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Archivi: Articoli d’archivio

  • Rivisitazioni in terre d’acque

    Rivisitazioni in terre d’acque

    L’idea della mostra di pittura Rivisitazioni in terre d’acque ha preso avvio da Luciano Scarpante, ispirato dai contributi e dalle immagini del volume Trasparenze di paesaggi. Atlante aerofotografico del Polesine, curato da Raffaele Peretto e Sandra Bedetti, edito nel 2013 grazie alla collaborazione tra la Provincia di Rovigo e il Centro Polesano di Studi Storici, Archeologici, Etnografici (CPSSAE) e con il sostegno della Regione del Veneto.

    E’ certamente sorprendente constatare che il Polesine, se osservato dall’alto, è in grado di mostrare segni della sua antica storia e prendere atto che questi palinsesti del suolo, integrandosi con le conoscenze archeologiche, giungono anche a mostrarci brandelli di paesaggi nei quali l’uomo seppe sfruttare la potenzialità di ambienti favorevoli ai traffici commerciali e allo sfruttamento agricolo fin da quattromila anni fa.

    Quell’antico Polesine si riflette e sopravvive ancor oggi negli scenari del Delta Padano con i suoi deboli equilibri di terre e di acque, di paesaggi anfibi protesi verso il mare, condivisi e governati dall’uomo.

    Il Delta, tanto giovane ed effimero, è espressione dell’antico.

    Scarpante ha colto in particolare questo aspetto e, da uomo e pittore del Delta, ha coinvolto gli amici del gruppo Arte Sentimentale. Questi, dopo un accurato esame dell’Atlante aerofotografico, hanno condiviso, senza esitazioni, lo stimolo ad esaminare, attraverso le loro espressioni emotive, aspetti storici, ambientali, tradizionali della terra polesana, per loro familiare nel comune sentimento artistico che li lega, già sperimentato nel 2009 con il progetto didattico I fantasmi di Scano Boa dell’Accademia delle Belle Arti di Firenze.

    L’intento degli artisti era quello di esprimere ancora una volta la loro riconoscenza al Polesine, con la possibilità anche di inserirsi tra le celebrazioni dei cinquant’anni di attività del CPSSAE, che molto ha dato per ampliare e diffondere le conoscenze sulla storia di questa terra d’acque.

    Ne è nata una bella mostra, che sarà itinerante (nell’estate 2016 sarà a Crespino e a settembre a Portotolle) e che ha avuto il suo debutto nel novembre 2015 nelle storiche barchesse della palladiana Villa Badoer, sede del Museo Archeologico Nazionale di Fratta Polesine.

    La rassegna pittorica è stata organizzata dal CPSSAE e da Arte Sentimentale con il sostegno e la condivisione del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo-Polo Museale del Veneto: un omaggio al Polesine e alla sua storia antica, riscoperta attraverso le suggestioni delle fotografie aeree¹.

    Grazie alla creatività dei quattro artisti del gruppo Arte Sentimentale, hanno così preso vita, attraverso le loro opere pittoriche, figure, paesaggi, feste, ritualità attinenti a storie racchiuse in quelle trame di acque e di suoli stratificati nel tempo da sedimenti alluvionali e che solo in minima parte la ricerca archeologica ha riportato alla luce.

    Il tutto, inoltre, non poteva essere disgiunto dal fascino di narrazioni mitologiche, tramandate dai poeti greci, e che trovano finalmente la loro giusta ambientazione nell’antico delta, rafforzando, anche per questo aspetto, la verosimile connotazione del territorio, coinvolto negli attivi traffici commerciali lungo la nota “via dell’ambra”. La rivisitazione del passato, seguendo il coinvolgimento emotivo di quanto suggerisce la conoscenza scientifica ma staccandosi dalla stessa, ha portato gli artisti a immergersi nei sentimenti dell’antico e a interpretare la realtà secondo un gusto nuovo.

    Umberto Falchini, livornese d’origine e residente a Rosignano Solvay, si esprime attraverso sette opere, una per ogni area con cui è stato suddiviso il Polesine nell’ Atlante aerofotografico. In sei di esse sono raffigurati a mezzo busto personaggi che rievocano tappe significative dell’antichità polesana affiancati da simbologie per rimandare all’organizzazione e alla gestione delle risorse ambientali. Ed ecco trovare vita il banchetto di “Visna, l’etrusco del Po” o “L’agrimensore” intento a progettare bonifiche; appaiono anche personaggi storici in “Ecateo e le terre d’Adria” (fig.1) e “Le selve del Duca”. Sono solo gli occhi del tempo in “Herboso flumine” a seguire le lente e tormentate trasformazioni del Po.

    Anche il fiorentino Amedeo Lanci continua ad essere nel gruppo; prematuramente mancato, è stata la moglie Anna a non volerlo assente alla mostra per il suo particolare amore nei confronti del Delta. Nelle tre opere presentate traspare il profondo legame con il mondo agricolo e pastorale in romantiche scene di rievocazioni agresti, che riflettono l’universalità di tradizioni e di riti secolari ormai soppiantati, i cui ultimi, lievi suoni nostalgici delicatamente affiorano dalla sua “Meditazione”(fig.2). Lanci, noto come il pittore delle chitarre, lascia in questa occasione il suo strumento per dare risalto al bucolico flauto e alla “umile zampogna” che allietavano la quotidianità del lavoro tra boschi, campi e pascoli.

    Luciano Scarpante, polesano nato a Fiesso Umbertiano ma da sempre profondamente radicato nel cuore del Delta, in sei tele raffigura, tra storia e attualità, la poesia della sua terra a partire da “Approdi ai Septem Maria”(fig.3) oltre le quinte di vele di navi greche, siano esse di mercanti o di eroi, per passare agli “Affioramenti” di testimonianze archeologiche, lasciando intravvedere nelle “Metamorfosi” la peculiarità di un paesaggio effimero, mutevole come la nostra esistenza. Affiorano anche i miti di “Lacrime d’ambra per il figlio del Sole” e tra pioppi e salici rivieraschi nell’immaginario ancora si nasconde “Silvanus dio dei boschi” mentre un sandalo spiaggiato e calzato da ombre accompagna alla riscoperta del passato.

    Gunther Wolf, nato a Stoccarda, trascorre la giovinezza tra Austria e Germania come attore e artista, prima di stabilirsi a Pellestrina e poi a Venezia, si presenta pure lui con sei opere. Tre sono rivolte a gioiosi momenti di “Feste agresti” come l’affollata e vivace sagra paesana nella “Piazza per Fetonte” (fig.4) e il richiamo alla “Danza per Cerere” sia a propiziare un buon esito della semina sia a riconoscenza di una campagna generosa. Gli altri dipinti sono dedicati alle risorse e alle potenzialità del singolare ambiente deltizio, descritto da Plinio simile a quello del Nilo. Simbolicamente Wolf collega le due aree umide mediterranee attraverso l’elegante corteggiamento di una coppia di gru cenerine, da qualche anno tornate a frequentare anche il nostro Delta².

  • Gli incanti di Jone Suardi

    Gli incanti di Jone Suardi

    Nell’ultimo scorcio del 2015 le opere di Jone Suardi hanno avuto modo di farsi conoscere in Polesine nel corso di due importanti iniziative: in occasione di un apprezzato premio letterario sostenuto dall’Associazione Industriali e nell’ambito di un’azione di sostegno ad un’associazione umanitaria nel corso delle giornate Telethon.

    Per conoscere meglio l’artista, che risiede ad Abano Terme, l’abbiamo raggiunta presso il suo elegante laboratorio-studio. Accedervi è come spalancare una porta su un magico mondo di vetro. Si rimane incantati dinanzi alle raffinate sculture, ai bassorilievi, ai deliziosi piatti realizzati dalle sue abili mani.

    Il prof. Augusto Alessandri, illustre critico d’arte, ha definito Jone Suardi “una delle scultrici più raffinate della terra veneta”, e ammirando le sculture di Jone, non si può che concordare con tale definizione. Carla d’Aquino Mineo da parte sua ha evidenziato come la valente artista dimostri una rara “sapienza esecutiva nei diversificati materiali, dalla terracotta, alla fusione in bronzo, sino alla realizzazione di pregiate sculture in vetro che mostrano risultanze classiche, dove antichi preziosismi si evolvono in forme rinascimentali per raggiungere, nell’autonomia stilistica accentuazioni moderne nell’evocazione di Arturo Martini e Giacomo Manzù nel ricondurre le forme rinascimentali all’essenzialità plastica.”

    Le stupende vetro-sculture della Suardi trasmettono importanti messaggi di amore e di speranza nei confronti della vita. Soffermarsi davanti alle sue opere permette ad ognuno di noi di riflettere sulla fragilità dell’essere umano continuamente in bilico tra esigenze e desideri materiali e tensioni spirituali.

    L’artista aponense ha recentemente realizzato stupende sculture in vetro per gli autori premiati al concorso letterario internazionale “Unicorno-Rovigo” e, per l’occasione, ha creato acquerelli e sculture raffiguranti il mitico unicorno, opere di rara eleganza che sono state molto ammirate. Nel settembre 2015 ha tenuto una splendida personale dal titolo “Verso l’alto” nel suggestivo Oratorio di San Rocco a Padova riscuotendo grande successo per l’eleganza stilistica, i meravigliosi riflessi e la luminosità delle opere esposte.

    Ci troviamo dunque ad Abano Terme nell’elegante studio con annesso un laboratorio di fusione e domando ad Jone Suardi perché predilige il vetro per la realizzazione delle sue opere.

    “Perché è trasparente, illusorio, magico, – risponde l’artista- e mi permette di trasformare il volume della materia in trasparenza, luce, colore.”

    D: Cosa la affascina?

    R: La classicità. Ricordo che, da bambina, quando ero costretta a rimanere a letto perché malata, chiedevo mi venisse portato un libro che riproduceva statue classiche. Osservare quelle figure mi piaceva moltissimo, così come amavo un altro libro: la Divina Commedia illustrata da Doré. Guardare quelle meravigliose illustrazioni mi faceva sentire meglio.

    D: A cosa sta lavorando in questo periodo?

    R: Sto ultimando una scultura che verrà consegnata a Palazzo Moroni a Padova quale premio alla carriera ad una personalità eccellente, l’impresario di danza Daniele Cipriani. Inoltre, sto lavorando per la città di Monselice per ricordare il Giubileo Straordinario della Misericordia. Si tratta di un’opera in bronzo che vuol rappresentare il pontefice Paolo V che diede il privilegio giubilare a Monselice nel 1500.

    D: Quando si è iscritta all’Accademia di Belle Arti di Venezia?

    R: Tardi. Prima ho dovuto lavorare alternando l’attività di insegnante a quella di impiegata. Sono diventata moglie e mamma di due gemelli, Nicoletta e Andrea. Per anni mi sono dedicata interamente alla famiglia. Solo all’età di quarantasette anni ho potuto ritornare tra i banchi di scuola; mi sono iscritta al primo anno del Liceo Artistico “A. Modigliani” di Padova. Studiavo e lavoravo cercando di non trascurare mai la famiglia. Nel ’94, il mio sogno, riposto per tanto tempo nel cassetto, è diventato finalmente realtà; ho potuto iscrivermi all’Accademia di Belle Arti di Venezia. Ho frequentato scultura e mi sono diplomata a pieni voti nel 1997.”

    Da allora l’entusiasmo, la passione, l’impegno artistico di Jone non sono mai venuti meno. Le mostre si sono succedute così come i prestigiosi riconoscimenti alla sua arte.

    Ha tenuto mostre a Venezia, Udine, Firenze, Abano Terme, Budapest, Treviso, Padova, Roma, Milano… Ha realizzato importanti opere pubbliche. E’ sua l’incisione su marmo che ritrae San Giovanni Bosco in Piazza Sacro Cuore ad Abano Terme. Come sua è la scultura in vetro al Priore del Santo a Padova, e suo il medaglione commemorativo in bronzo Giubileo 2002 sulla Porta Romana a Monselice.

    Molti i primi premi conseguiti in Concorsi d’arte nazionali ed internazionali tra i quali il “Renato Marinato” di Marghera, la XII Biennale Friuli Venezia Giulia di Udine, la Biennale Triveneta d’Arte Sacra Carpenedo Mestre, il Premio Internazionale Città di Udine, la Mostra Internazionale di Arte Sacra Pompei e tanti altri.

    Grande è la capacità d’immedesimazione di Jone Suardi nel racconto che va a rappresentare; da ogni opera traspare il pathos e la spiritualità che sa imprimere alle sue creazioni.

  • M. Grazia Previati e la “Dante”

    M. Grazia Previati e la “Dante”

    Mi sei apparsa così, Grazia, gioiosa ed entusiasta per il piacevole ed interessante itinerario di conoscenza dell’alto Polesine, che mi avevi pregato di organizzare. La tua allegria, unita alla soddisfazione per il positivo evolversi della giornata, traspaiono chiaramente nella foto scattata esattamente di dieci anni fa, mentre porgevi l’omaggio della “Dante” al prof. Tommaso Zaghini, ideatore e direttore del Museo della Giostra di Bergantino.

    Grazia, la prof. Maria Grazia Previati, non c’è più da 4 anni. La sua immagine solare mi è apparsa improvvisamente in una foto finita, chissà come, in una cartella di vecchi file, non più utilizzabili, che mi predisponevo a cancellare.

    Ricordo il suo entusiasmo e il suo impegno per la “Dante”. E poi il suo interesse verso il Polesine tardivamente scoperto, ma con cui voleva stabilire un legame solido, anche per “scusarsi” per averlo troppo a lungo ignorato.

    La “Dante”, ovvero la sezione rodigina della prestigiosa associazione “Dante Alighieri”, aveva rappresentato un importante punto di riferimento e di collaborazione durante tutta la sua carriera scolastica: dapprima con la presidenza Penzo, seguita da Leonilda Prosdocimi Tiengo e poi Nilda Geddo, con cui aveva concepito l’idea di sperimentare i primi corsi PLIDA (Progetto Lingua Italiana Dante Alighieri), per farne il fiore all’occhiello della sezione rodigina. E, dopo la morte della presidente Geddo, quando anche per Grazia Previati era giunto il periodo dell’attesa pensione, ecco l’assunzione della responsabilità della presidenza. Ed allora anche un cambiamento nelle prospettive di vita: “Avevo sempre pensato che, raggiunta la pensione, mi sarei trasferita a Ferrara, la mia città di elezione, dove ho studiato e dove ho sempre mantenuto legami ed amicizie.”, mi diceva lei che era nata e fino all’imminenza del matrimonio era vissuta ad Occhiobello. “Poi questo impegno inatteso con la Dante, a cui non sento di potermi sottrarre”.

    Un impegno che da Rovigo aveva iniziato a dilatarsi spesso anche al resto della provincia. “Sto scoprendo interessanti aspetti per me impensabili di questo territorio. – Mi disse un giorno -. Devo confessare che troppo a lungo ho sottovalutato il Polesine e le sue peculiarità. Ma almeno in parte posso rimediare”.

    Con questa premessa si era affidata a me e alle pagine del Ventaglio per mettere a fuoco qualche iniziativa di conoscenza nell’ambito provinciale. Così, dopo il Delta, avevo proposto un’escursione in alto Polesine, un’area praticamente sconosciuta alla maggioranza dei soci della Dante rodigina. Partenza per Trecenta, con visita a Palazzo Pepoli-Spalletti ed illustrazione della contigua area dei gorghi; poi Sariano con l’antica Casa Pepoli, indi San Pietro Polesine con la settecentesca chiesa, l’unica della provincia con due campanili, ed il museo con ritrovamenti antichissimi della zona di Canar ed altri del XV-XVI secolo della zona di Torretta. A seguire il pranzo graditissimo presso Corte Vallona (testimonianza nel nome della grande valle che interessava il territorio prima delle bonifiche) ed infine, nel pomeriggio la chicca conclusiva: la visita al Museo della Giostra, legato all’attività prevalente della zona, ovvero alla costruzione di giostre ed elementi per luna-park, la cui storia è valorizzata nella raccolta museale ospitata a Palazzo Strozzi.

    Fu una bella giornata, che contribuì sicuramente ad affiatare i componenti della Dante ed anche a rivalutare agli occhi di tutti il nostro territorio.

    La Dante, con Grazia Previati ha indubbiamente ampliato il suo ruolo culturale nel contesto della provincia ed ottenuto una visibilità nuova, ed il suo ricordo è tuttora vivissimo in seno all’associazione dove il marito, il prof. Bruno Paganelli, continua ad avere un ruolo importante, accanto alla attuale presidente prof. Mirella Rigobello.

    “Donna di grande cultura e intuizione che sapeva guardare lontano” – la definiscono gli attuali membri del direttivo di Rovigo – sottolineando come insieme all'attuale presidente, Mirella Rigobello, Grazia Previati ha avviato nel 2005 i corsi di lingua italiana per stranieri, denominati Plida (Progetto Lingua Italiana Dante Alighieri), un progetto destinato sia ai principianti assoluti, sia a quelli che già conoscono la lingua e che intendono usufruire di corsi a livello più avanzato.

    “Incarnava in maniera perfetta e quasi autoritaria – aggiunge il dott. Carlo Piombo – il ruolo di Presidente del Comitato Provinciale della Dante Alighieri, proponendo al mondo economico iniziative e programmi da attuare nello spirito della prestigiosa Società. Personalità e convinzione nella forza delle sue idee sembravano sostenere una donna di grande carattere, in grado di destreggiarsi con fermezza in un periodo tanto difficile per la vita delle associazioni di volontariato, grazie anche all’aiuto discreto di suo marito Bruno.

    Una malattia tremenda, affrontata con la grinta di chi è abituato a lottare sempre, l’ha portata via in poco più di un anno. Ed è stato proprio in questo tempo che abbiamo conosciuto meglio, e nell’intimo, Maria Grazia, seguendola fino all’arrivederci, e scoprendone le grandi doti di umanità e di amore verso la famiglia, con particolare riguardo a Bruno, inesauribile custode della memoria di sua moglie”.

    “Maria Grazia – conclude Carlo Piombo – ha vissuto il suo ultimo tempo terreno come se nulla le fosse successo, lavorando ancora per la Sua Dante, della quale era effettivamente innamorata, e per la quale organizzò due viaggi, uno in Toscana e, un altro a Torino, durante il quale la sofferenza provocata dalla malattia si faceva più evidente giorno dopo giorno, senza tuttavia scalfirne lo spirito e la voglia di vivere, come in quella sua passeggiata, a braccetto di Bruno al parco del Valentino, ripresa dagli amici, come testimonianza del suo attaccamento al bello e alla libertà del vivere”.

  • Il “prigioniero” Giuseppe Rigolin

    Il “prigioniero” Giuseppe Rigolin

    Quest’anno ricorre il decimo anniversario della morte di mio padre – il maestro Giuseppe Rigolin – deceduto il 31 ottobre 2006. Dieci anni sono ormai trascorsi, ma il vuoto che ha lasciato si fa sentire ancora perché riempiva la vita di tutti noi familiari e non solo.

    Tanto si potrebbe dire e raccontare della sua vita (l’attività di insegnante, di promotore di iniziative economiche e di miglioramento delle condizioni di vita nel Delta, il ruolo di presidente della Camera di Commercio di Rovigo, ed altro) ma, ricorrendo proprio quest’anno anche il 70° anniversario del suo ritorno dalla prigionia (febbraio 1946), lo voglio ricordare soprattutto citando alcuni passi tratti dal suo secondo libro 1940-1945 Si è fermato il tempo (Panda Edizioni Padova, 2000)

    Nel volume egli narra fatti e avvenimenti vissuti in quegli anni e la sua dura esperienza di prigioniero di guerra nel campo di Hereford, Texas, Stati Uniti, vicende che sono state descritte nel 2011 anche dal giornalista, saggista e storico Arrigo Petacco nel suo libro Quelli che dissero di no (Mondadori Editore) e che riguardano coloro che al tempo, nonostante le vessazioni cui furono sottoposti durante la prigionia, non vollero tradire il giuramento di lealtà a suo tempo fatto nei confronti dello stato italiano.

    Si tratta in definitiva di un gruppo di italiani “irriducibili” che, catturati prima dell’8 settembre – prima pertanto dell’annuncio dell’uscita dell’Italia dalla guerra, cui seguì il cambiamento delle alleanze – non intesero “abiurare”, restando fedeli al giuramento fatto, senza cedimenti, nonostante le angherie cui venivano sottoposti dal comando statunitense per farli cedere.

    La vita al campo

    Giuseppe Rigolin, fatto prigioniero durante lo sbarco degli Alleati in Sicilia (luglio 1943), fu dapprima portato a Orano (Algeria) e poi a Casablanca (Marocco) dove fu imbarcato su una nave con centinaia di altri commilitoni. Arrivato a Newport News nello stato della Virginia e trasferito nel campo di concentramento di Monticello, nello stato dell’Arkansas, fu poi condotto nel campo di Hereford, nello stato del Texas (marzo 1944), avendo rifiutato di sottoscrivere l’atto di collaborazione con gli americani.

    Ben presto la vita al campo si presenta con la monotonia di giorni tutti uguali, nell’inutile attesa di una soluzione del tutto sconosciuta ai prigionieri e anche ai militari statunitensi di guardia. Per non cadere nella più cupa depressione ci si arrangia come si può, riuscendo, pur nelle ristrettezze della prigionia a coltivare qualche hobby. (…) Sapevamo – annota Giuseppe Rigolin nel suo libro autobiografico – che alcuni nostri compagni scrivevano racconti che venivano riportati sul giornalino del campo (…) Giuseppe Berto avviò la stesura del romanzo pubblicato in Italia dall’editore Longanesi, al rientro dalla prigionia nel 1946 con il titolo “Il cielo è rosso”. Altri amici sarebbero poi diventati scrittori di valore come Tumiati e Troisi. (Gaetano Tumiati scrisse, tra l’altro, “Prigionieri nel Texas” – Mursia Editore – 1985, libro regalatomi da mio padre con la dedica “A futura memoria”).

    (…) Parte della giornata era dedicata alle attività sportive e non poteva mancare, logicamente, per noi italiani il calcio (…) Nell’estate 1944 si svolse il primo torneo () La cronaca sportiva veniva redatta da un giornalista, Armando Boscolo di Chioggia (Boscolo descrisse l’esperienza del campo di concentramento nel libro “Fame in America” – Edizioni Europee Milano 1954).

    (…) Frequentavo le mostre dei pittori tra i quali ricordo Gambetti Dino della provincia di Mantova; Burri, ufficiale medico, in prigionia scoprì la sua passione per la pittura che lo portò alla rinuncia della professione (…)

    La fame

    Il periodo più brutto dell’esperienza di prigioniero viene raccontato nel capitolo Autunno del 1944. La fame dove, fra l’altro, descrive la visita dell’Arcivescovo cattolico di Amarillo che volle recarsi nel campo di concentramento, dopo avere saputo del pessimo trattamento riservato ai prigionieri italiani: Arrivò al campo, chiese di essere ricevuto dal comandante americano, pretese ed ottenne di pranzare alla mensa della terza compagnia a tavola con il nostro generale e con noi. Poté constatare di persona che, in quella giornata, era prevista una salacca in otto accompagnata da due fette di pane bianco come il latte ma di ridotta sostanza perché confezionato con farina di riso.

    La fame è davvero cronica e la ricerca di cibo è spasmodica: (…) Alcuni ufficiali catturarono un serpente, lo scuoiarono e lo arrostirono (…) Sparirono anche le cavallette ben numerose nel campo: l’idea venne al tenente conte Foscari della nostra baracca che, aiutato da alcuni di noi per la raccolta, pensò di friggerle poi, nell’olio usato come brillantina per i capelli.

    (…) Per il campo circolavano larve d’uomini costretti solo dalla necessità di recarsi alla baracca servizi. Il calo di peso variava in media sui 20/25 chilogrammi a testa. Per quanto mi riguarda ero passato dai 68/70 chili a 50 (…). La mancanza di notizie da casa aggravava la già precaria condizione psicofisica (18.4.’45). Dopo 21 mesi finalmente ricevo notizie (…).

    (19.9.’45) Un altro compleanno di prigionia! Peggiore di tutti gli altri perché l’accumularsi dei giorni ai giorni, dei pensieri ai pensieri, delle sofferenze alle sofferenze ha creato stratificazioni di amarezze (…).

    Questo è certamente il periodo più triste della mia vita. Costretto a mangiare bucce di patate, tutoli di granoturco ed altre bestialità del genere (…).

    Gli irriducibili

    Le notizie che circolavano nel campo sembravano create ad arte dagli americani per tenerci in perenne stato di ansia. L’ultima ordinanza diramata ci informava che, essendo finita la guerra su tutti i fronti, bastava solo una dichiarazione orale alla presenza di un ufficiale americano che fungeva da notaio, senza alcuna firma da parte nostra per chiudere la partita (…) Ma noi superstiti, ridotti ormai in numero di 346, preferimmo non abboccare.

    (24.1.’46) Ho fatto il mio dovere per quanto allo stato attuale di capovolgimento, di anomalie sia più facile accusarmi del contrario. La guerra è finita (…) Non sono uno spostato. Sono convinto di essere stato lineare con me stesso (…) Affiorava sempre il dramma della mia coscienza (…) Ero partito giovane, carico di belle speranze e di idealità e mi ritrovavo di dover accettare la condizione di uomo fino in fondo con tutte le implicazioni che la parola sconfitta comportava (…).

    Il ritorno

    (30.1.’46) Finalmente si parte (…) Il campo alle nostre spalle era diventato deserto (…) Sulle torrette di guardia abbandonate non appariva più il volto del “caman” ringhioso pronto a sparare (…) Ora guardavo avanti con speranza, volevo dimenticare le amarezze, cancellare i ricordi penosi, svellere il tormento radicato nel cuore (…) Ecco la guerra, da me accettata con l’entusiasmo dei miei vent’anni, ed il tempo si fermò per cinque anni (…) Un futuro ancora incerto, ma speranzoso stava davanti a noi: il tunnel oscuro della prigionia lasciava intravedere la tenue luce dell’uscita.

    Una storia pressoché sconosciuta

    Le vicende narrate da Giuseppe Rigolin hanno trovato conferma anche nel libro di Arrigo Petacco Quelli che dissero di no, con sottotitolo 8 settembre 1943 La scelta degli italiani nei campi di prigionia inglesi e americani, dove vengono descritte le vicissitudini di quei soldati che, dopo la firma dell’armistizio, erano prigionieri degli inglesi e americani, e raccoglie le testimonianze di quella cospicua minoranza che scelse di non tradire. Un libro che restituisce voce e memoria ad alcuni di quei protagonisti e riporta alla luce una tessera significativa, spesso rimasta in penombra, di quel mosaico di esperienze e avventure personali che ha caratterizzato l’altra Resistenza.

    Vicende che – come sempre affermato da mio padre – furono certamente diverse, meno tragiche e non paragonabili a quelle vissute da chi fu deportato nei campi di concentramento nazisti e da cui molti non tornarono, ma sempre comunque condizioni di sofferenza e angoscia.

    Due sono i capitoli nei quali Petacco narra fatti già descritti da mio padre:

    – XIV Il campo degli irriducibili – Hereford nel Texas, il più grande dei dodici campi di prigionia americani, dove erano stati concentrati tutti gli ufficiali e sottufficiali che, dopo l’8 settembre, si rifiutarono di collaborare. Fra questi, personaggi che poi diverranno famosi come gli scrittori Giuseppe Berto e Gaetano Tumiati, il pittore Alberto Burri, il giornalista Armando Boscolo e altri;

    – XVII Fame in America – I prigionieri del campo di Hereford, definito “Fascist Criminal Camp”, furono quelli che subirono gravi pressioni fisiche e morali perché nessuno aveva accettato di firmare l’atto di collaborazione, subendo quindi maltrattamenti di vario genere, sino a patire la fame.

    Io ho avuto la fortuna, sin da ragazzo, di sentire rievocare quelle vicende con tanta emozione e dovizia di particolari da chi le ha vissute in prima persona: mio padre e i suoi compagni di prigionia, con i quali durante la vita sempre mantenne solidi legami; e se dubbi potevano sorgere leggendo il suo libro questi sono stati certamente fugati dal testo di Petacco.

    Ancor oggi mi trattengo nel suo studio – che è rimasto come quando lui era in vita – a sfogliare i suoi documenti, i suoi scritti, le fotografie… Fra le varie testimonianze trovo il fascicolo della Compagnia Universitari del 58° Reggimento Fanteria “Abruzzi”, stampato a Padova nel 1941 e scritto in chiave satirica e goliardica contenente racconti, immagini, vignette riguardanti la vita militare e tutti i volti dei componenti la compagnia, disegnati in forma caricaturale; i suoi quaderni con appunti in italiano e inglese e sui quali è impresso il timbro “Prisoner of war camp Hereford Texas”; i ritagli originali dei giornali: The New York Times, Arkansas Gazette, Il progresso italo-americano degli anni 1943 e 1944 con immagini dell’epoca; l’album di Dino Gambetti dedicato “Ai P.O.W. del campo di Hereford”, contenente ventiquattro litografie che raffigurano il campo, momenti di vita quotidiana dei prigionieri, il tornado, la neve, la caccia all’ultimo gatto, una salacca in otto, ecc.

    A settant’anni dalla fine della guerra e del suo ritorno in Polesine ho voluto ricordare questo tragico periodo della vita di mio padre richiamando la sua testimonianza su fatti realmente vissuti, ma poco conosciuti e di cui raramente si è parlato, e lo voglio ringraziare ancor oggi per essere stato guida ed esempio di rettitudine, coerenza e lealtà.

    Il primo dopoguerra. Contarina e la tragedia dell’alluvione

    Una parentesi tragica quella della guerra, seguita dalla voglia di riannodare i fili con il passato spezzato dai drammatici avvenimenti bellici. Ma quando tutto sembrava avviato verso un futuro promettente e sereno a Contarina (attuale Porto Viro), con il matrimonio, la nascita dei figli, la scuola, l’amore per il Delta, l’impegno nel sociale, la passione politica… ecco la tragica alluvione del 1951 con il dramma personale accomunato a quello di moltissime altre famiglie, la distruzione, la paura, la sofferenza, l’abbandono del territorio.

    Bisognava ricominciare, ricreare la speranza, la fiducia e Giuseppe Rigolin, con l’allora sindaco Guido Pregnolato e tanti altri, appartenenti al Comitato d’emergenza, non abbandonarono il paese anzi, proprio per l’amore verso la propria terra, rimasero al loro posto, organizzando dapprima l’allontanamento della popolazione ed il controllo del territorio e iniziando poi il faticoso cammino della ricostruzione.

    I ricordi e l’amore per il territorio del Delta

    Con noi figli parlava spesso – soprattutto negli ultimi anni quando il cuore si apre ai ricordi – del suo amore per il Delta, della sua vita dedicata all’insegnamento, ma anche del suo impegno per il miglioramento delle condizioni di vita di quelle popolazioni che amò, lui originario di Lendinara, sin dal primo giorno del suo arrivo in basso Polesine.

    Parlava delle sue attività e dei vari incarichi pubblici assunti nel corso degli anni, che lo videro protagonista e, a volte, anche silenzioso e sofferente testimone. Parlava delle numerose persone che aveva incontrato e conosciuto, soprattutto di quelle più semplici e umili, di successi e soddisfazioni ma anche di difficoltà, dubbi, delusioni; mai vantandosi dei traguardi raggiunti ma sempre con tanta serenità, con tanta fiducia, con senso di lealtà, dovere e rispetto verso gli altri e verso le Istituzioni.

    Era appagato per quello che la vita gli aveva riservato, sia pure tra numerosi avvenimenti ed imprevedibili vicissitudini, e grande era la soddisfazione per essere riuscito a scrivere i suoi ricordi, che ci permettono di ripercorrere fatti ed eventi accaduti in oltre un secolo se consideriamo la commovente descrizione del “Nonno”, nato nel 1854, per arrivare all’incontro, avvenuto nel 2002 a Porto Viro, con i “Figli dell’alluvione”, così chiamati perché nati nel 1952 e quindi concepiti in gran parte nel 1951.

    Le sue memorie sono raccolte in tre volumi:

    • nel libro Ricordi maestro quel giorno di novembre… (1999), racconta il primo anno di insegnamento a Scanarello nel 1939, la natura e l’ambiente, la realtà sociale, l’amicizia e l’amore;

    • nel secondo libro 1940-1945 Si è fermato il tempo descrive la sua esperienza personale ed umana vissuta tra il 1940 e il 1945;

    • nel terzo volume, intitolato Lungo le rive del grande fiume – Gente della Bassa, uscito nel 2003, racconta gli avvenimenti, il vivere quotidiano, personaggi e luoghi, esperienze e fatti, sentimenti e ricordi, abbracciando un periodo che va dalla fine del secondo conflitto mondiale al 2002.

    La sua gioia più grande, come spesso ripeteva e come ha scritto nella prefazione al primo libro, era quella di aver reso (…) omaggio alle persone del Delta: uomini e donne, braccianti e pescatori, vissuti in un periodo in cui le difficoltà della vita quotidiana erano palpabili in ogni circostanza; sacerdoti, medici, insegnanti e tutti coloro che hanno condiviso sofferenze e passioni in un’ansia comune di riscatto morale e materiale; persone dimenticate di cui poco e niente si è scritto. Tuttavia esse sono rimaste nei ricordi tramandati di generazione in generazione ed hanno lasciato un segno profondo in questo territorio meraviglioso che costituisce patrimonio ineguagliabile ed

  • Sebastiano “Nino” Bedendo

    Sebastiano “Nino” Bedendo

    Il maggiore Sebastiano, detto “Nino”, Bedendo fu un eroe pluridecorato della Prima Guerra Mondiale, fregiato del titolo di “Asso” per aver abbattuto cinque aerei nemici e protagonista di diversi record mondiali di volo negli anni ’30 del secolo scorso. Eppure nella Rovigo, che gli diede i natali il 18 luglio 1895, pochi ne conoscono il nome e le imprese, che lo hanno proiettato ai fasti nazionali e mondiali.

    In effetti, mentre le uniche due biografie in italiano sono rispettivamente dello storico Leonardo Raito, in I cavalieri dell’aria, Este edition, 2009 e dello studioso di storia militare Alberto Burato, in “U.N.U.C.I. Rhodigium, allegato al n. 1 del marzo 2014”, la sua vicenda è riportata in due pubblicazioni straniere: Norman Franks, Russell Guest, Gregory Alegi, Above the War Fronts, 1914-1918, vol. 4^ of Air Aces of WWI, Grub Street, 1997 e Paolo Varriale, Italian Aces of Word War 1, Osprey Pub Co, 2009. Perfino la pagina di Wikipedia a lui dedicata è tutt’ora in inglese, in attesa che qualche connazionale, se non concittadino, ne riporti la traduzione in italiano.

    Figlio di Mariano e di Pierina Beivey Schiappadini, Sebastiano non aveva ancora compiuto 20 anni, quando, entrata l’Italia nella Grande Guerra, venne arruolato nel 5° Reggimento Artiglieria da Fortezza e Costa. Chiamato alle armi il 1° giugno 1915, prestò giuramento il 20 luglio, due giorni dopo il suo compleanno.

    Ma i cannoni non facevano per lui. Da sempre appassionato di volo, già ai primi di settembre dello stesso anno era passato a fare l’osservatore, sul fronte a mare di Venezia, nella 7ª Sezione Aerostatica da Fortezza e nell’aprile dell’anno dopo fu accettato nel Battaglione Scuole Aviatori, dove conseguì il brevetto di volo il 1° luglio ’16, come pilota di Coudron. Quindi il 1° settembre ’16 ottenne il brevetto di 2° grado, da pilota militare su aerei Farman e fu assegnato, pilota del bimotore G.4, alla 48ª Squadriglia di stanza a Belluno nell’ambito della IV Armata. Il suo primo incarico era un volo di ricognizione sui fronti di battaglia del nord Italia.

    Nel dicembre 1916, con il grado di tenente, Bedendo passava alla 42ª Squadriglia di osservazione per l’Artiglieria sul fronte meridionale dell’Isonzo. Si trattava soprattutto, dal febbraio 1917, di ricognizioni fotografiche, compreso un lancio di manifestini ed alcune missioni di bombardamento (19, 21 e 23 agosto durante la battaglia della Bainsizza). Intanto, nell’autunno 1917 veniva selezionato per la formazione combattente Nieuports alla scuola di volo della Malpensa e nel novembre dello stesso anno, dopo una breve permanenza nella 70ª Squadriglia Nieuports, fu trasferito alla 72ª Squadriglia di caccia per la difesa di Brescia, al comando del tenente Giuseppe Rigoni, ma a causa delle condizioni meteo ostili le missioni di guerra furono scarse.

    È però nell’ultimo anno del conflitto, con la 71ª Squadriglia di base a Sovizzo (Vicenza), duramente impegnata sull’altipiano di Asiago, che Bedendo iniziò la sua serie di combattimenti aerei (il primo: il 12 gennaio ’18), finché tra luglio ed agosto coronò il suo sogno militare di abbattere velivoli nemici (29 luglio: prima vittoria aerea): gliene saranno accreditati cinque, anche se il suo palmares ne riporta alcuni altri, tali comunque da guadagnargli il titolo di Asso.

    Dal 20 ottobre 1918 Sebastiano Bedendo entrò, su invito, nello Squadrone di Aces, 91ª Squadriglia, con cui partecipò all’offensiva finale della guerra, fino alla sua ultima missione il 2 novembre ’18 a pochi giorni dall’armistizio.

    Conclusa la guerra, Bedendo tornò ai suoi studi di ingegneria civile all’Università di Padova, dove conseguì la laurea il 16 dicembre 1922 e quindi, nel ’24, entrò nella formazione Regia Aeronautica, nel ramo ingegneria, come capitano (dal dicembre 1930 promosso maggiore).

    Sempre nel ’24 metteva su famiglia, sposando Silvia Maria Marani, ex fidanzata del suo migliore amico Gastone Novelli, mantenendo la promessa a lui fatta che, in caso di sua morte (avvenuta in un incidente di volo nel 1919), si sarebbe preso cura di lei. Dal loro matrimonio nacque un figlio, anch’egli pilota d’aerei.

    Dieci anni dopo, nel 1934, Sebastiano fu assegnato all’Ufficio di Sorveglianza Tecnica presso l’Aeronautica d’Italia della FIAT a Torino Mirafiori. In quel periodo fu primatista di gare aeree di velocità, stabilendo diversi record nell’aeronautica mondiale per aerei leggeri Nuvoli N5.

    La favolosa esistenza dell’asso di guerra e dell’aria, maggiore Sebastiano Bedendo, si concluse tragicamente il 24 agosto 1935, a soli quarant’anni, durante un collaudo aereo del Nuvoli N5 Cab, che precipitò a Spinosa di Ottiglio (Alessandria) ed in cui morirono anche gli altri due membri dell’equipaggio, Giovanni Testore e Giovanni Nicastro, tra il cordoglio generale.

    Alla vedova furono assegnate 7250 lire come “indennizzo privilegiato aeronautico per la morte dell’Eroe Sebastiano Bedendo”.

    La sua salma riposa in un sarcofago – recante l’iscrizione “Asso di guerra più volte decorato” – posizionato di fronte al Sacrario Militare nel cimitero cittadino, ed il Comune di Rovigo gli ha dedicato una via del centro, ad eternarne la memoria.

  • 150° della Terza Guerra di Indipendenza

    150° della Terza Guerra di Indipendenza

    Aspetti interessanti si rinvengono ogni volta che si celebra un avvenimento. Così, nel 150° della fine del dominio Austriaco – che si spera quanto prima sia degnamente ricordato nella nostra provincia – emergono dagli archivi novità sostanziali circa l’umore che in quei frangenti caratterizzò la popolazione locale, ben decisa a scrollarsi di dosso l’aquila Asburgica.

    Dopo la seconda guerra di indipendenza combattuta nel 1859, i primi anni ’60 avevano fatto registrare a Melara e dintorni diverse scaramucce fra la popolazione locale e i soldati presenti nelle località vicine come Ostiglia. Così come pure erano apparsi manifesti contro i dominanti e scritte anonime sui muri. Non pochi furono inoltre i fuoriusciti, approdati oltre il Po, in Emilia, per arruolarsi nell’esercito dei Savoia o accorrere fra i volontari garibaldini.

    Se si vuole citare uno degli ultimi episodi accaduti a Melara, prima dello scoppio della Terza Guerra di Indipendenza che vide l’Italia aprire le ostilità il 20 giugno 1866, dobbiamo riferirci all’anno precedente: il 26 febbraio 1865 ci fu infatti una rivolta in piena regola contro i gendarmi austriaci.

    Nella piazza pubblica di Melara, dopo lo scontro, rimasero a terra sedie rotte e ben sei sciabole, coi militari austriaci in fuga nelle campagne inseguiti dai locali. Fra i protagonisti anche il figlio del deputato politico del paese.

    Risulta evidente che la misura era colma, ma come documentare il periodo, visto che la mancanza di un idoneo materiale ci fa arzigogolare fra un avvenimento e l’altro nel tentativo di ricomporre i fatti accaduti? La documentazione di quell’importante anno 1866, difatti, non è sopravvissuta al tempo, agli incendi dell’archivio, al depauperamento dei documenti. Certo a Venezia ci sarà molto materiale nella miriade dei documenti conservati all’archivio di Stato, ma “in situ”, in paese, non è sopravvissuto molto.

    Cosa sappiamo delle prime votazioni del regno d’Italia e del Plebiscito che autorizzava i Savoia a subentrare agli Austriaci?

    In questa carenza documentale ci soccorre quanto meno un Registro delle Elezioni Comunali, redatto scrupolosamente nella seconda parte dell’Ottocento e continuato sino al 1921. Solo scorrendo le pagine di questo volume possiamo comprendere come Melara volesse veramente il cambiamento. Si intendeva uscire dalla stretta asburgica, confidando nell’auspicato nuovo corso italiano, pronti ad agire con un entusiasmo ed un eccesso d’impeto prima sconosciuti. Ecco i fatti.

    Melara liberata l’8 luglio

    Va innanzitutto ricordato che il primo importante scontro dell’esercito italiano, che inaugurò la Terza Guerra di Indipendenza, fu più che deludente, risolvendosi nella sconfitta di Custoza del 24 giugno.

    Poi però si riaccendono le speranze, quando giunge la notizia che il 3 luglio 1866 i Prussiani (alleati degli Italiani) vincono gli Austriaci a Sadowa.

    La ripresa delle ostilità italiane con il generale Enrico Cialdini suscita nuovi entusiasmi. Cialdini “libera” queste zone del Polesine occidentale: provenendo dalla mantovana Revere e dall’argine del Po passa a Melara l’8 di luglio, come ancora recita la targa affissa murata nell’arco Chigi. A Rovigo reparti dell’esercito italiano entrano il 10 Luglio, come è ricordato dalla via intitolata a questo evento e dalla scritta che appare nella lapide affissa sulla facciata della torre civica.

    Il regio decreto n.3064 emesso a Ferrara, introduce intanto le nuove regole per i territori liberati. Ma altrove la guerra è ancora in atto e giunge la ferale notizia della sconfitta di Lissa del 20 luglio. Di fatto la guerra si interrompe però qualche giorno dopo questo infausto evento, quando il 26 luglio la Prussia firma l’armistizio con l’Austria.

    Gli ultimi gendarmi Austriaci usciranno da Massa Superiore solo fra il 15 ed il 30 di agosto, quando vi giungono i primi Carabinieri italiani, ma la situazione è ancora fluida.

    Le votazioni “garibaldine”

    Nelle operazioni belliche si erano distinti ancora una volta i garibaldini vittoriosi a Bezzecca. I melaresi e tanti altri volontari polesani, a conclusione del conflitto, contano nell’interessamento dell’eroe dei due mondi nei confronti del Polesine.

    Ed ecco che, a rinfocolare gli entusiasmi giunge a Melara una lettera, spedita dallo stesso Garibaldi dal quartier generale di Firenze il 26 settembre 1866, nella quale egli conferma la sua disponibilità di essere presidente della locale Società di Mutuo Soccorso. Un fatto questo che galvanizza i locali, convincendoli che davvero era iniziata una nuova era. E a Melara, fatto davvero sorprendente, si decide – in solitaria – di accelerare le tappe del nuovo corso.

    Mentre mancano ancora i riferimenti politici nazionali, stante il fatto che non è ancora del tutto definita la pace, e che pertanto formalmente il Veneto non è ancora stato aggregato all’Italia, i melaresi decidono di darsi dei nuovi rappresentanti eleggendo il proprio consiglio comunale il 6 ottobre 1866!

    Nel paese che contava 2619 abitanti, votarono in 68 dei 162 aventi il diritto. Risultarono eletti: Borghi avv. Fabio (nato nel 1804), Sani Giuseppe (1834), Losi Gaetano (1807), Leati dr Alessandro (1813), Soncini Giuseppe fu Domenico (1800), Rossi Carlo (1816), Gobbi Leopoldo (1824), Pastorelli Domenico (1826), Borghi Pietro (1826), Bernini Francesco (1815), Pastorelli Antonio (1829), Sani Severino (1840), Montagnana Cirillo (1810), Losi Vincenzo (1821) e Soncini Giuseppe fu Domenico (1797), che ebbero dai 65 ai 28 voti.

    I Melaresi avrebbero potuto aspettare istruzioni dai vertici del governo italiano prima di avviare la consultazione elettorale, ma non lo fecero. Italiani purosangue? Incoscienti? Chi può dirlo!

    L’11 ottobre si festeggerà in piazza a Castelmassa coi fuochi d’artificio e solamente il 13 ottobre il paese sarà inserito d’ufficio nella provincia di Rovigo con regio decreto n. 3282.

    Melara, frattanto, continua imperterrita nella sua proclamata libertà ed il 18 ottobre eleggerà i suoi quattro assessori comunali spettanti, nelle persone di Borghi avv. Francesco, Sani Giuseppe, Pastorelli Antonio e Rossi Carlo.

    Le votazioni ufficiali

    Sono avvenimenti che non sono ancora noti abbastanza nella loro globalità, anche per mancanza di studi appropriati, ma che forse ci autorizzano a pensare che, prima ancora del plebiscito, alcuni piccoli comuni avessero già provveduto ad arrangiarsi in proprio.

    La cessione ufficiale del Veneto allo Stato Italiano avvenne il 19 ottobre 1866, con la firma di un atto sottoscritto a Venezia nell’albergo Europa, di cui l’indomani ne diede notizia la Gazzetta di Venezia.

    A Melara il 5 novembre Pastorelli Domenico, quale primo deputato uscente della cessata amministrazione austriaca, fece la sua regolare consegna degli uffici alla novella giunta subentrata, che erano situati nella piazza oggi XX settembre.

    Frattanto poco più di un mese dopo la repentina nomina dei quattro assessori melaresi esce il regio decreto n. 3296 del 17/11/1866 che convoca i collegi elettorali con tanto di liste e numero degli elettori. Evidentemente il Re, allo scopo di fare chiarezza anche relativamente ad altre situazioni verificatesi, col regio decreto n. 3352 del 2 dicembre 1866 imporrà nuove elezioni comunali.

    Al 6 dicembre risale anche la fondazione della Guardia Nazionale in paese che prenderà servizio col capitano Amos Bernini (1842-1909).

    Solo l’8 dicembre ci sarà la promulgazione della legge comunale e provinciale che andrà bene sia per il mantovano che per le province venete (allora v’era anche Udine). Ora finalmente ci siamo: le leggi e i regolamenti ci sono e si può procedere alle elezioni ufficiali.

    Ancora una volta Melara non aspetta tempo, e la vigilia di Natale dà vita a nuove votazioni che culmineranno con la nomina degli assessori il 30 dicembre.

    Votarono in questo frangente in 66 su 162 iscritti ed il massimo dei voti fu di 54. Gli assessori furono i due precedenti Sani Giuseppe e Pastorelli Antonio, affiancati da Montagnana Florindo e Bononi Cesare.

    La grande tenacia dei melaresi ad avere una propria rappresentanza eletta sarà premiata il 23 gennaio 1867 con la nomina regia del primo sindaco “effettivo” del paese: Giuseppe Sani (1834-1892), al quale qualche mese dopo si affiancherà il segretario comunale Diego Bianchini. E la nuova era italiana anche per Melara ebbe così inizio… 150 anni fa!

  • La Madre del Lume di Melara

    La Madre del Lume di Melara

    In Polesine si è acceso un rinnovato interesse verso la suggestiva tela rappresentante la Madre Santissima del lume di Melara. Un armonioso dipinto del XVIII secolo, connotato da una storia davvero unica, oggetto lo scorso ottobre anche di un importante convegno di studi (vedi scheda), preceduto da un intervento di ricollocamento della tela dal quarto altare a sinistra, al primo a destra.

    Diciamo subito che lo spostamento del grande quadro, attuato lo scorso 29 settembre 2015, si è configurato come un “ritorno al passato”. E ciò per il desiderio della comunità melarese di rispettare l’intenzione del donatore, padre Arriaga, seguita da quella di Pio VI, papa dell’epoca (anno 1780), il quale arricchì il dono con la possibilità di ottenere l’indulgenza plenaria, seguendo precise condizioni. (Nel riquadro proponiamo il testo di papa Pio VI tradotto dal latino).

    Si è insomma trattato di ovviare all’iniziativa attuata nel 1947dal parroco del tempo, mons. Fortunato Dinarello, il quale, con l’obiettivo di conferire maggiore importanza alla tela, la spostò in un altare più grande nelle vicinanze dell’altare maggiore, e quindi più in vista rispetto a quello dove si trovava e dove lo scorso settembre è stata ricollocata.

    Un’iniziativa fatta allora con spirito migliorativo¹ che però – lo si è appurato – faceva decadere l’antico privilegio papale di poter acquistare ogni giorno dell’anno l’indulgenza plenaria e perpetua.

    Alle soglie dell’Anno Santo straordinario della Misericordia, riportando la pala nel suo altare originario si è dunque inteso riattivare questa facoltà dell’indulgenza plenaria² a chi si reca a pregare davanti all’immagine della Madre Santissima del Lume. Questo ripristino ha poi permesso di ricostruire l’altare della Vergine del Rosario che nel 1947 era stato smantellato per accogliere la Madre del Lume³.

    L’arrivo della Sacra Tela a Melara

    Ma veniamo ora a ricordare la singolare storia dell’importante tela, giunta a Melara nel 1780 – al tempo in cui il territorio apparteneva alla Diocesi e al Ducato di Ferrara – dono del missionario Gesuita messicano padre Blas Arriaga.

    L’antefatto va ricercato nella cacciata dei Gesuiti dalla Spagna e dai possedimenti spagnoli, quindi anche dal Messico, attuata nel 1767 dal re Carlo III. Alcuni monaci gesuiti della comunità messicana lasciarono dunque il continente americano con l’obiettivo di portarsi a Ferrara.

    Dopo aver attraversato l’Oceano stavano concludendo il loro viaggio lungo il corso del Po su una barca, portando con sé il bellissimo dipinto della Madonna del Lume, quando decisero che, essendo ormai vecchi, era bene lasciare la preziosa tela nella chiesa del primo paese trovato lungo le rive del Po. Ma, dopo aver portato il quadro nella prima chiesa incontrata, quando salirono sulla barca per ripartire, scoprirono che il dipinto era misteriosamente tornato nell’imbarcazione.

    Il miracolo continuò a ripetersi in diversi paesi. La voce ormai si era sparsa, e la gente saliva sempre più numerosa sugli argini del Po ad accogliere la Madonna. Anche i melaresi si affollarono sull’argine, con il parroco, il consiglio comunale, le varie associazioni, sbandierando il gonfalone di San Materno e gli stendardi delle confraternite, e in solenne processione accompagnarono la preziosa tela della Madonna in chiesa.

    Erano tutti gioiosi ma anche tristi, perché pensavano che la Madonna se ne sarebbe andata anche da Melara. Invece rimase.

    Il lungo viaggio del quadro della Madonna, iniziato in Messico, si concludeva proprio a Melara! Già considerata miracolosa, la Madonna del Lume venne subito venerata come speciale Protettrice del paese.

    Le condizioni della permanenza e il beneficio dell’indulgenza

    Con un atto notarile, il 31 ottobre 1780, padre Arriaga donò dunque il quadro alla chiesa di Melara insieme alle reliquie di cinque missionari Martiri Gesuiti (poi beatificati da Papa Leone XIII). Nell’atto notarile egli precisava varie condizioni: al quadro della Madonna del Lume doveva essere riservato un altare proprio, da cui non doveva essere spostato mai più, e dovevano essere “ricordate” le grazie che la Madonna del Lume avrebbe concesso anche a Melara (ciò lasciava intendere che la Madonna del Lume aveva già concesso molte importanti grazie).

    Le grazie della Madonna del Lume sono soprattutto: liberazioni dal Maligno, nel fisico e nello spirito: discordia, divisione, agitazione, depressione, paura, angoscia, malattie, ecc. e dunque sollievo nelle sofferenze, serenità e pace del cuore; conversioni, riconciliazioni tra le persone nelle famiglie, nelle comunità, tra i popoli; guarigioni fisiche; maternità insperate e aiuto nei parti difficili; protezione nei terremoti e nelle tempeste; aiuto nelle difficoltà improvvise; sostegno dei poveri; grazia di una morte santa.

    Poco dopo un mese dalla donazione, papa Pio VI il 6 dicembre 1780 concesse l’indulgenza plenaria, quotidiana, perpetua a chi prega la Madre Santissima del Lume presso il suo altare.

    I melaresi, secondo le disposizioni notarili, eressero, con gioia e tanti sacrifici, un pregiato altare di marmo, che porta inciso in alto il nome “nuovo” della Madre di Dio, “Madre SS.ma del Lume”, e che fu solennemente consacrato il 26 settembre 1795. Ai lati dell’altare furono poste due lapidi di marmo: una ricorda che il quadro è stato donato da padre Blas Arriaga, l’altra riporta il testo dell’Indulgenza papale.

    Il 29 settembre 2015 la Sacra Tela, dopo aver ottenuto il parere positivo della Soprintendenza per i beni ambientali ed architettonici, è dunque tornata nel suo altare originario per rispettare le volontà del donatore, come si evince dall’atto notarile conservato nell’archivio parrocchiale.

    L’autore ignoto

    Il quadro ha spesso richiamato l’attenzione dei fedeli e degli studiosi. Anche la simbologia del dipinto è stata indagata (vedasi “La Madonna del Lume” in Ventaglio n. 45, pag. 34 e successive). Per quanto riguarda il titolo del dipinto è evidente il fulgore del “lume”, ovvero della luce di cui è circonfuso il capo della Vergine sopra il quale due angioletti tengono sospesa un’aurea corona.

    L’atto salvifico della Madonna è rappresentato dalla sua mano destra che afferra saldamente il braccio di un giovane salvandolo dalle fauci del Maligno, mentre il Bambinello deposita un cuore in un cestello sostenuto da un angelo.

    La bellezza dell’opera ha spesso fatto parlare di un grande artista del passato, cercando la paternità addirittura nell’ambito del Rinascimento italiano, ma dal convegno di Melara è risultata un’altra storia che si riallaccia a quella dei Gesuiti operanti in Sicilia.

    Si ritiene che la tela sia stata dipinta da un pittore ignoto di Palermo nel 1722 su richiesta del missionario gesuita, Padre Antonio Genovesi. Secondo la testimonianza scritta da costui, la Madonna, apparendo alla principessa delle Favare nel 1722, ha chiesto di essere dipinta come era stata vista dalla veggente, dicendo inoltre: “Voglio essere invocata come Madre SS.ma del Lume”.

    Dalla Sicilia la tela ha dunque seguito i gesuiti in Messico, per far ritorno in Italia ed approdare a Melara nel 1780. E’ una rappresentazione assai originale così come unico è il titolo con cui Maria Santissima ha voluto farsi conoscere e invocare.

  • Da Bagnolo a Castelguglielmo

    Da Bagnolo a Castelguglielmo

    Con l’arrivo della bella stagione, dopo un lungo inverno di inattività, si sente il desiderio di rispolverare la propria bicicletta, in previsione di una piacevole scampagnata con familiari ed amici. Ecco allora la domanda fatidica: dove andare, cosa vedere?

    A pochi passi da noi non mancano spunti di notevole interesse sia paesaggistico che monumentale, e quello che sto per proporre è un percorso cicloturistico tra Bagnolo di Po e Castelguglielmo, passando per Canda, alla riscoperta di luoghi a contatto con la natura.

    Verificata l’idoneità della nostra bicicletta, ci accingiamo dunque a compiere un itinerario di conoscenza del nostro territorio. L’appuntamento, una domenica pomeriggio, è davanti alla Chiesa di Bagnolo di Po. La giornata è splendida, illuminata dal sole, ma rinfrescata da una leggera brezza di vento.

    Bagnolo di Po

    Ci riuniamo dunque per la partenza nel piazzale di fronte alla Chiesa di Bagnolo: l’itinerario che stiamo per iniziare ci farà scoprire la campagna ma anche gli aspetti architettonici più interessanti della località. E partiamo proprio con il monumento più importante: la Chiesa intitolata alla Natività di Maria Vergine che risale al 1700.

    La facciata è scandita da due ordini sovrapposti di lesene, doriche inferiori, ioniche superiori, impostate su alti basamenti. Essa è coronata da un frontone triangolare con cornice a dentelli, mentre nella parte inferiore si aprono tre portali, sormontati da frontoni curvilinei, su mensole.

    Entriamo: per quanto riguarda l’aspetto architettonico possiamo evidenziare una struttura di stile ferrarese, con pianta a tre navate, separate da arcate a tutto sesto su pilastri quadrati. Le navate sono scandite in cinque campate, voltate a botte. Sulle navate minori si aprono, con archi a tutto sesto, le cappelle votive.

    Il presbiterio è preceduto da un transetto, che si apre sulla navata con un doppio arco, a sesto ribassato, su colonne doriche binate. La campata centrale è coperta da cupola, quelle laterali da volte a botte. Il presbiterio, rialzato di tre gradini in marmo sul piano della chiesa, è a pianta rettangolare, voltato a botte. L’abside semicircolare, tripartita da lesene doriche, è coperta da volta a catino.

    Tra le opere più significative che possiamo ammirare c’è una splendida pala d’altare del pittore polesano Carlo Bononi (1569-1632), personaggio rilevante della scuola emiliana tra la fine del Cinquecento e i primi decenni del Seicento: la tela raffigura La Natività di Maria Santissima, protettrice della gravidanza e del parto, attraverso la rappresentazione di come avveniva un lieto evento in una casa del 1500. Ci sono poi alcuni affreschi di notevole bellezza artistica. In un’ampia cappella, è conservata la Statua lignea di San Gottardo che la tradizione vuole trasferita da tempo immemorabile a Bagnolo per opera di soldati alemanni e considerata miracolosa. L’immagine del Santo, divenuto patrono, viene ancor oggi venerata dai devoti e trasportata in solenne processione annualmente durante la fiera del 5 maggio.

    Usciamo dalla chiesa e di fronte ad essa, dove tra poco riprenderemo in mano le nostre biciclette, si trova il Monumento dedicato ai Donatori Avis – Aido: breve preghiera per quanti con il loro gesto generoso infondono ogni giorno un messaggio di vita e di speranza.

    Si parte, con una breve sosta anche al Monumento ai caduti inaugurato nel 1934, rimaneggiato e nuovamente inaugurato il 29 dicembre 1957. Delimitato da una bassa siepe e un cancello in metallo, il monumento poggia su una base in marmo rosa, mentre il blocco centrale è in marmo bianco, nucleo del monumento. Alla base vediamo l’emblema della Repubblica Italiana in bronzo, sopra una fiamma dello stesso materiale. Sul lato frontale è incisa la dedica ai caduti di Bagnolo di Po, mentre sulla sommità è posta la scultura raffigurante un fante.

    Inforchiamo le biciclette e proseguiamo raggiungendo via Arioste, strada storica del luogo che partendo dal centro di Bagnolo di Po ci porta verso il Capo di Sopra dove esiste ancora l’Oratorio dell’Immacolata Concezione (detto dei Signori Vacca-Pelà). La sua costruzione risale alla seconda metà del 1600 ad opera del capitano Francesco Camillo Ferraresi. Di fronte si trova un caseggiato che era chiamato Casa Vacca e così rimase per lunghi anni. Negli anni successivi al 1848 era presente il brigantaggio e una notte dei furfanti scoperti vennero fucilati dopo aver ricevuto i sacramenti presso l’Oratorio. A Bagnolo nel 1600 per agevolare la frequentazione dei luoghi di culto da parte della popolazione contadina, in un territorio esteso e dalla forma allungata, vennero costruiti ben cinque oratori adibiti ad uso pubblico.

    Altro interessante edificio che possiamo ammirare durante il nostro tour è Villa Barchetta avvolta da storia e mistero che si intrecciano: c’è chi racconta che esistesse una strada sotterranea che collegava la chiesetta padronale con l’Oratorio Vacca-Pelà. La denominazione del luogo sembra derivi dalla forma dell’area che l’edificio occupa: le mura che circondavano la Gran Corte degli Ariosti, apparivano come grandi fiancate di una barca con gli alberi rappresentati dalle due torrette; il terreno poi su cui poggiava assomigliava ad un’isola nel mezzo del Tartaro, che galleggiava come una barca sul fiume.

    L’aspetto è quello di un complesso rurale, adibito ad abitazione agricola a partire dal 1500, anno in cui venne edificata alla destra dell’edificio una grande stalla-fienile con frontale a sette archi ed alcune eleganti bifore laterali, a cui si legarono poi, nel 1600, alcune casette per bovai e salariati.

    Seguendo questo percorso arriviamo alla “Calà del Moro” dove un ponte ci permette di attraversare il fiume Tartaro e, voltando a destra, iniziamo a percorrere la Vallalta, ammirandone il paesaggio romantico e pittorico. In particolare decidiamo di fare tappa, e sosta ristoratrice, nella vicina Oasi di Vallalta: un’area attrezzata, con “percorso vita”, dove respiriamo il profumo della natura e possiamo ancora godere di piante e fiori come susini, robinie, aceri, rose selvatiche, cespugli fioriti.

    Riprendiamo il percorso e attraversiamo un “ponte giallo”, il Ponte di Vallalta, punto in cui confluiscono il Tartaro e l’Emissario o Fossa Maestra: è dall’incontro di questi due fiumi che nasce il Canalbianco (fiume che gravita comunque, per gran parte, su territorio bagnolese) con attracco per visitatori e strumento di controllo delle acque dell’idrovia.

    Salutiamo così Bagnolo di Po, e proseguendo lungo l’argine sinistro, ci dirigiamo verso Canda.

    Canda

    Rimanendo sulla strada arginale, lungo il percorso notiamo un edificio, purtroppo, in stato di abbandono: è Villa Adami, un complesso architettonico che sembra risalire al XVIII secolo e che si distribuisce su tre piani, utilizzato come alloggio militare al tempo della dominazione austriaca.

    Proseguiamo e arriviamo alla piazza di Canda, completamente rinnovata: un piccolo giardinetto sul piazzale, che ospita il Monumento ai caduti in marmo bianco: sui due lati frontali sono visibili i nomi dei caduti di Canda, mentre sulla sommità è posto un piccolo cannone come residuato bellico.

    Proseguiamo di pochi metri e davanti a noi, in Piazza Dante Alighieri, la Chiesa parrocchiale dedicata a San Michele Arcangelo, già esistente nel XVI secolo, risale nelle forme attuali al ‘700.

    La facciata è caratterizzata da ampie lesene nella parte centrale, su due ordini sovrapposti, separati da una cornice. Al centro si apre un unico portale arricchito nella parte superiore da un frontone triangolare su mensole. Nella parte superiore, al centro, vediamo un ampio rosone, con cornice modanata e motivi circolari ai quattro lati.

    Entriamo: l’interno è ad un’unica navata scandita da lesene corinzie, con trabeazione incorniciata da dentelli lungo la navata, il presbiterio e l’abside. Sulla navata, con archi a tutto sesto, ogni lato è caratterizzato da tre celle votive, con pianta rettangolare e volte a botte. Il presbiterio si presenta rialzato con due gradini in marmo rosso di Verona.

    La Chiesa di Canda sin dal XVIII secolo è dotata di Organo, collocato in cantoria sopra la porta principale. Come testimonia la lapide posta sotto il rosone, il 24 giugno 1866 una mina austriaca rovinò la facciata della Chiesa e distrusse l’antico strumento, che fu poi sostituito dall’attuale costruito nel 1871 dall’organaro bolognese Raffaele Franchini, sotto la direzione del Maestro Pietro Parmeggiani di Cento (Ferrara), noto compositore ed organista dell’epoca. Intorno al 1910 venne restaurato dagli organari Giorgio e Luigi Quaglio di Villa d’Adige, poi nel 1974, l’ultimo restauro, ad opera di una ditta di Ferrara. Interessante esempio di strumento romantico-orchestrale esso si presenta di notevole pregio anche nelle decorazioni a chiaroscuro dei capitelli e della cimasa della cassa, decisamente insolite.

    Usciamo dalla chiesa e, prima di rimetterci in viaggio, diamo uno sguardo al campanile, che richiama ad una costruzione medievale, con pietre a vista.

    Prima di lasciare Canda, ci dirigiamo verso la Villa Nani-Mocenigo probabilmente realizzata (almeno per quanto riguarda il corpo posteriore) nel 1584 da Vincenzo Scamozzi, allievo del Palladio, su richiesta di nobili veneziani. La casa padronale è circondata da un vasto parco delimitato da mura, arricchito dalla presenza di giardino, scuderie e una costruzione del ‘400 indipendente. La facciata è arricchita da decorazioni barocche. Per accedere alla villa occorre percorrere un’enorme scalinata che anticamente scendeva verso il fiume: era simbolo della bellezza architettonica per chiunque passasse. Nel 1944 un incendio distrusse parte degli affreschi del piano nobile e il mobilio che l’arredava. Purtroppo anche questo meraviglioso edificio soffre di abbandono.

    Riprendiamo l’argine, e salutando Canda, ci indirizziamo verso Castelguglielmo, ultima tappa prima del nostro rientro a Bagnolo di Po.

    Castelguglielmo

    Avanziamo con le biciclette lungo l’argine sinistro del Canalbianco e osserviamo con meraviglia il fiume e le numerose case con giardini, che sullo sfondo, come in numerosi dipinti paesaggistici, propongono l’immagine della campagna coltivata.

    Mentre assaporiamo i profumi della natura, non ci accorgiamo di essere già arrivati a Castelguglielmo: sulla sinistra la Caserma dei Carabinieri e subito dopo un piccolo parco giochi, all’interno il Monumento ai Caduti. Come per gli altri Paesi in cui abbiamo fatto tappa, ci soffermiamo per breve tempo ad osservare il monumento dalla forma originale: una spirale in marmo bianco che racchiude una scalinata e ai lati, su di un letto d’erba, poggiano le lapidi che ricordano i nomi dei caduti di Castelguglielmo.

    Attraversiamo ora il ponte e raggiungiamo il Municipio: questo palazzo ha una sua storia da raccontare. Nel 1863 si deliberava per la costruzione dell’edificio: il progettista fu l’ingegnere Gregorio Tasso e la costruzione avvenne per opera di Benvenuto Pelà. Il 4 aprile 1867 l’edificio venne collaudato: un palazzo lombardo dalla forma elegante, successivamente arricchito dalla torre dell’orologio che risale al 1929.

    Tutto il Paese si raccoglie attorno alla Chiesa parrocchiale dedicata a San Nicola da Bari Vescovo, protettore dei battellieri; il sacro edificio, eretto nel XVI secolo, presenta una facciata con due ordini sovrapposti, separati da una trabeazione spezzata. Nella parte inferiore si aprono tre portali, rettangolari, coronati da frontoni triangolari su mensole. Nelle nicchie sono racchiuse le statue di Cristo al centro e i Santi ai lati. Nella parte centrale, in alto, troviamo la dedica della chiesa, IN HONOREM S. NICOLAI A B. Il frontone della facciata è triangolare, con cornice a dentelli, e pinnacoli piramidali in pietra che si elevano sopra di esso. A sinistra si inserisce la torre campanaria.

    Entriamo: notiamo la presenza di tre navate, separate da archi a tutto sesto su colonne doriche. La navata centrale è dotata di volta a specchio, mentre quelle laterali hanno soffitti piani. Le due navate minori possiedono ciascuna, ai lati, tre cappelle votive. Il presbiterio è rialzato di tre gradini in marmo, con campata centrale coperta da una cupola.

    Usciamo dalla chiesa per riprendere i nostri mezzi e pedalare verso Bagnolo di Po, attraversando la campagna circostante che ci mostra ancora dei bellissimi “quadri naturalistici”.

    Lungo la strada del rientro, dopo 2 Km, giungiamo al bivio degli “Alberazzi”, presso l’edificio della vecchia dogana; sulla facciata al di sopra del portale d’ingresso spicca un bassorilievo edificato in tufo, che rappresenta il leone di San Marco. Dunque un edificio storico che segnava il confine tra la Repubblica di Venezia e il Ducato Estense.

    Riprendendo l’itinerario per via Arioste, che avevamo abbandonato a Vallalta, giungiamo sulla strada provinciale per poi immetterci in via Napoleonica e da qui raggiungere la Piazza di Bagnolo di Po. Felici di questa scampagnata tra la natura e l’architettura, ci salutiamo con la speranza di rivederci per nuove piacevoli escursioni in bicicletta o a piedi, alla scoperta di aspetti interessanti del nostro territorio.

  • Nella bonifica estense

    Nella bonifica estense

    Al ritorno della primavera è piacevole inoltrarsi nella campagna per assistere al risveglio della natura. Ma la passeggiata può acquistare ulteriori significati se si riesce a “leggere” l’antica trama del territorio. Proponiamo per gli amici del Ventaglio una escursione nella zona di Pontecchio: un itinerario che, accanto agli aspetti naturalistici, ci permetterà di calarci in realtà che rimandano a vari secoli fa.

    Nel XV secolo il territorio conservava ancora l’aspetto desolato delle devastazioni della grande rotta del Po, il cui corso principale, prima del 1150, si portava a sud di Ferrara verso Ravenna. Una grande alluvione, generatasi da un ampio squarcio dell’argine nella zona di Ficarolo, a metà del XII secolo, aveva sconvolto il Polesine, distruggendo fra l’altro la famosa abbazia di Gavello. Dopo di che il grande fiume aveva lentamente dato origine al tracciato attuale (successivamente denominato Po di Venezia). Ma all’epoca la maggior parte del territorio si presentava ancora dominato da paludi ed acquitrini.

    Furono gli Estensi, Signori di Ferrara, sotto cui ricadeva al tempo la potestà sul Polesine, a pensare ad interventi su vasta scala per redimere il territorio. E fu così che, intorno al 1470, fruendo della collaborazione degli abitanti di Pontecchio, fu avviata una delle prime importanti bonifiche del Polesine con lo scavo di canali, ortogonali tra loro, che delimitavano rettangoli di terreno ben squadrati. Il territorio in tal modo risanato iniziò ben presto a dare i suoi frutti, favorendo una fiorente agricoltura, ed il duca Ercole I d’Este, nel 1474, come segno di riconoscenza per il lavoro prestato per la realizzazione della bonifica, emetteva un decreto che esentava gli abitanti di Pontecchio e dintorni dal pagamento delle tasse sui terreni e dei dazi necessari al trasporto delle merci nella città di Ferrara.

    Il disegno agrario sortito dall’intervento di bonifica, dopo 540 anni è ancora ben visibile e percorribile con una passeggiata di circa 5 Km., da effettuarsi a piedi o anche in bicicletta.

    Alla ricerca del passato ci accingiamo dunque a compiere questa particolare escursione sul territorio: partenza e arrivo sono fissati presso il B&B La Bordeghina. Il percorso, tratteggiato nella cartina, è tutto su strada sterrata e carreggiate di campagna e può essere coperto in poco più di un’ora.

    Si costeggiano dunque i canali della famosa bonifica estense scavati alla fine del ‘400. L’itinerario è suggestivo anche dal punto di vista naturalistico ed ornitologico: si possono infatti avvistare numerosi trampolieri in particolare aironi cinerini e garzette.

    L’airone cinerino ha ripreso a riprodursi in provincia di Rovigo a partire dal 1995, mostrando una rapidissima espansione nel numero di coppie presenti. La garzetta è uno degli aironi più diffusi e più comunemente osservabili nel Delta del Po. In anni recenti ha anche fatto registrare una maggior diffusione nell’entroterra, divenendo usuale presso i campi coltivati e i corsi d’acqua minori.

    Lungo i canali si possono vedere le tane scavate dalle nutrie. Si tratta di roditori che pesano fra i 5 e i 10 kg, che nel XX secolo furono importati dal Sud America per la loro pelliccia. Essi sono simili ai castori e da qui deriva anche il nome "castorini" e vivono prevalentemente nelle zone umide. Fuggite dagli allevamenti si sono insediate in tutto il territorio e con le loro gallerie indeboliscono gli argini dei corsi d’acqua in quanto scavano sistemi di cunicoli che variano da semplici tunnel a complessi di camere e passaggi che si estendono per oltre 15 metri. La maggior parte del suo tempo lo passano a nuotare o brucare le piante acquatiche. Possono rimanere in immersione anche per più di 10 minuti.

    La campagna è di origine alluvionale, molto fertile: si alternano raccolti di grano, soia e mais. Qua e là si profilano piccoli campi del famoso aglio bianco polesano contraddistinto dal marchio DOP. Coltivato nel medio Polesine e nei comuni di Papozze e Adria copre il 90% dell’aglio veneto, e il 60% del prodotto nazionale.

    Abbiamo parlato delle bonifiche estensi avviate nel XV secolo dopo le alluvioni causate nel medioevo da Po e Adige. Ma anteriormente, in epoca romana, il territorio era salubre ed interessato da una centuriazione di cui restano poche tracce, visibili dall’alto. Inoltre alcuni siti archeologici in tempi recenti sono venuti alla luce in seguito ad arature profonde. Le ricerche del Gruppo Archeologico di Villadose hanno portato finora a individuare una trentina di siti romani nel comune di Pontecchio e una decina in quello di Guarda Veneta. Molti altri insediamenti sono ancora sepolti e ignoti in quanto coperti dai sedimenti portati dalle numerose piene del Po.

    La storia della zona è legata agli eventi succedutesi nel tempo. E’ così che, dopo la famosa Guerra del sale (1482-84), il territorio passa dagli Estensi di Ferrara, alla Repubblica di Venezia. Importanti famiglie veneziane si interessano allora a questo fertile lembo del Polesine, acquistando terreni e costruendo dimore. La Bordeghina con la casa padronale e il vecchio fienile era dei Grimani; la boaria Querina fu eretta dalla famiglia Querini; i Salvioni alla fine del ‘500 costruirono la bella villa con colombaia dove tuttora si trova lo stemma della famiglia rappresentato da due leoni rampanti.

    Poco prima della villa si costeggia una centrale a biogas che facendo fermentare le piante di mais trinciate, produce gas che poi viene combusto per produrre energia elettrica. Più avanti passiamo a circa 1 km dal sito del Bronzo Medio della Zanforlina risalente al 1600 a.C. resto di un villaggio preistorico su palafitte. I resti ceramici raccolti in superficie, confermati poi da uno scavo archeologico, hanno permesso di individuare quello che possiamo considerare il più antico insediamento umano nel Medio Polesine.

    Nell''ultima parte della passeggiata passeremo per la grande area verde della Bordeghina dove ci sono più di 400 fra alberi e arbusti di 105 diverse varietà con tanto di targhette identificative che, oltre a indicare nome e famiglia, ci dicono anche l’anno di piantumazione. Fra le piante più interessanti ricordiamo due metasequoie messe a dimora nel 2003. Negli anni ’30, prima della loro individuazione in alcuni boschi della Cina, si riteneva questa specie estinta, in quanto era documentata solo da resti fossili.

    Completiamo il nostro percorso circolare tornando alla Bordeghina, la cui facciata rosa è decorata da una bella meridiana progettata da Enzo Bellettato e dipinta da Giulia Zuolo.

    Presso l’antica corte troveremo un momento di ristoro e potremo visitare il Museo Contadino nel granaio della casa padronale e ben due mostre fotografiche: VALPADANA nella vecchia stalla e COMPOSIZIONI VEGETALI nel granaio. Nella prima sono presentate 50 immagini riprese lungo il Po, nella pianura con raccolti e incolti e documentando l’opera dell’uomo che ha lavorato questi terreni costruendo fattorie e producendo ricchezza. Nella seconda mostra sono esposte 50 stampe su tela di scatti ripresi nei dintorni e dedicati ad alberi, erbe, fiori e foglie.

    Dopo la visita alle mostre sarà piacevole trattenersi in loco, gustando una situazione di appagante relax tra le piante, i gazebo, la piscina ed altre strutture di accoglienza che contornano l’aia mattonata.

  • A Garofolo di Canaro

    A Garofolo di Canaro

    Continua l’itinerario alla scoperta di borgate e pievi nel territorio del comune di Canaro (vedasi Ventaglio n. 50 e 51).

    Partiamo dal centro del paese per portarci sulla statale 16, direzione Ferrara – Rovigo, e, costeggiando il grande fiume, giungiamo alla frazione di Garofolo, detta Garofalo nei documenti antichi.

    Garofolo, questo ameno paesino di campagna, sotto l’argine del Po, antico fundus degli Estensi, era luogo strategico per il controllo del territorio. Qui infatti, vi sorgeva un castello estense, andato distrutto nella guerra tra il Ducato di Ferrara e la Serenissima, negli anni 1482-’84. Borgo semisconosciuto ai più, è noto ai cultori dell’arte per aver dato i natali a Benvenuto Tisi, detto appunto il Garofalo, uno dei più grandi pittori del ‘500 ferrarese, che usava firmare le sue opere col disegno di un piccolo garofano, in alternativa alla firma dialettale Benvegnù. Del maestro, eccelso pittore rinascimentale, detto anche il Raffaello ferrarese, resta l’abitazione, da poco restaurata.

    Una visita alla parrocchiale

    La chiesa di Garofolo, dedicata a Santa Margherita d’Antiochia, vanta antiche origini, infatti, dai documenti del Codex Adrianus, si apprende che la prima pietra venne posta il 5 marzo 1289, vero atto di nascita della parrocchia, sotto la giurisdizione di Adria (cfr. Gabrielli Alberino, Comunità e Chiese nella Diocesi di Adria – Rovigo, Roma, Ciscra, 1993).

    La piccola parrocchia non ha mai avuto vita facile per le frequenti piene del Po e per le costanti ristrettezze economiche. Dopo che una rotta del fiume portò alla rovina la prima costruzione, si procedette ad erigere un nuovo edificio sacro nel 1595, grazie al contributo personale, del privato Alessandro Foschetti, il quale in questo modo si aggiudicò il giuspatronato, cioè il diritto di presentazione a parroco del nipote Francesco Foschetti, originario di Garofolo. La chiesa si presentava modesta, a tre navate basse e prive di luce, con tre altari e un piccolo campanile; poi, nel 1719, con la visita pastorale del vescovo Vaira, la situazione si presenta migliorata e gli altari passano a cinque.

    Ma il periodo più difficile per il borgo rivierasco si visse nella prima metà dell’’800, quando il Po ruppe gli argini per due volte. Le acque, stagnanti per lunghi anni, determinarono il crollo dello stabile, successivamente riedificato, a fatica, dal Comune.

    L’attuale costruzione risale al secolo scorso: prima don Luigi Pelà, a partire dal 1925, e poi don Alberto Settimio Rigolin, grazie all’aiuto economico del vescovo, Anselmo Rizzi e di alcuni emigrati, portarono a termine i lavori con l’innalzamento della torre campanaria che, sfortunatamente, fu poi abbattuta dai bombardamenti alleati, nel 1945, e mai più ricostruita.

    Tuttora la chiesa si caratterizza con la sua facciata semplice e pulita; sorge lungo la via Benvenuto Tisi, che, con i suoi tigli, attraversa e connota l’intero paese, snodandosi verso il camposanto e passando anche davanti alla casa natale del celebre artista.

    Purtroppo delle opere lasciate dal Tisi alla sua chiesa non resta nulla, perché, per sottrarle al pericolo inondazioni, dopo la rotta del 1882 sono state portate alla Pinacoteca di Ferrara, compreso un “Ecce homo”, ora nella Chiesa del Gesù del capoluogo emiliano.

    L’interno, ancora a tre navate, recentemente rinnovato da don Mario Turatti, si presenta luminoso e accogliente. A sinistra dell’ingresso principale, sulla parete, notiamo, murata, una lastra tombale che protegge le spoglie di don Alberto Settimio Rigolin, parroco di Garofolo, dal 1931 al 1933, anno della sua prematura morte per tubercolosi. La piccola urna di zinco si trovava nel cimitero parrocchiale, ma è stata rimossa e collocata in chiesa per una più degna e permanente sepoltura, in onore di un sacerdote dalla spiritualità sorprendente, spirato in concetto di santità. In lui la preghiera era continua e considerava la sofferenza un mezzo purificatore; missionario nel cuore e nell’animo, avviò alla santità laica diversi giovani e alcuni al sacerdozio.

    Lo sguardo è quindi attirato dall’unico altare, il maggiore, con pala di Santa Margherita vergine martire, tra le sante Agata e Lucia, tela del pittore di origini garofolane, Tonino Cere-gatti. Suoi sono altri due quadri: nella navata di sinistra una tela con Santa Margherita che protegge l’abitato di Garofolo, del 1994; in quella di destra, il dipinto col richiamo evangelico a Cristo, sulla barca con gli apostoli, che calma le acque agitate del mare, del 1986.

    Lungo le due navate, inoltre, corre la serie dei quadretti della Via Crucis. Ancora a sinistra, molto venerata dai fedeli, la statua della Madonna del Rosario e, di fronte, quella di Sant’Antonio. Nella navata centrale, troneggiano San Luigi e Santa Lucia.

    Particolare interessante è la presenza di un’antica cripta sotterranea, a cui si accede da dietro l’altare maggiore, attraverso una botola e una scaletta. La cripta, che prende luce da una finestrella, serviva, un tempo, da cappella per i riti festivi e ancora vi si conserva l’ altare.

    Molte erano le feste religiose celebrate dai garofolani e particolarmente onorata fino a qualche anno fa, era quella di Sant’ Antonio Abate, il 17 gennaio. Nell’occasione i mugnai dei mulini sul Po (tra cui la Mulinazza, ultimo mulino, di Ernani Pavani, bisnonno di chi scrive, demolito nel ’42), contadini, allevatori e carrettieri, con i loro animali, si trovavano sul sagrato della chiesa per la rituale benedizione. Lo stesso accadeva nelle borgate di Paviole e Vallona.

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