956».

    Il recupero della memoria e le iniziative del 60.mo a Grignano e Terrazzano

    Anche a Grignano Polesine al tempo si seguì con apprensione e dolore la vicenda, ma col passare degli anni si era un po’ perduta la memoria di Sante Zennaro e del suo gesto eroico.

    Nel 2014, grazie una mostra fotografica organizzata da Valeriano e Doriano, in cui venivano esposte alcune foto riguardanti i fatti di Terrazzano, i “Gregnanati”, incuriositi, hanno iniziato ad informarsi sui fatti. Lo stesso anno, con il supporto del Circolo Noi, presso il teatro di Grignano c’è stata la presentazione del libro ‘Sante Zennaro – un Eroe da non dimenticare’ da parte dell’autrice Renata De Angeli, una delle bambine della scuola che si ritiene salvata dal gesto valoroso di Sante Zennaro e che da sempre si dedica a tenere viva la memoria dell’Eroe in tuta blu.

    Il 2016 è stato l’anno del 60° anniversario della tragedia di Terrazzano e, a memoria di questo evento, Valeriano e Doriano, in collaborazione con il Dirigente Scolastico Paola Malengo, si sono prodigati affinchè la Scuola di Grignano fosse intitolata all’EROE caduto per salvare tante vite.

    Obiettivo raggiunto.

    Grignano Polesine, 27 maggio 2016. Alla presenza del vicesindaco di Rovigo, Ezio Conchi, dei ragazzi della scuola media, del fratello di Sante Zennaro, Benito, di una folta rappresentanza del paese e alcuni di quei bambini che furono salvati in quel lontano 10 ottobre 1956, si è svolta la cerimonia di intitolazione a Sante Zennaro della Scuola Secondaria di primo grado di Grignano Polesine. Nell’occasione la sig.ra Renata De Angeli, principale custode della memoria di quella tragica giornata, ha commosso i presenti ripercorrendo con il ricordo le fasi del drammatico evento.

    Terrazzano, 16 ottobre 2016. Sono passati sessant’anni dal gesto eroico compiuto da Sante Zennaro, ma nella comunità di Terrazzano il ricordo è ancora vivo. Per commemorarlo, da Grignano Polesine è partita una corriera con tanti concittadini e i cantori del coro. Il giorno del ricordo inizia al cimitero di Rho con una preghiera e la deposizione di una corona di fiori sulla tomba di Sante Zennaro al suono del silenzio.

    E’ seguita la messa nella parrocchia di Terrazzano dove, per l’occasione, hanno cantato insieme il Coro Effatà di Grignano diretto da Nicola Rostellato e il Coro parrocchiale di Terrazzano diretto da Matteo Papadia.

    Al termine alzabandiera davanti alla ex scuola elementare “Sante Zennaro” al suono dell’Inno Nazionale eseguito dal Corpo musicale di Passirana. Per l’occasione è stato emesso un annullo filatelico e due cartoline commemorative.

    Due importanti iniziative che hanno accomunato in un fraterno abbraccio le due comunità di Grignano e Terrazzano, unite nella memoria dell’”involontario eroe” Sante Zennaro.

    Da ricordare infine che, sempre grazie all’impegno di Renata De Angeli, con delibera del Consiglio Comunale di Rho del 28/07/2014, è stata ufficializzata la commemorazione del giovane Eroe Sante Zennaro, prevedendo la celebrazione della ricorrenza della sua morte ogni anno nella domenica successiva al 10 ottobre.

  • Alfredo Bonelli e Giacomo Scotti

    Alfredo Bonelli e Giacomo Scotti

    E’ una storia particolare, e per certi aspetti intrigante, quella che mi accingo a narrare, che fa perno su due personaggi in misura molto diversa legati a Taglio di Po: il primo Alfredo Bonelli, riposa nel camposanto tagliolese dal 1999; il secondo, Giacomo Scotti, abitante a Fiume, l’ho conosciuto nel corso degli incontri di gemellaggio tra Taglio di Po e Omisalj. Quest’ultimo mi ha fornito notizie inedite su Bonelli, a cui farò riferimento nel corso di questo scritto.

    Aspetto comune dei due personaggi, una lunga militanza nel Partito Comunista.

    La motivazione per rispolverare i miei ricordi è scaturita in seguito alla recente morte di Favorita Marafante, moglie di Alfredo Bonelli, che ha voluto ricongiungersi nel cimitero cittadino di Taglio di Po col marito, qui sepolto dopo la morte avvenuta nel 1999.

    Cerchiamo dunque di fare conoscenza col primo dei due personaggi, ovvero Alfredo Bonelli, alias Gino Conti, alias Stanko. Personaggio non da poco, al quale lo scrittore Giampaolo Pansa ha dedicato alcune pagine del suo libro Prigionieri del silenzio.

    Alfredo Bonelli, nato a Montù Beccaria (Pavia) il 23 maggio 1910, fino al trasferimento della sua famiglia a Roma nel 1928, vive a Milano. Nel 1927, appena diciassettenne, si iscrive al Pci, nel 1929 viene arrestato per propaganda comunista e processato dal Tribunale speciale. Assolto per insufficienza di prove, viene nuovamente arrestato nel 1932.

    Nel 1934 torna a Milano, dopo la laurea in Scienze economiche e commerciali conseguita nella capitale e dopo il servizio militare. Ben presto riprende i contatti con il Pci e l’attività clandestina, cosicchè nel 1935 viene nuovamente arrestato e mandato al confino prima alle Isole Tremiti, poi a Ventotene nel 1936, dove conosce tra gli altri Sandro Pertini, Ugo La Malfa e Altiero Spinelli, futuro padre dell’Europa Unita.

    Con l’indebolirsi del regime fascista, nel corso della seconda guerra mondiale, si aprono nuove prospettive, e Bonelli riesce a lasciare Ventotene per unirsi ai partigiani, partecipando alla lotta di liberazione prima a Frosinone e poi a Milano. E’ poi impegnato nell’apparato del Pci tra Roma e Milano sino al 1948, allorchè sceglie di stabilirsi assieme alla prima moglie, Jvanka Prc di nazionalità slovena, a Fiume, in Croazia, dove promuove un’organizzazione cominformista che si oppone al regime di Tito.

    Arrestato dalla polizia jugoslava nel 1949, nel 1950 viene espulso in Italia. Nel 1959, accusato di modernismo e obbligato alle dimissioni, abbandona il Pci. Si stabilisce a Milano e, dopo alcuni anni, nel 1961, conosce Favorita Marafante, allora 38enne, che qui si era trasferita da Taglio di Po e lavorava come cassiera della Motta.

    Nel 1965 lavora a Varese come contabile prima presso la filiale italiana di un’azienda tedesca, poi di nuovo a Milano. Dal 1968 e fino al pensionamento, avvenuto il 1 giugno 1970, ricopre un posto di responsabilità presso l’Istituto di formazione manageriale Iseo.

    Nel 1972, ottenuto il divorzio dalla prima moglie, sposa Favorita, e nella sua casa di Via Foppa 41, pur provato da una gravissima malattia, si dedica allo studio e alla ricerca storica per la casa editrice Feltrinelli. Scrive le sue due voluminose autobiografie “Gino Conti rivoluzionario di professione” e “Memorie di un futuribile”.

    Muore l’otto febbraio 1999 a Milano, ma chiede di essere seppellito nel cimitero di Taglio di Po. “In questa cittadina del delta padano Bonelli amava tornare spesso – dice il nipote Mario Marafante – perchè qui trovava la tranquillità che invece mancava nella grande e rumorosa città lombarda”.

    Da quel lontano 1999 di anni ne sono passati parecchi. Io personalmente di Bonelli ricordavo – per averlo letto nel suo manoscritto Memorie di un futuribile – la lunga militanza nel Pci, l’attività di rivoluzionario, i trascorsi di ultimo tesoriere del Pci, ma nulla sapevo dell’avventura a Fiume, del carcere nelle prigioni dell’Ubda e di tante altre vicende che lo videro protagonista.

    La fatalità mi ha portato ad approfondire la conoscenza di questa parentesi della sua travagliata esistenza grazie ad un altro personaggio di grande interesse, ovvero Giacomo Scotti, poeta, giornalista, saggista e scrittore, che vive a Fiume.

    Parliamo ora dunque di Giacomo Scotti, sottolineando come egli sia tuttora il più noto autore in lingua italiana nei territori della ex Iugoslavia. Proprio a Fiume egli era venuto a contatto con Bonelli nel periodo in cui costui colà si era trasferito ed accasato, assumendo – come si è detto – un ruolo politico di oppositore al Partito Comunista di Tito.

    Di Giacomo Scotti, scrittore, saggista, napoletano di nascita e fiumano di adozione, avevo appreso il nome – molto noto tra la Comunità Italiana di Fiume – in occasione dei festeggiamenti del 22esimo anniversario del gemellaggio tra i Comuni di Taglio di Po e Omisalj, in Croazia. Ci ha avvicinato anche la costatazione delle nostre comuni origini campane: lui di Saviano (Napoli), io di Cava dei Tirreni (Salerno), nonchè la passione per il giornalismo e la ricerca storica.

    Sono andata a incontrarlo a Fiume (è qui che Scotti vive stabilmente dal 1947), all’Hotel Bonavia, il principale albergo della città vecchia, in una piovosa giornata di novembre.

    Come un torrente in piena, con una memoria davvero portentosa in un uomo di 88 anni, Giacomo – come familiarmente ha voluto che lo chiamassi – mi ha raccontato dei suoi trascorsi di fervente antifascista comunista, dell’impegno politico e della lunga militanza nel movimento pacifista europeo, del legame con il suo paese natìo e infine delle tante opere da lui scritte in italiano e in croato e tradotte in una dozzina di lingue, compresa quella montenegrina del libro del 2013 “Montenegro amaro”. Un’opera, questa, presentata dalla Comunità montenegrina a Palazzo Municipale di Fiume proprio in occasione del nostro incontro.

    La scoperta sensazionale per me è avvenuta quando, immersa nella lettura di alcune pagine del suo libro Il gulag in mezzo al mare – nuove rivelazioni su Goli Otok (il gulag titino a largo della Dalmazia settentrionale, dove venivano internati i “nemici del socialismo jugoslavo”), ho trovato il nome e la storia particolareggiata di una persona, su cui da tempo si era appuntata la mia attenzione e ne avevo fatto oggetto di alcuni articoli: si trattava proprio di quell’Alfredo Bonelli, che riposa nel cimitero di Taglio di Po.

    Scotti lo aveva conosciuto di persona a Fiume, dove Bonelli, “alto esponente del Pci”, era giunto già nel novembre 1948 e nel dicembre dello stesso anno aveva promosso un’organizzazione cominformista contro Tito, poi scoperta e smantellata dagli agenti dell’Udba.

    Bonelli, assieme ad altri che vi avevano aderito, fu arrestato il 27 gennaio 1950 e tradotto nelle carceri di Fiume, dove rimase per sei mesi, e nel luglio dello stesso anno fu espulso dalla Jugoslavia.

    A distanza di tempo, Scotti lo aveva rivisto, sempre a Fiume, in quanto Bonelli aveva mantenuto i contatti con la ex moglie Ivanka e i genitori di lei finchè non si erano da qui trasferiti.

    E’ stato questo lo spunto per riportare alla memoria tante pagine di storia che raccontano di Bonelli, ma che per anni sono state sepolte dall’oblìo o rimaste sconosciute ai più e ora, riportate alla luce, sono destinate a ravvivare la memoria.

    Per quanto riguarda Giacomo Scotti, conto di incontrarlo ancora la prossima estate e di trovare nuove motivazioni per irrobustire i rapporti tra quel territorio sull’altra sponda dell’Adriatico, dove egli vive, e il nostro Delta.

  • Omaggio a Gabbris

    Omaggio a Gabbris

    A Palazzo Roverella dal 29 aprile al 2 luglio 2017 è stata allestita al piano nobile, la mostra Gabbris. Un’avventura artistica e umana per ricordare e omaggiare il maestro Gabbris Ferrari, a due anni dalla scomparsa.

    Voluta dalla Fondazione Banca del Monte di Rovigo, in collaborazione con diversi Enti, la mostra, curata da Sergio Garbato, espone diverse opere selezionate tra la corposa produzione del maestro polesano con l’intento di presentare uno spaccato della sua composita attività artistica.

    Gabbris Ferrari era conosciuto ed apprezzato nella sua terra, a cui ha dato molto del suo impegno, anche ricoprendo ruoli di amministratore della città, ed era molto stimato oltre i confini provinciali. E’ stato ideatore di luoghi di cultura come la Pescheria Nuova e il Museo dei Grandi Fiumi, di cui è riconoscibile l’impronta della sua moderna concezione espositiva e didattica.

    Ferrari ha dedicato un lungo periodo alla pittura e, intorno agli anni ottanta del secolo scorso, ha orientato il suo lavoro verso il teatro, fino a farlo divenire la sua attività preminente. Come scenografo ha curato molti allestimenti prima per il Teatro La Fenice e il circuito dei teatri veneti, poi per molti altri teatri italiani e stranieri. Ha esteso la sua attività, oltre alla lirica, anche alla danza per la quale ha scritto testi per coreografie, e alla prosa, realizzando allestimenti importanti. Era anche illustratore, costumista e drammaturgo. In diverse occasioni ha curato anche la regia dei suoi spettacoli. E’ stato docente di scenografia all’Accademia delle Belle Arti di Urbino, che ha diretto per anni, e successivamente all’Accademia delle Belle Arti di Venezia dove ha allestito un corso di teatro con laboratori. Naturalmente predisposto per la didattica partecipava con entusiasmo ad iniziative con protagonisti i giovani, dimostrando un naturale capacità come talent scout.

    La mostra, che porta semplicemente il suo nome, è intesa, secondo gli organizzatori, quale doveroso omaggio della sua città al maestro polesano. La Fondazione Banca del Monte di Rovigo con questa iniziativa prosegue il progetto di valorizzare e di divulgazione dei talenti del Polesine e, nello specifico, della poliedrica personalità dell’artista che amava sperimentare e cimentarsi nelle molteplici forme espressive. Nel tempo la Fondazione ha goduto della sua collaborazione per la realizzazione di diverse proposte artistiche e culturali, oltre che annoverarlo tra i componenti dei propri organi statutari.

    La vulcanica attività del maestro è rappresentata in mostra dalle diverse forme espressive con cui Gabbris Ferrari si è cimentato, sempre con passione e curiosità: dalla scenografia alla didattica, dalla pittura alla scultura, dalla grafica all’illustrazione. La sua vivacità artistica e culturale, la complessità e la varietà della sua instancabile ricerca e produzione è esplicata con la stampa del catalogo che raccoglie le immagini delle opere esposte e di altri lavori. Il catalogo, tra l’altro, vanta contributi di critici d’arte e di qualificati studiosi. Inoltre, la pubblicazione è resa ancora più dalla presenza di testimonianze, professionali e umane, di chi conosciuto Gabbris e con lui ha lavorato nei vari ambiti professionali.

    Nell’intento di valorizzazione la personalità artistica e umana di Gabbris Ferrari, collegati alla mostra, la Fondazione Banca del Monte di Rovigo promuove e realizza ulteriori eventi rivolti alla cittadinanza e a quanti vogliano approfondire la conoscenza di una figura eccellente del nostro territorio, sia per un pubblico adulto sia per i giovani.

    Dopo l’inaugurazione della mostra – avvenuta sabato 29 aprile alle ore 17,30 con la presentazione istituzionale presso l’Accademia dei Concordi e la successiva visita guidata a Palazzo Roverella – sabato 27 maggio alle ore 10 presso la Sala Oliva dell’Accademia dei Concordi la Fondazione ha organizzato la conferenza Gabbris, la figura e l’opera con relazioni di personalità del mondo del teatro e della critica d’arte; mentre per tutto il periodo di allestimento la Fondazione mette a disposizione degli istituti scolastici superiori del Polesine un servizio di visite guidate gratuite, precedute da un breve incontro introduttivo, a cura di CeDi onlus.

    La mostra Gabbris. Un’avventura artistica e umana è rientrata nella manifestazione Maggio Rodigino, che ha visto riunite in un unico cartellone importanti ed interessanti proposte culturali, alcune delle quali inedite, ad opera di istituzioni ed associazioni, tra cui il Conservatorio che ha messo in programma, sabato 13 maggio alle ore 18 in Accademia dei Concordi, il concerto musicale Variazioni sul nome Gabbris, composizione di Franco Piva, collaboratore per decenni del maestro Ferrari.

  • Gli uomini rettile

    Gli uomini rettile

    Legate al culto delle acque, sono presenti in Polesine ancora due storie ricche di fantasia che sfiorano il mito¹. Si tratta delle vicende del serpente coronato e della mitica storia dell’Uomo rettile che furoreggia da secoli nel basso delta e nella zona di Loreo.

    L’uomo rettile

    Nelle zone paludose del Delta ancora si favoleggia di mitici uomini rettile, simili a coccodrilli dalle forme umane. Esseri misteriosi, forse venuti da altri mondi che vivrebbero nelle acque del fiume e avrebbero mani e piedi palmate e la pelle squamosa. Se fosse confermata da qualche apparizione o da testimonianze, la vicenda avrebbe del sensazionale per la storia e la cultura polesana, come lo è il mostro del lago scozzese di Loch Ness.

    In particolare nella località di Loreo, la tranquilla cittadina della pianura del Delta polesano, fino a qualche decennio fa si raccontava nei filò la storia misteriosa della presenza nelle valli del Delta di queste creature misteriose e terrificanti di uomini rettile. Poca cosa si dirà, una favola come tante altre, una storia inventata dalla fantasia e sostenuta dal clima culturale e mistico che si colloca nella zona dove fra l’altro è attiva la misteriosa schola dei fradei de Loreo, una congregazione religiosa dai riti segreti. Diamo per scontato che sia così, e tuttavia …

    Nella prima parte del XX secolo, ha dunque preso corpo questa leggenda nella zona del Delta del Po dalle parti di Porto Viro e di Loreo, là dove l’acqua si confonde con la terra ed il mare Adriatico, insinuandosi capillarmente tra quore e barene.

    Si parla di creature, che nessuno ha mai visto: sarebbero di origine ancestrale e qualcuno ancora sostiene che prosperino qua da millenni, fin da quando draghi ed unicorni popolavano i cieli ed i boschi di queste terre. Avrebbero forma umana, mani e piedi palmati, dotati di unghioni poderosi; un muso allungato e il corpo squamoso come un pesce.

    L’uomo rettile o l’uomo coccodrillo sarebbe di carattere molto scontroso e timidissimo, tanto da non mostrarsi mai. Secondo un’ipotesi che si è fatta strada, questo essere misterioso sarebbe stato disegnato e preso a modello per delineare la terribile creatura protagonista di molti libri e racconti dell’americano Howard Phillips, autore di romanzi horror. Lovecraft sarebbe venuto a conoscenza di questa presenza durante un suo misterioso soggiorno a Loreo nel 1926, nel corso del quale avrebbe scritto un opuscolo di appunti come promemoria per qualcuno dei suoi racconti.

    L’opuscolo fu trovato qualche anno fa per caso, insieme agli appunti di viaggio, su una bancarella di libri usati. Conteneva anche una serie di riflessioni sulla suggestione dei luoghi del Delta del Po e numerosi riferimenti a varie leggende del Polesine; in particolare si farebbe cenno a questi uomini anfibi o rettili e si parlerebbe di un misterioso culto segreto praticato da millenni tra i canneti e le velme del Delta. Colpisce in particolare l’analogia tra la raffigurazione di Loreo e quella di Insmouth (in-Mouth, ovvero nella bocca), la cittadina americana immaginaria descritta da Lovercraf, infestata dagli uomini-pesce.

    Nel manoscritto è citata anche la Confraternita della S.S. Trinità dei Fradei con i suoi misteri ed i suoi riti. Cose bizzarre, si dirà, cose dettate dall’ignoranza e dalle superstizioni, suggerite da menti fervide di fantasia che non trovano riscontro nella realtà. Ci andrei piano a mettere in berlina fatti e vicende ancora inspiegabili che ogni tanto destano l’attenzioni perfino della cronaca.

    Il Polesine è terra fertile per queste leggende. Non sarebbe la prima volta che la gente segnala ogni tanto, lungo il Po e nelle valli salmastre del Delta, o lungo l’Adige, l’apparizione di creature strane. Di tanto in tanto lungo le prode dei fiumi si diffondono voci di apparizioni di presenze insolite. Di quando in quando si segnalano ancora adesso strani suoni provenire dalle golene in concomitanza con la segnalazione di strane presenze.

    Contemporaneamente, in località assai lontane tra loro come Ro Ferrarese, Cologna, Budrio, Polesella, quasi negli stessi momenti, è stata segnalata l’apparizione di una creatura dalle caratteristiche analoghe: pelle ricoperta di squame, come un rettile, muso allungato, occhi gialli e rossi fosforescenti, alta due metri e con i piedi palmati e ungulati di cui sono state perfino fotografate le orme. E allora?… Se ogni leggenda, si dice, trova la sua ragione in qualcosa di accaduto di cui si è perduta la memoria, allora tutto è da verificare. In ogni caso il mito resta e non si può negare che certe situazioni ci lasciano perplessi ed inquieti.

    Il mito del serpente

    Una di queste inquietudini ci riporta al culto antico del serpente, il quale dona la vita e la morte, secondo i casi. Il serpente può uccidere con il suo veleno, ma lo stesso veleno può essere usato per salvare le vite, tanto che è il simbolo primigenio dell’antica medicina che è presente ancor oggi, anche in molte insegne delle farmacie. Ricordiamo solo Esculapio, venerato come il dio della medicina, il cui simbolo è un caduceo a cui è attorcigliato un serpente, proprio a simboleggiare che il rettile può dare la morte con il suo veleno, ma con lo stesso può anche proteggere la vita.

    In antiche tradizioni del Polesine il serpente è poi ritenuto il simbolo del passaggio dalla vita alla morte e viceversa dalla morte alla vita, poichè muta pelle ogni anno e perciò nella credenza primitiva muore per rinascere subito. Un antico mito ci tramanda perfino la credenza che il Polesine sia figlio del serpente dalla cui bocca esce l’acqua che è la caratteristica di questa terra, (a volte il serpente ne rigurgita tanta da dare luogo alle alluvioni); analogamente può privare dell’acqua quando non rigurgita più. E può farlo, poichè, come essere della natura, è depositario della scintilla divina e può dare e togliere l’acqua come può dare e togliere la vita.

    Al serpente poi è legato un altro mito, quello che insieme con il diavolo e le anime perse o le malombre, sarebbe il custode dei numerosissimi tesori che, secondo la tradizione, sono disseminati nelle numerosissime gallerie che percorrono il sottosuolo del territorio tra Adige e Po. Il serpente dalla corona, il basilisco, il carbonazo, le anze, come le malombre e i diavoli con le streghe non permettono a nessuno di avvicinarsi al luogo del tesoro.

    Ma di ciò parleremo nel prossimo numero del Ventaglio.

  • Anticipò la liberazione di Trento

    Anticipò la liberazione di Trento

    Il centenario della Grande Guerra (1915-18) ha riacceso l’interesse per le tragiche pagine del cruento conflitto, facendo emergere alcuni episodi sconosciuti o poco noti.

    Tra questi, credo opportuno ricordare la particolare esperienza vissuta dal polesano Vittorio Brognara, caporale della brigata Acqui. Egli, a fine guerra, quando i cannoni avevano da poco smesso di tuonare, ebbe l’avventura di trovarsi ad essere il primo militare ad entrare in Trento appena abbandonata dagli Austriaci.

    A seguito degli esiti positivi della battaglia di Vittorio Veneto, dopo il 30 ottobre 1918, il grande esercito austro-ungarico, completamente sbandato, ripiegò in una fuga disordinata. Già il 3 novembre, il giorno precedente la cessazione delle ostilità sancite dall’armistizio sottoscritto a Villa Giusti, le truppe italiane senza ostacoli entrarono a Trento e Trieste.

    Per quanto riguarda Trento, fu proprio il polesano Vittorio Brognara, il primo a mettere piedi nella città, anticipando l’arrivo delle prime truppe e dei cavalleggeri che issarono, tra la popolazione acclamante, la bandiera tricolore sul castello della città.

    Una testimonianza diretta, quella di Brognara, raccontata a familiari negli ultimi anni della sua secolare vita, divulgata, attraverso alcuni articoli apparsi su quotidiani a partire dal 1997, fissata in un audiovisivo che evidenzia commozioni e sofferenze di un vecchio reduce e l’amorevole figura di un patriarca, attorniato da affetti calorosi. Un frammento di storia nella quotidianità del primo conflitto mondiale, che si collega alle grandi pagine della storia d’Italia, nel giorno in cui si concretizzò il sogno dell’unità nazionale.

    Vittorio Brognara, nato a Crocetta di Badia Polesine il 29 marzo 1897, si trasferì a Ceneselli nel 1905, seguendo la famiglia contadina alla ricerca di lavoro tra stalle e campagne. Fu chiamato alle armi nel settembre 1916 e il 9 ottobre venne affidato alla brigata Cuneo (8° reggimento), in quei giorni impegnata nell’ottava battaglia d’Isonzo. Il 3 maggio 1917, passò al 18° reggimento della brigata Acqui e le sue testimonianze confermano i luoghi in cui la stessa brigata fu attiva.

    “Prima di giungere a Trento – riferisce Vittorio nel filmato – eravamo stati nel Friuli, sull’Altopiano di Asiago, a Castagnevizza, sull’Isonzo, sul Tagliamento, sul Piave. Io fui ferito tre volte”.

    Spesso si trovò a comandare pattuglie e perlustrazioni, ad eseguire periodici assalti. “Quando uscivamo in azione – continua – avevo con me 8-10 uomini. Eravamo sempre in avanguardia e per noi i rischi erano altissimi. Ritornavo sempre con pochi uomini. Spesso erano ridotti a brandelli dalle granate, dalle mine, crivellati dalle mitragliatrici. Io chiedevo dal cielo una pallottola nemica in fronte, per farla finita una buona volta”. Si commuove il vecchio fante e si esprime a fatica con i suoi cent’anni.

    Il primo novembre 1918 la sua brigata si trasferisce con la 32°divisione ad Ala; da qui per Brognara si aprono quei quaranta chilometri che lo portano ad entrare nella storia, anche se la sua azione, nel rispetto di precisi ordini, passò inosservata e presto dimenticata, come un reperto sepolto che solo particolari e favorevoli circostanze possono giungere a riportare alla luce. Così ricorda la sua missione: “E’ venuto l’attendente del capitano, il capitano Polidori, un calabrese, lo ho sempre in mente, era duro, una cosa esagerata. Mi dice: ‘Vittorio, guarda che il capitano ti ha destinato di andare di pattuglia’. Ancora di pattuglia, ciò sempre mi. Una volta che ero di pattuglia la gamba destra era finita in una crepa e si era rotta, ciò; l’avevano legata e lasciata così. ‘Prendi la strada per Trento’. C’era solo quella. Sono partito con due soldati volontari, faceva freddo, non potevamo neanche fumare; se si vedeva una luce attaccavano a sparare. Abbiamo camminato, i fucili avanti e noi dietro. Alle sei del mattino siamo entrati in città”.

    Il suo racconto continua:” Vedevamo i fucili abbandonati in strada. C’erano dei soldati austriaci che si stavano mettendo in borghese. Quando ci vedevano dicevano:’ bono italiano’. Siamo arrivati in piazza: non c’era nessuno. Saltò fuori un vecchietto: ‘Alora taliani come andema?’.

    Risposi che eravamo lì di pattuglia. Ci ha dato da mangiare un po’ di minestra. Noi avevamo la nostra scorta di pane, l’abbiamo messa nella gavetta. Possiamo mangiare tranquilli? ‘Mangiate tranquilli, sapevamo che arrivavate’. Non si vedeva nessuno la gente era dietro le imposte. Alla fine sono usciti tutti. ‘Volete qualcosa? L’andiamo a prendere’. Abbiamo girato per delle ore di qua e di là. Alle undici sono arrivati gli altri”.

    Questo dunque il ricordo di quella indimenticabile giornata. Finita la guerra, Brognara nel 1921 si sposò con Maria Massari, sedicenne di Trecenta, e nel 1939 si trasferì a Castelmassa. Fu l’alluvione del Po nel 1951 a determinare il suo allontanamento dal Polesine. Si stabilì con la famiglia a Fagnano Olona, nel varesino, dove continuò il lavoro di contadino con mansioni anche di giardiniere. Qui nel 1993 morì la moglie.

    Fu all’età di cento anni che Brognara espresse il desiderio di ritornate a Trento, dopo aver raccontato le sue vicende di guerra grazie alle insistenze di Aldo Tronconi, presidente della sezione Combattenti e Reduci di Solbiate Olona, e la collaborazione della nipote di Vittorio, Nadia, del marito Massimiliano Pozzato e del figlio Marco, che curarono la registrazione delle testimonianze.

    Si giunse così al ricevimento nel municipio di Trento, dove il sindaco onorò il vecchio fante con la consegna della riproduzione dell’aquila di San Venceslao, simbolo della città, ricevendo in cambio la sua gavetta. Seguì l’incontro sulla tomba di Cesare Battisti con i nipoti dell’eroe, Mimma e Marco. Anche Fagnano Olona gli assegnò una medaglia d’oro in segno di stima e riconoscenza.

    Vittorio Brognara morì nel 1999, un paio di mesi prima di compiere 102 anni.

    E’ auspicabile che in un prossimo futuro – almeno nella ricorrenza del centenario della fine della grande guerra – anche il Polesine giunga a lasciare un doveroso ricordo di questa figura di soldato, tra gli ultimi di quella miriade di eroi senza fama, che vissero con in prima persona la tragedia della grande guerra.

    E tra questi permettetemi di ricordare mio nonno Raffaele Peretto, del quale porto il nome. Era sposato e padre di tre figli. Cent’anni fa cadde dilaniato nel pomeriggio del 10 ottobre 1916 durante l’ottava battaglia d’Isonzo. Era il giorno dopo dell’arrivo di Brognara nella stessa zona di guerra¹.

  • Pettorazza Grimani e il territorio

    Pettorazza Grimani e il territorio

    Il territorio di Pettorazza Grimani è divenuto emblematico nella storia del Polesine grazie all’imponente intervento di rettifica del fiume Adige effettuato tra il 1782-83 per mezzo del lavoro di migliaia di braccianti, come riportato nell’epigrafe murata nella parete nord del campanile del Santuario della Madonna delle Grazie di Pettorazza Papafava.

    Detta opera di bonifica fu una delle più imponenti opere idrauliche polesane e si intreccia con la storia del territorio tanto ben illustrata presso il Museo dei Grandi fiumi di Rovigo. Va dunque sottolineato come la storia di Pettorazza Grimani, al pari di quella degli altri centri sorti lungo la riva destra dell’Adige, sia inscindibile dalle tormentate vicende dell’Adige, che per millenni ha disegnato (e subito dopo cancellato, aiutato dall’incontenibile furia delle acque in piena) confini e paesaggi sempre diversi.

    Il Comune di Pettorazza Grimani presenta una peculiarità insolita per i paesi di contenuta estensione territoriale: è suddiviso in due parrocchie. Tale suddivisione ricorda l’antica ripartizione del territorio comunale che, proprio ad opera del fiume, in prossimità di Pettorazza – prima dell’accennato grande intervento idraulico – effettuava un’ansa di grandi dimensioni definita “volta”. La porzione di territorio che oggi è di competenza della Parrocchia di Pettorazza Papafava era racchiusa da questa enorme ansa e, prima dell’intervento di bonifica, si trovava ubicata a sinistra del fiume. Apparteneva pertanto alla giurisdizione padovana, mentre le terre che si trovavano all’esterno dell’ansa, e quindi sulla riva destra, appartenevano ai veneziani e in particolare ai Grimani che hanno dato il nome al comune.

    La situazione territoriale di questo piccolo comune è emblematica del rapporto tra uomo, terra e fiume tipico di queste zone, ed è difficilmente riscontrabile in altri contesti geografici.

    Il timore reverenziale nei confronti del fiume ha origini ancestrali e rivive forte e tangibile nei numerosi e preziosi ex-voto conservati presso il Santuario della Madonna delle Grazie a testimonianza delle innumerevoli inondazioni che hanno martoriato i luoghi limitrofi.

    La rettifica del fiume

    La situazione di estrema precarietà che per molti secoli ha scandito i locali ritmi di vita ebbe fine con l’imponente intervento di rettifica delle anse del fiume, realizzato, come detto, tra il 1782 e il 1783. L’esecuzione dell’opera si rese necessaria, in quanto tra il 1654 e il 1772 si erano verificate ben 8 rotte in questo sito e numerose altre in località vicine.

    L’intervento di rettifica del 1783 è così esposto in uno scritto dell’epoca:

    “…l’escavazione del taglio Pettorazza sarà divisa in 8 partite di pertiche 60 l’una circa, che saranno configurate sul luogo […] il capo saldo direttorio per l’escavazione e profondamento del nuovo alveo ed altezza dei suoi argini sarà il segno stabile, che si trova marcato con una linea nera scolpita in un marmo incassato nel muro della casa di Lorenzo Beadin situata sulla destra sponda del fiume nella marezana Confin di rimpetto all’imboccatura del nuovo taglio; ma a maggior ragione comodo degli appaltatori ed a facilità dell’operazione sarà detto segno trasferito sopra al muro della chiesa della Papafava ed altrove”.

    Oggi la lapide in pietra d’Istria (il “marmo” sopraccitato) recante la topografia della rettifica che portò all’eliminazione della Volta Pettorazza è murata nel lato settentrionale esterno del campanile del Santuario della Madonna delle Grazie di Pettorazza Papafava. L’ansa meandriforme del fiume prima dell’intervento e il nuovo corso rettificato sono raffigurati a rilievo nella parte centrale ed inferiore della lapide che reca rispettivamente le seguenti didascalie “vecchio corso dell’Adige” e “nuovo taglio”, e una tabella ricavata nella parte superiore della pietra reca l’iscrizione “in esecuzione al Sovrano Decreto dell’Eccellentissimo Senato del 14 agosto 1782, i Provveditori all’Adige e il Deputato alle Valli Veronesi fecero eseguire l’opera del taglio, sì da provvedere ad una corretta regimentazione del fiume”.

    Il toponimo Pettorazza

    L’origine del vocabolo “Pettorazza” affonda le proprie radici in un passato molto lontano, quando la volta dell’Adige divideva – come si è detto – l’odierno territorio comunale in due centri, Pettorazza Papafava e S. Giovanni, ubicati rispettivamente a sinistra e a destra dell’Adige.

    Lo storico Francesco Antonio Bocchi di Adria parla dei “villaggi delle due Pettorazze” sostenendo che prima del 1783 si trovavano entrambi sulla sponda sinistra del fiume, ma Pettorazza Nuova (poi Grimani) fu sempre a destra dell’Adige, in territorio veneziano e ciò è provato dal fatto che il Consorzio di S. Giustina (il cui comprensorio era a destra dell’Adige) per rimediare ai danni causati da una rotta del fiume, avvenuta nel 1654, impose una contribuzione ai proprietari consorziati, tra i quali figurava anche il territorio di S. Giovanni (toponimo questo con cui era identificato anticamente il paese di Pettorazza Grimani).

    In ogni caso l’origine del toponimo “Pettorazza” sembra ricondursi ad una vecchia torre. E a tal proposito si narra che sulla sponda sinistra del fiume, sul confine fra il territorio Padovano e Veneziano, sorgesse una torre grande e goffa, da cui l’accrescitivo di “torrazza”. Le terre circostanti situate “ai piedi della torrazza” vennero allora denominate di “Petorrazza” (dal dialetto “piè dèa toràssa”). Sembrano suffragare questa derivazione le carte catastali antecedenti il 1782 (anno dell’intervento di rettifica della volta dell’Adige ad opera della Repubblica Veneta) le quali riportano il toponimo di “Petorrazza” con una “t” e due “r”. Solo agli inizi dell’Ottocento il nome muta in “Pettorazza”.

    Prima del ‘400 il territorio ubicato a destra dell’Adige veniva chiamato con il nome di San Giovanni e attorno al 1600 assunse la denominazione di Cà Grimani, desunta dalla villa che la celebre famiglia veneziana fece edificare in prossimità del fiume. Il termine Pettorazza Grimani si riscontra a partire dal XVI secolo, quando fu costruita la chiesa di S. Salvatore, poi demolita nel 1889.

    L’Adige separava dunque il borgo di Pettorazza Vecchia (poi Papafava, a sinistra del fiume) da quello di Pettorazza Nuova (poi Grimani, a destra).

    Sembra quindi ritenersi certo che Pettorazza Papafava, ben più antica, abbia imposto il proprio nome, esteso solo in un secondo momento all’altro territorio confinante, di proprietà della nobile famiglia dei Grimani. In ogni caso il riferimento è ad una vecchia torre “Torrazza”, ai cui piedi si stendeva la borgata.

    L’ubicazione della “Torrazza”

    Nei diari del Sanudo il giovane (1465-1535) è citato un “fortilizio, certo non torre” che sorgeva su quel gomito d’Adige che allora fungeva da confine tra Venezia e Padova, a quel tempo sotto i Carraresi dai quali discendevano i Conti Papafava, che diedero il nome a Pettorazza Vecchia.

    I resti di un’antica fortezza sono visibili ancor oggi, quando l’Adige è in secca, lungo l’argine tra Anguillara e Pettorazza, in corrispondenza di Borgoforte, una frazione di Anguillara Veneta.

    La rocca fu definitivamente distrutta dai veneziani tra il 1404 e il 1406, al tempo della conquista del territorio padovano sottratto ai Carraresi, e periodicamente, quando il fiume è in magra, le sue fondamenta riemergono dalle acque dell’Adige riportando a galla cenni di un passato sommerso, di cui purtroppo si ignora l’esistenza. La forma trapezoidale e la posizione del forte fanno presupporre che esso sia stato costruito per impedire la risalita delle imbarcazioni provenienti da valle.

    Oltre a questa fortezza, a Borgoforte sorgeva anche un’altra costruzione difensiva: la “Torre del Buseno” di proprietà di Albertino e Obizzo Papafava, e con tutta probabilità proprio questa struttura può essere indicata come la “torrazza” che ha dato il nome al paese situato sulla sponda padovana del fiume. I Papafava erano un ramo della potente famiglia dei Signori da Carrara e possedevano a Borgoforte una considerevole proprietà terriera, oltre alla Torre detta del Buseno (ai primi dell’800 possedevano circa 590 campi in territorio padovano).

    Non esistono tracce materiali della torre, che nel 1405 fu confiscata dai Veneziani dopo la vittoria contro i Padovani, ma un’antica testimonianza del Gloria ne parla in modo dettagliato:

    “Parimenti una torre esistea poco lontana dal palazzo Papafava […] i Veneziani confiscarono ad Albertino e Obizzo Papafava quella torre, detta del Buseno e campi 16 in Borgoforte donde apparivano vestigia di fortificazioni, e per lire 100 vendettero l’una e gli altri ai Papafava stessi, a patto che dovessero dare la torre senza pagamento alla Repubblica, se ne avesse d’uopo quando che fosse”.

    È quindi fondato sostenere che la torre, che ha dato origine a tale toponimo, si trovasse in territorio padovano, e quindi sulla sponda sinistra del fiume anzichè in territorio veneziano (sulla sponda destra). Un altro elemento che sembra avvalorare tale ipotesi è da ricercare nella denominazione data alla giurisdizione della sponda opposta a quella padovana, prima San Giovanni e poi Cà Grimani (da notare la totale mancanza di qualsiasi riferimento al nome Pettorazza).

    L’identificazione della “Torrazza” con la Torre del Buseno di proprietà dei Papafava sembra dunque essere la logica soluzione del mistero che avvolge l’esistenza di questo edificio e sottolinea, ancora una volta, il fatto che l’odierno comune di Pettorazza Grimani ha “adottato” il nome di quella che oggi costituisce solo una frazione: Pettorazza Papafava, volgarmente detta Pettorazzetta.

  • Il medioevo a Grignano

    Il medioevo a Grignano

    La storia medioevale del Polesine trova riferimenti quanto mai originali nel territorio di Grignano. Vediamo alcuni aspetti significativi.

    I Documenti

    Il primo documento che riporta il nome Grignano risale all’anno 938 d.C. quando il marchese Almerico e Franca sua consorte lasciarono, per testamento, alla Chiesa di Adria, tutti i beni che possedevano nel territorio adriese, nonché S. Maria in Basilica (Massa Superiore), Arquà, Gragnano (ovvero Grignano), Borsea, Crespino, Gavello e la Corte Roda (Rovigo).

    Tralasciando per la brevità di spazio la citazione di altri documenti, è opportuno invece menzionare l’investitura enfiteutica dell’Abate Gherardo, datata in Ravenna 15 Novembre 976, che per la verità è una petizione oppure una probabile ripetizione, con la quale alcune persone altolocate del paese, chiedono di coltivare per 29 anni un fondo appartenente all’abazia di Pomposa “hunum in integrum qui vacatur Granario” con terre, viti, campi, prati, pascoli, boschi, alberi ed arbusti per far legna, nonché valli per la caccia e la pesca.

    L’economia curtense

    Nel territorio si manifestano tutte le peculiarità di un tipo di economia curtense, dal lat. “cohors – curtis” cioè “spazio chiuso, cintato”; economia chiusa, autosufficiente, diffusa soprattutto nei secoli XI – XII, ma sopravvissuta nelle case coloniche polesane fino alla fine degli anni ‘60.

    In epoca Medioevale, attorno all’abitazione del padrone, che ne costituiva il centro, con i magazzini per i raccolti (grange) – da cui il toponimo Granze/Granzette – c’erano le botteghe del fabbro, maniscalco, bottaio, cestaio, ecc. In prossimità dell’abitazione padronale e nel contado sorgevano le capanne dei coloni raggruppate per vincoli di parentela, dando vita a piccoli nuclei abitati denominati “vici circa villam”.

    Il termine villa è rimasto, in seguito, in alcune località del Polesine: Villamarzana, Villanova Marchesana, Villanova del Ghebbo, Villafora.

    La toponomastica

    In Grignano ma anche in altre realtà paesane, la toponomastica originaria faceva riferimento ad aspetti concreti o storici del territorio. Una caratteristica questa che si è a lungo conservata, ma che, malauguratamente, ha subito una drammatica trasformazione dopo gli anni ‘50.

    Si riscontrano ancora alcune vie intitolate agli animali: Via Ponte del Merlo, Via Ponte dell’Asino, Via Bassa Cavallo ora Dosso Faiti, Via della Chiocciola ormai cancellata dalla memoria, ex strada Capolavia o del Gottoello ora Via R. Rossi, strada del Poazzo Morto, ora Via Portazze, strada Campestrin ora via G. Mazzo, che fiancheggia il paleoalveo del Po di Adria o Pestrina, Via Lovara (dal volgare lovo = lupo) verso Costa.

    Va inoltre sottolineata una particolarità che rimanda agli affreschi di scuola giottesca del ‘400 emersi nella chiesa parrocchiale di Grignano: questi manifestano impressionanti affinità artistiche con quelli della Basilica di S. Francesco in Assisi; e desta sorpresa e meraviglia la variazione dell’ex strada Arginone per Rovigo poi denominata via Giotto.

    I Pestrin

    Un termine ormai dimenticato è quello che fa riferimento ai Pestrin, ovvero ai mulini mossi dalla forza motrice dell’acqua, fondamentali un tempo per la produzione della farina. Ciò era possibile grazie alla fitta rete di corsi d’acqua, molto attivi, che intersecavano il territorio. Tra questi: il Longolo, la Pestrina, ora scomparsi; il canale Valdentro, scolo Campagna Vecchia Superiore, il Condutello, ancora attivi, che si incrociano indipendentemente presso il ponte della “Busa” nella località detta “Oci della Busa” o strada Pestrina.

    Un tempo presso questi condotti si notava la presenza di numerose imbarcazioni e dei mulini ad acqua – appunto i pestrin – fabbricati da esperti falegnami, carpentieri e calafati.

    I Santi di Grignano

    Una significativa sintesi della devozione religiosa della comunità di Grignano è rappresentata egregiamente nel dipinto “S. Benedetto e Santi” attribuito ad un allievo del Piazzetta ed elaborato da don G. Turri (sec XIX) collocato nel primo altare a sinistra della chiesa parrochiale.

    La devozione popolare è legata in maniera indissolubile a S. Benedetto, dato che la redenzione del territorio – resa possibile grazie all’organizzazione compartecipata denominata Comuna – si deve proprio ai benedettini di Pomposa da cui dipendeva il territorio. Nella pala d’altare, S. Benedetto è attorniato dalle figure di vari santi: S. Biagio, in abiti vescovili, cui era dedicata la prima pieve eretta in località Casette verso l’anno 1000; S. Lucia, quale protettrice della vista; S. Agata che a torso nudo giace con un panno stretto al seno; S. Apollonia mentre esibisce una pinza cavadenti; S. Antonio Abate patrono dei mugnai e S. Martino, la cui festa, 11 novembre, è ricordata per la maturazione del vino novello, di carducciana memoria.

    Oltre ai Santi compatroni della parrocchia – S. M. Assunta e S. Rocco, al quale è dedicato ilvicino oratorio – merita essere ricordato S. Bellino, alla cui tomba i fedeli di Grignano si recano devotamente in pellegrinaggio (vedi n. 49 di Ventaglio ‘90, pagg 28-31)

    I malafanti

    Riservato ai più poveri, detti “pitochi” – ma oggigiorno considerato una prelibatezza -, nel territorio di Grignano si può gustare un piatto tradizionale risalente al medioevo. Si tratta dei “malafanti”, ovvero di una polentina morbida e fluida, quindi adatta anche agli sdentati, ottenuta dalla bollitura del femore disossato del maiale nel cui brodo in ebollizione si versano un po’ alla volta manciate di farina gialla insieme a fagioli già ammollati, una cipolla, verze tritate, sedano, un po’ di riso, sale, pepe, formaggio grattugiato.

    La preparazione è lunga e laboriosa, ma alla fine si ottiene un’autentica leccornia, appetibile da molti e gustata da pochi.

  • Atria e il Delta antico

    Atria e il Delta antico

    La storia più antica del Delta non è segnata da eventi noti e documentati, ma lascia spazio ai miti, ambientati in luoghi dell’immaginario, dell’indefinito.

    Delta è sinonimo di terra giovane, mutevole e per questo sfuggente alle definizioni, alle caratterizzazioni, ai limiti intesi come confini fra terre incise e divise dai fiumi. Qui il paesaggio ha contorni sfumati, con estremi e instabili lembi di sabbie, dove acque dolci e salate si rimescolano continuamente.

    Terre mutevoli, dunque, che però in antico furono considerate tutt’altro che inospitali, e, per la loro vicinanza al mare, furono sede di un’ampia rete di scambi commerciali e culturali con popolazioni diverse. La documentazione archeologica attesta una frequentazione di queste terre da parte di popolazioni provenienti dal Mediterraneo orientale e dall’Etruria.

    Navigando lungo il fiume di Adria – un antico ramo del Po – pregiate merci prodotte dai Micenei giunsero nel XII secolo a.C. a Frattesina di Fratta Polesine, una vera metropoli del protovillanoviano. Qui esistevano officine per la produzione di monili d’ambra, resina fossile, preziosa per gli antichi più dell’oro, che veniva estratta nel mar Baltico, per essere lavorata nelle forme e nei modi tipici della cultura micenea, creando perle simili a quelle trovate a Tirinto.

    Mito e realtà

    L’Egeo si può considerare la culla della cultura europea, dove hanno avuto origine i miti, giunti fino a noi grazie alla letteratura e all’iconografia dell’arte greca e romana. La mitologia, in base a recenti studi, può essere intesa come la trasposizione del reale in un mondo idealmente perfetto, dove trovano posto e senso di essere tutte le inclinazioni del genere umano, ma anche la sua storia, le sue origini e persino i luoghi più remoti, conosciuti o idealizzati dai naviganti dell’epoca. L’Eridano era uno di questi, un fiume ideale, che si collocava a Nord, lontano dai porti della Grecia, nelle altrettanto mitiche isole Elettridi, feconde di ambra.

    Fetonte, nel suo folle viaggio con il carro paterno, precipitò e morì in queste aree remote, ma ricche di approdi accessibili ai navigatori greci. Viene spontaneo identificare l’Eridano con il Po che scorreva presso Frattesina, luogo reale, documentato da preziose e significative testimonianze archeologiche, ma sicuramente anche luogo del mito per le popolazioni che scambiavano merci provenienti dall’Egeo, con queste terre lontane.

    Questa diramazione fluviale dagli studiosi è stata denominata ‘Po di Adria’, in quanto, attorno il VI secolo a.C., lungo le sue sponde si sviluppò Adria antica, importante centro portuale, crocevia di popoli, di lingue, di culture diverse.

    La storia antica di questo centro è da tempo cosa nota, grazie alle ricerche condotte fin dal XVIII secolo dalla famiglia Bocchi, ma scoperte recenti provano l’esistenza di insediamenti tipici della civiltà terramaricola databili al Bronzo recente, anteriori di qualche secolo allo sviluppo di Frattesina. Secondo le attuali conoscenze questi antichi insediamenti, scomparvero, e per un lungo periodo, che va dal XII al VI secolo, non vi sono testimonianze significative.

    Un crogiuolo di popoli

    Quando nel VI secolo a.C., Adria ricompare nel panorama della storia, ha la fisionomia di un centro di primo piano, caratterizzato da una notevole varietà culturale. La cultura dei Veneti antichi, che fiorì nei vicini centri di Este, Padova, Altino, lambisce marginalmente quest’area, dove le testimonianze archeologiche sono espressione molto più pregnante di popoli greci ed etruschi.

    Queste antiche civiltà furono attratte qui dalla possibilità di ampliare la loro rete di scambi, tramite una complessa rete di percorsi fluviali, che dall’Adriatico poteva raggiungere i centri più interni dell’area padana per arrivare infine, tramite i passi del Brennero e di Resia, nelle aree alpine e transalpine.

    Adria fiorì dunque nell’antico Delta e divenne così importante da dare nome a quella parte di mare in cui sfociava il suo fiume. ‘Adria, il suo fiume ed il suo mare’ sono strettamente connessi, come affermano Ecateo e Teopompo, storici del V e IV sec. a.C.

    La città, grazie alle caratteristiche del suo territorio, fu particolarmente attrattiva per le popolazioni attive nel bacino del Mediterraneo. Un passo di Erodoto ricorda in particolare i Focei, giunti dall’area ionica fino alle coste dell’Adriatico.

    Il primato di Adria

    Pochi frammenti di ceramica, databili ai primi trent’anni del VI secolo, provenienti da Corinto, tramite l’isola di Corfù, fissano l’inizio di una storia destinata in breve tempo a divenire illustre.

    Il culto di Apollo caro agli Egineti, la tecnologia tipicamente etrusca della lavorazione del bronzo, il rituale del banchetto caratteristico del mondo greco, convivono assieme nell’antica Atria, restituendoci l’immagine di un luogo vivo e ospitale, tutto immerso in un fervore produttivo da tempi moderni.

    Qui giungevano pregevoli ceramiche create nella regione di Atene ricolme di olio, vini, e profumi preziosi per essere scambiati con i prodotti della fertile terra padana, ma anche con i metalli estratti nell’Etruria, ricca di minerali.

    La fisionomia spiccatamente mercantile che caratterizza questo centro è quella tipica degli emporia, un sistema di scali portuali basato sul libero scambio tra popoli di etnie diverse.

    Da questa particolare situazione trae beneficio il territorio circostante, dove si sviluppano altri insediamenti minori nell’entroterra, e presso l’antica linea di costa. Questi centri costieri rivestono una particolare importanza per la loro posizione geografica, che li qualifica come bocche di porto di un’ampia area lagunare, che aveva come fulcro l’antico scalo portuale.

    L’economia florida di scambi commerciali si mantiene, anche se con fasi alterne, fino alla fine della prima età imperiale, lasciando tracce consistenti di infrastrutture e monumenti pubblici nell’antico centro urbano. Nelle aree rurali spiccano ancora oggi, grazie all’analisi di foto aeree, i segni di tracciati stradali e di ripartizioni agrarie di epoca romana.

    Le testimonianze dell’antico passato

    Le testimonianze di questo glorioso passato non sono oggi visibili in superficie, per cui, si devono ricercare tra le vetrine del Museo Archeologico Nazionale della cittadina, che oggi è posta nella parte più occidentale del Delta del Po.

    Indagare sulle cause di una tale mancanza e restituire alla cittadinanza e ai visitatori l’immagine di monumenti documentati da ricerche archeologiche, ma sepolti sotto strati di terra o edifici moderni, è oggi possibile grazie anche all’uso di nuove tecnologie.

    Questo si prefigge un progetto denominato “Adria nascosta” promosso e finanziato dalla Fondazione Scolastica Carlo Bocchi che è in fase di attuazione e sarà illustrato nel prossimo numero di questa rivista, in cui ricorderemo anche un itinerario che, partendo dall’ostello dell’Amolara, si snoda lungo le vie della città alla ricerca di qualche traccia del passato.

    Prima di compiere questa escursione, sarà però bene portarci al Museo Archeologico per sostare presso alcuni dei più importanti reperti esposti, che documentano la straordinaria ricchezza della storia di Adria antica.

    Referenze fotografiche: Adria Museo Archeologico Nazionale, Archivio fotografico del Polo Museale del Veneto, su concessione del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo.

  • Il lido di Rosolina Mare

    Il lido di Rosolina Mare

    Le spaziose spiagge, la lieve profondità delle acque marine, la rigogliosa pineta, il cordone dunoso ed il giardino botanico di Porto Caleri, nonchè le attività commerciali ed i servizi di diverso genere, attirano migliaia di turisti ogni estate, che qui, a Rosolina Mare, trascorrono le loro vacanze.

    In questo connubio di ambiente naturale ed ambiente urbano a destinazione turistica sorgono spontanee alcune domande: “Quando ebbe inizio tutto ciò?”, “Chi ideò il progetto di sviluppo?” e “Quando esplose il turismo di massa?”

    Prima di tutto è necessario fare un passo indietro di vari secoli per capire quando e come si originò questo particolare ambiente geografico. In effetti ci troviamo in un lembo sabbioso emerso tra le terre salmastre e marine, delimitato a sud dalla laguna di Caleri e a settentrione dalla foce dell’Adige.

    L’impronta della Serenissima Repubblica di Venezia

    Occorre innanzitutto essere consapevoli che ci si trova nella terra più giovane d’Italia, la cui origine – è bene ricordarlo – ebbe inizio con la più grande opera di ingegneria idraulica compiuta dalla Serenissima Repubblica di Venezia all’inizio del XVII secolo: il “Taglio di Porto Viro”, ovvero il dirottamento delle acque del Po e dei i suoi sedimenti verso sud. E ciò per scongiurare un possibile interramento della laguna veneziana con i suoi probabili devastanti risvolti geografici ed antropici.

    Il progetto di Marino Silvestri, illustre tra i Savi alle acque della Serenissima, avviato concretamente nel 1600 e conclusosi il 16 settembre del 1604 – a seguito dello scavo di un nuovo canale lungo circa 7 chilometri – dirottò ed iniziò a far defluire le acque del ramo principale del Po verso meridione. L’incontro del fiume con il mare, iniziò a sedimentare nuovi limi e sabbie che diedero forma a embrionali lembi di terra compresi tra canneti, lagune e scanni.

    Oggi riconosciamo a questo grande evento artificiale l’intero sviluppo dell’area geografica del Delta del Po, che con i suoi rami attivi e con il controllo antropico continua a trasformarsi morfologicamente.

    L’esito territoriale auspicato dai veneziani sembrava però procedere a rilento: causa un altro grande ramo del Po, ossia il Po di Tramontana (la cui foce sfociava a “Boccavecchia”, un paio di chilometri a sud dell’attuale Porto Fossone) che continuava ad apportare sedimenti verso la laguna di Venezia. Si decise allora di procedere con un secondo intervento idraulico che portò all’ “intestatura” del Po di Tramontana, ossia ad un definitivo sbarramento di questo ramo fluviale.

    Era l’anno 1612 quando, alla biforcazione del Po di Levante, dove si originava il Po di Tramontana, furono fatte affondare due barche cariche di sassi, sopra le quali vennero posizionati tronchi di albero, ricoprendo poi il tutto di terra, in modo da realizzare una vera barriera che creò una definitiva occlusione del ramo più settentrionale del Po.

    Da questo momento in poi, piano, piano, la vecchia foce del Po di Tramontana si mutò in una salsa palude; in certi tratti diventò valle da pesca, in altri il terreno venne bonificato dall’uomo con la costruzione di canali e fossi.

    Ebbero origine così l’attuale territorio di Valle Moceniga, Valle Capitania, la laguna di Caleri, i diversi poderi ed il litorale del lido di Rosolina Mare, della cui storia rimane il toponimo “Boccavecchia” lungo la via delle valli ed un antico paleoalveo del Po di Tramontana ancora visibile sulle mappe di Google earth.

    Da umili pescatori ad imprenditori turistici

    Un territorio in divenire dunque, la cui proprietà nel XIX secolo risultava per lo più nelle mani del Conte Vianelli, il quale aveva qui una sua dimora e gestiva le valli da pesca, tralasciando di operare in quello che era il cordone dunoso rigoglioso di leccio, tra mare e valli, il cui scopo sembrava essere unicamente quello di barriera frangivento a protezione dei venti di tramontana, molto fastidiosi per le colture agricole dell’entro terra e le valli.

    Proprio su questa area residuale vivevano umili pescatori, il cui nucleo abitativo si concentrava nella zona di Caleri: qui avevano le barche e le loro baracche: rudimentali “dimore” costruite di legno e canna palustre. Qui sorgeva anche un oratorio (purtroppo ormai perduto perchè demolito completamente nel XX secolo) votato a San Leonardo, fatto erigere nel 1734 dal nobile veneziano Leonardo assieme ai fratelli, figli del Procuratore di San Marco Nicolò Venier. La fede religiosa accompagnava da sempre queste genti nella loro quotidianità.

    Sono ancora lontani gli anni del turismo di massa, ma, già ad inizio del ‘900, troviamo i primi timidi approcci allo “svago marino”. Alcune famiglie di Rosolina, con carretti, asini e cavalli (dopo circa due ore di viaggio), procedendo lungo gli esili argini delle valli da pesca arrivavano fino al litorale per rinfrescarsi e passare la giornata in riva al mare.

    In spensieratezza ed in allegria, qui spesso si cantava e ballava al suono di una fisarmonica, arrostendo qualche pesce sulla battigia e sorseggiando un bicchiere di vino.

    Questa ludica attività divenne presto una moda per i locali. Le presenze aumentarono a partire dal dopoguerra quando gli “embrionali” turisti iniziarono ad arrivare fin qui a bordo di motociclette e biciclette seguendo una stradina bianca con buche, curve e impervi tratti lungo l’argine dell’Adige.

    L’estro di arrangiarsi fu lo spunto di partenza per gli umili pescatori che qui vivevano da sempre. In particolare fu la famiglia Donà – con il capostipite Ulderico (detto il Moro) – che nella propria “baracca” iniziò a proporre bibite e spuntini a base di pesce, apprezzati da quei precursori del turismo balneare che vennero battezzati come i “bagnanti”.

    Successivamente quella “baracca” diventò una struttura in muratura, rimaneggiata in più volte, tanto da divenire negli anni ‘60 l’albergo Stella Marina, comunemente noto come “Dal Moro”, sorto sull’arenile a ridosso di quella che un tempo era la “boccavecchia” del Po di Tramontana.

    Il turismo in chiave moderna

    La svolta decisa per lo sviluppo turistico si ebbe attorno agli anni ‘60, quando una sinergia di idee tra imprenditori ed amministratori locali diede luogo ad un disegno di sviluppo turistico, economico e sociale.

    Fino ad allora l’economia locale era basata sul settore primario (coltura degli ortaggi principalmente) e sull’artigianato a conduzione familiare, più tardi sarà il tempo della pesca dei mitili.

    Vi era ancora molta povertà tra i residenti, fra l’altro reduci dalla catastrofica alluvione del 1951 sfociata nella grande migrazione dei giovani verso il triangolo industriale Torino – Milano -Genova.

    Fu allora che gli amministratori locali videro una possibile via di uscita dall’emarginazione economica, puntando su un progetto turistico proposto da diversi attori economici di Padova. Tra costoro si citano il Dott. Ildebrando Mazzonetto con i suoi soci, tra cui il Dott. Stefanelli. Il primo, sottoscrivendo un impegno della durata di 40 anni, divenne il concessionario dell’area arenile (prima di allora demaniale vincolata) sulla quale bisognava iniziare a costruire i servizi urbani: impianti idraulici, strade, la rete elettrica, opere edilizie ecc.

    La realizzazione del progetto prevedeva che fossero interessati artigiani locali per fornire tutta la manodopera ed i mezzi utili per le diverse opere edilizie. E ciò contribuì decisamente alla crescita del “P.i.l.” locale, dando così vita al centro balneare più grande del Polesine: Rosolina Mare.

    Si iniziò con l’acquisizione dei lotti che vennero ceduti dal Conte Gian Galeazzo Vianelli: il primo sito si identifica con l’attuale piazza Europa dove sorsero le prime costruzioni di servizio: il centro medico, la caserma dei carabinieri, la farmacia, l’ufficio postale, l’acquedotto, le prime strade; tutti servizi ed opere urbane utili alla futura comunità turistica.

    Prima di tutto ciò fu attuata una completa opera di bonifica. In effetti nella Seconda Guerra Mondiale su quest’area erano state sganciate bombe ed altri ordigni di vario genere. E’ curiosa, a tal proposito, la foto che ritrae un signore con un cercamine che precede una ruspa (intenta allo spianamento del suolo) manovrata dal sig. Domenico Ferro, agricoltore ed artigiano locale che si affiancò con i propri mezzi e le proprie opere in questa prima fase di sistemazione del suolo sabbioso sul quale avrebbero poi preso forma tutte le diverse opere edili.

    In contemporanea venne attuata una bonifica nell’intera pineta per scongiurare possibili focolai malarici. Diversi uomini si prodigarono tra gli ambienti umidi ed i ristagni d’acqua per la disinfestazione dalle larve delle zanzare anofele, vettrici di malaria, con botti e para-diclorodifeniltricloroetano, comunemente noto come spray DDT, il cui uso era ancora concesso in quei tempi.

    Lungo quello che fu il primo viale di accesso verso il mare, ovvero il Viale dei Pini, sorsero il primo albergo l’ “Olimpia”, i primi palazzi con alloggi turistici, i negozi. Mentre lungo l’asse litoraneo, immersi in una rigogliosa pineta, sorsero i campeggi: Camping Nord Rosapineta, Camping Sud, Camping dei Francesi; tutte rinomate strutture attrezzate con ogni servizio, tra cui il market, ristoranti e le prime piscine polesane. I campeggi iniziarono ad accogliere i primi turisti stranieri, soprattutto tedeschi, che tramite tours operator del Touring Club si approcciarono a questo lido.

    E’ curioso rilevare, che in questo contesto nasce il toponimo “Rosapineta”, un binomio che coniuga i termini “rosa” e “pineta”: il primo connesso a “Rosolina”, il secondo per sottolineare la ricca vegetazione di pini marittimi presente sul litorale. Al Camping Nord Rosapineta una targa con logo ricorda e presenta questo titolo, il cui nome per molti è diventato il sinonimo di Rosolina Mare.

    Iniziarono così a prendere forma anche i primi stabilimenti balneari attrezzati, con servizio di ombrellone, cabina e chiosco. Tra questi si segnala che il primo ad essere iscritto presso la Camera di Commercio di Rovigo fu il “Bagno Primavera” della famiglia Ferro. E a questo proposito vengono ancora ricordati i non facili processi burocratici per l’iscrizione di questa attività al registro delle imprese, anche perchè la materia era sconosciuta sia all’imprenditore locale sia a chi a quel tempo doveva seguire le pratiche burocratiche.

    Successivamente andarono a svilupparsi le aree più a sud dell’intero litorale; fu un’esplosione del settore dell’edilizia ma anche di nuove attività: gli stabilimenti appunto, il settore della ristorazione, il commercio nelle sue diverse declinazioni, le agenzie immobiliari, i servizi di vario genere ed anche il settore della balneazione con l’affermarsi di una nuova figura professionale: il bagnino “certificato”, ossia una persona che, a seguito di un corso professionale, acquisisce l’idoneo “brevetto” che lo certifica come persona qualificata alla salvaguardia dei bagnanti. Corre­vano gli anni ‘70.

    Accanto alle strutture di accoglienza necessitavano sempre più figure professionali specializzate, soprattutto nel campo del ricevimento e della ristorazione. Fu così che nacque, tra il 1967 ed il 1968, per volontà sostenuta fortemente anche dalla gestione svizzera della vicina Isola di Albarella (anch’essa in fervente sviluppo turistico), l’Istituto Alberghiero Professionale che vide la propria sede proprio a Rosolina Mare presso l’Hotel Alexander lungo Viale dei Pini. La scuola fu trasferita negli anni successivi ad Adria, comunemente oggi nota come l’Istituto Alberghiero Cipriani, con fama internazionale.

    Nel 1970 iniziarono i lavori per la costruzione della prima piscina pubblica, la “Piscina Europa” che sarà inaugurata nel 1980 ed intitolata al Dott. Ildebrando Mazzonetto, quel pioniere che per primo aveva creduto nello sviluppo territoriale turistico del lido di Rosolina in chiave moderna, alle cui spalle si trovarono i seguaci indigeni con le famiglie Donà, Avanzi, Crivellari, Ferro e molte altre, che vissero gli albori di Rosolina Mare: imprenditori lungimiranti che rappresentarono il volano che mise in moto la storia del più grande litorale attrezzato polesano.

    Il Giardino Botanico di Caleri: scrigno di habitat e biodiversità

    Oggi Rosolina Mare è completa di ogni servizio e la pineta è il polmone naturale che avvolge ogni struttura: piacevoli passeggiate si possono fare al suo interno fino ad arrivare ad un’area protetta naturalistica di 24 ettari posta a sud del litorale. Si tratta del Giardino Botanico di Caleri, istituito nel 1990 dalla Regione Veneto come area protetta ed oggi riconosciuto come superficie S.I.C. (Sito di Importanza Comunitaria) il cui scopo è quello di preservare un ambiente unico ed estremamente interessante sotto l’aspetto scientifico.

    In questo luogo si possono riscontrare i diversi ambienti con le proprie peculiarità naturalistiche: un percorso che accompagna il visitatore ad immergersi dall’ambiente umido infradunale, dal dosso di una duna fino alla battigia in un singolare patrimonio di biodiversità.

    Qui si ritrova il bosco termofilo di leccio (Quercus ilex), quella pianta autoctona che un tempo qui imperava sul litorale ed il ginepro (Juniperus communis), entrambi rappresentanti della tipica macchia mediterranea; l’olmo (Ulmus minor) tipico del bosco planiziale; ed altre specie arboree ed arbustive di particolare interesse.

    La passeggiata può continuare tra il profumo dell’elicriso e le colorate orchidee che sbocciano a primavera fino ad arrivare all’ambiente umido della barena dove impera una macchia di salicornia che si tinge di rosso a fine estate.

  • A Valgrande di Runzi

    A Valgrande di Runzi

    Nel cuore del Polesine, nel territorio di Bagnolo di Po, presso la frazione di Runzi, troviamo un angolo di paradiso immerso nella pianura padana: l’Agriturismo Valgrande di Alberto Faccioli e della moglie Monica Bimbatti.

    Lo raggiungiamo con le nostre bici, partendo dal centro di Bagnolo per conoscere in modo più approfondito la storia di questa iniziativa, nata per valorizzare il territorio e i prodotti dell’agricoltura locale.

    Il luogo

    Ad accoglierci presso la struttura agrituristica sono il titolare, il sig. Alberto Faccioli, e la moglie Monica Bimbatti, che fin da subito dimostrano una grande raffinatezza e semplicità nel contatto con il pubblico. Ci fanno accomodare nella sala adibita solitamente a ristorazione e, dopo averci offerto un buon caffè, iniziamo a conoscerci meglio.

    Alberto ci informa, che la data da cui tutto ha avuto inizio è il 13 agosto 2003, a seguito della ristrutturazione della casa di famiglia, seguendo i canoni dell’architettura polesana e riprendendo l’antico nome del fondo: Valgrande, che fa pensare ad un’area estesa dominata dalla natura.

    “L’idea iniziale – chiarisce Alberto – era quella di destinare le stanze al solo alloggio, poi la richiesta degli ospiti di avere un luogo dove poter anche mangiare qualcosa, senza necessariamente spostarsi con la macchina alla ricerca di ristoranti, ci ha portati pian piano ad intraprendere anche l’avventura della ristorazione”.

    Oggi l’agriturismo può ospitare per pranzi o cene 30-40 persone in un salone interno alla struttura; inoltre, per soddisfare particolari richieste, attigua all’edificio c’è un’altra sala che permette di far raggiungere un totale di capienza di 60 persone (ad esempio in occasione di Cresime o Comunioni).

    “Valgrande – sottolinea Monica – vuole aiutare tutti i suoi ospiti a ritrovare il silenzio e la musicalità della natura; per questo motivo anche l’ambientazione che circonda l’azienda è tipicamente legata alla tradizione: gli annessi alla casa, sono stati trasformati in ricovero per animali, tra cui la particolare “gallina polverara”, il regale pavone, i cavalli, l’asino, le caprette, i maialini, i conigli. Uno dei fiori all’occhiello della struttura è la piscina, di recente realizzazione, dove rilassarsi e fare una nuotata in santa pace, immersi nel paesaggio verde che circonda l’agriturismo”.

    Le stanze

    Riprendiamo frattanto la nostra esplorazione di Valgrande, accedendo agli ambienti che ospitano i vari turisti in visita al territorio polesano. I proprietari hanno voluto dare all’ambiente un aspetto molto familiare, proponendo cinque stanze, per un totale di 14 posti, una diversa dall’altra, arredate con mobili di famiglia, con i propri servizi e dotate di climatizzatore. Ciascuna stanza è stata identificata con un nome che richiama specie di uccelli tipici della zona in cui si trova l’azienda. Troviamo allora: la stanza del GUFO, adatta a famiglie con bambini; le stanze del MERLO e dell’USIGNOLO, con letti matrimoniali e terrazzo, le stanze del GALLO e del PAVONE arredate con letti singoli in ferro, tipici del semplice arredamento di campagna.

    Ci sono poi due sale adibite ad incontri: la SALA DEL MELOGRANO, per la lettura o per piccoli incontri, con una capienza di 20 persone massimo, totalmente climatizzata; la SALA DELLE RONDINI, più ampia, adatta ad ospitare meeting e riunioni anche di 60 persone, attrezzata con videoproiettore, computer.

    La fattoria didattica

    La corte, da sempre contraddistinta per la sua “macchia verde”, alberi ad alto fusto, acacie, salici, ecc., diventa un laboratorio a cielo aperto: varie attività – condotte da Monica con altri colleghi agricoltori – hanno permesso la realizzazione di una rete di fattorie didattiche, strumento di conoscenza della vita contadina, promuovendo la vera agricoltura di tradizione.

    L’Azienda Agrituristica Valgrande è pertanto riconosciuta ufficialmente dalla Regione Veneto come Fattoria Didattica e ha ottenuto la concessione di esporre il logo ufficiale dedicato alle fattorie didattiche del Veneto.

    I percorsi sono stati creati e seguiti da Monica e dal marito Alberto in tutti gli aspetti per far comprendere l’attività agricola, la vita degli animali e l’ecosistema di cui fanno parte.

    “L’intento principale che si è voluto perseguire – ci dice Monica, che si è occupata con grande passione fin dall’inizio dell’aspetto didattico – è quello di accorciare le distanze tra la cultura urbana e quella rurale scoprendo il ciclo di ciascuna coltivazione, il mondo animale, il fantastico regno delle api, i giochi dell’infanzia. Valgrande pertanto ospita spesso scolaresche provenienti dalle province di Rovigo, Padova, Verona, Ferrara… Inoltre si è iniziato qui un percorso di formazione ed esperienza della fattoria sociale: l’azienda agricola inclusiva che accoglie il mondo del disagio”.

    I sapori

    I menù proposti sono: il classico MENU’ DI CARNE, oppure per adattarsi alle richieste che oggigiorno sono sempre più frequenti, si può scegliere anche tra MENU’ VEGETARIANO e VEGANO.

    “Il menù di carne – ci informa Alberto – è concepito partendo proprio da prodotti dell’azienda: salumi che seguono le antiche tradizioni di famiglia, pollo, faraona, cappone, anatra, oca, coniglio (tutti animali rigorosamente allevati in azienda seguendo metodi naturali)”. Fanno da contorno i prodotti dell’orto stagionali, serviti in agrodolce. Non viene dimenticata neppure la pasta fatta in casa e la famosa “pinza”.

    A questi prodotti si aggiungono offerte del territorio confinante: il rinomato e gustosissimo Prosciutto Dolce di Montagnana DOP, la pinza alla munara (tipica di Stienta), il riso del Delta IGP con il “tastasal” o con i condimenti tipici della cucina tradizionale veneta. Anche il vino è scelto e fatto arrivare da Alberto dalle aziende vitivinicole del territorio Veneto.

    A tavola non possono poi mancare i dolci tipici: la tradizionale “brazadea”, una ciambella dolce che viene servita a colazione agli ospiti dell’agriturismo Valgrande, oppure i biscotti “zaleti”, o ancora crostate realizzate con le confetture confezionate d’estate con la frutta raccolta, o zuppe inglesi, salami di cioccolato, la sbrisolona e le tenerine al cioccolato.

    Quello che conta – sottolinea Alberto – è che qui, a Valgrande non troverete prodotti provenienti da coltivazioni non rispettose dell’ambiente o non a filiera corta. Tra un anno tutta l’azienda sarà biologica. I piatti sono legati alla stagionalità, così da riscoprire i sapori di una volta, quando non esistevano supermercati e la grande distribuzione che ci permette di avere a disposizione frutta e verdura non di stagione.”

    Gli eventi

    Ma Valgrande non è solo riposo, buona tavola, e fattoria didattica: si organizzano eventi di vario genere, aderendo anche ad iniziative turistico-culturali con realtà locali che valorizzino il territorio e ciò che esso offre. Ma per fare questo – sottolinea Alberto – è indispensabile poter collaborare con le Amministrazioni, le Associazioni di vario genere e quanti mettono a disposizione la loro esperienza in vari ambiti.

    Ecco le loro proposte.

    Per gli amanti della bicicletta l’Agriturismo Valgrande ha aderito ad Agricycle, un marchio di Agriturist Veneto che segnala, agli utenti interessati, la presenza di una struttura agrituristica in grado di fornire supporto e accogliere gli amanti della bici. Inoltre fa parte del circuito Albergabici, promosso da FIAB (Federazione Italiana Amici della Bicicletta) e riconosciuta come struttura Albergabici a Rovigo.

    Ma c’è anche spazio per l’arte teatrale, per grandi e piccini: “Teatro in corte”, rassegna che ogni anno richiama varie compagnie che fanno rivivere l’atmosfera della commedia sull’aia accompagnato da cena con menù a tema; e per i più piccoli, nel 2016, è stato proposto l’evento “Fiabe a Merenda”, iniziativa di Agriturist e Gruppo Teatrale “Il Mosaico” di Rovigo, per far conoscere ai bambini e alle famiglie, attraverso le fiabe raccontate, gli agriturismi e la vita di campagna. La tappa della manifestazione giunta a Valgrande ha proposto lo spettacolo “Cenerontala” accompagnato da una merenda per piccoli e genitori.

    Tra le altre proposte nel 2016 si ricordano: la partecipazione a “I Venerdì di Gusta Veneto”, un’iniziativa di Confagricoltura Veneto in collaborazione con 13 agriturismi del territorio regionale.

    Sono stati organizzati poi, in collaborazione con “Villa Nani”, società cooperativa di Bagnolo di Po che supporta le aziende agricole della provincia, tre corsi di cucina dedicati interamente a importanti cereali: il farro, l’orzo e il mais. Corsi che hanno avuto successo dato che anche per gennaio e febbraio 2017 sono stati rinnovati con altri tre incontri che hanno affrontato l’uso in cucina di prodotti come orzo, lino, piselli e legumi, mais.

    Non possiamo che concludere che Valgrande si presenta come un luogo ideale per trascorrere momenti di relax a stretto contatto con la natura nella riscoperta della tradizione più pura.

    Provare per credere:

    Azienda Agrituristica Valgrande

    via Riviera, 849 – Loc. Runzi 45022 Bagnolo di Po (Rovigo)

    Tel.: 0425 704086

    Monica: +39 329 0975378

    Alberto: +39 329 0975401

    e-mail: info@agrivalgrande.it

    www.agrivalgrande.it

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