Marina 70 è il nome attuale del luogo in cui, il 4 novembre 1966, una violenta mareggiata aprì una falla nell’argine perimetrale della Sacca di Scardovari, allagando quasi interamente l’isola della Donzella nel comune di Porto Tolle. Il vasto territorio rimase sommerso dall’acqua salata fino al successivo 2 marzo quando, completato il prosciugamento delle località alluvionate, fu dato l’ordine di cessare l’attività di pompaggio.
Il complesso intervento di ripristino era iniziato nell’area in cui era franato l’argine, procedendo innanzitutto con la costruzione di una coronella di sassi dal lato del mare e il successivo ripristino delle difese. Fu poi riempito di sabbia lo spazio tra le due arginature. Questi lavori, determinanti per la chiusura della rotta, terminarono il 18 dicembre, mostrando uno scenario inedito della località: una sorta di ampia balconata sul golfo marino rappresentato dalla Sacca di Scardovari.
Il posto diventò ben presto meta privilegiata per gli amanti del mare e per i bagnanti provenienti dai vicini centri abitati, attratti dallo straordinario panorama e dalla sabbia finissima e pulita del terrapieno.
Fu l’allora comandante dei vigili urbani di Porto Tolle, Pierluigi Rigolin, che, appena qualche anno dopo la tragica rotta, nel 1970, intuì le potenzialità turistiche del sito: vi collocò un container, realizzando così un punto di ristoro diurno con panini, bibite, granatine. Nell’attività di accoglienza e ristoro era coadiuvato dal giovane Claudio Pavanati (ora presidente della Pro Loco di Porto Tolle) e dal fratello di quest’ultimo. L’iniziativa incontrò il favore del pubblico e negli anni successivi, grazie all’energia fornita da un gruppo elettrogeno, si cominciò anche ad organizzare qualche serata con musica. La località divenne ben presto molto frequentata, specialmente perché rappresentava una novità per quei tempi: vi si esibivano complessini locali, a volte improvvisati, oppure “il Rosso” con la sua fisarmonica.
Alla metà degli anni Settanta, nell’attività di ristorazione subentra Pietro Tessarin, che costruisce una struttura in canna e pianta degli alberi per creare una zona d’ombra. Fu però a partire dal 1978, con Eugenio Berto Boscolo "Morosini" che nasce a “Marina 70”, un vero e proprio ristorante.
Gli inizi non furono facili, soprattutto per alcune difficoltà burocratiche, ma una intelligente gestione, da parte della famiglia Boscolo, ne ha via via accresciuto il prestigio, facendolo diventare il locale di Marina 70 uno dei più noti del Polesine. Nel corso degli anni il capanno e i locali con struttura portante in metallo rivestita di legno che lo sostituirono, sono stati più volte modificati e ristrutturati, fino all’ultima trasformazione del 1990, con la realizzazione di un edificio accogliente e suggestivo, grazie anche all’esclusiva ubicazione, che offre una visione unica della Sacca di Scardovari. Lo si raggiunge percorrendo la strada panoramica che circonda la Sacca, ma ci si può arrivare in barca: infatti, un pontile d’attracco per natanti permette di accedere direttamente al prato antistante.
Tuttora il ristorate “Marina 70” rappresenta un fiore all’occhiello del Delta e va pertanto riconosciuta la lungimiranza dei promotori dell’importante iniziativa, sottolineando come Berto Boscolo "Morosini", insieme al fratello Felice Marino, detto "Marinin", sia stato uno dei pionieri del turismo nel Delta polesano.
Prima di avviare l’attività di Marina 70, Berto Boscolo “Morosini”, conosciuto come "il pescatore poeta", negli anni Sessanta aveva costruito sulla spiaggia dell’isola del Bastimento una grande capanna di legno e canne, che nei mesi estivi diventava la casa sua e della famiglia e nella quale funzionava un bar-ristorante che egli aveva chiamato "Onda marina". È noto anche per aver partecipato nel 1966, ultimo concorrente, alla trasmissione televisiva “La fiera dei sogni”, diretta da Mike Bongiorno con l’obiettivo di acquistare una Jeep per Cesarina Gobbo, la maestrina di Scano Boa diventata missionaria in Africa.
Un busto in bronzo ed una lapide con due versi dalla poesia "Il Delta abbandonato", collocati dalla famiglia, perpetuano la memoria di Berto Boscolo nell’ambiente che fu simbolo della sua vita, mentre un cippo commemorativo, prospiciente la sacca, ricorda il tragico evento del 1966 e mostra come la determinazione e la capacità di persone intraprendenti siano riuscite a trasformare un luogo segnato da una grave calamità naturale in una risorsa turistica.
Ricorre quest’anno il cinquantesimo anniversario dell’alluvione di Porto Tolle, un evento drammatico che è ancora vivo dentro di me perché, in quella occasione, anch’io mi sono reso disponibile per aiutare chi aveva bisogno. Penso di non aver fatto nulla di particolare rispetto alle tantissime persone che, in tanti e diversi modi, si sono impegnate aiutando in quei giorni tutti coloro che hanno dovuto abbandonare il territorio di Porto Tolle invaso dall’acqua. A me è stata data la possibilità di rendermi utile e non mi sono tirato indietro.
Non ho prove né documenti per quello che ho fatto; qualche testimone ormai non c’è più, mi rimane il rammarico di non aver preso nota delle persone che ci furono d’aiuto in quella notte, ma era l’ultima cosa a cui pensare, vista la situazione che stavamo vivendo e mai avrei pensato che un giorno mi sarei trovato a raccontare quegli avvenimenti. Mi sono anche chiesto: chissà se a qualche bambino di allora i genitori avranno raccontato quanto avvenuto quel sabato 5 novembre 1966, quando hanno lasciato partire i loro figli.
Allora abitavo a Contarina (oggi Porto Viro) e il 4 novembre – Festa delle Forze Armate – quell’anno cadeva di venerdì. Nel tardo pomeriggio si sparse la voce che il territorio del comune di Porto Tolle stava andando sotto acqua a seguito della rottura di un argine a mare. Le notizie erano confuse, non si sapeva esattamente cosa stesse accadendo, ma già si parlava di sfollati che dovevano giungere e bisognava predisporre l’accoglienza.
Avevo 19 anni e facevo parte del gruppo boy scouts e così, con un veloce passa parola, ci radunammo in diversi giovani presso il Centro Sociale di Via Marconi, dove ci si stava organizzando per ospitare gli sfollati. Ci venne dato il compito di rimuovere le poltroncine di legno del teatro, che vennero poi accatastate sul palcoscenico. Furono frattanto montate le brande tipo militare, costituite da un’intelaiatura pieghevole in ferro con anelli ai quali si agganciava un telo, che vennero poi allineate sino ad occupare tutta la sala. Il lavoro andò avanti sino a notte inoltrata.
Il sabato 5 novembre il Centro Sociale era già occupato da numerosi sfollati ed era anche il luogo di passaggio per chi poi riusciva a trovare una diversa sistemazione presso parenti, amici od altre strutture. Si cercava di aiutare chi arrivava praticamente senza nulla, con lo sguardo smarrito, preoccupato, triste, con gli occhi pieni di lacrime. Erano soprattutto donne, bambini ed anziani. Immagini che mi sono rimaste nella mente e nel cuore e mi facevano ricordare quanto raccontato dai miei genitori sull’alluvione del ’51, quando anche noi dovemmo abbandonare Contarina e anche la nostra casa crollò.
Nella mattinata di quel sabato, il Vescovo Mons. Piasentini, presente presso il Centro Sociale, chiese al parroco don Umberto Pavan di cercare due persone di fiducia che fossero disponibili ad accompagnare degli sfollati nel bellunese, presso la colonia Stella Maris della Diocesi di Chioggia, che si trovava in località Pedavana nei pressi di Feltre. Don Umberto chiese a me e a Bruna Pozzati, una mia coetanea, la disponibilità che offr immo subito senza pensarci più di tanto.
Nel primo pomeriggio, con una corriera giunta da Chioggia, messa a disposizione dalla ditta Ferlin (guidata da un autista, che conoscevo perché originario di Lendinara, il paese natale di mio padre) ci recammo in località Tolle per caricare sul pullman le persone che ci attendevano. Arrivati sul luogo scoprimmo trattarsi di bambini. Dire oggi con esattezza quanti fossero mi è un po’ difficile ma, considerato che il pullman era pieno, penso che non fossero meno di quaranta, oltre a due suore. Dopo i pianti e gli abbracci dei piccoli che non volevano separarsi dai genitori, ritornammo a Contarina per ricevere le ultime disposizioni e la benedizione del Vescovo. Dopo di che partimmo.
Erano le 16,00 circa, già iniziava a fare buio anche a causa del brutto tempo, ed ebbe così inizio un viaggio che durò molte più ore di quanto preventivato. Lungo la strada infatti, a causa del mal tempo diffuso, ostacoli e deviazioni, impensabili alla partenza, resero il viaggio veramente difficile. Ricordiamo tutti che in quei giorni l’Italia intera era stata colpita da violenti nubifragi. Pensiamo a Firenze, città emblema della catastrofe e anche il Veneto non era stato risparmiato dagli eventi: l’eccezionale acqua alta a Venezia, lo straripamento di vari fiumi, tra i quali il Bacchiglione e il Brenta che interessarono vaste aree della provincia di Padova, proprio quelle zone che noi dovevamo attraversare per raggiungere Feltre.
Descrivere pertanto con esattezza, dopo 50 anni, il percorso fatto sotto la pioggia battente e al buio mi è veramente difficile. Sembrava che tutto si rivoltasse contro di noi: strade interrotte, ponti non transitabili. Fare manovra poi con una corriera in quelle condizioni era veramente arduo, anche se l’autista, molto esperto, sapeva cavarsela egregiamente. Procedevamo a rilento cercando la strada migliore, aiutati da una segnaletica approssimativa realizzata al momento a causa delle varie interruzioni. Incontravamo pattuglie di polizia e carabinieri che ci indicavano i percorsi modificati e sembravano dirci: ma dove volete andare con questa situazione e con questo tempo.
Mentre io cercavo di essere utile all’autista guardando la segnaletica, scendendo dalla corriera per aiutarlo nelle manovre, Bruna aiutava le suore ad accudire ai bambini. C’era chi piangeva, chi voleva i genitori, chi vomitava, chi aveva fame e, per fortuna, qualcuno già dormiva. Eravamo proprio nella bufera in tutti i sensi, ma a nessuno è mai venuto in mente di tornare indietro, bisognava arrivare a destinazione.
Ormai erano le una di notte della domenica 6 novembre quando finalmente arrivammo in prossimità di Feltre. Purtroppo non era finita perché trovammo l’ennesimo ostacolo: un ponte chiuso al transito. Cosa fare? Veramente per un attimo ci siamo sentiti impotenti e smarriti ma non c’era tempo da perdere, bisognava reagire.
Scesi dalla corriera sotto una pioggia gelida. Ero impreparato a quella temperatura, vestito con abiti autunnali, non avevo pensato di portarmi qualche indumento pesante considerato che si andava verso la montagna. Mi guardai attorno, era tutto buio, scorsi in lontananza un’insegna illuminata. Mi avvicinai, era un bar con annessa abitazione e, vista l’ora, non c’erano imposte aperte. Non vidi nessun campanello e allora cominciai a bussare, prima piano, pensando a come avrebbero reagito le persone che vi abitavano, ma poi sempre più forte. Un rumore, uno sbattere di balconi ed una voce a chiedere chi è.
Mi feci forza e urlai a gran voce che avevo bisogno di aiuto. Si aprì la porta e l’intera famiglia era sull’uscio per capire cosa stava succedendo. Vista la mia faccia disperata ed implorante, mi fecero entrare e con poche parole raccontai la situazione. Nel bar c’era il telefono e così mi misi in contatto con la polizia di Feltre chiedendo soccorso. Ringraziai di tutto il cuore e corsi alla corriera per riferire che il viaggio stava terminando.
L’attesa sembrava eterna quando finalmente in lontananza apparvero alcuni fari. I mezzi, che poi vidi essere dei fuoristrada, all’altezza del ponte chiuso, scesero nell’alveo del torrente per poi risalire dal lato dove eravamo noi. Non nascosi la mia esultanza nel vederli.
Valutata la situazione, i poliziotti fecero salire sugli automezzi i bambini più piccoli e le suore, con i loro pochi effetti personali e, riattraversato il greto del torrente, si avviarono verso destinazione. Poi ritornarono per recuperare i bambini più grandi e anch’io andai con loro. Grande fu la soddisfazione nel vedere che l’accoglienza presso la colonia “Stella Maris” era stata attivata e che finalmente il viaggio si era concluso positivamente e senza incidenti, almeno per quelli che ci erano stati affidati.
La polizia mi riportò poi alla corriera e così con Bruna e l’autista, che aveva sempre guidato con grande perizia ed attenzione, riprendemmo il viaggio di ritorno.
Fu certamente un rientro più facile perché non c’era più la tensione dovuta alla presenza dei bambini che ci avevano molto preoccupato ed impegnato nel viaggio di andata con la loro comprensibile agitazione, i vari malesseri e i pianti insistenti. Rientrati a Chioggia e lasciato il pullman al deposito, l’autista ci accompagnò con la sua “cinquecento” a Contarina, dove arrivammo verso le 12.
Al Centro Sociale ferveva l’attività, c’era ancora molto da fare: continuare l’accoglienza, la distribuzione dei pasti, dei capi di vestiario, restare a disposizione per riuscire ad evadere i desideri degli sfollati. Continuai così a prestare il mio servizio, pur essendo in piedi praticamente dal venerdì. Disponibilità che, dopo un meritato riposo, diedi anche nei giorni successivi e che mi permise di entrare in contatto con tanta gente, persone semplici ma piene di dignità, volontari sempre disponibili, funzionari della Prefettura fra i quali ricordo il dott. Ronsisvalle, Olivieri, Cantone, tutti impegnati nel portare aiuto e rendere meno traumatica e difficile la situazione.
Ero soddisfatto perché mi ero reso utile, perché avevo fatto qualcosa di buono ed è un ricordo che porterò sempre dentro di me.
Eroe o non eroe? La domanda posta nel numero 34 del Ventaglio, relativamente alla vita di Giovanni Albieri di Crespino, pescivendolo soprannominato Veneri, il quale al tempo di Napoleone fu giustiziato nella piazzetta del centro rivierasco, viene riproposta per un altro personaggio salito sul patibolo 46 anni dopo, nel vicino paese di Polesella.
Il primo, certamente capro espiatorio dell’insorgenza antinapoleonica, fu decapitato dai Francesi il 14 ottobre 1806, dopo la cattura seguita da un processo sommario nel corso del quale fu ritenuto ispiratore e animatore dell’iniziativa antigovernativa; il secondo, un piccolo imprenditore sui generis, riconosciuto colpevole di vari crimini al patrimonio, di fronte all’inquisitore non intese nascondere o minimizzare il suo operato. Manifestò anzi piena consapevolezza delle proprie azioni illegali, finalizzate però non tanto all’arricchimento personale ma ad attuare una sorta di “giustizia proletaria”, togliendo ai ricchi per distribuire ai poveri. Fu fucilato il 12 ottobre 1852.
Costui, di nome Francesco Tenan, noto col soprannome di Pippone o Pippon, a capo di una banda di seguaci, si era reso responsabile di furti e rapine eclatanti di qua e di là del Po. Sprezzante non solo delle leggi degli Stati, ma anche dei pericoli della natura, più volte nottetempo aveva attraversato il fiume su esili imbarcazioni trainando bovini costretti a pericolose nuotate dopo essere stati, “prelevati” dalle stalle di vari possidenti emiliani, per distribuire poi porzioni di carne ai proletari delle contrade polesane. Azioni queste indicative della tempra del personaggio che con i suoi uomini aveva compiuto imprese banditesche soprattutto nella zona rivierasca del centro Polesine, suscitando non poca apprensione tra i benestanti e, viceversa, grande simpatia tra i meno abbienti.
A lungo ricercato dalla polizia asburgica ed infine catturato, fu riconosciuto colpevole di varie azioni illecite.
Il Robin Hood polesano, di fronte all’inquisitore nominato dall’Austria, mantenne sempre un atteggiamento fiero, spiegando la sua visione della vita e le motivazioni sociali che stavano alla base del suo operato. Non volle negare le imputazioni dei crimini ascrittigli (noti all’inquirente in seguito alle confessioni di alcuni degli uomini della sua banda che, messi alle strette, avevano preferito minimizzare il proprio operato scaricando le responsabilità sul capo), ma non andò mai oltre, sottolineando anzi la propria responsabilità “morale” e la volontà di non farsi delatore: dovere del capo, proprio nei frangenti estremi, è quello di fungere da esempio e non tradire i suoi sottostanti.
Nonostante più volte il giudice istruttore, colpito dalla personalità del personaggio, gli avesse proposto una via di uscita per salvargli la vita – in cambio di un ravvedimento e di una ampia collaborazione – Francesco Tenan detto Pippone, si mantenne sempre ligio ai suoi principi e alla sua “missione”, giungendo ad affrontare a testa alta la sentenza che lo condannava a morte. E, prima di salire sul patibolo, pregò il frate assegnatogli per assisterlo prima del trapasso, di portare un pensiero di ringraziamento a Giuseppe Chimelli, il giudice istruttore del quale aveva apprezzato i reiterati tentativi di salvargli la vita.
Il banditismo
Se il nome di Pippone non è stato del tutto dimenticato, lo dobbiamo proprio a Giuseppe Chimelli, trentino, residente ad Este, nominato giudice istruttore dal Governo del Lombardo Veneto con l’impegnativo incarico di predisporre gli atti per i processi finalizzati a por fine al banditismo dilagante nelle campagne della bassa padovana e del Polesine. Processi in molti casi conclusisi con la fucilazione del reo, eseguita nella piazza del paese di provenienza perché il fatto fungesse da incancellabile esempio.
Il motivo di tanta severità va individuato nella grave situazione di anarchia prodottasi a metà del XIX secolo nelle zone campestri, in balia di bande armate che, oltre a praticare furti in grande stile, nottetempo raggiungevano le fattorie isolate, introducendosi nelle abitazioni dopo aver sfondato con improvvisati arieti le porte di accesso, compiendo rapine ed in vari casi stupri e perfino omicidi. Una situazione che si era aggravata moltissimo a causa di varie circostanze, tutte comunque riconducibili alla situazione di grave indigenza in cui erano venuti a trovarsi molti braccianti¹.
Una carestia aveva infatti caratterizzato le annate agricole del 1847-48. Erano seguite nel ‘48 le insurrezioni di stampo politico sfociate nella prima guerra di Indipendenza, con i conseguenti disagi del territorio caratterizzato da azioni militari.
La successiva vittoria austriaca aveva avuto come conseguenza il disarmo dei cittadini, pena la condanna a morte; un provvedimento questo a cui dovettero sottostare soprattutto i più abbienti, nei confronti dei quali più facile si dimostrava il controllo austriaco.
Meno agevole raggiungere i più diseredati, che vivevano sparsi nelle campagne, spesso senza fissa dimora. Costoro, soliti risolvere le proprie necessità alimentari rubando nelle campagne, si erano fatti più aggressivi dopo il disarmo forzato imposto dall’Austria, che in pratica aveva tolto ai benestanti la possibilità dell’autodifesa. Erano così sorte varie bande armate che terrorizzavano soprattutto i proprietari terrieri, raggiungendo anche alcuni professionisti.
La legge “stataria”
Una situazione divenuta intollerabile, nei cui confronti il governo austriaco decise, nel marzo del 1850, di imporre la “legge stataria”, ovvero un tribunale di guerra con sede ad Este, del quale, come detto, fu nominato giudice istruttore Giuseppe Chimelli. Seguì un’azione di rastrellamento di dimensioni davvero ampie che raggiunse oltre 30.000 persone, delle quali 1.200 furono sottoposte a processo con generalizzate conclusioni di condanna, che per ben 450 imputati si conclusero con la fucilazione nei paesi di origine. Solo 9 furono le assoluzioni².
Ebbene, il giudice Chimelli, tra le migliaia di persone inquisite, mantenne lucido e indelebile in particolare il ricordo di Pippone di Guarda Veneta, tanto che, raggiunta l’età della pensione, dopo 35 anni dai fatti, gli dedicò varie pagine nello scritto in cui ricordava le vicende del grande processo noto col nome “Commissione d’Este”. Un memoriale, questo, pubblicato a Este nel 1887, nato dal desiderio dell’ex giudice istruttore di chiarire il contesto storico in cui fu celebrato il maxi processo e portare alla luce vicende che evidentemente segnarono il suo animo.
Una insolita benevolenza
E’ evidente che, nel descrivere la figura di Francesco Tenan di Guarda Veneta, Chimelli prova sicura simpatia, come si può dedurre dalle osservazioni che gli dedica:
“Era fra i detenuti della Commissione certo Pippone, di un paese alla riva sinistra del Po, che, nipote di un sacerdote, avea da lui ricevuto qualche istruzione, ma questa non essendo stata estesa e perfetta, non gli valse che per diventare un capo d’assassini. Egli era alto e ben formato della persona, regolare e bello in volto, con isguardo assai vivace, penetrante e molto espressivo. Parlava franco e disinvolto e si insinuava nella benevoglienza, nella simpatia di chi l’ascoltava. (…).
Sentendo per lui grande benevolenza mi era proposto di fare il possibile per salvarlo dall’ultimo supplizio, ma io non avrei ciò potuto ottenere senza una estesa di lui confessione, la quale mi avesse dato appoggio a dichiarare che la di lui vita mi era necessaria (…) e perciò me lo feci più volte tradurre innanzi e tentai invano di ottenere un’ampia di lui confessione”.
Aspettativa questa che andò delusa giacché Pippone di fronte all’inquirente manifestò sempre fierezza e mai un sintomo di pentimento o cedimento. Forte era infatti la volontà di differenziarsi dagli altri briganti, sottolineando, di fronte all’inquisitore, le finalità “sociali” perseguite dalla sua banda, le cui azioni erano improntate ad un obiettivo di giustizia: “…Io con la mia compagnia ho sempre colpito soltanto quei vampiri che studiavano di sfruttare tutto per sè, e noi veramente fummo vendicatori delle offese recate all’umanità”³.
Eroe o non eroe, dunque? La domanda, già posta per Giovanni Albieri, detto Veneri, giustiziato a Crespino, trova una risposta ben diversa nel caso di Francesco Tenan, detto Pippone, fucilato a Polesella.
Completamente differente la statura morale dei due: il primo un pescivendolo, probabilmente finito per caso tra il gruppo di quanti parteciparono alla sedizione antifrancese, divenne il capro espiatorio della situazione e del pugno di ferro usato da Napoleone in persona; il secondo, ben consapevole di essere al di fuori della legge, agiva con l’obiettivo preciso di compiere azioni di giustizia sociale.
Pippone il vendicatore
Francesco Tenan detto Pippone, si palesa dunque con i connotati del vendicatore delle turbe oppresse. Una figura davvero particolare che così viene descritta da Elios Andreini nel suo libro “Crimini e Storia tra Adige e Po”⁴:
“Era un bandito con i connotati giusti, forte, coraggioso, rispettato come un dio da tutti, seguaci e non. Per lui, il furto e la rapina servivano soprattutto a dimostrare che la ricchezza è già di per sé un privilegio contro natura e va punita quando diventa alterigia e sopruso contro i poveracci. Non era l’alibi del disperato, ma una chiara scelta politico-ideologica.
Figure simili troviamo a tutte le latitudini e in tutti tempi, mosse da un unico principio: rubare ai ricchi per dare ai poveri. Poco più a sud, in Romagna, negli stessi anni era emersa la leggenda di Stefano Pelloni detto il Passatore, spavaldo ed irridente oltre misura, ma più violento e meno altruista di quanto non si creda.
Al confronto il Nostro era un gigante, per qualità morali ed intellettuali. Non lo diciamo per banale vanità di contrade, ma perché in tale modo viene giudicato dal Giudice Istruttore, il noto Chimelli.
Di lui, una volta catturato, il Giudice stesso aveva scritto che se non avesse scelto la via del brigantaggio sarebbe diventato un grande uomo, glorioso, “e nella memoria dei posteri venerato”!
Il “Migliore” tra i banditi, e il Chimelli n’aveva conosciuti a migliaia! Per le Autorità politiche e militari Pippone era un simbolo da eliminare, viceversa per il suo estimatore andavano tentate tutte le strade pur di salvarlo. Sarebbe bastato che egli avesse fatto qualche nome dei suoi seguaci. E proprio in attesa di questo, la sua prigionia ad Este era stata prolungata.
Nulla da fare, Pippone aveva troppa dignità e principi saldi. Fra l’altro considerava i suoi uomini non dei banditi, ma dei “proseliti”, “vendicatori delle offese fatte all’umanità”. Vampiri, invece, considerava la sue vittime, i derubati delle due sponde, lieti del languore altrui.
Pertanto il 12 ottobre del 1852, un anno dopo, fu portato assieme ad altri, in giorno di mercato a Polesella, centro stradale e fluviale di prima grandezza, passaggio obbligato tra Padova e Ferrara. Con il Tenan, altri due di Guarda (associati casualmente o proseliti?). Il primo si chiamava Michele Graspia detto Pansavo, classe 1805, tre figli, mugnaio di mestiere. Alle spalle molti reati. Il secondo, classe 1806, era vedovo con cinque figli, mugnaio anch’egli, e non aveva grandi precedenti.
Il Tenan era più giovane: aveva solo 36 anni. Non si era mai sposato e risultava “industriante” (qualifica insolita). “Di triste fama” per i Giudici e di molte colpe…
Il Tenan, sapendo che di lì a poco avrebbe lasciato il suo fiume e la sua gente, non ebbe timore e riconobbe il diritto di chi ha solo la forza di uccidere quanti rivendicano, con il nascere, il diritto di disporre di una parte dei beni della terra. Con calma si bendò ed assieme a Pansavo (suo attendente?), offrì il generoso petto alle pallottole, in un silenzio intenso e prolungato, d’affetto, meraviglia e rispetto. Un Radezkj per i suoi e cioè con il massimo di prestigio…”
Malgrado l'euforia saccarifera di inizio secolo si consumi negli anni compresi tra il 1898 e il 1902, la nascita dello stabilimento di Cavanella Po, datata 1905, rappresenta una tappa evolutiva di quell'esuberanza produttiva che caratterizza lo sviluppo di questo settore nel nostro paese fino dagli albori.
L’elemento di continuità che collega la nascita di questa fabbrica allo sviluppo di questo comparto industriale è riconducibile alla figura dell’Avv. Paolo Francesco Bozano – un imprenditore genovese, le cui fortune provengono dal ramo molitorio – che già sul finire dell'800 costituisce, con l'aiuto di capitale straniero, nella fattispecie belga, la società “Zucchereria Nazionale” proprietaria dell’erigendo zuccherificio di Cremona.
Gli ottimi risultati maturati dallo stabilimento cremonese convincono successivamente l'imprenditore genovese a sviluppare le proprie attività lungo queste coordinate, acquistando già nel 1902 lo zuccherificio di Ficarolo dalla Società “La Bellini e Nuvolari” e costituendo nel 1904 l'insegna “Adria”, società per la fabbricazione dello zucchero e dell'alcool dalle barbabietole, che già dall’anno successivo mette in esercizio lo stabilimento di Cavanella Po.
Pertanto la società “Adria”, con sede in Genova, direzione amministrativa a Ferrara e un capitale sociale di L.3.000.000, già dal 1906 può rendicontare i ricavi dello stabilimento di Cavanella composto da una distilleria (attrezzata con forno Porion per l'utilizzo dei residui della distillazione e produzione dei salini potassici), da una raffineria (con una capacità di 300 Q.li giornalieri di raffinato prodotto con macchinario Märky, Bromovski & Schulz), un essiccatoio Büttner per le polpe e uno zuccherificio (con potenzialità giornaliera di 12.000 Q.li di bietole lavorate) i cui scarti della produzione zuccherina costituiscono la materia prima per la produzione di alcool.
Il Primato e i passaggi di proprietà
Considerato per quei tempi come lo stabilimento più grande e potente esistente in Italia, lo zuccherificio di Cavanella Po si avvale delle migliori apparecchiature dell'ingegneria belga e boema, potendo contare su un posizionamento strategico lungo i principali canali di comunicazione poiché il perimetro della fabbrica si sviluppa lungo la sponda sinistra del Po di Venezia e risulta collegata al Canal Bianco da un naviglio.
Nel 1907, in seguito alla crisi finanziaria della principale banca che aveva finanziato la proprietà della fabbrica adriese (la Società Bancaria Italiana), lo stabilimento di Cavanella entra nell'orbita di due delle maggiori società saccarifere del paese: l'Eridania e la Ligure Lombarda. Con il controllo della Holding della famiglia Bozano, la Zucchereria Nazionale (che comprende anche la società “Adria”), le due insegne genovesi si assicurano infatti la gestione dello stabilimento di Cavanella, il quale rimarrà saldamente nelle mani dell'Eridania fino all'inizio degli anni settanta, data della sua chiusura.
Il reale passaggio azionario peraltro si perfeziona tramite la società ferrarese Zuccherificio Gulinelli (in cui hanno grosse partecipazioni azionarie sia l'Eridania che la Ligure Lombarda), che assorbe la società “Zucchereria Nazionale”.
Nel 1911 infatti, nel consiglio d'amministrazione della Zucchereria Nazionale troviamo il Comm. Bruzzone futuro presidente della Società Ligure Lombarda (dal 1923) ma che dal 1914 risulta essere presidente della società Zuccherificio Gulinelli e il Cavaliere Francesco Menada, Direttore Generale della società Eridania dai tempi della fondazione (1899).
La presidenza della Zucchereria Nazionale è affidata invece al Comm. Armando Raggio che insieme al Cavaliere Mazzotti Biancinelli siedono nel Consiglio di amministrazione della società Zuccherificio Gulinelli.
Di questi primi anni d'attività si ricorda comunque un giovanissimo Ilario Montesi (che diventerà ben presto uno dei più importanti imprenditori saccariferi del nostro paese) che già dal 1907, inquadrato come chimico, viene assunto alle dipendenze della società e un poco più che ventenne Leone Levi Bianchini, che dopo il passaggio nello zuccherificio di Cavanella e successivamente come direttore nella raffineria di Cavarzere, continuerà la sua carriera di chimico fino alla direzione degli Stabilimenti della Società Nazionale Chimica di Bussi.
Nel frattempo, nel 1908, la direzione tecnica della fabbrica è affidata al Cav. Ing. Giacchero Antonio, uno dei primissimi tecnici italiani dotato di quelle competenze e conoscenze tecniche che la nostra industria, in quel momento, poteva trovare solo all'estero. Un debito di riconoscenza che peraltro quasi tutte le fabbriche costruite a inizio secolo pagano all'industria tedesca o boema, dove per ragioni pedo-climatiche ed economiche questo settore industriale si era già sviluppato a cavallo della prima metà dell'800 (nel 1860, nell'impero Austro-Ungarico, funzionavano 125 fabbriche di cui 59 nella sola Boemia).
Di questa provenienza risultano peraltro non solo i macchinari per mettere in esercizio la fabbrica ma anche la manodopera tecnica per gestirne lo start up, una maestranza qualificata che non sempre torna al paese di origine.
Queste dinamiche sociali, trovano un riscontro oggettivo per esempio, non solo nella presenza di antroponimi boemi nelle anagrafi dei paesi in cui è costruita la fabbrica, ma anche nel mansionario che determina il ruolo e le funzioni dei lavoratori dello stesso stabilimento.
Un esempio a questo riguardo è il ruolo del Capo Fabbrica, termine probabilmente di derivazione francese (chef de fabrication), chiamato inizialmente Assistente o Aggiunto nelle fabbriche dove la regia tecnica è rispettivamente tedesca o boema.
Tornando alle vicende dello zuccherificio adriese, all'Ing. Giacchero trasferito alla fabbrica di Ostiglia già dal 1910, segue la direzione tecnica dell'Ing. Morando che da lì a poco lascerà la conduzione dello stabilimento all'Ing. Gustavo Wanlin, il direttore che traghetterà la fabbrica adriese durante il primo conflitto bellico.
Alla vigilia delle ostilità, la fabbrica adriese, la cui direzione agricola è affidata invece all' Ing. Chiarotto, lavora giornalmente 16.000 Q.li di bietole per una produzione annua di zucchero di 120.000 Q.li. (nel 1911 la produzione annua era stata di Q.li 75.000).
Sempre di questo periodo è la costruzione della ferrovia, in località Colafonda, che si aggiunge allo scalo esistente di Loreo (sulla Linea Rovigo-Chioggia) e che permette di consuntivare ulteriormente il posizionamento strategico della fabbrica.
Le fortune del paese di Cavanella si consumano intorno alle vicende dello stabilimento, la cui presenza non solo consente lo sviluppo delle infrastrutture territoriali ma contribuisce al benessere della comunità.
Nel 1910, un addetto allo scarico meccanico dello Zuccherificio di Savigliano o di Spinetta Marengo, percepisce un salario medio di L.2,50; la stessa mansione negli zuccherifici di Pontelongo e Cavanella è remunerata con L.8.
Gli anni ‘20 e ‘30
A metà degli anni '20, sotto la guida del Dott. Volpino (in precedenza direttore dello zuccherificio di Massalombarda sempre della Società Gulinelli), la fabbrica è in grado di lavorare giornalmente 15.000 Q.li di bietole per una produzione annua di zucchero di 100.000 Q.li., un dato che sembrerebbe dimostrare una certa difficoltà a raggiungere i target di produttività prebellici.
Sempre secondo questa statistica lo zuccherificio di Cavanella rappresenta, come capacità di lavorazione bietole, la seconda fabbrica tra gli stabilimenti riconducibili al gruppo Eridania (seconda solo allo stabilimento di Mezzano con i suoi 17.000 Q.li giornalieri) e la prima fabbrica come bietole lavorate, primato quest'ultimo mantenuto fino all'inizio degli anni '30 quando gli importanti mutamenti societari (ovvero il passaggio alla nuova insegna “Eridania” Zuccherifici Nazionali nata dalla fusione di Eridania e Ligure Lombarda), coinvolgono anche la fabbrica adriese.
Dal 1932 infatti la fabbrica di Mezzano scalzerà quella di Cavanella da questo primato, confermando il ruolo strategico dello stabilimento ravennate rispetto alle nuove coordinate produttive che l'insegna genovese recepisce all'indomani della fusione.
Da metà degli anni '30 le nuove istanze del regime si polarizzano sull'aumento della coltura a barbabietola per la produzione di alcool dalle melasse, da utilizzare, miscelato con la benzina, come carburante. Una politica che se da un lato permette di finanziare lo sforzo bellico dall'altro obbliga le insegne saccarifere a ridisegnare il ciclo produttivo delle proprie fabbriche e la geografia di alcuni stabilimenti.
Nel 1940, pertanto, in una campagna saccarifera che inizia il 7 Agosto e termina il 30 settembre, la fabbrica adriese lavora a zucchero 873.786 Q.li di bietole e per la produzione di alcool ne lavora 180.500 Q.li, produzione quest'ultima che per lo zuccherificio di Cavanella continuerà fino al 1942.
Tempo di guerra
Nel 1944, solo sette dei ventidue stabilimenti dell'Eridania sono in condizioni di effettuare la campagna, malgrado le rassicurazioni non mantenute del Comando Economico Tedesco su imminenti forniture di carbone, pietra calcare, lubrificanti e mezzi di trasporto, le cui limitate disponibilità rendono oltremodo difficoltosa se non impossibile la lavorazione in molti stabilimenti, in alcuni casi anche oggetto di bombardamenti e quindi costretti ad interrompere l'attività.
A causa di queste difficoltà la campagna inizia a stagione inoltrata (il 17 ottobre per Cavanella) e, per alcune fabbriche, si prolunga anche a cavallo dell'anno successivo (Pontelongo chiude la campagna il 30 gennaio 1945, Cavanella il 28 novembre 1944).
L'8 Aprile 1945, durante le celebrazioni della seconda domenica di Pasqua (domenica in albis), verso le ore 17, trentadue bombardieri “Marauders” della Desert Air Force bombardano lo stabilimento adriese.
Lo zuccherificio di Cavanella, seriamente danneggiato nelle macchine e nei fabbricati non riesce ad effettuare la campagna del 1945.
La fabbrica ritorna purtroppo alle cronache poche settimane dopo per l'uccisione verso la periferia di Adria, da parte di truppe tedesche in ritirata, del geom. Giovanni Rolando dipendente dello stabilimento adriese, caduto insieme a due compagni (un cippo lungo la strada che porta ad Adria ne commemora la scomparsa e una via, Viale Tre Martiri, ne ricorda la barbara esecuzione).
Un altalenante dopoguerra
Uscita gravemente danneggiata dal secondo conflitto bellico, la fabbrica di via Pisacane nel breve volgere di pochi anni torna a regime, potendo contare già dal 1949 su una lavorazione giornaliera di 20.000 Q.li di bietole con conseguente produzione di 2.000 q.li di raffinato.
Negli anni successivi la fabbrica di Cavanella, al contrario di altri stabilimenti del gruppo, non subisce ammodernamenti particolari se non quelli dettati dalla normale obsolescenza dei macchinari.
Nel 1961 la fabbrica di Cavanella lavora con una capacità di 22.000 Q.li (a fronte dei 17.100 Q.li del 1933).
Da questo immobilismo, che sembra anticipare le cassandre della chiusura, già dal settembre 1961 prendono corpo le voci di una potenziale dismissione dello stabilimento adriese, una serrata che potrebbe coinvolgere anche le fabbriche di Rovigo e Badia Polesine; da Roma il governo glissa con le tutt'altro che rassicuranti conferme degli industriali che annunciano la continuità di lavorazione anche per queste fabbriche.
Verso la chiusura
Le nuove coordinate produttive imposte dall' OCM zucchero del ‘67 (in vigore dal 1°Luglio 1968), convincono peraltro la proprietà e il management, ora in mano rispettivamente ad Attilio Monti e al Prof. Giuseppe De Andrè (padre del famoso cantautore) che sarebbe più economico costruire uno zuccherificio ex novo che ammodernare quello di Cavanella.
La costruzione di un nuovo stabilimento, più moderno, a pochi chilometri di distanza, è più precisamente a Porto Viro nel 1973 (ultimo stabilimento costruito da parte dell'insegna genovese e chiuso nel 2006), rappresenterà idealmente quel passaggio di testimone che da lì a breve porterà la società Eridania a chiudere la fabbrica di Cavanella Po.
All’indomani della chiusura, l’intera area su cui insisteva lo stabilimento è stata acquistata da un privato, per costruire degli appartamenti e strutture residenziali con la speranza di un rilancio in chiave turistica che tuttora appare lontano dal concretizzarsi.
Ancora oggi, visitando la piccola frazione di Cavanella, sono visibili le tracce dell'avito presidio industriale, che, come una meridiana, riflettono sul territorio circostante, la malinconica ora del crepuscolo.
L’ex Ospedale Umberto Maddalena, che sorge nel quartiere Commenda Ovest di Rovigo, è un importante complesso architettonico, del quale negli ultimi tempi si sono più volte interessate le cronache cittadine: spesso per segnalare l’abbandono dell’immobile con conseguenti occupazioni abusive, ma recentemente anche – e questo è un interessante motivo di speranza – per annunciare una concreta prospettiva di recupero, grazie ad una rilevante iniziativa attivata dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri.
Si tratta del “Programma straordinario di intervento per la riqualificazione urbana e la sicurezza delle periferie delle città metropolitane e dei comuni capoluogo di provincia, finalizzato alla realizzazione di interventi urgenti per la rigenerazione delle aree urbane degradate attraverso la promozione di progetti di miglioramento della qualità del decoro urbano, di manutenzione, riuso e rifunzionalizzazione delle aree pubbliche e delle strutture edilizie esistenti”.
L’iter per raggiungere l’obiettivo di recupero e riqualificazione è stato avviato. Ottenuto il positivo parere della Soprintendenza per i beni architettonici di Verona, è stata inoltrata da parte del Comune di Rovigo, in accordo con l’attuale proprietà dell’ex Ospedale Umberto Maddalena, l’istanza per concorrere all’assegnazione dei contributi economici relativi al bando per le periferie urbane degradate. Ben 18 milioni di euro a fine 2016 potrebbero arrivare dal Governo per la rigenerazione del quartiere Commenda ovest, una parte dei quali utilizzati per la riqualificazione dell’ex nosocomio.
Se il progetto – specialmente per la parte relativa all’ex Sanatorio, per il quale servono dai dieci agli undici milioni di euro – sarà finanziato, il Comune diventerà proprietario del complesso, che sarà destinato ad uso pubblico per ospitare alcuni uffici comunali; in esso troverà probabilmente sede anche la Polizia locale.
Ma le risorse economiche attese vanno oltre il recupero dell’importante immobile del Maddalena e del suo parco, prevedendo anche la realizzazione di una serie di interventi pubblici da effettuare in tutto il quartiere, tra cui il rifacimento di alcune strade e la sistemazione di Casa Serena.
Nel momento in cui scriviamo queste note (settembre 2016) non sappiamo se l’importante piano di recupero e riqualificazione urbana potrà divenire realtà, dato che la scelta dei progetti e l’assegnazione dei contributi sono attesi per fine anno). Ovviamente tutti i rodigini si augurano che le speranze non siano deluse.
Intanto cerchiamo di fare conoscenza con la storia dell’ex complesso ospedaliero, che vide la luce negli anni ’30 del secolo scorso.
L’edificio e il luogo
Un disegno tecnico eliografico datato 18/05/1935¹ riproduce la planimetria dell’edificio costruito all’interno di una grande proprietà nell’area dell’attuale quartiere Commenda Ovest; si tratta di un’area con un’estensione complessiva di circa 40.000 mq. delimitata a sud da via Garofolo, ad ovest da viale Europa, a nord da Piazza Europa e via Alfieri, ad est dagli impianti sportivi Coni.
L’edificio è costituito da tre volumi disposti secondo due assi principali, due direttrici, una in direzione nord–sud e l’altra in direzione est–ovest, l’una perpendicolare all’altra. In direzione est-ovest, si innalza, su quattro piani, il corpo principale di rappresentanza rivolto verso una grande piazza quadrata antistante, pianificata nel P.R.G. degli anni ’30, ma mai realizzata. Il secondo volume di collegamento si sviluppa lungo la direttrice nord – sud; infine, il terzo corpo, parallelo al primo, è immerso nel grande parco retrostante.
E’ significativo il fatto che l’Ospedale, specializzato per un certo tipo di cura (elioterapia), dovesse sorgere in un ambiente il più possibile naturale, extra – urbano, defilato rispetto alla città. Paradossalmente, invece, il Sanatorio con il suo grande parco assunse il ruolo di volano di espansione urbana del quartiere, cosicché i corpi di fabbrica e il parco vengono letteralmente inglobati nello sviluppo della città.
Con la saturazione di tutti i lotti circostanti, la vicenda urbana di questa parte di città si conclude negli anni ’60 con l’unico esito di aver sviluppato e prodotto un quartiere popolare caratterizzato da edilizia di basso profilo.
Un quartiere “popolare” densamente abitato che ha raggiunto il suo massimo sviluppo tra gli anni ’50 e gli anni ’60, oggi degradato, sul quale varie Amministrazioni Comunali hanno proposto significativi interventi di riqualificazione mai realizzati ed oggi più che mai attesi.
Appare evidente come l’ex Ospedale, immerso nel suo lussureggiante parco, costituisca un forte segnale urbano in questa area cittadina, oltre che esempio di architettura dal respiro locale fondata sul linguaggio architettonico razionale e funzionalista.
Le fasi di costruzione
Il Sanatorio di Rovigo è un’opera pubblica voluta dall’Istituto Nazionale Fascista della Previdenza Sociale (I.N.F.P.S.) e come tale – come molta architettura pubblica dello stesso periodo – capace di comunicare anche nell’espressione architettonica la volontà del regime.
In un’immagine storica risalente al novembre 1937² viene ripreso l’edificio da nord con la facciata principale: esso è circondato dal grande parco e all’altezza dei ballatoi delle terrazze del terzo piano è evidente una larga fascia – marcapiano contenente la scritta: “Istituto Nazionale Fascista della Previdenza Sociale” (Fig. 1).
I grandi volumi parallelepipedi sono semplicemente accostati, le facciate si richiamano come in un gioco di specchi a due a due, le ampie finestre di ciascuna facciata sono sempre in linea e rigidamente simmetriche rispetto ad un ideale asse centrale.
L’apparato decorativo è sobrio: cornici stondate in pietra fasciano le finestre, marcapiani orizzontali sporgenti e profonde stilature nell’intonaco disegnano la superficie delle facciate.
Da contraltare a questa sobrietà del linguaggio decorativo priva di elementi non funzionali, il basamento lungo tutto il perimetro dell’edificio: esso è costituito da grandi lastre rettangolari di trachite euganea bocciardate, graffiate, levigate; in particolare nel volume direzionale, sono inseriti blocchi a piano di cava (Fig. 2), che emergono a movimentare l’ordine greve del basamento: una lavorazione caratteristica che sottolinea un senso decorativo inedito e moderno.
Il muro di recinzione, costruito con elementi di laterizio intonacati, e i due piccoli volumi d’ingresso, con affaccio su Piazza Europa, sono stati realizzati successivamente rispetto al complesso architettonico principale.
In una lettera, datata 17 aprile 1937³, il Commissario Prefettizio responsabile dell’intervento assicura il Prefetto di Rovigo che sono già state impartite al Direttore dei Lavori ing. Antonio Pavarin le indicazioni utili al completamento dei lavori di sistemazione della strada e del piazzale di accesso all’Ospedale, nonché quelle relative al completamento della conduttura dell’acquedotto e l’allacciamento alla linea elettrica.
I lavori erano iniziati nel gennaio 1932 sotto la direzione dell’ingegnere rodigino Antonio Pavarin su progetto dello stesso⁴: il cantiere proseguì per 6 anni con un costo complessivo di sei milioni di lire.
Nel settembre 1937 il Direttore Generale dell’Istituto Nazionale Fascista della Previdenza Sociale con sede a Roma (I.N.F.P.S.) sollecita l’ordinanza di apertura del Sanatorio al Prefetto di Rovigo⁵. E il 19 novembre 1937 viene data autorizzazione dalla Questura di Rovigo all’apertura del Sanatorio.
Così l’Ospedale Sanatoriale, opera strategica e di fondamentale importanza per combattere definitivamente la tubercolosi nel Polesine, viene inaugurato il 1 febbraio 1938.
Nel dopoguerra
Nel dopoguerra la struttura dovette adattarsi alle contingenti esigenze medico-sanitarie, come altre strutture ospedaliere del territorio, accogliendo degenti anche non tubercolotici.
Il 9 luglio 1973 si registrò la fusione tra i due enti ospedalieri: l’Ospedale Civile Provinciale Santa Maria della Misericordia e l’Ospedale Sanatoriale Provinciale Umberto Maddalena
Negli anni ’70 il grande parco venne diviso in due diversi ambiti, la parte sud di proprietà dell’INPS mentre la maggior parte restante è acquisita dall’amministrazione dell’Ospedale Civile successivamente divenuta Azienda Sanitaria ULSS a seguito dell’istituzione del servizio sanitario nazionale.
Non è stato possibile stabilire l’originaria consistenza vegetativa del parco, ma si può affermare che di quelle alberature non è rimasto molto; sul lato nord verso Piazza Europa sono presenti alcune grandi aiuole con una serie di alberature ad alto fusto considerate le più vecchie.
Dalla fine degli anni ‘70 inizia un lento e progressivo degrado fisico e funzionale che gradualmente porta alla chiusura e al trasferimento di tutti i servizi medici e di degenza nel nuovo Ospedale Provinciale Santa Maria della Misericordia attivo dal 1982.
Tipologia e funzione
Il progetto originario dell’edificio prevede la presenza di uffici della Direzione e dell’Economato, una farmacia interna, l’abitazione dei medici e delle suore; nel piano terra la lavanderia, il guardaroba ed i magazzini del materiale di scorta; ai piani superiori i reparti dei malati. Nel corpo centrale, la cucina, il refettorio, la chiesa e il cinema teatro.
Le camere realizzate sono spaziose – da due a sei posti letto – nel rispetto degli standards impartiti dal Regio Decreto 24 maggio 1925 n.1102 allora vigente per la tipologia sanitaria in oggetto.
Ampie rotonde interne di distribuzione dei percorsi interrompono i lunghi collegamenti orizzontali ai vari piani, mentre i collegamenti verticali sono costituiti da grandi scale in marmo bianco dal notevole sbalzo (fig. 3)
Tutto l’edificio è caratterizzato da grandi finestre con serramenti lignei o metallici smaltati per garantire la massima illuminazione e ventilazione naturali.
Le stanze da sei posti letto sono fornite di vetrate anteriori scorrevoli, che permettono un’apertura larga quasi quanto l’intera larghezza della parete esterna della camera da letto.
La tipologia architettonica, finalizzata alle cure elioterapiche, ha indotto a sviluppare soprattutto le facciate rivolte a sud: ariose balconate dotate di sistemi meccanici di schermatura solare. Quasi tutta la copertura è percorribile per il passeggio e praticabile per la cura elioterapica.
Da sanatorio ad ospedale civile
Nel 1938 il Complesso Sanatoriale ha una capacità complessiva di 265 posti letto: 120 per uomini, 120 per donne e 25 per bambini. Tuttavia sin dal 1936 – a causa della carenza di posti letto nell’Ospedale Civile di Rovigo⁶ – sono avviate trattative con l’I.N.F.P.S. da parte del Comune di Rovigo per acquistare il Sanatorio e la proprietà: la compravendita salta⁷.
Il 9 luglio 1973, la Giunta Regionale decreta (D.G.R. n. 260) la fusione dell’Ospedale Generale Provinciale S. Maria della Misericordia con l’Ospedale Sanatoriale Provinciale Specializzato Umberto Maddalena.
Nel 1999 la proprietà è ancora dell’ULSS 18 di Rovigo⁸, passando poi a privati
Non esiste città o quartiere, paese o frazione che non possieda un suo monumento dedicato ai Caduti perché non vi è regione, provincia o comune della nostra Penisola che, durante il Primo Conflitto Mondiale (1915-1918), non abbia avuto dei caduti propri di cui tramandare il ricordo.
E Solesino non fa eccezione. Nello spazio delimitato da piazza Diaz e via XXVIII Aprile spicca, lasciandosi alle spalle la chiesa, il Monumento ai Caduti della Prima guerra mondiale di Solesino.
Risale al 19 Febbraio del 1928 la posa della prima pietra e all’11 novembre dello stesso anno l’inaugurazione dell’opera realizzata affinché rimanesse viva la memoria dei caduti del Primo conflitto mondiale di quella Patria per cui avevano combattuto.
La recinzione, creata con delle bombarde disinnescate, racchiude la superficie superiore (stilobate) di una piattaforma sopraelevata rispetto al terreno circostante. Per mezzo di pochi gradini (crepidoma) si giunge ad un altro spazio da cui si eleva la struttura del tempietto stretto e lungo caratterizzato da due colonne (distilo). Appoggiati ai gradini, vi sono massi in trachite che sorreggono le lapidi in pietra d’Istria su cui in nero sono incisi i nomi dei caduti.
Il monumento è stato realizzato seguendo uno stile neoclassico secondo il gusto dell’epoca: è composto infatti da una base rettangolare da cui s’innalzano due colonne di ordine ionico sormontate da una trabeazione, anch’essa in pietra d’Istria, che contribuisce alla bellezza del monumento.
“Solesino/ ai suoi/ gloriosi caduti”: è la significativa iscrizione commemorativa incisa nel lato anteriore dell’ara che riassume tutto il cordoglio e al tempo stesso la riconoscenza verso chi, partito da Solesino, non è più tornato.
Volgendo lo sguardo alle lapidi si possono leggere i nomi dei caduti suddivisi in caduti per ferite, per malattie e per combattimento; tra essi vi sono anche i dispersi. Nell’elenco dei caduti compaiono per lo più soldati semplici, ma non mancano caporalmaggiori, sergenti ed anche un carabiniere.
Alla base del tempietto è inciso, curiosamente, un bassorilievo raffigurante un’iconografia tipicamente fascista: un fascio littorio sopravvissuto all’epoca iconoclasta postfascista che mirava a distruggere tutto ciò che ricordava la dittatura di Mussolini. È possibile scorgere dei supporti che con grande probabilità sorreggevano dei fasci littori di notevoli dimensioni.
In cima alla struttura monumentale è posta una lanterna in bronzo, il cui fuoco arde eternamente in memoria del sacrificio dei numerosi caduti di questo paese.
Su tutto l’insieme monumentale spicca la figura del soldato. Realizzato dalle fonderie Bragadin¹, si mostra con l’elmo in testa e a torso nudo dai muscoli ben scolpiti, proteso energicamente in avanti mentre brandisce con la mano destra il gladio e sorregge con l’altra la statua della Vittoria. Gli stampi sono stati creati da mani anonime ma profondamente conoscitrici dell’ideologia dell’epoca.
La simbologia
L’ideologia che ha caratterizzato il Ventennio fascista faceva perno su alcuni valori fondamentali quali la forza, il coraggio, la competitività, il sentimento di patriottismo e di orgogliosa appartenenza ad uno Stato forte e unito sotto la guida del Duce. Secondo l’ideologia fascista, ad esempio, era necessario crescere una sana e vigorosa generazione di futuri combattenti; per questo motivo le attività ginniche e sportive erano ritenute di grande importanza sempre allo scopo di fortificare i giovani.
I monumenti di per sé sono dei simboli costituiti a loro volta da elementi simbolici, alcuni dei quali tratti dall’antichità romana di cui il fascismo intendeva rievocare la grandezza; a tal proposito significativo risulta nel bassorilievo del monumento di Solesino il fascio littorio: nell’antica Roma consisteva in un fascio di bastoni di legno (simboleggianti il potere di punire) legati con nastri rossi (simbolo di sovranità) e con al centro un’ascia (simbolo del potere di vita e di morte); era portato dai littori, soldati scelti che avevano il compito di proteggere dapprima il re e in seguito i magistrati più alti.
Vi sono altri simboli nel monumento che richiamano l’Antica Roma: sulla fibbia della cintura del soldato compare la Lupa che, secondo la leggenda, allattò Romolo e Remo.
L’immagine del soldato permette di ricavare informazioni sull’abbigliamento indossato durante i combattimenti, ma fornisce altrettante informazioni circa alcuni aspetti ideologici dell’epoca. Dalla cintola in su si mostra impettito, a torso nudo e proteso in avanti nel mezzo di un’azione, quella di brandire il gladio contro il nemico: questo soldato simboleggia il vigore fisico, la forza, l’audacia e il coraggio tipici dell’uomo fascista.
Il fante simboleggia la figura di un uomo nuovo che emerge in particolare da alcune opere di Gabriele D’Annunzio². Tra il 1893 e il 1900 D’Annunzio elabora la versione italiana di uno dei miti centrali del Decadentismo³ europeo, quello del superuomo per il quale egli s’ispira al pensiero del filosofo Nietzsche⁴ svuotandolo tuttavia del suo contenuto primo e accentuandone solo le norme di comportamento e di morale.
Il superuomo dannunziano è colui che, mettendo cura nei dettagli insoliti, raffinati e lontani dal gusto comune e quotidiano, trasforma la sua vita in un’opera d’arte e, attraverso l’esercizio della sua forza, conduce un’esistenza inimitabile.
Attraverso il monumento di Solesino è stata celebrata una sorta di “uguaglianza” di fronte alla morte in battaglia indipendentemente dal grado militare di quanti avevano sacrificato la vita per la Patria. Il gesto eroico di un soldato semplice viene equiparato al valore di un alto ufficiale, ponendo quindi su uno stesso piano, attraverso l'iscrizione e l'esposizione collettiva dei loro nomi, persone che in vita erano state invece separate da differenze sociali, economiche ed intellettuali.
1. Fonderie Bragadin: esistono attualmente con il nome di “Fonderia Artistica Stefan”, operativa a Treviso dal 1969 anche se in realtà raccoglie una tradizione ultrasecolare, iniziata a Venezia già nel 1750 con la Fonderia Munaretti, poi tramandata, sempre in laguna, alla Fonderia Bragadin, quindi alla Fonderia Bianchi, per arrivare ai giorni nostri.
2. Autore di poesie e opere in prosa della Letteratura italiana (Pescara 1863-Gardone 1938) fu protagonista dell’impresa di Fiume del ’19 come protesta della “vittoria mutilata”.
3. Decadentismo: ricco e complesso movimento artistico-letterario nato intorno alla rivista francese “Le Décadent” verso il 1880 e affermatosi rapidamente nel resto dell’Europa. Per i decadenti solo l’artista può giungere all’essenza profonda delle cose superando i limiti del reale grazie ad intuito, istinto e fantasia.
4. Friedrich Wilhelm Nietzsche (Rocken 1844-Weimar 1900): il Superuomo vince in sé tutte le repressioni morali e sociali; è colui che tenta di superare le angustie esistenziali, le contraddizioni e lacerazioni in cui è costretto da tutta una tradizione di pensiero idealistico e cristiano. La vita dev’essere vissuta come se fosse immune dalla minaccia della morte. E il Superuomo vince la morte, affidandosi alle inesauribili facoltà creative della sua poesia.
È quella di S. Teobaldo una storia antica ed affascinante, che in Italia lega la comunità di Badia Polesine (Ro) con quella di Sossano (Vi) e Bosco di Rubano (Pd). Un legame che potrebbe trovare ulteriore motivo di consolidamento in seguito ad un recente ritrovamento, consistente in una lapide marmorea del 1617, rinvenuta nella chiesa di San Teobaldo di Bosco di Rubano.
Prima di soffermarmi nella narrazione di questo importante rinvenimento, ritengo sia utile accennare ai miei studi recenti sulla vita di San Teobaldo, l’ultimo dei quali titola: “Le reliquie di San Teobaldo, storia e segni dalla morte ai nostri giorni” (Giugno 2015, Ed. Stella, Legnago, Vr). Viene narrato quanto accadde ai resti mortali del Santo dopo la sua morte, avvenuta nel convento di Saianega, attuale frazione di Sossano (Vi), nella notte del 30 giugno 1066.
Pochi giorni dopo il decesso, il corpo venne tolto con la forza ai confratelli dell’eremita dai soldati del Vescovo e portato a Vicenza. Dopo una lunga esposizione nella cattedrale di quella città per la devozione dei fedeli, venne interrato nel pavimento della chiesa vicentina, sotto all’altare a lui dedicato.
Per il moltiplicarsi degli eventi prodigiosi, guarigioni, grazie ricevute, nel 1073 Teobaldo venne proclamato Santo da Papa Alessandro II. L’Abate Pietro, della Vangadizza, padre spirituale di Teobaldo, i confratelli di Saianega e la madre Willa non si davano pace per la perdita dei santi resti del loro fratello e, ispirati in sogno dallo stesso Teobaldo, con un rocambolesco piano di scavo, riuscirono a trafugare il corpo per portarlo a Badia nella chiesa di Santa Maria della Vangadizza. A Saianega vi erano edifici precari e non sarebbe stato al sicuro. Inoltre Azzo II con l’abate Pietro lo volevano a Badia.
Il 10 agosto dell’anno 1074 le spoglie del Santo vennero dunque accolte a Badia con tutti gli onori dai nobili, dal popolo, e vennero sistemate nella chiesa di Santa Maria della Vangadizza per l’esposizione ai fedeli.
Dopo circa un anno i resti del Santo furono sistemati in una cassa di legno di larice poi collocata all’interno di un altare della chiesa della Vangadizza, dove rimasero per secoli fino al forzato abbandono dei monaci imposto da Napoleone nel 1810. Le spoglie del Santo furono allora spostate nella chiesa parrocchiale di Badia Polesine. E qui si trovano tuttora, collocate in un’urna di marmo di Carrara sull’altare dedicato al Santo.
Le ricognizioni
Come ho avuto modo di documentare nel mio sopraccitato lavoro del 2015, a cui qui faccio riferimento, le reliquie furono sottoposte nei secoli a varie ispezioni ricognitive, sia nella chiesa della Vangadizza, sia in quella parrocchiale.
Nel 1223 venne fatta una prima ricognizione delle ossa del Santo e, poste in una nuova urna di legno, furono collocate in modo più idoneo. Una lapide, murata nella chiesa della Vangadizza (ma purtroppo non più reperibile) diceva:
“Anno del Signore 1223. Non vi è in questa chiesa opera più bella di questa. Fu costruita quando si ritrovarono i resti dei Santi Primo e Feliciano e di Teobaldo. Quest’opera fu fatta dall’Abate Orlando”.
In seguito la devozione popolare fu prevalentemente per Teobaldo e la sua urna venne separata e sistemata in un altare dedicato.
Quasi altri duecento anni dopo si dovette nuovamente sostituire la cassa di legno perché rovinata dal tempo e non più adatta allo scopo.
Arriviamo quindi alla cronaca dell’ispezione del 1616, a cui si lega il ritrovamento della lapide.
Nel 1616, venne dunque fatta la terza ricognizione e l’Abate si rese conto che si doveva nuovamente intervenire per una corretta conservazione. Inoltre la chiesa di Santa Maria della Vangadizza, da tempo necessitava di alcuni lavori di rifacimento della cappella e dell’altare della Madonna e per l’occasione anche l’altare di Teobaldo era bisognoso di abbellimenti. Un cittadino di Badia, Filippo Recanati si offrì di finanziare i lavori ma espresse il desiderio di poter vedere le reliquie del Santo a cui era tanto devoto. L’Abate non ne voleva sapere, ma alla fine acconsentì ed iniziarono i lavori. Il Recanati nel frattempo morì e fu il figliolo ad assistere alla ricognizione e ad assicurare il completamento dell’opera.
Il lavoro di rifacimento dell’altare e delle altre opere decise dall’Abate si protrasse per alcuni anni e nel 1626 avvenne l’inaugurazione dell’opera in pompa magna (Vedasi Scheda).
La lapide marmorea del 1617
Ma veniamo ora alla descrizione della recente scoperta, che conferma quanto accaduto dopo il 1616. Quello che è particolarmente sorprendente sta nel fatto che la lapide marmorea non è stata rinvenuta a Badia Polesine, ma nella chiesa di Bosco di Rubano (PD) allora dipendente dalla Vangadizza. Ecco i fatti.
Attualmente nella chiesa della Natività di S. Maria e di San Teobaldo a Bosco di Rubano (PD) nella parte destra è collocato un grande dipinto, realizzato nel 2004 da Carmelo Puzzolo di Bagno di Romagna, per i 600 anni della chiesa. Vi è rappresentato San Teobaldo che invoca la Madonna della Vangadizza per la guarigione di un cieco.
Alla sinistra del dipinto una piccola targa fornisce al visitatore le informazioni sulla grande tela ma, nella stessa, più sotto, si legge:
Sotto al quadro
Lapide
Posta anticamente sulla tomba del Santo nell’abbazia della Vangadizza.
1617
Una lapide però fino a poco tempo fa del tutto invisibile. Sotto il dipinto infatti non si scorgeva nulla, se non un pannello di legno verniciato. Più volte ero stato in quella chiesa ma a questa “incongruenza” non avevo prestato più di tanto attenzione, perché il mio interesse era prioritariamente rivolto al dipinto.
Recentemente, dopo una cerimonia tenutasi in questa chiesa in onore di San Teobaldo, riavvicinandomi al quadro, ho potuto meglio riflettere sulla cosa ed ho provato a toccare il pannello per capire se si poteva togliere e vedere cosa copriva. Alla fine, aiutato da un parrocchiano munito di cacciavite, con il consenso del parroco, si è potuto togliere il pannello di legno verniciato, ed allora è apparsa una lastra marmorea (cm 97 x 56, spessore 5) con una scritta in latino dalla quale subito si faceva notare la parola THEOBALDI.
Trascrivere il testo della lapide non è stato semplice perché la stessa sembra essere stata trattata con un prodotto coprente (colore all’acqua?) che impedisce una buona evidenziazione delle lettere incise nel marmo. Il trattamento forse è stato fatto per uniformare gli interventi ricostruttivi eseguiti agli angoli della stessa, dove evidentemente erano i ferri che la fissavano al muro. Un’operazione che suscita alcune perplessità ma risulta oramai insanabile.
Veniamo ora a ciò che ci interessa, ovvero al testo inciso nella lastra di marmo:
HANC. ARAM. VT. DIVI. THEOBALDI. RELIQUIAE. DIGNIVS. HABERENTVR. PHILIPPUS. RECANATVS. FRATESQVE. JOANNES. ET. RECANATVS. IN. FORMAM. AVGVSTIOREM. EREXERI. ET. FAMILIAE. TUTELARI. ANTIQVO. OPTIMO. SANTISS. D. ANNO. M D C XVII
Ecco la traduzione in italiano:
QUESTO ALTARE AFFINCHE’ LE RELIQUIE DI SAN TEOBALDO PIU’ DEGNAMENTE FOSSERO CONSERVATE FILIPPO RECANATI E I FRATELLI GIOVANNI E RECANATO IN FORMA PIÙ AUGUSTA ERESSERO A TUTELA DELLA FAMIGLIA ALL’ANTICO OTTIMO SANTISSIMO D. ANNO MDCXVII
Si tratta dunque della lastra marmorea che era stata affissa, accanto all’altare di San Teobaldo, nella chiesa di Santa Maria della Vangadizza di Badia. Un’iniziativa voluta per eternare la memoria dell’intervento del 1616, i cui lavori erano stati – diremmo oggi – sponsorizzati dal badiese Filippo Recanati. Ne risulta un importantissimo riscontro sulla storia delle reliquie del Santo e sulla loro permanenza presso l’Abbazia della Vangadizza.
Va precisato che questo reperto, di quattro secoli fa, che definisce il nostro Patrono “Divi Theobaldi” (Santo Teobaldo), non è l’unica lastra marmorea, proveniente dalla chiesa di S. Maria della Vangadizza. Ne esiste una seconda, di piccole dimensioni (22 x 39,5 cm), con la scritta “MANUS DIVI THEOBALDI”, oggi posta nella chiesa di Badia dietro l’altare di San Teobaldo. Anche questa si trovava alla Vangadizza, probabilmente nel luogo dove i monaci custodivano l’importante reliquia della mano.
Come abbiamo sopra riportato, in Vangadizza, vi era inoltre una terza lapide (anno1223), che purtroppo è andata perduta.
La scoperta della lastra di Bosco di Rubano testimonia il legame tra l’antica Abbazia badiese e quella comunità che, a questo punto, può vantare sia l’unica chiesa italiana intitolata a San Teobaldo, sia l’importante lapide alla memoria.
Gli interrogativi
A questo punto alcune domande sono sorte spontanee:
– Come è finita a Bosco di Rubano la lapide che si trovava a Badia Polesine?
– Quando vi è stata trasferita?
– Perché è stata murata nella chiesa di Rubano e nascosta da un pannello di legno?
– L’operazione è stata eseguita quando è stato appeso il quadro nel 2004?
– La copertura fu attuata per nascondere l’intervento ricostruttivo?
Ad alcuni di questi quesiti ha dato recentemente risposta, a mezzo stampa, il Sodalizio Vangadiciense, un gruppo di studiosi della storia e dell’archivio dell’antico monastero.
Dopo la demolizione della chiesa di S. Maria della Vangadizza, operata dai proprietari francesi (D’Espagnac) ed a seguito di altri lavori interni al complesso storico, molto materiale fu disperso nelle varie fattorie che erano state di proprietà del monastero. Due componenti del Sodalizio, i soci fondatori Guido Mora e Camillo Corrain, rinvennero in località Abbazia di Colombano la lapide di San Teobaldo sopracitata e la riportarono in Abbazia. Per esaudire la richiesta di un altro componente del Sodalizio, Beniamino Bettio, che era di Bosco di Rubano, fu deciso di cedere la lapide a quella comunità (1994). Venne redatto uno scritto (cessione ad nutum) che potrebbe essere interessante pubblicare, e la lastra di marmo fu collocata (2004) nella chiesa padovana dove si trova tuttora.
Senza entrare nel merito delle circostanze relative alla decisione presa a suo tempo all’interno del Sodalizio, va evidenziato come le informazioni recentemente trasmesse gettino un po’ di luce sulla vicenda. Ma rimangono ancora degli interrogativi senza risposta:
– Perché la lapide è rimasta coperta fino al luglio di quest’anno?
– Perché i fedeli di Bosco di Rubano e di Badia, fino al luglio di quest’anno, non ne sapevano nulla?
– Come è stato fatto il restauro? Esiste documentazione fotografica?
– Non è mai stato pubblicato nulla su questo reperto di quattro secoli fa?
– Come mai il parroco di Bosco, menzionato dal sodalizio, nel giugno di quest’anno ha detto di non sapere perché era stata coperta la lapide?
Alcune risposte a queste domande probabilmente potrebbero essere date proprio dal componente del Sodalizio Vangadiciense di Bosco di Rubano. Tutto ciò potrebbe essere d’interesse per tutti, per capire, soprattutto per fini storici.
Tre comunità unite
Quello che rimane è il significato storico di questo ritrovamento, l’importanza che ne deriva per la chiesa di Bosco di Rubano e per tutti i fedeli delle tre comunità italiane:
– Badia Polesine custodisce il corpo del Santo (e la statua della Madonna della Vangadizza);
– Sossano, nella frazione di Saianega, conserva la cella dove morì e custodisce un’importante reliquia;
– Bosco di Rubano ha la chiesa intitolata al Santo, una sua reliquia e la recuperata lastra Theobaldi del 1617.
Le comunità di Badia Polesine, Sossano e Bosco di Rubano, che con le loro peculiarità testimoniano oggi gran parte della vita e della storia del Santo, da alcuni anni collaborano strettamente per conservarne il culto. L’auspicio è che questa collaborazione possa continuare per approfondire la conoscenza di San Teobaldo, anche sulla spinta del recente ritrovamento della lapide di pietra del 1617.
Chi avrebbe mai detto che Adria potesse custodire un Crocifisso del XVII secolo proveniente dall’Isola di Creta? Di certo, il visitatore che sale al piano superiore del nuovo Museo della Cattedrale, rimane vivamente impressionato da una insolita immagine del Redentore nella accezione del “Cristo patiens”.
Nel 1975, nel corso di una visita in Cattedrale, la Soprintendenza di Venezia rilevò che il Crocifisso su tavola detto “di Lepanto”, a causa del tempo e delle condizioni ambientali avverse, aveva subìto gravi danni con numerosi sollevamenti della pellicola cromatica; per cui, seduta stante, venne deciso un immediato intervento di restauro.
La particolare disponibilità della Soprintendenza ai Beni Artistici e Storici del Veneto e la sollecitudine del dott. Filippo Trevisani, responsabile della struttura, consentirono l’invio a Roma del prezioso manufatto, che venne affidato all’Istituto Centrale del Restauro, sotto l’egida del Ministero per i Beni Culturali e Ambientali.
Il Crocifisso (su tavola sagomata di abete, di 93,3 x 96 cm.) fu restituito alla Cattedrale nel 1984, dopo essere stato esposto da maggio ad ottobre nella Mostra “Restauri in Polesine”, aperta presso l’Accademia dei Concordi.
La sacra immagine del Cristo sofferente, resa stupenda dal dosaggio cromatico nel quale prevale l’uso sapiente della doratura, “appare contrassegnata dai simboli ‘IC XC’, equamente suddivisi sulla porzione dei bracci della croce, a sinistra e a destra, fra l’aureola e le palme delle mani inchiodate, che in greco significano ‘Gesù Cristo’”. Si può dire che, per chi come noi è abituato a pregare davanti a crocifissi intagliati alla maniera occidentale, questa si presenta come un’immagine un po’ insolita. Infatti, ebbe a precisare il dott Trevisani, “.. questa immagine, denominata senza alcun fondamento ‘Crocifisso di Lepanto’, è realizzata con il più chiuso codice figurativo che fa capo alla scuola greco-italiana”. Classificazione questa, usata dagli storici per definire una ramificazione, tarda, proveniente dalla grande fioritura dell’arte bizantina nel suo secondo periodo d’oro (sec. XV-XVIII).
L’impronta italiana è chiaramente riferibile all’influenza veneziana esercitata nell’isola fin dal 1204, quando entrò nei possedimenti marciani all’epoca della IV crociata.
Sempre con riferimento alla nostra immagine, risultano di particolare interesse alcune osservazioni fatte dallo studioso Trevisani quando espone in maniera sintetica alcuni particolari dell’opera. “La pellicola pittorica, scrive, è stesa su ambedue le facce, in modo da ottenere un davanti e un dietro, di una tavoletta di legno sagomata e dagli spigoli stondati”. In queste poche righe può considerarsi riassunta la peculiarità del nostro Crocifisso che, con il supporto di inoppugnabili documenti d’archivio, ha persino offerto all’attento ricercatore, l’opportunità di individuarne l’autore in quell’Emanuele Tzane (1610-1690), documentato a Venezia nel 1659 come curato di San Giorgio dei Greci.
Notizie sulla provenienza
Agl’inizi del Settecento, le conoscenze sulla provenienza del prezioso crocifisso davano due versioni, aventi entrambe come punto di partenza l’isola di Creta e, come destinazione finale, la Cattedrale di Adria.
In breve sintesi, una versione ne attribuiva il trasporto da parte di mons. Stefano Penolazzi, adriese e vescovo di Retimo (una delle diocesi di Candia), rientrato alla sua città perché bisognoso di cure e morto all’età di 74 anni, nel gennaio 1641.
L’altra versione – che poi ha trovato ulteriori conferme – assegnava il merito del trasferimento dell’opera al cappuccino padre Domenico Guarnieri. Nel 1669 il frate fu infatti costretto al rientro in patria, lasciando il ministero esercitato da molti anni, quando l’isola cadde in mano ai turchi ottomani dopo un lungo assedio ventennale.
La provenienza “Guarnieri” può oggi fregiarsi anche della citazione nel verbale di Visita Pastorale compiuta in Cattedrale il 21 aprile 1703 dal Vescovo Filippo del Torre (1702-1707).
Il manoscritto in lingua latina (pagina n. 1/bis) è ricco di particolari. Dapprima spiega la disposizione della Tribuna della vecchia Cattedrale, soffermandosi poi a descrivere l’abside con i quattordici seggi in legno di noce destinati ai canonici, al centro dei quali si ergeva la Cattedra episcopale. A questo punto il verbale si sofferma a descrivere il nostro Crocifisso usando proprio queste espressioni: “(..) sopra la Cattedra del Presule è collocato il Santissimo Crocifisso trasportato dalla Cattedrale di Creta fino a qui e donato a questa Chiesa (Cattedrale) dal Padre Domenico dell’ordine dei Cappuccini, della Famiglia Guarnieri di questa città”, ritornato in patria a seguito dell’invasione del “fiorentissimo regno di Creta caduto in mano musulmana”.
Lo storico adriese F.A. Bocchi (“La sede episcopale di Adria veneta”, pag. 184) riferisce lo stesso particolare ed aggiunge, come del resto riporta il verbale del Vescovo Torre, che per antica consuetudine la nobile Famiglia Guarnieri esercitava all’interno della Cattedrale il patronato sulla cappella dedicata al Crocifisso posto nel secondo altare a destra della chiesa, databile secondo gli esperti alla fine del XV, inizi XVI secolo.
Uomo di profonda cultura, il Vescovo Torre dedicò buona parte delle sue energie allo studio della storia in generale e, in questo contesto, volle anche approfondire alcuni aspetti della storia di questa diocesi. Quando fu informato dell’esistenza nella sua Cattedrale di un Crocifisso che si ispirava alla parte più pura dell’arte bizantina, volle conoscere a fondo le origini di questa devozione, attingendo direttamente le notizie sulla provenienza del prezioso reperto dalla nobile Famiglia Guarnieri, dimorante nella città episcopale.
Una volta raccolte tutte le informazioni sulla sacra immagine, da persona di grande scrupolo qual era, mons. Torre colse l’occasione della Visita Pastorale per sancire quanto era venuto a sua conoscenza e trasmettere queste note storiche ai suoi successori. Dal canto suo la Famiglia Guarnieri conservò per molto tempo ancora il patronato sulla cappella del Crocifisso.
Note sulla Famiglia Guarnieri
Provenienti da Ferrara, i Guarnieri ebbero grande visibilità con Rinaldo (1430-1507), riformatore degli Statuti di Adria e Corbola nel 1441. Rinaldo, che fu anche Rettore dello Studio di Ferrara (1459), a partire dal 1494 esercitò in Adria la professione medica.
Nei secoli successivi altri membri della Famiglia si distinsero in vari campi, spaziando dalla musica, alla letteratura, all’attività forense.
Per semplicità ricordiamo solo i contemporanei, distintisi nei rispettivi settori. Musica: Antonio Guarnieri, Maestro Direttore d’orchestra di fama internazionale e i fratelli Luigi, contrabassista e insegnante di contrabasso al Benedetto Marcello, Francesco, compositore e violinista, Guglielmina, violinista. In campo letterario: Romano Guarnieri, glottologo di fama internazionale che, con un suo metodo particolare, riuscì ad introdurre la lingua italiana in Olanda ed in altri Paesi del nord Europa. In campo forense: Giuseppe Guarnieri principe del Foro rodigino e il figlio Aldo che, senza mai abbandonare la nobile professione, resse le sorti del Comune nel periodo 1933-1935.
La parte di territorio in cui si trovano i due principali ponti di Trecenta (dagli anni ‘60 sono diventati tre) è un’area che ha subito nei secoli continue modificazioni per i frequenti disalveamenti dei fiumi che scorrono in quell’area, come ha efficacemente documentato in un recente studio Michelangelo Caberletti¹. In ogni caso il territorio sembra aver assunto la conformazione giunta fino a noi nel corso del XV secolo. Nel suo viaggio attraverso la terraferma veneziana, Marin Sanudo scrive infatti di aver varcato a Trecenta un passo sul fiume Tartaro nel 1483:
“Tresenta… la qual è una villa belissima non men di la Costa sopra dicta, à una torre forte guarda ancor il passo del Tartaro si che alcuno venendo per la via de la rota di Castignaro, over di Mallaovra, non pol poner in terra se no a Tresenta”².
Un altro storico di epoca successiva, Girolamo Cittadella³, confermerà due secoli più tardi (1699) l’esistenza di questo passo, posto in prossimità del confine tra il Dogado di Venezia e il Ducato di Ferrara; confine che a Trecenta correva un po’ più a nord del Tartaro, lungo la riva destra del Castagnaro [oggi Emissario o Fossa Maestra, n.d.a.]. Il passo costituiva un punto strategico sotto il profilo militare e, nel contempo, un punto di contrabbando tra i due Stati, ragion per cui gli Estensi pensarono di affidare la sorveglianza del passo ad un ufficiale designato dal Visconte di Ferrara che, a Trecenta, aveva sede nell’odierno palazzo Bellini.
Nella planimetria di Trecenta risalente al 1842, compare un ponte a chiatte, posto a qualche decina di metri a valle dell’attuale ponte. “Le due chiatte centrali erano mobili per dar passaggio ai natanti o interrompere il transito ai veicoli ogni qualvolta se ne fosse sentito il bisogno”⁴.
Il primo ponte in muratura
Il primo ponte in muratura, che sostituisce il ponte a chiatte, viene costruito nel 1865, sotto l’amministrazione austriaca, e aperto al transito nel novembre dello stesso anno.
Nell’estate del 1866, le truppe italiane al comando del generale Cialdini attaccano gli austriaci per liberare il Veneto. Per ostacolare l’arrivo dell’esercito italiano, all’inizio di giugno i soldati austriaci iniziano i lavori preliminari per minare i ponti sul Tartaro di Trecenta e Canda. A Castelguglielmo “il Comando Militare austriaco ordina alla Deputazione Comunale […] di far levare dal letto del ponte la ghiaia e la balaustrata in ghisa”⁵. Successivamente vengono fatti saltare tutti i ponti sul Tartaro – Canalbianco.
Nella notte tra il 23 e il 24 giugno a saltare è il ponte in ferro del Paolino mentre il ponte in legno di Castelguglielmo viene dato alle fiamme. Alle cinque antimeridiane del 24 giugno saltano anche i ponti di Canda e di Trecenta⁶.
La ricostruzione del ponte e la situazione attuale
Il ponte di Trecenta risulta gravemente danneggiato da una mina: “l’arco e una parte delle spalle così distrutti vennero ricostruiti l’anno appresso, come ricorda una semplice e bella iscrizione, collocata su di un parapetto:
Il 24 – 7 – 1866
austriaca mano
questo ponte appena costruito
distrusse.
Italica stella rifulsa
Trecenta libera
rinnovellò
1867.”⁷
Il ponte di Trecenta in alcune cartoline del ‘900
Cristino Sartorelli descrive così il nuovo ponte: “E’ una bella costruzione ad arco molto ribassato della luce di m. 18; i marciapiedi laterali a sbalzo furono eseguiti nel 1913 quando si volle creare la sede del binario per la […] linea Badia – Trecenta – Sariano – S.M. Maddalena”⁸.
Ottant’anni più tardi, nel 1945, a conclusione della Seconda Guerra Mondiale, attorno a questo ponte si registrerà la più sanguinosa battaglia che oppone i tedeschi alla formazione partigiana di Berguarina⁹ (Vedi scheda “La battaglia di Trecenta”).
Negli anni sessanta, per favorire la navigabilità del Tartaro-Canalbianco, l’alveo del fiume è stato spostato più a nord e l’arcata del ponte è stata interrata, causando nel tempo lo sprofondamento di una parte del ponte.
Da allora prosegue il degrado e oggi il ponte sull’antico alveo del Tartaro – uno straordinario manufatto ottocentesco testimone delle vicende storiche che hanno vissuto i nostri predecessori – versa nell’abbandono che tutti possono vedere, vittima dell’incuria, dell’indifferenza e dell’ignoranza della storia del nostro territorio.
A volte testimonianze di una fede con connotazioni tipicamente popolari, altre volte retaggio di un passato veramente antico (con ascendenze addirittura pre-cristiane), altre volte ancora nati per completare il disegno aristocratico della villa padronale, gli oratori punteggiano il territorio polesano. Beni architettonici ritenuti minori e per questo spesso trascurati, che però, fortunatamente, negli ultimi anni sono spesso divenuti motivo di una riscoperta (magari con motivazioni prevalentemente culturali ed identitarie piuttosto che di fede) facendo uscire non pochi di questi edifici sacri da un periodo di oblio.
Tra gli altri – spesso citato anche per la sua possibile ascendenza alla maestria del celebre architetto veneziano Baldassarre Longhena (1598-1682) – spicca a Polesella l’Oratorio della Madonna della Salute presso villa Rosetta Chiereghin. Un complesso architettonico di rilievo questo, risalente alla fine del ‘600, il cui edificio padronale si caratterizza per essere affiancato ad entrambi i lati da un doppio loggiato. E sulla sinistra, in posizione avanzata, prospettando sulla pubblica via, sorge l’originale oratorio dedicato alla Madonna della Salute.
Diciamo subito che gli aspetti più connotanti del sacro edificio sono riscontrabili all’interno, giacché l’immagine esteriore è all’insegna della sobrietà e della mancanza di elementi ricercati. Una facciata che fa pensare al “primo Rinascimento”, caratterizzata da una indubbia armonia ispirata allo spirito classico. Aspetto questo alquanto strano giacché la costruzione – la cui data è iscritta in una lapide – risale al 1727, periodo in cui molti architetti abbondavano in fronzoli, colonne sormontate da capitelli con ricami imprevedibili, curve, frontali interrotti e arzigogoli vari.
Uno stile sobrio, dunque, ma non povero quello che caratterizza l’esterno del tempietto, lungo la cui facciata corrono lesene binate di ordine gigante, sormontate da capitelli ionici su cui si appoggia la trabeazione che sorregge il frontone dentellato sormontato da tre pinnacoli. Limitate concessioni all’estro settecentesco sono riscontrabili soltanto nelle modanature curvilinee del portale e nel rosone ottagonale, i cui lati sono caratterizzati dall’intercalare di linee rette e curve.
Completamente diversa l’atmosfera che si vive all’interno del tempio, reso suggestivo dal ricercato gioco di pilastri, colonne, cornici e rialzi del pavimento, che danno la sensazione di una spazialità ben superiore a quella effettiva.
Il pavimento, caratterizzato da due tonalità di marmo rosso, si alza a metà dell’oratorio per la presenza di un primo gradino all’altezza del transetto. Una balaustra separa questa zona, – che assume la funzione di presbiterio – dal resto del tempio.
Ad entrambi i lati della balaustra si erge una slanciata colonna, affiancata da una parasta, con capitelli ionici. Sopra questi elementi, distanziato da un complesso cornicione, prende vita un grande arco che marca architettonicamente la parte sommitale della navata, congiungendo le due pareti laterali.
Di sicuro effetto scenografico anche il cornicione a più fasce, dentellato nella parte più elevata, che corre lungo tutto il perimetro interno dell’oratorio.
A metà del transetto-presbiterio un altro gradino, su cui poggia la predella dell’altare in marmo. Sopra l’altare spicca il ciborio sul quale si innalza una bella scultura della Vergine con Bambino: la Madonna della Salute a cui è dedicato il sacro edificio.
L’area del presbiterio è delimitata nella zona retrostante da altre due colonne e paraste che sorreggono una seconda grande arcata, oltre la quale prende corpo il catino dell’abside.
La luce interna si concentra in quest’area del presbiterio, dove si aprono due simmetriche finestre laterali oltre l’elaborato cornicione. Un’altra apertura si trova nel catino dell’abside contrapposta a quella del rosone sopra l’entrata.
Le pareti si presentano candide per la mancanza di affreschi o quadri, mentre l’arredo, oggi non più presente, era rappresentato da una struttura lignea, addossata alle pareti, con panche (forse facenti la funzione di coro) e due confessionali: lavori accurati, con intagli di gusto barocco, che hanno fatto pensare all’arte lignea di Andrea Brustolon (1666-1732).
E’ dunque quello di Villa Rosetta Chiereghin un oratorio davvero particolare, di sicuro pregio sotto il profilo architettonico ed artistico, tanto che – come detto – non sono mancati riferimenti al celebre Baldassarre Longhena, autore della famosa chiesa della Madonna della Salute di Venezia. Nei confronti della quale in effetti non mancano alcune analogie, riscontrabili, oltre che in alcuni richiami stilistici, anche nella presenza della statua della Vergine con Bambino: quella che impreziosisce l’altare dell’oratorio di Polesella è stata scolpita da Jacopo Contiero, ad immagine di quella realizzata per la chiesa veneziana da Le Court, scultore di origine fiamminga, operante a Venezia dal 1657 e collaboratore, appunto, dell’architetto Longhena.
Una sosta a Polesella, paese caratterizzato da varie importanti ville venete, è sicuramente da programmare. In tal caso da non dimenticare, dunque, una visita all’Oratorio di villa Rosetta-Chiereghin, che però non è scontata, dato che il tempietto solitamente rimane chiuso, per aprire le sue porte ai fedeli il 21 novembre, giusto nella festa della Madonna della Salute.