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Archivi: Articoli d’archivio

  • La Biblioteca Civica di Bagnolo

    La Biblioteca Civica di Bagnolo

    Il 12 Marzo 2015, è stata riaperta al pubblico, dopo alcuni anni di chiusura, la biblioteca civica “L. Ariosto” di Bagnolo di Po, grazie ad una convenzione stipulata tra la locale Amministrazione Comunale e la Cooperativa Turismo & Cultura di Rovigo.

    Da Gennaio a Marzo 2015 si è svolto un lavoro preliminare e di ricognizione, per capire quale fosse lo stato del patrimonio librario e quali fossero i primi interventi da attuare in vista della riapertura della biblioteca: in primis la catalogazione non solo cartacea ma anche elettronica di tutti i libri presenti nella biblioteca. Il materiale librario, già catalogato e non, ammonta a circa 7000 volumi, suddivisi fra narrativa per bambini, ragazzi e adulti; libri di storia locale; enciclopedie.

    Il servizio presso la biblioteca e il lavoro di catalogazione è stato assegnato ad operatori della Cooperativa che hanno permesso di garantire al pubblico un’apertura costante della biblioteca: ogni giovedì dalle 15.00 alle 18.00. Si sono potuti così riattivare alcuni servizi utili alla comunità: la consultazione, il prestito locale e l’iscrizione alla biblioteca degli utenti che da marzo hanno ripreso a frequentarla. Attualmente il numero di iscritti ha superato la trentina.

    L’attività della Commissione di Biblioteca

    La biblioteca di Bagnolo opera in stretto contatto con l’Amministrazione comunale anche per garantire diverse attività che vengono svolte grazie ad un Comitato di gestione che si compone di cinque persone: Gessica Budri (Presidente), Ugo Gallani, Francesca Romanini, Giuliano Ponzilacqua e Massimo Vigna; referente per l’Amministrazione comunale è l’Assessore alla cultura, Chiara Magaraggia.

    Il Comitato ha permesso di realizzare una serie di iniziative culturali che hanno suscitato interesse da parte della comunità per i temi trattati.

    Il 12 Marzo 2015, alla cerimonia di riapertura, presenti il sindaco, il vice sindaco e l’assessore alla cultura, hanno partecipato anche le scuole del Paese: la Scuola dell’Infanzia “San Gottardo” e la Scuola Primaria “A. Calzavarini”, rappresentate dagli alunni di alcune classi.

    In occasione della Giornata Nazionale contro tutte le Mafie, la biblioteca con la collaborazione del Comune di Bagnolo di Po, ha organizzato presso il Centro Polivalente “don Giuseppe Puglisi” di Runzi, una conferenza sul tema “Etica, Legalità e Giustizia come fondamento della civile convivenza nella società di oggi”, relatori: il Procuratore Capo, presso la Procura della Repubblica del Tribunale di Rovigo, Dott. Carmelo Ruberto e il Consigliere Religioso “Tenda Onlus” di Lendinara, Don Wanni Manzin; a fare da moderatore della serata il Capo Redattore de “Il Resto del Carlino” di Rovigo, Dott. Carlo Cavriani.

    Ricordiamo poi la “Biciclettata di Primavera 2015”, organizzata il 19 Aprile, che ha coinvolto molti concittadini in un percorso che, partendo da piazza Marconi (Bagnolo di Po), ha poi condotto i partecipanti ad un’interessante visita guidata della Chiesa di Presciane, della Basilica di San Bellino, fino alle meravigliose produzioni artistiche della Vetreria Tomanin, per poi concludersi a Runzi con un rinfresco offerto dall’Amministrazione.

    Non possiamo dimenticare il bel pomeriggio di Domenica 3 Maggio, quando in Biblioteca, durante la Fiera di San Gottardo, si è organizzato un concorso di pittura, aperto ai bambini delle scuole, dal titolo “Coloriamo la Fiera”: la giornata ha visto la partecipazione di numerosi bambini che con impegno ed allegria hanno realizzato interessanti e apprezzati disegni, giudicati e premiati da una qualificata giuria artistica.

    Anche quest’anno la Commissione di biblioteca e l’Amministrazione Comunale hanno offerto alla comunità la possibilità di trascorrere quattro serate (ogni giovedì sera di Agosto) con la visione di un film all’aperto nell’ambito dell’evento “Bagnolo sotto le stelle”. La rassegna ha visto la proiezione dei film: “Il ricco il povero e il maggiordomo” di Aldo Giovanni e Giacomo; “Non sposate le mie figlie” di Philippe de Chauveron; “Un boss in salotto” di Luca Miniero; “Up” di Pete Docter e Bob Peterson. La rassegna si è conclusa con una serata solidale (ricordando Luigi Smolari), dedicata al teatro: è stata messa in scena la commedia brillante “Ma se ghe ciàpo” a cura della locale Compagnia teatrale “Allegra baraonda” per la regia di Luigi Ghirotti; il ricavato è stato devoluto alle associazioni AVIS e AIDO di Bagnolo di Po per l’edificazione della nuova sede sociale.

    Progetti

    A quasi un anno dalla riapertura l’intento è quello di incentivare maggiormente le attività attraverso la realizzazione di un percorso che non veda la biblioteca solamente come luogo di lettura ma anche come punto di incontro per imparare a stare insieme, attraverso il dialogo, il gioco, la creatività e la lettura.

    Per fare questo occorrerà avanzare proposte sempre nuove con un atteggiamento di ascolto nei confronti di tutta la comunità.

    Con questi presupposti, la biblioteca di Bagnolo ha già sperimentato un primo approccio con i bambini del paese attraverso la collaborazione con la Scuola dell’Infanzia “San Gottardo”, già curatrice dell’animazione estiva in Paese. Si sono svolti quattro incontri pomeridiani (nei mesi di giugno e luglio), ciascuno di un’ora e mezza, durante i quali si è voluta sviluppare la conoscenza da parte dei bambini (di età compresa tra i 6 e i 10 anni) del libro, con particolare attenzione alle favole. Durante questi incontri i bambini sono stati accolti in biblioteca, hanno partecipato alle letture, anche animate, e poi si sono messi alla prova con laboratori ludico-espressivi, attraverso l’uso di materiali semplici come cartoncini, immagini stampate, forbici colori e colla.

    Anche con la Scuola Primaria “A. Calzavarini” si è tenuto un primo incontro: la visita dei bambini di classe prima che hanno vissuto l’esperienza “biblioteca” toccando con mano i molti libri, seguendo la lettura di una storia e curando la realizzazione di un segnalibro, lavoro che poi si è concluso tra i banchi di scuola.

    Attualmente la biblioteca necessita che si prosegua, a pieno ritmo, con la catalogazione dei volumi, peraltro in continuo aumento grazie alle numerose donazioni da parte della cittadinanza, ma occorre anche allargare il fondo librario attraverso acquisti mirati che la Commissione di Biblioteca si propone di valutare nel corso del tempo. La scelta è quella di orientarsi su titoli legati al mondo dei bambini e dei ragazzi, nelle varie fasce d’età, ma anche la ricerca di autori locali che possano essere spunto per incontri d’autore aperti a tutta la cittadinanza, magari individuando specifiche serate a tema.

  • I cinquant’anni della Malvi Cervati

    I cinquant’anni della Malvi Cervati

    “La felicità non viene dal possedere un gran numero di cose, ma deriva dall’orgoglio del lavoro che si fa”: questa filosofica massima del Mahatma Gandhi è riportata nelle premesse del volumetto celebrativo dei cinquant’anni di attività della Malvi Cervati s.a.s , impresa presente sul mercato mondiale nell’import-export dell’aglio.

    L’interessante pubblicazione, in lingua italiana ed inglese, dal titolo “Alle radici di una storia: Malvi Cervati una vita, un’azienda”, racconta le vicende della nascita e dello sviluppo di un’industria polesana di livello internazionale, nata grazie allo spirito imprenditoriale, all’inventiva ed al coraggio di un giovanissimo polesano che cinquant’anni fa ebbe la felice intuizione di valorizzare uno dei più significativi prodotti agricoli della nostra terra, l’aglio, chiamato familiarmente “oro bianco”.

    Il racconto, piacevolmente autobiografico, prende avvio dal 1965, in occasione della visita alla Borsa Merci di Bologna del diciottenne Malvino Cervati, allora studente di ragioneria, che accompagnava il padre, commerciante in grano e cereali, ad uno dei periodici conferimenti.

    Nella presa di coscienza che il commercio paterno costava molta fatica e scarso guadagno, il giovane Malvi, attento a valutare altre opzioni per un’attività complementare più remunerativa, aveva in precedenza conosciuto a Rovigo un’azienda che commerciava l’aglio fin dagli anni ’40.

    Per un giovane, già dotato di spirito intraprendente, il contatto con una realtà commerciale di grande rilevanza come il mercato ortofrutticolo di Bologna, agisce da stimolo per cercare di integrare l’attività di famiglia con l’offerta dell’eccellente aglio polesano.

    Con la sfrontatezza – come egli la definisce – della giovane età, Malvi Cervati prende contatto con gli operatori del settore e torna da Bologna con il primo successo: un contratto per la fornitura di un camion del pregiato prodotto agricolo che gli garantisce, alla prima consegna, un guadagno di ben duecento mila lire, cifra per quel periodo, assai ragguardevole.

    La vendita di Bologna accende il fuoco dell’iniziativa in questo giovane studente di Ragioneria, che, con il fondamentale appoggio del padre, pensa a nuovi obiettivi. Una volta consolidato il rapporto con la città emiliana, il successivo mercato da conquistare era rappresentato da Milano, il cui ortomercato era già uno dei fiori all’occhiello dell’Italia laboriosa e poteva rappresentare lo sbocco verso l’estero.

    Detto fatto, stabilito il rapporto con la ditta Peviani, azienda tra le più grandi del Paese nel commercio dei prodotti ortofrutticoli (a cui Malvi deve gran parte della sua formazione soprattutto per il metodo di confezionamento del prodotto) in breve tempo gli ordinativi arrivano a 100 quintali per volta, consentendo l’aumento delle dipendenti a 15 unità e l’ampliamento della sede della Ditta in un magazzino precedentemente utilizzato per lo stoccaggio delle granaglie.

    Dopo Milano, l’intraprendente Malvi si lancia sui mercati del settore di Torino, Genova, Firenze, Udine e Trieste, trasformandosi, come egli ama definirsi, nel “commerciale di sé stesso”. La collaborazione con il padre in questo periodo risulta indispensabile: mentre il giovane si occupa di prendere i contatti e di girare l’Italia, il genitore coordina le spedizioni ed i contatti con i produttori di aglio e cerali del territorio.

    Nel racconto autobiografico di Cervati non manca tuttavia l’aspetto umano e sentimentale: se è vero che vicino ad un grande uomo c’è spesso una grande donna, l’omaggio di Malvi alla moglie, madre dei suoi figli, è incondizionato, con il riconoscimento che, senza di lei, egli non avrebbe mai raggiunto gli attuali, prestigiosi obbiettivi imprenditoriali. Sposatosi giovanissimo nel 1968 con Maria Grazia, diventa padre di due figli, Alessandra e Roberto, future colonne portanti dell’azienda.

    Malvi frattanto punta ad un mercato internazionale, ma l’ottenimento in sede locale della licenza per commerciare con l’estero incontra in loco qualche difficoltà: l’infaticabile Malvi si rivolge quindi direttamente al Ministero competente a Roma e, grazie anche all’intervento di un noto personaggio politico polesano, ora scomparso, ottiene in breve tempo, nel 1971, l’agognato “pezzo di carta”.

    L’attività con la Francia assume in breve un importante sviluppo, tale da consentire l’aumento della manodopera con l’assunzione di altre quindici donne e l’ampliamento della sede di lavoro con altri due stabilimenti.

    Consolidato il mercato francese, l’attenzione di Malvi si rivolge quindi alla vicina Germania ed in particolare ad una ditta specializzata nelle forniture a grandi supermercati, disponibile ad importare l’aglio polesano.

    Ma la Germania, dal punto di vista dei trasporti, gode di un’organizzazione logistica diversa, in quanto le merci viaggiano principalmente a mezzo ferrovia: l’Azienda deve quindi adeguarsi al sistema tedesco e predisporre la partenza dei containers che, dalla stazione ferroviaria di Lama, via Rovigo, vengono dirottati alla stazione di Bologna per lo smistamento presso le varie destinazioni.

    L’innato impulso a progredire ulteriormente, suggerisce all’oramai affermato imprenditore l’idea di introdurre la commercializzazione di altri prodotti agricoli, quali le fragole ferraresi e le carote di Chioggia e Rosolina al fine di consentire un ciclo continuo dell’attività nei mesi di fermo dell’aglio e di dar modo, nel contempo, agli oramai 50 dipendenti, di poter lavorare quasi tutto l’anno.

    Ma quando tutto sembrava andare per il meglio, con frequenti viaggi in giro per l’Europa e Maria Grazia a casa al lavoro ed allevare i figli, un tragico evento impone un doloroso stop alla frenetica attività imprenditoriale: nel 1973, di ritorno da un viaggio in Germania, un pauroso incidente stradale causa la morte dell’autista e il grave ferimento di Malvi stesso.

    Il trauma, non solo fisico subìto, ed i lunghi mesi di ricovero in ospedale rappresentano, secondo l’Autore, un doloroso momento di riflessione sulla caducità della vita ed un serio esame delle priorità esistenziali che fino ad allora erano rappresentate soprattutto dall’Azienda.

    Nel contempo, ripensando agli obbiettivi che si era posto, una volta consolidata la “piazza” tedesca, Malvi prende in considerazione la possibilità di esportare l’aglio oltreoceano. Dai primi contatti ha tuttavia la sensazione che il mercato americano non sia ancora pronto a recepire l’offerta, mentre trova terreno favorevole nella Cuba di Fidel Castro con la quale, grazie all’Ambasciata cubana di Milano, allaccia proficui rapporti commerciali.

    Arrivati alla fine degli anni settanta, le premesse che il nuovo decennio fosse foriero di benessere e di sviluppo economico, così come rilevato dai continui contatti con la Germania, fa balenare all’intrepido imprenditore l’idea di rilevare una catena di supermercati ove investire proficuamente gli utili; ma il progetto rimane sulla carta anche per la contrarietà dei genitori che preferivano acquistare terreni per la coltivazione dell’aglio da esportare.

    Gli anni ottanta sono anni di grande crescita per l’azienda con la costruzione della nuova sede che passa da 1000 a 4000 metri quadrati per la lavorazione. Ma se l’attività di esportazione va a gonfie vele, rimane il problema della produzione agricola che in Italia è in costante calo.

    L’ulteriore internalizzazione della “Malvi Cervati” avviene quindi con il necessario approvvigionamento dell’aglio presso altri paesi esteri produttori, con il non trascurabile vantaggio che le naturali condizioni climatiche stagionali consentono la raccolta in mesi diversi: in Andalusia, ad esempio, la produzione comincia a Giugno mentre in Egitto si inizia la raccolta nel mese di Marzo. Ed è così che l’Azienda è in grado di importare, lavorare ed esportare il prodotto dodici mesi su dodici.

    Nella costante ricerca di nuovi paesi produttori, Malvi prende contatto anche con l’Argentina ove la produzione inizia già a Dicembre, rendendo disponibile l’aglio nel Gennaio successivo. Ma un capitolo a parte merita l’immensa risorsa dell’agricoltura cinese il cui aglio monobulbo costituisce, non solo qualitativamente, un’importante opzione nell’approvvigionamento del prodotto.

    Nel gennaio del 1994 nasce la nuova Società con l’ingresso dei figli Roberto ed Alessandra che danno nuovo impulso all’attività, cresciuta negli anni con l’individuazione di nuovi mercati e di nuovi produttori.

    Ora, a cinquant’anni dalla felice intuizione del fondatore, la Malvi Cervati s.a.s ha 35 dipendenti, uno stabilimento tecnologicamente avanzato, un fatturato consolidato di 20 milioni di Euro annui e la commercializzazione di 8.000 tonnellate l’anno di merce su scala mondiale.

    P.S. Ora che l’Azienda è saldamente diretta dal figlio Roberto, coadiuvato dalla sorella Alessandra, Malvi potrà finalmente dedicarsi maggiormente alla sua grande passione per il calcio, in particolar modo per quello polesano del quale è stimato dirigente, oltre ad agire come sponsor commerciale della Femi-Cz Rugby Rovigo Delta.

  • Il chitarrista Daniele Gottardo

    Il chitarrista Daniele Gottardo

    L’anno scorso è uscito il suo secondo album strumentale dal titolo “Non temperato” che ha interamente scritto, arrangiato e prodotto. Si è avvalso, durante le registrazioni fatte allo studio Nfrs di Ugo Bolzoni, di un ensemble orchestrale di 15 elementi, tra i quali c’è anche qualche musicista rodigino.

    Con questa sua seconda fatica Daniele Gottardo, rodigino, classe 1983, si è consacrato fra i musicisti più talentuosi al mondo. Tanto che ha ricevuto recensioni lusinghiere, sia in Italia che dall'estero. Non da ultimo, l'icona e Guitar Hero della chitarra elettrica Steve Vai ha annunciato ufficialmente in rete che ritiene Daniele Gottardo il suo chitarrista preferito, scrivendo: “Eilà gente, spesso mi chiedono chi sia il mio giovane chitarrista preferito. Bene, eccolo qui Daniele Gottardo. E' italiano, lo seguo da parecchio tempo. Ha un tocco elegante, una splendida intonazione, stile innovativo ed onora la melodia. Godetevelo ed ascoltate il suo nuovo disco, è una vera delizia.”

    La notizia ha fatto subito il giro del mondo e messo in subbuglio gli appassionati della seicorde, inoltre le più prestigiose ed importanti riviste americane del settore musicale hanno condiviso questo annuncio. Il video del brano Daydream, tratto dal suo cd ‘Non Temperato’ e pubblicato sulla pagina ufficiale Facebook di Daniele ha avuto quasi 200.000 visualizzazioni! Una bella soddisfazione per Daniele ma anche per tutta la realtà chitarristica italiana.

    Nel 2011 Daniele Gottardo, appena diciottenne, è stato ad Amsterdam, partecipando al concerto al Centro Spettacoli Patronaat di Haarlem e partecipando alla 6 ore di grande musica rock, metal, fusion, portando il proprio stile neo-romantico. L'esibizione di Daniele, accompagnato per l'occasione da Martin Miller (Germania) alla chitarra ritmica, da Federico Solazzo di Padova alle tastiere, da Atma Anur (USA) alla batteria ed al basso da Frank Hermanny (Francia), è stata molto apprezzata ed applaudita.

    L’evento voleva ricordare Jason Becker, colpito all'età di 20 anni, cioè nel momento più importante della sua carriera artistica, dalla Sclerosi Laterare Amiotrofica e ha voluto raccogliere fondi proprio per la ricerca. L’appuntamento in musica ha visto Becker collegato da S. Francisco via Skype per assistere allo spettacolo in diretta. Jason è uno dei rari casi al mondo ad essere ancora vivo dopo ventidue anni di malattia e lui stesso ha dato il nome di “Jason Becker Not Dead Yet” al Festival, che si è svolto successivamente anche a S. Francisco. In quell’occasione Daniele Gottardo è salito sul palco con 12 chitarristi di fama internazionale: Guthrie Govan (UK), Stuart Hamm-basso (USA), Michael L. Firkins (USA), Mattias IA Eklundh (Svezia), Kiko Loureiro (Brasile), Atma Anur-batteria (USA), Marco Sfogli (Caserta), Stéphan Forte (Francia), Andy James (UK) e tanti altri. La sua presenza è stata espressamente richiesta da Jason Becker stesso. L’artista rodigino ha quindi eseguito un brano del musicista americano.

    Ma il curriculum di Daniele Gottardo è ricco di tappe importanti. Comincia a suonare la chitarra all’età di 14 anni, incuriosito da quella del padre, una Fender Stratocaster rossa che è ancora la sua chitarra preferita. All’età di 19 anni realizza per Playgame Music un video didattico, basato sulla sua personale tecnica di tapping a 8 dita. Si è poi laureato in una Accademia di musica italiana e continua ancora oggi il suo studio. Trae la sua ispirazione da chitarristi come Charlie Christian e Pat Metheney.

    Nel 2004 Daniele inizia la sua esperienza come chitarrista della cantante pop Alexia e fino al 2008 prende parte a spettacoli dal vivo. Dall’età di 21 anni insegna chitarra elettrica in diverse accademie italiane di musica e nelle scuole. Attualmente è un insegnante di chitarra elettrica per il MMI-Modern Music Institute e insegna in diverse regioni italiane.

    Il suo video su YouTube “Come sei veramente” è stato ispiratore del concorso “Reinterpretazione di Giovanni Allevi” al Salone di MEET a Milano. Daniele collabora dal 2005 con riviste italiane, che trattano argomenti di tecnica strumentale, armonia cromatica e opere di trascrizione. Sale sul podio alla finale di Guitar Idol 2008, il Concorso Internazionale di talenti online a livello mondiale tenutasi alla London International Music Show.

    Il Guitar Idol 2009 gli concede anche un riconoscimento per la sua tecnica a due mani e lo Steve Vai Award 2009. Ha realizzato il suo primo album strumentale nel 2012, Frenzy of Ecstasy in cui la sua bravura viene messa in evidenza. “Frenzy of Ecstasy” è disponibile per il download digitale in tutto il mondo, distribuito da Digital Nations. Poi, nel 2014 esce ‘Non Temprato’ e il suo successo si consacra ancora una volta a livello mondiale.

  • “Prospettive”

    “Prospettive”

    Tra le iniziative culturali e di intrattenimento dell’estate 2015, una particolare citazione merita “Prospettive, una rassegna cinematografica all’aperto, ideata dall’associazione culturale ZerOff, in collaborazione con Fondazione Banca del Monte di Rovigo che l’ha incoraggiata e sostenuta. Si è svolta dal 13 al 18 luglio 2015 in Piazzetta Annonaria a Rovigo, luogo intimo e raccolto in pieno centro storico, beneficiato da una perfetta resa acustica. Lo spazio attorno cui si affaccia il piccolo mercato coperto, per sei serate, tutte filate, ha accolto, partecipi e attenti, circa centocinquanta spettatori per serata offrendo una qualificata offerta culturale nel periodo estivo ad una città che, a tutt’oggi, si trova senza cinema.

    Alla sua prima edizione, “Prospettive” ha presentato un programma coraggioso su un tema quanto mai attuale, la famiglia: la famiglia italiana, nello specifico, vista attraverso l’occhio di alcuni dei più grandi registi nazionali.

    “Prospettive” ha inteso tracciare un percorso storico e cinematografico raccontando la trasformazione delle complesse e delicate dinamiche che si muovono all’interno del nucleo familiare. La figura genitoriale, il disagio, le aspettative, le scelte mancate o quelle sbagliate, le inquietudini, le diversità psicologiche e intellettuali, l’incomunicabilità, il sentimento, che fanno parte di quell’intricato sistema di relazioni ed emozioni che è la famiglia, sono stati i temi portanti rappresentati.

    L’obiettivo non era solo quello di allietare il pubblico con la proiezione, per altro di grandi maestri o di talentuosi giovani registi, ma anche di proporre approfondimenti dal punto di vista critico e socioculturale. Ogni pellicola, infatti, per quanto riguardava il tema sociale, è stata introdotta da psicologi, avvocati, docenti, rappresentanti delle associazioni di volontariato territoriale.

    Alcuni dei più importanti nomi della critica cinematografica locale e nazionale, Roberto Chiesi, responsabile del centro studi archivio Pasolini della Cineteca di Bologna, e Gabriele Veggetti, curatore dell’attività del cineclub Schermi & Lavagne sempre per la Cineteca di Bologna, hanno rispettivamente aperto e concluso la prima edizione della rassegna: Si sono inoltre alternati nelle presentazioni introduttive alle proiezioni i rodigini Alberto Gambato, film maker vincitore di svariati premi in ambito nazionale, Alessandra Chiarini, giovane ricercatrice in studi cinematografici presso l’Università di Bologna, e Andrea Tincani, studioso ed esperto di cinema, inoltre Marco Sgarbi, direttore artistico del Teatro di Occhiobello e del nascente teatro Ferrara Off.

    In un’atmosfera familiare quale suggestione del luogo, una sorta di salotto cittadino, gli spettatori attendendo che il sole scendesse definitivamente, stavano seduti davanti allo schermo bianco. Mentre il telo si illuminava delle proiezioni con i volti noti e meno noti del grande cinema, il pubblico concentrato metteva in moto emozioni, pensieri e riflessioni. Vicini, ma lontani, le automobili, i campanelli delle bici, il vociare della città. Voleva essere anche questa l’essenza di “Prospettive”.

    L’entrata, grazie al sostegno della Fondazione Banca del Monte di Rovigo, era libera in quanto l’idea degli organizzatori è stata propriamente quella di offrire l’accesso all’iniziativa culturale a tutti. I posti a sedere sono stati gremiti dal pubblico informato ma anche da chi – capitato a passare di lì, sbirciasse timido dalle porte della piazza o entrato spavaldo a vedere di che cosa si trattasse – decidesse di restare.

    La proposta delle proiezioni in rassegna ha spaziato dalle risate di Io so che tu sai che io so con Monica Vitti e Alberto Sordi (regia di Alberto Sordi), prima proiezione in programma, a La Famiglia (di Ettore Scola) e Padre Padrone (dei fratelli Taviani), capolavori intensi e diretti. Al centro del cartellone anche due interessanti opere prime che legano il territorio lagunare e polesano alla produzione cinematografica nazionale: il poetico Io sono Li di Andrea Segre, regista nato a Chioggia, dove pure è stato girato il film, e Zoran il mio nipote scemo di Matteo Oleotto, la cui sceneggiatura vede tra i creatori anche Daniela Gambaro di Adria. Infine, un’ulteriore ancora al territorio con Gli occhiali d’oro di Giuliano Montaldo, tratto dall’omonimo libro dello scrittore ferrarese Giorgio Bassani.

    In conclusione, “Prospettive – I edizione” può essere considerata la realizzazione di un’idea culturale forte e concreta che ha ottenuto l’obiettivo di aver riportato il cinema in città – il cinema d’autore all’aperto, dopo tanta assenza – di aver offerto, gratuitamente, un diversivo all’estate rodigina, di aver valorizzato un luogo storico, di avere contribuito a creare un’occasione di coesione sociale (oltre al pubblico anche diversi enti e realtà imprenditoriali, commerciali ed associative hanno condiviso il progetto), ad avviare discussioni e confronto, e ad emozionare.

  • Katia Ricciarelli a Taglio di Po

    Katia Ricciarelli a Taglio di Po

    Il Polesine ha reso omaggio ad una delle sue figlie più illustri. Sembrava di essere a una prima teatrale, a Taglio di Po, per l’incontro con Katia Ricciarelli: scroscianti applausi e pubblico in piedi al suo apparire nello splendido giardino di Villa Fregnan-Mischiatti. Un appuntamento, questo, ideato nell’ambito della 5^ edizione di Estate con l’Autore dall’associazione culturale “Taglio di Po nel cuore”, che ha invitato la Ricciarelli a presentare il suo libro “Da donna a donna. La mia vita melodrammatica”.

    Accompagnata dalla sua inseparabile cagnolina Doroty, di fronte ad un pubblico di oltre 450 persone, la apprezzata cantante è stata accolta da Layla Marangoni, ideatrice della serata. E nel raffinato salottino, appositamente predisposto, Katia si è concessa con grande disponibilità al fuoco di fila delle domande del conduttore Leandro Maggi.

    Carriera, successi, amori, delusioni, gossip, aneddoti e racconti di vita vissuta, intercalati da accenni di arie operistiche e conditi da spiritose espressioni in dialetto rodigino, hanno creato subito feeling col pubblico.

    Dalle sue parole è emerso il profilo di una grande artista, che della perseveranza e dello studio ha fatto i sui cavalli di battaglia, con il fermo obiettivo di valorizzare al massimo lo straordinario dono della voce concessole da madre natura. Ne è uscito anche il ritratto di una donna dai colori forti: grazia e temperamento, che la Ricciarelli ha riversato a piene mani nel più ben difficile palcoscenico della vita.

    Nel libro, autobiografico, la soprano, nata a Rovigo – al Bassanello ha precisato- racconta della sua famiglia, poverissima, della mamma abbandonata dal marito arruolatosi come volontario nella campagna di Russia, del suo pigmalione, il generoso funzionario di banca Ludovico Pellegrini che l’aiutò a frequentare il Liceo a Rovigo e il Conservatorio a Venezia e che morì prima che lei cominciasse la sua carriera di cantante.

    Una vita, la sua, costellata anche da amori travolgenti, in particolare con il tenore Josè Carreras ed il presentatore televisivo Pippo Baudo con cui è stata sposata 18 anni. Ma contrassegnata soprattutto dal suo amore per il bel canto: dalle difficoltà dei primi tempi, alla sfolgorante carriera iniziata con il debutto nel 1969 ne La Bohème a Mantova, grandi successi ma anche alcune delusioni e rammarichi.

    E poi, snocciolati uno dopo l’altro, gli incontri con i grandi artisti degli anni ‘80-’90: Luciano Pavarotti, Placido Domingo, Mario del Monaco, Justino Diaz e Alfredo Kraus, con i direttori d’orchestra Von Karaian, Lorin Maazel, Riccardo Muti, Claudio Abbado, Zubin Metha e Carlos Kleiber, con l’Albertone nazionale, con i registi Franco Zeffirelli e Pupi Avati che l’ha voluta protagonista nel film La seconda notte di nozze, e infine l’orgoglio dichiarato di essere una polesana doc, “gente forte e coraggiosa”.

    Questo e altro ancora è stato raccolto, tradotto in sentimenti e fissato dalla penna dallo scrittore Marco Carrozzo, che ha collaborato alla stesura del libro, andato letteralmente a ruba, con gli acquirenti a fine serata pazientemente in fila per il prezioso autografo e l’immancabile foto.

    L’evento è stato altresì l’occasione per la tagliolese Gioia Crepaldi, recente vincitrice della 45^ edizione del concorso internazionale di Treviso “Toti Dal Monte”, di esibirsi, accompagnata al piano dal maestro Carlos Morejano, di fronte al pubblico di casa e all’illustre ospite e riceverne gli apprezzamenti.

    “E’ stata una serata proprio come la sognavo!” ha commentato una raggiante e soddisfattissima Layla Marangoni, cui va riconosciuto il merito di un’organizzazione impeccabile e curata in ogni minimo particolare. La serata, indimenticabile, si è conclusa con il taglio dell’artistica megatorta e un brindisi collettivo in onore dell’illustre signora della lirica italiana.

  • La casa natia di Benvenuto Tisi

    La casa natia di Benvenuto Tisi

    Evento eccezionale quello che ha avuto luogo il 6 settembre scorso a Garofolo di Canaro: l’inaugurazione ufficiale della casa natia di Benvenuto Tisi, detto il Garofalo, uno dei massimi artisti del maturo Rinascimento ferrarese. L’importante operazione di recupero ha costituito il giusto riconoscimento del grande sforzo profuso dall’amministrazione comunale di Canaro per il restauro dell’edificio ed un momento di meritata celebrità per Garofolo, borgata addossata al fiume Po, paese natale del pittore.

    Il restauro conservativo dell’edificio storico, in grave degrado, è diventato realtà dopo decenni di attesa, grazie all’approvazione del progetto – curato dall’architetto Massimiliano Furini – da parte dell’ex sindaco Claudio Garbellini.

    Ed è toccato poi a Nicola Garbellini, attuale primo cittadino e figlio del compianto ex sindaco, portare a termine il progetto dopo diversi studi progettuali e polemiche amministrative. L’intervento di riqualificazione dell’edificio, che è costato circa 800mila euro, è consistito nel consolidamento della struttura esistente e la ristrutturazione globale dell’immobile, finalizzata alla conservazione dell’assetto storicizzato della casa. Un’operazione – ha chiarito Nicola Garbellini – realizzata anche grazie al fortunato incontro tra suo padre e l’ingegner Luciano Zerbinati che si è attivato suggerendo una convenzione tra pubblico e privato sottoscritta dai gestori del parco fotovoltaico che sorge in zona.

    “Con questo complesso e impegnativo restauro – ha sottolineato il sindaco, Nicola Garbellini, nel suo discorso di apertura – si è voluto recuperare il contenitore, ma anche il contenuto, cioè la memoria storica e artistica di Benvenuto Tisi mediante quello che sarà il Muvig (Museo virtuale Garofalo) con cui, mediante le nuove tecnologie, si potranno ammirare le opere del Tisi, conservate nei musei più prestigiosi italiani ed esteri, come se fossero realmente presenti. Il progetto di questo museo, che sarà inaugurato nel 2016, è opera di un gruppo selezionato di professionisti di uno studio tecnico di Sestri Levante, guidati dall’architetto Davide Olivieri”.

    Il sindaco ha poi tracciato la storia recente dell’antica dimora del pittore (la sua famiglia vi risiedeva fin dal 1300), ricordando l’acquisto del bene storico da parte del Comune, nel 1998, con la volontà di recuperarlo e le iniziali difficoltà da parte della Soprintendenza alle Belle Arti, fino al via libera, nel 2008, e alla felice intuizione di Claudio Garbellini di realizzare un museo virtuale con la fedele riproduzione dei dipinti del Garofalo, provenienti dal Louvre, National Gallery o Ermitage. E ciò grazie alla consulenza di Zerbinati, che aveva allestito con successo, a Napoli, una mostra virtuale sul Caravaggio. Così l’aver individuato la giusta funzione della casa del Maestro, ha fatto in modo che anche i finanziatori di un parco fotovoltaico, a Canaro, in particolare la società Enersol Srl, accettassero di stanziare cospicue risorse per l’intervento di ripristino dello stabile e per il museo.

    In riferimento alla figura artistica ed umana di Benvenuto Tisi (1481-1559), interessante è stato l’intervento del critico Sergio Garbato, che ha lamentato il ridimensionamento della grandezza del pittore nato in riva al Po nel mondo dell’arte, dopo la scomparsa, forse dovuto alla sua persona, un po’ schiva e radicata soprattutto in provincia. “Chi ha criticato l’artista – ha osservato Garbato – non ha capito che egli, nelle sue opere, realizzava una felice sintesi fra i valori cromatici di Giorgione e Raffaello, di cui era anche amico personale, e gli influssi della scuola ferrarese di Dosso Dossi”.

    A seguire, la presentazione dei due progetti, quello del restauro strutturale e funzionale da parte dell’architetto Furini e quello del Muvig da parte dell’architetto Olivieri, esperto in Museografia applicata alle nuove tecnologie.

    In chiusura, finalmente, l’atteso taglio del nastro, la benedizione della struttura, da parte del vicario generale, monsignor Claudio Gatti, coadiuvato dal canonico Mario Turatti, parroco di Canaro, e la visita a tutti i locali, compreso l’ultimo, a piano terra, dove è stato possibile ammirare la proiezione del dipinto “L’orazione nell’orto”, concesso in comodato d’uso gratuito da una collezione privata e che sarà fruibile, in originale, dopo l’allestimento del museo.

  • Occasioni d’arte a Badia Polesine

    Occasioni d’arte a Badia Polesine

    È stata una mattinata di Ferragosto davvero particolare quella vissuta a Badia Polesine nel bel mezzo delle calde giornate dell’estate 2015. Una mattinata all’insegna dell’arte, aperta da un’azione che non è fuori luogo definire di sicura filantropia. Ovvero il dono di un’opera, firmata da un artista legato fin dall’infanzia a Badia Polesine e scomparso oltre un quindicennio fa, il cui nome gode di un rilievo internazionale. Stiamo parlando di Bruno Munari (1907-1998), designer ed artista multiforme, al quale fra l’altro è dedicato il parco alle spalle della millenaria abbazia della Vangadizza.

    Di certo non capita tutti i giorni di assistere a gesti come quello compiuto da Claudio Vallarini nei confronti dell’Amministrazione comunale di Badia Polesine e, indirettamente, alla collezione civica ed in particolare, come lo stesso ha specificato, nei confronti della sua Città.

    La consegna del lavoro dell’indimenticato designer di fama internazionale si è svolta nella reception del Teatro Sociale, nello stesso edificio in cui si trova anche la prestigiosa Collezione d'arte Eugenio Balzan, altro illustre personaggio badiese.

    Alla consegna del Munari l’assessore ai Lavori Pubblici Giovani Rossi ha osservato: “Il gesto di donare spontaneamente qualcosa, manifesta il vero senso di comunità; e proprio dalla comunità, tutti dobbiamo ripartire”.

    L’assessore alla Cultura e Turismo Idana Casarotto ha quindi illustrato la figura di Bruno Munari, che frequentò le scuole badiesi e rimase in città fino a 18 anni, mentre i suoi genitori gestivano l’albergo Sant'Antonio in via degli Estensi. Per rendere il giusto onore al cittadino illustre, fondi permettendo, è in cantiere – ha rivelato l’assessore – un importante progetto di valorizzazione con l’obiettivo di farlo finalmente conoscere a tutti; un atto dovuto nei confronti di un personaggio di grande rilevanza com'è stato proprio Bruno Munari, designer, scrittore di libri per ragazzi, pittore, conferenziere e tanto altro ancora.

    Claudio Vallarini, dopo aver spiegato che l’opera gli fu donata dallo stesso Munari quando con l'arch. Leonardo Salvadori si recò nel suo studio milanese per conoscerlo di persona, ha sottolineato l’opportunità di coinvolgere nell’iniziativa giovani badiesi con interessi culturali. Proprio per questo ha voluto la presenza dei giovani dell’associazione SognaLibro, desiderando che fossero alcuni di loro a consegnare il quadro agli assessori e osservando: “Mi fa piacere che siano i giovani a compiere questo gesto, perché sono loro il nostro futuro e quello della cultura di questa comunità”.

    Con soddisfazione i giovani del gruppo SognaLibro hanno assunto questo ruolo di testimoni e co-protagonisti del nobile gesto che ha accomunato arte e generosità. Per loro è stata anche l’occasione per annunciare un successivo appuntamento (avvenuto poi l’11 settembre presso la Libreria Antica Rampa) con la presentazione ufficiale del gruppo di giovani accomunati dalla passione per la lettura.

    Alla breve ma sentita cerimonia del dono del quadro di Munari hanno inoltre partecipato, il direttore di Ventaglio 90 Lino Segantin, l’architetto Pino Mazzetto e la signora Rosalba Lazzarin di Adria, che hanno donato alcuni volumi agli assessori.

    L’incontro con l’arte è poi proseguito con la visita alla Collezione Balzan, il cui prestigio è in fase crescente, tanto che Badia ha ricevuto negli ultimi tempi richieste di prestiti per importanti mostre italiane.

    E’ così che alcune opere della Collezione nei mesi scorsi hanno lasciato il Polesine per raggiungere Ravenna e Napoli. Tra le prime “La fanciulla sulla roccia a Sorrento” di Filippo Palizzi che, approdata a Ravenna per l’apprezzata mostra “Il Bel Paese”, è stata addirittura scelta come icona per l’importante rassegna.

    Napoli è invece stata raggiunta dal “Bagno pompeiano” di Domenico Morelli, nell’ambito della mostra “Pompei e l’Europa 1748-1943”. Un prestito questo che ha avuto un prezioso risvolto: ovvero l’arrivo a Badia di una singolare porzione di un affresco salvato dalle rovine di Pompei. “Narciso con Amorino” è il titolo dell’affresco ottenuto dalla Soprintendenza Speciale per Pompei, Ercolano e Stabia, in cambio temporaneo con quadro badiese.

    Il patrimonio d’arte di Badia si sta dunque progressivamente valorizzando, per cui è auspicabile che il progetto di restauro del Palazzo del Monte dei Pegni sia quanto prima avviato per dare alla pinacoteca badiese una migliore visibilità e fruibilità.

  • Eppur sognavo

    Eppur sognavo

    LUNGO IL FIUME

    Strappano echi di vite felici. Dal sentiero battuto sul fiume filari di rugginosi pioppi sfumano invisibili infiniti.

    Perduta nel vento salmastro che toglie il respiro, straziata ondeggi anelando al profondo del nulla rifugio a insostenibile tormento.

    Minuti, ore… tempo e spazio antro disperato. Tra caliginose ondate brume d’autunno soccorrono contraccolpi d’esistenza.

    L’improvviso singulto di vita del tenero fiore nel grembo, trancia artigli azzannanti nel cuore a brandelli.

    Tracce acquose ondeggianti di campane lontane ti slegano da bramosa follia sgomitolando grumi d’angoscia.

    Lenisce le lacrime il tempo del freddo scivolando verso tiepide viole. Accarezzi certezza di nuova vita respiro di speranza tra passato e futuro su orme di sentieri assolati.

    1° premio Silloge San Miniato 2011

    BUCHI NERI

    Mi hanno detto dei buchi neri nella tua mente, cellule spente non sostituite da altre neonate

    mentre il tuo cuore quello d’amore immenso è sempre.

    Forse inghiottiranno la terra, e lo spazio accoglierà i respiri del mondo,

    mentre ora, nella quiete di un giorno di quasi estate, ti hanno portata al di là della voglia di vivere, ai confini del tempo dove ventagli di speranze illumineranno sentieri ora sconosciuti.

    Premio San Marino RSM 2011

    LA TUA VOCE

    Sul vecchio gradino dell’orto sfiorato dai raggi del sole scaldo ossa di pietra e gelide membra consunte senza più linfa di vita.

    E riposo le mie ansie nel silenzio rotto da ronzio di api.

    Il tempo passa, inesorabilmente sfuma l’immagine di te.

    Vorrei rubarti al profondo delle ombre e risentire per attimi eterni la tua calda voce chiamarmi “amore”.

    1° Premio Tassina 2010

    1° Premio Silloge San Miniato 2011

    SOGNO TRADI’O

    Quando ‘e fadighe de na vita in giro pa ‘l mondo inpizava sogni, me piasea pensar de tornar a scondarme in mezo a ‘a fumara de ‘a me tera a sbrinzolar pa i canai.

    E inveze ancuò el fumo de chel camin alto in fondo a ‘a vale l’è na bòta in tel stomego ca stropa el respiro de sto cuore desfà.

    1° Premio Athesis Boara Pis. 2010

    I ME VECI

    No ghi bisogno de tante parole, basta na ocià par tegnere inpizà el fogo chieto de sto ben ca se sconde ‘n te le rughe fonde de visi veci coti dal tenpo.

    1° Premio Athesis Boara Pis. 2008

    BATTI IL TUO SASSO

    Mentre l’onda improvvisa di dolore sordo inghiotte l’urlo del cuore.

    Batti il tuo sasso graffiata da vuoto nero di stelle frantumate nel freddo della vita scucita.

    Batti il tuo sasso e, cercando di placare schegge impazzite, t’aggrappi alla forza dell’anima.

    Batti il tuo sasso e, allontanando lo scialle nero, riconosci àncore di luce in soffi d’esistenza.

    Danzi la vita nell’abito d’organza verde smeraldo germoglio di sogni e brusii d’infinito.

    E ritrovi essenza di donna linfa e respiro sinfonie del domani.

    Finalista Bassano (Cartigliano) 2010

    Segnalata Tassina 2011

    EPPUR SOGNAVO

    Amo anche il freddo di queste notti buie stringendomi braccia smarrite nude del domani; il troppo del dolore sfuma nel vento salmastro inzuppato di mare.

    Verranno giorni di lucciole nell’alba di speranze? Ancora ha i tuoi occhi la parola amore.

    I ragazzi accompagno nel futuro mostrando scie di sereno oltre la siepe dei meli, coriandoli infuocati tra le onde del fiume, nuvole d’alberi nei campi a primavera e le loro vite tutte da inventare.

    Eppur sognavo con te vecchie stagioni che dovevano arrivare.

    1° Premio San Morno RSM 2010

    1° Premio Venezia San Marco 2010

    Farfalla d’argento 50&PIU’ 2010

    1° Premio Silloge San Miniato 2011

  • Sarà dolce navigare

    Sarà dolce navigare

    SERA

    Tramonto a lingue di fuoco su orizzonte di mare, sotto un cielo ancora scuro per la tempesta ormai finita.

    Movimenti in banchina per asciugare le vele, musica di balera dalla spiaggia, richiamo di notte spensierata.

    Il porto di ieri è lontano, ricordo svanito dopo dieci ore ad evitare l’abbraccio delle onde.

    La notte porterà riposo e domani sarà dolce navigare, vita senza sfide fino al prossimo maestrale.

    Cenerò con lei sul lungomare per commentare a sorrisi la nostra avventura, rinnovando sguardi d’affetto.

    Non avendo preghiere da inviare all’infinito, cerco solo d’invecchiare raccogliendo sensazioni.

    POLESANA

    Mi disperava l’aver lasciato Itaca per riveder Trieste e sostar forzato per avarìa da Bora nel Porto di Levante.

    Mi angosciava il grigiore di barene in volute d’acqua ferma al ricordo di azzurre trasparenze frastornate dai marosi.

    Mi ha distratto il tuo sorriso nell’invito a dialogare per lenire le mie ubbie che annullavi a poco a poco.

    M’hai condotto sottobraccio lungo gli argini al tramonto e in un gioco delle nebbie ho ammirato la tua terra.

    Emozioni: le pigrizie di correnti sulla danza dei canneti

    e quel lento d’ogni agire sotto il volo degli uccelli.

    Tenerezza: il silenzio di sentieri, disegnati da calpesti millenari, e di barche abbandonate su pontili a pelo d’acqua.

    Mi ha ammaliato il chiaro-scuro, quasi un grido d’esistenza, che mi entrava dolcemente nella sfera del pensiero.

    M’hai stregato, polesana, dolce amica di quel tempo; c’è un sospiro se oggi t’ascolto tra le mie malinconie.

    Ripensando agli acquitrini t’ho rivista in ogni luogo e ho scoperto che ha i tuoi occhi anche il soffio d’ogni mare.

    AL PORTO

    Primi chiarori a levante, brividi addosso, uno sguardo al cielo che cancella le stelle.

    Rumori sordi di motore da sagome scure: i pescatori indaffarati lasciano il porto.

    Su creste biancastre dirigono al largo, lumi colorati e sperduti nella massa invisibile.

    Han lasciato casa, sposa e figli dormono ancora; la stessa battaglia dalla notte degli avi.

    Torneranno bruciati dal sole, nauseante odore di salso per due casse di pesce morente da portare al mercato.

    Un lavoro diverso dal mio, che non sogno di emulare; l’ozio del pensiero distrugge l’emozione.

    Altra alba destinata; vedrò i pescatori uscire, ma forse ignorerò se rientreranno come sempre.

    GIOIELLO D’UTOPIA

    Mi ossessiona il cammino, lungo un argine di fiume, chi s’affretta sul fracasso, dentro latta sagomata, per aggiungere un arrivo.

    Viaggio senza freno a mente, occhi addosso a quei riflessi sovrapposti in superficie all’incedere dell’acqua, lentamente, verso un mare.

    Cerco forse compagnia, ma è gioiello d’utopia ch’io ritrovi chi si ferma, per giocare di pensiero, di speranze e di ricordi.

    Forse un tuffo senza senso, fra le vie di un infinito, mi porrebbe più al sicuro, ritagliandomi l’angoscia d’aver perso la mia meta.

    Fatto è che vivo male, ma mi mancano le forze di lasciare questo asfalto, dimensione di uno spazio dove vince la follia.

    A FRATTA POLESINE, CON TE

    M’hai chiesto perché t’ho portata fra colonne e scalinate di ville centenarie sopra un manto di campagna.

    T’ho guardato sorridendo con lo sguardo un po’ socchiuso dalle sponde di un canale che s’insinua dentro il borgo.

    T’ho spiegato ch’è dovere d’ogni uomo in ogni tempo, la sua donna innamorata circondare di bellezza.

    … io ti vedo qui elegante, cavalcare a testa alta sul selciato fra le pietre ed i merli di un torrione.

    … io ti vedo qui vestita di broccato e fine seta, andar fiera ad una festa chiusa ancor nella carrozza.

    … io mi vedo fra i signori che s’inchinano al tuo passo per raccogliere speranza dal sorriso che mi invii…

    T’amo, dama nobile di corte,

    e se un giorno mi hai donato la certezza di un affetto ciò dev’esser fuor del tempo.

    Qui c’è pace senza sosta, c’è il ricordo d’una vita che, pur dura, era felice coniugando terra ed acqua.

    Qui c’è spazio per capire che tra i giochi altro non resta che di viver la tua sorte con un seme di saggezza.

    PROFUMI DI CAMPI

    Profumo d’uva acerba ai miei passi cittadini sul declivio, il mare poco oltre; foglie arse, abbagli di luce fra macchie di roccia.

    Profumo di terra rincalzata dalla mano costante del vecchio contadino, come gesto di madre sul pianto placato del neonato.

    Profumo d’animali che trovano cibo e cadenzano vita e convivenza nel gioco logico e ignaro di chi vigila il destino.

    Profumo di fatica per catturare un raggio di sole e qualche goccia di linfa dalla rugiada che offre un ripetersi di creazioni.

    Profumo di sapienza che dovrei accettare, dettata da labbra di saliva secca, senza risposta dal mio animo incredulo.

    Profumo di preghiera che ascolto altri recitare e che ho dentro, ma non esce; non fatico a coltivare terra e fatico a respirare l’aria.

  • Il lattaio dei miei ricordi

    Il lattaio dei miei ricordi

    Una mattina un rumore strano mi provoca un brusco risveglio: è il camion della Ecogest che passa di buon’ora per raccogliere il vetro e, nello svuotare il contenitore, emette uno sconquasso talmente forte che quasi mi spaventa …

    Sono ancora in uno stato di dormiveglia e la mia mente va indietro nel tempo, quando la mattina venivo svegliata da un altro rumore: quello del camion del lattaio che, puntuale come un orologio svizzero, si presentava in corte per il ritiro del latte. Io allora vivevo nella cascina dei miei genitori, dove casa e stalla formavano un tutt’uno, dove si confondevano i profumi del fieno maggengo con gli olezzi ammoniaci dello stallatico.

    Qui, il lattaio immancabilmente ogni mattina arrivava con il suo camioncino carico di gamelle allineate che, cozzando tra loro, interrompevano il mio ultimo sogno mattutino. Non c’era bisogno di sveglia: quando sentivo il rumore dei contenitori metallici era il momento giusto per alzarsi e giungere in orario a scuola.

    Il lattaio era un uomo di mezza età, ma ancora prestante, dai capelli corvini, occhi vivaci e due neri baffetti ammaliatori, che calamitavano gli sguardi femminili. Sapeva di sentirsi osservato, perciò vestiva in modo più che decoroso e, per non sporcarsi, portava un grembiule marrone con un buffo spacco posteriore che ne agevolava i movimenti di salita e discesa dal camioncino.

    Per annotare velocemente sul libretto dei contadini la quantità di latte conferito, teneva sempre la penna infilata sopra l’orecchio destro, che, a forza di reggerla, appariva piegato come una foglia di rapa.

    L’operazione di consegna del latte era il momento più delicato: dai secchi smaltati, brulicanti di schiuma, l’oro bianco appena munto veniva versato nel doppio decalitro graduato del lattaio che ne misurava i litri: più o meno diciamo, perché la misura era spesso oggetto di una discussione se il livello fosse sotto o sopra la tacca più vicina, e poi c’era la schiuma che rendeva la misurazione un fatto opinabile, per cui la trattativa si chiudeva con la promessa di compensare eventuali differenze in meno alla consegna successiva.

    Cosa che avveniva di rado, non perché il personaggio fosse disonesto, ma perché anche quella del lattaio era un’arte e, dice il proverbio, chi arte non sa, bottega chiude… Un po’ qua, un po’ là, alla fine del giro qualche litro in più se lo ritrovava, ma non se ne serviva per arricchirsi, piuttosto, secondo quanto si diceva, per dimostrare le sue attenzioni nei confronti di qualche giovane “azdora” (massaia, padrona), che, per furbizia o necessità, era solita essere presente all’appuntamento col lattaio in luogo del marito.

    Che le “azdore” si occupassero talora dei lavori di stalla è risaputo e che il nostro lattaio fosse un Dongiovanni non c’era dubbio… fatto è che talune vacche a fine mese avevano prodotto più latte delle altre. Chissà perché!

    Ma torniamo ad aspetti più professionali. Prima di maneggiare il latte egli indossava due lunghi guanti di gomma e, dopo la misurazione anzidetta, versava il contenuto del decalitro all’interno di una delle gamelle sopra il camioncino fino a riempirla. Un nome, gamella, non so perché mutuato da quella specie di gavettone col quale si trasportava il rancio ai soldati in trincea. Quella per il latte, un cilindro in lega d’alluminio, era munita di un coperchio a chiusura ermetica per impedire la fuoriuscita del prezioso contenuto, specie quando il camion percorreva strade sconnesse.

    Una volta terminato il giro di raccolta, il lattaio proseguiva col suo carico verso il caseificio di Calto, una struttura consorziale grande e moderna sorta ai tempi del Duce, quando era stata denominata Caseificio Littorio.

    Ma questa struttura industriale noi l’abbiamo sempre chiamata “il casello” alla moda antica, quando il locale per la lavorazione del latte era una piccola casa (casello), col pavimento rialzato, sotto il quale si accendeva il fuoco per cuocere la cagliata. Caseificio o casello, qui seguendo lo stesso procedimento che la tradizione fa risalire al tempo dei monaci di San Benedetto, aveva inizio la trasformazione del latte in formaggi a pasta tenera e dura, le saporite provole e il pregiato grana padano, le due tipologie più richieste dal mercato.

    Il giro del lattaio più atteso era quello d’inizio mese, quando egli arrivava con l’assegno che ripagava le fatiche di papà del mese precedente (la mungitura a mano era molto faticosa), ma sul quale anch’io ci contavo per poter realizzare qualche mio desiderio, che puntualmente veniva rinviato al mese successivo. Erano tempi in cui il poco denaro costava fatica e sudore e non si era per nulla disposti ad assecondare i capricci dei bambini: quell’assegno doveva servire per mantenere la famiglia fino al mese successivo, punto e basta.

    Però, non tutto il latte veniva consegnato al lattaio: ogni mattina mia mamma ne portava in casa un secchio e una parte veniva messa in un tegame e subito bollita. Veniva poi consumata dalla nostra famiglia a colazione e, talora, anche a cena, inzuppandovi il pane vecchio tagliato con il tagliapane. Se poi c’era un po’ di zucchero da aggiungervi, la scodella di “pan e late” caldo diventava una prelibatezza per il palato e ci forniva l’energia per affrontare anche i lavori più gravosi.

    Il latte che avanzava veniva venduto a prezzo modico alle famiglie dei vicini che non avevano né terra, né mucche. All’epoca si era soliti consumare quello che si produceva sul posto, perciò, ogni stalla aveva la sua clientela: vicini che, dopo la mungitura del mattino o anche del pomeriggio, arrivavano col famoso pentolino del latte a fare la loro provvista quotidiana e a portare le ultime notizie del paese. Dopo aver scambiato le quattro chiacchiere di rito, mia mamma affondava il goto (ossia il quarto di litro) nel secchio e ne dava a chi due, a chi tre o quattro a seconda delle richieste; e se c’erano situazioni d’indigenza, ci scappava qualche goto in più all’insaputa di mio padre. Del resto il latte è un simbolo della vita e dell’amore: e come si poteva restare indifferenti di fronte a chi per sopravvivere aveva bisogno di un gesto di bontà?

    Ed è anche un alimento naturale, completo, che ci ha fatto crescere sani e robusti alla faccia delle merendine e pappine dei nostri giorni. Per questo, quando passo davanti a qualche capannina di distribuzione del latte, mi fermo e riempio la bottiglia di quel latte schiumoso e profumato che mi ricorda i sapori dell’infanzia. Tempi lontani al cui ricordo mi ha riportato il rumore del camion della Ecogest.

    Ormai sono completamente sveglia, mi affaccio alla finestra e vedo le stalle di Runzi vuote e cadenti. Che desolazione! Vedo sulla strada un camion che si allontana, vorrei ancora sperare che fosse il lattaio, invece trasporta solo rottami di vetro…

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