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Archivi: Articoli d’archivio

  • I gorghi di Trecenta

    I gorghi di Trecenta

    Nel numero 53 abbiamo preso in considerazione i gorghi per lo più scomparsi – “I Gorghi e il Mito” (pag. 86 e successive) – dei quali esistono tuttora delle memorie scritte o orali, nonché un ampio repertorio di riferimenti mitologici. Ora intendiamo richiamare l’attenzione sui gorghi ancora attivi che si estendono da Sariano a Trecenta.

    Lungo il grande dosso fluviale, ricordato con il nome di “Po di Adria” s’incontrano i gorghi di Trecenta. Sono un complesso di una decina di laghetti tra i quali citiamo il Gorgo Zucolo, il Gorgo Malopera, il Gorgo Bottazza, il Gorgo Gaspera, il Gorgo Magon, il Gorgo Magarino, il Gorgo della Sposa. Danno luogo ad un complesso paesaggistico dei più ameni ed affascinanti di tutto il Polesine. Vi si accede per una strada semi sterrata che si perde nella campagna. Lungo le loro sponde ogni tanto si incontrano delle garritte per il birdwatching.

    Geologicamente sono delle pozze d’acqua, a volte molto vaste e profonde, formatesi per la naturale bonifica della palude, a volte per l’affioramento della falda acquatica sotterranea. Deriverebbero l’acqua dal Canalbianco o meglio, come si dice nel luogo, dal Tartaro che scorre lì nei pressi; altri dicono che le loro acque sono addirittura quelle del fiume Po. Si dice anche che esistano nel sottosuolo dei cunicoli o dei sifoni naturali attraverso cui l’acqua li terrebbe a livello con i fiumi circostanti come fossero vasi comunicanti.

    Quale sia la loro origine, danno luogo a un particolare paesaggio che rende tutta la zona amena e piacevole e d’estate una vera oasi di frescura e di silenzio.

    Anche a questi gorghi sono legate tradizioni, storie, leggende che i vecchi abitanti dei luoghi tramandarono ed arricchirono con particolari a volte reali, a volte fantasiosi.

    Leggende antiche e moderne

    Sembra che nel XVIII secolo la bella Contessa Grimani, moglie del conte Cornelio Pepoli, signore di Trecenta, amasse recarsi in carrozza fino a questo luogo per trovare un po’ di refrigerio anche per la nostalgia di Venezia, la patria lontana. Figlia di Leonardo Grimani nobile veneto, Marina Grimani appena ventiduenne sposò, infatti, il senatore bolognese e nobile veneto, conte Cornelio Pepoli.

    Con l’intervento della nuova giovane contessa, la ormai decadente residenza di campagna dei Pepoli si trasformò in un accogliente e sfarzoso palazzo signorile, dimora abituale soprattutto di lei. Marina fu nominata nel 1768 dal marito Cornelio amministratrice unica del patrimonio, nonché beneficiaria, vita natural durante, del Palazzo di Trecenta. Palazzo Pepoli divenne la sua residenza quasi abituale.

    Si dice anche – e qui il racconto della sua vita a Trecenta si fonde con la leggenda – che la contessa fosse solita arrivare a Sariano percorrendo con la sua carrozza dal Palazon un passaggio sotterraneo che coincideva con il tracciato di superficie dell’antica strada dei gorghi.

    A proposito di questo condotto sotterraneo c’è chi assicura che, durante la lotta partigiana, là molto spesso trovarono rifugio i partigiani impegnati nella lotta per la liberazione dal nazifascismo. Si vocifera ancora che qualcuno in tempo di guerra vi nascose le paghe dell’esercito tedesco in fuga e che dopo la guerra recuperò, divenendo di colpo ricco. Tutte voci poco controllate e poco documentate, davvero solo voci, come quella riguardante il Ciaveghin del Diavolo tra Salara e Sariano: qui si è visto non pochi decenni fa sostare, proprio lui, il diavolo in persona. Resta un fatto che i gorghi sono ancora visibili con i loro paesaggi e le loro acque, come pure con le loro leggende.

    Il più significativo ed il più famoso dei gorghi di Trecenta è il Gorgo della Sposa. E’ il più grande; si allunga attraversando completamente il dosso del Po di Adria e, nella parte più profonda, raggiunge e supera la profondità di 12 metri. Una strada d’asfalto che va verso Sariano oggi ne spezza il paesaggio.

    Per secoli questo lago ha rappresentato un confine fra le popolazioni ferraresi (a ovest) e quelle "veneziane" (a est). La tradizione popolare vuole che una ragazza, innamorata di un giovane, bello ma povero, vi abbia trovato la morte gettandosi dalla carrozza che la stava conducendo alle nozze con un ricco signore che le era stato imposto dalla famiglia. Da tale luttuoso evento il gorgo prenderebbe il nome.

    Il fantasma della sposa infelice, così tragicamente immolatasi in nome del vero amore, ogni tanto riapparirebbe veleggiando sulle acque del suo gorgo protagonista del suo sacrificio.

    Ora i tempi sono cambiati. Dai gorghi sopravvissuti e da quelli scomparsi non si sente più salire dal profondo il suono inquietante delle campane. E anche se fosse, nessuno più ci baderebbe; forse qualcuno ci pianterebbe vicino, un chiosco di bibite o una gelateria alla moda per richiamare i turisti. Ben altre ragioni ha trovato la gente per cadere in ansia, ma si è spenta una tradizione e, con essa, anche i sentimenti, anche i timori.

    Legate al culto delle acque sono presenti in Polesine ancora due storie ricche di fantasia che sfiorano il mito. Si tratta delle vicende del serpente coronato e della mitica storia dell’uomo rettile che furoreggia da secoli nel basso delta e nella zona di Loreo. E di queste intendiamo parlare nel prossimo numero del Ventaglio.

  • Bici e bonifica

    Bici e bonifica

    E’ una peculiarità del Polesine lo stretto legame acqua-territorio, così come il lavoro dell'uomo che – in un rapporto di timore e di rispetto – da sempre si cimenta nel controllo di fiumi e canali, regolando il flusso delle acque per proteggere le terre o irrigarle. Le idrovore sono manufatti importanti che l’uomo, in epoca nemmeno così lontana, ha inventato per tale controllo e fanno ormai parte del paesaggio polesano.

    Per conoscere meglio il sistema della bonifica (essenziale per il nostro territorio) gli impianti idrovori e il loro funzionamento, l’Associazione Amici della bici di Rovigo-FIAB, in collaborazione con il Consorzio di Bonifica Adige Po, ha proposto, anche nel 2016, la consolidata iniziativa BICI & BONIFICA, percorso in bicicletta e visita guidata alle idrovore. Quest’anno meta di visita è stato il nodo idraulico di Botti Barbarighe a Pettorazza Grimani, in particolare le idrovore Tron e Bresega. Un’escursione davvero interessante, svoltasi la scorsa primavera, che intendiamo qui ricordare, anche per proporre il piacevole itinerario ai lettori del Ventaglio.

    Appuntamento iniziale a ROVIGO in Piazza Garibaldi con una breve visita a Palazzo Bonanome-Ravenna, sede del Consorzio di Bonifica Adige-Po, che sorge sulla storica piazza, a cura dell’ing. Giovanni Veronese. Il palazzo fu la residenza dei Bonanome dal XVI secolo fino al 1848 ed era famoso soprattutto per le pitture che decoravano il salone dopo il restauro del 1793.

    In seguito all'estinzione della famiglia Bonanome, dal 1848 al 1858 fu utilizzato come alloggio del comando militare durante la dominazione austriaca. Restaurato nel 1853 a spese del Comune, il palazzo fu acquistato nel 1858 dalla famiglia Ravenna, che ne trasformò l'aspetto originario su progetto di Pietro Mola: venne rialzato di un piano e, per la prima volta a Rovigo, venne usata la ghisa come elemento decorativo, sia all'esterno che all'interno. I lavori terminarono nel 1859. All'inizio del XX secolo la proprietà passò alla Cassa di Risparmio di Rovigo. Dal 1951 è divenuto sede del Consorzio di bonifica Adige Po. Sulla facciata del palazzo, nel 1957, è stato posto un busto bronzeo raffigurante Giovanni Battista Casalini, personaggio di rilievo vissuto a cavallo tra Otto e Novecento promotore di importanti iniziative nell’ambito della bonifica del territorio.

    Acquisite le prime fondamentali notizie sull’attività del Consorzio di Bonifica, si parte. Alla guida del gruppo di ciclo-visitatori, Giuseppe, socio Fiab che ha studiato nei dettagli itinerario e soste.

    In zona San Bortolo imbocchiamo la pista ciclabile che si snoda sulla sinistra dell’Adigetto pedalando fino in località BUSO, toponimo che probabilmente deriva da buxus ovvero bosso, cioè una zona un tempo – prima delle bonifiche – caratterizzata da una vasta area boschiva con piante di bosso.

    Si pedala veloci raggiungendo CANALE, denominazione che chiaramente deriva dal corso d’acqua (l’Adigetto appunto) che la interseca e che in Polesine viene spesso indicato come il Canale per eccellenza.

    Raggiungendo il territorio di VILLADOSE (Villa ducis o Villa del doge) l’attenzione corre verso alcune importanti corti rurali sorte dopo gli importanti interventi di bonifica promossi a partire dalla metà del XVI secolo dalla Serenissima con la guida dell’apposita Magistratura delle Acque da poco istituita. E’ così che, prima di raggiungere il centro, il nostro sguardo è attratto da Corte Frassino (ex Penelazzo), che deve la sua attuale denominazione alla presenza di una vetusta pianta di frassino sul lato destro della grande corte.

    Al centro del paese ecco Ca’ Patella sede del Municipio seguita, sul lato sinistro dell’Adigetto dall’ex complesso architettonico di Corte Donà, oggi denominato Piazza Barchessa.

    A seguire altre corti rurali legate al grande sviluppo dell’agricoltura, successivo ai molteplici interventi di bonifica susseguitesi dal Cinquecento al Settecento e mai più interrotti per garantire la salubrità del territorio. Di interesse architettonico il Rustico Suman, caratterizzato dalle linee neoclassiche della facciata, poi, sempre sulla riva sinistra dell’Adigetto, Corte Casalini con l’imponente barchessa connotata da ben 25 arcate.

    Giungiamo così a CAMBIO che deve il suo nome al cambio dei cavalli un tempo utilizzati per il traino delle imbarcazioni che fino alla metà del secolo scorso solcavano le acque dell’Adigetto ricolme di derrate alimentari e di vari altri prodotti.

    Seguendo l’Adigetto raggiungiamo, CA’ TRON, seguita da CA’ EMO, località che prendono il nome dalle nobiliari famiglie veneziane che acquistarono i terreni in seguito alla bonifica realizzata da consorzi attivati dalla Serenissima.

    Superiamo poi FASANA, toponimo che ricorda la presenza di molti fagiani, finché, dopo una tranquilla pedalata di circa due ore, raggiungiamo la nostra meta, ovvero l’importante nodo idraulico denominato BOTTI BARBARIGHE.

    Ci portiamo innanzitutto presso l’impianto denominato “Tron”. Il fabbricato si presenta nella sua forma rettangolare, di tipica architettura industriale degli inizi del secolo scorso, costruito con mattoni faccia a vista e con ampie vetrate che ne rendono l’interno molto luminoso. Qui vi sono grandi turbine azionate, di volta in volta a seconda delle necessità, da potenti motori che sollevano le acque provenienti dallo scolo Tron per scaricarle nel bacino antistante ad una quota superiore per il deflusso verso il mare.

    Successivamente, ci avviciniamo all’idrovora “Bresega” che ha la medesima tipologia costruttiva e funzionalità dell’idrovora “Tron”. In questo caso, però, l’impianto ha dimensioni più ridotte e riceve le acque dallo scolo Bresega. A fianco sorgono altri fabbricati, in passato adibiti ad abitazioni per il personale del Consorzio pronto ad intervenire con la massima tempestività nel caso di urgenze, e ora, in parte, utilizzati come magazzini idraulici. Attualmente gli impianti, mediante le nuove tecnologie, sono costantemente monitorati con sistemi telematici computerizzati ed azionati a distanza ma la presenza di personale è sempre opportuna per vigilare sul corretto funzionamento degli impianti.

    Quello delle Botti Barbarighe è un luogo davvero particolare per il suo isolamento e per l’insolito paesaggio dato dal fitto intrico di canali che vi confluisco e vi dipartono:

    – il Ceresolo, innanzitutto che ha origine a Badia Polesine e finisce nel laghetto dove si affaccia una trattoria;

    – nello stesso laghetto confluisce lo Scolo Tron;

    – dal bacino si diparte lo Scolo Botta Rovigata, diretto verso il canale di Loreo, un grande canale in cui si unificano Ceresolo, Bresega e Adigetto per andare poi a gettarsi nel Canalbianco in località Voltascirocco, ad est di Adria.

    Il nome della località deriva dalla presenza di due botti, ovvero sifoni, inizialmente in legno, che consentivano l’incrocio di canali e scoli di bonifica mantenendo indipendenti i loro flussi e la loro regolazione; la prima, costruita dai Veneziani nel 1557, permetteva al Ceresolo di sottopassare l’Adigetto; la seconda, più a sud, costruita nel 1785, serviva per il sottopassaggio dell’Adigetto da parte della Bresega.

    Ambedue furono distrutte dall’alluvione del 1951. Della seconda sono superstiti i ruderi, che si possono vedere al centro di un piccolo bacino di fronte all’idrovora Bresega.

    [Note tratte da “Il Polesine e il Delta del Po”, Turismo e Cultura edizioni].

    Conclusa la visita agli impianti prendiamo la via del ritorno, diversa da quella dell’andata, creando una sorta di percorso ad anello. Dopo qualche chilometro, troviamo alla nostra destra il gorgo Leze, un laghetto formato sull’antico corso fluviale dell’Adigetto ed originato dall’alluvione del 1951. Attraversata la strada provinciale, saliamo sulla strada arginale asfaltata che costeggia l’Adige e che rappresenta l’itinerario ciclabile Destra Adige (di complessivi km 83 che da Badia Polesine arriva a Rosolina seguendo, appunto, il fiume Adige.

    Lungo il percorso di tanto in tanto troviamo delle aree attrezzate con panchine e tavoli in legno, dove ciclisti e pedoni possono sostare per recuperare forze ed energie.

    Dall’argine scorgiamo i centri abitati alternati ad ampie zone di campagna. Dapprima PETTORAZZA GRIMANI, dal cui toponimo si intuisce quale famiglia nobile avesse in loco consistenti proprietà, testimoniate dall’imponente corte che si individua chiaramente dall’argine.

    Poi PETTORAZZA PAPAFAVA con il Santuario della Madonna delle Grazie, costruito dai conti Papafava dei Carraresi nel XVI secolo e connotato da un caratteristico campanile con la cupola a cipolla. Infine la località PALAZZO CORNI, che prende il nome dal palazzotto settecentesco che la caratterizza.

    A questo punto scendiamo dalla strada arginale per proseguire sulla ciclabile che affianca la provinciale sino a BEVERARE. Qui prendiamo la direzione per Cà Emo e, raggiunto lo scolo Tron, lo seguiamo per alcuni chilometri in un lungo rettilineo per attraversarlo al ponte successivo e seguire un altro scolo, il Ceresolo, sino alla località di SARZANO, frazione alle porte di Rovigo, città nella cui piazza Garibaldi si conclude il nostro interessante circuito. Un percorso di circa 60 km complessivi, differenziato tra andata e ritorno per renderlo più interessante dal punto di vista dell’osservazione del paesaggio, allietato dal ristoro che il Consorzio ha messo a disposizione dei partecipanti presso l’idrovora Tron.

  • Lungo lo Scortico

    Lungo lo Scortico

    La richiesta degli amici padovani era per un itinerario cicloturistico non impegnativo come chilometraggio, ma interessante sotto il profilo paesaggistico ed architettonico. Qualche anno prima avevamo percorso insieme un anello nel delta, che era sicuramente piaciuto ma, con i suoi oltre cinquanta chilometri, era risultato un po’ faticoso specie per le signore, sia pur avvezze a qualche pedalata.

    “Tragitto più che dimezzato, nel cuore del Polesine con eccellenze di primo piano” avevo annunciato, precisando: “Lungo lo Scortico”. A dire il vero la puntualizzazione, con l’idronimo sconosciuto, ebbe l’effetto di generare più perplessità che entusiasmo, per cui dovetti subito chiarire che sulle acque dello Scortico si specchia la famosa Badoera del Palladio, recuperando così l’interesse.

    I corsi d’acqua che caratterizzano il Polesine – aggiunsi – scorrono in senso longitudinale, da ovest ad est verso il mare, ma c’è qualche eccezione: dei canali che collegano tra loro i fiumi principali. E lo Scortico, che unisce l’Adigetto con il Canalbianco, è un corso d’acqua che, nei secoli scorsi, è risultato molto importante sotto il profilo delle comunicazioni lungo le vie d’acqua. Grazie allo Scortico che dall’Adigetto raggiunge il Canalbianco e poi, più a valle, solcando le acque di Fossa Polesella (corso d’acqua occluso a metà del secolo scorso), un tempo dal centro-polesine si poteva infatti raggiungere il Po e quindi arrivare fino al Mare Adriatico.

    L’itinerario di andata

    Tutti puntuali, dunque, nel mattino destinato all’appuntamento nel paese dove nasce lo Scortico: VILLANOVA DEL GHEBBO, centro polesano noto per una lunga tradizione nel ramo calzaturiero, caratterizzato da una bella chiesa settecentesca innalzata sulla riva sinistra dell’Adigetto.

    Un tempio dalle linee classiche, che visitiamo prima di inforcare le biciclette. Accattivante l’interno, in particolare per il gioco di colonne che interrompono la navata unica creando degli spazi inediti nella zona del presbiterio e della cantoria. Di effetto poi la volta affrescata da G. B. Canal, incentrata sulla figura di San Michele Arcangelo a cui è dedicata la parrocchiale. Nell’abside L’ultima Cena di Tommaso Sciacca, opera realizzata dal pittore siciliano nel 1795, mentre soggiornava a Lendinara per dipingere alcuni quadri per il Santuario del Pilastrello. Di interesse anche le tele che caratterizzano gli altri altari della chiesa di Villanova ed in particolare la Madonna Assunta dipinta nel 1938 dal pittore udinese Teodoro Licini, riprendendola dal famoso quadro del Tiepolo.

    Villanova del Ghebbo, storica borgata sul Gaybo (o Ghebbo), antico corso d’acqua che diede anche il nome ad una fortezza difensiva, il castello del Gaybo, di cui non permane alcuna traccia. Collocato sulla riva destra dell’Adigetto, fu teatro di aspre battaglie, per il possesso del territorio, che videro contrapposti gli armigeri di Mantova e Verona, finché il maniero fu raso al suolo da Ezzelino da Romano nel 1245. Ricostruito in forme meno auliche, riportato in un disegno di Tommaso Campanella a metà del ‘700, qualche residuo della fondazione era ancora individuabile alcuni decenni fa, prima dell’abbattimento definitivo per far posto ad un nuovo edificio.

    Inforcate le bici diamo il via al nostro itinerario, seguendo per un breve tratto la riva sinistra dell’Adigetto fino alla diramazione dello Scortico. Scattata una foto superiamo due ponti al fine di procedere sulla strada arginale destra dello Scortico che delimita un’ampia campagna. La località prende il nome di VALDENTRO, a testimonianza dell’esistenza di un grande avvallamento (una valle dentro l’argine), un vasto territorio caratterizzato, per tutto il medioevo, da paludosi specchi lacustri. La zona, per lo più di pertinenza del comune di Lendinara, iniziò ad essere bonificata a partire da metà del XVI secolo: risolutivo lo scavo dello scolo che dalla valle ha preso il nome di Valdentro, ingegnosamente fatto passare proprio sotto lo Scortico, dato che il corso d’acqua che costeggiamo scorre ad una quota più elevata rispetto alla campagna. Per osservare l’interessante opera di ingegneria idraulica dobbiamo raggiungere Fratta verso cui stiamo pedalando.

    FRATTA POLESINE, il paese delle ville, ci accoglie con la prima di queste storiche dimore: Palazzo Campanari, costruzione settecentesca che oggi ospita il Municipio. Proprio sulla destra dell’edificio comunale, scorre il citato canale di bonifica Valdentro che sottopassa lo Scortico con lo storico manufatto denominato “Botte Valdentro”, ideato per permettere alle acque della valle chiusa di defluire ad oriente verso quote più basse.

    Duecento metri più avanti, affacciate sullo Scortico, ecco le due ville cinquecentesche che connotano il paese: Villa Badoer e Villa Grimani-Molin-Avezzù, sorte vicine (anche cronologicamente parlando) sui terreni che dall’inizio del XVI secolo appartenevano a Giovanni Francesco Loredan. Il quale destinò i due appezzamenti, con relative doti, alle due figlie (rispettivamente Lucieta e Lucrezia) maritate a due rampolli dell’aristocrazia veneziana, Giorgio Badoer e Vincenzo Grimani che diedero il loro nome alle nobiliari dimore innalzate in seguito al matrimonio. Si inaugurò così a Fratta la “civiltà delle ville”, continuata fino a tutto il Settecento con la costruzione di vari prestigiosi storici edifici.

    Alla Badoera, insigne opera del Palladio, è d’obbligo una tappa prolungata (destiniamo oltre un’ora) per gustare il fascino delle sue armoniose forme classiche, per ammirare gli affreschi di Giallo Fiorentino; nonché per un tuffo nella preistoria con la visita al Museo Archeologico Nazionale di Frattesina, ospitato nella barchessa destra della villa. La tappa risulta veramente appagante. Uno sguardo all’orologio ci avverte che il tempo prefissato è già superato.

    Ci portiamo pertanto davanti alla vicina villa Grimani-Molin-Avezzù, la cui architettura, derivata dal Palladio, fa pensare alla famosa Malcontenta, mentre sul muro di cinta una grande lapide ci porta all’Ottocento: ci ricorda infatti il tragico epilogo del cosiddetto “Banchetto di San Martino” organizzato nella villa nel 1818 da Cecilia Monti allo scopo di ordire una trama politica contro l’Austria imperante. Una spiata diede motivo alla polizia asburgica di avviare la nota retata dei patrioti carbonari di Fratta, poi incarcerati allo Spielberg, dove trovarono la morte il notaio Antonio Villa e il giovane conte Antonio Oroboni.

    Della Carboneria torneremo a parlare nell’itinerario di ritorno, quando si costeggerà la riva sinistra dello Scortico, mentre ora proseguiamo seguendo la segnaletica per Fiesso Umbertiano, sottopassando la Transpolesana e riportandoci sulla strada arginale destra dello Scortico.

    Dopo un breve tratto di strada eccoci presso l’Idrovora Vespara dove torniamo a parlare dei problemi idrogeologici del Polesine, con molte aree rese vitali grazie ad interventi artificiali dell’uomo, per secoli impegnato a contrastare le acque invasive. Situazioni oggi facilmente controllate grazie alle pompe elettriche in grado di eliminare l’acqua in eccesso dai territori vallivi mediopolesani. Un’azione questa che è anche reversibile, nel senso che, in periodi di siccità, l’acqua può essere prelevata dai canali pensili per irrigare la campagna.

    Ci stacchiamo dalla strada principale per seguire l’indicazione Mulino al Pizzon, struttura che identifichiamo ben presto proprio in riva allo Scortico, là dove il corso d’acqua finisce la sua corsa tuffandosi nel Canal Bianco con una cascatella. E proprio questo dislivello tra i due corsi è stato sfruttato in passato per utilizzare la forza motrice dell’acqua che azionava una grande ruota in grado di trasmettere il movimento alla macina del molino.

    Il Mulino del Pizzon (Pizzon indica il terreno triangolare posto tra due fiumi) è nato nell’Ottocento e, con i dovuti aggiornamenti e l’elettrificazione degli impianti, ha continuato la sua attività produttiva fino agli anni Sessanta del secolo scorso, per restare poi inattivo e in preda al degrado. Finché, una quindicina di anni fa, l’idea di un recupero ai fini di salvaguardare l’originale patrimonio di ingegnosità del passato, con l’obiettivo di dar vita ad un inedito punto di visita ed accoglienza turistica nell’ambito del territorio mediopolesano. Col progetto di salvaguardia degli storici impianti, ecco nascere infatti l’idea di utilizzare quella che fu la casa del mugnaio destinandola a locanda con ristorazione.

    E’ sicuramente il punto più indicato per la nostra sosta-pranzo. Al Mulino del Pizzon, ci accoglie Maurizio, abile non solo sotto il profilo culinario, ma anche quale costruttore e riparatore di barche. Motivo per cui un locale del magazzino del Pizzon è stato adattato a “squero” e, nelle acque del Canalbianco, da qualche tempo un gruppo di appassionati del Ctg pratica la voga alla veneta (Vedasi Ventaglio n. 53, pag. 174).

    Il pranzo è all’insegna della tradizione polesana con vini dei colli Euganei in onore agli amici padovani che manifestano il loro compiacimento, accettando di buon grado l’idea di prolungare il percorso fino a Pincara.

    (1. continua)

  • Itinerario di Genere

    Itinerario di Genere

    Per chi si fosse perso la puntata precedente nel n. 52 di Ventaglio Novanta (e ci auguriamo siano davvero in pochi, ed in ogni caso la rivista è facilmente recuperabile), questo è il racconto di una proposta ciclopedonale per le vie “in rosa” di Rovigo, alla riscoperta di figure femminili meritevoli. Un viaggio in 22 tappe, che ricongiunge idealmente i luoghi dedicati dal Comune capoluogo a donne distintesi in vari campi della storia, della cultura e dell’arte. E ciò allo scopo non solo di riappropriarsi in modo più consapevole dello spazio urbano e nello stesso tempo evocare una visione equilibrata della storia, ma soprattutto per recuperare modelli antichi ed attuali di femminilità per una società davvero inclusiva e paritaria.

    La volta scorsa, partendo dalle due stazioni, ferroviaria e degli autobus, e dal polo universitario, muovendo per la Commenda Ovest ed Est, attraverso viale Gramsci e viale della Pace, eravamo approdati agli inizi del quartiere di San Bartolomeo in viale Beata Maria Chiara. E da qui riprende il nostro percorso …

    11. Terminato di percorrere Viale Beata Maria Chiara (n. 10 del nostro percorso), all’altezza del cimitero cittadino, ci troviamo nel viale Oroboni lungo il quale procediamo in direzione della chiesa di San Bortolo. Imboccata sulla sinistra via Galimberti si accede a via della Resistenza per approdare in via Anna Frank (1929-1945).

    Chi non conosce la tragica vicenda della ragazzina ebrea tedesca, immortalata nelle splendide pagine del suo celebre diario? Anneliese Marie Frank, chiamata da tutti Anna, era nata a Francoforte in una famiglia benestante, ma impoverita a seguito dell’inflazione dopo la Prima Guerra Mondiale e poi trasferitasi nel 1933 in Olanda per sfuggire alle leggi razziali emanate da Hitler.

    Il diario racconta proprio la “prigionia” forzata in un alloggio segreto, ideata da suo padre Otto onde sfuggire alle retate naziste e si interrompe il 1° di agosto 1944, pochi giorni prima dell’arresto e conseguente deportazione nel campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau e quindi in quello di Bergen-Belsen, dove la giovane morì di tifo insieme alla sorella Margot tre settimane prima della liberazione del campo.

    La sua memoria vive tutt’oggi a ricordo e monito dell’olocausto ebraico.

    12. All’incrocio accanto si incontra un’altra figura esemplare di un’esperienza storica altrettanto dolorosa, ovvero la resistenza partigiana sempre durante la II Guerra Mondiale: Irma Bandiera (1915-1944), simbolo dell’importante ruolo che vi ebbero le donne, per certi versi quasi paritario, ma per cui pagarono un prezzo in molti casi più alto dei compagni di lotta.

    Non si hanno notizie sulla sua vita, tranne che era bolognese, aveva conseguito la licenza elementare ed era iscritta al PCI.

    Di famiglia benestante, moglie e madre affettuosa, “Mimma” (nome di battaglia) aveva aderito alla Resistenza, come staffetta nella 7ª G.A.P. – Brigate Garibaldi.

    Audace combattente, il 6 agosto ’44, catturata dai nazifascisti con documenti compromettenti, venne seviziata per sei giorni dai fascisti, senza che questi riuscissero a farle confessare i nomi dei compagni. Alla fine, la fucilarono al Meloncello di Bologna e lasciarono il suo corpo esposto per un giorno intero davanti a casa sua.

    Le è stata assegnata la Medaglia d'Oro al Valor Militare alla memoria e molte sono le vie a lei intitolate in tutta Italia.

    13. Proseguendo per viale Venezia, questo si interseca con via Elisabetta Marchioni (1600?-1700?), pittrice barocca attiva nel capoluogo polesano tra la fine del ‘600 e l'inizio del ‘700, specializzata in nature morte di fiori e frutta, che anticipavano le fantasie floreali veneziane di Francesco Guardi. Di lei purtroppo non è pervenuta nessuna documentazione sul luogo e sulla data di nascita e di morte, perché non si conosce il suo cognome da nubile e Marchioni è il cognome del marito, l’orefice Sante, secondo un’usanza invalsa per molto tempo di chiamare le donne solo col cognome da coniugate.

    Stando ad un’altra tradizione, si tratterebbe invece della monaca rodigina Elisabetta Marchiori; ma c’è chi unifica le due identità: Elisabetta, pittrice, rimasta vedova, si sarebbe fatta monaca. Per certo si sa che la artista, attiva ed apprezzata in vita non solo nella città natale, è ancor oggi molto quotata e i suoi quadri sono sparsi per tutto il mondo.

    Rimane a Rovigo un paliotto floreale, inizialmente da lei donato alla Chiesa dei Cappuccini, conservato in Accademia dei Concordi, per essere utilizzato in alcune funzioni.

    14. Per il Corso del Popolo si torna quindi, attraverso la rotatoria all’altezza della piazzetta Appiotti e per via San Bellino, si procede verso piazza San Bartolomeo. Prima di raggiungerla, sulla sinistra imbocchiamo via Don Minzoni, per raggiungere via Felicita Baseggio (1752-1829), suora, al secolo Anna Clara Giovanna, proveniente da una famiglia di artisti (pittori e scultori) di origine veneziana, residenti a Ferrara, ma molto presenti in Rovigo (il fratello Sante progettò l’Accademia dei Concordi e il Teatro Sociale).

    Anche Anna fu avviata all’arte nella specializzazione della doratura e fu mandata a perfezionarsi in varie città italiane, compresa Rovigo; ma la vocazione religiosa, nonostante la decisa opposizione familiare, la indusse a prendere i voti, assumendo il nome di Felicita. E fu proprio nel convento rodigino delle Terziarie Francescane, dette Le Muneghete, che vestì l’abito, fino alla soppressione dell’Ordine a seguito del decreto napoleonico del 1805.

    L’anno dopo passava alle Eremitane di Sant’Agostino, ma in seguito alla soppressione nel 1810 anche di questo ordine, visse privatamente ospitata da parenti, devotamente rispettata dalla comunità per le elevate virtù cristiane e i carismi (ebbe il dono delle stimmate e della veggenza, oltre a capacità visionarie e di fioretti). Nel 1995 si apriva il processo della sua canonizzazione e dal marzo 2007 è serva di Dio.

    15. Continuando per via Don Minzoni, al Largo della Libertà si torna indietro per il Corso del Popolo, imboccando poi via Carducci fino a trovare sulla destra il vicolo dedicato a Cristina Roccati (1732-1797), dopo l’omonimo Istituto Scolastico.

    Figlia di un’importante famiglia rodigina (la madre era una Campo), Cristina fu avviata privatamente agli studi classici, che poi perfezionò all’Università di Bologna (prima studentessa non bolognese). Di molteplici interessi, prediligeva tuttavia la fisica e le scienze naturali. Contemporaneamente mostrò una precoce predisposizione alla versificazione, tale da essere accolta all’Accademia dei Concordi a soli quindici anni, mentre più tardi iniziarono a circolare diverse raccolte poetiche apprezzate, che le guadagnarono la fama di “poetessa”.

    Tra le prime donne laureate d’Italia (1751, laurea in filosofia), veniva iscritta in varie Accademie culturali, mentre a Padova perfezionava gli studi scientifici. Tornata definitivamente a Rovigo nel ’52, fu lettrice e principe (prima donna presidente) dell’Accademia dei Concordi, dove tenne anche 51 lezioni di fisica tuttora inedite.

    16. Continuiamo il nostro itinerario raggiungendo viale Porta Po, superando il ponte sull’Adigetto fino alla piccola rotatoria che sulla destra ci porta in via Ramelli per accedere a via Jessie White (1832-1906). Giornalista inglese all’avanguardia, si dedicò alla causa risorgimentale italiana per amore: il suo nome, per noi polesani, è indissolubilmente legato a quello del marito, il noto Alberto Mario, illustre conterraneo lendinarese, fervente mazziniano, patriota e scrittore.

    Arrestati dalla polizia piemontese per la loro attività cospiratrice, avevano approfondito la loro conoscenza in carcere. Era così sbocciato l’amore tra i due che, una volta scarcerati e sposati in Inghilterra, non si sarebbero più lasciati, condividendo il loro impegno sociale a seguito di Garibaldi, compresa la spedizione dei Mille. In particolare, Jessie, che figlia di ricchi armatori inglesi aveva studiato a Londra (medico mancato perché la mentalità maschilista del tempo le aveva negata l’iscrizione universitaria) si prodigò come infermiera e per la raccolta fondi a favore dei patrioti italiani, al punto da guadagnarsi il soprannome di “miss Uragano”.

    Di particolare rilievo la sua produzione giornalistica e letteraria per i temi di denuncia sociale ed all’avanguardia. Oggi le sue spoglie, per sua volontà, riposano a Lendinara accanto a quelle del marito.

    17. Via J. White traccia quindi una sorta di rettangolo i cui tre lati sono dedicati a donne con le vie Norma Cossetto e Marta Radici, idealmente tagliato a metà da via Clelia Consigli.

    Norma Cossetto (1920-1943), giovane istriana laureanda in lettere e filosofia, figlia di un dirigente fascista, già insegnava mentre preparava la tesi, quando, dopo l’armistizio dell’8 settembre, un gruppo di partigiani titini con l’appoggio dei partigiani comunisti italiani, nello sbandamento generale, irruppe in casa Cossetto razziando ogni cosa.

    L’indomani Norma fu convocata al comando partigiano, dove le fu chiesto di entrare nel movimento partigiano composto da partigiani comunisti italiani e slavi. A seguito del suo rifiuto, fu arrestata insieme a parenti ed amici; sottoposta a indicibili torture e violenze, venne infoibata, divenendo suo malgrado simbolo della tragedia delle Foibe.

    Nel 2005 è stata insignita della medaglia d’oro al merito.

    18. L’adiacente via Clelia Consigli (1879-1945) ci porta invece alla follia della Shoah.

    Registrata all’anagrafe del comune di Rovigo, dove vi nacque da genitori ebrei, della Consigli si sa solo che abitava a Rovigo, quando vi venne arrestata il 29 ottobre 1944 insieme, in tutto, ad altri 39 ebrei, di cui 35 rifugiati in Polesine e solo 4 rodigini. Dalle carceri di Rovigo i detenuti furono trasferiti nel campo di Fossoli e poi deportati nei lager nazisti.

    Dopo l’arresto, si perdono le tracce di Clelia. Forse fu detenuta a Bolzano o forse non lasciò mai Rovigo: un mistero circonda la sua morte, che avvenne in luogo e data ignoti.

    Con lei il comune di Rovigo dedicandole una strada, insieme all’altra dedicata a Luigia Modena Colorni, ha inteso rendere un doveroso tributo alle vittime dell’Olocausto del nostro territorio e di tutta Europa.

    (Continua…)

  • La grande tela di Giuseppe Angeli

    La grande tela di Giuseppe Angeli

    E’ ritornata a Chioggia, dopo sessantasei anni, una pregevole tela di Giuseppe Angeli. Si tratta di una grande pala d’altare (cm 374 x 195) dipinta nel 1760 per la chiesa bassopolesana di Gnocca. I patrizi veneziani Soranzo, proprietari del fondo, nel 1737 vi avevano costruito la chiesa, che vollero abbellire anche di suppellettili e di un grande dipinto. Per via di successione ereditaria il fondo agricolo passò nel Novecento alla famiglia Arcangeli di Venezia. Questa, incalzata dal parroco del luogo che ravvisava la necessità di un restauro alla tela dell’altar maggiore, ottenuto dalla Soprintendenza il consenso al restauro – che si sarebbe dovuto eseguire a Padova – nel giugno 1950 portò la tela a Venezia, non al restauro.

    In seguito alla serie di alluvioni che si abbatterono sul Polesine negli anni successivi (1951-66), se ne persero le tracce (gravavano ben altri problemi nel Delta!).

    Frattanto, mentre più nessuno nell’area della foce del Po – e più in generale nella Diocesi di Chioggia – pensava alla pregevole pala d’altare, questa, per via d’eredità giungeva a Roma presso la famiglia Salce.

    Il ritrovamento a Roma, dopo sessant’anni dalla sua partenza da Gnocca, fu del tutto fortuito. Ecco come andarono i fatti.

    Un ritrovamento fortuito

    A fine aprile 2009 la Curia di Chioggia viene informata dal Nucleo Carabinieri per la Tutela del Patrimonio di Venezia che a Roma è stata posta all’asta per fine maggio dalla casa Finarte una pala d’altare (viene allegata la relativa foto) proveniente da Gnocca. La richiesta è se Gnocca sia nella diocesi di Chioggia e, in caso, se si possa dimostrare che il dipinto proviene da quella chiesa parrocchiale. Dopo una rapida ricerca d’archivio nelle carte della Curia e nell’archivio parrocchiale di Oca (dov’era confluito il materiale archivistico dopo l’abbattimento della chiesa di Gnocca, irreparabilmente danneggiata dalle alluvioni), l’Ufficio Diocesano Beni Culturali prende contatto con alcune persone del territorio comunale di Porto Tolle e nel giro di qualche settimana può documentare l’antica pertinenza della tela alla chiesa di Gnocca.

    A questo punto interviene la Procura che, prima della scadenza di fine maggio, blocca l’asta del quadro. A dicembre si celebra a Roma il processo, che si conclude senza una sentenza di fatto: occorre una riflessione ulteriore per accertare, in base al Diritto Canonico, di chi siano i beni artistici esposti alla pubblica venerazione nelle chiese.

    A febbraio 2010 il tribunale di Roma comunica alla Diocesi che non si riconosce dolo negli attuali detentori della tela (famiglia Salce) e che il processo viene commutato da penale in civile. Frattanto dopo qualche mese muore l’affidatario della tela, l’anziano sig. Salce. E il vescovo di Chioggia mons. Adriano Tessarollo decide di rinunciare alle vie legali per andare a trattative dirette con gli eredi Salce.

    Nel giro di cinque anni la diocesi di Chioggia dialoga con gli eredi; crea un’intesa di fiducia tra le parti; promuove un’ispezione per accertare la situazione della tela dopo il recente restauro. Poi, con l’assistenza delle Soprintendenze di Roma e di Venezia, si arriva alla transazione tra la Diocesi di Chioggia e gli eredi Salce.

    Passati i sessanta giorni previsti dalla normativa per assicurare il diritto di prelazione dello Stato sull’opera d’arte, il Ministero ai Beni Culturali autorizza lo spostamento della tela, che – operato il saldo – viene riportata a Chioggia, intelaiata e collocata nel Cuore del Museo diocesano come documento della vita di fede della gente polesana.

    Testimonianza di fede della gente del Delta

    La composizione spiraliforme del dipinto mostra infatti – in basso – una scena di pescatori. Nelle zone vallive del Polesine effettivamente si viveva di pesca e di riso. Le figure dei due santi (l’apostolo Andrea, protettore dei pescatori e patrono della chiesa di Gnocca, e il contemplativo Giovanni evangelista) intercedono presso la Vergine e il Bambino, perché allontanino dal territorio i pericoli sempre in agguato: umidità e malaria, esondazioni e alluvioni. E il Bambino con mano imperiosa sembra esorcizzare le forze del male, mentre gli angioletti che aleggiano sopra la Vergine inneggiano alla vita.

    Il valore apotropaico della scena è più che evidente. Ma la tela si accredita anche come testimonianza della devozione popolare ai santi. Si sa che nei casi di piena dei fiumi (la chiesa di Gnocca prospettava su un ramo del Po) i fedeli chiedevano di portare processionalmente la statua del santo titolare sull’argine del fiume, fino a toccare con la base dell’apparato processionale l’acqua minacciosa. Il sacro a difesa del territorio: è una percezione arcaica legata alle iconografie devozionali e a certe manifestazioni di religiosità popolare.

    Dunque l’odissea della tela è andata a lieto fine. La Diocesi di Chioggia si è riappropriata di un’insigne opera d’arte; la storia del Polesine ha ritrovato un ulteriore tassello a riprova della sua religiosità.

  • Dedicato a Benvenuto Tisi

    Dedicato a Benvenuto Tisi

    “Muvig, ovvero quando l’arte è a portata di multimedialità”, è la pregnante definizione del Museo Virtuale del Garofalo: intitolato al pittore Benvenuto Tisi, detto Il Garofalo (1481-1559), uno dei maggiori esponenti del Rinascimento ferrarese e, probabilmente, il più grande artista polesano, a cui la città di Rovigo ha dedicato una via e un busto.

    Il nuovo spazio espositivo, che è sito nella casa natale dell’artista, a Garofolo, frazione di Canaro, è stato inaugurato nel maggio di quest’anno, dopo un laborioso e complicato restauro conservativo dello storico immobile, promosso dal Comune di Canaro. Un autentico evento, confermato da una folla di visitatori e dalla presenza di numerose autorità amministrative e religiose, rappresentanti della cultura e dell’arte, convenute per rendere omaggio al recupero della memoria storica ed artistica di Benvenuto Tisi e, nel contempo, visitare il primo museo virtuale italiano dedicato alla pittura.

    Il Muvig (Museo Virtuale Garofalo) nel suo logo riporta l’immagine stilizzata di un garofano, perché l’artista, sovente, usava firmare le sue opere col disegno del fiore. L’innovativo Museo si basa sull’utilizzo di tecnologie multimediali, di ultima generazione, video e applicazioni dei principali canali di social networking, per un entusiasmante viaggio virtuale nel tempo, all’insegna dell’arte, coinvolgendo in prima persona il fruitore.

    Lo spettatore diventa pertanto protagonista diretto nell’interagire con schermi ad alta definizione e touch screen, grazie ai quali ammirare, proiettate a grandezza, pressoché naturale, le opere dell’artista, esposte nei più prestigiosi musei del mondo, quali il Louvre di Parigi, l’Ermitage di San Pietroburgo, o la National Gallery di Londra, tanto per citarne solo alcuni. Nel Muvig è raccolta, infatti, tutta la produzione pittorica del Tisi, proveniente, in primis, dalla Pinacoteca Nazionale, Museo Archeologico e Palazzo Schifanoia di Ferrara, e poi da Ca’ d’Oro di Venezia e Musei Capitolini di Roma, per non parlare dei musei stranieri, in tutto una quarantina, con cui sono state firmate convenzioni per avere il diritto d’immagine delle opere dell’artista, circa 500 tavole sparse per il mondo.

    Il museo – fermamente voluto da Nicola Garbellini, primo cittadino di Canaro, che è riuscito a realizzare il primitivo disegno del padre, Claudio, ex sindaco del comune, coideatore della galleria, assieme all’ingegner Luciano Zerbinati – è frutto di un innovativo progetto, prodotto da uno studio tecnico di Sestri Levante e dal suo curatore, architetto Davide Olivieri, esperto in museografia applicata alle nuove tecnologie, oltre che del qualificante contributo della Fondazione Cariparo. E’ anche motivo di orgoglio per tutta la comunità canarese e rappresenta una sfida progettuale per il futuro. Infatti, come ha affermato Nicola Garbellini, lo spazio museale si propone non solo come punto nodale delle scuole, per un diverso e stimolante approccio dei giovani con l’arte, ma anche come nuova opzione per i visitatori, all’interno di un circuito culturale che contempla Palazzo Roverella, Villa Badoer e Villa Morosini per uno sviluppo, anche in chiave turistica, del territorio polesano.

    Vera perla dell’allestimento, che si snoda in una decina di sale, ciascuna dedicata ad una fase della vita e della produzione dell’autore, è, infine, la tavola originale “Orazione nell’orto”, concessa in prestito permanente da una collezione privata, e collocata, in posizione distinta, alla fine del percorso artistico, al piano superiore. E’ questa una magnifica opera a soggetto sacro, tra le tante realizzate dall’ artista, molto celebrato, nella sua epoca, tanto da essere definito “Il Raffaello estense”.

    Il Muvig di Garofolo, sicuramente da visitare, è aperto al pubblico il sabato e la domenica, oppure su prenotazione, telefonando a Cedi Turismo & Cultura 0425.21530.

  • La Madonna di Giovanni Bellini

    La Madonna di Giovanni Bellini

    Il 500° anniversario della morte di Giovanni Bellini (1433-1516), uno tra i più insigni pittori del nostro Rinascimento, ci induce ad una visita particolare a quella che ormai è da tutti identificata come la Pinacoteca di Rovigo, costituita dalla vasta collezione di quadri della Pinacoteca dell’Accademia dei Concordi e del Seminario Vescovile. Un’importante opera del Bellini, infatti, dal 2006 (altro anniversario da sottolineare) è custodita nella prestigiosa sede di Palazzo Roverella, vanto della nostra città anche per le sue mostre temporanee. Da 10 anni, infatti, questo palazzo della fine del ‘400 continua ad attirare migliaia di visitatori i quali, al termine del percorso, hanno la possibilità di attraversare le sale in cui sono esposti i più prestigiosi dipinti della nostra collezione permanente.

    E, tra questi, spicca sicuramente la “Madonna col Bambino” di Giovanni Bellini, pregevolissima tempera su tavola pervenuta grazie al lascito Casilini (vedasi “La pinacoteca di Rovigo” in Ventaglio n. 53, pag. 46 e successive), alla quale – in occasione del V centenario della morte del grande pittore veneto – dedichiamo la nostra attenzione.

    Giovanni Bellini (1433-1516), noto anche col nome di Giambellino, è considerato l'iniziatore del Rinascimento a Venezia ed è stato uno dei pittori più noti del Rinascimento italiano. La pittura veneziana con lui ebbe un fondamentale punto di riferimento, e grazie a lui fu traghettata dalla tradizione bizantina alla più moderna maniera di Mantegna, Piero della Francesca, Antonello da Messina, Durer e Giorgione.

    Nato in una famiglia di pittori (il padre Jacopo e il fratello Gentile furono tra i più importanti artisti della Venezia quattrocentesca), Giovanni riuscì presto a slegarsi dagli schemi tardogotici, entro cui si era formato, per abbracciare dapprima l'arte del cognato Andrea Mantegna, poi quella di Piero della Francesca e ancora quella di Antonello da Messina, che rese la sua arte più luminosa e più morbida: pronta, insomma, per aprire la strada alla pittura tonale, tipicamente veneta, che avrebbe trovato in Giorgione il suo massimo interprete (e anche con il pittore di Castelfranco ci furono influenze vicendevoli).

    In questo dipinto, conservato presso la Pinacoteca rodigina, la Vergine Maria, coperta da un mantello rosso, ha in braccio il Bambino Gesù, vestito con una tunichetta. Entrambe le figure emergono da un cielo azzurro, chiaro e trasparente. Davanti ad esse, un parapetto marmoreo crea un altro piano prospettico e va a collegare idealmente il dipinto con lo spazio di chi osserva; al centro di questa lastra è in evidenza un cartiglio con la firma del grande maestro.

    La Vergine sostiene, anzi contiene il Bambino, ne avvolge il corpicino tra le sue grandi mani, guardandolo con tenerezza. Gesù risponde al suo sguardo con affetto ma anche con occhi che interrogano la Madre, come se chiedesse quale sarà la sua sorte. Egli appoggia un piedino sul parapetto marmoreo, quasi ad oltrepassare il limite del quadro e voler raggiungere l’osservatore.

    La precisione del disegno, la consistenza plastica delle figure si stemperano grazie all’uso della luce e dei delicati, ma incisivi, effetti cromatici. Bellini, genio del Rinascimento mantiene, del Mantegna, le figure semplici dai contorni marcati: i capelli del Bambino sono descritti con rigore e precisione. La composizione del dipinto è semplice e solida, priva di elementi decorativi, per questo i risvolti simbolici emergono e risaltano: il mantello rosso di Maria, simbolo di passione, preannuncia la Passione di Cristo Redentore; il parapetto marmoreo ci porta direttamente all’idea della tomba quindi della morte di Gesù che sacrifica se stesso per l’uomo.

    L’originalità del Bellini risplende grazie alla capacità di far trasparire, dai suoi soggetti sacri, emozioni umane, suscitando un sentimento di devozione più diretta, intima e profonda. In questo dipinto l’artista è protagonista e fautore delle grandi novità dell’Umanesimo e del Rinascimento, soprattutto in terra veneta. All’interno di un impianto compositivo tradizionale lo stile infatti è nuovo. Giovanni Bellini ha umanizzato la figura di Maria che in quest’opera è prima di tutto una madre come tutte le madri, è La Madre dell’Umanità intera, tanto da essere rappresentata in un atteggiamento di grande tenerezza e insieme di apprensione per le sorti, già segnate, del Figlio. In questa figura femminile e divina ogni madre si riconosce e si identifica. Il rosso del mantello che copre Maria è certo simbolo di dolore, ma anche di amore.

    Lo spazio indefinito dal quale emergono le due figure è uno spazio senza tempo, la Madre ed il Figlio sono dunque archetipi e come tali immortali, ma nello stesso tempo autenticamente, misteriosamente umani.

    La bellezza e l’armonia del dipinto da sempre hanno suscitato l’ammirazione di quanti ad esso si accostano o si sono accostati, tanto da aver acceso l’interesse perfino agli antipodi dell’Italia, nelle Isole Cook, dove fu scelto come immagine per un francobollo divenuto ormai oggetto di collezione.

  • Ama la tua città, versione 2.0

    Ama la tua città, versione 2.0

    E’ stata una dichiarazione d’amore inaspettata ed in piena regola, quella che l’amministrazione comunale, ha fatto alla città di Lendinara. Una piacevole sorpresa, come quelle che si fanno tra innamorati, che è arrivata nel giorno simbolo dell’amore: quello di San Valentino.

    Ebbene, il Comune di Lendinara e la Pro loco, insieme alla collaborazione del negozio lendinarese “Non solo palloncini” di Maria Pavan, hanno infatti deciso di decorare con colorati palloncini a forma di cuore, i ponti cittadini del centro storico e delle frazioni.

    Un modo per richiamare l’attenzione dei lendinaresi e di quanti vivono quotidianamente la città, invitandoli ad amarla e rispettarla. Esattamente come fosse la propria amata o il proprio amato, con cui condividere il resto della vita.

    All’iniziativa si è legata l’esortazione, con un pizzico di provocazione, divenuta il faro della progettualità 2017 dell’amministrazione comunale, “Ama la tua città”, versione 2.0 di “Lendinara Città ospitale” che ha caratterizzato il 2016.

    Un cambio di passo importante, questo, secondo il sindaco Luigi Viaro che, insieme alla sua amministrazione, sta puntando molto sul piano della promozione del territorio.

    “Deve passare il concetto che la città è di tutti, anche tua” spiega il primo cittadino.

    “Il sindaco può sistemare le strade, l’illuminazione pubblica ed il decoro, ma alla fine crea un contenitore che, se il cittadino non lo vive, è vuoto, smorto, senza vitalità. La città vissuta con un ruolo di cittadini attivi è, invece, un passaggio culturale fondamentale se vogliamo promuovere la nostra città”.

    Questa la parola chiave, promozione. A cominciare dal recupero e dalla valorizzazione del volto più culturale della città. I cantieri avviati in questi mesi e quelli che sono ai blocchi di partenza per la progettazione già quest’anno, con avvio dei lavori nel 2018, ne sono la prova, come sottolinea il sindaco mettendo in fila i principali interventi.

    Dal restauro e consolidamento della chiesetta di San Rocco, importante sacrario della prima guerra mondiale che sarà riaperto alla cittadinanza, al recupero delle due passerelle sull’Adigetto, in pieno centro storico, riconosciute a marzo 2014 dalla Soprintendenza di interesse culturale, in quanto “pregevole testimonianza delle opere di rinnovamento urbano eseguite tra il 1924 e il 1940 nel centro storico di Lendinara”. Dopo il recupero dell’ex pescheria, si punta anche al restauro dell’ex mercato coperto in piazza Vittorio Veneto, grazie ai finanziamenti del Gal Adige finalizzati a questo intervento.

    Per l’amministrazione comunale a far rima con promozione non ci sono solo le opere pubbliche, ma anche gli eventi. “Stiamo lavorando per creare sempre più un calendario unico degli appuntamenti e delle manifestazioni, attraverso i quali promuovere la nostra città tra i lendinaresi e all’esterno” ricorda l’assessore alle attività promozionali Francesca Zeggio. E aggiunge “Il Comune ricopre un ruolo di regia generale, creando la cornice ideale in cui tutte le realtà locali possono essere protagoniste e all’interno della quale si innesta anche la partecipazione dell’ente a tutte le campagne promosse dal Mibact, Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, per riscoprire i mille volti culturali della nostra città”.

  • Bandiera gialla

    Bandiera gialla

    Certamente i più giovani non ricorderanno chi era Gianni Pettenati, ma non pochi di loro sapranno cantare la canzone che nel 1967 lo rese famoso: Bandiera gialla. Fu allora un vero e proprio fenomeno di massa nel mondo dello spettacolo: era il titolo di una celebre trasmissione radiofonica e divenne il marchio del famoso “Piper” di Roma, il locale che lanciò la carriera di Patty Pravo.

    Ebbene anche a Rovigo esiste una realtà che ha, come marchio, una Bandiera Gialla. Non è una nuova versione della canzone, non è una frequentata pista da ballo o una discoteca. E’ una associazione che accomuna numerose persone dalle differenti caratteristiche ed età, con l’obiettivo di divertirsi e dare vita ad importanti forme di solidarietà. Ultima, tra le riuscite iniziative che hanno riscosso consistente successo puntando sul binomio musica-solidarietà, l’omaggio a Zucchero Fornaciari che ha avuto luogo presso il Teatro Sociale di Rovigo lo scorso 29 Aprile, con l’esibizione del gruppo O.I.&B. & FRIENDS in Concerto.

    Ma andiamo con ordine per capire la genesi e lo sviluppo dell’apprezzata iniziativa.

    I Ruggenti Sessanta

    La scintilla, che diede origine a tutto, la innescò Davide Sergio Rossi. Davide, per varie ragioni, è personaggio assai noto a Rovigo: per venti anni ha lavorato presso la Cassa di Risparmio ed è andato in pensione nel 2009; negli anni ‘70 ha militato con successo tra le fila del Calcio Rovigo nel ruolo di libero e, oltre a ciò, ha promosso varie altre iniziative.

    Nel 1998 Davide e i suoi amici si incontravano, nel tempo libero, nei capannoni dell’azienda agricola Galiazzo per fare musica, danzare e intonare “Bandiera gialla” e le canzoni di Lucio Battisti. Fu lì che nacque l’idea di dare continuità alla loro passione, cosicchè videro la luce i “Ruggenti Sessanta”.

    Attraverso il passaparola, contatti vari, conoscenze personali il ristretto gruppo di amici in breve tempo crebbe come un’ondata di piena, coinvolgendo centinaia di persone di ogni età desiderose di ascoltare buona musica degli anni ‘60 e ‘70, ballabile e di qualità. Ma dalla musica e dal ballo si è poi passati a forme di solidarietà.

    “La musica si ascolta, – sottolinea Davide Rossi – se poi si ascolta insieme e coinvolge tutti fino al ballo, allora da lì il passo è breve fino a portare all’ascolto di un amico o degli altri, di coloro che magari vivono situazioni di disagio e sofferenza”.

    Fu così che i Ruggenti Sessanta iniziarono a rivolgere il loro interesse non solo verso la musica ma anche verso altri ambiti: sport, viaggi, cultura e solidarietà. Ma nemmeno le cose belle sono eterne, lo sappiamo tutti, e fu così, nel 2008, i Ruggenti Sessanta chiusero i battenti. Diversi, e sempre i soliti, i motivi: problemi familiari, di lavoro, di tempo, di organizzazione e, purtroppo, talvolta anche di salute.

    Alcuni anni sono trascorsi da allora e molte cose sono cambiate, ma lo spirito che aveva dato vita ai Ruggenti Sessanta non è ancora morto. E dalle ceneri mai spente di quegli splendidi anni è nata Bandiera Gialla.

    Bandiera Gialla Onlus

    Ancora una volta è stato il vulcanico Davide ad avere l’idea giusta, dopo avere occasionalmente parlato con Alessandro Frigato, un giovane ingegnere di Rovigo (ora presidente di Bandiera Gialla), che gli aveva accennato alla vergogna degli sprechi alimentari: centinaia di quintali di alimenti che ditte, aziende e mercati dovevano mandare al macero per non incorrere in provvedimenti di legge che ne limitano le quantità consentite per la vendita.

    Ecco dunque nascere, nell’Aprile 2016, l’Associazione Onlus Bandiera Gialla, diretta continuazione dei mitici Ruggenti Sessanta con gli stessi scopi: aiutare e provvedere alle famiglie in difficoltà non solo di Rovigo ma anche in Africa, attraverso il divertimento e la passione di amici e persone dotate di altruismo e buona volontà, organizzando eventi musicali e serate mirate a tema (grazie soprattutto all’esperienza nel campo dello spettacolo accumulata da Davide Rossi ai tempi dei Ruggenti Sessanta).

    L’attività principale di Bandiera Gialla Rovigo è iniziata a Maggio 2016. Ogni venerdì mattina alcuni soci, a turno, partono, con un furgone generosamente offerto dalla ditta Galiazzo SRL di Rovigo (proprio la stessa dove vide la luce il primo nucleo storico di amici fondatori dei Ruggenti Sessanta), alla volta del Mercato Ortofrutticolo di Lusia dove, presso gli stands degli operatori del mercato, vengono recuperate le verdure in buono stato che altrimenti verrebbero avviate al macero.

    Al ritorno in città, quanto recuperato viene scaricato presso la sede operativa di Bandiera Gialla (un ampio locale alla base del parcheggio multipiano avuto in gestione per tre anni dall’AMS SET di Rovigo), dove nel pomeriggio dello stesso giorno un altro gruppo di soci provvede a distribuire il tutto alle Associazioni di Volontariato già presenti sul territorio da molti anni.

    Le Associazioni, nei giorni successivi, si incaricano della distribuzione alle famiglie in difficoltà in città e nelle zone limitrofe. Vengono così raggiunte oltre trecento famiglie.

    Bandiera Gialla collabora con successo soprattutto con i Frati Cappuccini di Rovigo, l’Associazione San Vincenzo in città e frazioni, Casa di Abraham di Borsea, Croce Rossa, Scuole materne di Rovigo, Casa Diamante, Anvas di Polesella e numerose altre associazioni con cui sono stati recentemente avviati accordi.

    L’associazione ha sempre più necessità di allargare la base dei propri iscritti e operatori. I prossimi obiettivi infatti sono quelli di andare a recuperare beni in eccedenza nel settore alimentare, come il pane, e nel settore farmaceutico, come i medicinali parzialmente usati ma non scaduti (con la collaborazione del Settore Farmaceutico della Ulss rodigina).

    A questo punto non resta che chiudere questa ampia carrellata sulla storia dell’associazione rodigina Bandiera Gialla e degli uomini e donne che la animano, ricordando le parole della canzone di Gianni Pettenati, che Davide Rossi intona sul palco al termine delle divertenti e benefiche serate:

    Sì, questa sera è festa grande<br>noi scendiamo in pista subito,<br>ti terremo tra di noi e ballerai<br>finchè vedrai sventolar bandiera gialla<br>e saprai che qui si balla.<br>Siamo noi, siamo noi bandiera gialla…

  • I quarant’anni di Athesis

    I quarant’anni di Athesis

    Giunta alla sua quarantesima primavera, l’Associazione Culturale Athesis evoca le tappe importanti del suo percorso con foto che testimoniano momenti speciali e ricordano le persone che, a diverso titolo, vi hanno fatto parte.

    Dal 1977, anno di nascita, ad oggi, sono innumerevoli i membri che si sono avvicendati al suo interno e moltissime le attività svolte con finalità primaria la valorizzazione della fotografia sia come documento che come forma d’arte.

    L’obiettivo, che ha animato il suo presidente, i collaboratori e quanti si sono avvicinati al gruppo, è sicuramente stato raggiunto. Lo testimoniano le qualificanti iniziative attuate e gli importanti eventi organizzati nel corso dei quarant’anni di ininterrotto lavoro, sempre aperto al territorio locale, regionale, nazionale ed in alcuni casi perfino internazionale.

    Il lontano ’77 vede sbocciare – in un periodo storico importante ed in qualche modo irripetibile – l’interesse per la fotografia che coinvolge un gruppo di ragazzi cresciuti alla scuola del compianto maestro Livio Ferrari. A lezione da nomi di rilievo come Mario Lasalandra e Giorgio Rigon, i giovani fondatori si procurano basi sicure sull’uso dello strumento fotografico; poi la passione che li anima farà il resto… Boara Pisani diviene la loro “patria” e la Biblioteca, condotta dal maestro Ferrari, il loro luogo di riferimento. Proprio qui nasce e si sviluppa il continuo confronto di idee e di esperienze che ha costituito il motore e nel contempo il collante di un’attività destinata a durare così a lungo.

    Graziano Zanin è sicuramente il membro che ha saputo sostenere con intramontabile caparbietà la vita dell’Associazione, traghettandola, anche in momenti difficili, fino all’attuale formazione. Sono stati i valori, legati al territorio e ai suoi aspetti, ad animare le iniziative dalle quali sono nate mostre e concorsi organizzati in quarant’anni di vita.

    Allora mi piace pensare all’azzeccato nome del gruppo, che riporta al fiume Adige, vena d’acqua, preziosa fonte vitale che scorre perenne bagnando Boara e regalandole una miriade di aspetti naturali ed umani, dei quali si è nutrita fin dall’antichità la storia del paese.

    Le foto – scattate a centinaia nel corso degli anni – evidenziano il mutare delle stagioni, i volti di persone che ora non ci sono più, gli eventi felici e dolorosi che hanno animato e coinvolto la comunità e costituiscono il fiore all’occhiello dell’Associazione Athesis.

    Accanto a questa peculiarità, da sottolineare la seria e costante valorizzazione della parlata regionale effettuata attraverso l’organizzazione del Concorso “IN DIAETO VENETO”, che ha richiamato a Boara, in diversi anni, partecipanti da varie località del triveneto ed anche dall’estero, coinvolgendo altresì le Scuole del territorio in piacevoli chermesse poetiche.

    A compendio della fotografia, l’Athesis ha promosso in modo capillare anche la pittura, organizzando concorsi che hanno trovato, nella sede di Stanghella, una stupenda cornice espositiva nelle stanze del Museum dove è collocata la Pinacoteca Favaro. Decine i pittori che hanno iniziato in seno all’Associazione la loro carriera artistica e che ora sono affermati ed espongono con successo le loro opere in mostre anche internazionali.

    In questo breve excursus non si sono voluti elencare luoghi, persone, eventi perché diventerebbe una lunga lista nominale, preferendo lasciare libero spazio ai piacevoli ricordi di un cammino costellato di aspetti culturali ed umani che i diversi membri hanno sicuramente nella più intima custodia del cuore.

    Le foto che qui sono pubblicate mostrano anche l’inesorabile scorrere del tempo che tutto elabora lasciando i suoi segni sui volti, sui paesaggi e sugli oggetti… E proprio per essere assolutamente fedeli al valore della fotografia, come insostituibile ausilio storico, è nato il “Museo Veneto della fotografia” con sede a Boara Pisani (piazza Athesia) di cui parleremo nel prossimo numero della rivista che gentilmente ci ospita.

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