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Archivi: Articoli d’archivio

  • Il primo stampatore di Padova

    Il primo stampatore di Padova

    SALVE CRISTOFORO! SALUTE ANCHE A TE BERNARDINO! QUAL BUON VENTO VI HA CONDOTTO A PADOVA? ACCOMODATEVI…. SONO SUBITO DA VOI

    QUESTA TUA FACCIATA E’ TROPPO VERA, FRATELLO! CI IMPIEGHI MOLTO TEMPO, SPLENDIDA PERO’! MAI VISTO UN TALE CAPOLAVORO DI PROSPETTIVA! COMPLIMENTI! IO SONO PIU’ PORTATO PER PARTICOLARI E DECORAZIONI

    UN MOMENTO SOLO… CECCO, PREPARA SUBITO GLI OLII… QUESTO E’ UN TETTO, VA SCURO. QUESTO INVECE E’ SOLO UN INTONACO… E’ CHIARO !! PREPARA ANCHE DELLA NUOVA COLLA DI PESCE!

    MA NOI! SONO SUE INVENZIONI… LA PITTURA STINGEREBBE. SUE INVENZIONI, CREDIMI! A MODENA MI HA INSEGNATO A FAR BOLLIRE IL LEGNO ORE INTERE PER TINGERLO CON OLI SPECIALI, FOGLIE E PETALI COMBINATI E SCALDATI ASSIEME. RIESCE AD OTTENERE OGNI TINTA!

    PAPA’, COME E’ POSSIBILE USARE TANTE TONALITA’ DI LEGNO? LI DIPINGE?

    SO CHE STAI REALIZZANDO UN CORO A PARMA

    E’ VERO, SONO A PARMA. ALLORA MI DAI UNA MANO?

    NON POSSO, FRATELLO

    STO PER APRIRE BOTTEGA A PADOVA

    QUI MI PARE RAGGIUNTA LA FINE

    ANCORA LA TUA MANIA DELLA STAMPA…

    GUARDA QUANTI TORNII DA STAMPA! TUTTI TEDESCHI! COME GUTTEMBERG… HO GIA’ I SOVVENZIONATORI!… METTERO’ NELLE MACCHINE LE OPERE DI ARISTOTELE PER L’UNIVERSITA’ DI PADOVA

    UN FILOSOFO GRECO!?… MA, LORENZO, AVRESTI PIU’ SUCCESSO CON SANT’AGOSTINO … UN DOTTORE DEL CATTOLICESIMO!

    UNA F DI LEGNO! QUANTE NE DEVI INTAGLIARE PER UNA SOLA PAGINA?

    NO, FRATELLO! IL CARATTERE VIENE FUSO IN ACCIAIO E POI, CON LO STAMPO, IN PIOMBO! NE SERVONO CENTINAIA

    PENSA… ANCHE LE DECORAZIONI E I CAPIVERSI! GLI AMANUENSI CI METTONO GIORNI PER FARNE UNA SOLA

    POI I CARATTERI SI COMPONGONO IN PAGINE! VEDI COME SI FA?

    LE RIGHE VANNO LEGATE FRA LORO E FATTI DEI BLOCCHETTI

    I BLOCCHETTI POI VENGONO UNITI E LEGATI IN UNA STRUTTURA A GABBIA… E TUTTO E’ PRONTO PER L’INCHIOSTRAZIONE, FERMATO CON MORSETTI A VITE CHE IMPEDISCONO MOVIMENTI SOTTO LA PRESSIONE DEL TORCHIO

    L’INCHIOSTRO SPECIALE FATTO DA ME MESCOLANDOLO CON DEL GRASSO, VIENE STEMPRATO CON UN RULLO SU UNA SUPERFICE LISCIA IMPERMEABILE… IO USO UNA LASTRA DI MARMO

    ED ECCO LA PAGINA A FINE TIRATURA, ANCORA UMIDA DI ACQUA E DI INCHIOSTRO! UN PASSAGGIO PER OGNI COLORE

    POI LA GABBIA VIENE INCHIOSTRATA CON UN TAMPONE DI CUOIO SEMIRIGIDO… A PRESSIONE SENZA STRISCIARLO

    IL TAMPONE DEPOSITA L’INCHIOSTRO SOLO SULLE PARTI IN RILIEVO, SENZA TOCCARE I DISTANZIATORI DELLA GABBIA CHE SONO PIU’ BASSI… IL FOGLIO NON DEVE TOCCARE I DISTANZIATORI!

    I FOGLI VENGONO STESI AD ASCIUGARE. POI SARANNO MESSI SOTTO PRESSA PRIMA DELLA RILEGATURA

    ALLORA, CRISTOFORO… E TU, BERNARDINO… VI PIACE?

    QUESTA ERA L’ARTE DELLA STAMPA AI SUOI ESORDI. IL LAVORO LENTO ED ACCURATO, MA CERTO CENTO VOLTE PIU’ CELERE DEL LAVORO DEGLI “AMANUENSI” MEDIOEVALI! I TIPOGRAFI ODIERNI PROVEREBBERO ORRORE PER SIMILI LAVORI CON QUEI MACCHINARI ANCESTRALI.

    GUARDA! E’ LA BIBBIA DI GUETTEMBERG… 200 COPIE STAMPATE IN SEI MESI! I MONACI NE COPIANO UNA IN TRE ANNI

    PER AVERLA SARANNO POCHI AD AVERE IL DENARO! IL TUO CORO LO VEDRA’ CHIUNQUE, SOLO ENTRANDO IN CHIESA

    SE UN INCENDIO LO DISTRUGGESSE, NESSUNO LO VEDREBBE PIU’! DELLA BIBBIA RESTEREBBERO MOLTE ALTRE COPIE! PUBBLICHERO’ UN LIBRO DI MEDICINA TRADOTTO DALL’ARABO: IL MESLE! COSTERA’ MENO E FATTO DA LAICI! PER CONSULTARLO OGGI DEVI FARE UN VIAGGIO IN ORIENTE!

    SE LA MIA OPERA NON VA, IL PRIORE VUOLE CHE REALIZZI LE TARSIE NELLA SAGRESTIA DELLE RELIQUIE, FRA UN PAIO D’ANNI… RICORDA CRISTOFORO, E ANCHE TU BERNARDINO! NEL FUTURO SARA’ LA STAMPA A DIVULGARE LA CONOSCENZA!

    CAPITO, BERNARDINO, IL NOSTRO MAESTRO LORENZO NON VERRA’! DOVREMO FARCELO DA SOLI, IL CORO. RICORDALO, ANCHE TU POTRESTI ESSERE COSTRETTO A FINIRE DA SOLO UNA TUA OPERA

    HO CAPITO, PADRE, MA FORSE HA QUALCHE RAGIONE ANCHE LUI.

    COSI’, TRA TARSIE E LIBRI, LA VITA DI LORENZO CANOZI DA LENDINARA SI SVOLSE DAL 1425 AL 1477 NELA PIANURA PADANA, ALL’EST DELLA PENISOLA, TRA ROVIGO, LENDINARA, PARMA, PADOVA… EGLI FU SOMMO ARTISTA E GENIALE INNOVATORE IN ENTRAMBE LE ATTIVITA’

  • Premiato Francesco Lucianetti

    Premiato Francesco Lucianetti

    Le tavole del fumetto di Francesco Lucianetti “Dall’arte esclusiva alla cultura per tutti”, erano pervenute, entro i termini previsti, al Concorso Letterario Nazionale “L’unicorno” – Rovigo, presieduto da Angioletta Masiero. Concorso a livello nazionale che, per la prima volta, prevedeva una sezione dedicata al fumetto inedito.

    Molto lodata dalla Giuria la particolare trama sviluppata nelle belle tavole, ispirata all’autore dalla vita di Lorenzo Canozi da Lendinara, grande artista della tarsia e primo stampatore in Padova dal 1469. Di qui l’ipotesi di attribuire, quale premio significativo, la pubblicazione dell’opera a fumetto nella rivista “Ventaglio novanta”. La Direzione della rivista ha accettato di buon grado, considerando anche che la storia esemplificata nelle tavole ben si abbina all’articolo sui fratelli Canozi riportato in questo stesso numero (pag. 50 e successive).

    Brunello Gentile ne ha curato il testo definitivo.

    Francesco Lucianetti nato a Roma nel 1944, vive e lavora a Padova. Di professione architetto, realizza il primo fumetto nel 1973, vincendo il concorso “Un fumetto italiano” indetto dal quotidiano “Paese sera”.

    Realizza altri racconti tra cui “Eric il rosso” e il “Caso Cnosso”. Si dedica successivamente alla professione di architetto e di illustratore di libri per adulti e per ragazzi. Ritorna alla grafica nel 1979, producendo più di 600 lastre tra litografie e calcografie.

    Ha dipinto numerose vetrate policrome a Milano, Padova e Vicenza; sua la vetrata della crocifissione nelle penitenzierie del Santo a Padova. Sue opere sono esposte nei musei di Padova, Vicenza, Mosca e Lubjana.

    Ha operato nel settore della medaglistica con la realizzazione di oltre 20 medaglie in conio e in fusione. Ha realizzato la medaglia ufficiale della Mostra del Bronzetto Dantesco a Ravenna e la medaglia commemorativa del restauro del Palazzo della Ragione di Padova. Si è ancora dedicato al bronzetto e alla piccola scultura.

    Ha realizzato per la Provincia di Padova il fumetto “Guglielmo da Carrara”; per l’Università di Padova il cartoon “Il mito di Fetonte”, per La Difesa del Popolo “Cent'anni di storia”, per la Provincia di Padova “Damnatio memoriae” sulla vita di Ezzelino III da Romano. Per la Pia Opera Croce Verde di Padova ha edito “Cent'anni insieme”, sulla storia dell’Associazione. Più recenti “Cent'anni dopo”, ciclo “Fumetti del mare”.

    Un successo le opere recenti “San Francesco e il Sultano”, sullo storico incontro del frate Francesco di Assisi con il Sultano dell'Egitto nel 1219, e “La vera Historia del Palio di Noale”. Una delle prossime opere dell’Artista sarà dedicata alla vita di Galileo Galilei. E’ stato insignito del Premio Montefiore 2015 alla Cultura.

    Brunello Gentile, nato ad Alghero nel 1942, vive da sempre a Padova. Ha scritto il testo per il fumetto con disegni di Francesco Lucianetti “Cent’anni dopo”, che è apparso anche nell’edizione in lingua francese “Cent Ans aprés”, presentato a Parigi nel 2015 ricevendo il Premio all’eccellenza del World Literary Prize.

    In questo numero del Ventaglio presenta anche una sua breve silloge di poesie, intitolata “Sarà dolce navigare” (pag. 132 e successive) dedicata al Polesine.

  • Profili, per Lendinara

    Profili, per Lendinara

    Da qualche mese, di fronte al palazzo della Biblioteca, lungo la passeggiata di Riviera Mazzini sorge un nuovo singolare monumento intitolato “Lendinara. Profili”. Rappresenta otto scorci architettonici lendinaresi fissati su di un basamento circolare, e nasce come “un atto d’amore” rivolto alla città: “un’opera corale” realizzata con l’impegno finanziario del Club “Amici d’Auto d’Epoca” di Lendinara.

    Suo ideatore è il dottor Carlo Tintore, artista lendinarese, già autore del Monumento ai caduti di Nassirya in Largo Carducci e appassionato “collezionista” di memorie, che negli ultimi anni ha voluto condividere il senso di appartenenza alla città anche con due interessanti pubblicazioni: “La Salca – Storia di un’azienda lendinarese dalla costituzione alla sua chiusura” e “Accadde a Lendinara”. E’ proprio l’appassionato cultore di memorie lendinaresi a ripercorrere, attraverso una briosa e puntuale narrazione, le fasi piuttosto travagliate della realizzazione (rimarcandone gli ostacoli con la ricorrente affermazione, di manzoniana memoria, circa il presunto impedimento alla costruzione dell’opera). Che, invece, grazie all’attenzione degli amministratori e dei tecnici locali, espletate le lungaggini del caso, ha potuto vedere la luce in una posizione paesaggistica strategica, a pochi metri dal monumento dedicato al “celebratissimo maestro di legname del secolo XV”, Lorenzo Canozi, eretto il 25 ottobre 1878.

    L’opera “Lendinara. Profili” è stata eseguita presso l’azienda L.M.B. (lavorazioni metalliche badiesi) dall’ingegnere e noto artista lendinarese Davide Caleffi coadiuvato dal dottor Tintore e da Giuseppe Ghinatti. I quali, attraverso la lavorazione delle lamiere in acciaio Corten, hanno saputo sintetizzare la bellezza di Lendinara nei suoi più significativi “profili”: il campanile di S. Sofia, della Madonna del Pilastrello e di S. Biagio; la Torre civica e Palazzo Pretorio, la torretta di Ca’ Dolfin, l’Arco di Castel Trivellin e il leone di S. Marco in Piazza Risorgimento (ritornato al suo splendore dopo la recente e accurata ripulitura).

    Il monumento, posizionato sulla base di marmo turco bucciardato sul bordo, è illuminato nelle ore notturne e la ruggine che si depositerà nel tempo, dato il tipo di acciaio, non presenterà effetti corrosivi.

    Con la consueta sensibilità e cortesia, il dottor Tintore ha voluto menzionare tutti coloro che hanno contribuito all’ideazione e alla realizzazione del monumento, la cui inaugurazione è avvenuta il 26 aprile 2015 alla presenza del sindaco Luigi Viaro, degli Assessori e di esponenti delle varie associazioni locali e di autorità del mondo politico e culturale.

    Va detto che per il sindaco si è trattato del secondo nastro della giornata, dopo quello della restaurata “Pompa del Terraglio¹, ad opera della stessa associazione “Amici del Club Auto d’Epoca”. Oltre agli autori, Davide Caleffi, Carlo Tintore, Luca Raimondi e Piergiuseppe Ghinatti, sono ricordati tutti coloro che hanno collaborato alla realizzazione dell’opera: i signori Giorgio Moretto e Marco Bevilacqua (edili); Giovanni Pengo, presidente del Club e i soci Maurizio Susto, Antonio Valentini, Emilio Stroppa e Graziano Munari.

  • Una leggenda chiamata Maci

    Una leggenda chiamata Maci

    “Quando mia madre scodellava la polenta sul tagliere, il fumo non faceva in tempo a toccare il soffitto che la polenta era già sparita”. Così raccontava Mario Battaglini, il popolare Maci, come a voler sottolineare… lo stato di salute suo e dei suoi fratelli, tutti impegnati nello sport.

    A Rovigo, Maci è sinonimo di rugby: è stato questo il suo grande amore. La sua città, che tanto amava, gli ha dedicato lo stadio di via Alfieri e un monumento con questa iscrizione: “Rare e straordinarie qualità di atleta, bontà, generosità e ardore, fecero di Mario Battaglini “Maci” del rugby nazionale l’alfiere più degno”.

    Stazza notevole e una carica di energia sempre pronta al consumo: un giorno di domenica ha sostenuto un incontro di calcio al mattino, uno di rugby nel pomeriggio e un incontro di boxe (vinto) alla sera.

    Sollecitato da amici e dallo stesso Strozzi, maestro della nobile arte, che ne voleva fare un peso massimo, ha tradito qualche volta il suo rugby, dimostrando che anche tra le dodici corde sarebbe stato un grande protagonista. Memorabili due suoi incontri.

    Ricordiamo innanzitutto quello disputato nel 1941, prima di partire per il fronte del Don, al Cinema Estivo del parco Camerini di via Celio, dove distrugge la potenza del veneziano Orlandini e vince per getto della spugna alla terza ripresa.

    I primi due round furono quasi drammatici per Maci. Ci si era messa anche la mannaia di un fascio littorio, posto nell’angolo del quadrato, che gli aveva procurato un taglio in testa, dal quale non smetteva di uscire sangue. Poi un provvidenziale acquazzone rianima Maci che sovverte l’andamento dell’incontro. L’avversario non regge più, volano la spugna e forse anche due denti trovati, si disse, dagli operai sotto il ring al momento di smontarlo. Una prova di carattere, di orgoglio e di grande spirito combattivo.

    Poi un altro incontro, l’ultimo, al Cinema Garibaldi nell’estate del 1946. Con una breve preparazione di un paio di settimane, supera ai punti il campione d’Italia del momento dei pesi massimi dilettanti e nazionale Uber Bacilieri. Era stata una sfida con se stesso e con chi non credeva che un rugbista potesse avere ragione di un campione di pugilato quale era Bacilieri.

    La Francia della palla ovale intanto aveva messo gli occhi su di lui. Eccolo ingaggiato dal Vienne e dal Toulone, due campionati alla grande, un continuo trionfo per le sue invenzioni al centro del pack di mischia e soprattutto per i micidiali calci di lunga gittata al centro dei pali. Infiamma i francesi e diventa le roi des batteurs.

    Vittorioso in campo, ma sconfitto dalla nostalgia, lascia la Francia, rinuncia al vantaggioso e invidiatissimo contratto, e torna a Rovigo. Alla sua città regalerà tre scudetti consecutivi. La nazionale sudafricana conoscerà a Rovigo l’unica sconfitta della sua tournée in Italia. Vincente la strategia e l’impeto trascinante di Maci Battaglini. Sarà allenatore anche di Treviso e Fiamme Oro Padova.

    Ci lascerà un giorno d’inverno, il primo giorno del 1971, a poco più di 50 anni. Fatale una caduta accidentale dalla bicicletta (si disse che una donna avesse imprudentemente attraversato la strada), mentre in pigiama e cappotto, febbricitante, stava andando in farmacia. I vestiti per lui non erano mai stati un problema, come non era un problema mettere l’occorrente per l’allenamento nella sporta di sua madre, sporta che diventò il titolo di un torneo dedicato alla sua memoria.

    La città tutta lo pianse profondamente ed ancora oggi lo ricorda con immutato affetto e perenne gratitudine.

  • Teresa Valsè Pantellini (1879-1907)

    Teresa Valsè Pantellini (1879-1907)

    Era nata tra gli agi Teresa Valsè Pantellini. Avrebbe potuto avere una vita dorata, veder esaudito ogni suo desiderio, invece scelse di percorrere la strada più ardua, quella che conduce verso Dio.

    Il padre di Teresa era Giuseppe Valsé-Pantellini, originario di Rovigo, “sagace e intraprendente, aperto nell’intelligenza e nel cuore”, fu un uomo dal temperamento avventuroso, che al cognome iniziale Valsè (di origine francese) aggiunse quello di Pantellini lasciato poi ai suoi eredi.

    Ventiduenne, Giuseppe Valsè aveva partecipato con entusiasmo alle giornate patriottiche rodigine del marzo 1848 che portarono al ritiro degli austriaci dal Polesine. Aveva poi preso parte come volontario ad azioni della prima guerra di indipendenza, per cui, al ritorno degli austriaci nel Lombardo-Veneto, ricercato come agitatore e fautore di iniziative antiasburgiche, fu costretto a riparare in Svizzera. E qui ebbe per compagno di esilio un coetaneo bolognese di cognome Pantellini che, colpito da una malattia in terra straniera, in breve si aggravò e morì.

    Fu allora che Giuseppe, un po’ per ricordare l’amico perduto, ma forse più concretamente per il vantaggio che poteva arrecargli il passaporto del bolognese per sfuggire alla polizia asburgica, assunse il cognome dello scomparso.

    In ogni caso il suo rientro a Rovigo con la nuova identità dovette essere breve, perché Giuseppe Valsè-Pantellini (questo doppio cognome caratterizzerà d’ora in avanti la sua vita) espatriò ben presto in Egitto, dove in poco tempo si accreditò come abile ristoratore e personaggio di fama internazionale nell’ambito alberghiero.

    Al Cairo sposò la giovane e bella milanese Giuseppina Viglini. La coppia ebbe tre figli: Italo, la nostra Teresina e Giuseppina.

    Fin dall’adolescenza Teresa dimostrò una notevole propensione per la letteratura, la poesia, il disegno, la musica. Ma la chiamata verso Dio fu più forte di ogni altra passione. La giovane, fin dalla sua permanenza presso il collegio di Poggio Imperiale, iniziò ad avvertire il desiderio di avvicinarsi sempre più a Dio. Decise di consacrarsi al Signore in giovanissima età.

    La morte dell’amatissimo padre e, poco più tardi della cara nonna, provocarono gravi ferite nell’animo molto sensibile della giovane. Era semplice e spontanea, Teresa, dotata di un’indole vivace. Rifuggiva tutto quello che era effimero ed era sempre più tesa nell’essere e nell’amare. “Bisogna saper soffrire e saper cogliere i fiori sull’albero della croce”.

    Come sottolinea Maria Pia Giudici nel libro dedicato a Teresa Valsé-Pantellini, la giovane “amava la vita e non rifuggiva da quanto di bello, di vero, di nobile la sua posizione sociale le offriva. Ma era come chi, bevendo nel cavo delle mani l’onda che fluisce, pensa con desiderio alla purità unica della sorgente. Le ricchezze poi e la vita del gran mondo erano nel suo cuore ombre vane, divorate sempre più dalla solarità dell’amore di Dio”.

    Teresa decise di entrare nell’Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice, un istituto da poco fondato che si adoperava per le ragazze povere e abbandonate. In famiglia fu osteggiata con decisione. Un principe ed altri aristocratici avevano chiesto la sua mano, ma la giovane non voleva saperne.

    Il suo cuore l’aveva donato a Dio. Teresa voleva farsi suora “per vivere con assoluta intensità l’amore che è dono di sé”.

    Nel 1901 Teresa entrò dunque tra le Figlie di Maria Ausiliatrice a Roma. Lei, di famiglia ricchissima, decise di mettersi al servizio delle giovani più povere. Era discreta, umile, sorridente. Di salute cagionevole, Teresa si offriva con generosità e totale altruismo.

    Una volta suor Teresa scrisse: “Non essere mai la prima a dire la tua opinione o il tuo parere. Per quanto è possibile mantieniti sempre dello stesso umore. Agisci unicamente per Dio, senza pretendere nulla da nessuno. Studiati di non far soffrire nessuno”.

    Nel 1906 la giovane suora iniziò a dimagrire a vista d’occhio; la tubercolosi esplose. Suor Teresa non si fece illusioni; in quel periodo scrisse: “Amare la croce e procurare di imitare Gesù con la mortificazione interna ed esterna, cercando non solo di accettare la sofferenza ma di amarla perché inviata e permessa dal buon Dio”.

    Il 3 settembre 1907, dopo una lunga agonia, suor Teresa salì in Cielo. Ci ha lasciato un grande, luminoso messaggio. La forza “dell’autentica umiltà generata dal suo amore per Cristo”.

    Aveva solo ventotto anni suor Teresa quando lasciò questa terra ma aveva maturato un’altissima spiritualità, “un livello di santità dal volto esigente e insieme affascinante, come tutto ciò che profuma di vangelo”.

    Il suo è un messaggio quanto mai attuale, ci impone riflessioni importanti. Nella nostra società conta l’apparire, l’avere successo, potere, soldi… Ma è davvero raggiungere questi traguardi che può renderci felici? O la vera felicità è, piuttosto riuscire ad elevare il proprio spirito, seguire la parola di Cristo e farsi ultimi tra gli ultimi.

    La Chiesa ha dichiarato Venerabile suor Teresa Valsé-Pantellini.

  • Livio Rizzi (1905-1960)

    Livio Rizzi (1905-1960)

    Tra i personaggi illustri del Polesine, un posto di tutto rispetto va assegnato a Livio Rizzi, nato a Rovigo nel 1905, città nella quale visse e che sinceramente amò.

    Diplomatosi maestro, non esercitò la professione, preferendo, sulle orme del padre, dedicarsi alla floricoltura, attività questa, che, unita alla sua sensibilità poetica, gli valse la denominazione di “poeta dei fiori”.

    La sua inclinazione lirica si manifesta fin dagli anni della giovinezza e trova spazio nei primi anni venti. Sono gli anni che coincidono con l’avvento e il consolidamento del regime fascista, all’indomani dell’assassinio di Giacomo Matteotti (giugno 1924) e delle leggi fascistissime e liberticide (anni 1925-26), e Rizzi trova rifugio ed interesse nella poesia: risale, infatti, al ‘24 e al ‘27 la pubblicazione di due canzonieri in Lingua, caratterizzati da uno spirito crepuscolare e insieme futurista.

    E’ ancora recente il Manifesto del Futurismo di Marinetti e la fioritura dei più noti poeti crepuscolari: Guido Gozzano, Sergio Corazzini, Fausto Maria Martini, Carlo Chiaves, Marino Moretti. Quest’ultimo, poi, è di casa a Rovigo, città di cui conosce e frequenta l’ambiente letterario.

    Da queste prime esperienze, indotte dalla cultura coeva, Rizzi passa presto alla poesia dialettale, scelta e adottata per convinzione, oltre che per forza di istinto. All’epoca, erano attivi alcuni dei nostri lirici maggiori, nati fuori Rovigo, ma cresciuti in Polesine: Gino Piva, Gigi Fossati ed Eugenio Ferdinando Palmieri

    La vitalità delle iniziative poetiche e letterarie polesane, culminate nella rivista “L’abbazia degli illusi” (oltre ai personaggi già citati, figurano anche quelli del critico d’arte Giuseppe Marchiori, del giornalista Pino Bellinetti, del poeta Marino Marin etc.), si spegne gradualmente. Dei tanti giovani attivi, restano a Rovigo soltanto Fossati e Rizzi. Il sodalizio saltuariamente si ricompone, ma i fermenti giovanili e le discussioni letterarie sono ormai solo ricordi.

    Quello che si comprende, interpretando voci e commenti anche autorevoli, è che Livio Rizzi è considerato dagli altri il poeta più autentico, genuino: “il poeta di casa”, secondo la definizione di Palmieri, “…per l’originalità e la limpidezza delle liriche in dialetto, ma anche per l’affettuosa delicatezza nell’accogliere i curiosi del Polesine…”

    Le prime poesie in vernacolo, “L’è ‘na cità Rovigo” e “L’anguriaro”, sono pubblicate nell’Almanacco del ‘32, la rivista promossa da Marchiori e Palmieri. Rizzi ha varcato con decisione la soglia della lirica in dialetto, cui reca in dote anche un apprezzabile tocco letterario.

    In un suo scritto, indirizzato al critico Giuseppe Marchiori, suo estimatore e amico, tratteggia un incisivo e semplice autoritratto: vivo in campagna, amo il mio lavoro, e quando mi siedo al tavolino, ne vien fuori una poesia.

    Amato da tutti per la generosità, il tratto nobile e umano, egli non è soltanto un artista, ma un amico, un fratello, che ama l’arte e ama anche invitare a casa propria amici e appassionati di poesia e arte (fra i tanti, Carlo Levi, Elio Vittorini, Gianantonio Cibotto).

    Dai primi anni ‘30, dopo la svolta del dialetto, si dovrà aspettare il 1949 per la pubblicazione della prima raccolta di versi in dialetto, con prefazione e consulenza dell’amico Eugenio Ferdinando Palmieri, che definisce il libro “un fulgido canzoniere, un manipolo di strofe seminate da un’ispirazione potente…” Il titolo, “Poesia per la me gente” dice tutto dell’umanità e dell’amore di Rizzi per la sua terra. Lo ribadisce con forza la dedica:

    “…a tutta quanta la gente della mia terra che nelle paludi marcisce e nelle case di canna è malata di pellagra; che tra i solchi suda, nelle risaie si macera…”

    L’anno prima, il 1948, è segnato dal 2° Premio in Concorso Nazionale (Premio “Dell’angelo”), alle spalle di Pierpaolo Pasolini e, nel 1951, Rizzi risulta vincitore dell’ambito Premio “Cattolica”. I successi, più che meritati, come attestano i giudizi lusinghieri di illustri artisti e letterati (Pier Paolo Pasolini, Renato Simoni tra questi), lo pongono in primo piano, per la poesia vernacola, in un ambito non più soltanto provinciale.

    Qualche anno dopo (1955), preceduta da una lunghissima preparazione, esce la seconda raccolta di versi: alle 19 liriche della prima, ne aggiunge altre 11. Il titolo è semplice e senza pretese: “Poesie” ma l’editore è Neri Pozza, un nome importante nell’ambito letterario.

    La recensione esplicitamente positiva di Eugenio Montale sul Corriere della sera mette assieme la forza rude del dialetto e il tocco letterario: Rizzi “non si dimostra punto floreale, anzi rustico e diretto di primo acchito. Ma la sua è un’improvvisazione studiata e in cui si sente la mano di un artista colto e consapevole…” Par di risentire il giudizio di Renato Simoni, che nelle liriche di Rizzi, accanto alle magnifiche note di paesaggio, coglie “qua e là, un fià de letteratura…”

    Pochi anni dopo (1960), Rizzi muore nel pieno della sua maturità artistica, a soli 54 anni. Resta, in attesa di revisione, parecchio materiale, che aspetta la consueta opera di limatura. Alcune liriche, in realtà, sono già pronte e vengono pubblicate, fuori commercio, in occasione del primo concorso in dialetto veneto con il titolo di “Tre fiori”.

    Nel 1969, esce postumo, a cura di Giuseppe Marchiori, il volume contenente tutta la produzione in dialetto polesano, compresi i “Tre fiori” e altri cinque brani inediti. Segue, nell’89, la ripubblicazione dell’intera raccolta, a cura, stavolta, di G. A. Cibotto, corredata di un glossario e di un’antologia di pagine critiche.

    Al 2005, infine, risale l’ultima pubblicazione, a cura di Pier Luigi Bagatin, che ai testi già pubblicati, aggiunge numerosi inediti e fornisce, della poesia di Livio Rizzi, un’interpretazione documentata e completa, in termini di descrizione, analisi testuale e ricostruzione critica. Essa è la fonte, da cui sono state attinte numerose citazioni di critici e letterati.

    Temi e modi stilistici

    La poesia di Livio Rizzi, per chi ne ha esperienza, è soprattutto bella da leggere, per la grazia, la cadenza mai banale, il lessico, in parte mutuato dai poeti che hanno preceduto Livio, in parte filtrato dal vocabolario di Pio Mazzucchi, con quelle consonanti palatali che richiamano il dialetto veneziano, che però erano presenti anche nel parlato cittadino e rodigino delle generazioni che ci hanno preceduto. Il piacere dell’ascolto, oltre che dall’abilità del lettore, discende anche dalla naturalezza dell’eloquio lirico, che, nel caso di Rizzi, è strettamente legato alle origini e al gusto tutto suo di grande affabulatore.

    Il “vizio” della poesia, richiamato dall’autore stesso in una lettera al critico Giuseppe Marchiori, non è una boutade: per poesia, Rizzi intende un lavoro elaborato con la cura di un abile artigiano, che lima ripetutamente il suo prodotto finché non ne esce un vero capolavoro. Gli ingredienti d’opera ci sono tutti: l’ispirazione profonda, le rime, la struttura, l’ambientazione, i personaggi, l’atmosfera, la natura nelle sue varie e affascinanti immagini.

    I temi, che affiorano nell’intera produzione lirica, rinviano a una società oggi scomparsa, legata al paesaggio e al lavoro dei campi, alle virtù familiari, alla città a misura d’uomo, alla solidarietà che, come un filo invisibile, lega tutti gli uomini. Verso quella società, reale e ideale al tempo stesso, il poeta guarda con affetto e nostalgia, fissando nelle immagini del lavoro collettivo e della Rovigheto del buon tempo antico il mito della vera felicità.

    Dell’attività di Livio Rizzi, poetica, professionale, ideologica, resta, oltre alle raccolte di liriche, anche l’impegno nel CNL (Comitato di Liberazione Nazionale) durante l’ultima guerra, nonché l’esperienza singolare di gallerista d’arte, in un periodo nel quale le gallerie d’arte a Rovigo non esistevano.

    Poesie di Livio Rizzi

    I brani di seguito riportati, in gran parte noti e apprezzati anche fuori dall’ambito provinciale, offrono un ventaglio di temi e immagini che non esauriscono certamente la materia poetica di Livio Rizzi. Essa è molto di più del “piccolo volume” piaciuto a Eugenio Montale: è materia vivente, che si vorrebbe sentir leggere dall’autore in persona. A distanza di tanti anni, si possono soltanto riportare le sensazioni e i giudizi di chi ha avuto la fortuna di ascoltarlo: una lettura di versi lirici a scatti, animosa, come di chi “si sentiva vicino agli uomini che li avevano ispirati” (Giuseppe Marchiori).

    SU L’ARZARE

    Tera dei me veci, tera mia / che ‘l Po e l’Adese strenze in t’una morsa / d’aque e de fango, / tera de i me veci, tera mia / tera cha sarà dei me fioi e po’ / dei me nevodi; intabarà d’inverno / de fumare e d’istà brusà dal sole / el più s-ciochento; tajà da scoline / tajà da fossi dove che le rane / le se remèna in te la lentarina; / tera de vilani / che la vanga duopara / cofà na spada lustra, / cofà na pena fina, / te sì la più bela al mondo / che ‘l Padreterno el ga inventà. / E ‘el Po e l’Adese in te la so corsa / strapegandose sogni e poesia / de la me gente, tuto i buta via / par le strade del mare quando i forsa / le porte sempre strete de la bassa.

    L’invocazione rivolta alla propria terra, stretta tra due fiumi, ricorre anche nei testi di Gino Piva (“…vecia cità de la me vecia zente…ma con do fiumi che te passa arente…”), in quelli più recenti di Gianni Sparapan (“…tera malsegnà-tera de confin… brava zente condanà a canpare in te na tera dura…”).

    Muta l’accento, che è accorato nel ricordo di Gino Piva, oppure irato e violento nella poesia di Sparapan.

    Nel testo di Livio, invece, il tono è disteso, quasi una riflessione a voce alta, che attraversa le generazioni (“…tera dei me veci, tera mia, tera che sarà dei me fioi e po’ dei me nevodi…”). Il poeta vuol fissare un’immagine della sua terra, che d’inverno si perde nella nebbia e d’estate è arsa dal sole più rovente.

    Ma è soprattutto campagna tagliata da fossi e scoline, abitata da gente umile (i villani), che la lavora con arte e finezza. Di qui nasce il grido d’amore e il sogno che si fa poesia, momenti felici di contemplazione che il corso dei fiumi porta al mare.

    L’E’ ‘NA CITA’ ROVIGO

    L’è ‘na çità Rovigo dove ancora / par le strade se sente la campagna; / odor de tera, odore d’erba spagna / che te buta i pensieri ala malora. / Cità senza pretese: muta, chieta / çità fata par gente come mi / che ga da lavorare tuto el dì / e che ‘l so mondo xe la so caseta. / Gente bona; un fià rustega ma s-cieta / come el vin novo ca boie nel tinasso; / tutto el so strussio xe d’andare a spasso / la domenega – i veci ga l’ombreta, / solo un’obreta de friularo in fondo / da Caucio – e se ‘na cavalarissa / sul stradon de la Madona la drissa / i so tendoni zali, porco mondo / tuti i core e se copa par entrare. / De note le cornace del Castelo / dorme sicure nei so busi in cielo: / i gati fa l’amor su le grondare / e se semo de otobre, le fumare / pianeto le vien su dal Ceresolo / e intabarando or ‘na casa ora un brolo / le riva in piazza: chi le pol fermare? / Ma la matina presto, ancora a scuro / – do passi soli fora Porta Po – / in mezo al santo rumegar dei bo / tacà in fila a do a do soto al varsuro, / in mezo a le biasteme dei vilani / fra el baiare dei cani da pajaro / te riva da Boara e da Bosaro / el respiro vecio de mile ani / de quei do sbreghi grandi de la tera / che in mar se perde verso Portotole. / E ne l’aprile, quando gh’è le viole, / el gran respiro el pare profumà.

    L’avvio ha un tono ingenuamente celebrativo: Rovigo è una città di campagna, le cui caratteristiche si precisano in forma sensitiva: “l’odor de tera, odor d’erba spagna…” La Rovigo di allora era una piccola città, nella quale, fra il centro storico e l’area rurale di campi e vigneti, le distanze si misuravano in poche centinaia di metri. Proprio questa è l’identità del capoluogo polesano: l’odore di campagna, di natura, di semplicità. Il tono lirico acquista da subito forme fantastiche e irreali (“…te buta i pensieri a la malora…”). Ma che cos’è la città, se non una comunità di gente, quella che magari si incontra tutti i giorni, che lavora e divide il suo tempo fra casa e famiglia?

    La descrizione, apparentemente modesta e discorsiva, si fa concreta, diretta: “…come el vin novo che boie in tinasso…” e si precisa in riferimenti locali (“Cauccio”, “stradon de la Madona”) che le danno corpo. E’ la Rovigo del “Castelo”, delle “fumare” che dal Ceresolo e dalla campagna, senza incontrare resistenza, arrivano in piazza, isolando il Polesine come in un acquario opaco. Fuori, c’è la città stretta dai grandi fiumi (“quei do sbreghi grandi de la tera”); di là viene il loro respiro profondo, che in primavera prende il profumo delle viole.

    Nella stretta coerenza di parole e immagini, il racconto, alternando descrizione e slanci lirici, ha una sua originale linea narrativa, che nei toni a volte favolosi esprime l’amore per la campagna nativa. L’attenzione alla forma, la scelta delle parole, la vigilanza colta evidenziano il carattere della composizione poetica, che non è una pura e semplice descrizione in dialetto, ma una costruzione equilibrata nelle parti, con un proprio paesaggio e una sua anima: “la cità senza pretese” di “tera e aqua”, abitata da “gente bona; un fià rustega ma s-cieta”.

    LA PIENA

    L’Adese in beva a passo de fanfara / el pare un regimento de soldà / tùanto in marcia par l’eternità / soto la piova, in mezo ala fumara. / Concaderame, lu el te passa in banda / ‘sto vecio regimento sempre novo; / te stà impetria, senza fià, tremando / ransignà tuta in te la to paura, / col cuore in gola, sconquassà, spetando / che un fontanasso s-ciopa su la banca, / che se spalanca l’arzare de s-cianto, / che se roversa su de ti rabiosa / l’aqua che se scussòna su le rive. / Concaderame tute le creature / che dorme a l’ombra del to campanile / le speta. Mute, strache, snombolà / le ga vodà casa, stala, fenile, / granaro, anca vodà le ga el porzile. / Tute le speta. In te ‘sta primavera / che momenti se sfoga in te l’istà, / soto ‘sto cielo mato, che ne dà / nuvole a sciapi e stele a sporzilà, / soto se sente l’Adese in barufa / che ‘el se prepara a rovinare zo / par sofegare tuto in t’una volta. / Su par le rampe, su par le scarpà, / una drio l’altra, triste e desperà, / Concaderame vien le to creature. / L’è ‘na gran fila che finisse mai, / vecie col siale e tose spetenà, / spose e putini tuti sgramegnà, / e par davanti la Madona nera / che stamatina el prete ga imprestà, / su le spale de onàro de un vilan / la trionfa nel sol sora de tuti. / Po’, co riva su l’arzare che squasi / più no’l tien bota parchè l’aqua ormai / la stravina qua e là sora la strada, / i piè de la Madona i tocia drento / a l’Adese inturbià par la gran piena. / Eco alora rivar da la Ca’ Bianca e dala Padovana / un sbatociar contento de campane. / Ne la matina d’oro se sgiaventa / ‘na voçe in cielo su da l’altra riva: / – l’aqua la cala, l’aqua cala un poco, / i granari xe salvi co’ le stale / co’ le case, i fenili e le campagne; / tuto xe salvo, tuto come prima. / L’Adese el cala. A passo de fanfara / el pare un regimento de soldà / tùanto in marcia par l’eternità / in te la piova in mezo a la fumara; / soto ‘sto cielo mato che ne dà / nuvole a s-ciapi e stele a sporzilà.

    L’Adige minaccia di straripare e marcia “a passo de fanfara”, in mezzo alla nebbia, sotto la pioggia. Concadirame, che sorge su una curva del fiume, trema di paura, aspetta da un momento all’altro fontanazzi, valanghe d’acqua. La gente sale sull’argine, in una fila interminabile, con la Madonna nera sulle spalle robuste (de onaràro ovvero ontano) di un villano a fare da battistrada. Poi, quando già “i piè de la Madona i tocia drento a l’Adese…” (“i piedi della Madonna stanno a mollo nell’acqua dell’Adige”), le campane a festa annunciano che l’acqua incomincia a calare.

    A Renato Simoni, celebre autore di teatro veneto del ‘900, il verso che ritrae l’Adige “a passo de fanfara” pare un’immagine letteraria. Non è tuttavia un limite della poesia di Rizzi; è, piuttosto, un tocco di modernità, che punta a rendere più corposa l’immagine. Ha la stessa forza il verso della seconda parte, che annuncia il calare del livello dell’acqua: “…ne la matina d’oro se sgiaventa ‘na voce in cielo…” (“nella mattina dorata, si fionda in cielo una voce”).

    CIAROSCURO

    Eco, soto el sole se spampàna / ‘na nuvola. Xe come che se ferma / el mondo. L’aqua desmete el so canto, / no’ trema più le foje, più no’ ride / le çeleghe nei nidi. Alza el vilan / i so oci verso el cielo e ne la man / se ghe indormensa la sapa. Xe come / che tuto staga per morire. I campi / i pare vegri: più no’ sluse i fossi. / Le bestie in te le poste no’ mutela. / Su l’Adese i mulini ga le pale / pesanti come lastre de masegna. / Anca l’erba più perfida del prà / quela più prepotente, la gramegna, / par che la senta, par che la indovina / che deboto qualcosa nassarà. / E difati, cofà ‘na sbamparà, / el sole, su nel cielo, se despoia.

    Questa poesia è piaciuta molto a PierPaolo Pasolini, che ha a sua volta pubblicato una raccolta di liriche in lingua friulana, vincendo proprio il concorso, nel quale Livio Rizzi ha conseguito il secondo premio. Pur limitando il suo apprezzamento a pochi testi, Pasolini riconosce il valore di “Ciaroscuro” e di qualche altro brano. Cosa ha trovato di originale in questo testo? Pasolini cerca la novità, l’immagine densa, la parola forte, il paesaggio che sconfina nel sogno. Rigetta la descrizione, la lingua troppo colta, le figure intimistiche.

    Qui, in effetti, c’è un paesaggio incantato, per effetto di un improvviso silenzio, nell’assenza di moto, col villano che alza gli occhi al cielo e tiene la zappa ai piedi. Intorno, i colori paiono sbiaditi di colpo e le bestie non fiatano. Si avverte un’aria pesante, collosa, e anche la gramigna sembra presagire un evento: è il sole che, come una fiammata, si spoglia in cielo.

    La campagna che ama Rizzi è proprio questa, che allarga il cuore, presentando il sole all’orizzonte come il miracolo della nostra vita, che è felice quando ci sentiamo tutt’uno con la natura che ci circonda.

    L’ANGURIARO

    Tosi, tosati, son da le Granzete. / Tute le angurie tajo dei me campi; / tagi rossi che ghe somegia ai lampi, / ai foghi de le sagre, ale rochete. / Tosi, tosati, qua ghe xe le angurie / che speta su la tola sconquassà; / la tera nostra le gà fabricà / par v’altri tosi, fioi e po’ de scurie. / Deme ‘na man, sgagnemo in compagnia / sta polpa zucarina che fa voia. / Dopo la scorza, co l’è ancora moia, / la daremo ai porzeli; e che i se goda. / Ala note mi a dormo nel me cucio, / sora la paja, sora dei frasconi, / mi nò go servi, mi no go paroni / che me comanda e son quatro ossi a mucio. / La me sostanza l’è ‘sta gran casona; / go par amiçi gregi, sorzi, rane, / marisandole, bissi, pantegane, / lusole che la note me incorona. / La neve, el sole, piova e tramontana / mi a me ciapo e me godo cofà un mato: / la me Madona l’è la cortelina, / el Padreterno xe par mi un bon goto. / ‘Ndemo tosati: sule banche rote / senteve e deghe dentro fin che ancora / gh’è un toco de candela che fa ciaro. / E quando la candela s’è stuà / ‘ndè pur tuti nel sboco de la rota / e lasseme dormir sora la paja / un sono che tùanto me intabara.

    La poesia si risolve nel grido dell’anguriaro, che invita i giovani a “la casona”, per stare in compagnia, senza pensiero per il domani. Segue un divertito autoritratto del personaggio, che si dichiara libero da servi e da padroni, proprietario della sola casona, dove convive con bestie e insetti, e passa le stagioni, contento de “un bon goto” e di un sonno che fa dimenticare tutto.

    La sostanza del brano sta nell’immedesimazione dell’autore con il popolano, del quale rende non solo la lingua grossa e diretta, ma anche la categoria mentale, l’anima persa e sanguigna. Personaggi del genere, un tempo, erano frequenti nella piccola città, che li conosceva per nome e per mestiere e spesso erano tipi curiosi, non privi d’inventiva. Vien da pensare al Belli dei sonetti in dialetto romanesco, così forti e immediati: in essi, il poeta romano esprimeva con un linguaggio pittoresco l’anima dei popolani. Un documento di spirito popolare, dunque.

    MORTE DEL BOSEGATO

    Tristo, sbiasio, i oci come el giazzo / fredi e tremendi, abituà ala morte, / oci che scapa e che la mala sorte / dove che i riva i se la porta drio; / tuto ingrotio in un tabaro sbriso / se presenta de colpo su la porta / Nando mazin ne l’alba de genaro. / Dentro la sporta un sbatociar de feri / e tuto intorno par che ‘l mondo speta. / L’aqua xe pronta e la famegia in sagra; / sul fogolaro, Menega, la magra, / che l’avea arlevà giorno par giorno / l’è sola e persa, e la se varda intorno / come la fusse immatonìa. / Nando mazzin se impirola i mustaci, / el buta zo un gotasso de quel nero, / el brica el fero, e, come se l’andasse / a far ‘na impresa de coraio grando, / el peto in fora, tuto sculetando, / el parte, drito, par el so destin. / Sul fogolaro, Menga la magra, / sola soleta con i so pensieri, / speta col cuore che ghe bate in gola.

    Chi è nato e cresciuto in campagna, certamente conosce la storia dolorosa della truce uccisione del maiale. A tanti, l’hanno raccontata, ma non è la stessa cosa che averla vissuta. C’è davvero qualcosa di tragico, in questa vicenda, che pure s’inquadra nella quotidianità della società rustica, nella quale il sacrificio del maiale fa tutt’uno con una gran festa, la festa dell’abbondanza e del godimento gastronomico.

    Rizzi la racconta a modo suo, con una finezza d’animo e sensibilità, che lo rende unico. Un aneddoto racconta che nella campagna di Pontecchio, per allontanare i bambini dall’area dove si ammazzava il maiale, li si mandava da una parte all’altra del paese a cercare “mezzo etto di ombra del campanile”. Un tocco di delicatezza che fa da contraltare alla sagra successiva.

    Rizzi proietta il dramma nei volti, nella psiche e nell’espressione dei protagonisti: il bosegato non è neppure nominato, ma lo si avverte “tristo, sbasìo, i oci come el giazzo…ingrotìo…”; Nando Mazzin ha l’aria del boia, “…el peto in fora, tuto sculettando… (“…il petto in fuori, agitando il sedere”); Menega la magra, che ha allevato il maiale giorno per giorno è “imatonìa (instupidita)…sola soleta con i so pensieri” e il cuore “che ghe bate in gola…” L’aria è quella di gennaio, ma soprattutto c’è una tragica attesa che “tuto el mondo speta”.

    La poesia, da subito riconosciuta un capolavoro da amici e studiosi per la densità di spunti (il mestiere del mazzin, l’istinto di maternità frustrato di Menega, l’aria tragica), ritrae uno scenario in cui si contrappongono buoni e cattivi; sullo sfondo, il coro invisibile, ma reale, della famiglia in festa.

  • Schiavon e Soffiantini a Praglia

    Schiavon e Soffiantini a Praglia

    Spazio di intensa spiritualità e di poesia, l’Abbazia di Praglia mi è particolarmente cara. Una volta al mese ospita un gruppo di appassionati, cioè il Cenacolo di Poesia ideato dall’abate p. Norberto Villa, poeta di Salmi del 2000, e dalla sottoscritta che abita a Selvazzano.

    In questi incontri nutriamo l’anima di cultura, allargando insieme rapporti umani e amicali. Quindi i colli e la stessa Praglia fanno parte della mia vita da sempre, e recentemente ho avuto modo di scoprire una importante frequentazione della storica abbazia all’inizio del ‘900 da parte di due personaggi da non dimenticare: il padovano Sebastiano Schiavon e il polesano Battista Soffiantini.

    L’on. Sebastiano Schiavon (Roncaglia 1883-Padova 1922) era mio nonno materno e il suo importante impegno sociale nei primi due decenni del ‘900 è stato portato alla luce da mio marito, Massimo Toffanin, grazie ad un’appassionata ricerca sfociata nel saggio storico Sebastiano Schiavon lo Strapazzasiori. Una vita impegnata la sua nel Veneto, a Firenze, a Roma nella difesa degli umili (in particolare i bovari e tutti gli emarginati) per ridare loro dignità di persone. Un’attività frenetica che ha abbracciato la sfera sindacale e politica fino al contributo alla nascita del Partito Popolare Italiano.

    Mio marito, negli archivi della biblioteca di Praglia, in un successivo approfondimento, ha poi ritrovato la Cronaca, redatta dal 1904 dai monaci, che parla delle frequentazioni dell’abbazia da parte dell’onorevole Schiavon legato da amicizia anche all’abate di allora Nicolini. Da tale ricerca emergono le notizie qui riportate:

    “…Sono questi gli anni in cui, dopo il forte impegno sindacale e politico del biennio 1908/1910, la formazione del movimento cattolico mira ad essere religiosa oltre che sociale e politica, nella speranza di costruire cattolici militanti che operino nella società sotto la guida della gerarchia diocesana.

    Vengono allora costituite dalla Diocesi a Praglia dal 1913 le cosiddette “Settimane sociali”, cioè raduni di giovani cattolici per la formazione di dirigenti a livello locale. Tale esperienza si ripete sempre nell’Abbazia nel 1914 con inizio dopo i Vespri di domenica 15 marzo e gli oratori sono Don Emanuele Caronti, Don Giovanni Alessi, il prof. Giovanni Battista Soffiantini di Rovigo e l’onorevole Sebastiano Schiavon.

    Giovedì 19 marzo, festa di S. Giuseppe, il cronista Padre Eusebio Camilli scrive che in chiesa l’orario è come nei giorni festivi e poco prima di mezzogiorno Sebastiano Schiavon, deputato di Cittadella, ha fatto visita ai giovani accompagnato dall’avv. Italo Rosa, altro dirigente cattolico padovano impegnato sul fronte sindacale.”

    Oltre ai riferimenti relativi a mio nonno, la mia attenzione viene attratta da un altro nome spesso citato: quello di Battista Soffiantini (Somaglia 1878 – Badia Polesine 1950) della cui vita ho avuto modo di conoscere aspetti importanti grazie al volume “Un cattolico della prima metà del Novecento” curato dal nipote Giorgio.

    Soffiantini è stato un personaggio di rilievo nella vita sociale, politica ed ecclesiale del Polesine, e mons. Lucio Soravito De Franceschi, Vescovo di Adria-Rovigo, nell’introduzione al volume scrive: “…propagandista cattolico … conferenziere, sindacalista, democristiano della prima ora, collaboratore dell’Opera dei Congressi e dei Comitati Cattolici di Bergamo, fondatore di Leghe Bianche e di Casse Rurali in Polesine. Ma allo stesso tempo è stato educatore (a Bergamo, Este e a Badia Polesine), promotore e amministratore dell’Istituto “Caenazzo-Bronzin” della città della Vangadizza; giornalista e scrittore di libri, di commedie e di poesie. E’ stato soprattutto un buon padre di famiglia e un uomo profondamente religioso (apparteneva al Terz’Ordine Francescano); ha promosso il primo Convegno giovanile cattolico in Polesine ed ha partecipato come applauditissimo conferenziere a diversi Congressi Regionali per i giovani, come pure agli incontri provinciali o regionali del Terz’Ordine Francescano, nonché agli incontri nelle parrocchie dei lavoratori, dei contadini e dei braccianti…”

    Fermandoci a questi dati, Soffiantini appare un uomo dalle molteplici attività, poliedrico, impegnato nella sua lunga esistenza a riscattare la povera gente e a formare i giovani, vicino quindi al padovano Schiavon.

    Aggiunge Armando Rigobello, prefatore del volume, “…un grande socialista cattolico… che fa della sua passione sociale una professione religiosamente ispirata e un costante impegno etico-politico… che partecipa attivamente alle lotte sindacali e politiche… svolgendo la sua azione dalla Lombardia al Friuli, dal Veneto fino all’approdo a Badia Polesine… una biografia quindi di un eccezionale personaggio del secolo scorso delineata nel contesto storico dell’epoca.” E ancora sottolinea che “…l’esperienza di Battista Soffiantini nell’intervento sociale si allarga: dalla partecipazione alle speranze di promozione sociale dei lavoratori alle ferite private, a rilevanza pubblica, dell’infanzia e adolescenza abbandonate…”

    Un personaggio polesano di grande spessore Battista Soffiantini, che frequentava Praglia proprio all’apertura delle “Settimane sociali” del 1913, invitato lì per tenere le sei conferenze sulla Rerum Novarum, in sostituzione di Pasquinelli di Firenze, come è documentato dall’Archivio Battista Soffiantini.

    Da una sua lettera successiva traspare il rapporto costruttivo con i giovani, che sapeva motivare e conquistare, nell’atmosfera da lui ben delineata di queste “Settimane sociali” scandite da particolari rituali.

    Ecco qualche stralcio: “Uno dei luoghi più adatti a una vita di preghiera e di studio è senza dubbio l’Abbazia di Praglia. Quei cortili vasti e silenziosi, circondati da magnifici colonnati, ariosi portici … Ora et labora, il programma dell’ordine di S. Benedetto; e Praglia, con la sua biblioteca e il suo coro, con i suoi ubertosi vigneti, i suoi fertili campi, è uno de’ luoghi che più si presta a vivere la regola benedettina. Fu qui che Antonio Fogazzaro trovò pace …”.

    E ancora: “…Ci fui una prima volta nel 1913, quale insegnante della prima settimana sociale per i giovani della diocesi di Padova; vi tornai l’anno appresso per un’altra settimana; una terza volta ci fui per un ritiro spirituale con l’amico avv. Carlo Belloni, alla vigilia delle sue sante nozze. Trenta furono i giovani che presero parte alla prima settimana: li guidava l’indimenticabile don Giovanni Alessi … Vi trovai anime semplici … di contadini, operai… e studenti, uomini maturi, animati … dal desiderio di migliorare se stessi … di rendersi più utili nel campo dell’azione cattolica … Ogni mattina ci accostavamo alla messa servita per turno dai giovani … seguivano la colazione, un po’ di svago, due ore e mezza di discussione su temi religiosi e sociali …”.

    Nella sua lettera Soffiantini sottolinea che i temi erano approfonditi da vari relatori con analisi anche della società del tempo e che a lui spettava il compito di presentare la Rerum Novarum. Si sofferma pure sulla grande attenzione dei monaci nei suoi confronti per preparargli il cibo perché lo vedevano molto mingherlino. E afferma che di queste esperienze culinarie e delle bevande offerte se ne ricorderà per un pezzo tanto che “… quando tornai a Praglia lasciai agli dei la loro… ambrosia; io m’accontentai di fresche limonate.”

    Esperienze varie di studi e di vita ripetute per anni, citate dallo stesso Soffiantini e riferite pure dalla Cronaca benedettina fino al 1919, anno di fondazione del PPI e delle elezioni politiche. Da tutto questo stupisce che Battista Soffiantini nella sua lettera non nomini Sebastiano Schiavon che frequentò Praglia nello stesso periodo: forse una dimenticanza?

    In ogni caso la testimonianza provante della frequentazione nello stesso periodo del monastero benedettino da parte dei due personaggi ideologicamente così vicini è costituita dalla Cronaca redatta dall’Abbazia. Nello scritto i loro nomi appaiono ben evidenziati e, soprattutto, è importante avvertire il fermento che percorreva tutto il Veneto nei primi decenni del Novecento nello spirito di collaborazione tra anime affini, votate alla elevazione degli umili e alla formazione dei giovani.

  • La battaglia di Occhiobello

    La battaglia di Occhiobello

    La battaglia di Occhiobello, avvenuta l’8-9 aprile del 1815 tra le truppe napoletane guidate da Gioacchino Murat e quelle austriache comandate dal gen. Frimont, fu lo scontro decisivo che pose le basi per la costituzione del Lombardo-Veneto, dando inizio pertanto al dominio austriaco nelle nostre terre, con la conseguente conclusione della presenza francese nel Nord Italia. Tale evento, tuttavia, non trova nei testi scolastici di storia il suo giusto risalto e pertanto merita una doverosa rivalutazione per aver causato una vera rivoluzione sulla geografia politica dell’Italia.

    Due recenti avvenimenti hanno permesso di ampliare le nostre conoscenze sui retroscena e sulla dinamica dello scontro bellico: nel 2010 lo studioso Christian Rossi rintracciava presso l’Archivio di Stato di Vienna il costituto (verbale dell’interrogatorio) di Cecilia Monti d’Arnaud, una delle protagoniste delle vicende carbonare del Polesine, il cui interrogatorio fu condotto dal Commissario Attuario Gradenigo e dal Commissario Capo Carlo Lancetti, vecchia conoscenza dei carbonari polesani in quanto artefice dell’arresto di Antonio Oroboni; inoltre nell’aprile del 2015 ha avuto luogo ad Occhiobello un convegno internazionale di studi storici sul bicentenario della battaglia con la collaborazione fondamentale degli storici locali Maurizio Romanato e Alberto Burato. Alla luce di questi importanti contributi possiamo ora delineare con maggiore precisione le vicende che portarono alla sconfitta di Murat e alla fine del suo sogno di creare un regno italico sotto la sua reggenza.

    Il contesto storico

    Il 1815 fu un anno di straordinaria importanza non solo per le sorti dell’Italia bensì dell’intera Europa. Dal novembre dell’anno precedente si svolgeva a Vienna il Congresso che aveva riunito tutti i Grandi dell’epoca per ridisegnare la carta politica dell’Europa dopo che le armate napoleoniche avevano scorrazzato per l’intero continente sovvertendo l’ordine costituito.

    In Italia resisteva, sul trono di Napoli, Gioacchino Murat, nominato re da Napoleone, il quale, dopo essere stato costretto all’abdicazione del trono di Francia, si trovava confinato nell’isola d’Elba, apparentemente isolato dal resto dell’Europa, ma in realtà con il segreto proposito di una rivincita.

    A breve avrebbe colto la prima occasione per eludere la sorveglianza; l’opportunità si sarebbe verificata non appena al commissario Campbell, preposto al suo controllo, fosse concessa una licenza per recarsi a Londra. Napoleone astutamente mostrava di volerlo trattenere, ma in realtà era consapevole che prima o poi Campbell avrebbe ottenuto l’autorizzazione per assentarsi dall’isola, ed allora avrebbe messo in pratica il suo piano per imbarcarsi per la Francia.

    Quanto all’Italia, Napoleone sapeva che il cognato Gioacchino Murat (aveva sposato sua sorella Carolina), da Napoli avrebbe mosso il suo esercito verso nord con l’intenzione di riunificare l’Italia sotto un unico scettro. Un piano questo che il Bonaparte non condivideva perché avrebbe potuto suscitare delle ostilità nei suoi confronti¹.

    Il 26 febbraio 1815, dunque, approfittando dell’assenza del colonnello Campbell incaricato della sua sorveglianza, Napoleone fuggì dall’Isola d’Elba. La fuga era stata a lungo organizzata di nascosto, ristrutturando il brigantino Incostant, apparentemente inutilizzabile, che era ormeggiato in rada.

    Da Villa dei Mulini, insieme ai suoi fidi collaboratori, dopo aver salutato la madre Letizia e la sorella Paolina, Napoleone scese verso il porto tra due ali di folla. Al momento di imbarcarsi sulla scialuppa, fu avvicinato dal sindaco di Portoferraio Traditi, che cercò di leggere un saluto con la voce strozzata dalla commozione. Dopo quest’ultima formalità, fu accompagnato dal capitano Chautard sull’Incostant che salpò alla volta della Francia.

    Mentre il colonnello Campbell, tornato il giorno dopo sull’isola, si rendeva conto di essere stato beffato, nel sud dell’Italia la notizia della fuga di Napoleone suscitava grandi aspettative: Murat (che era rimasto neutrale nel corso degli ultimi eventi, temendo che il Congresso di Vienna potesse mettere in pericolo la propria sovranità sul regno di Napoli a favore di Ferdinando protetto dagli inglesi) decideva di rompere gli indugi sull’onda delle notizie provenienti dalla Francia e di realizzare il suo piano per la conquista dell’Italia.

    L’avventura di Murat

    Il proclama di Rimini

    Il 15 marzo Murat dichiarò guerra all’Austria e, forte di un esercito di 45000 uomini, attraversò l’Italia centrale. Il 30 marzo, a Rimini, emise un Proclama, con il quale cercava di ottenere una sollevazione degli Italiani, indirizzato soprattutto ai numerosi veterani delle guerre napoleoniche. Con parole accorate (“Italiani! L’ora è venuta che debbono compiersi gli alti vostri destini.”), sperava di suscitare un sentimento di ribellione che fino a quel momento era stato invero alquanto tiepido².

    La risposta degli italiani fu però piuttosto deludente, sia a causa della vigile presenza dell’esercito austriaco, sia perché appariva sempre più evidente che l’intento di Murat mirava essenzialmente alla difesa ed alla conservazione del proprio Regno, piuttosto che soddisfare l’anelito di libertà dei patrioti italiani.

    L’occupazione di Ferrara

    Il 2 aprile Murat entrò in Bologna dove incontrò il colonnello ferrarese Francesco Neri, un ex ufficiale bonapartiano che al comando di circa 300 ex commilitoni si mise a sua disposizione. Il Neri era un ufficiale di grandi capacità, animato da spirito audace e conoscitore del territorio in cui operava Murat in quel momento.

    Il 6 aprile, al comando di un manipolo di coraggiosi, scalò le mura di Ferrara, aprì la Porta Paola permettendo alle truppe di Murat di dilagare nella città che fu così occupata militarmente. Gli austriaci, al comando del generale Lauer, si ritirarono nella Fortezza (ora non più esistente, a parte i baluardi di Santa Maria e San Paolo).

    Il giorno 7, alle ore 11, Murat entrava in Ferrara ed intimava la resa agli austriaci che dall’interno della Fortezza risposero con una cannonata.

    Gli intrighi di Cecilia Monti

    A Ferrara si trovava anche Cecilia Monti, al tempo dimorante a Fratta Polesine, affascinante quanto intrigante personaggio femminile politicamente legata alla causa bonapartista. Fedele alle direttive di Napoleone, era determinata a impedire che Murat oltrepassasse il Po.

    Dopo aver preso alloggio all’albergo Leone Bianco avviando i contatti con i carbonari locali, la mattina del 7 aprile, in una città in preda al caos ed ancora disorientata dall’impresa del Neri, si riunì con i capi carbonari di Ferrara. Costoro rivelarono che il giorno seguente, in coincidenza con il tentativo delle truppe napoletane di oltrepassare il Po ad Occhiobello, avrebbero fatto suonare a martello le campane di quella località: un segnale per far insorgere i carbonari del paese che avrebbero preso alle spalle gli austriaci mettendoli in difficoltà in concomitanza con l’attacco sferrato da Murat.

    Cecilia, rendendosi conto che la carboneria ferrarese era completamente allineata sulle posizioni muratiane, decise di giocare d’astuzia per sabotare il piano, proponendosi di andare di persona ad Occhiobello allo scopo di avvisare il pretore del luogo incaricato di mettere in pratica il segnale convenuto.

    Ma i suoi intenti per ostacolare i progetti di Murat non finivano qui: riuscì infatti a prendere contatti con il colonnello Neri (nel frattempo nominato generale di brigata), l’eroe che aveva permesso di espugnare Ferrara, l’idolo del momento, l’uomo chiave per la conoscenza del campo di battaglia e per la sua indole valorosa. Cecilia lo invitò a cena nel suo albergo dove il neo-generale, notoriamente molto sensibile al fascino femminile, venne completamente ubriacato.

    Non sappiamo in quale modo Cecilia sia riuscita ad ubriacare il Neri perché nulla trapela dal suo costituto, né il Commissario Lancetti (da austero funzionario asburgico) sembrò interessato ad approfondire l’argomento. Tuttavia per gli amanti del gossip, si può arguire che la sua arte seduttiva abbia avuto facile gioco sul suo focoso commensale.

    La mattina dell’8 aprile Cecilia fuggì con i documenti sottratti al Neri e si diresse verso il ponte di Occhiobello che riuscì ad oltrepassare. Oltre il ponte vi erano gli avamposti austriaci posizionati per l’imminente battaglia. Cecilia riuscì a superare anche i loro controlli: si può ipotizzare che abbia avuto un lasciapassare essendo stata per lungo tempo l’amante di un generale austriaco di cavalleria di nome Kunzer dal quale aveva avuto tre figli. Naturalmente tralasciò di dare l’allarme: le campane di Occhiobello rimasero mute e gli artiglieri austriaci si poterono posizionare tranquillamente nei loro avamposti.

    La battaglia di Occhiobello

    Dopo un paio d’ore iniziò la battaglia, durante la quale Murat non poté far conto né sull’azione di disturbo dei carbonari occhiobellesi, che avrebbero dovuto mettere in difficoltà gli artiglieri austriaci prendendoli alle spalle, né sull’aiuto del generale Neri, rimasto in una stanza d’albergo in preda ai fumi dell’alcool.

    Il contingente austriaco, invece, al comando del generale Johann Freiherr von Mohr, aveva avuto tutto il tempo per dispiegare l’artiglieria in zone fangose dove le palle dei cannoni napoletani si sarebbero impantanate senza sortire effetti distruttivi. Inoltre parte delle truppe napoletane erano state lasciate a presidiare Ferrara per cingere d’assedio la fortezza nella quale si era asserragliato il generale Lauer.

    Anche se Murat poteva contare su un maggior numero di effettivi (25000 contro 10000 austriaci), Mohr tuttavia poteva schierare una nutrita forza di artiglieria superiore per gittata e capacità distruttiva. D’altra parte la superiorità numerica dei napoletani si sarebbe vanificata nell’attraversamento del ponte, quando le truppe sarebbero state costrette ad allinearsi senza poter fare massa critica contro il nemico. Se qualcuno fosse anche riuscito a varcare il ponte, avrebbe trovato poi le postazioni di artiglieria pronte a falcidiare inesorabilmente gli assalitori.

    Dopo numerosi inutili attacchi fu decisa una carica con un reggimento di dragoni, ma anche questa risultò inutile. Nel pomeriggio, con otto ore di ritardo, arrivò il generale Neri quando la battaglia volgeva ormai inesorabilmente verso la sconfitta. Il giorno dopo furono fatti altri tentativi che non modificarono le posizioni in campo, finché Murat, sfiduciato per le ingenti perdite, decise di ritirarsi.

    Nello stesso giorno, inoltre, gli veniva recapitata una lettera nella quale Lord Bentinck gli annunziava che l’Inghilterra era intenzionata ad aiutare l’Austria con tutti i mezzi di terra e di mare ritenendo ormai rotto l’armistizio.

    Epilogo

    La battaglia di Occhiobello segnò la svolta del conflitto austro-napoletano che si avviò così verso la sconfitta di Murat. Questi si diresse verso Sud e a Tolentino nelle Marche si scontrò con il generale asburgico Federico Bianchi che lo costrinse alla resa (2 maggio 1815).

    Murat, sconfitto a Tolentino si rifugiò dapprima in Francia, mentre Napoleone veniva definitivamente sconfitto a Waterloo (18 giugno 1815). Passava poi in Corsica per tentare quindi di impossessarsi nuovamente del regno di Napoli sbarcando a Pizzo Calabro, dove veniva catturato e fucilato il 13 ottobre 1815.

    A conclusione di tali eventi, Rovigo, dopo venticinque anni di guerra, di spoliazioni, di rapine perpetrate dalla dominazione francese, entrava a far parte dell’Impero austro-ungarico con un grande carico di aspettative per la pace e la crescita economica. La città diventava capoluogo di provincia, ottenendo la patente di città regia con diritto di un proprio rappresentante presso la congregazione regionale di Venezia.

  • La Vangadizza e la Lessinia

    La Vangadizza e la Lessinia

    Che la Vangadizza avesse avuto possedimenti in Lessinia era abbastanza noto tra gli studiosi, ma che cosa l’abbazia badiese avesse fatto di importante nella zona pedemontana lo ha recentemente chiarito Marco Pasa nell’ambito del X Convegno di Studi Vangadiciensi¹, partendo da un articolo a suo tempo pubblicato da Giulio Scassani relativo in particolare alla chiesa lessinica di S. Salvar, (o Salvator) Corte Regia di Verona che venne fatta edificare – scriveva Sancassani – da Berengario I re d’Italia nell’anno 915.

    Lo storico veronese Marco Pasa ha poi trovato nell’Archivio Vangadiciense nuovi interessanti elementi: “Che hanno finito col porre in evidenza il fondamentale contributo, offerto dall’Abbazia di santa Maria di Vangadizza e dal monastero di San Salvaro di Corte Regia che le fu donato dal duca di Baviera Guelfo nel 1073. Bene poi confermato da papa Callisto II con bolla del 1123 e sino al 1486 strettamente legato alla istituzione polesana”.

    “Una delle aree dove si sono maggiormente sviluppati gli interessi dell’abbazia polesana in territorio veronese – chiarisce Pasa – è infatti l’area di Cancello nella cui giurisdizione erano collocate tanto la zona delle antiche Saline di età romana, quanto quella della boscosa Piegara, sino a giungere a Roverè, celebre per essere stato il primo villaggio “cimbro” dell’Altopiano dei XII Comuni veronesi. E’ infatti proprio in quest’area che si concentravano buona parte delle proprietà fondiarie che le più importanti famiglie della nobiltà guelfa veronese, come i Lendinara e i Sambonifacio, costrette all’esilio e alla migrazione verso le terre polesane dalla sconfitta nella battaglia della Braida; ed è presso l’abbazia di santa Maria che trovano rifugio. La storia dell’area e di conseguenza anche i preziosi atti conservati in parte presso l’Archivio del Sodalizio Vangadiciense di Badia Polesine, in parte presso l’Archivio di Stato di Verona, assumono quindi fondamentale importanza nella ricostruzione non solo della storia dell’area prealpina ma anche della stessa storia degli Scaligeri come signori di Verona”.

    Per successive donazioni, San Salvaro Corte Regia di Verona amplia la sua presenza in Lessinia e per contro aumenta in quest’area l’importanza della Vangadizza “proprietaria” del monastero veronese.

    Lasciamo da parte le vicende politiche per soffermarci sulla conseguente, diremmo oggi, urbanizzazione della Lessinia sottoposta al controllo di San Salvaro Corte Regia che è diretto dalla Vangadizza.

    Se cresce la presenza di persone in un luogo, necessariamente c’è bisogno di viabilità e su questo aspetto al convegno Marco Pasa arriva alla svolta: “La via alla Lessinia è aperta. A partire dal primo decennio del Duecento l’area di Cancello, Varano e Morago viene sempre più popolandosi con il considerevole apporto anche di “cimbri” (toponimi come “Hebene”); alla metà del secolo tutti e tre i centri si sono dotati di case e torri a difesa della via Carbonara. Si moltiplicano i toponimi, la via ai pascoli lessinici è resa sicura. Nel 1287 c’è la fondazione di Roverè, prima colonia “cimbra” della Lessinia, che si presenta come tappa successiva nel consolidamento della direttrice che sale al passo Portica per scendere poi in valle dei Ronchi a monte delle Chiuse d’Adige”.

    Quindi l’intervento della Vangadizza, attraverso San Salvaro di Corte Regia, si concretizza nella realizzazione della viabilità principale in Lessinia; e Pasa spiega:

    “L’asse viario portante è costituito dalla via Carbonara che sostanzialmente segue l’attuale percorso della Montorio-Roverè. Nel territorio di Cancello giunge da Trezzolano, nella contrada della Palude di fronte a beni degli eredi di Domenico Lora e a diritti del comune di Trezzolano, si dirige sino ad una pietra detta la Pietra Bianca sulla quale è scolpita una croce, e qui confina con diritti di Magrano di fronte a diritti dello stesso comune di Moruri con Magrano e di Andrea de Rossi per proseguire per Roverè attraversando i territori della Piegara e delle Saline.

    Anche allora a Mizzole la strada si biforcava dando origine alla Via Grande che risaliva la valle di Squaranto e, passando da Pigozzo, ripercorreva l’attuale Pissarotta. Alla luce delle fonti di San Salvaro, siamo di fronte ad un progetto razionale ed integrato.

    La colonizzazione “cimbra” è operazione concertata, pianificata come viene confermato anche da miei recentissimi studi relativi all’area di Cancello – Castagnè, vera e propria porta alla Lessinia e condotti sulla scorta di documenti custoditi sia presso l’Archivio di Stato di Verona, sia presso l’Archivio di Santa Maria della Vangadizza, area di rifugio dei fuoriusciti “guelfi” veronesi”.

    I rilievi di Pasa mettono perciò in luce l’importanza della Vangadizza nel creare la prima viabilità in Lessinia e quindi favorire gli iniziali interventi di urbanizzazione e il collegamento con Verona.

  • Sulle tracce di Michele da Firenze

    Sulle tracce di Michele da Firenze

    Il tema della XXI Settimana dei Beni Culturali in Polesine, dedicata al Medioevo e la recente inaugurazione del Museo Diocesano presso la Cattedrale di Adria ci danno l’occasione per riscoprire la presenza tra Adige e Po delle opere di Michele Dini da Firenze (1385-1455 ca) – “plasticatore ripetitivo ma non privo di gusto” secondo il giudizio dello storico dell’arte Leobaldo Traniello – attivo verso la metà del XV secolo nell’allora Ducato estense.

    Michele da Firenze in Polesine

    Alla fine degli anni ’30 del XV secolo, nello stesso periodo in cui ebbe ad occuparsi a Ferrara dell’ancona di S. Maria di Belfiore (vedi scheda), l’artista fiorentino Michele Dini giunge in Polesine per realizzare il gruppo scultoreo noto come il Polittico di Raccano, paese all’epoca sede di Podestaria estense. L’opera, La Vergine con Bambino e Santi, concepita per l’antica chiesa romanica posta sulle sponde del Poazzo, consiste in una terracotta dipinta (190 x 143,5 x 21 cm), originariamente policroma.

    E’ caratterizzata da cinque cuspidi e cinque scomparti dal modellato incisivo, con diretti richiami a Jacopo della Quercia e a Lorenzo Ghiberti. I soggetti raffigurati sono: la Madonna che regge il Bambino benedicente (più grande, al centro) sovrastata dalla Crocifissione con la Vergine e S. Giovanni Evangelista nel triangolo della cuspide; S. Giovanni Battista (a sinistra, in veste di pelliccia) sovrastato da busti di angioletto (tipico di Michele) come gli altri scomparti; S. Girolamo; S. Agostino; una Santa monaca (S. Caterina da Siena o S. Chiara), mentre le colonne tortili ai lati riportano le figure dell’Arcangelo Gabriele (a sinistra) e dell’Annunziata (a destra).

    Il polittico di Raccano, attribuito per la prima volta alla mano del plastificatore fiorentino da Giuseppe Fiocco – il quale ne ipotizzò il trasporto da una chiesa estense, anche se non vi è da escludere un rapporto diretto con la Curia adriese (il monastero di Gavello, dove si conserva un’altra opera di Michele, aveva giurisdizione fino a Bosaro) – viene citato nei verbali delle visite pastorali come opera «di antica data e di mano valente» a partire dal XVII secolo («palla antiqua», 1604), nella «capellula» dedicata alla B.V. della Litiga, mentre al XIX secolo risale la bella custodia protettiva, voluta dai nobili Selmi.

    Oggi nell’antica chiesa, dove il polittico era originariamente ospitato, vi è una riproduzione fotografica a grandezza naturale. Per ragioni di sicurezza e migliore conservazione, l’opera è stata infatti collocata presso Palazzo Roverella, nel contesto della Pinacoteca dell’Accademia dei Concordi di Rovigo, dove è opportuno recarsi per ammirarla.

    La tappa successiva del nostro itinerario, dopo Raccano e Rovigo, ci porterà nella Basilica arcipretale della B.V. delle Grazie di Gavello: nella chiesa, ricostruita tra il 1711 ed il 1787 sotto il giuspatronato dei Foscari – Gradenigo, è conservata una preziosa Madonna col Bambino, pure attribuita a Michele e risalente attorno al 1440.

    Già antica sede abbaziale, Gavello conobbe, nel 1425, la soppressione e la trasformazione in Commenda, con il titolo di abate assunto da ecclesiastici non residenti, tra cui, nel XV secolo, molti membri di Casa d’Este, come Giurione degli Estensi, che fu abate di Gavello tra il 1430 e il 1483.

    Risale a questo periodo la terracotta dipinta (103 x 52 cm): la scultura, raffigurante la Vergine col Bambino sullo sfondo di un trono, suggerito da un drappo dorato sostenuto da due angeli, appartiene alla maturità dell’artista toscano, evidente nella ripetizione di schemi figurativi tipici della sua produzione.

    La terracotta, ridipinta più volte e «formata d’uno stucco robustissimo», riprende un soggetto, quello delle Madonne col Bambino ed angeli reggi-cortina schematizzati, visibile in numerosi altari della stessa epoca. Tra gli elementi caratteristici dell’opera, la comparsa della conchiglia absidale con fregi gotici alla sommità della nicchia, la mobilità scattante del Bambino, che evidenzia un legame con la cultura plastica di Jacopo della Quercia e l’elegante grafia decorativa dei panneggi, nella quale la sensibilità gotica si fonde con l’ambiente pittorico veneto. Il recente restauro, come è stato sottolineato, «con il recupero di ampi brani della originaria policromia, consente di cogliere come nella Madonna di Gavello siano particolarmente significativi i punti di contatto con le opere pittoriche dell’epoca. Assai simile a un dipinto su tavola doveva apparire la Madonna che, in veste di lacca e coperta da un manto bianco dai motivi stellati e dai risvolti turchini, si stagliava su un fondale azzurro, decorato da astri blu e popolato di angeli dai drappi rossi. Ancora, la preziosità della pittura coeva è suggerita dalla presenza di numerose tracce di doratura, oltre che dal fascio di luce aurata che ancora brilla in petto alla figura della Vergine».

    Nel suo opuscolo sulla storia della Parrocchia, edito nel 1914, don Bellino Bellinazzo non mancava di sottolineare riguardo alla scultura che «la prodigiosa immagine (…) da vari secoli è oggetto di speciale divozione non solo per i gavellesi, ma anche per i forestieri».

    In effetti, come testimoniano concordemente le fonti, l’immagine, posta già all’epoca sopra l’altar maggiore, fu oggetto, sin dall’epoca di costruzione della primitiva chiesa da parte del conte Gilioli, di pellegrinaggi devozionali e richieste di grazie (nella visita pastorale del 1659 il vescovo mons. Bonifacio Agliardi segnala la presenza di ben 51 ex – voto di fronte all’immagine miracolosa), fenomeno che costrinse il vescovo di Adria Gerolamo di Porcia, nel 1603, ad aprire un processo canonico per accertare la veridicità dei miracoli attribuiti all’intercessione della Vergine di Gavello, che ancor oggi veglia sui fedeli della piccola comunità polesana.

    L’ultima tappa di questo percorso ci conduce infine presso gli spazi della Cattedrale Vecchia di San Giovanni ad Adria, dall’ottobre scorso sede del nuovo Museo Diocesano. Tra i circa duecento pezzi tra frammenti lapidei ed oggetti sacri non più d’uso liturgico presenti nella collezione e risalenti ad un periodo compreso tra l’XI ed il XIX secolo, documentando così l’intera storia cristiana della Diocesi, spiccano i resti di due importanti composizioni quattrocentesche:

    i frammenti dell’anonimo Maestro del monumento Fava, attivo ad Adria tra il 1440 ed il 1460

    le statue del Polittico della Madonna della Vita, opera attribuita a Michele da Firenze e realizzata sempre tra il 1438 ed il 1440¹.

    I frammenti dell’immagine in cotto, con Santi ed elementi architettonici (Crocifissione con Madonna e S. Giovanni, S. Pietro, S. Agnese, S. Cristoforo, S. Antonio Abate, S. Stefano, S. Lorenzo o S. Leonardo, Angelo Annunciante, Vergine Annunciata, Angelo, Vergine dolente, torso S. Giovanni, S. Paolo), unici superstiti di probabili altre due – quattro ancone affini, vennero collocati su un altare dedicato alla Madonna della Vita dal dotto vescovo Germanico Mantica (1633 – 1639) nel 1634. Le cronache adriesi del Bocchi ci informano che in quella circostanza venne organizzata dal presule una «suntuosa processione» durante la quale, nella piazzetta di S. Nicola, venne recitato un «dialogo in versi grossolani» sulla vita di Gesù tra due donne raffiguranti Marta e la Maddalena.

    Immagini simili a quella della Cattedrale, sempre a detta del Bocchi, si trovavano nell’«esteriore muraglia» del Monastero delle Agostiniane di Adria e sulla facciata della chiesa di S. Stefano, di obbedienza gavellese, fondata nel 1221 e soppressa nel 1806.

    I frammenti, rimossi dal vescovo Mora nel 1762, vennero quindi in parte dispersi, in parte giunti in abitazioni private cittadine, in parte in collezioni museali del Veneto (Museo Civico Bailo di Treviso) e straniere (Kunstmuseum di Heidelberg).

    Il nucleo attuale superstite, conservato per lungo tempo al Museo Bocchi, venne infine portato nella soffitta della Cattedrale nel 1966, per confluire infine nell’attuale allestimento museale.

    Preziose testimonianze del gotico internazionale in terra padana, le sculture polesane del maestro fiorentino confermano l’importanza del territorio tra Adige e Po anche in età medievale, al centro di traffici commerciali, interessi strategici e conflitti sanguinosi, costituendo, ai giorni nostri, ulteriore motivo di visitazione turistica.

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