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Archivi: Articoli d’archivio

  • La “Cittadella della Cultura”

    La “Cittadella della Cultura”

    “I luoghi hanno memoria. Ricordano tutto” scrive Wim Wenders, regista, scrittore e fotografo tedesco. Se davvero così fosse, viene da chiedersi quanti e quali ricordi potrebbe celare Palazzo Malmignati-Conti-Boldrin, divenuto oggi sede di quella che è stata battezzata come la “Cittadella della cultura” di Lendinara.

    Dopo l’intervento di restauro conservativo, ristrutturazione e adeguamento funzionale degli spazi¹, il palazzo cinquecentesco che sorge lungo Via G.B. Conti ha assunto non solo il ruolo di scrigno dei beni librari e della cultura lendinarese, ma anche quello di spazio di valorizzazione di importanti figure risorgimentali, luogo di promozione della storia locale ed angolo di pace letteraria col suo giardino e i suoi ambienti rimessi a nuovo.

    La biblioteca

    Varcando la soglia dell’elegante edificio di tipologia ferrarese, ciò che colpisce fin da subito è la luminosità dei locali, che nel loro recupero e riorganizzazione funzionale della Biblioteca, non hanno perso i preziosi dettagli che rivelano la storicità degli ambienti.

    La Biblioteca trae origine dalla donazione – avvenuta ufficialmente il 6 dicembre 1834 – della libreria di oltre 7mila volumi del sacerdote lendinarese don Gaetano Baccari. L’atto di istituzione della “pubblica libreria” di Lendinara può però essere individuato già in un decreto del 23 agosto 1787, con cui la rappresentanza cittadina erogava un assegno annuo di 20 ducati a don Gaetano per l’incremento della sua biblioteca, consapevole che un giorno sarebbe diventata di proprietà comunale. La Biblioteca, che negli anni si arricchì di donazioni e acquisti – fino a possedere attualmente più di 20mila volumi – fu intitolata a don Gaetano Baccari, il suo fondatore, nel luglio 1981.

    Il patrimonio librario, riordinato nella prima metà del secolo scorso da Giuseppe Marchiori, accolto inizialmente presso Palazzo Perolari, fu trasferito nel 1942 a Palazzo Malmignati-Conti-Boldrin, edificio prestigioso donato alla città nel 1941 dal suo proprietario Brunetto Boldrin.

    Dopo la recente ristrutturazione, al piano terra trovano spazio l’Area per l’accoglienza del pubblico e l’Internet point, nuovo volto della cultura moderna. L’occhio cade da subito sugli interni, restaurati e regalati alla cittadinanza in una nuova luce.

    Sulla sinistra si apre la Sala degli incontri, ideale per convegni e dibattiti, vegliata da una caricatura e da un ritratto di Brunetto Boldrin, il filantropo donatore dell’immobile. Sulla destra, invece, altri ambienti – quali la Sala della storia locale, la Sala della lettura e l’Angolo dedicato ai più piccoli – formano gli spazi della rinnovata Biblioteca.

    Il giardino

    Prima di salire al piano superiore, è d’obbligo affacciarsi sul retrostante giardino all’italiana, disegnato da viottoli di ghiaia addolciti nei lineamenti da piante di bosso. Quest’oasi verde e di pace, anch’essa ripulita e sistemata, risplende di un’eleganza senza tempo. Il colpo d’occhio su Villa Ca’ Dolfin Marchiori, affacciata su Via Garibaldi, non può non emozionare.

    Al centro dell’area verde, ciò che resta di una fontana costruita negli anni passati e, su un lato del giardino, un piccolo ponticello di pietra e delle piante ripropongono il disegno del corso d’acqua che un tempo collegava l’Adigetto al parco di Ca’ Dolfin.

    Il piano della memoria

    Tornati nel vasto androne del pian terreno, impossibile non notare la piccola e graziosa immagine della Madonna Nera col Bambino, poggiata su un tappeto di nuvole e col manto sorretto ai lati da due cherubini, dipinta sopra la porta che conduce ai piani superiori dell’edificio.

    Si sale al primo piano, dove ha trovato una valida sede l’Esposizione dei cimeli risorgimentali, molti dei quali in precedenza custoditi chiusi e forse dimenticati negli armadi della Sala canoziana in Municipio.

    Accanto alle teche che custodiscono i costumi della rievocazione storica del 2 giugno, vi si trovano altre vetrine, custodi del ruolo che ebbe Lendinara nel panorama risorgimentale, grazie al suo concittadino Alberto Mario e alla moglie Jessie White. Due giubbe e un mantello appartenuti ad Alberto Mario, un busto che lo ritrae e il calco dei suoi piedi, ne descrivono la fisicità. Una bandiera e dei labari, appartenuti alla Società operaia e che probabilmente sfilarono in occasione dei funerali di Alberto Mario, raccontano invece uno spaccato delle sue esequie.

    In un’altra teca spiccano il testo del celebre discorso che Giuseppe Garibaldi pronunciò affacciandosi al balcone di Cà Dolfin nella visita del 1867, e un ultimo biglietto che Alberto Mario, ormai vicino alla morte, scrisse alla Società operaia ringraziandola per il titolo di Presidente onorario, che prima fu di Garibaldi e poi di Ettore Ferrari, artista dell’epoca risorgimentale autore del monumento di Alberto Mario a Lendinara e di quello dedicato all’Eroe dei due mondi installato a Rovigo. Spicca, tra gli altri documenti, anche una minuta del testo del discorso funebre che Francesco De Sanctis tenne nella sede della Stampa romana, per la morte di Alberto Mario.

    Lo sguardo si posa, inoltre, sulla preziosa Nuova antologia che appartenne ai Coniugi Mario, prima di essere donata dalla White alla Società operaia di Mutuo Soccorso e da questa passare al Comune di Lendinara.

    In un’altra grande teca, spicca invece una bandiera della Croce rossa forata dalle pallottole durante la Campagna di Francia del 1870-71 e che appartenne a Jessie White, infermiera garibaldina, la quale ne fece dono alla Società operaia di Lendinara.

    Su un brandello di un altro vessillo di guerra, questa volta della Repubblica Romana del 1849, si può leggere invece la parola “Popolo”, ciò che rimane del motto mazziniano “Dio e Popolo”.

    Lettere, documenti autografi, antiche edizioni, cartoline d’epoca, biglietti, oggetti descrivono i rapporti che si intersecarono tra i Mario, Garibaldi, Carducci ed il giornalista e diplomatico lendinarese Adolfo Rossi, sullo sfondo di una Lendinara che ebbe un ruolo non secondario nella causa risorgimentale.

    Una nota merita il rapporto instauratosi tra Adolfo Rossi, della prima generazione post-risorgimentale, e Alberto Mario; tema messo in luce da alcuni cimeli visibili nella Biblioteca e approfondito anche nell’articolo “Il dono di Adolfo Rossi”, scritto da Vanna Boraso per Il Ventaglio numero 44.

    Rossi, prodigo di omaggi alla sua città e nell’invio di preziosi documenti di cui nella sua attiva vita venne in possesso, considerò infatti Alberto Mario il suo “maestro” per averlo incoraggiato alla scrittura e avergli fatto pubblicare le prime novelle. Va ricordato, quale ultima annotazione, che fu proprio Rossi, divenuto caporedattore del Corriere della sera, a contribuire all’assunzione del badiese Eugenio Balzan che divenne poi direttore amministrativo del Corriere stesso.

    Ai due lati del salone centrale, che accoglie i cimeli risorgimentali, trovano ideale collocazione le due Sale del libro antico. Nel varcarne le soglie gli occhi vengono rapiti da un susseguirsi di testi, faldoni, libri le cui pagine ingiallite e segnate dallo scorrere inesorabile del tempo, regalano ancora maggior fascino al patrimonio librario accolto. Qui sono custoditi preziosi incunaboli, vale a dire i primi libri a stampa (circa una ventina quelli che possiede la Biblioteca lendinarese), adornati da raffinate incisioni. Accanto ad essi, le ammirevoli cinquecentine (un migliaio quelle custodite nella Biblioteca). Non mancano, inoltre, rari testi del Seicento e del Settecento di notevole pregio.

    Bastano due passi ed il cuore, specie di chi è lendinarese, viene rapito dalla Sala della città, che accoglie una selezione dell’archivio storico del Comune un tempo chiamato L’Atene del Polesine: dalle antiche stampe della città finemente riprodotte all’elenco degli artigiani lendinaresi di un tempo, passando per i registri dei catasti con disegni all’altezza di essere considerati delle vere e proprie opere d’arte.

    Infine, ma non ultimi, gli Archivi: spiccano quello Marchiori e il Malmignati-De La-zara, quest’ultimo in comodato dalla Regione, entrambi molto frequentati, specie da studiosi e appassionati che da tutta Italia raggiungono Lendinara per la consultazione dei preziosi documenti custoditi. Accanto a questi trovano spazio anche i preziosi archivi Perolari Malmignati e Alberto Mario.

    Completata la visita agli ambienti della “Cittadella della Cultura” di Lendinara, prima di lasciare il palazzo – costruito dal nobile e ricco cavaliere della Serenissima Vincenzo Malmignati nella prima metà del Cinquecento-, rivolgiamo un ultimo sguardo alla sua armoniosa facciata che silenziosa assiste al mutar del tempo, il cui scandire qui sembra legato al lento scorrere dell’Adigetto che sonnecchia distante solo pochi passi.

  • L’antica chiesa di Moceniga

    L’antica chiesa di Moceniga

    Nel tratto di strada, che si dirama dalla statale Romea all’altezza di Rosolina in direzione Albarella, si erge, in una splendida solitudine, quello che un tempo era chiamato Oratorio della Concezione. Necessitante di un sostanzioso ripristino dopo decenni di degrado, l’oratorio ha finalmente riacquistato la sua dignità, dopo il recente intervento di restauro.

    Era stato costruito nel decennio 1780-90 – con facoltà del vescovo di Chioggia Civran – dai fratelli patrizi veneziani Alvise e Marcantonio Mocenigo, nella tenuta da loro acquistata un ventennio prima.

    Un secolo più tardi, nel 1873, la tenuta passò al vescovo di Vicenza Antonio Farina, all’epoca gestore della Fondazione Legato Muttoni, per estinguere debiti contratti dalla famiglia Mocenigo nei confronti della Fondazione. Successivamente, nella prosecuzione dell’opera di bonifica agraria del territorio, progettata nel 1930-31 dal Consorzio di Bonifica di Rosolina, l’Ente Delta Padano acquistò per esproprio (agli inizi degli anni ’50) parte di quella tenuta e nel 1968 concesse a titolo gratuito l’Oratorio alla diocesi di Chioggia.

    L’edificio sacro, di forma rettangolare con unica navata a doppio spiovente, misura m. 10,60 in lunghezza, 7 in larghezza e 6,30 in altezza. Sopra il portale esterno è incassata la lapide con il titolo latino della chiesa; dice: A Dio Ottimo e Massimo e alla Madre di Dio, concepita senza peccato Originale.

    All’interno, vicino alla parete di fondo, l’altare marmoreo è sormontato dalla statua dell’Immacolata di Antonio Bonazza (anticamente l’Immacolata era affiancata dalle statue di S. Francesco d’Assisi e di S. Luigi Gonzaga, trafugate nei decenni di abbandono). La statua della Vergine non è però l’originale (scolpita in marmo di Carrara) che per motivi di sicurezza nel 1973 è stata collocata nella parrocchiale di Rosolina. E’ una copia in legno, fedele riproduzione di quella autentica.

    Il recente restauro – reso possibile grazie ai finanziamenti della Diocesi di Chioggia, CEI-Beni Culturali (contributo 8xmille) e GAL Delta Po – ha interessato l’intero edificio, compresa la retrostante sacrestia. I pavimenti, puliti e risarciti nelle parti mancanti, sono stati riposizionati sul sottofondo. Rinnovati gli infissi e le capriate del soffitto con sostituzione degli elementi ammalorati. Rifatto e rimontato l’intero tetto.

    A persuadere l’opera di ripristino hanno concorso alcuni fattori: il pregio e la vetustà dell’edificio; la constatazione dello sviluppo turistico, che sta interessando ormai anche la zona valliva di Rosolina; la prospettiva che la chiesa diventi un punto di riferimento spirituale per i vallanti della zona e per i numerosi turisti di Albarella e Rosolina Mare.

    Responsabile del progetto di restauro, Don Alberto Alfiero, presidente dell’Ufficio Tecnico ed Edilizia di Culto; progettisti gli arch. Tonino Pontesan e Marco Furlani; responsabile del procedimento a nome della Curia vescovile il geom. Luca Mancin, direttore dell’ufficio tecnico ed incaricato diocesano ai Beni Culturali.

    A ricordo del restauro radicale dell’edificio, è stata collocata in controfacciata una lapide che recita: ANGULUS HIC RIDET IN PALUDIBUS ORATORIO IMMACULATAE CONCEPTIONIS AB HADRIANO TESSAROLLO EPISCOPO CLODIENSI ANNO DOMINI MMXIV INSTAURATO Quest’angolo splende in mezzo alle valli grazie all’Oratorio dell’Immacolata Concezione restaurato dal vescovo di Chioggia Adriano Tessarollo nell’anno del Signore 2014.

    IMMAGINI STORICHE

    È vero: ora la chiesa splende in un luogo ridente, ma ha perso il suo contesto naturale, cioè le poche abitazioni del circondario e – in seguito alle opere di bonifica – il rapporto con il contesto naturale acquatico. Rimane tuttavia come icona di una vitalità trascorsa, aperta ai nuovi orizzonti progettuali di sviluppo.

    BIBLIOGRAFIA

    G.M. Zanini, Corso schematico di storia rosolinese. ‘Nuova Scintilla’, anni 1995-96.

    G. Marangon, Frammenti di mistero. Antichità, cimiteri, oratòri e battisteri lungo l’asse della ‘Fossa Clodia’, Chioggia 2001.

    R. Pietropoli, Oratori e Chiese di Rosolina (1595-2009), Rosolina (RO), 2010.

  • Nel territorio di Loreo

    Nel territorio di Loreo

    Ha avuto successo l’itinerario, con partenza lungo il Canale di Loreo, sperimentato lo scorso marzo durante la giornata FAI di primavera. Il tragitto -in quell’occasione coperto a bordo di un trenino turistico – può essere agevolmente riproposto con l’uso della bicicletta. Si sviluppa in 8 tappe e si presenta sicuramente come una delle opportunità di valorizzazione di aspetti turistico-ambientali del Polesine orientale e dell’area del Delta.

    1. Il punto di partenza è a LOREO presso il piazzale antistante il bel Municipio recentemente restaurato. Per raggiungerlo, portatevi fino al Canale che divide il centro urbano: Castello a est; Trastevere a ovest. Sul lato est del castello, contrassegnato dalla Torre dell’orologio nei pressi del ponte, proseguite per circa 200 metri in direzione nord lungo Riviera Marconi che fiancheggia il Canale di Loreo fino al palazzo del Municipio.

    Le prime notizie relative all’edificio che ospita la sede municipale risalgono alla prima metà del Cinquecento, allora indicato come “Palazzo per li Rettori”, così descritto: “con una scala de piera viva ed una loggetta de sopra desco verta e con una spesa di oltre 1200 ducati, esclusi legnami ed altre robbe”. Fino al XVIII secolo la sua conformazione semplice e squadrata non presentava traccia della scalinata che oggi caratterizza il fabbricato. Essa compare nelle Mappe del Catasto Napoleonico del 1815. In epoca fascista l’edificio subisce alcune modifiche e un deciso ampliamento sul retro.

    Non si tratta certamente di una villa patrizia adibita poi a sede del podestà, come spesso avvenuto nei paesi limitrofi, perché Loreo nasce città: unità urbana vera e propria, con Consiglio propri, tutte le cariche di comunità, libri d’Oro e statuti. Il Polesine di Loreo era governato da un podestà eletto dal Maggior Consiglio di Venezia e da due Consigli: il Maggior Consiglio loredano composto da 40 membri e il Minor Consiglio composto dal podestà, 3 massari, 3 giudici e vari consiglieri.

    Sopra la loggia del palazzo municipale vi è un fregio con una torre merlata recante la scritta CLFPA e tale simbolo è ripreso nello stemma comunale. A tale riguardo vi sono due interpretazioni: “Contra Latrones Ferrariae Pollicini Adriae” (contro i malfattori del ferrarese, del Polesine e della zona di Adria), oppure: “Castrum Lauretanum Fortiter Pugnavit Adriam”, a ricordo di antiche battaglie vinte contro i vescovi adriesi.

    Il municipio presenta altri stemmi ed effigi posti nella facciata che risultano utili per fornire indicazioni relative alle date degli eventi che lo hanno interessato. Due in particolare risultano interessanti, entrambe datate 10 giugno 1882, una dedicata al Re Vittorio Emanuele II ed una dedicata a Garibaldi.

    2. Subito dopo il palazzo del Municipio una sequenza continua di edifici caratterizza la riviera verso nord; tra questi si distingue una costruzione detta casa dell’istrice, per uno stemma posto sulla facciata.

    Si tratta di un edificio connotato da un corpo centrale che si eleva oltre le due ali laterali imponendosi con una facciata timpanata: l’ultimo piano è decorato con due lesene e con un marcapiano con dentelli, mentre due volute sporgenti laterali segnano il perimetro verticale del modulo. Probabilmente al primo piano un tempo vi era un terrazzino con porta, (lo possiamo dedurre dalla mensola sporgente e allungata che si trova sopra l’attuale finestra) forse all’interno vi era un salone passante, poiché sappiamo che faceva parte della proprietà anche un giardino interno.

    In posizione centrale notiamo un emblema dove è visibile la citata figura rappresentante un istrice, il quale è sormontato da una croce, una stella (forse stella cometa) e due mezze lune. Con ogni probabilità questo edificio ospitava un convento: i simboli dell’emblema confermano la tesi, ma ad oggi la questione è ancora in fase di studio.

    3. Ancora prima di uscire dal centro abitato (ma in posizione leggermente staccata dalla continuità edilizia che si distribuisce lungo il centro storico)effettuiamo la terza tappa presso una severa costruzione dalla foggia diversa rispetto le facciate rivierasche del centro. Si tratta di Ca’ Priuli, un edificio non molto appariscente, ma di rilevante importanza per la storia del delta del Po, in quanto questo fabbricato nel marzo del 1599 ospitò la speciale Commissione Idraulica della Serenissima Repubblica, che diede esito favorevole al complesso intervento di deviazione del corso principale del Po delle Fornaci, noto come il Taglio di Porto Viro.

    La stessa abitazione, nella notte tra il 5 e il 6 di novembre del 1604, diede di nuovo ospitalità ad una importante Commissione Idraulica per verificare i lavori ultimati del Taglio di Porto Viro. Tra i membri di questa Commissione c’era il celebre architetto Vincenzo Scamozzi, che peraltro aveva già soggiornato a Loreo 4 anni prima, nel corso di un viaggio di ritorno da Parigi verso Venezia (vedasi Ventaglio n. 51, pag. 50 e successive Scamozzi in Polesine di Stefano Turolla).

    4. L’itinerario prosegue costeggiando il Canale di Loreo; si tratta di un corso d’acqua artificiale, scavato nel XIII secolo per mettere in comunicazione il Po delle Fornaci (circa 4 km a sud) con Venezia attraverso quella che al tempo veniva definita come la navigazione di Lombardia, caratterizzata da quattro tratti fluviali: dal Po fino a Loreo vi era il canale della Rettinella; da Loreo all’Adige il canale di Loreo; dall’Adige la navigazione proseguiva alla volta di Venezia per il canale delle Bebbe; infine per il canale Lombardo si entrava nel porto di Brondolo dell’allora Laguna sud di Venezia. La navigazione di Lombardia era un sistema di navigazione interna che aveva sostituito una analoga linea di navigazione nord-sud più antica, ubicata più ad occidente denominata Silvus Longus (Canale del Bosco).

    Attualmente la situazione si presenta nuovamente mutata: il collegamento acqueo da nord a sud tra il Po e la laguna veneta è spostato ancora più ad est, ed è rappresentato dal Canalbianco – Po di Levante – Canale Po di Brondolo.

    Dopo queste annotazioni storico-geografiche, proseguiamo per un paio di km, in un paesaggio che verso oriente è rappresentato da una piatta campagna, con pochi e sparsi insediamenti rurali. Siamo in una delle zone più basse di tutto il delta del Po, dove in alcuni punti, in particolare nella località “Laghi”, si raggiungono i – 3,5 metri s.l.m. L’orizzonte verso oriente è caratterizzato dall’arginatura sinistra del Canale Po di Brondolo ed in parte dai resti in rilievo del cordone di dune fossili di età romana-medievale.

    Alla nostra destra, in direzione Tornova si segnala un grande complesso rurale, connotato da un notevole corpo della fabbrica a base rettangolare con allungamento ovest-est, oggi in avanzato stato di degrado e abbandono. Nello scorso secolo ospitava molte famiglie bracciantili che lavoravano alle dipendenze dell’azienda agricola. Una parte dell’edificio era adibito ad abitazione, mentre un’altra parte (la maggiore) ospitava le stalle, il fienile ed il granaio.

    Attira la nostra attenzione l’emblema posto sul lato minore a ovest della fabbrica, nel quale è rappresentato il simbolo dei Gesuiti. A tale riguardo si narra che nel ‘500 i Gesuiti della compagnia di Iganzio di Loyola, diretti a Venezia dalla Spagna, sostassero per un certo periodo a Loreo, attivando qui una scuola o radunando un gruppo di fedeli. Attualmente, l’intero edificio è sottoposto a vincolo architettonico. (Un analogo simbolo dei gesuiti, però decisamente più antico, si può vedere a Loreo incastonato in un muro di un edificio in prossimità del Municipio, proprio all’ingresso della calle Confraternita).

    5. Proseguiamo il nostro tragitto rettilineo fino a raggiungere la località TORNOVA, procedendo fino al bivio per via Canalvecchio che dal centro di Loreo dista circa 3,5 km. Il toponimo Tornova rimanda chiaramente ad una Torre Nuova. Si trattava di uno dei 4 punti fortificati della linea di difesa veneziana, attiva dal VIII secolo fino al 1400: Castello di Loreo – Torre nuova – Castello di Cavarzere – Torre delle Bebbe (comune di Chioggia).

    La torre sorgeva nello spazio compreso tra l’innesto di via Canalvecchio e il Canale di Loreo. In superficie, sulla campagna coltivata, non è più visibile alcuna traccia dell’antico maniero: sappiano che la torre venne demolita nel 1700 e le pietre (massi) furono riutilizzati nella costruzione di altri edifici. Sappiamo inoltre che nel 1778 esistevano ancora resti della torre, in quanto il podestà di Loreo, Domenego Pisani inoltrò a Venezia, ai Provveditori alle Fortezze una richiesta di demolizione dei “resti di una torre perché pericolante e di nessuna utilità”.

    Tornova si rivela essere una importante località storica e artistica, oltre che paesaggistica: se non c’è più traccia dell’ex torre fortificata, si può oggigiorno ammirare l’esterno della settecentesca villa Vianelli, ed è inoltre interessante la presenza di ben due chiesette, in un ambito paesaggistico suggestivo.

    Il primo edificio religioso è una graziosa e classica chiesetta dedicata alla Beata Vergine del Rosario a cui faceva riferimento la parrocchia di Loreo, ma nel passato era sorta come cappella gentilizia della vicina villa della famiglia dei Conti Vianelli.

    A breve distanza, in tempi a noi più vicini, nel 1973 venne realizzata una nuova chiesa in stile moderno su progetto dell’architetto M. Letizia Panajotti. Il nuovo manufatto è ubicato qualche centinaio di metri verso ovest e presenta la pianta dell’edificio realizzata in calcestruzzo che si sviluppa come una grande spirale.

    Tra la chiesetta di Tornova e la villa Vianelli, al civico 3312 si individua un inserto nel muro con indicato il livello raggiunto dall’acqua con l’alluvione del Po nel novembre 1951.

    Villa Vianelli risale al 1770 ed è costituita da una parte centrale e da due brevi ali; comprende inoltre la barchessa, le abitazioni dei contadini e la citata cappella in posizione esterna al cortile delimitato dal muro di cinta in laterizio. Nel portale vi è uno stemma che raffigura una torre merlata con palco alla ghibellina, accostata da due C contrapposte. La villa è disabitata dal 1945, da quando era sede di un quartiere generale dell’esercito tedesco; attualmente è di proprietà della famiglia Vianelli.

    6. Riprendiamo il percorso lungo una strada che ben presto diventa curvilinea e anche il corso d’acqua assume un aspetto diverso. Da qui infatti il Canale di Loreo non è più il corso d’acqua scavato nel XIII secolo, bensì il paleoalveo dell’Adige, abbandonato in seguito alla rettifica operata nel 1725. Rimandiamo al toponimo Canalvecchio per interpretare ora la sua storia: canale vecchio ovvero paleo-alveo.

    La rettifica dell’Adige del 1725 è nota sia come “Taglio di Tornova o di San Pietro in Volta”, ma certamente è più caratteristica la storica denominazione “Taglio della viziosissima svolta”.

    La prima parte di via Canalvecchio è un’ansa fluviale piuttosto accentuata, quasi un meandro. Possiamo altresì individuare l’ampiezza tra le due vecchie e basse arginature del XVIII secolo del secondo fiume d’Italia, valutando la distanza tra la nostra posizione sull’argine sinistro e quella della strada opposta, sull’argine destro: varia da 40 a 80 metri. Proseguendo si avrà modo di vedere che solo una minima parte della sezione fluviale è ora occupata dall’alveo del canale di Loreo, nella golena possiamo anche osservare la presenza di abitazioni, orti, coltivazioni. A Tornova l’alveo attuale dell’Adige misura tra 120 e 140 metri.

    Interessante una sosta presso la stele di Tornova, grande pietra d’Istria del 1785 con incise le tariffe dell’epoca per il passaggio di merci e imbarcazioni. Subito dopo eccoci al Sostegno di Tornova, con le cosiddette porte a vento che consentono il prelievo dell’acqua dell’Adige per il Canale di Loreo.

    La breve salita sull’argine dell’Adige posto alla quota media di + 5.70 metri s.l.m. ci consente di osservare l’attuale larghezza del fiume ed anche la forma dell’innesto della rettifica sul percorso del fiume verso sud. Come si osserva, la quota dell’acqua nell’Adige è sopra il piano campagna, e ricordiamo che la massima piena è stata di ben+ 4.80 metri s.l.m.

    7. Inizia l’itinerario di ritorno ripercorrendo il Canale di Loreo dal lato occidentale fino al ponte Oselin. Prima di arrivarci però possiamo notare sulla destra, un importante impianto di sollevamento della bonifica: l’idrovora Tartaro-Oselin. Questo impianto serve una superficie di 4000 ettari, raccoglie e convoglia le acque nello scolo Patanacche che sottopassa con una botte il Canale di Loreo, per l’ultimo innalzamento nel Canale Po di Brondolo con l’idrovora Vallona.

    Dall’incrocio idraulico di ponte Oselin tra il canale di Loreo e lo scolo Botta, proseguiamo lungo l’argine sinistro di quest’ultimo. Come si ha modo di osservare, il corso d’acqua presenta anse più o meno accentuate. Di conseguenza deduciamo che non si tratta di un canale scavato per la bonifica, bensì di un corso fluviale, ripreso e utilizzato per la bonifica idraulica, in alcuni tratti in parte rettificato.

    Lo scolo Botta ha ereditato una parte del corso del Tartaro, un importante corso d’acqua naturale che ha la sorgente poco a sud di Verona, citato fin dall’epoca romana da Tacito con la denominazione “Tartari fluminis”. Secondo alcuni autori, il Tartaro in età romana riceveva le acque del Mincio, mentre in epoche più recenti aveva assunto la funzione di diversivo dell’Adige (scaricatore delle acque di piena). In una carta del 1769 è riportato: “Canal detto il Tartaro poi Canal d’Ose (Osa in seguito) indi detto Oselin”. Oggi la sua funzione è quella di un importante canale del bacino di bonifica Tartaro Oselin del Consorzio di Bonifica Adige Po.

    8. Raggiungiamo frattanto la LOCALITA’ CA’ NEGRA, dove attraversiamo una importante linea geomorfologica: i resti del più antico cordone emerso di dune fossili del Polesine, datato al periodo pre-etrusco.

    Dunque, circa 3000 anni fa, proprio qui si trovava la spiaggia del mare Adriatico. Resti sabbiosi ancora visibili in debole rilievo sul piano campagna, si riscontrano sia a nord in località Chiesazza di Cavarzere, sia a sud in località Contea di Loreo.

    La Tenuta Ca’ Negra Borletti inizia qui la sua storia nel 1939, dopo che Ferdinando Borletti (1888-1977) co-fondatore della Rinascente e dei Magazzini Standa, al fine di diversificare il suo patrimonio, acquista immobili e azienda dal Barone Franchetti di una nobile famiglia veneta. Il figlio Mario Borletti (1920-1988), ingegnere, modernizza e amplia l’azienda inserendo l’allevamento e l’ingrasso di bovini. Poi Stefano (1944) figlio di Mario, ed oggi Ferdinando ed Andrea conducono l’azienda in modo innovativo con la produzione di carni di altissima qualità: la wagyu.

    L’azienda si estende su di una superficie di 500 ettari, distribuiti tra Loreo e Cavarzere. Al suo interno accoglie la casa padronale, una barchessa, le stalle, diversi edifici ad uso agricolo, un piccolo aeroporto privato e le distese campagne. Anche la parte esterna al perimetro dell’azienda (oltre lo scolo Botta) è di proprietà della famiglia Borletti, come le case degli operai (molte oggi in stato di abbandono), la chiesetta, la ex scuola, la trattoria.

    La casa padronale, l’edificio più imponente del complesso, a ridosso dello scolo Botta, ha subito un’ingente opera di restauro e di ampliamento con l’arrivo della famiglia Borletti. L’architettura piuttosto austera ma imponente si allontana dai caratteri edilizi del delta del Po: probabilmente la famiglia di origine milanese e con grandi esperienze mondane ne ha riprodotto qui un’immagine piuttosto innovativa ed originale per l’epoca. Il corpo centrale si eleva di un piano rispetto le due ali laterali.

    La facciata a sud evidenzia una continuità delle geometrie che vedono nel piano terra delle grandi finestre all’inglese, mentre le aperture del primo e del secondo piano sono più ridotte e di forma quadrata. Un tempo la parte superiore della casa era adibita a magazzino cerealicolo, ovvero il granaio. L’area porticata rientrante con sobri pilastri e semiarcate accoglie l’ampio spazio del pre-ingresso.

    Tutto l’edificio si manifesta con mattoni a faccia vista mentre il tetto a due falde (scomposto nella parte centrale) è ricoperto con i classici coppi in cotto. La grande e immancabile aia si propone di fronte alla casa padronale.

    L’ala di sinistra (facciata lato sud) presenta un ulteriore rimaneggiamento. Dal tetto spiccano un abbaino e tre camini, due in stile tipico delle aree veneziane e uno detto “ai quattro venti” con copertura a due falde. Sul lato nord, al piano terra, si evidenzia un corpo aggiunto a forma semi-ottagonale.

    Dopo questa sosta prolungata riprendiamo il nostro itinerario ripercorrendo l’argine dello scolo Botta fino all’innesto col Canale di Loreo del quale percorriamo la strada sul lato occidentale.

    Torniamo così al punto di partenza, davvero appagati dalla ricchezza di sollecitazioni ed informazioni che il percorso loredano ci ha offerto. Un itinerario da inserire sicuramente tra le chicche di una proposta di turismo slow, caratterizzata da visioni paesaggistiche, architettoniche e dalla scoperta della antica storia del nostro territorio con la sua complessa e mutevole rete idrografica.

  • Gli interni del Roncale

    Gli interni del Roncale

    Quando si raggiunge Piazza Vittorio Emanuele provenendo dalla contigua Piazza Garibaldi, si è colpiti dalla imponente mole in cotto di Palazzo Roverella, esempio in terra polesana della sublime arte architettonica del ferrarese Biagio Rossetti.

    Di fronte a Palazzo Roverella, sul lato che dà su via Laurenti, si staglia una sottile alta fascia verticale marmorea, annuncio di un altro importante edificio che, man mano che ci si avvicina, si svela come il rinascimentale Palazzo Roncale.

    Si tratta di un significativo palazzo che si estende dal limite della piazza sino all’inizio di via Angeli, contrastando con la leggerezza del Roverella: la facciata del Roncale si presenta infatti con massicce arcate in bugnato al piano terra e lesene tra le alte finestre del piano nobile. Una costruzione di pregio, opera di Michele Sanmicheli, della cui storia, architettura e proprietà si è parlato in un recente numero di questa rivista a cui si rimanda (cfr. Ventaglio Novanta n. 50, Gennaio 2015, “A Palazzo Roncale” di Lino Segantin, pag. 8 e successive).

    Ci accingiamo ora a scoprire gli interni del prestigioso palazzo, del quale si sono da qualche anno conclusi importanti lavori di restauro ed adeguamento alle vigenti norme di sicurezza, commissionati dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo proprietaria dello storico immobile.

    Superato l’ampio portale, nel salone di accesso ci accolgono sulle pareti quattro busti, denominati I Re Barbari, scolpiti da Giovanni Bonazza (1654-1736), artista veneto attivo tra ‘600 e ‘700, abile nell’uso della luce e delle linee, le cui opere sono sparse un po’ in tutta la regione (Montagnana, Treviso, Stra) ma anche a S. Pietroburgo nel Giardino d’Estate. I quattro busti del Roncale, che rappresentano Attila, Totila, Alarico e un re dei Rugi, con la loro statuaria fissità conferiscono un clima di severità al grande atrio caratterizzato da candide pareti.

    Ben diversa è l’atmosfera che si respira al piano nobile, a cui si accede da un’ampia scala. Nel grande salone campeggiano due meravigliosi arazzi seicenteschi di artigiani sconosciuti rappresentanti l’Adorazione dei Magi e l’Incontro tra Antonio e Cleopatra: due splendidi esempi (uno di soggetto sacro l’altro profano) di un tipo di arte che, di antichissima e diffusa origine, ebbe nel periodo tra il quattordicesimo e il diciassettesimo secolo la sua massima espressione specie in Germania, Francia e Fiandre. Va ricordato che a questo tipo di rappresentazione diedero il loro contributo, con i “cartoni”, tra gli altri Raffaello (celebri gli arazzi delle Sale Vaticane), Rubens, Goya e tanti altri, sino a Pablo Picasso e Mirò, ma è merito di artigiani, il più delle volte ignoti, se possiamo vedere riprodotte su tele ad ordito di lana o lino le opere pittoriche di tanti artisti.

    Di ignoti autori sono anche i dipinti di soggetto mitologico presenti sempre nel salone d’onore: Bacco che incorona Arianna; Achille a Sciro, Ercole e Onfale; Ercole e Deianira. Si tratta di opere del manierismo seicentesco che trovano la loro essenza nella luminosità dei corpi nudi e nell’attenzione ai particolari.

    Di altro genere, i quadri alle pareti della vicina sala (le cui finestre si aprono su via Angeli) connotata da un grande camino e da due candelabri in legno. In questo caso è ben noto il nome dell’artista. Si tratta di dipinti di Mattia Bortoloni (1696-1750) da Canda, noto soprattutto per essere uno degli autori dell’immenso affresco che orna il Santuario di Vicoforte in Piemonte, apoteosi della dinastia dei Savoia.

    Di questo pittore, che ha lasciato numerose opere anche in Polesine (Fratta, Castelguglielmo) possiamo ammirare nel palazzo, reduci da un accurato e valido restauro quattro importanti opere: Davide che invia doni a Betsabea; Sodoma e Gomorra: le figlie di Loth; il Casto Giuseppe; Susanna al bagno. Di questi dipinti – dei cui riferimenti biblici trattiamo in una apposita scheda – colpiscono il senso cromatico e la luminosità, la capacità dell’autore di rappresentare il movimento dei personaggi ritratti e i drappeggi, senza darne risalto con linee marcate, talora con caratteristiche stravaganti delle fisionomie, quasi al limite del grottesco.

    Spostandoci nelle vicina sala, troviamo il ritratto di un Procuratore di San Marco, opera di Domenico Tintoretto (1560-1635), figlio del grande Jacopo, dal quale si distaccò perché a differenza del genitore, celebre per le grandi scenografie pittoriche, si dedicò alla ritrattistica (famoso resta il suo ritratto di Galileo Galilei). Il personaggio del quadro esposto al Roncale appare ritratto nell’imponenza del suo aspetto e nella meticolosa descrizione del suo abito. Tutto ciò ad indicare da una parte l’importanza della carica rivestita e contemporaneamente il valore sociale ed economico raggiunto. Il barocco è ormai alle porte.

    Se proseguiamo nella nostra visita nelle stanze del piano nobile, ci imbattiamo in altre tre tele ad olio, la prima delle quali, di autore ignoto di fine Seicento, mostra Il trionfo veneziano di Francesco Morosini, ultimo grande condottiero che riuscì, sia pure per breve tempo, a rinverdire la gloria e la potenza della Serenissima. A parte l’enfasi della rappresentazione (carro allegorico con figure femminili rappresentanti virtù e mitici personaggi, elefanti che lo trainano, bandiere del nemico calpestate, navi nello sfondo, sguardo altero dei Veneziani vincitori in contrasto con l’afflizione dei Turchi in catene) sono interessanti lo studio minuzioso del vestiario dei personaggi dipinti, le bandiere sventolate in un ultimo barlume di gloria.

    Gabriel Bella (1730 al 1799), nelle sue tre tele esposte ci mostra cerimonie pubbliche, feste, scene di carnevale e di vita di un mondo ormai agonizzante, che presto e rapidamente sarà spazzato via dalla Rivoluzione Francese. Questo pittore nelle sue opere raffigura il quadro della società veneziana con minuzia di particolari di vesti, fisionomie di personaggi con bautta e imparruccati, ma dalla rappresentazione si ha la sensazione di un mondo ormai vuoto, fatto di fantasmi. E’ il medesimo mondo che nello stesso periodo il Canaletto, e soprattutto il Guardi, rappresentano con una grazia e una soavità che superano la sensazione della sua imminente fine, che invece è presente nei quadri di Gabriel Bella.

    Dal piano nobile, una rampa di scale ci porta nel sottotetto molto accuratamente restaurato, dove ci aspetta una ampia raccolta di opere di un pittore rodigino la cui fama è andata crescendo in questi ultimi anni: Mario Cavaglieri (1887-1969), cui la città natale ha dedicato una bellissima mostra nel 2007. Le opere raccolte, che attendono una definitiva sistemazione e una giusta valorizzazione, spaziano tra personaggi femminili collocati molto di frequente in uno scenario di salotti borghesi del primo quarto del Novecento, con colori forti che ricordano la tradizione veneta di un cromatismo marcato, e una serie di vedute di paesaggi della Francia del sud dove il pittore rodigino passò gli ultimi decenni della sua vita: rustici, ma luminosi, riflesso della terra di origine del pittore.

    In definitiva nel Palazzo si possono ammirare interessanti opere di varie epoche storiche (soprattutto del ‘600 e del ‘700); le quali però sono per lo più slegate dalla storia del palazzo che, soprattutto nel corso dell’‘800, fu soggetto ad una vera spogliazione ed ad un uso improprio degli ambienti (da scuola a magazzino di mobili). Un pregevole edificio storico, che solo in tempi a noi vicini è stato del tutto recuperato ed abbellito con opere di proprietà della stessa Fondazione CaRiPaRo, la quale fra l’altro provvede ogni anno a dar vita alle prestigiose mostre di Palazzo Roverella, contribuendo in modo determinante ad inserire Rovigo nel novero delle citta d’arte italiane.

  • Dipinti polesani richiesti in Italia e nel mondo

    Dipinti polesani richiesti in Italia e nel mondo

    Buone notizie quelle che riguardano il patrimonio artistico del Polesine, fatto oggetto di richieste per esposizioni in importanti eventi d’arte in Italia e nel mondo.

    L’ultima richiesta giunge dalla Gran Bretagna, e precisamente dalla Royal Academy of Arts di Londra, che ha inviato alla parrocchia lendinarese di S. Sofia una circostanziata lettera per ottenere il prestito dell’opera rinascimentale di Domenico Mancini “Madonna con Bambino ed Angelo musicante”.

    Un artista di vaglia il Mancini, che riveste un interessante rilievo nell’ambito della pittura veneta del primo Cinquecento, il quale però risulta poco noto, in quanto scarsamente documentato, forse anche perché raramente egli soleva apporre la sua firma in calce ai quadri realizzati.

    L’importante dipinto lendinarese (conservato in un’area protetta della navata sinistra del duomo di S. Sofia) è dunque prossimo a partire per Londra dove è in allestimento la mostra “In the age of Giorgione” programmata dal 12 marzo al 15 giugno 2016. La realizzazione del Mancini sarà inserita tra le opere dei primi anni del Cinquecento che risentirono l’influenza di Giovanni Bellini e del Giorgione.

    Un’opera di grande prestigio sta dunque per lasciare il Polesine per essere protagonista di un evento internazionale, mentre un corpo davvero consistente di preziose tele dell’Accademia dei Concordi e del Seminario Vescovile ha fatto recentemente ritorno da una importante mostra in Valle d’Aosta nelle sale espositive del Castello di Bard (vedasi in questo numero l’articolo a pag. 138) dove i quadri rodigini sono stati ammirati da migliaia di visitatori.

    Ed altre opere, questa volta della pregevole collezione Balzan di Badia Polesine, sono partite nei mesi scorsi per due diverse destinazioni italiane: “La fanciulla sulla Roccia a Sorrento” di Filippo Palizzi ha primeggiato a Ravenna dove è stata allestita la mostra “Il bel Paese”; a Napoli è invece approdata la tela “Bagno Pompeiano” di Domenico Morelli (articolo in questo numero a pag. 143). Opere anche queste ammirate da migliaia di visitatori, ma ancora poco conosciute in Polesine, dove hanno fatto ritorno presso il ridotto del teatro sociale badiese.

    Per restare nell’ambito pittorico annunciamo che la tradizionale grande mostra annuale del Roverella, nel 2016, verrà allestita a Settembre: sarà dedicata a Gauguin, i Nabis e la loro influenza sull’arte italiana. Ma le sale del Roverella non rimarranno vuote, giacché a partire dal 20 novembre 2015 lo storico palazzo ha riaperto i battenti per proporre una importante rassegna delle tele dell’Accademia dei Concordi e del Seminario Vescovile di ritorno dall’importante mostra in Valle d’Aosta.

    Sarà utile allora seguire i programmi di visite al Roverella per conoscere le “nostre” opere tanto apprezzate in Val d’Aosta. Sarebbe bello portarci, poi, nel dirimpettaio palazzo Roncale ed ammirare le realizzazioni artistiche qui esposte (vedasi Gli interni del Roncale, pag. 8 di questo numero).

    L’itinerario pittorico ci porterà quindi a Lendinara per far conoscenza con l’opera del Mancini prima che questa lasci il duomo di Santa Sofia per l’Inghilterra. La tappa successiva potrà essere a Badia (articolo a pag. 142), per ammirare i dipinti dell’importante collezione Balzan.

    Potremo poi raggiungere la borgata di Garofolo, frazione di Canaro addossata al Po, per una sosta presso la recuperata casa natale di Benvenuto Tisi da Garofolo (articolo a pag. 146), che ci suggerirà di portarci poi a Crespino, nella bella chiesa di Santi Martino e Severo, per ammirare la Madonna in trono di Benvenuto Tisi da Garofolo, assieme alle opere di altri prestigiosi artisti del seicento ferrarese. E, seguendo il grande fiume, potremo poi raggiungere la foce del Po per conoscere interessanti beni d’arte conservati nelle chiese del Delta (articoli pag. 22 e 27).

    In questo numero della rivista sono ovviamente suggerite altre interessanti visite, ad iniziare dalle proposte inerenti la conoscenza del patrimonio artistico del Medioevo, a cui nello scorcio conclusivo del 2015 è dedicata la Settimana dei Beni culturali in Polesine. In particolare andando Sulle tracce di Michele da Firenze (articolo a pag. 40) ci porteremo a Raccano, Rovigo, Gavello ed Adria, mentre potremo poi far ritorno a Lendinara per far conoscenza col Castello Estense (pag. 40) ed ammirare poi la grata lignea realizzata dai fratelli Canozi (pag.40), per concludere questo corposo itinerario d’arte in Polesine con una sosta a Badia Polesine presso la millenaria Abbazia (pag. 58).

  • Il futuro arriva in bicicletta

    Il futuro arriva in bicicletta

    Era il 20 maggio 2005 quando un gruppo di persone – con precisi obiettivi condivisi in merito alla funzione sociale culturale ed ambientale della bicicletta – alla presenza dell’allora presidente nazionale FIAB Antonio Dalla Venezia, si costituì ufficialmente in Associazione Amici della Bicicletta di Rovigo. L’evento di fondazione fu il coronamento di un percorso iniziato con un corso organizzato dall’Associazione Scuola di Quartiere denominato “Il Futuro arriva in bicicletta. Corso di Politica della Mobilità”.

    Questa premessa per ricordare – nel decimo anniversario della fondazione – gli esordi dell’associazione costituita per dare un senso alla passione per la bicicletta nell’ambito ambientale e nel cicloturismo.

    Da allora l’associazione, aderente FIAB – Federazione Italiana Amici della Bicicletta, di strada ne ha fatta, sia in termini di chilometri percorsi, assecondando la naturale vocazione della bicicletta per il turismo lento (dalla scoperta del proprio territorio alle innumerevoli ciclo escursioni in altre province) sia per tradurre questa passione in buone pratiche e favorire la mobilità sostenibile lanciando proposte per aumentare la ciclabilità, specialmente a livello urbano, cercando di interloquire con gli amministratori locali.

    Al primo decennale degli Amici della Bici è stata dedicata una giornata di festa domenica 11 ottobre 2015 presso l’agriturismo Corte Carezzabella di S. Martino di Venezze (Ro): per ricordare, per un momento di socializzazione, per dare nuovo slancio all’associazione rodigina. Moltissime le attività proposte nell’arco della giornata, aperte sia ai soci e ai simpatizzanti, sia a tutti coloro che avessero voluto conoscere l’associazione o semplicemente godere di un’occasione gioiosa e stare in compagnia.

    La festa è cominciata alle 10 del mattino e si è protratta fino al tardo pomeriggio. Per tutto il giorno è stata allestita una mostra fotografica sull’attività decennale degli Amici della Bici: le escursioni, le manifestazioni, i progetti realizzati e quelli ideati.

    Tra gli eventi che hanno caratterizzato la giornata di festa ne segnaliamo in particolare due.

    Il primo, al mattino, l’inedito, interessante e simpaticissimo “A colloquio con Luigi Masetti”, con la “rievocazione” della figura dell’incredibile primo ciclo viaggiatore della storia. Di origine orgogliosamente polesana, compì numerosissimi viaggi in bicicletta, tra cui quello che lo portò da Milano all’Expo di Chicago nel 1893.

    “Luigi Masetti”, popolarissimo tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900 per le sue imprese pionieristiche in bicicletta (o meglio in bicicletto, secondo la denominazione dell’epoca) nell’occasione è stato impersonato dal nostro amico Toni, che, insieme al “socio” di viaggi Mauro, ha parlato dei “suoi” ardimentosi viaggi, con un aggancio a quello che i due hanno compiuto, ai nostri giorni, in bici da Rovigo all’Expo 2015 di Milano. Oltre alla “materializzazione” della figura di Masetti, i presenti hanno potuto toccare con mano la bicicletta e la strumentazione in dotazione dei cicloturisti d’epoca, ricostruite con minuzia e precisione da Antonio e Mauro.

    Il secondo evento, nel pomeriggio, è stato il favoloso concerto del gruppo “Tracciato su corde”, tra i cui componenti l’amico e socio Antonio, che ha allietato i presenti con una serie di canzoni e musica pop e rock egregiamente eseguite.

    Nell’ambito della manifestazione sono stati ospitate alcune associazioni con i loro banchetti divulgativi nello spirito di condivisione dell’importante tappa di Fiab Rovigo, in nome di tante collaborazioni avviate.

    Per tutto il giorno è stato attivo il mercatino dei prodotti tipici del territorio e la possibilità di visitare l’azienda agrituristica e l’agrimuseo presso la Corte. Infine, per tutta la durata della festa, è stata allestita una esposizione di biciclette, dalle più tecnologiche alle più variopinte.

    Numerosa è stata la partecipazione di soci e simpatizzanti, tra cui va segnalata la presenza di graditi ospiti provenienti da associazioni Fiab di altre città, i quali molto amichevolmente hanno voluto condividere l’importante tappa del decennale che ci si augura sarà la prima di un lungo viaggio… in bici, ovviamente.

  • Dall’orto bio al ristorante vegano

    Dall’orto bio al ristorante vegano

    In principio era l’idea, poi l’orto, ora il ristorante, domani…

    L’idea

    Il territorio è un bene da proteggere e curare per ricavarne alimenti e benessere per l’uomo. Questo l’assunto di partenza. Quindi l’ambiente va tutelato per assicurarci una vita sana e gradevole. Va bandita ogni forma di inquinamento, niente antiparassitari, niente concimi chimici, niente produzioni forzate. Il terreno ha in sé tutte le potenzialità per rigenerarsi e fornire all’uomo, che lo cura, alimenti sani nel succedersi delle stagioni.

    Da qui nasce nella mente di Renato Maggiolo – personaggio di primo piano nell’ambito della conoscenza e della promozione di un’orticoltura ecocompatibile – un’idea pensata “in grande”: circondare tutta l’area degli orti di Lusia con una fascia boschiva per preservare il territorio da inquinanti, agenti patogeni, e nel contempo favorire l’habitat ideale per gli insetti che, se tutti presenti (utili e dannosi), si tengono in equilibrio tra di loro e non vi è più necessità di insetticidi.

    L’idea, più volte esposta con valutazioni di costi e benefici, viene considerata bella ma utopica. Maggiolo, dopo averla riproposta in vari ambiti, constatata l’impossibilità di attuare il progetto collettivo, non si dà per vinto e decide di partire… “in solitaria”. Accantonato (per ora) il progetto globale, punta tutto su uno minimo: un solo orto. Il suo.

    L’orto

    In un terreno di due ettari ereditato dalla madre, utilizzato per decenni da forme di orticoltura tradizionale, Maggiolo decide dunque di dare vita ad un orto biologico al cento per cento: niente antiparassitari, niente concimi chimici, niente consumo di acqua a pioggia, niente mezzi invasivi. Bisogna poi chiamare gli insetti buoni, bisogna inoltre fornire al terreno acqua pulita, bisogna infine assicurare una fertilità naturale.

    Per “convincere” gli insetti alleati dell’orticoltore a stabilirsi nell’orto biologico occorre individuare le piante che siano di loro gradimento. Ecco allora, dopo uno studio fatto con gli esperti della World Biodiversity Association e del Centro Produzione Piante Autoctone di Veneto Agricoltura, procedere alla piantumazione di 800 arbusti di quaranta diverse varietà e una ventina di alberi di 8 varietà, ogni varietà studiata per essere ricettacolo di altrettante specie di insetti.

    Per l’acqua si procede ad una derivazione dall’Adige in modo da riempire un laghetto appositamente realizzato e caratterizzato dalla presenza di fitodepuratrici, ovvero piante (canna palustre in primis) che svolgono l’importante azione di assorbire ed eliminare gli inquinanti. Nello stesso laghetto viene anche fatta confluire l’acqua piovana dei tetti degli edifici dell’azienda per poter abbassare il PH troppo basico della derivazione dall’Adige. Poi l’acqua, senza spreco, viene fornita “goccia a goccia” alle piante dell’orto.

    Per la fertilità del terreno sono sufficienti gli scarti degli ortaggi, una rotazione delle colture e un riposo dopo qualche tempo delle fasce coltivate, variando ogni anno i sentieri di movimento all’interno dell’orto.

    Dal progetto alla realizzazione. L’orto biologico funziona, sorprendendo anche i più scettici. La verdura, priva di apporti chimici, si presenta sana e salutare. L’orto viene battezzato “Il profumo della freschezza”, meta di visite di esperti, buongustai, scolaresche. “Il profumo della freschezza” viene inserito nell’ambito degli orti didattici, riceve non solo l’attestato di orto bio, ma anche la certificazione di Biodiversity Friend con il punteggio maggiore tra tutte le aziende agricole che, in Europa, hanno richiesto questa certificazione.

    Il ristorante

    L’appetito vien mangiando, recita un detto popolare. Mai massima fu più appropriata. La buona verdura – ecco la nuova idea di Maggiolo – va preparata al meglio. Vanno individuate e fatte conoscere ai consumatori tutte le proprietà organolettiche e nutritive, vanno ripresi i metodi della cucina tradizionale, aggiornandoli con le nuove conoscenze scientifiche. Insomma vanno proposti menù integralmente vegani e graditi al palato dei buongustai.

    Nasce così l’idea del ristorante vegano.

    Accanto all’orto c’è (un magazzino) una barchessa risalente alla seconda metà dell’ottocento, cadente ma caratterizzata da una architettura gradevole. Bisogna recuperarla per ospitare la cucina e la sala da pranzo. Utilizzando la cubatura dei preesistenti edifici vengono realizzati ex novo i bagni, tutto quanto serve per una piacevole accoglienza dei clienti di un ristorante e un salone per le attività didattiche e convegni: una struttura unica nel suo genere intimamente legata alla produzione dell’orto che si apre alle sue spalle.

    Mentre fervono i lavori di recupero dell’immobile si studiano tante ricette da proporre nel succedersi delle stagioni. Obiettivo: garantire alla clientela “sapori e saperi”.

    Il ristorantino vegano – anzi “vegetal naturale”, come lo definisce Maggiolo per sottolineare al meglio la totale naturalità dell’offerta culinaria – è oggi una importante realtà. 30 posti a tavola per chi vuole davvero assaporare piatti caratterizzati dal “profumo della freschezza”, ovvero verdure appena raccolte ed elaborate in cucina da sapienti mani che hanno attinto al meglio della tradizione per proporre cibi contraddistinti dalla massima genuinità. Niente nomi esotici per i piatti proposti al ristorantino di Maggiolo ma la riproposta dei piatti della cucina di tradizione contadina veneta, depurata dai componenti di origine animale.

    Domani

    Il tempo corre veloce, ma anche le idee di Maggiolo. Che già pensa a nuove iniziative per caratterizzare sempre al meglio la sua innovativa impresa. Ad esempio sono già state avviate le pratiche per l’ottenimento del presidio Slow Food per il “radecio de busa”, una tecnica di forzatura dei radicchi tipica delle zone orticole del Polesine e scomparsa alla fine degli anni settanta, ripresa dall’Ortodidattico modernizzando le antiche tecniche ma conservandone tutte le caratteristiche.

    Nel prato, sotto il frutteto storico, già si tengono corsi di yoga e di meditazione. E’ poi iniziato uno studio, abbastanza complesso, per la istituzione di una Beauty Farm, cure di bellezza utilizzando succhi e creme di ortaggi ed erbe aromatiche ed officinali.…

    Gli ortaggi come fonte di alimentazione, salute e bellezza, dunque… Questa la nuova frontiera di un’orticoltura ecocompatibile al passo con i tempi moderni. Iniziative che accrediteranno sempre più di Lusia come importante polo di ricerca e sperimentazione avanzata nel settore orticolo, incentivando anche forme di visitazione e turismo slow.

    Il ristorante è aperto il venerdì e sabato a cena e la domenica a pranzo. Il menù cambia ogni settimana. Finora sono stati fatti 37 fine settimana senza mai ripetere lo stesso menù.

    Ecco un esempio del menù:

    – Centrifuga di mele e rapa rossa; Pinzimonio con salsa al cavolfiore; Cappucci al limone e semi di lino.

    – Crudità di stagione alla salsa al cappuccio viola e frutta secca.

    – Sformato di miglio alla zucca con besciamella di mandorla.

    – Fagioli verdi mung al forno con carote scarola e bieta; Radicchio gratinato.

    – Plumcake ai semi di papavero e yogurt di soia; Tartufini al cioccolato crudisti.

    – Vini (bio-vegan) Serprino, Moscato secco, Moscato dolce passito.

    – Tisana finale.

    Durante le pause pranzo dei giorni feriali è in funzione l’insalateria con servizio a buffet. Ognuno si compone la sua terrina di insalata con dieci varietà di verdura stagionale, frutta secca, semi, germe di grano e condimenti vari. Poi può attingere ad una vellutata e a tre offerte di ortaggi, legumi e cereali cotti.

  • Il cav. Giorgio Crepaldi

    Il cav. Giorgio Crepaldi

    Quasi ottant’anni, settantasette per l’esattezza, Giorgio Crepaldi, commerciante di Bottrighe da una vita, è instancabilmente operatore in questo settore.

    La sua storia sembra quella vissuta in un film, partendo da una situazione di povertà d’altri tempi. Spezzoni che scorrono, tra sacrifici, duro lavoro e umiltà, ma sempre con tanto attaccamento e amore verso la propria famiglia e il proprio paese.

    Crepaldi è figlio di questa terra polesana, ma come tanti, ha conosciuto l’emigrazione, anche se per un breve periodo. A dieci anni già aiutava i genitori, Marietta Guarnieri e Giuseppe Crepaldi, commercianti ambulanti di frutta, verdura e dolciumi, poi il lavoro come riparatore di biciclette. “Avevo solo sedici anni – racconta Giorgio – quando raggiunsi a Milano mio fratello Luigi per lavorare in un’azienda per lo stampaggio di materie plastiche. In breve imparai il nuovo lavoro ma la paga era davvero misera e, dopo alcuni anni, preferii tornare a casa dai miei”.

    Così, di buon mattino, iniziando alle quattro, con un’ape adattata per il trasporto di frutta e verdura, si recava nella vicina Adria per il carico della frutta. Poi per tutta la mattinata la rivendeva girando tra le famiglie di Bottrighe e quelle dei paesi vicini. Subito dopo pranzo Giorgio ripartiva nuovamente per Adria: qui preparava il gelato che poi vendeva con il “giro” del pomeriggio, così avanti sino a sera.

    Nel frattempo prese in affitto un negozio di via Vittorio Veneto e da lì, aiutato da tante “buone persone”, come lo stesso sottolinea, avvia il suo primo negozio di rivendita pasticceria, liquori e frutta. Il suo attivismo, congiunto a serietà di intenti e cordialità nei confronti del prossimo, viene apprezzato, cosicchè gli giunge la proposta di gestire, insieme alla sorella Luisa, bar Acli di via Dante Alighieri. Giorgio non è uno che si tira indietro ed accetta anche questa nuova sfida, pur avendo presente che gli costerà ulteriori sacrifici.

    Nel frattempo conosce Graziella Grotto, donna che diventerà sua inseparabile compagna di vita e di lavoro. Dopo breve tempo si sposano, in arrivo c’è Paola, la prima delle sue tre figlie, era il 1963. “Il matrimonio è stato senza dubbio uno dei momenti più importanti della mia vita – spiega Giorgio – anche se per sposarmi dovetti caricarami di nuovi debiti”.

    Dopo circa due anni nasce Laura e dopo ancora quattro arriva Roberta.

    Seguire il circolo Acli, pasticceria, frutta e verdura, diventa davvero difficile, così Giorgio decide di lasciare il bar ed inzia la parziale e poi totale ristrutturazione del negozio di via Veneto. Paola intanto raggiunge la maggiore età e, con altrettanto impegno, apre un negozio di generi alimentari in via Spolverin.

    Negli anni ottanta la svolta. In via Arduino Bizzarro, la nuova area residenziale a due passi dal centro del paese, realizza un piccolo supermercato da trecento metri quadrati, completo di tutto, che viene inaugurato nel 1986. Ed è un altro notevole sacrificio che Giorgio e famiglia decidono di affrontare, non mancando loro la volontà e l’ottimismo di lavorare in vista di un domani più sicuro.

    Ma non è tutto e Giorgio per alcuni anni gestisce stagionalmente anche un supermercato al lido ferrarese delle Nazioni.

    Tanto impegno e serietà di intenti vengono apprezzati. Giorgio è un cittadino da additare ad esempio, che va onorato. Ed è così che nel 2006 viene nominato cavaliere della Repubblica Italiana, al merito del lavoro, dal presidente Carlo Azeglio Ciampi. L’onorificienza gli viene consegnata durante una cerimonia ufficiale in Camera di Commercio a Rovigo. “Questo riconoscimento – afferma il commerciante – fu per me motivo di grande soddisfazione, un premio ad una vita di sacrifici e rinunce per il futuro della mia famiglia”.

    Ora, all’età di 77 anni, Giorgio Crepaldi può guardare con compiacimento al suo intenso percorso di vita, senza dimenticare i sacrifici ed anche i timori per le sfide che di volta in volta ha deciso di affrontare. “Certamente il momento più duro – osserva – è stato l’apertura del supermercato, mi caricai di debiti con la sempre e sola speranza e fiducia di riuscire nell’impresa. Per fare qualcosa ho sempre speso quello che non avevo, è andata bene”.

    “Da qualche tempo non ho piu debiti – conclude Giorgio- ho un piccolo capitale, che però, con i tempi che corrono, non vale poi così tanto”.

    Ancora oggi Giorgio Crepaldi non smette un minuto di lavorare ed è presidente della società nella quale vi partecipano alla pari la moglie Graziella e le figlie Paola e Laura. Ma di lui, che considera sacra l’amicizia, va infine sottolineato anche l’amore per il suo paese, verso il quale non ha mai mancato di dare la propria collaborazione, dedizione e presenza, ad ogni iniziativa che si presenta.

  • Premiato il comm. Fabio Ortolan

    Premiato il comm. Fabio Ortolan

    Un significativo riconoscimento al dott. Fabio Ortolan, imprenditore badiese, attivo in vari ambiti dell’associazionismo e della cultura polesana, nonché vice presidente della Cassa di Risparmio del Veneto, è stato attribuito nello scorso mese di gennaio dal C.T.G. badiese “La mongolfiera”.

    La breve ma sentita cerimonia si è svolta in una pausa della cena sociale tenutasi presso il nuovo ostello di accoglienza di Sariano. Nell’occasione la presidente del Ctg badiese, signora Loretta Dal Ben e il sig. Giorgio Soffiantini hanno consegnato al dott. Ortolan un apprezzato presente consistente in una cravatta di Marinella, sottolineando come il riconoscimento del CTG segua quello onorifico e di grande prestigio attribuito dal Presidente della Repubblica, che ha insignito Fabio Ortolan del titolo di Commendatore della Repubblica. Annuncio questo che ha suscitato un fragoroso applauso da parte dei commensali per lo più ignari dell’importante riconoscimento a livello nazionale attribuito al dott. Ortolan.

    La consegna dell’attestato Ctg è stata accompagnata da sincere parole di apprezzamento per l’attività svolta con passione da Fabio Ortolan, di cui è stato sottolineato l’impegno assiduo e gli importanti risultati raggiunti in vari campi, lodando nel contempo la modestia che egli manifesta nel relazionarsi con gli altri, sempre messi a loro agio nei rapporti interpersonali.

    Dopo la semplice ma sentita cerimonia, nel proseguo dell’incontro conviviale, il discorso con quanti condividevano il tavolo con il premiato commensale, si è incentrato su vari temi di carattere culturale che lo vedono attivo protagonista. Tra le altre, “carpita” la notizia che si sta lavorando per un convegno che si terrà a Castelmassa sulla storia del noto stabilimento FRAGD (Fabbriche Riunite Amido Glucisio Destrina).

    Ma poi la curiosità si è accesa su un suo recente studio pubblicato nel volume della Minelliana “Il mais nella storia agricola italiana”, compendio degli atti del convegno tenutosi nel corso del 2014 a Badia Polesine, relativo a vari aspetti legati alla maiscoltura, che in Italia ha avuto la sua primogenitura nel XVI secolo proprio nel territorio badiese, nei campi di Villa d’Adige (allora Villa Bona) di proprietà dei nobili Mocenigo di Venezia.

    Lucietta Memmo Mocenigo

    La storia, portata alla luce da Fabio Ortolan, si incentra in particolare sulla figura della nobildonna Lucietta Memmo, che nel 1787 ebbe a sposare Alvise Mocenigo, interessandosi poi agli aspetti colturali delle sue proprietà e quindi anche a quella polesana, dove già da più di due secoli si coltivava il mais.

    Chiediamo al dott. Ortolan di svelare ai lettori del Ventaglio come è venuto a conoscenza di questa vicenda e che opinione si è fatto della nobildonna di origini padovane, la cui storia in qualche modo si è intrecciata con quella del Polesine.

    “Da sempre – esordisce Fabio Ortolan – mi sono interessato di chi materialmente nel 1554 seminò il primo campo di mais a Villabona (ora Villa d’Adige). Dopo accurate ricerche, e consultando numerose pubblicazioni, ho accertato che nel 1554 la Tenuta di Villabona era di proprietà del nobile Francesco Mocenigo di San Samuele, precedentemente acquistata dalla nobile famiglia Strozzi di Bologna.

    La Tenuta di Villabona si estendeva per circa 720 ettari delimitata a Nord dal fiume Adige, ad est dal canale Malopera, ad ovest dal canale Castagnaro e a sud dal lago di Pissatola. La proprietà rimase ai Mocenigo fino al 1800, quando Alvise Mocenigo, marito di Lucietta, per ingraziarsi la Corte Asburgica di Vienna vendette la Tenuta di Villabona per acquistarne un’altra, di 1800 ettari, a Margarethen am Moos in Austria”.

    “Fin qui le notizie storiche accertate, poi – continua Ortolan – ebbi occasione di acquistare, in un mercatino di antiquariato, 10 lettere che portavano il seguente indirizzo: A Sua Eccellenza la Nobildonna Contessa Lucietta Memmo Mocenigo, Dama di Palazzo e della Croce Stellata, San Samuele – Venezia -. Tutto ciò scatenò la mia curiosità nei confronti della nobildonna veneziana.

    Alcuni amici mi suggerirono la lettura dell’unica biografia dedicata alla nobildonna, scritta da un suo diretto discendente Andrea di Rosilant, con il titolo Lucia nel tempo di Napoleone Il ritratto di una grande veneziana. Va detto per inciso che, purtroppo, il nonno dello scrittore dilapidò il patrimonio dei Mocenigo e vendette per poche decine di sterline a Sir Albert Richardson di Ampthill nel Bedfordshire il famoso ritratto di Lucietta, dipinto dalla celebre Angelika Kzuffman.”

    “In ogni caso è evidente dal ritratto che si trattava di una bella donna, mentre dalla lettura delle lettere ritrovate emerge il suo talento di straordinaria imprenditrice agricola. Fu infatti promotrice di tantissime innovazioni agronomiche e culturali nelle sue diverse tenute che assommavano a 25.000 ettari di terreno.

    Ma Lucietta fu anche una donna colta e raffinata che, in una Venezia ormai decaduta, portò alto fino alla sua morte l’onore della Serenissima. Di lei il grande René Francois de Chateaubriand, dopo averla conosciuta a Venezia, scrisse la biografia Lucia Memmo Mocenigo la figlia dei Dogi”.

    “Sapere che Lucietta Memmo Mocenigo, tra le sue proprietà si è interessata in qualche modo anche del Polesine, mi riempie di orgoglio. Il mio sogno – conclude Ortolan – è di vedere esposto il suo ritratto, dipinto da Angelika Kzuffman, in una delle tante mostre di Palazzo Roverella a Rovigo. Daremo, così, il giusto riconoscimento ad una donna che è stata protagonista dello sviluppo economico – sociale nel periodo napoleonico delle due Province di Padova e Rovigo”.

  • Rivivere il Medioevo

    Rivivere il Medioevo

    Il testo teatrale “Elbi – Cuore mio” ambientato in un anacronistico Medioevo, ha trovato nel Castello di Rovigo la giusta location per trasformarsi in un lungometraggio, interpretato da un gruppo di studenti della classe IIIA della Scuola Parenzo.

    Le scene, accuratamente predisposte nel corso dei primi mesi del 2015, sono state ambientate presso gli spazi medievali delle due torri rodigine, finché nel giugno del 2015 sono iniziate le riprese all’interno dello stesso maniero e nel suo bellissimo giardino.

    I ragazzi della Parenzo hanno potuto usufruire della consulenza storica del gruppo giovani della Pro Loco di Rovigo centro “Aquila d’Argento e Gigli d’oro” che, studiosi delle tradizioni medievali rodigine, hanno fornito oggetti di scena e dettagli dei costumi in grado di dare al palinsesto quel pizzico di magia dell’antico che da sempre caratterizza l’età di mezzo.

    L’entusiasmo dei giovani attori è volato alle stelle quando le riprese sono iniziate e le macchine da presa hanno iniziato a registrare le loro gesta. Le splendide giornate di sole, che hanno fatto da sfondo alle riprese, rimarranno sicuramente un ricordo indelebile nella memoria dei ragazzi, degli insegnanti e di tutti coloro che hanno contribuito alla realizzazione di questo film, fra i quali il tecnico di ripresa Carlo Romanato. Il montaggio è poi stato curato dalla prof.ssa Lorenza Remondi e dallo stesso Romanato.

    La presentazione del filmato “Elbi” è avvenuta lo scorso 6 dicembre presso la sala “Flumina” del Museo dei Grandi Fiumi di Rovigo dove, oltre al film, ci sono stati applauditi momenti di recitazione dei ragazzi.

    La apprezzata iniziativa fa parte del progetto “Accendi le stelle – Scuola e famiglia in volo oltre lo spettacolo”, elaborato a partire dal 2012 dalla Compagnia formata da genitori, insegnanti e personale dell’Istituto Comprensivo Rovigo Due.

    L’articolato progetto, oltre ad “Elbi” ambientato nel Medioevo (che parla di accettazione e di pace), ha visto precedentemente la realizzazione di “Fly – Cuore di farfalla” incentrato sul tema della diversità. Un progetto complesso dunque, maturato nel corso di vari anni, che ha visto la realizzazione di spettacoli teatrali che hanno trattato tematiche importanti quali l’accettazione del diverso e l’inclusione. Uno sviluppo in varie tappe, che ha vantato la presenza di un pubblico molto vasto (come i 1200 alunni di diversi istituti scolastici della provincia di Rovigo) che nel 2014 ha assistito alla rappresentazione di “Fly-cuore di farfalla” messo in scena sempre dagli alunni della Parenzo.

    Entrambi i testi degli spettacoli “Fly cuore di farfalla” e “Elbi cuore mio”, sono stati scritti da Luca Bertasi.

    Il progetto vanta inoltre la pubblicazione del libro “Fly-cuore di farfalla” edito da Erickson Live contenente, oltre al racconto e al copione dello spettacolo scritti da Luca Bertasi, contributi di illustri rappresentanti quali i Prof. Stefano Zamagni, docente di Economia Politica all’Università di Bologna, Roberta Caldin e Rinalda Montani docenti di Pedagogia Speciale presso le Università di Bologna e Padova ed è risultato essere il vincitore del Concorso “Globo tricolore”, premio nazionale riservato ai progetti didattici per i Bisogni Educativi Speciali, ed. 2013.

    Grazie a questo ambizioso progetto si è concretizzata nel Comprensivo Rovigo 2 la “Scuola potenziata in laboratorio” in favore di alunni con grave disabilità inaugurata il 18 dicembre presso la Scuola Parenzo dove sono state allestite aule laboratorio di informatica, di attività motoria e una serra nel cortile dell’Istituto stesso. Grazie a tutto ciò, anche in futuro i ragazzi diversamente abili lavoreranno insieme ai loro compagni di classe. Si è riusciti così a trasmettere i valori dell’accoglienza, della solidarietà e dell’inclusione, come hanno sottolineato la dirigente scolastica dott.ssa Maria Vigna e l’insegnante referente alla disabilità Maria Grazia Ballarin.

    Per saperne di più connettersi ai seguenti link:

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