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Archivi: Articoli d’archivio

  • Il Malopera e le sue acque

    Il Malopera e le sue acque

    Quando si trascorre del tempo con le persone più anziane, spesso e volentieri ci si imbatte in racconti legati al lontano passato e ai ricordi di gioventù, nei quali, sovente, il paesaggio polesano e gli antichi corsi d’acqua sono i protagonisti. E tra questi, un ruolo particolare assume il rivo più vicino a casa, familiarmente chiamato “il canale”.

    Un tempo, in Polesine, il canale era parte integrante di chi vi viveva appresso, rientrava nella quotidianità delle persone attraverso vecchie usanze e antichi lavori, manualità e gestualità tramandate da generazioni, ora in gran parte perdute.

    Lungo il canale, nelle calde giornate estive, i ragazzi si ritrovavano per un bagno rinfrescante, le donne si radunavano per fare il bucato, si praticava abitualmente la pesca di sussistenza con piccole imbarcazioni e con l’ausilio di svariati tipi di reti; le piante palustri come la tifa, la carice e la cannuccia si utilizzavano per produrre stuoie, impagliare le sedute o rivestire i coperti, nei piccoli fazzoletti di terra affacciati sull’acqua piccoli frutteti allevati a vaso e vigneti familiari si intervallavano a filari di salici da ceste, in gergo dialettale “stroppari”, capaci di ravvivare col caratteristico giallo dorato le grigie giornate invernali.

    Il ricambio generazionale e l’evoluzione che ha interessato la società odierna ha comportato il totale abbandono di questi usi e tradizioni, e, di conseguenza, il paesaggio rurale ne ha risentito fortemente, perdendo gran parte del suo fascino originario. Ma fortunatamente – come spesso accade nel Polesine occidentale – percorrendo strade alzaie e arginali, ci si può ritrovare in contesti unici che ci riportano direttamente nel passato, quasi a rivivere un’epoca perduta.

    L’esempio ci viene dal diversivo Malopera, antico canale alto polesano di notevole valore storico ambientale. Nasce a Badia Polesine in località Bovazecchino da una grossa chiavica a ridosso dell’argine maestro dell’Adige. Da sempre gli storici si sono dibattuti sulla sua origine: probabilmente è riconducibile alla fine del XII secolo, quando, a seguito di violente rotte dell’Adige, si sarebbero creati due nuovi corsi d’acqua: il Malopera e il Castagnaro. Secondo la teoria del Bocchi, invece, la formazione si ricollegherebbe al 1438, anno in cui la Serenissima entrò in conflitto con i Visconti di Milano e i Gonzaga di Mantova. Questi ultimi, forti di una flotta di galeoni, dalle valli del Tartaro avanzarono, aprendo due squarci nell’argine dell’Adige, uno in località Castagnaro e l’altro presso la Volta dello Zecchin (attuale Bovazecchino) disalveando l’Adige e impaludando per decenni buona parte del Polesine, da cui il termine “malopera” (cattiva opera): si farebbe pertanto riferimento ad un’azione bellica a danno del territorio e delle popolazioni locali.

    Attualmente il Malopera con i suoi nove chilometri scorre verso sud interessando quattro municipalità: Badia Polesine, Giacciano con Baruchella, Canda e Trecenta in località Pissatola. E proprio qui si allarga generando un piccolo gorgo, con origini geomorfologiche diverse dagli altri gorghi trecentani, generato probabilmente da una più profonda erosione delle acque che vi scorrevano, o dalla violenta irruzione d’acqua in antiche alluvioni. Il Malopera, dopo circa un chilometro di tratto estuariale, termina sfociando nella Fossa Maestra, ex Castagnaro.

    Ma cosa rende unico e particolare questo piccolo corso d’acqua ai giorni nostri? Oltre al contesto paesaggistico di rilevante importanza, vi è da sottolineare la qualità dell’acqua: come diversivo dell’Adige le acque fresche e chiare del Malopera presentano caratteristiche idonee alla formazione di un prezioso habitat adatto a numerose specie di animali e piante, in forte contrazione demografica su tutto l’areale padano.

    La componente vegetale è caratterizzata da essenze legate all’acqua. Tra le piante palustri ritroviamo diverse specie di Carice, la Salcerella, il Giaggiolo, la Cannuccia palustre, mentre la flora acquatica è rappresentata dalla Vallisneria spiralis, il Ceratofillo, il Millefoglio d’acqua e il Poligono anfibio. Queste ultime indispensabili per l’ossigenazione e la fitodepurazione da inquinanti e sostanze organiche prodotte dalle attività antropiche che altrimenti rischierebbero di compromettere il delicato ecosistema dell’intero canale.

    Presso le rive è diffusa la formazione di siepi in cui è rintracciabile l’Olmo campestre e la Robinia pseudoacacia, in prossimità del gorgo una fascia boscata caratterizzata da Pioppo nero ibrido, Salice bianco, Acero campestre, Sambuco e Sanguinella crea un importante area di rifugio e nutrimento per la fauna selvatica.

    Tra gli uccelli rintracciabili e udibili diverse sono le specie di passeriformi, tra questi, nel periodo primaverile ed estivo: la Capinera, l’Usignolo, il Beccamoschino, il Pigliamosche e l’elusivo Rigogolo. Nel periodo autunnale e invernale altri piccoli passeriformi come: il Pettirosso, il Codirosso spazzacamino, il Fringuello, il Luì piccolo, il Regolo e lo Scricciolo.

    Altre specie legate al bosco e alle siepi sono il Picchio verde e il Picchio rosso maggiore, abili cacciatori di insetti presenti nel terreno e nel legno marcescente, l’Averla piccola ghiotta di insetti, il Colombaccio riunito in imponenti stormi e l’Upupa che nidifica nelle cavità degli alberi. Tra i rapaci osservabili da segnalare il Gheppio, il raro Lodolaio, il fulmineo Sparviero e la massiccia Poiana, abili cacciatori diurni che cedono il proprio ruolo, nelle ore notturne, ad altri rapaci strigiformi come la Civetta, il Gufo comune e l’Assiolo, udibili nelle serate estive.

    Lo specchio d’acqua del gorgo Malopera e l’allargamento del canale omonimo sono popolati dalla Gallinella d’acqua, dal Tarabusino e dall’Airone cenerino, rispettivamente il più piccolo e il più grande della famiglia degli Ardeidi, ma senza dimenticare il coloratissimo Martin pescatore, appariscente uccello dal piumaggio blu elettrico, abile cacciatore di pesci che cattura con rapide immersioni.

    Nelle ore più calde, soprattutto in primavera, è possibile osservare le grandi testuggini palustri appartenenti al genere Trachemys, rettili originari del Nord America ed importate in Italia come animali da compagnia, utilizzano le sponde e la vegetazione emergente per termoregolarsi al caldo sole primaverile.

    Nelle fresche serate di fine inverno, tra febbraio e aprile, è ancora possibile udire il flebile canto della Rana di Lataste, raro anfibio endemico della pianura Padana.

    Nelle ore notturne, percorrendo i sentieri che si inoltrano nelle macchie boscate, si può sorprendere la sfuggente Volpe, la Donnola e il Riccio. Sempre di notte, se si rimane in silenzio, si può percepire il richiamo tipico di alcuni specie di pipistrelli, tra queste il Molosso del Cestoni e il Pipistrello albolimbato, se si è più fortunati, osservando la superficie dell’acqua si può scorgere il Myotis daubentonii, un piccolo pipistrello che caccia gli invertebrati e insetti acquatici.

    Infine, per quanto riguarda l’ittiofauna, l’acqua oligotrofica e ben ossigenata proveniente dall’Adige consente la presenza di molte specie autoctone particolarmente esigenti e in forte contrazione in tutto il loro areale, come il Cavedano, il Luccio (fenotipo autoctono), il Persico reale, la Scardola, la Tinca, il Ghiozzo padano e il Gobione. Tra le specie alloctone di particolare rilevanza si segnala: l’Aspio, pesce di recente introduzione proveniente dal bacino del Danubio, il Persico trota e il Persico sole, questi ultimi originari del Nord America.

    Numerosi animali che, come i protagonisti della scena teatrale, compaiono e si susseguono con l’alternarsi del giorno e della notte e con il cambio delle stagioni, sta allo spettatore attento e silenzioso scorgerli, all’occhio distratto può sembrare un ambiente povero e per certi aspetti monotono, ma i numerosi monitoraggi condotti nel corso degli ultimi anni ci rivelano l’esatto contrario.

    Malopera, un esiguo corso d’acqua e un piccolo gorgo che racchiudono al loro interno una ricca componente floristica e faunistica, animali e piante sempre più rari da osservare; un itinerario che merita di essere valorizzato e riqualificato in virtù del suo percorso, in cui storia e natura si intrecciano, in grado di trasmettere emozioni a coloro che ricercano le atmosfere e i paesaggi di un Polesine antico.

  • Sulle tracce degli antichi oratori

    Sulle tracce degli antichi oratori

    Partendo da Canaro, dove ci siamo fermati visitando in particolare la parrocchiale di Santa Sofia (cfr. Ventaglio n. 50, pag. 30 e successive) proponiamo in questo numero un itinerario che si snoda nella campagna, prendendo inizialmente la strada per Fiesso Umbertiano. Andremo alla ricerca di tempietti che dipendono dalla chiesa di Santa Sofia e che, ancor oggi, costruiti nelle corti rurali lontane dal centro abitato, evocano atmosfere di un tempo, ricche di fede e di partecipazione.

    Percorsi pochi chilometri dal centro del paese, in località Bottazzina, incontriamo l’oratorio “Beata Vergine della Salute”, che, nonostante il degrado, si presenta ancora come una bella chiesetta, in pietra a vista.

    La facciata ricalca lo stile rinascimentale-barocco, presentando quattro paraste: le due angolari sostengono il timpano del tetto a capanna, mentre le due medie sorreggono il frontoncino presente sopra la porta di ingresso che si apriva sulla strada, ma che ora si presenta maldestramente chiusa e sostituita da una finestra. La situazione di scarsa cura si riscontra anche all’apice del piccolo frontone sopra il portale, dove è presente una nicchia oggi malinconicamente privata della statuetta votiva che un tempo doveva caratterizzare l’oratorio.

    Non si conoscono le origini del tempietto che sicuramente era presente a partire dal 1818 e che nel primo ‘900 era molto frequentato per le messe e, a maggio, per i tradizionali fioretti. Oggigiorno appare del tutto abbandonato. Il suo declino è iniziato negli anni ‘60 quando, chiuso a momenti di devozione, è stato acquistato da un privato, proprietario dei campi circostanti, ed adibito ad abitazione. Passato di proprietà alla fine degli anni ‘80, è stato definitivamente trascurato nonostante presenti tuttora una gradevole architettura.

    Un po’ delusi di fronte a tanta noncuranza, riprendiamo il nostro viaggio. Quasi al confine con il paese di Fiesso, in località Fabbiana, visibile dalla strada, appare l’oratorio “Beata Vergine Auxilium Christianorum”. Si tratta di una costruzione incorporata nell’abitazione del signor Savino Piovan, il quale dal 1985 ne è il proprietario, dopo essere passata di mano dai signori Migliorini, Sagredo e Borgato.

    Il signor Piovan ha recentemente restaurato la cappella, conferendole un aspetto pulito e ordinato, anche se è del tutto scomparsa la folta corona di edera che ricopriva la tettoia e ne caratterizzava l’entrata.

    All’interno, la stanzetta, 5 m per 5, arredata in modo molto semplice, è dominata dall’altare maggiore, sovrastato dalla pala “Madonna con bambino e santi”, mentre, ai lati, si notano due altarini: su quello di destra c’è una statua di Sant’Antonio, con il quadro del Sacro Cuore, su quello di sinistra, figura un bel crocefisso e, appeso, il dipinto della Sacra Famiglia. Alle pareti, infine, sono posizionati altri quadri di soggetto sacro e non mancano candele e lumini per chiedere grazie alla Vergine.

    A segnalare il luogo di culto, che risale alla fine dell’800, restano sul tetto la croce e la campanina sul loro supporto: sembra di sentire ancora il richiamo sonoro indirizzato ai molti fedeli che lavoravano i campi vicini. Agli inizi del ‘900, erano circa 40 le persone che frequentavano la chiesetta tutte le domeniche ed anche nei giorni infrasettimanali. Venivano a pregare la Madonna della Salute, che si festeggia il 21 novembre, giorno della presentazione della Vergine al tempio, per ottenere la guarigione. E, secondo il signor Savino e la moglie Maria Lisetta, diversi fedeli riacquistavano realmente la salute, tanto che molti sono gli ex voto conservati sotto il vetro che protegge l’affresco dell’altare.

    Proprio questa antica pittura, che raffigura la Madonna con il bambino e i santi Rocco e Francesco, è al centro di un avvenimento che sa di miracolo o forse di suggestiva leggenda. Infatti, essendo una volta il locale adibito a deposito di legna secca, questa, accatastata con cura dentro, veniva trovata fuori, ogni giorno, dai proprietari, tanto da porsi di guardia. Il fenomeno sembrava sparito, ma dopo un po’ di tempo, i proprietari non solo ritrovarono la legna fuori, ma anche, sulla parete dove c’è ora l’altare, scorsero, già formato, l’affresco della Madonna: da allora è luogo di pietà.

    Negli anni ‘80, era ancora molto frequentato e fino a tre anni orsono, il parroco di Canaro, Don Mario Turatti, il 21 novembre, vi celebrava la santa messa (cfr. Braggion Gino e Pia, Gli oratori della diocesi di Adria, vol. II, Tipografia Regionale Veneta, 1986).

    Riprendendo il nostro cammino, torniamo a Canaro e poi ci spostiamo, questa volta, sulla Statale 16, direzione Ferrara, per ritrovare gli antichi territori di Valice e della Paveiola, che hanno ospitato in un tempo lontano il famoso oratorio di San Giacomo alla Valise, detta Paviole. Purtroppo la bella chiesetta, costruita lungo il fiume Po oggi non esiste più, ma noi la vogliamo ricordare ugualmente per la sua importanza storica a livello locale.

    La menziona lo scrittore M. Guarini nel suo Compendio storico delle chiese di Ferrara, del 1631, allorché, assieme alla chiesa di Canaro, ne cita l’esistenza nel 1527, in un luogo detto le Valise. Il tempietto, demolito da una rotta del fiume nel corso del ‘500, fu ricostruito più grande e con il suo alto campanile, poco distante, in località Paviole, a spese di un gruppo di frazionisti e con il benestare del cardinale di Ferrara, Giovanbattista Lenio (rogito notaio Travaglini del 20 agosto 1597).

    A San Giacomo fu poi aggiunto, più tardi, come comprotettore, suo fratello San Filippo per poter godere di una protezione più grande nei confronti dei pericoli della navigazione lungo il Po, delle inondazioni e delle esalazioni malsane delle zone paludose.

    Il piccolo tempio offriva un ottimo servizio alla parrocchia di Canaro, soprattutto d’inverno o durante le rotte. Vi risiedeva un cappellano stabile, sostenuto da un decoroso beneficio, che ne ha consentito l’esistenza per molti secoli. La sagra patronale si celebrava la prima domenica di maggio e molte persone convenivano al luogo di culto per la solenne benedizione del fiume, chiedendo al Signore la liberazione dalla piena delle acque. Inoltre, molto sentita era la grande festa di Sant’Antonio Abate, il 17 gennaio, allorché mugnai, carrettieri e allevatori si raccoglievano con i loro animali a Paviole, a Canaro e a Garofolo sul sagrato delle rispettive chiese, per la rituale benedizione (cfr. Braggion Gino e Pia, Gli oratori nella Diocesi di Adria, vol. II, Tipografia Regionale Veneta, 1986).

    L’oratorio di Paviole, nel corso del tempo, subì diverse ricostruzioni, l’ultima nel 1873, ma restò sempre aperto e frequentato con fede e devozione, dovendo però registrare un unico brutto episodio, accaduto nel 1888, ad opera di alcuni eretici che lo insozzarono. Ma il parroco di allora, don Francesco Rocca, non si perse d’animo, riparò i danni e lavò l’infamia con l’acqua santa, pregando il Signore per gli oltraggiatori. Il tempietto resistette fino al 1931, quando fu abbattuto per i lavori di rinforzo dell’argine del Po, insieme anche ad alcune case vicine.

    Un nuovo oratorio, dedicato a Maria Santissima Immacolata, sorse dopo la guerra, sul confine tra le località Paviole e Vallone, lungo la nuova strada per Ferrara, l’attuale Statale 16. La chiesetta, con annessa sacrestia, fu costruita, in economia, negli anni ‘60 e la struttura, di edilizia civile più che sacra, ricorda varie costruzioni prive di ogni riferimento estetico, tipiche di quel periodo. Solo una croce sulla facciata e una campanella, eretta a lato su una torretta di ferro, indicano il luogo di culto; inoltre, mancando il tradizionale campanile, il richiamo sonoro è supportato da un altoparlante sul tetto.

    Tuttavia l’interno si presenta grazioso, bene illuminato e accogliente; non vi figurano arredi di grande valore artistico, ma non manca nulla di quanto necessita alla fede, alla preghiera, al raccoglimento. Appena entrati, subito lo sguardo corre al doppio altare maggiore, con candida tovaglia di pizzo e addobbi sacri: il primo costruito in solido cemento armato e il secondo rivolto, per la celebrazione, verso i fedeli. Alle spalle, troneggia la statua dell’Immacolata, con corona e santo rosario, splendida, tra le luci che la contornano.

    Sulla destra, una statuetta di Sant’Antonio con Gesù Bambino e il vicino porta-lumini e, più oltre, una bella pala di San Francesco che predica agli uccelli, proveniente dalla chiesa dei Santi Francesco e Giustina di Rovigo.

    A proposito di questa chiesa rodigina, il parroco di Santa Sofia, di Canaro, don Mario Turatti, ci informa che il primo nucleo dei Minori Francescani, a Rovigo, ebbe inizio nella chiesa “Beata Vergine della Concezione” o “del Cristo”, nel 1223, in seguito al passaggio, nel 1213, del Santo nella città. I Minori conventuali passarono poi stabilmente, nel 1292, nella chiesa e monastero di San Francesco, di cui resta ancora la canonica della chiesa attuale.

    Di notizie sulla storia dell’ultimo oratorio di Paviole, i documenti parrocchiali sono avari: si sa che nel 1968 è stata fatta manutenzione, con la spesa di 50.000 lire a favore di certo pittore Rapetto per la tinteggiatura, e che la chiesetta era adeguatamente fornita degli arredi sacri, infatti, in un inventario, figurano due confessionali in noce: uno assegnato a Paviole e uno alla Fabbiana. Inoltre l’oratorio era dotato di 50 sedie, 14 quadretti della “Via crucis” e di un tabernacolo in metallo. Le odierne panche e un confessionale di pregio provengono, invece, secondo il canonico Turatti, dalla chiesa di San Benedetto di Ferrara, che aveva subito un incendio nel 2007.

    Molto frequentato dagli abitanti delle due borgate, negli ultimi anni, il tempio si apre per le grandi festività e nel mese di maggio, per i rituali fioretti alla Madonna e la solenne benedizione delle acque del Grande Fiume, continuando così l’antica e suggestiva tradizione.

  • Il monumento di Stanghella

    Il monumento di Stanghella

    Premessa

    I monumenti, in ogni parte del mondo, per ogni cultura hanno un insostituibile valore commemorativo di eventi che hanno segnato la storia di luoghi e di persone.

    Sono libri aperti che abbiamo il dovere di leggere con gli occhi del rispetto e della memoria.

    Mia madre, vittima di una ferita di guerra, subita nel corso di un bombardamento durante la seconda guerra mondiale, mi raccomandava, con commozione, di non passare davanti al monumento del nostro paese senza rivolgere uno sguardo ed un ricordo a chi aveva sacrificato la sua vita per la patria.

    Da questa sorta di testamento, dall’ input offerto dal centenario della 1° guerra mondiale e dalla giornata della memoria, è nato il desiderio di proporre ai ragazzi di quinta della scuola G. Galilei di Stanghella il progetto “onore al monumento”.

    Questo scritto è il risultato finale di un’attività rievocativa che ci ha fatto anche conoscere il grande scultore rodigino Virgilio Milani, illustre autore dell’opera monumentale che potremmo inserire nel già noto “percorso Milani” in un ideale gemellaggio tra Stanghella e Rovigo…

    L’opera

    E’ posto nella zona centro occidentale dell’ampia piazza O.R. Pighin a Stanghella il monumento che onora i soldati caduti nel corso della prima guerra mondiale (1915/’18). Il nostro paese ha sacrificato infatti molte giovani vittime sul terreno di questo conflitto che ha seminato la distruzione ed il dolore in quegli anni. Ciò rimane impresso nell’incisione riportata sul basamento con queste parole: “L’Alpe, il Carso, il Piave, il mare ne ebbero le spoglie. Stanghella ne custodisce il nome, la fede, la gloria”.

    Il monumento risale all’anno 1921 ed è un’opera di grande valore artistico, realizzata dallo scultore rodigino Virgilio Milani annoverato tra i più illustri del ‘900 italiano ed europeo.

    Noi abbiamo conosciuto questo Autore perché sul n°50 della rivista “Ventaglio 90” era presentato un percorso di suoi prodotti artistici in diverse vie di Rovigo, la sua città natale. Allora siamo molto orgogliosi di avere anche nel nostro paese un suo capolavoro che impreziosisce la nostra piazza, arricchendola di significati e di valore.

    Il monumento si eleva verso il cielo con un obelisco che somiglia a quelli egizi e sul quale sono scolpiti i nomi dei caduti della Grande Guerra, ai quali sono aggiunti sul lato sud quelli di alcuni della seconda. Ci sono cognomi di molte famiglie di Stanghella che ricordano un passato duro e difficile che non dobbiamo dimenticare perché parte viva della nostra storia, quella che siamo chiamati a conoscere per trasmetterla un domani ai nostri figli.

    La figura più imponente della scultura è il soldato che, rivolto ad oriente, pare voler dire, a chi gli passa davanti, di fermarsi per osservare le immagini che raccontano i momenti scuri delle vicende umane. Il milite indossa la divisa dei fanti di quei tempi: una giacca stretta in vita dalla cartuccera per le munizioni, pantaloni al ginocchio completati da strette fasce che avvolgono i polpacci per difendere le gambe dal freddo delle zone di battaglia.

    Calza scarponi da montanaro con le suole chiodate per affrontare i sentieri impervi e la trincea nella quale era costretto a stare con il terrore degli attacchi e della morte. Il suo capo è protetto dall’elmetto che gli conferisce l’aria coraggiosa di chi non teme il pericolo.

    E’ molto significativa la posizione del suo corpo che ci dà l’idea della sua fierezza… Il viso è rivolto al sorgere del sole come se da esso assorbisse la luce e la forza. La mano destra stringe il pugnale mentre la sinistra è in pugno sul cuore, quasi a giurare fedeltà alla Patria per la quale sta donando la stessa vita.

    La storia di quest’uomo, che rappresenta tutti i soldati italiani, è narrata da Virgilio Milani con la scultura, come se avesse voluto scriverla sulle pagine di un libro di storia destinato a noi che lo vogliamo leggere.

    Sul lato sud si osserva un vecchio curvo ed affaticato che spinge un aratro con la lama affondata nella terra da preparare per la semina. Lo aiuta la moglie che cerca di governare i buoi utilizzati nel lavoro dei campi. Lo fa con grande fatica, con uno sforzo superiore alle sue energie consumate dagli anni e dalla povertà. I volti dei due anziani esprimono la fatica, lo sforzo sicuramente troppo intenso per la loro età ormai avanzata.

    Osservando il lato occidentale del monumento si è sorpresi dalla presenza di un ragazzo che incita il bue più robusto, quello che tira con più potenza l’aratro. E’ lui che aiuta i nonni a coltivare la terra, ora che il padre ha dovuto andare al fronte. Indossa solo un perizoma, come i personaggi raffigurati nelle statue greche, e Virgilio Milani sembra così sottolineare i suoi studi classici evocando i giovani eroi greci.

    Molto toccante è la scena del lato a nord, rivolto alla Chiesa Parrocchiale. Solo le donne sono protagoniste del dolore che ha colpito la famiglia. La guerra si è portata via il marito ed il padre, lasciando in lacrime le sue care che sono quasi rintanate in un angolo e si stringono per farsi coraggio. Hanno un aspetto umile ed esprimono la disperazione che ha distrutto la serenità della famiglia.

    Sullo sfondo è raffigurata la casa che aspetta invano il ritorno del soldato: sembra avvolta in un silenzio che sa di dolore e di solitudine.

    La maestra ha suggerito un parallelo con la poesia di Giovanni Pascoli nella quale il padre ucciso misteriosamente è atteso invano a casa come una rondine – vittima dello stesso destino dell’uomo – il cui nido è nell’ombra che attende, che pigola sempre più piano…

    Destino triste quello del soldato che noi ora onoriamo con cuore sincero.

    Di lui ora vive il ricordo doveroso ed incancellabile nella memoria di chi lo ha amato, ed in noi che con queste parole lodiamo il suo eroico coraggio.

    Gli alunni delle classi 5aA e 5aB della Scuola Primaria G. Galilei

  • La Madonna dei Cuori

    La Madonna dei Cuori

    Chi percorre la strada provinciale tra Lendinara e Canda, dopo aver superato la località Quattro strade e il vicino sottopasso della superstrada, trova sulla sua sinistra una piccola chiesa: una facciata semplice, caratterizzata da quattro lesene che affiancano a due a due l’unica porta centrale; la sommità è conclusa da un timpano lineare con tre tozzi pinnacoli ad ogni vertice che sorreggono tre piccole croci; sul retro, un piccolo campanile barocco a chiusura cupoliforme.

    Si tratta dell’Oratorio dei Cuori, come viene definito nella cartografia, “romita chiesetta di verdi prati cinta, nel crocicchio di agresti strade” come ebbe a scrivere nella sua ode “La Madonna dei Cuori in Canda” Michelangelo Bellinetti, maestro e direttore didattico oltre che poeta, scrittore e giornalista, medaglia d’oro della Pubblica istruzione, nato a Canda nel 1867 e morto a Rovigo nel 1956 (vedi “Ventaglio 90” n. 17).

    La sua prima costruzione risale al 1739, voluta dal conte Filippo dei nobili Nani di Venezia, i quali qui nella zona avevano diversi possedimenti terrieri, come pure altre famiglie veneziane, quali Venier, Corner, Loredan, Mocenigo, Grimani.

    Il conte si rese interprete della necessità della povera gente di questa località, dispersa nella campagna polesana all’estremo limite degli acquitrinosi fondi di sua proprietà “Fusa” e “Quori”. Toponimo quest’ultimo che originariamente non si riferiva al cuore – a cui rimanda il nome della chiesetta – ma derivava da “cuora”, cioè fanghiglia. Si trattava di un capitello, nella cui nicchia era affrescata una immagine della Madonna, presso cui la gente del contado soleva recarsi a pregare.

    L’origine di questa prima edicola si perde tra storia e leggenda. Si narra, infatti, che essa fu costruita molti anni prima, per accogliere un quadro con l’immagine della Madonna e del bambino, entrambi con un cuore in mano, trovato da un contadino del luogo in un vicino vigneto.

    L’uomo riferì l’accaduto al parroco di Canda che fece portare l’immagine sacra presso la chiesa parrocchiale, ma il mattino successivo il quadro fu trovato nuovamente nel posto in cui inizialmente era stato rinvenuto. La storia si ripeté ancora nei giorni successivi per cui il parroco e la popolazione decisero di costruire un oratorio votivo nel luogo del ritrovamento, lo stesso in cui si trova ora la nuova chiesetta ricostruita dal conte Filippo Nani. (E’ una storia simile a quella della vicina Madonna del Pilastrello di Lendinara).

    Poiché mancavano i dovuti permessi delle autorità religiose e civili, l’edificio fu aperto al pubblico due anni dopo, nel 1741, quando il vescovo Soffietti ordinò al parroco di Canda di benedire l’oratorio.

    Dai documenti risulta visitato dal vescovo Speroni nel 1772. Altri documenti del 1884 riportano che ha un altare in cotto, datato 1745, sopra il quale si trova un affresco con le immagini della Madonna e del bambino di autore ignoto.

    Queste immagini originali sono state sostituite nel 1950 da un nuovo quadro dipinto dal pittore Ivan Tardivello di Badia Polesine, il quale ha modificato completamente le sembianze di Maria e Gesù. Quelle primitive, di fattura artigianale, sono state riprodotte su uno stendardo fatto dipingere ad olio da suor Teresa e sorelle Elisabettine dell’Istituto Caenazzo di Badia Polesine.

    Nel 1911 l’oratorio viene chiamato “Madonna Assunta dei Cuori”. E’ molto frequentato dalla gente del luogo, dimostratasi sempre devota e fiduciosa nell’aiuto di Maria, come evidenziato dai numerosi ex voto. Ora è chiamato “Regina dei cuori” come “la somma di tutti i cuori del mondo, capaci di bontà”.

    Per favorire la popolazione della zona, data la grande e disagevole distanza dalla parrocchia di Canda, nella chiesetta veniva celebrata la messa alla domenica e nelle altre importanti ricorrenze dell’anno liturgico, i “fioretti” del mese di maggio e la recita del rosario nel mese di ottobre.

    Il grande fervore religioso della gente aumentò ulteriormente dopo il 25 aprile 1945 con i tragici avvenimenti che hanno concluso la seconda guerra mondiale e hanno interessato anche queste terre polesane. Fu infatti nella notte tra il 25 e il 26 aprile che i tedeschi in ritirata fecero saltare i numerosi depositi di munizioni esistenti in queste campagne attorno alla chiesetta dei Cuori, disseminati nei territori di Canda, Ramodipalo, Salvaterra, Crocetta e Presciane.

    Gli abitanti di queste località attribuirono alla Madonna, da loro invocata, la protezione e un vero miracolo per essere stati salvati da una immancabile catastrofe, per non aver avuto alcuna vittima ma soltanto lievi danni ad alcuni fabbricati.

    Da allora ogni anno accorrono numerosi il 25 aprile presso l’oratorio, per testimoniare la loro riconoscenza e la loro devozione alla sacra immagine.

    Nell’anno 1950 fu posta sopra la porta della chiesetta questa lapide commemorativa: “Gli abitanti di Canda Crocetta Presciane Ramodipalo e Salvaterra rimasti tutti incolumi nella notte tremenda del XXV aprile MCMXLV tra il fragoroso scoppio di polveri micidiali e il sinistro divampare degli incendi provocati dalla rabbia dei nemici in fuga promettono solennemente di raccogliersi qui ogni anno a rendere grazie alla loro Celeste Salvatrice Maria Regina Sovrana di Cuori”.

    Per i festeggiamenti fu nominato un apposito comitato che organizzò cerimonie religiose e solenni processioni per le strade circostanti, addobbate con archi e fiori, e, nei primi anni, anche sfilate di carri allegorici e i tradizionali giochi di quel tempo (come la cuccagna).

    Nei ricordi degli anziani sono rimaste famose le feste organizzate in quei primi anni. Numerosi carri e carrozze, trainati da cavalli, due per carro (in tutto una cinquantina), e perfino landau per accogliere Re e Regina. In una edizione la coreografia si ispirò all’opera lirica: su un carro aveva preso posto l’orchestra che suonava la marcia trionfale dell’Aida”; su un altro, ispirato alla “Tosca”, era rappresentata la scena del pittore Mario Cavaradossi che dipinge la Madonna, impersonato da un giovane della località “Giare”, che sarebbe poi diventato il valido pittore badiese Walter Dacome.

    Molte persone di quei tempi emigrarono per lavoro verso le città del Nord d’Italia ma, seppur lontane, ritornavano sempre per i festeggiamenti.

    Sono passati settant’anni da quegli avvenimenti e degli abitanti di allora ne sono rimasti ben pochi, ma la ricorrenza viene festeggiata ancora, organizzata da coloro che sono rimasti ma anche dalle nuove generazioni, per mantenere la promessa fatta e per rinnovare la devozione ed il ringraziamento alla Madonna.

  • Le storiche tele restaurate

    Le storiche tele restaurate

    Per la chiesa di Melara il 2014 sarà un anno decisamente da ricordare. Grazie al sostegno delle comunità religiosa e civile – nello specifico parrocchia di Melara e Lions club Ostiglia – sono stati restaurati due quadri deteriorati dal tempo. Sono quadri di notevoli dimensioni: il primo del pittore veneziano Antonio Paoletti (1834-1912) eseguito nel 1863, il secondo della Madonna dell’eterno Lume del 1722 di autore incerto realizzato a Palermo.

    L’altar maggiore, che venne ricostruito dopo il pauroso e devastante incendio del 1851, ospita la pala di Antonio Paoletti Madonna del Rosario, Materno ed Antonio di Padova che effigia i santi patroni del paese. E’ stata rimessa a nuovo dalla restauratrice Monica Corrà di Tarmassia di Isola della Scala (Vr), nella scorsa primavera.

    Mai nessuno prima aveva messo mano alla tela dipinta in Venezia, ed i “disastri” del tempo, del fumo, dello sporco e del degrado si sono visti nella loro interezza solo una volta che è stato deposto a terra il quadro, compreso certi buchi e la cornice, così come i supporti dietro.

    Diverse le scoperte ottenute grazie alla pulitura portata a compimento dalla valente artefice Corrà.

    Anzitutto, tolta la cornice, si è potuto vedere sia la firma dell’autore che altri dettagli nascosti, come l’effigie dell’antico campanile di Melara con tanto di cupola ed orologio, figure inedite. Poi dalla pulitura dello sporco, che ha richiesto tempo e perizia non comuni, si sono potuti ammirare i colori, le pennellate sapienti di Antonio Paoletti, un artista accademico ancora da riscoprire che ha lasciato sue opere a Venezia, Chioggia, Padova, Treviso, al Santo di Padova, Belluno e nella vicina Ostiglia, solo per citare i luoghi più noti. Lo scorso 18 luglio sono stati presentati in chiesa gli interventi sostenuti a cura del Lions club presieduto dal presidente Oreste Mingotti.

    Il quadro della Madonna del Lume ha invece preso la via dei colli vicentini, approdando a Brogliano, dove Dal Medico è intervenuto in modo adeguato e meticoloso per ridare luce e sicurezza alla struttura che presentava notevoli problemi di consolidamento.

    Grazie all’interessamento del parroco don Daniele Donegà, propiziatore dell’iniziativa, ora il dipinto si ammira nello sfolgorio dei colori, tanto più apprezzati oggi, grazie ad apposite lampade che ne rimarcano la bellezza facendo apprezzare la fluidità dell’esecuzione dell’artista.

    I lineamenti degli angeli, delle nuvole e, soprattutto, del volto soave della Madonna appagano molto il fedele. Anche in questo caso è stata fatta una serata di presentazione dei lavori eseguiti sul quadro. Un primo effetto sui parrocchiani questo restauro lo ha già avuto con testimonianze ed iniziative. Si parla, infatti, che il prossimo ottobre ci sarà un primo convegno internazionale dedicato alla Madonna del Lume nei suoi aspetti artistici e devozionali, con ospiti di grande rilievo.

    Al di là delle iniziative fatte ed in cantiere, comunque, l’indubbio rilievo della duplice operazione di restauro (portata a termine grazie alle sensibilità di singoli ed enti) consiste nel fatto che oggi si possono ammirare due storiche tele di grande pregio, che rimarranno nel tempo e che daranno modo, almeno si spera, di avviare altre iniziative, perché in una chiesa, si sa,i lavori di conservazione non finiscono mai.

  • Le ex carceri di Loreo

    Le ex carceri di Loreo

    Cittadina dalle antiche origini veneziane, Loreo ha vari aspetti architettonici ed artistici di rilievo. Negli ultimi tempi – grazie anche all’iniziativa “Giornate FAI di Primavera”, finalizzata alla valorizzazione di aspetti scarsamente conosciuti – è stato portato all’attenzione dei visitatori anche lo storico palazzo delle Ex prigioni.

    L’edificio sorge nelle adiacenze del Municipio di Loreo e si caratterizza per la sua sagoma massiccia e imponente: un blocco compatto, con una pianta di forma quadrangolare. Intonacato come da tradizione veneta, risulta austero e privo di decorazioni, con l’unica eccezione della liscia cornice marcapiano tra il piano terra e il primo piano.

    Il prospetto è caratterizzato da aperture simmetriche rispetto al portale centrale e presenta finestre quadrate, relativamente piccole ma profonde, sottolineate da una cornice liscia in pietra che sostiene una grata in ferro, testimone della funzione passata.

    La storica costruzione (valorizzata da un recente restauro) risulta però consistentemente inclinata su un lato, lasciando trasparire un aspetto problematico.

    La costruzione ottocentesca

    L’edificio risale presumibilmente all’inizio dell’Ottocento, in quanto nel Catasto Austriaco del 1845 è specificata la recente costruzione.

    Le carceri, in genere si presentano come edifici massicci e pesanti, e proprio il peso eccessivo della struttura è stata la causa che ha determinato l’inclinazione del fabbricato di Loreo. Analizzando con attenzione la geometria della facciata si può ipotizzare che il verificarsi dei cedimenti differenziali del terreno di fondazione, siano avvenuti probabilmente già in fase di costruzione. Al riguardo infatti si può notare che la finestra orientale del piano terra è chiaramente inclinata, mentre la corrispondente apertura del primo piano è regolare.

    E’ possibile che, come nel caso della Torre di Pisa, già in fase di costruzione, a causa del pesante carico trasmesso nel sottosuolo dalle fondazioni, siano avvenuti importanti cedimenti del terreno. In seguito ad un intervento di risanamento del terreno di base, la costruzione è successivamente proseguita abbastanza regolarmente. A fabbricato ultimato, tuttavia sono ripresi i cedimenti, interessando tutto l’edificio, seppure in misura più contenuta.

    Per avere la prova dell’inclinazione è sufficiente salire al primo piano e camminare sul vecchio pavimento in cotto delle celle. Già la salita lungo le scale dà luogo ad una particolare sensazione di vertigine, che prosegue e, in alcuni casi, si accentua poi camminando per le varie celle del primo piano.

    Nella parte interna delle ex carceri è possibile individuare un vano di entrata, sede del corpo di guardia e 6 celle, di cui 4 sopra al primo piano e due al piano terra, con la copertura del soffitto del tipo a volta in mattoni.

    Sul pavimento del primo piano, in una delle celle, è possibile vedere delle sottili incisioni che rimandano a giochi passatempo dei carcerati come la “tria” e iscrizioni varie, tra cui alcune con croci e date riferite al 1800.

    Al tempo della Serenissima

    L’esistenza delle prigioni a Loreo è testimoniata in un documento del 1537, nel quale Venezia chiede al podestà locale di destinare alcuni galeotti alla formazione dell’equipaggio di una galea. Nella lettera inviata dal doge Andrea Gritti al podestà di Loreo Nicola Querini, è riportato: “… volendo servirsi da quella Terra nostra (Loreo) d’uomini tre e dal Territorio (Bassopolesine) d’uomini doi per interra le gallie nostre, non derogando per questa volta alli privileggi de quei fedelissimi nostri, vi comendemo che con ogni prestezza ne mandiate de questa Chiesia uomini cinque, sani et sufficienti al predetto effedo, avendo rispedo ai capi di famiglia e soli in casa…”.

    Un successivo documento datato 1565, riporta che i loredani chiedono al Collegio della Milizia da Mar di Venezia di ridurre da venticinque a dodici i galeotti ordinari i quali, con altri sei galeotti di respetto, sarebbero stati chiamati in caso di assoluta necessità.

    In precedenza abbiamo come riferimento la data del 6 settembre 1498, quando il podestà di Loreo Girolamo Bondumier, ricevette l’ordine di catturare gli schiavi fuggitivi etiopi o saraceni. Si raccomandava di consegnare tali schiavi all’ufficio dei provveditori di Comun perché fossero puniti e restituiti ai legittimi padroni. Questa affermazione lascerebbe presupporre, che all’epoca Loreo non era ancora dotato di carceri.

    Anziché rinchiudere tutti i prigionieri nelle carceri, a partire dal 1545 una parte di questi (presumibilmente i più vigorosi) iniziarono ad essere impiegati come rematori forzati nelle galee veneziane (da qui il termine galera). Verso il 1580 le ciurme forzate con i galeotti incatenati, costituivano il principale fondamento dell’armata veneziana. Poiché molti condannati non sapevano remare, per legge i sopracomiti che armavano una galea dovevano assoldare un volontario ogni tre forzati.

    La galea (o galera) sottile o da combattimento veniva costruita solo all’Arsenale di Venezia. Lunga circa 50 metri e munita di vela triangolare, aveva normalmente 162 rematori. La ciurma ordinaria di una galea, a partire dal 1593, fu portata a 192: 48 esperti e 144 forzati.

    Il problema della Giustizia a Loreo

    Nel XVI e XXVII secolo, Loreo, borgo isolato e di frontiera, lontano da Venezia, era frequentato da personaggi veneziani non sempre affidabili: non mancavano pertanto i colpevoli di reati contro il patrimonio e contro la persona. Era anche luogo di transito di parte della malavita ferrarese, nonché veneta comprendente padovani e veronesi. Non solo: poiché il territorio di Loreo era molto vasto – in quanto il Polesine di Loreo comprendeva allora molti dei comuni del delta del Po – si caratterizzava come un’area percorsa da eserciti, milizie e soldati, che in parte contribuivano ad alzare il tasso di criminalità. C’è inoltre da ricordare come dal Cinque al Settecento, nonostante i controlli imposti dalla Serenissima Repubblica, si praticava diffusamente il contrabbando, i dazi erano molti e anche le proibizioni che andavano dal tabacco (erba regina) ai libri dei filosofi francesi.

    Una facile deduzione-derivazione porterebbe ad individuare nel toponimo Loreo, il reo ovvero il colpevole o locus rei, il luogo dei colpevoli. In realtà, è consolidato che il nome deriva dal bosco di alloro, pianta molto presente nel bosco primario.

    Resta comunque il fatto che il problema era molto sentito, e va detto che la giustizia veneziana sembrava tenere molto alla legalità, ma non la perseguiva efficacemente. La costruzione delle carceri a Loreo, venne vista come una possibile soluzione e contribuì ad una parziale soluzione del problema.

    Da ciò si può desumere che la Serenissima fece sicuramente costruire un edificio carcerario a Loreo, ma quello che possiamo oggi visitare è – come detto – di origine ottocentesca.

    Un ponte dei sospiri in Polesine

    In occasione delle giornate del FAI 2015, del 21 e 22 marzo scorso, è stato aperto il collegamento sopraelevato tra l’adiacente Municipio e le vecchie prigioni austriache: una sorta di “ponte dei sospiri” nel delta del Po. Davvero notevole è stato il flusso di visitatori attratti dalla possibilità di visitare il bene storico pressoché sconosciuto.

    Recentemente restaurate, le ex carceri di Loreo ospitano oggi la biblioteca civica comunale dedicata allo studioso di Loreo Piergiorgio Bassan.

  • Rovigo e il Rinascimento

    Rovigo e il Rinascimento

    Il Museo dei Grandi Fiumi di Rovigo si è recentemente arricchito della nuova sezione dedicata al Rinascimento, il cui simbolo principale è rappresentato da un’opera, acquisita qualche anno fa, consistente in un meraviglioso piatto istoriato che propone il mito di Ero e Leandro. L’opera – che fa bella mostra di sé nella terza sala di questa nuova sezione – è stata realizzata dal celebre pittore di maioliche Xanto Avelli da Rovigo, attivo in particolare alla corte di Urbino nella prima metà del XVI secolo.

    La prima sala

    Iniziamo dunque il percorso del Rinascimento dalla prima sala – che potremo definire la sala delle architetture – in cui il visitatore viene accolto da un interessante accorgimento scenografico che, concepito nel rigore di una ricostruzione prospettica e delle proporzioni della sezione aurea, suggerisce l’ingresso ad uno spazio che celebra sullo sfondo una veduta del prospetto dell’elegante facciata di palazzo Roverella, prospiciente Piazza Vittorio Emanuele II di Rovigo. Un’immagine questa accompagnata da quella del primo Chiostro del Museo dei Grandi Fiumi, entrambe pregevoli costruzioni rinascimentali attribuite al celebre architetto della corte estense Biagio Rossetti¹.

    Fondamentale il principio della prospettiva, che interessa tanto l’architettura quanto la pittura, quale fondamentale invenzione dell’epoca. L’impressione della profondità rappresenta infatti una delle grandi rivoluzioni del periodo storico a cavallo tra XV e XVI secolo, segnato da grandi cambiamenti in tutti i campi del sapere, dalla rinascita culturale di arti e scienze e dal recupero della classicità.

    La seconda sala

    Nella seconda sala, concepita come un viaggio nelle nuove terre e nella cartografia che per la prima volta le ha descritte, il visitatore si troverà di fronte alle nuove scoperte dell’epoca, come l’affermazione della polvere da sparo in campo bellico e l’invenzione della stampa a caratteri mobili, grazie all’orafo tedesco Johann Gutenberg, che stampò la prima Bibbia del 1456, dando grande slancio alla circolazione di idee e contenuti. Viene dato esempio dell’importanza della nuova arte tipografica attraverso due riproduzioni di carte storiche dell’Europa e del Nuovo Mondo, i cui originali sono conservati presso l’Accademia dei Concordi di Rovigo, quali testimonianze dei grandi viaggi di esplorazione delle nuove terre ad opera di Cristoforo Colombo, Amerigo Vespucci, Vasco de Gama e Ferdinando Magellano, che compì la prima circumnavigazione del globo.

    E’ questo il periodo in cui la Repubblica Serenissima inizia a guardare con interesse al Polesine, da secoli sotto il controllo di Casa d’Este, dando infine luogo ad un conflitto (la guerra del sale 1482-84) che la porterà a conquistare buona parte del territorio tra Adige e Po. Fondamentali furono poi le opere di bonifica attuate dagli ingegneri idraulici veneziani nel fertile territorio del Polesine, ove iniziarono ad essere conosciuti nuovi prodotti provenienti proprio dalle Americhe, come la patata o il mais, coltivati nelle campagne del Monastero Olivetano di San Bartolomeo, come attestano documenti dell’epoca. Vennero introdotti anche i fagioli, i pomodori, la zucca, il cacao e altri alimenti che trasformarono radicalmente la dieta alimentare del Vecchio Continente.

    In questa stessa sala è esposto l’originale della celebre mappa di Rovigo, che rappresenta la città nel 1670 circa, stampata dal tipografo olandese Pierre Mortier nel 1704 (conservata in Accademia dei Concordi fino all’inaugurazione della Sezione) che illustra l’aspetto della città con le trasformazioni urbanistiche avvenute già tra XV e XVI secolo.

    Sono inoltre presenti riproduzioni fotografiche di dettagli – relativi al Polesine – tratti da alcuni dei grandi teleri del ricco ciclo pittorico secentesco che adorna gli interni del Tempio della Beata Vergine del Soccorso di Rovigo.

    La terza sala

    Al tempo, la penisola italica era suddivisa in numerosi Principati e Signorie, retti da importanti famiglie di nobili che ospitavano nelle loro corti pittori, architetti, letterati, poeti e artisti di grande fama. E, a proposito di mecenatismo, accompagnando il visitatore all’interno dello spazio domestico della villa (tipologia edilizia apparsa per la prima volta in quegli anni ad opera dell’architetto Andrea Palladio), nella terza sala troviamo l’eccezionale opera di Xanto Avelli, pittore di maioliche di fama internazionale, che vide i suoi natali in terra rodigina.

    Il piatto in maiolica, acquistato grazie all’intervento della Fondazione Banca del Monte di Rovigo², è dedicato al mito greco di Ero e Leandro, la cui tragica storia d’amore appassionava molti altri artisti dell’epoca. E’ esposto in una teca, rivelando tutta la brillantezza dei caratteristici colori rinascimentali, giallo, verde e blu, riportati al loro originario splendore dopo il recente restauro.

    Avelli, che aveva dedicato la sua produzione al genere dei piatti istoriati, assunse il nome d’arte di Xanto ispirandosi alla lingua greca, e firmò le sue opere principalmente come Francesco Xanto Avelli da Rovigo o Rovigese, rivelando un profondo legame con la sua città natale, mai dimenticata anche dopo il trasferimento a Gubbio e Urbino, principali centri di produzione ceramica nel Rinascimento.

    Proprio attraverso la firma che poneva sul retro delle sue opere, per esteso o a monogrammi, il nome di Rovigo è noto in tutto il mondo, poiché Xanto Avelli gode ancor oggi di una fama eccezionale e i suoi piatti sono esposti in alcuni dei musei più importanti del mondo, tra cui i Musei Vaticani di Roma, il Metropolitan Museum di New York, il Louvre di Parigi e il Paul Getty Museum di Los Angeles.

    In questa terza sala – sala delle maioliche – le pannellature che circondano il piatto, suggerendo le decorazioni riscontrabili all’interno delle ville padronali, accompagnano i numerosi esempi esposti di diverse tipologie ceramiche: maiolica, mezza maiolica, compendiario, istoriato, grottesca, graffito. Manufatti per la maggior parte riferiti all’uso da tavola, rinvenuti nei centri urbani di Rovigo e Badia, a conferma della presenza in queste città di due importanti fornaci e di botteghe³. Infine sono presenti due riproduzioni di tarsìe lignee realizzate dai fratelli Canozi, abili ebanisti rinascimentali originari di Lendinara.

    La quarta sala

    La Sezione del Rinascimento si conclude con un’ultima sala dedicata alle bonifiche nel territorio, al taglio di Porto Viro, con l’esposizione di un modellino plastico che riproduce Villa Badoer a Fratta Polesine. Quest’ultima, in particolare, può considerarsi il simbolo dell’importanza centrale attribuita e assunta dall’uomo nel Rinascimento: una persona istruita, che controllava il territorio circostante dall’alto della sua elegante dimora e lasciava in questo modo, con la villa veneta, un segno tangibile della rinascita del suo potere intellettuale.

  • Benvenuti in Polesine

    Benvenuti in Polesine

    Benvenuti nel Delta, riserva UNESCO della biosfera! Una bella foto, scattata dal portovirese Daniele Soncin, caratterizza la copertina di questo numero di Ventaglio Novanta, che intendiamo dedicare all’importante riconoscimento internazionale attribuito al nostro Delta. Un’immagine, questa, che apre il 26° anno di attività ininterrotta della rivista edita da Turismo & Cultura, nata con la dichiarata finalità di far conoscere le interessanti peculiarità (spesso poco note) del Polesine, puntando su un doppio obiettivo: diffondere tra i polesani la consapevolezza dei pregi paesaggistici, artistici e delle eccellenze che caratterizzano in vari campi il nostro territorio, e favorire nel contempo occasioni di apprezzamento da parte dei turisti che, soprattutto con la bella stagione, raggiungono la provincia solcata dai grandi fiumi.

    E a proposito di questi ultimi, ci fa davvero piacere che l’uscita di questo numero coincida con l’arrivo di una carovana di camperisti a Rosolina Mare, con i quali avremo modo di intrattenerci nell’area ambientalmente più pregiata del nostro territorio, quella del Delta, che ha appena ottenuto il significativo riconoscimento di zona pregio, rientrante nel programma UNESCO “Man and biosphere”.

    Come sempre il Ventaglio si presenta con una serie di proposte di visitazione e conoscenza. Per quanto riguarda il delta Delta, oltre alle splendide immagini di Soncin (pag.119), segnaliamo la ricostruzione dell’annosa storia del confine che per secoli ha contrapposto la Serenissima allo Stato della Chiesa (pag.46), poi Scamozzi in Polesine (pag.50), I forti della seconda guerra mondiale (pag.80), Le ex carceri di Loreo (pag. 18).

    Sarà poi un Itinerario lungo il Canalbianco (pag. 12) che da Loreo ci condurrà verso il medio Polesine, passando per Adria, dove sosteremo nella Cattedrale per ammirare la statua della Madonna della Salute (pag.66), per raggiungere successivamente Ceregnano che ha inaugurato i percorsi della felicità (pag.138) ed approdare quindi a Rovigo dove visiteremo la sezione Rinascimentale del Museo (pag. 8), apprezzeremo le mura medioevali (pag.138) e gli aspetti ambientali riscontrabili lungo la Retinella (pag.42).

    Faremo quindi una puntata oltre l’Adige per raggiungere Boara Pisani e conoscere la storia di don Perin, eroe della seconda guerra mondiale (pag.76) e fare poi tappa a Stanghella presso il monumento dedicato ai caduti, realizzato da Virgilio Milani (pag.26). Torneremo in Polesine per sostare a Lusia, non solo per apprezzare l’insalata IGP (pag.154), ma anche per individuare i Percorsi Lusiani (pag.150). Lungo l’Adige raggiungeremo quindi i borghi lendinaresi di Saguedo e Campomarzo (pag.34) per procedere poi alla volta di Villanova del Ghebbo (pag.72) e raggiungere quindi Polesella (pagg.58 e 170) per spostarci a Canaro, alla scoperta di antichi oratori (pag.30).

    Approderemo poi a Gaiba presso villa Fiaschi (pag.54), risalendo il Po per portarci quindi a Ficarolo e visitare la parrocchiale restaurata dopo il sisma (pag.142), raggiungendo poi Melara, il paese più occidentale del nostro territorio, dove potremo ammirare due splendide storiche tele da poco restaurate (pag.22).

    Torneremo quindi verso il medio Polesine sostando a Canda, dove il canale Malopera si tuffa nel Canalbianco (pag.38) e dove potremo visitare il tempietto della Madonna dei Cuori (pag.24). Ed eccoci infine a Badia dove sorge l’antico Palazzo del Monte dei Pegni (pag. 62), e faremo conoscenza con un personaggio davvero illustre (pag.92).

    Ma non è finita qui, e contiamo che anche gli altri articoli, narrazioni e poesie siano apprezzati dai lettori “vicini e lontani” che avranno modo di acquisire questo numero della rivista che arricchisce una raccolta da non pochi considerata insostituibile per conoscere e valorizzare il Polesine.

  • A vegno a ca’

    A vegno a ca’

    Organizzato con un anno di anticipo, visto il desiderio di molti emigranti, il secondo raduno “A vegno a cà” dei “Butrigan nel mondo” ha ottenuto un successo inaspettato. Quel raduno, iniziato nel 2013 doveva infatti svolgersi ogni tre anni, da ora, invece sarà biennale. Bottrighe ha così riabbracciato tanti dei suoi figli che hanno lasciato il paese natale, ma che conservano intatto il senso delle radici.

    In ben centodieci si sono ritrovati il 26 e 27 settembre scorsi: una sessantina sono appositamente giunti da Piemonte, Lombardia, Lazio, Emilia Romagna e Toscana, oltre che da alcune province del Veneto.

    Due giorni molto intensi per gli emigrati bottrighesi, accolti affettuosamente nella loro terra natale, tra abbracci e commozioni, ricordando i tanti momenti dell’infanzia e della gioventù trascorsi insieme a Bottrighe. Molti di loro si sono incontrati con vecchi compagni di classe che non vedevano da tantissimi anni: immancabile la passeggiata lungo gli indimenticabili argini del grande fiume.

    Particolarmente commovente l’incontro tra Raoul Gregnanin di Settimo Torinese, già redattore capo di Tutto Sport che tornava a Bottrighe dopo quasi cinquant’anni e Cesarino Del Ross, oggi novantaduenne, suo maestro elementare.

    Nella giornata di pre-festa ufficiale, dinanzi alla sala polivalente “Loris Cominato” – per tutti le “ex scuole rosse” -, si sono dati appuntamento gli emigrati provenienti da più lontano. Poi l’aperitivo nella “queva” messa a disposizione dal Gruppo Sportivo e l’ottima cena a base di pesce preparata grazie anche alla collaborazione delle sapienti mani di Giuliano Romanin, Wilmer Andreotti e Natalino Crepaldi.

    Qui, il poeta-scrittore Lino Veronese, attualmente residente a Rosolina, ma per una vita a Torino, è stato nominato ufficialmente presidente dei “Butrigan nel Mondo” per mano del dottor Antonio Boni che gli ha consegnato una medaglia che raffigura l’angelo della torre campanaria di Bottrighe, simbolo importante per questa comunità.

    Si è trattato di una serata di “Amarcord” con la proiezioni di vecchie immagini e rievocazione dei momenti passati, seguiti dalla lettura di alcuni passi del nuovo libro sulla storia di Bottrighe, di prossima stampa, opera di Nerino Albieri, appassionato storico e ricercatore locale.

    Il giorno seguente, nell’affollata chiesa di San Francesco, si è svolta la messa dell’emigrante celebrata dal parroco don Antonio Cappato e commentata da appropriati canti del locale gruppo folkloristico “Bontemponi & Simpatica Compagnia”, gruppo che sul sagrato della chiesa ha poi intonato l’inno “Oh Bottrighe!”.

    Il sindaco di Adria Massimo Barbujani ha portato il saluto dell’amministrazione comunale, sottolineando l’importanza ed i legami con gli emigrati, facendo riferimenti altresì alla preziosa attività dell’associazione “Polesani nel mondo”. Dopo la visita alla scuola materna e al parco “1° Maggio”, la comitiva ha festeggiato l’evento con una conviviale all’Hotel Caponord nell’isola di Albarella.

    Qui, tra brindisi e canti dei Bontemponi, è seguito il saluto di Nicola Gennari, delegato locale del sindaco e la consegna agli ospiti, da parte degli organizzatori, di un plico contenente una veduta fotografica aerea di Bottrighe su pergamena, un fascicolo di memorie scritto da Lino Veronese ed una pubblicazione su San Francesco, co-patrono di Bottrighe, offerto da don Antonio Cappato, parroco del paese. Vari gli interventi di gratitudine degli ospiti, molto emozionati, nel riconfermare in questo modo il forte attaccamento al paese natio che mai hanno dimenticato. Poi, prima di sciogliere la partecipata riunione conviviale, la promessa di ritrovarsi tra due anni.

  • Lendinara “Città Ospitale”

    Lendinara “Città Ospitale”

    Lendinara ha potuto fregiarsi, per prima in Italia, del titolo di Città ospitale.

    Ad assegnare l’importante riconoscimento alla città, il cui appellativo di “Atene del Polesine” è ancora impresso nella storia, è stato il Ctg nazionale in occasione del pellegrinaggio regionale del Ctg, che si è svolto a Lendinara lo scorso 20 settembre.

    Quest’anno ad accogliere l’appuntamento è stata Lendinara, che si è dimostrata all’altezza delle aspettative. Oltre 200 partecipanti sono arrivati dalle diverse sedi del Ctg, sparse tra le province venete, per visitare i luoghi di culto e di storia della città di Lendinara.

    La mattinata si è aperta con il momento di accoglienza, che ha visto il sindaco Luigi Viaro fare gli onori di casa insieme agli assessori Sandra Ferrari e Francesca Zeggio, alla presidente del Comitato di gestione della Biblioteca comunale Vanna Boraso e alla presidente della Pro loco cittadina Alda Marchetto.

    Con loro anche il Corpo bandistico Città di Lendinara, che ha accolto in musica il gruppo, accompagnandolo fino alla Basilica abbaziale di Nostra Signora del Pilastrello, prima fermata del pellegrinaggio in terra lendinarese.

    Di tappa in tappa e attraverso le riflessioni preparate dai diversi gruppi Ctg, la mattinata è volata e ha permesso al gruppo di ammirare, oltre all’importante Santuario del Pilastrello, la chiesetta cinquecentesca di San Giuseppe ed il duomo di Santa Sofia sorto nel 1070. Poi la chiesetta di Sant’Anna eretta dal 1433 e la chiesa arcipretale di San Biagio la cui prima edificazione risale al Duecento.

    Il numeroso gruppo ha potuto conoscere anche la storia e le particolarità degli altri siti, che completano il volto religioso del centro storico lendinarese, quali la chiesa di San Francesco, già Sant’Agata ed il sacrario di San Rocco, famedìo della Grande Guerra.

    L’intensa mattina si è conclusa con il pranzo, accolto a Villa Marchiori. Ai fornelli e alle griglie, i ragazzi del Ctg lendinarese, L’Atene del Polesine, che guidati dal presidente Nico Pavarin, si sono dimostrati all’altezza della situazione.

    Il pomeriggio, poi, è stato dedicato a conoscere alcuni degli angoli storici più rappresentativi di Lendinara, proposti in una chiave insolita ed originale.

    Palazzo Pretorio è stato raccontato attraverso la presenza del gruppo I guardiani del Ctg di Rovigo che hanno fatto rivivere, nel cortile interno dello storico palazzo, le suggestive atmosfere medievali fatte di dame e cavalieri.

    La visita a palazzo Cattaneo è stata, invece, impreziosita da un concerto, a cura dell’Istituto musicale Ponzilacqua di Lendinara, che ben si è sposato con gli ambienti del palazzo.

    Le atmosfere risorgimentali sono rivissute lungo riviera Mazzini, dove il Gruppo risorgimentale Città di Lendinara si è esibito in danze del passato, indossando costumi d’epoca.

    Immancabile anche la visita al giardino romantico di Ca’ Dolfin-Marchiori, con le sue atmosfere vegetali e le architetture celate da quest’ultime.

    L’intenso programma della giornata è andato a concludersi in sala consiliare, dove la città di Lendinara è stata premiata con il prestigioso titolo di “Città Ospitale”, la prima in Italia a ricevere l’importante riconoscimento che ne attesta l’inserimento nel network nazionale a firma del Ctg nazionale.

    La targa è stata ritirata da Luigi Viaro, sindaco di Lendinara, città che ha omaggiato ogni gruppo Ctg partecipante all’evento con il Paniere di Lendinara.

    L’importante appuntamento ha visto presenti anche il presidente nazionale Ctg Giuseppe Marangoni con il segretario nazionale Alberto Ferrari, il presidente provinciale del Ctg Enzo Ortolan ed il presidente regionale Nicola Gasparetto, che ha magistralmente coordinato l’evento insieme a Sara Fumaneri.

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