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Archivi: Articoli d’archivio

  • L’Albergo Ristorante Cavalli

    L’Albergo Ristorante Cavalli

    Tra gli edifici di Loreo, che possono vantare sicuri riferimenti storici, va indubbiamente considerato quello che da oltre un secolo ospita l’Albergo Ristorante Cavalli.

    La costruzione di color rosso veneziano, che sorge lungo Riviera Marconi, dal 22 giugno 1915 riflette infatti la sua massiccia immagine sul Naviglio di Loreo, offrendo un’opportunità di sosta e ristorazione per quanti giungono nell’antica cittadina, da sempre legata alla Serenissima Repubblica di Venezia.

    Un tempo i traffici locali erano in larga misura rappresentati dalle imbarcazioni in transito lungo il naviglio che collega il Po di Levante con l’Adige. A bordo legnami, materiali lapidei, ferro, ma anche granaglie, farine, riso provenienti dal delta del Po. Parte dei carichi avevano come destinazione proprio Loreo, raggiungendo i depositi della "Marittima", dove, in un secondo momento parte delle merci veniva caricata sui vagoni per essere trasportata altrove. E ciò anche in virtù della linea ferroviaria Adria-Chioggia realizzata nel 1895 e connessa con la Rovigo-Legnago-Verona.

    Manovalanze, mercanti, commercianti e mediatori transitavano dunque per Loreo, dove spesso si fermavano per brevi soggiorni o per pranzare, trovando dimora negli alberghi e nelle locande del luogo. Considerando l’opportunità di sfruttare al meglio questa domanda di ristorazione ed alloggio, nacque dunque, a fine del primo decennio del secolo scorso, l’idea di realizzare una struttura adeguata.

    Il sito idoneo fu identificato lungo quella che all’epoca era chiamata Riviera Portici, a fianco di Piazza Erbe, area importante per il commercio degli ortaggi trasportati via fluviale sui capienti burci.

    Con l’obiettivo di realizzare una struttura alberghiera, la ditta costituita dai signori Randi Pietro e Giovanni del fu Isidoro e Piva Carlotta del fu Angelo, nel luglio del 1912 stipulò pertanto, presso il notaio Zanetti di Loreo, regolare contratto di compravendita dell'immobile identificato. L’anno successivo provvide al suo abbattimento per procedere poi alla ricostruzione.

    Il nuovo edificio, portato a termine nel giugno del 1915 – proprio mentre la nazione iniziava il suo impegno nella grande guerra – si sviluppava su 3 piani (come oggi) e comprendeva 15 vani, risultando di proprietà della ditta Randi Giuseppe del fu Pietro, Giovanni e Regina, Piva Carlotta, Bonomi Valentina e Filomena, Salmaso Maria Caterina usufruttuario perpetuo della chiesa.

    Probabilmente i diversi proprietari dell'immobile, non potendo definire un unico cognome per quella proprietà, scelsero di intitolare l'edificio “Casa Albergo Cavalli” per sottolineare le molteplici identità che avevano luogo in quel contesto:

    • “Casa” evidenziava la dimora che da sempre era stata presente nel sito;

    • “Albergo” rappresentava la modernità e la nuova funzione dell'edificio (prima di allora si usava il termine "locanda");

    • “Cavalli” si legava alla funzione di “posta”, dove un ambiente adibito a stalla ospitava i cavalli addetti ai trasporti di merci, persone ma anche per il traino delle imbarcazioni lungo il Naviglio.

    In effetti, le barche in transito lungo il naviglio, che interseca il centro urbano di Loreo, dovevano ammainare le vele all'ingresso del paese, sostituendo la forza motrice del vento con quella dei cavalli che, tramite delle corde, trainavano, da ambo i lati del canale, le ingombranti barche cariche di ogni bene.

    Con molta probabilità, la posta per i cavalli si ebbe anche prima della realizzazione del nuovo albergo (1915) tra XIX e XX secolo: lo testimoniano le numerose foto d'epoca in cui si ritraggono cavalli, barche e carri un po' ovunque sul territorio loredano.

    Con diversi atti notarili datati 1915, 1919, 1920 tutte le proprietà passano dai precedenti intestatari all'unico intestatario Randi Giovanni che amministrerà l'albergo fino al 1949. Alla sua morte subentra l'erede Randi Dino e figli. Nel 1959 con atto di compravendita il nuovo proprietario risulta Tosin Guido con la moglie Salvagnin Osemma.

    Giungiamo così al 19.03.1981 quando, con atto notarile n. 51903, divengono proprietari i sigg. Bozzato Gaincarlo e Pozzato Loredana che, con i figli Paolo e Paola, conducono l’azienda da oltre 30 anni.

    L’Albergo Ristorante Cavalli, come lo vediamo oggi, dell'impianto originale, mantiene la base quadrangolare della fabbrica e la facciata principale sulla quale delle grandi luci illuminano gli ambienti interni.

    Al piano nobile si evidenzia una bifora centrale con un terrazzino. Sobri decori marcapiano, cornici ed una maschera posta sul portale d’ingresso richiamano degli accenni allo stile liberty che in quel periodo veniva manifestamente proposto su diverse facciate degli edifici di Loreo, segno di una interessante attenzione alla modernità e allo sviluppo economico borghese.

    Gli interni presentano una sala da pranzo (sita nell'ex stalla per i cavalli), un bar, la cucina e annessi di servizio; il primo e secondo piano ospitano 10 stanze.

    Oltre ad un qualificato servizio alberghiero e di ristorazione – con una cucina basata su prodotti ittici freschi e ricette particolari – oggi l’Albergo Ristorante Cavalli offre interessanti proposte turistiche nel Delta del Po con barche, curando anche l’organizzazione di escursioni da effettuarsi con vari mezzi.

  • Recuperare, Documentare, Valorizzare

    Recuperare, Documentare, Valorizzare

    In questo numero del Ventaglio, le proposte di conoscenza e valorizzazione del patrimonio culturale ed ambientale del Polesine partono dalla parte più orientale del nostro territorio. Il volume n. 53 si apre infatti con l’articolo “Documentare il Delta” che per certi aspetti si presenta bipolare: da una parte si configura come un invito a visitare la mostra del Centro di Documentazione di Porto Tolle, ripercorrendo la storia dell’originale territorio creato dal fiume ed evidenziando soprattutto le consuetudini di vita e lavoro di chi ci ha preceduto; dall’altra è un grido di dolore e denuncia per la condizione di abbandono in cui versa il Centro stesso. Che pur ha recentemente avuto una visibilità importante, dato che proprio da questa raccolta museale sono stati tratti elementi di documentazione utilizzati lo scorso anno all’Expo di Milano.

    E se è vero che, sempre lo scorso anno, il Delta ha avuto il prestigioso riconoscimento UNESCO di territorio MAB – ovvero di presidio e salvaguardia della biosfera a livello internazionale – è altrettanto vero che ciò non basta per creare occasioni di visitazione ed incentivare il sempre atteso decollo turistico del territorio ambientalmente più pregiato del Polesine.

    In quest’ottica l’esposizione museale sopraccitata costituisce certamente un punto importante di qualificazione, che ovviamente non va trascurato ma piuttosto incrementato. E dovrebbe finalmente anche essere messo a punto un piano per il recupero di quei beni architettonici che qualificano il territorio del delta; beni che di anno in anno si stanno deteriorando, rischiando irrimediabilmente di scomparire. Tanto per fare qualche esempio relativo a problematiche di ripristino, di cui negli anni scorsi ci siamo occupati, torniamo qui a riproporre un’azione finalizzata al recupero di Palazzo Camerini nell’isola interfluviale di Polesine Camerini, nonché di Palazzo Restelli col suo parco ottocentesco a Boccasette, ed ancora di alcune interessanti corti rurali, identificate come possibile base per un albergo diffuso.

    Il sempre auspicato triplice impegno di “Recuperare, Documentare e Valorizzare” costituisce il comun denominatore alla base di molti interventi proposti da questa nostra pluriennale iniziativa editoriale. E, per restare a questo numero, segnaliamo – questa volta in positivo – l’avvenuta opera di recupero storico, di documentazione e valorizzazione dell’importante pala d’altare “La Madonna del Lume” di Melara (pag. 36). A Rovigo si è invece da anni in attesa di una importante azione di salvaguardia degli affreschi di Casa Rosetta (pag. 40), mentre sembra avviato sulla strada giusta il progetto di valorizzazione del percorso di riscoperta della cinta muraria della città, di cui parleremo nel prossimo numero; nel quale troverà pure spazio la descrizione dell’importante iniziativa di recupero e valorizzazione della mansarda di Palazzo Bocchi ad Adria, dove è nato il MAAD (Museo d’Arte di Adria e Delta).

    Con l’auspicio che i tre verbi “Recuperare, Documentare, Valorizzare” siano veramente sentiti e praticati dai responsabili del patrimonio artistico ed ambientale del nostro territorio, auguriamo buona lettura ai non pochi affezionati estimatori di questa rivista, giunta al suo ventiseiesimo anno di presenza sul territorio.

  • Festeggiato don Antonio Cappato

    Festeggiato don Antonio Cappato

    A Bottrighe si sono concluse al meglio le iniziative per festeggiare il parroco, don Antonio Cappato, nel quarantesimo di presenza pastorale e guida della parrocchia dove è giunto il 19 settembre 1976 dopo aver guidato la parrocchia di Gaiba.

    Affollata la chiesa per l’importante eucarestia concelebrata dal concittadino frà Luca Romani, tornato appositamente dalla Grecia dove opera. La solenne celebrazione è stata introdotta da Galliano Pivaro che ha ringraziato don Antonio per tutto il bene che ha sempre donato alla comunità, ed è stata animata dal coro polifonico diretto da Carla Bizzaro, accompagnato all’organo da Antonella Cassetta, da diversi strumentisti e dal soprano Miranda Bovolenta.

    Cerimonia molto sentita, a tratti commovente, nei ricordi e nelle parole di intervento di frà Luca e di Nerino Albieri, quest’ultimo ha pure curato una bella pubblicazione in ricordo dell’avvenimento. Durante l’offertorio, da parte di tutta la comunità, per mano del dottor Antonio Boni e dell’artista-artigiano Graziano Bolzoni, è stato consegnato a don Antonio un quadro in argento raffigurante la chiesa di Bottrighe in rilievo, oltre ad alcuni pensieri simbolici dei bambini delle scuole.

    Il sacerdote è da sempre ben voluto e stimato. Discreto, amante della sobrietà, persona di esemplare umiltà e uomo di grandissima fede, ha ricevuto l’affetto meritato e la vicinanza di tutta la comunità. Sin dal suo ingresso in paese si è dedicato alle attività locali, mettendo a disposizione le proprie doti, attivandosi per i vari lavori di restauro e miglioria delle opere parrocchiali. Dalle ristrutturazioni, alle tinteggiature, dai servizi di riscaldamento, sino al restauro completo dell’antico organo a canne.

    Oggi la chiesa, dedicata ai Santi Francesco d’Assisi e di Paola, è un tempio che si presenta ottimamente curato all’interno e all’esterno con il restyling anche della facciata. Va ricordato altresì il restauro completo della torre campanaria nel 2008 con l’installazione del nuovo angelo bronzeo che ha sostituito l’antica scultura lignea recuperata attraverso un lungo e delicato intervento, opera oggi collocata all’interno della chiesa stessa.

    In suo onore si è svolto un apprezzato concerto corale, in cui si sono esibiti i bambini della scuola materna “Umberto Maddalena”, il coro “Armonie del cuore” della scuola elementare “San Giovanni Bosco” ed il coro femminile “Plinius” diretti da Antonella Pavan con la collaborazione ed accompagnamento di Carla Bizzaro e Antonella Cassetta, il polifonico “San Francesco” diretto da Carla Bizzaro, l’associazione “Un sorriso per la vita”, il coro femminile “Eco del Fiume” diretto da Chiara Casazza ed il gruppo folkloristico “Bontemponi & Simpatica Compagnia”.

    A conclusione dell’intervento del sindaco Massimo Barbujani, don Antonio, visibilmente commosso, è stato salutato dal pubblico in piedi con un interminabile applauso.

    Di alto livello artistico anche il concerto per organo e violino eseguito dal duo Carlo e Pietro Cimento, fratelli musicisti di fama internazionale. In sala polivalente inaugurata la mostra fotografica “Don Antonio, quarant’anni con noi” curata da Nerino Albieri, Marino Guarnieri, Walter Rizzati e Doriano Bolzoni. Infine la messa ed il buffet finale delle manifestazioni proprio in coincidenza dell’ottantesimo compleanno del parroco e alla presenza di sacerdoti e amici arrivati anche da lontano.

  • Fatte le scarpe al Papa

    Fatte le scarpe al Papa

    Ha fatto notizia a Lendinara il viaggio a Roma organizzato dalla sezione locale dell’Associazione Nazionale Carabinieri (ANC) per incontrare papa Francesco. E ciò anche per una sorta di barzelletta (l’ennesima sui carabinieri) che ne è nata. Insomma a Lendinara si è diffusa la voce che “I Carabinieri hanno fatto le scarpe al Papa”. E, si sa, il detto “fare le scarpe a qualcuno” può avere varie sfaccettature. A tal proposito a Lendinara, ci si aspetta che Paolo Siro Rossi, esperto nel realizzare vignette caricaturali ispirate ai detti e ai proverbi della tradizione, immortali l’episodio con uno dei suoi apprezzati disegni.

    Insomma a Lendinara il passaparola ha acceso l’attenzione su questo episodio dei carabinieri che si approcciano col papa. Ma in tutto ciò – ci si chiede da più parti – ci sarà qualcosa di vero o si tratta di una pura “leggenda metropolitana” priva di alcun nesso? Abbiamo deciso di indagare, incontrando Manuela Pasqualini, cav. benemerita ed attivista dell’ANC, sezione di Lendinara. “Tutto vero!” ci dice, presentando una foto che documenta l’approccio, breve ma significativo con il Santo padre.

    “In effetti – continua – l’idea è nata in modo scherzoso lo scorso anno nell’ambito di una conviviale seguita alla festa della Virgo Fidelis, il 21 Novembre, a cui sono devoti i Carabinieri. Ebbene, dopo la Santa Messa, ci siamo ritrovati in un ristorante: associati, sostenitori, amici e conoscenti. Clima festoso, notevole presenza di graduati: chi era Maggiore, chi Tenente, chi Capitano, qualcuno Generale, chi ha fatto la guardia a Torino, chi ha portato il labaro, chi ha la medaglia d’oro e chi… raccontava barzellette, ovviamente sempre sui carabinieri”.

    A questo punto dunque è nata l’idea? Chiediamo

    “Non ancora – chiarisce Manuela Pasqualini – ma quasi a fine pranzo quando, tra gli avventori del locale, scorgo un vecchio amico, Luigino Callegari, calzaturiero di Villanova del Ghebbo, capitale delle calzature polesane. Dopo i baci e gli abbracci di rito, l’amico artigiano rivolge uno sguardo alle mie scarpe (quella di indirizzare l’osservazione sul prodotto che può rappresentare la concorrenza è una deformazione professionale tipica di tutti gli artigiani). Alla mia battuta ‘sono di pelle umana’, Luigino Callegari replicò dicendo: “Te le faccio io le scarpe e vedrai che camminerai come essere in Paradiso”. Prontamente osservai che poteva farne un paio per il papa e che avremmo provveduto noi carabinieri a consegnarle. “Gliele portiamo assieme fu la sua decisione!”.

    Fu dunque così che si concretizzò l’idea, che fu favorevolmente accolta dalla sezione carabinieri di Lendinara, giungendo a fissare l’udienza con il pontefice per il 24 febbraio 2016.

    “Le scarpe per il papa, confezionate da Luigino, – continua la Pasqualini – sembravano odorare di santità, e qualcuno le ha pure baciate prima che fossero riposte nell’apposita scatola, assieme ad una pergamena e a un gagliardetto della città di Lendinara consegnatoci dal sindaco Viaro. Partimmo per la città eterna tutti vestiti in divisa. All’interno del vasto piazzale del Vaticano ci posizionammo presso la corsia del passaggio papale. Tutti pellegrini che nel frattempo giungevano, scambiandoci per guardie o tutori della legge, ci chiedevano in varie lingue dove dovevano andare e noi rispondevamo ‘sempre avanti’ con un gesto gentile della mano. All’improvviso furono chiuse le transenne e sbucò la Papamobile facendo un giro e poi ritornando presso la posizione dove ci trovavamo. Proprio davanti a noi la Papamobile si fermò ed allora velocemente consegnammo il dono ad una delle guardie papali, che appoggiò le scarpe dentro alla Papamobile indicando il nostro omaggio a Sua Santità che con un cenno della mano ci salutò e sorrise, riprendendo il suo giro. Che emozione! Indimenticabile! A questo punto che dire?”

    Missione compiuta, osserviamo. Tutto vero: avete fatto le scarpe al Papa.

  • Una nave per la Tunisia

    Una nave per la Tunisia

    Soddisfazione e legittimo orgoglio in Polesine per la prestigiosa realizzazione della “Zarzis A710”, un’unità navale tecnologicamente molto avanzata, prodotta dal Cantiere Navale Vittoria di Adria nell’ambito degli accordi di cooperazione internazionale tra l’Italia e la Tunisia siglati nella primavera del 2015.

    Commissionata dal Ministero della Difesa tunisino, la nave scuola Zarzis A710 – che rientra nella categoria Diving Support Vessel – verrà impiegata dalle autorità tunisine per la stabilizzazione dell’area del Mediterraneo. La nave sarà pertanto utilizzata per concorrere alle operazioni di consolidamento e pacificazione dell’Africa settentrionale e dell’area mediterranea. In particolare, l’imbarcazione servirà alle attività di formazione e addestramento dei sommozzatori del centro di formazione subacquea di Zarzis, località di mare che si trova a sud di Djerba.

    La sofisticata imbarcazione, progettata e realizzata come nave di supporto alle immersioni subacquee e alle operazioni di sicurezza negli spazi aeromarittimi, lo scorso 3 agosto è stata consegnata nel porto di Albarella ad una qualificata rappresentanza del governo di Tunisi.

    La cerimonia ufficiale ha visto la presenza dell’ammiraglio Abderraouf Atallah, capo di Stato maggiore della Marina tunisina, e del contrammiraglio Marcello Bernard, in rappresentanza dello Stato maggiore della Marina italiana, nonché del contrammiraglio Giuseppe Abbamonte, capo del III Reparto Navarm-Ministero della Difesa.

    Ad accogliere le autorità, Luigi Duò, presidente del Cantiere Navale Vittoria, importante realtà produttiva polesana che si qualifica tra i principali costruttori italiani di navi professionali di medio-grandi dimensioni, riuscendo a portare a termine i progetti in tempi da record: si pensi che l’importante nave scuola è stata realizzata in soli sette mesi.

    La “Zarzis A710” è una monocarena lunga 36 metri, può ospitare un equipaggio di 12 persone, più 18 sommozzatori, e raggiungere una velocità massima di 17 nodi (32 km/h) e una velocità di crociera di 12 nodi. L’imbarcazione è dotata di una camera di compressione; di un sistema di produzione, depurazione e stoccaggio d’aria respirabile e di gas terapeutico; di una campana di immersione in grado di condurre i sommozzatori fino a 100 metri di profondità.

    La nave sarà inoltre dotata di un sofisticato sistema di posizionamento dinamico “DP2”, in grado di combinare la spinta delle eliche di propulsione principali e dei bow thruster per mantenere e garantire le esatte coordinate cartografiche. Tali attrezzature rispettano le principali norme internazionali e le regolamentazioni del RINA, il Registro Navale Italiano.

    «La consegna della Zarzis A710 – ha commentato Luigi Duò, presidente del Cantiere Navale Vittoria – consolida il rapporto di collaborazione e reciproca stima con le autorità tunisine. In passato, il cantiere ha costruito e consegnato per la marina militare e la guardia costiera tunisina 12 pattugliatori. Più in generale, stiamo consolidando la nostra presenza all’estero. Il recente accordo con SIMA Perù, società pubblica del settore navale, segna l’inizio di un nuovo percorso di internazionalizzazione, basato non solo sulla costruzione di navi ma anche sul trasferimento tecnologico e di know how, per il quale non ci poniamo limiti geografici».

  • Terraqueo festival

    Terraqueo festival

    Terra ed acqua, acqua e terra: ecco – come ben delineato da Gigi Fossati nella sua famosa poesia- gli elementi naturali che caratterizzano il nostro Polesine e che il comitato della biblioteca di Canda “P. Brandolese” ha scelto per dare il nome al suo Festival Culturale Terraqueo.

    Il 2016 è stato caratterizzato dalla seconda riuscita edizione del Festival, con grande soddisfazione da parte degli organizzatori dell’Estate Candese. Del tutto centrato infatti l’obbiettivo – tra i tanti ed ambiziosi prefissati – di far diventare il Festival Terraqueo un appuntamento consolidato e tradizionale nel già ricco panorama di eventi estivi polesani.

    Nella calda estate polesana, il Terraqueo è stato un festival itinerante, incentrato sulla storia e l’arte di Villa Nani Mocenigo. Il parco ed il pian terreno della villa sono stati infatti il perno attorno al quale si sono snodate le visite guidate domenicali.

    I componenti del comitato -Tavian Manuela Presidente, Casarotto Giovanni, Celio Sabina, Dall’Aglio Beatrice e Peretta Carola- hanno accompagnato con entusiasmo il pubblico, a partire dalle ore 18, con l’intento di fargli compiere un vero e proprio viaggio nel tempo alla scoperta della vita dei patrizi veneti del 1500, i quali ci lasciarono in eredità le splendide ville disseminate all’interno della nostra Regione, molte delle quali sono oggi Patrimonio UNESCO dell’Umanità.

    L’itinerario

    Il percorso partiva con un approfondimento storico-artistico inerente la costruzione di Villa Nani Mocenigo in un territorio così particolare come il nostro, conteso tra Ferrara e Venezia ed invaso periodicamente dall’acqua. Non a caso il toponimo Polesine deriva proprio da pollicinum con il significato di terra emersa, ad indicare quelle porzioni di terreno che periodicamente affioravano alla superficie dopo le alluvioni.

    Curiosità e divagazioni gastronomiche hanno catturato l’attenzione dei visitatori nei pressi della ghiacciaia, per poi cedere il passo ad un piacevole intermezzo musicale ispirato alle sonorità della Venezia rinascimentale e curato dal collettivo Euterpe. Le note, nel fresco atrio della villa, sfumavano con la visione degli affreschi del piano nobile: non una vista diretta, ma una proiezione delle immagini su un idoneo supporto dopo il breve concerto. Non essendo infatti il primo piano della villa agibile e richiedendo inoltre i dipinti un intervento di restauro, si è pensato di renderli fruibili in questo modo, con opportuna spiegazione di sottofondo.

    La splendida passeggiata nel parco, all’ombra dei suoi secolari alberi, conduceva poi il pubblico dentro le fresche fronde del faggio pendulo sotto il quale veniva narrata la leggenda della Contessa triste (vedi scheda). Ogni villa racchiude misteri e fantasmi e Villa Nani non è da meno…

    Il programma di valorizzazione

    Con lo sviluppo di queste tematiche, grazie alla passione verso la salvaguardia dei beni locali, gli animatori del Comitato della Biblioteca di Canda hanno inteso valorizzare l’importante patrimonio culturale che Villa Nani Mocenigo offre, una volta varcati i suoi cancelli. La sua fruibilità sta molto a cuore a Canda, ed il Terraqueo ha consentito di far “toccare con mano” (ma con lo spirito più che altro) quanta bellezza ci possa essere dentro il piccolo paese polesano. L’entusiasmo e la curiosità, le domande e le discussioni che le molte persone di fasce d’età diversissime tra loro hanno posto e proposto fanno supporre di aver centrato gli obiettivi, riuscendo a trasmettere emozioni e un po’ di conoscenza.

    Non poteva mancare l’aspetto conviviale che è stato l’altro punto focale sul quale gli organizzatori si sono concentrati proponendo un ricco apericena a base di pesce – alimento simbolo della città marciana – da gustare comodamente rilassati all’interno della splendida cornice del parco romantico della Villa.

    Alle ore 21, poi, di volta in volta iniziava uno spettacolo differente che spaziava dalla rappresentazione teatrale, al concerto alla letteratura. Andando controcorrente rispetto alla preponderante offerta di intrattenimento di tipo fieristico, si è voluto puntare sulla cultura a 360°, ed il successo ottenuto spinge gli organizzatori a proseguire sul cammino intrapreso.

    Non è facile competere con manifestazioni tradizionali cementate negli anni e nelle menti; ma si può altresì ben affermare che l’interesse per il patrimonio storico/artistico è vivo e riscalda l’animo, suscitando anche sdegno quando si nota una dimora così importante come la Nani Mocenigo versare in uno stato di abbandono e quindi tristemente destinata ad un progressivo deperimento se non si interverrà al più presto con un serio programma di restauri.

  • Il Monastero si racconta

    Il Monastero si racconta

    Ampio interesse ha suscitato la presentazione del progetto Il Monastero si racconta svoltasi sabato 15 ottobre 2016 presso la Sala Flumina del Museo dei Grandi Fiumi di Rovigo.

    L’evento

    L’evento si è aperto con la perfomance teatrale Caro viaggiatore scrivi anche tu, tuo Alessandro Rossi, di e con Luigi Marangoni, che ha fatto da collegamento tra il passato ed il presente richiamando l’attenzione sul diario di Don Alessandro Rossi, il Liber Notabilium, prezioso documento da cui trae ispirazione il progetto.

    Dopo i saluti del sindaco di Rovigo Massimo Bergamin e di Andrea Donzelli, assessore alla cultura del Comune di Rovigo, si sono susseguiti gli interventi dei rappresentanti degli Enti promotori e di chi, a vario titolo, ha collaborato alla realizzazione del progetto, componendo, come pezzi di un puzzle, il ruolo rivestito e il contributo apportato: Luigi Costato, presidente Fondazione Banca del Monte di Rovigo; Andrea Donzelli in rappresentanza della Fondazione Rovigo Cultura; Elena Papa, dirigente scolastica dell’I.I.S. Edmondo De Amicis di Rovigo; Alice Faccio, consigliera di CeDi Onlus; Alberto Biasiotto della direzione ENAIP Rovigo; Stefano Turolla, direttore scientifico del progetto.

    Al tavolo dei relatori sono inoltre intervenuti diversi studenti della classe IV e V dell’indirizzo Grafica dell’I.I.S. De Amicis di Rovigo, insieme ad alcuni docenti, che hanno illustrato la loro partecipazione al progetto, nell’ambito del programma di Alternanza Scuola Lavoro 2015-2016.

    Giorgio Lazzarini, segretario generale Fondazione Banca del Monte di Rovigo ha coordinato gli interventi.

    Al termine della presentazione in Sala Flumina è seguita, a cura del direttore scientifico del progetto, arch. Stefano Turolla, l’illustrazione della pannellistica congiuntamente alla visita guidata agli “Spazi ritrovati”, un percorso attraverso le destinazioni d’uso dei vari ambienti del monastero così com’erano alla metà del XVIII secolo, ricostruiti proprio grazie al Notabilium di Don Rossi, ultimo abate di governo del monastero olivetano.

    La mattinata si è conclusa con una degustazione di piatti ispirati alle ricette di Bartolomeo Scappi, cuoco di Papa Pio V, tratte dalla sua opera pubblicata a Venezia nel 1605, a cura degli allievi di ENAIP Rovigo.

    Il progetto

    Il progetto Il Monastero si racconta nasce da un’idea di Stefano Turolla che già qualche anno fa, nel corso di alcune ricerche archivistiche sul Monastero Olivetano, fu colpito dalla nutrita presenza di manoscritti dell’abate don Alessandro Rossi. In particolare la sua attenzione si soffermò su un codice, il Notabilium, nel quale l’abate rodigino annota minuziosamente tutti gli accadimenti (dalle questioni legali a quelle edilizie) inerenti il Monastero nel periodo compreso tra il 1733 e il 1765. Il materiale raccolto costituiva una sorta di narrazione, quasi un racconto. Il Monastero, attraverso gli scritti di Rossi, e non solo, si raccontava, narrava la sua storia, si descriveva.

    A questo punto si è pensato che la ricerca meritasse di essere divulgata per l’interessante mole di informazioni sul Monastero Olivetano che, alla metà del Settecento, viveva il periodo di massimo splendore. Le notizie emerse durante la ricerca archivistica, consentivano inoltre di ricostruire la distribuzione planimetrica originaria del complesso, oggi assai compromessa, e moltissime informazioni sul ruolo di quella che era una entità socio-economica importante per il territorio e per i rapporti con altre realtà circostanti.

    Si presentò la sfida di come divulgare queste informazioni ad un pubblico il più ampio quanto eterogeneo possibile ed al contempo rendere questa divulgazione permanente, non limitata nel tempo, senza trascurare l’uso di un linguaggio che potesse avvicinare al Monastero anche i giovani.

    La collaborazione tra CeDi e Fondazione Banca del Monte di Rovigo ha portato alla ponderata progettazione e all’esplicazione di un percorso che, attraverso diversi supporti -materiali ed informatici – raccontasse la storia dell’evoluzione architettonica del complesso monastico e individuasse gli “spazi ritrovati”, cioè la destinazione d’uso che i vari ambienti avevano alla metà del XVIII secolo, e li riproponesse alla cittadinanza.

    Gli spazi ritrovati

    Concretamente il progetto consta di varie azioni didattico-informative. Innanzitutto una pannellistica chiara ed esaustiva che sintetizza il lavoro di ricerca e suggerisce la suggestione dei luoghi dell’ex complesso monastico denominati “spazi ritrovati”.

    Un primo pannello informativo, collocato nell’androne d’ingresso, riporta le quattro fasi dell’evoluzione storico architettonica del Monastero dall’anno della sua fondazione (1255) al raggiungimento dell’impianto attuale (1755); la storia del monastero ricostruita da don Alessandro Rossi nel Notabilium con la riproduzione delle due pagine del codice e relativa trascrizione; la disposizione degli spazi interni del piano terra così come si presentavano a metà del ‘700.

    Un secondo pannello, posizionato sulla vetrata che chiude l’originaria porta di accesso al piano primo, riporta la destinazione degli spazi interni di questo piano sempre riferiti alla metà del XVIII secolo.

    Venti targhe, poi, costituiscono il percorso storico-culturale “Gli spazi ritrovati”. Posizionate in corrispondenza di altrettanti locali riportano le destinazioni d’uso dei singoli ambienti così come si presentavano nel 1755.

    Inoltre, è stato predisposto un QR code, posizionato sul primo pannello, che rimanda alla sezione “Il monastero si racconta”, ospitata nel sito web istituzionale della Fondazione Banca del Monte di Rovigo, che ha partecipato alla fase progettuale e finanziato l’iniziativa. Qui è possibile accedere ad informazioni dettagliate sul progetto e qui si può scaricare l’audio-racconto “I ricordi che serbo nel cuore. Trent’anni di storia letti attraverso la testimonianza di Don Alessandro Rossi, ultimo Abate di governo, nel suo Notabilium (1733 – 1765)”, a cura di Luigi Marangoni, Stefano Turolla e Donatella Girotto, un tuffo nelle atmosfere settecentesche del monastero.

    Il progetto, infine, ha visto la produzione di un depliant che, come per la pannellistica descritta, è stato ideato con il coinvolgimento dell’Istituto De Amicis, l’indirizzo Grafica e Comunicazione per la progettazione e la traduzione in lingua. L’Istituto De Amicis ha collaborato anche per la produzione di un video, girato da alunni dell’indirizzo Turismo, rivolto ai coetanei per invitarli alla visita del sito storico-architettonico della città.

    Molteplici, quindi, le azioni progettate e costruite per rendere a tutti fruibili ed accessibili le interessanti informazioni raccolte. Nel sito della Fondazione, inoltre, la sezione dedicata al progetto Il Monastero si racconta, (www.fondazionebancadelmonte.rovigo.it) riporta notizie storiche sul Monastero e la sua evoluzione ed illustra in modo completo il progetto stesso in tutte le sue fasi di lavoro, contenuti, attori coinvolti e finalità.

  • Il “Circolo Arti Decorative”

    Il “Circolo Arti Decorative”

    Il “Circolo Culturale Arti Decorative” è, in Polesine, una delle associazioni culturali più attive e poliedriche, nel campo dell’arte, che vanta il riconosciuto merito di ospitare nel suo spazio espositivo, accanto ad artisti di fama consolidata, anche giovani talenti, ancora sconosciuti.

    L’idea della sua fondazione risale al lontano 1989 ed è in nuce nell’incontro fra tre rodigine: la pittrice Frida Osti e le docenti di educazione artistica e tecnica, Carla Paparella e Gianna Mazzetto, che organizzano corsi di apprendimento della pittura ed artigianato artistico, in particolare oggettistica realizzata in ceramica e cartapesta.

    Gianna Mazzetto, pittrice e futura fondatrice e presidente del Circolo, si attiva poi assieme ad altri collaboratori, quali i pittori Mario Sicchiero e Matteo Marcello, dando il via a nuovi corsi di pittura, scultura, affresco ed arte applicata: decorazioni floreali, pittura su vetro e tessuto. Nel 1996 il Circolo si dà una struttura legale con l’iscrizione all’Albo Comunale dei circoli, e la nuova istituzione, in breve tempo, diventa punto di riferimento artistico della città, pur mancando ancora della sede.

    Nel 2005 la svolta decisiva, con l’affido da parte dell’amministrazione comunale di Rovigo di un locale-mostra in Piazzetta Annonaria, divenuto anche sede del Circolo. Da questo momento, si sviluppa l’apprezzata attività della galleria con l’allestimento di rassegne di qualità, a cui partecipano artisti polesani, ma anche provenienti da altre province. Viene inoltre promosso il famoso concorso a premi, a livello nazionale, “Città di Rovigo-ex tempore”, finalizzato alla conoscenza di Rovigo, attraverso la pittura estemporanea di angoli, piazze e vedute della città.

    Aperta a tutte le forme d’arte, l’associazione realizza mostre anche di scultura, fotografia e artigianato artistico, come quella esposta, nel 2013, nella Hypo Alpe Adria Bank, per ricordare i dieci anni di presenza in città dell’istituto di credito. Molte le collettive dei soci extra moenia, come al Kunsthaus di Viernheim, città della Germania gemellata con il capoluogo rodigino, o, in Italia, all’abbazia di Pomposa (Codigoro), a Vicenza, nella saletta Cornaro, a Soave (Verona) e le rilevanti partecipazioni alla “Mostra d’arte” degli Artisti Veneti, nel Museo Nazionale di Villa Pisani a Strà (Venezia) e alla Quinta Biennale d’Arte internazionale di pittura, nella Villa Farsetti di Santa Maria Di Sala (Venezia).

    La galleria rodigina, con un’impronta innovativa, si è recentemente distinta per aver ospitato mostre d’arte contemporanea, con quadri d’autore, di ampio riconoscimento critico, provenienti da collezioni private. Si parla di nomi importanti come l’emiliano Antonio Ligabue, grande espressionista Naif, il toscano Gualtiero Nativi, l’istriano Carlo Hollesch ed i rodigini Antonio Mastropietro e Giancarlo Navarrini.

    L’associazione, insieme al “Circolo Polesano Amici dell’Arte”, nel 2015, ha poi voluto rendere omaggio al pittore e incisore, Giorgio Morandi, al Teatro San Bortolo di Rovigo, con una serata artistica, musicale e letteraria che ha proposto le letture e le musiche amate dall’artista, in un affascinante gioco di corrispondenze tra arti figurative, letteratura e musica.

    Nel corso degli anni, sempre in collaborazione con il Circolo Polesano Amici dell’Arte, si è sviluppata un’azione culturale molto articolata, con la pianificazione di interessanti corsi di Storia dell’arte. Purtroppo, nel 2015, per la prematura scomparsa del maestro Gabbris Ferrari, non si sono svolti i programmati tre attesi incontri sull’arte (La pittura come teatro, Eros dipinto, La città creativa).

    Seguitissimi, infine, sono stati, quest’anno, i “Cinque Incontri sull’Arte Antica e Moderna”, in sinergia con la galleria d’arte contemporanea “Il Melone”, tenuti da esperti, come il critico d’arte, Sergio Garbato, ed artisti, come lo scultore, Denis Raccanelli. Mai sono mancate le iniziative di solidarietà, come l’offerta, nella tradizionale collettiva di Natale, di opere artistiche a favore di persone indigenti o per la ricerca scientifica di Telethon.

    Di particolare importanza, infine, gli eventi a ricordo di personaggi illustri , come l’artista, Ilario Bellinazzi, uno dei primi soci fondatori, assieme a Raffaele Peretto, già direttore del Museo dei Grandi Fiumi, e alla pittrice Fonsy Colognesi, con la presentazione di un libro a lui dedicato da tre suoi grandi amici; o ancora, alla memoria dell’artista e docente Gisella Breseghello, omaggiata, dai suoi numerosi ex allievi, alla Pescheria nuova.

    Attualmente il Circolo che, nel 2015, ha celebrato il decennale dell’inaugurazione ufficiale della sede (avvenuta il 25 giugno 2005, da parte dell’allora sindaco, Paolo Avezzù, con una rassegna dedicata a dieci pittori rodigini) conta tredici soci artisti, soprattutto rodigini, ma anche provenienti dal padovano, e precisamente: Dario Barin, pittore e fotografo, Vincenzo Stella, fotografo digitale, Gianna Mazzetto, pittrice e scultrice, Maria Luisa Osti, pittrice e cantante lirica, i pittori Graziano Barion, Lanfranco Brusaferro, Giancarlo Gusella, Gaetano Cavalcanti, Enzo Griguolo, Fonsy Colognesi, Gianni Casotto, Gianfranco Coccia, la tesoriera, Giovanna Sattin, e tre sostenitori: Fausto Merchiori, Adriano Buoso e il senatore Antonio Zanforlin.

    Nonostante qualche difficoltà nella gestione del sodalizio, dovuta anche al perdurare della crisi economica, grazie all’energia e alle doti di inventiva della sua presidente, nonché alla passione dei soci, il Circolo Culturale Arti Decorative prosegue, senza sosta, nell’impegno di diffondere, sostenere e valorizzare l’arte, contribuendo alla crescita culturale, sociale ed umana della nostra comunità.

  • De Laurentis e il Polesine

    De Laurentis e il Polesine

    Anche quest’anno Ferdinando De Laurentis è stato premiato al Festival del Cinema di Venezia con un importantissimo premio della critica, per il film La madre distratta, ed è un orgoglio immenso per tutto il Polesine.

    De Laurentis ha iniziato giovanissimo, durante i suoi studi di ingegneria idraulica, ad interessarsi di arte e comunicazione, ottenendo importanti successi in diversi settori della cultura e dello spettacolo. Per tre anni di seguito presente con tre film al Lido di Venezia, pluripremiato autore di teatro, radio, televisione, sceneggiatore cinematografico, scrittore e autore di documentari storici e culturali, ha vissuto la giovinezza e la maturità sperimentandosi in molteplici attività artistiche, mantenendo sempre come sfondo integratore l’interesse per la comunicazione e tutti i suoi segreti.

    Lo incontro un lunedì mattina di fine estate, nel suo studio, che è un po’ lo specchio della sua versatile personalità artistica, tra collezioni di cartelloni teatrali, medaglie, biografie, francobolli, dischi in vinile, film sul Polesine, e infiniti libri, tra i quali alcuni antichi e preziosi, dispense universitarie e raccolte di testi radiofonici e televisivi.

    Quale siano i “grandi amori” di Ferdinando non è facile stabilire. Sicuramente Sveva, sua moglie, è il più bello e importante. Il cinema, la musica, la poesia, il teatro, lo spettacolo, l’Opera, la radio, la Storia, la ricerca … sono tutti figli amatissimi, a pari titolo, di un padre eclettico, complesso, dal multiforme ingegno, come un moderno Ulisse alla continua ricerca di nuove sfide.

    Parliamo delle origini del fenomeno Ferdinando De Laurentis.

    Sono nato e cresciuto a Rovigo nel 1959, figlio di un ufficiale idraulico del Magistrato per il Po. A diciassette anni, a Bottrighe, ho fondato con alcuni amici Radio Delta Libera. I programmi che proponevamo erano innovativi, seguitissimi, alternavano brani di gruppi e cantanti emergenti con telefonate dal pubblico in diretta. Con Ruggero Mottaran, ho scritto alcune canzoni e insieme abbiamo inciso un disco. Quindi partecipiamo nel 1978 al Festival di Loreo per Castrocaro, col gruppo L’Araba Fenice, e vinciamo la manifestazione come migliore band con il brano L’operaio e il sofista.

    Nel titolo del brano si evince l’anima non convenzionale di un giovane artista in fieri. Ti sentivi tale a quei tempi?

    No… ero solo un ragazzo come tutti gli altri, pieno di idee, con la fantasia sempre in azione. Non mi rendevo conto del perché fossi sempre alla ricerca di nuove esperienze e nuove occasioni di crescita. Forse ero alla perenne ricerca di un metodo per vincere la timidezza.

    Dopo i geometri?

    Mi iscrissi alla Facoltà di ingegneria a Ferrara e poi a Bologna. Amavo la radio e trovai un impiego presso Radio Tau, dell’Antoniano. Con il mio programma dovevo far parlare i giovani… e ci sono riuscito! Il successo di audience, la conoscenza della musica e della poesia, la trovata di narrare a Bologna storie di quotidianità rodigina, hanno attirato l’attenzione anche di personaggi importanti della Bologna intellettuale, del calibro di Giuseppe Pittano, che scelse il brano Carolina 1918, dal long playing Una chance, inciso con l’amico Giusto La Lia, quale sigla di una trasmissione radiofonica su Radiodue sulla Prima Guerra Mondiale.

    Chi era Carolina?

    Era una ragazza che scriveva lettere d’amore ai soldati in trincea per conto delle sue amiche, e spesso doveva mentire, con la morte nel cuore, per non rivelare il dramma che vivevano i soldati in guerra.

    Anche tu hai scritto per gli altri, come Carolina…

    Sì, grazie all’esperienza in Rai, con l’incisione della sigla per Pittano, ho potuto far apprezzare le mie idee e così mi furono proposte attività di grande responsabilità creativa. Dal 1988, per tre anni, sono andato in onda su Radio Rai nella trasmissione Free Time e Passeggiate italiane, con artisti del calibro di Alessandro Bergonzoni, Pippo Santonastaso, Tonino Guerra, Gianni Cavina, Carlo Delle Piane, Valeria Moriconi, Tullio Solenghi, Piero Chiambretti, Alberto Bevilacqua. Poi sono divenuto uno degli autori di testi per lo show del sabato sera Fantastico, nel ’91 condotto da Raffaella Carrà e Johnny Dorelli e tanti altri grandi artisti. Con i miei collaboratori di allora sono in ottimi rapporti ancora oggi e mi confronto spesso con loro.

    Come hai iniziato la carriera nella regia?

    Da buon rockettaro mi sono ritrovato regista di opera lirica. Nel 1991 dirigo Il barbiere di Siviglia a Madrid, con più di 20 repliche in Spagna e in Europa. Ho avuto l’onore dell’allestimento di diverse opere, quindici in totale, e ho lavorato con cantanti magnifici, come Anna Caterina Antonacci e Maurizio Muraro, fino al 2001.

    L’Opera, un’altra tua grande passione…

    Non avrei mai pensato di arrivare alla regia di Opere liriche, così lontane dalla mia formazione musicale degli inizi… ma mio padre era un appassionato musicofilo e, forse, il suo esempio mi ha donato un amore incondizionato per questa forma suprema d’arte. Sono molto onorato e orgoglioso di aver dato, tra le varie forme di spettacolo che ho curato, il mio contributo personale anche alla lirica, e, devo ammettere, con grande successo.

    L’Opera che ti ha dato più soddisfazioni ed emozioni?

    Senz’altro Arcadia in Brenta di Baldassarre Galuppi, testo di Carlo Goldoni, in scena al teatro Olimpico di Vicenza. Dirigere un tale spettacolo, nel tempio della musica realizzato da Palladio… rappresenta uno dei ricordi più forti e intensi della mia vita.

    Sei stato regista anche nel campo della pubblicità, come è nato lo spot della Levoni?

    Collaborando con l’agenzia Duse per la RAI, venni incaricato di trovare uno slogan ad effetto per i salumi Levoni. E così, quasi per scherzo, nacque il Salame Ettore, che ha portato grande fortuna all’azienda. I miei spot e le pagine pubblicitarie si trovavano ovunque, in tv e su tutte le riviste più prestigiose…

    E come sei “capitato” a S. Maria Maddalena?

    Dal 1988, dopo la morte di mio padre, mia mamma tornò nella casa natale, a S. Maria Maddalena. Nel 1993, a causa di un brutto incidente stradale, sono andato a vivere in un appartamento vicino al suo, per superare la lunga convalescenza. In quelle giornate particolari, ho conosciuto Lorenza Liboni, all’epoca assessore alla cultura del Comune di Occhiobello, che mi chiese di gestire una Scuola di Teatro per le attività pomeridiane della scuola media. Ovviamente, io, che non ero assolutamente capace di rimanere con le mani in mano, ho accettato.

    La Scuola di Teatro ottiene un ottimo successo nel paese, e quindi…

    Quindi nasce il TPO, ovvero Teatro Polivalente di Occhiobello, con corsi annuali molto frequentati, associazione che gestisce la scuola organizzata dal Comune di Occhiobello. Dalle prime esperienze laboratoriali, anno dopo anno la scuola è cresciuta fino a divenire un’entità artistica strutturale del Polesine. Siamo molto legati al teatro, per il quale mettiamo in scena testi classici e anche autoprodotti. Curo in particolare l’arte della recitazione, della dizione, la sceneggiatura e la regia.

    Dal TPO sono usciti diversi artisti che ancora oggi lavorano nel settore del teatro e del cinema…

    Certamente, il TPO ha dato il via a giovani registi, come Fred Kuwornu, famosi interpreti come Matteo Tosi, Andrea Zanforlin, Wanda Murach, Cristina Chinaglia, e tanti altri importanti attori di fiction, cinema e teatro. Aver promosso così tanti talenti e fatto scoprire opportunità di lavoro nel mondo dell’arte comunicativa è una grande soddisfazione, anche umana.

    Attraverso il TPO produci anche documentari di storia locale e film, cosa ti ha spinto a cimentarti nel cinema?

    Il cinema è l’arte comunicativa per eccellenza. Dai primi cortometraggi, apprezzatissimi da giurie cinefile importanti, sono arrivato a rielaborare video esistenti, ad esempio vecchi documentari, ricreando, attraverso il montaggio, una nuova veste per un moderno linguaggio espressivo. Questa attività mi appassiona al punto che divento un famelico ricercatore di documenti, soprattutto polesani, scrivo libri di storia locale e creo docufilm su avvenimenti e personaggi cruciali per la conoscenza del nostro territorio. Con Il professore, film su Emilio Zanella, sono stato premiato con una menzione particolare dal Presidente Giorgio Napolitano. Con Come mirano giusto costoro ho partecipato alla Mostra del Cinema di Venezia. Per il corto Ce la possiamo fare, sul tema della disabilità, ho ottenuto l’incarico dall’Università di Ferrara.

    Venezia ti ha ospitato anche per due film particolari, recitati dagli attori del TPO…

    Sì, grazie alle attrezzature che il TPO è riuscito ad acquisire e organizzare, sono stati prodotti anche due film estremamente impegnativi in soli due anni: L’ultimo giorno dello scorpione, un noir sceneggiato dal romanzo della polesana Linda Stocco, nel 2015 e La madre distratta, tratto dal romanzo psicologico di Nicoletta Canazza, sempre rodigina. Gli attori sono studenti del TPO e anche personaggi della provincia di Rovigo e di Ferrara, che ho invitato a prender parte a queste avventure cinematografiche, nelle quali ho voluto celebrare soprattutto il Polesine, la mia terra, poco avvezza alla ribalta, ma ricca di location naturali e architettoniche ideali per i messaggi che intendevo comunicare attraverso il cinema.

    Per il TPO quali desideri intendi realizzare nel futuro prossimo e venturo?

    Vorrei che i giovani si avvicinassero al teatro e al cinema e che trovassero nella scuola che dirigo una valvola di sfogo comunicativo, artistico, creativo. Le iscrizioni al nuovo anno scolastico sono aperte, mi auguro di incontrare nuovi talenti e nuove sfide, che sono il sale della vita!

  • I 40 anni degli Autori Polesani

    I 40 anni degli Autori Polesani

    Quarant’anni di storie, emozioni, sentimenti, descritti in prosa e in poesia, sono un traguardo importante. La preziosità di tanti momenti di vita è racchiusa nell’antologia “Storie, fole, filò”, che il gruppo Autori Polesani ha realizzato per celebrare quattro decenni di attività. Il volume è arricchito dalle raffinate immagini di Rovigo, del Delta del Po, dei sogni, prodotte da Alberto Cristini, e racconta vicende che hanno radici profonde, vivace sensibilità, amore per il bello dell'arte, sentimento religioso e la cronaca dei fatti.

    In tutto il volume propone 28 Autori, 55 racconti, con la prefazione di Claudio Garbato e la presentazione di Alberta Silvestri.

    “Il nostro gruppo è nato nel 1976, con il periodico “Autori Polesani” edito con la collaborazione della "Dante Alighieri" – spiega Aurora Gardin, presidente del gruppo -. Negli anni sono state varie le sillogi poetiche, e 5 le antologie di poesia e prosa in italiano e vernacolo pubblicate con prefazioni di personalità della nostra cultura, come lo stesso Miro Penzo, il primo presidente degli Autori Polesani, Flaminio De Poli, Giovanni De Pascalis e Giuseppe Rigolin”.

    – In cosa si distingue questa ultima antologia dalle 5 precedenti?

    “Storie- Fole- Filò è tutta in prosa e il dialetto è solo in pochi racconti. Sono in pochi ancora lo conoscono e lo amano. Il lavoro tocca problemi profondi e complessi che partono dalle nostre più autentiche tradizioni, sino alle criticità della società moderna”.

    – Quanti autori sono stati pubblicati in tutto sulle 6 antologie?

    “Complessivamente sono stati circa 160. Varie voci di anziani e giovani amanti dello scrivere che forse, da soli, non avrebbero trovato modo di farsi conoscere”.

    – Cosa ricorda della nascita del gruppo nel 1976?

    “Da allora si sono iscritte figure di peso della cultura locale: Gigi Fossati, Flaminio de Poli, Giovanna Manzolli Modonesi, Alberto Marzolla, Lucia Dionisio, Angioletta Masiero, Angelo Savaris e lo stesso attivissimo presidente Miro Penzo. C'erano anche alcune "scaramucce" tra gli scrittori, molto sensibili e dalle forti, originali personalità”.

    – Quando è stata eletta presidente?

    “Vent’anni fa. Fece scalpore la pubblicazione, oltre ad altre mie raccolte, di "Donna devi sapere" a sostenere i diritti, la libertà delle donne”.

    – Cos'è cambiato da allora nel modo di fare poesia?

    “Forse allora il linguaggio poetico era coscientemente più elaborato, ed erano molti i poeti, gli scrittori dialettali”.

    – Tra i numerosi eventi del Gruppo, quali hanno segnato le tappe fondamentali del percorso?

    “Il Concorso Nazionale di Poesia e Prosa "Città di Rovigo" quest'anno alla XVIII edizione, con presidente per tanti anni lo scrittore Cibotto; la rassegna poetica nel quartiere Tassina di Rovigo "Poesia e Sport momenti di emozione con l'originale sezione ‘maglietta della poesia’; la rassegna a San Valentino sulla poesia d'amore negli eleganti spazi di "Rovigo Banca". E non dimentichiamo l’attività di volontariato promossa all’Iras di Rovigo. Doniamo agli anziani, ospiti della struttura momenti di sollievo e di gioia”.

    – Quanti sono gli iscritti al Gruppo oggi? Quanti in passato?

    “In 40 anni di attività gli iscritti sono stati circa 270. Gli anni con più associati al Gruppo furono attorno al 1998 -2000 perché si unirono agli Autori anche diversi pittori. Nel complesso lo zoccolo duro comprende 40-45 aderenti”.

    – Quali nomi importanti hanno segnato la storia del Gruppo?

    “Ce ne sono tante: Danila Dicati, Loredana Capellazzo, Giannina Giunta, Ilario Bellinazzi”

    – Quale augurio fa al gruppo per i prossimi 40 anni?

    “Ben vengano, nel nostro gruppo, tutti coloro che hanno celate nel cassetto le proprie opere. È bello poter trasmettere, comunicare le proprie emozioni, sensazioni, fatti della vita. La poesia, la scrittura, l'arte in genere aiutano a illuminare le zone buie della mente per entrare in comunicazione con gli altri. Sono un sollievo per l'anima”.

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