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Archivi: Articoli d’archivio

  • Sant’Antonino di Ficarolo

    Sant’Antonino di Ficarolo

    Se pur marginalmente, rispetto ai danni registrati in Emilia-Romagna e Lombardia, anche l’Alto Polesine di Rovigo ha dovuto fare i conti con il sisma del 2012, che ha danneggiato principalmente gli edifici storici, tra i quali, in primis, le Chiese ed i campanili. Tra i centri maggiormente colpiti va annoverato Ficarolo, dove i danni al Complesso parrocchiale di San Antonino Martire, hanno tenuto sotto scacco il centro storico a causa della delimitazione di una “zona rossa” che, fisicamente, ha diviso il comune in due parti.

    20-21 Maggio 2012. La cronistoria del complesso lavoro di ripristino deve necessariamente partire dal giorno successivo alla scossa del 20 maggio 2012, allorché, su segnalazione immediata della Direzione Regionale per i Beni Culturali, i Funzionari della Soprintendenza di Verona giunsero in paese per organizzare l’impegnativo intervento di messa in sicurezza della cella e della cuspide della torre campanaria, seriamente lesionate. La collaborazione, d’intesa con il Comando Provinciale dei Vigili del Fuoco, coordinati dal Nucleo Coordinamento opere Provvisionali di Bologna, si è profusa in una velocissima organizzazione del cantiere, impiantato nell’arco delle 24 ore successive.

    La seconda scossa e i lavori di messa in sicurezza

    La seconda scossa si è verificata il 29 maggio. Proprio in quella giornata gli uomini del gruppo S.A.F. (Speleo Alpino Fluviale) dei Vigili del Fuoco del Veneto, grazie all’ausilio di un’imponente gru con uno sbraccio fino a cento metri, stavano operando in quota e avevano già rimosso le cinque campane dalla cella campanaria, alleggerendo in maniera precauzionale le strutture dal loro peso di quasi cinquanta tonnellate. La paura per loro è stata immane e solamente la prontezza dell’operatore della gru, che ha avvertito da terra le prime avvisaglie delle onde sismiche in arrivo, li ha prontamente “staccati” dall’edificio evitando così il peggio.

    I lavori sono proseguiti per circa un mese, poi l’opera si è spostata sulla Parrocchiale in quanto la sua incidenza edificatoria sulla viabilità primaria del paese ha fatto in modo che l’intervento potesse essere condotto ancora dai Vigili del Fuoco, a salvaguardia della pubblica incolumità degli abitanti. Alla fine di luglio 2012 tutte le opere provvisionali svolgevano il loro compito, potendo in tale modo riaprire parzialmente la viabilità e facendo così respirare il centro rivierasco.

    I lavori di consolidamento e restauro

    Gli interventi di consolidamento statico, miglioramento sismico e restauro alla Chiesa sono invece partiti dopo l’estate con il primo stralcio funzionale, utilizzando finanziamenti già erogati in precedenza dalla C.E.I. e dalla Fondazione Cassa di Risparmio di PD e RO per il restauro degli ambienti interni. L’ambito di intervento viene individuato sulle strutture di copertura del Presbiterio e del Catino Absidale, interessate da crolli diffusi dei cornicioni, con l’inevitabile percolamento all’interno delle acque meteoriche nei punti di sfondamento del manto.

    Vista la copertura economica, si affronta subito il secondo stralcio funzionale per la sistemazione dell’attigua “Sala dei Confratelli”, al fine di ridare alla comunità cattolica praticante un luogo confortevole dove celebrare la Santa Messa fino a quel momento officiata nel ricreatorio parrocchiale.

    Con la Pasqua del 2013 le prime opere sono state concluse, potendo perciò riaprire ulteriormente un altro tratto di viabilità. Lo sblocco successivo dei finanziamenti europei ha accelerato i tempi per il completamento dei progetti complessivi, accantierati entro la fine dell’estate e conclusisi, pena la perdita del contributo, entro il Natale.

    Per la Chiesa parrocchiale il 2014 si apre così sotto il miglior auspicio di una sua imminente riapertura definitiva, avendo completato tutti gli interventi necessari e indispensabili al ripristino delle condizioni statiche pre-sisma, migliorate inequivocabilmente nelle strutture di copertura, di facciata e delle volte interne in mattoni di laterizio.

    Il mese di marzo è stato decisivo per la definizione dell’ultimo tassello mancante: l’inizio delle opere di restauro interno, reso possibile grazie ad un cospicuo lascito alla Parrocchia da parte dei coniugi ficarolesi Tranquillo e Mariuccia Ravagnani.

    Le analisi di laboratorio propedeutiche alla progettazione, effettuate su campioni di intonaco, hanno messo in evidenza quanto già affermato dal Prof. Francesco Amendolagine nel suo compendio “Ultimi intrecci tardo barocchi: architettura e decorazione a stucco forte nel Duomo di Ficarolo”1: una caratterizzazione cromatica degli elementi decorativi parietali e a stucco in aggetto con tonalità “chiare di gusto settecentesco sottostanti alle ridipinture ottocentesche e novecentesche che ne hanno abbassato notevolmente la luminosità diffusa tipica delle chiese tardo barocche”. La progettazione si è perciò trovata ad un bivio essenziale: riportare gli ambienti interni a una vestigia iniziale, concepita e messa in opera dall’Architetto ferrarese Gaetano Barbieri (1711-1797), o avvicinare le decorazioni novecentesche discretamente conservate, per intensità dei colori presenti sulle superfici prive di elementi fitomorfi, ad una concezione di luce tardo barocca.

    La conservazione del ciclo pittorico

    La logica ha preso il sopravvento sul sentimento di Architetto, facendo impostare il progetto al mero restauro conservativo delle opere pittoriche realizzate dal pittore, decoratore e grafico bolognese Antonio Maria Nardi (1897 – 1973), presente a Ficarolo nel 1940 dove ha lasciato una delle opere più significative della sua ampia produzione polesana in concomitanza dell’episcopato di Mons. Guido Maria Mazzocco vescovo di Adria – Rovigo dal 1934 al 1968.

    Seppur, come affermato, le decorazioni si trovassero nell’insieme in un discreto stato di conservazione, nel presbiterio e nel coro si sono riscontrate criticità dovute al sisma, come la perdita di arellato decorato, causa la caduta dall’alto di mattoni dal tetto, o all’incuria del tempo, come l’esfoliazione e lo scoppio dell’intonaco a calce negli strati bassi delle murature, con la conseguente perdita irreversibile delle decorazioni, causa la forte umidità di risalita e la presenza di sali idroscopici in soluzione nelle stesse.

    Cinque mesi intensi di lavoro – da parte delle restauratrici e dei pittori della ditta Ghiotti di Trecenta – durante i quali si sono realizzate opere di consolidamento degli strati pittorici interessati da rigonfiamenti per presenza di umidità legata alle infiltrazioni di acqua dal tetto, pulizia, integrazione pittorica e ricostruzione delle decorazioni perdute. Quest’ultimo passaggio è stato possibile, senza peccare di interpretazioni personali, grazie all’uso degli spolveri originali del Nardi conservati in parrocchia, con i quali si è potuta ricostruire perfettamente la decorazione delle paraste del presbiterio assente da molti anni. Una velatura a base di latte di calce, opportunamente pigmentato con terre naturali, ha poi completato il lavoro di restauro di tutte le superfici neutre non interessate da decori, cercando di alleggerire alcune tonalità scure e incongrue presenti, omogeneizzandole alle tonalità predominanti dell’architettura.

    Un complesso intervento di restauro, difficile da riassumere in poche e brevi righe, ma sicuramente palpabile ed immediato nella visita della chiesa, che suscita un’intensa emozione e una totale partecipazione sul piano estetico e affettivo.

    La conclusione dei lavori e la festa della comunità

    Le forme, le dimensioni, le linee curve degli elementi aggettanti, le decorazioni a stucco forte delle statue dei Fratelli Turchi, le pitture del Nardi, i marmi policromi degli altari, le laccature degli elementi lignei, tutti insieme oggi convivono in armonia senza che nessun elemento prevalga esteticamente sull’altro, ma anzi valorizzandosi, elevandosi a vicenda e fortificando quella “impetuosità di concezione barocca” di San Antonino Martire.

    Contestualmente all’avanzamento spedito dei lavori sul campanile, iniziati all’inizio dell’estate, sabato 6 settembre 2014 – alla presenza di sua Eccellenza Mons. Vescovo Lucio Soravito De Franceschi e di numerosi Cavalieri e Dame della Sezione del Veneto dell’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme, che per l’eccezionalità dell’evento hanno ritenuto di partecipare in modo solenne alla cerimonia inaugurale – si è riaperta alla Comunità Altopolesana la Chiesa, chiusa ed inagibile dai giorni del sisma del 2012.

    Il 21 dicembre 2014 si è concluso definitivamente, con il suono delle campane a festa, il capitolo sisma per la Comunità religiosa ficarolese. Ma questa è un’altra storia.

  • “Rovigo è città murata”

    “Rovigo è città murata”

    In quella “è”, posta tra “Rovigo” e “città murata” sta l’orgogliosa presa di coscienza di una realtà storica e culturale poco nota ma sicuramente di grande pregio. E anche di rilievo al fine di meglio veicolare le proposte turistiche che vedano in prima fila il capoluogo del Polesine.

    Quasi una scoperta. Per molti la piacevole sorpresa di una realtà sconosciuta: Rovigo è una città murata.

    Si sapeva di Montagnana, di Cittadella, ma – come in tanti altri ambiti che riguardano il Polesine, in cui vengono trascurate o perfino disconosciute reali eccellenze – non si sapeva di Rovigo. Colpa certamente di dissennate scelte urbanistiche attuate nel passato, soprattutto nel XIX e XX secolo quando con disinvoltura si sono demoliti o occultati vari spezzoni dell’antica cinta muraria, ma colpa anche di chi non sa o non vuol vedere.

    Necessitava un’azione volta ad aiutare ad aprire gli occhi su questa pregevole caratteristica storica della città. E con tale obiettivo si sono mosse alcune associazioni culturali – con Italia Nostra in prima fila – e due istituzioni scolastiche della città: l’Istituto tecnico per geometri “A. Bernini”, e l’istituto d’istruzione superiore “E. De Amicis.

    Ne è nato un progetto – condiviso dal Comune di Rovigo e sostenuto da un contributo della Fondazione Banca del Monte – finalizzato all’acquisizione della “consapevolezza orgogliosa della dignità di una Rovigo cinta di mura”. Un progetto di rilevazione e conoscenza, che ha ottenuto un ulteriore sostegno da parte della Fondazione CaRiPaRo e della ditta Milan Luigi srl, ed è sfociato in un convegno e in una mostra, quest’ultima allestita in Pescheria Nuova alla fine dello scorso gennaio.

    Un’iniziativa il cui avvio risale al 2011, quando il Bernini e il De Amicis, con i loro allievi e insegnanti si sono impegnati per realizzare la mappatura delle parti di mura visibili, nonché la loro promozione turistica attraverso un percorso lungo il loro perimetro e una cartina per guidare i visitatori.

    Per conoscere i riscontri relativi al Convegno e alla Mostra, nonché le ulteriori tappe del “Progetto Mura”, ci incontriamo con la prof.ssa Donata Fischetti, presidente di Italia Nostra, l’associazione che ha consistentemente sostenuto l’azione di indagine e conoscenza.

    Prof.ssa Fischetti, l’iniziativa “Rovigo è città murata” ha sicuramente attirato l’attenzione sul patrimonio medioevale rodigino legato alla cinta muraria, purtroppo in parte non più presente. Come hanno reagito i rodigini?

    Molto positivamente, devo dire, se pensiamo che nei 6 giorni di mostra, abbiamo raccolto, nel registro delle presenze, più di mille firme di visitatori accompagnate, a volte, da lusinghieri complimenti ma anche da consigli e considerazioni personali. D’altronde non dobbiamo dimenticare che l’incipit di tutto nasce dalla civile e responsabile segnalazione di alcuni cittadini circa l’abbattimento di un tratto di mura antiche, durante una ristrutturazione: era il 2011. Dal Convegno che ne seguì, svoltosi presso l’Accademia dei Concordi, nacque l’ideazione del progetto condiviso con il Comune e i due Istituti scolastici, ma sostenuto anche, nei suoi obiettivi da tutte le Associazioni culturali della città.

    Quali sono stati i punti salienti emersi dalla conferenza di gennaio?

    Credo che gli spunti di riflessione siano stati molteplici: Primo fra tutti l’aver suscitato l’attenzione e l’interesse dei giovani sulla storia e la struttura della propria città, in modo che, conoscendola meglio, possano amarla e rispettarla.

    Poi va considerata la ricaduta turistica ed economica che un patrimonio storico preservato può costituire per la cittadinanza e la capacità costruttiva che le nuove generazioni riescono ad esprimere se coinvolte in progetti come questo.

    Inoltre va sottolineata la volontà della Pubblica Amministrazione di risolvere alcuni problemi cittadini quando su di essi si accende il faro dell’interesse comune e si sente affiancata e sostenuta dalla popolazione. La tutela delle mura può considerarsi raggiunta con l’approfondimento avvenuto, nell’ambito della conferenza, delle normative concernenti l’attività edilizia possibile sulle mura cittadine. L’art. 18 delle norme di attuazione della variante al centro storico infatti prevede il tassativo mantenimento delle mura in caso d’intervento sugli edifici interessati dalla presenza delle stesse. L’applicazione di questa vigente normativa rappresenta, quindi, già la tutela; resta da definire in dettaglio una procedura edilizia che garantisca la corretta attuazione.

    Quali saranno le prossime tappe del progetto?

    Visto l’entusiasmo delle classi e degli insegnanti che sono venuti a visitare la mostra, non vorremmo dissipare il potenziale educativo del materiale prodotto e perciò stiamo cercando una sede per un’esposizione permanente che consenta un accesso continuo e guidato al materiale. Riteniamo possa essere un utile strumento di presentazione della città anche per gruppi di turisti.

    Il progetto “Rovigo è città murata” proseguirà con una seconda parte che avrà due obiettivi finalizzati alla tutela e alla valorizzazione della cinta muraria medievale: il rilievo e la restituzione grafica di brani di mura contenuti all’interno di alcuni edifici privati, tipologicamente rappresentativi e il recupero di dette vestigia con specifici suggerimenti per l’identificazione, la segnalazione e la progettazione di un possibile restauro.

    Verrà coinvolto ancora il mondo della scuola , dell’associazionismo e il comune di Rovigo quale soggetto coordinatore. Alla fine di questo nuovo percorso intendiamo predisporre una pubblicazione che raccolga tutte le risultanze del lavoro svolto nel suo complesso. Il testo sarà arricchito da un CD che, grazie ad un rendering tridimensionale, consente un tuffo nel passato, un viaggio virtuale lungo le mura di una straordinaria Rovigo del 1650. Questo originale filmato è stato realizzato solo per metà, dal paziente lavoro del MdA Francesco Davin coadiuvato dall’arch. F. Ronsisvalle responsabile della sezione pianificazione del settore Urbanistica del Comune di Rovigo.

    Un ulteriore strumento a disposizione per la conoscenza di questo patrimonio storico e architettonico “nascosto” è dato dalla mappa turistica interattiva scaricabile dal sito del comune di Rovigo e applicabile a dispositivi Android e compatibile con dispositivi IOS che consente di essere guidati lungo l’itinerario di visitazione delle mura antiche e consultare le informazioni, anche in lingua straniera dei luoghi più significativi.

    Finora il contributo più consistente all’attività di rilevamento e conoscenza è giunto dalla Fondazione Cassa di Risparmio, dalla Fondazione Banca del Monte, nonché dall’impresa edile Milan Luigi. E’ pensabile ora accedere a fondi europei, magari anche per realizzare forme di ricostruzione ideale delle mura dove queste sono state completamente demolite?

    Noi auspichiamo che sia possibile trovare un finanziamento europeo, perché vorremmo proporre alla città una nuova visibilità delle sue mura o, almeno, di qualche loro parte sparita nelle fauci della storia. Sicuramente lo cercheremo, così come lanceremo appelli a soggetti privati per la pubblicazione del libro.

  • Il profumo del grano

    Il profumo del grano

    ANCORA OGGI

    Ancora oggi….. mi sembra di vedere quella donna camminare lentamente vicino a quella siepe fiorita, la bellezza la segue e accompagna con dolcezza i suoi passi. Ad un tratto….. il suo sguardo quasi rapito si posa su un vecchio cancello arrugginito coperto da un’edera profumata, lei non ha la chiave ma il suo desiderio è solo quello di entrare. Solo il calore di quelle mani avrebbe potuto osare così tanto….. Ancora oggi la vedo entrare in quel giardino e prendersi cura di quei fiori colorati, l’intensità della sua anima e la luce dei suoi occhi li rende così immortali che anche il gelo ha paura a scalfire. Ancora oggi la sento sorridere e vivere felice in quel giardino che ha sempre cercato e voluto vicino al suo cuore e con tante difficoltà si è saputa conquistare. Ancora oggi penso….. che solo lei sarebbe potuta entrare, con tanta semplicità, in quell’anima ferita chiusa da un vecchio cancello e nascosta da una siepe abbandonata.

    IL PROFUMO DEL GRANO

    E’ il mese di giugno e tra i sentieri di campagna già si sente il profumo del grano. Nel tepore dell’aria i ricordi si perdono infiniti tra i colori di mille spighe dorate. Per anni ti ho vissuto così tanto, da sembrare oggi quasi un lampo, protetto come un figlio tra le braccia di una donna. In silenzio hai ascoltato la mia voce senza chiederti mai nulla, tra le fronde del tuo corpo hai nutrito le speranze di un uomo che solo tu hai reso grande, lasciando nelle sue mani il profumo del grano. Da quella casa immersa nel verde del tuo grembo ho raccolto i frutti delle stagioni, nella saggezza dell’inverno ha trovato riposo la mia anima, nell’attesa che presto l’estate porti con te ancora una volta il profumo del grano. Gli anni sono passati e ora resta in me l’amore vero per la vita, lo sguardo spensierato avvolto nei colori della tua giovane bellezza, la primavera di un istante racchiusa nel fragore di un temporale, il profumo del grano, appeso come un quadro, dipinto nei contorni di una vecchia fotografia.

    TI GUARDO DAL MARE

    Parto e già sento dentro che vivrò quel tempo e quei momenti solo per te. Ti guardo dal mare mentre gli occhi e la tua bellezza bastano a confondere le mie poche parole. La brezza della laguna sfiora a tratti la mia pelle, quasi mi confonde nel vedere quelle immagini riflesse, eppure sono così vive intorno a me, che solo la fantasia le può toccare. Tra i silenzi delle calle nascondi con cura i tuoi misteri, nell’anima di chi passa raccogli i sogni e i mille colori della vita. Ti guardo dal mare e tu, mia Signora, sospiri da quel ponte le storie di tanti innamorati, tu che ogni notte hai lasciato tra le dita l’immortalità di un amore o la sofferenza di un abbandono. Mentre ti lascio per l’ultima volta ti guardo dal mare, sul viso la tua voce mi appare calda, come un bacio per dirmi addio, ma una parte della mia vita è rimasta lì, come un’ancora legata per sempre ai tuoi ricordi.

    UN BAMBINO

    Un bambino, la gioia che nasce e ti porti dentro, la voglia di esistere oltre ogni tempo, perché un giorno lui rincorra per te la vita e la tua così non sarà finita. Nelle notti fredde che verranno, riscalda il suo respiro col calore di un abbraccio e tendigli la mano nel silenzio di un mistero, proteggi ogni momento di questa primavera, é come un incantesimo che mai non vi ha slegato. Un bambino, ciò che resta del percorso di una donna, un’alba mescolata tra i colori caldi di un tramonto, i suoi occhi innocenti dentro l’anima nei rintocchi degli anni che passeranno. Ora che sei madre sai cos’è l’amore, a volte ti ha confusa di pianti o di parole, ma oggi se ti ascolti c’è un bambino nel tuo cuore, una forza che nasconde…. ogni pena e il suo dolore.

    UN SOLDATO DI NOME GUIDO

    Ora si perde tra i guardiani silenti dei monti l’eco del tuo nome, sospinto con forza dal vento dell’ultima battaglia. Tra gole dipinte e lucenti pendii, come quadri appesi su rocce e distese vallate, il fragore nascosto da mille cannoni ha segnato quei giorni e il suo passo. Quanti giovani sono dovuti partire, confusi e rapiti lasciare famiglie e le verdi campagne, là dove il profumo di spighe di grano si perde all’orizzonte come un sogno d’estate. Come posso dimenticare quegli anni, ogni assalto è una disperata speranza di vita lanciata con rabbia tra aquile alate e finalmente il 27 agosto 1916 il Cauriol è conquistato dalle truppe italiane. Odo ancora la voce di un giovane Capitano cercare, tra campi intrisi di fango, i suoi uomini, alcuni dispersi, altri morti o feriti. Quel momento è come un lampo e un raggio di sole illumina e riscalda il suo viso, il cuore a tratti mi batte in gola e quelle mani che ora toccano il corpo senza vita di quel soldato… tremano e sono le mie. La guerra è solo questo, l’odio che offusca la mente, gli occhi impauriti di un uomo che stringe al petto una foto o un pezzo di pane, figure di carta sbiadite, prigioniere oltre un filo spinato, una vittoria scritta di sabbia e poi cancellata dal sole. Oggi rivive in me il ricordo avvolto nei tratti di quel giovane Capitano, riflesso come un incantesimo dentro lo specchio della vita e con forza chiama ancora una volta il suo nome… “Guido!”, era mio nonno…il suo soldato.

    A TE PADOVA

    Bussa alla mia porta la primavera, con sé porta il profumo della vita e quella vita che ora leggo tra le sue righe è la mia. A te Padova, che come il vento cancelli le nuvole di un passato va il mio pensiero. Quanti volti amati hanno circondato le mie mura, con forza difeso il suo guerriero, colui che sul mantello porta i colori del suo destriero. A te Padova, che ancora oggi guardi questi occhi con un nodo in gola, come un dardo nel fianco togli il fiato al tuo condottiero. Tra le tue labbra resta scolpito per sempre il riflesso del sole, ora mescolato e confuso tra le carte di un abile giocoliere. A te Padova, che di me hai narrato i canti, tra i vicoli deserti lascio un fiore, nato per caso in un campo come un girasole.

  • Vele e Sirene

    Vele e Sirene

    BOLLE DI SAPONE

    Bolle di sapone cangianti di luna danzano lievi sulle note ariose della brezza di mare, odorosa freschezza vitale. S’inseguono allegre e giocose, si sfiorano, l’una dell’altra curiose. Si allontanano, si cercano ansiose, si baciano, si uniscono, in destino fatale.

    Scompaiono d’improvviso nell’inchiostro del mare, inseguite da piccoli piedi che le calpestano, ignari e innocenti. Cammino lentamente sul bagnasciuga, sorrido a malinconiche lampare. Ripenso al nostro amore.

    CORMORANE MOVENZE

    Una pungente sferzata di Maestrale risveglia l’atavico richiamo e rivivi cormorane movenze, tra sussurri misteriosi d’inchiostri luccicanti.

    Spalanchi, orgoglioso, ali ferruginose e possenti e t’innalzi, ebbro di sole, tra scrosci salmastri, che interrompono eolici silenzi scolpiti di ricordi, mentre l’aurora coglie l’ultimo evanescente amoreggiar di stelle e di lampare.

    Improvviso, il tuffo, l’incredibile apnea da cui riemergi, predatore vittorioso.

    Ma all’eco di terreni destini come vele senza vento riavvolgi i desideri.

    VOCI DEL MAESTRALE

    Colpisce inatteso con una scudisciata violenta e immotivata: la natura è avvisata.

    Prende potenza e soffia solleva, soggioga, mette in fuga il Maestrale è arrivato con prepotente sufflato.

    Ammutoliscono le cicale. Si scuotono, dal torpore estivo, le siepi impolverate dei loro stessi aromi inebriate.

    Gli Eucalipti secolari tormentati e strapazzati, si chinano, ossequiosi, al suo dispotico passare. Il mare si gonfia in affanno, spumeggia, aggredisce, inutilmente ruggisce al tormentoso tiranno.

    Oggi, il Cormorano potrebbe non pescare il Maestrale, furioso, è meglio non sfidare.

    Gabbiani, sparuti e spaesati restano ad ascoltare, storditi, un’eco indistinta di voci stridenti: ora piccole risa, ora grida, ora agonizzanti lamenti.

    Voci condannate a vagare, smarrite su terre sconosciute, tra rocce e colline, richiami persi tra pianure riarse e mare.

    Voci nel vento, rapite al suo passare, confuse e aggrovigliate, voci del maestrale.

    L’OSSERVATORIO, NELLE MAGICHE NOTTI D’ESTATE

    La palpebra cupolare, lo copre amorosa e, tutt’intorno, teneramente lo carezza la campagna di S. Apollinare.

    Silenzio totale. Il gigante dalla vista possente non va risvegliato, finché non scompare l’ultimo anelito solare.

    Improvvisa, scende la nuova sera. L’emozione si spande nell’aria, accentua il profumo del gelsomino, e di messi da poco falciate

    Si schiude la palpebra, è sveglio l’occhio gigante, pronto a penetrare il cielo più buio e profondo

    Attraversa, in un baleno, il firmamento misterioso è esperto navigatore… si sa ben orientare

    Percorre le candide vie stellate, corteggia galassie sconosciute, si aggira tra familiari pianeti solari, ammicca a nebulose eleganti e incipriate. Lancia uno sguardo, fremente, alla luna, che arrossisce, turbata, come un’amante…

    VELE E SIRENE

    Fremono le vele bianche al forte ansimare del vento e il mare si scuote impetuoso, le sfiora, le bagna, ne vuole governare ogni sussulto, accogliere ogni sfinimento.

    Il vento dà il ritmo all’amorosa, selvaggia danza mentre sirene, schiumose e sinuose, affiorano curiose.

    E il loro canto sconosciuto ed ammaliante, per un attimo, eterno ed eccitante, i segreti del mare sembra svelare.

    IL CORMORANO

    Nuoto appagata nel tuo tratto di mare, bracciate lente e delicate, ti lasci avvicinare.

    M’incanta il tuo collo sinuoso lungo e sottile, morbida e luccicante antracite, che, a piccoli scatti, muovi.

    Graziosamente mi ignori e galleggi rilassato il collo arcuato, entri ed esci dal mare, curioso predatore.

    Ti ammiro e ti invidio Cormorano solitario e luccicante, nuoti e ti immergi in questo superbo mare, voli alto e sulla terra sai pure camminare.

    Un tuffo profondo, improvviso, scompari, in lunghissima apnea. I miei occhi, salati e concentrati ti inseguono curiosi e preoccupati.

    Riemergi lontano, voli allo scoglio e danzi felice, le ali, piccole vele possenti sfidano il vento di maestrale.

    Scompari oltre la Baia, volando lento e padrone del vento, mentre stupefatto e bronzeo ti accompagna il tramonto.

  • Il mio incontro con Virna Lisi

    Il mio incontro con Virna Lisi

    La notizia, riferita dalla televisione lo scorso 18 dicembre, della morte di Virna Lisi, oltre ad avermi addolorato, mi ha riportato alla memoria un particolare episodio, sfociato in un duplice incontro tra me e la famosa attrice scomparsa.

    Un’esperienza per me significativa e piacevole, verificatasi nel 1991, che avevo completamente archiviata nella memoria. Archiviata probabilmente perché non l’avevo mai raccontata a nessuno, forse per non apparire presuntuoso.

    Alla notizia della scomparsa di Virna Lisi, ho però rivissuto nitidamente i momenti della particolare esperienza, che oggi mi fa piacere riferire per ricordare così questa nostra grande attrice del cinema e della televisione.

    In quegli anni trascorrevo le vacanze natalizie con mia moglie e mia figlia in una casa per ferie di Cortina d’Ampezzo, diretta dalle Madri Canossiane, che noi conoscevamo da tempo perché esse gestivano, tra gli altri, anche l’asilo infantile di Castelguglielmo, paese dove allora abitavamo.

    Le suore avevano destinato la loro bella struttura montana per ospitare soprattutto le famiglie, allo scopo di favorire le vacanze dei genitori assieme ai figli. Giornate davvero piacevoli: durante il giorno si sciava e, prima di cena, si passeggiava nel centro della cittadina. Le lunghe serate invece erano dedicate ai giochi più disparati, che si organizzavano nella casa per la gioia dei grandi e dei numerosi ragazzi.

    Anche le suore e don Gianni (assistente spirituale) si intrattenevano con noi villeggianti e partecipavano, in buona confidenza, ai giochi ed anche alle conversazioni organizzate su argomenti formativi mirati. Con madre Betti, che conosceva la passione mia e di mia moglie per la pittura e la musica, si parlava anche delle mostre che visitavamo nelle gallerie del centro e dei concerti che seguivamo nelle chiese locali.

    Da queste nostre conversazioni nacque un’idea particolare: perché non mettevo a disposizione i miei dipinti per una mostra di pittura, anche allo scopo di raccogliere fondi da destinare alle missioni delle suore? Perché non dare vita ad un’iniziativa magari anche da abbinare ad un concerto per attirare più visitatori?

    Madre Betti era entusiasta dell’idea, io invece ero alquanto perplesso perché ritenevo che, in un ambiente tanto particolare come Cortina, ci volessero delle persone ben note al pubblico, delle figure conosciute per richiamare gente e favorire il successo dell’iniziativa.

    – Una persona giusta, che ci darà una mano, ce l’abbiamo proprio qui vicino a noi – disse madre Betti. – Questa villetta, che sta davanti alla nostra casa, è dell’attrice Virna Lisi. Lei viene spesso a trascorrere qui le vacanze.

    – Ma lei pensa che una come Virna Lisi abbia il tempo e la voglia di cimentarsi in queste cose? – dissi io manifestando il mio scetticismo.

    – E’ una signora molto disponibile – sottolineò di rimando madre Betti. – Noi la conosciamo molto bene perché si ferma spesso a parlare con noi. E’ gentile e aperta; è una donna semplice, generosa. Puoi parlare con lei con tranquillità. – concluse dandomi il mandato di approcciarmi con l’attrice.

    – Ma le sembra che se la incontro, lei si fermerebbe a parlare con uno sconosciuto? – replicai tutt’altro che convinto.

    – Non ti resta che provare. E poi, se è una cosa che deve avvenire, vedrai che succede da sola – insisté madre Betti.

    Il nostro discorso si era così concluso, con l’idea da parte mia di lasciare l’iniziativa al destino, secondo le ultime parole di madre Betti.

    Il giorno successivo, in attesa della cena, decisi di recarmi in centro città per la solita passeggiata. Stavo uscendo dal cancello del cortile e stavo per immettermi sul marciapiedi quando mi si affianca una signora alta, avvolta in una lunga pelliccia, come era di moda allora, e un folto cappuccio in testa. Mi spostai di lato per lasciarla passare. Lei si girò e ringraziò salutandomi. Era Virna Lisi.

    – Proprio lei! – mi venne spontaneo dire, ricambiando il saluto.

    – Cosa vuol dire? – replicò l’attrice.

    – Con madre Betti, che lei conosce, si era detto che se l’avessi incontrata, le avrei parlato – dissi tutto d’un fiato.

    – Guardi – mi rispose Virna Lisi con cortesia – io sto andando in centro. Se vuole facciamo la strada insieme così può dirmi tutto.

    Il centro del paese distava cinque-seicento metri per cui camminammo insieme, affiancati, per un bel po’ di tempo, come due vecchi conoscenti. Io le esposi il progetto relativamente al quale si era fantasticato con la suora.

    – Sarebbe una bella idea – disse – ma è molto complesso organizzare qui a Cortina una cosa del genere. Io sono molto in giro per i miei impegni di lavoro. Vengo qui per brevi periodi di riposo. Comunque possiamo parlarne questa estate. Intanto parliamo di lei. Mi dica che cosa dipinge e qual è il suo genere di pittura.

    Le parlai dei miei quadri, dei soggetti da me preferiti, cioè dei fiori e delle nature morte che realizzavo in quel periodo, dello stile che richiamava gli impressionisti, come era stato detto nelle recensioni pubblicate sui giornali in occasione delle mie mostre precedenti.

    – Guardi – mi disse – mentre ci si avvicinava al centro del paese. – Sono proprio i soggetti e il genere di pittura che piacciono a me. Facciamo così. Io torno qui a Cortina per le vacanze pasquali. Lei mi porti in visione diversi quadretti di piccole dimensioni con fiori e nature morte, specialmente con della frutta. Vorrei mettere questi dipinti nella sala da pranzo qui in montagna.

    Dopodiché ci salutammo, scambiandoci i numeri di telefono e lasciandoci con questo appuntamento.

    Nei mesi successivi pensai qualche volta a Virna Lisi e all’accordo fatto, ma ritenevo che lei avesse ben altri pensieri per la testa che ricordarsi di me. Invece – la cosa mi stupì non poco – il giovedì della settimana di Pasqua mi telefonò lei personalmente da Cortina chiedendomi se avevo in programma di raggiungerla con le tele, come avevamo concordato.

    Restai sorpreso ed anche imbarazzato. Come potevo dirle che non mi aspettavo che lei si ricordasse dell’invito? Che non pensavo di andare lassù in quei giorni, ma che avrei ritardato di qualche settimana? Mi scusai dicendole che erano sopraggiunti impegni di lavoro imprevisti.

    – Non importa – disse lei. – Per me va beve se viene questa estate. Io torno quassù in agosto. Ci vediamo qui a casa mia il giorno 22. Venga in tarda mattinata con i quadretti come avevamo detto.

    Ci lasciammo così, facendoci gli auguri.

    Alle ore 11 del giorno 22 agosto arrivai puntuale presso la sua abitazione. Mi accompagnava mia moglie per aiutarmi a portare i pacchetti. Virna Lisi ci accolse nel suo bel soggiorno in stile ampezzano. Indossava un lungo vestito verde scuro che rendeva ancora più alta e snella la sua figura, sempre elegante, i lunghi capelli biondi.

    Ci fece accomodare sui divani del salotto, mentre il marito ed un altro signore, che ci presentò come un regista (di cui non ricordo il nome), si ritirarono nello studio attiguo per lasciarci liberi. Ci offrì dei pasticcini e ci invitò a disporre le tele in fila, appoggiate al tavolino. Le osservò attentamente ad una ad una e ne scelse alcune.

    A questo punto le mostrai anche una tela più grande, che raffigurava la sua casa, al cui interno ci trovavamo in quel momento; un quadro che avevo dipinto alcuni giorni prima con le cime delle Tofane alle spalle dell’abitazione, come si vedevano nella realtà.

    Fu contenta in modo particolare di questo mio lavoro.

    – I quadretti con le nature morte li appendo qui sopra la cassapanca nell’angolo pranzo – mi disse, – mentre la tela con la mia villetta me la porto nella mia casa a Roma, così posso continuare a vedere queste belle montagne.

    Due anni dopo ci incontrammo casualmente in un negozio di Cortina. Fu lei a riconoscermi per prima. Si avvicinò a me e ci salutammo cordialmente.

    Da allora Virna Lisi ho avuto opportunità di seguirla solo nella sua apprezzata attività professionale. Ma ora, in occasione della sua improvvisa scomparsa, mi è tornato nitido il ricordo di come le nostre strade si siano temporaneamente incrociate: un’occasione di incontro risultato per me molto significativo. E mi gratifica pensare che chi oggi frequenta le sue abitazioni possa soffermare lo sguardo su uno dei miei quadri, da lei scelti per ravvivare gli ambienti in cui è vissuta.

  • Le foto di Daniele Soncin

    Le foto di Daniele Soncin

    Sono moltissimi gli amanti della fotografia che trovano nel Delta del Po l’ispirazione per i propri scatti, ma soltanto alcuni di loro riescono a coglierne l’intensa atmosfera poetica. Daniele Soncin è uno di questi.

    Solamente dall’acqua si può conoscere il Delta nella sua intima natura e percepirne il respiro. Acqua che si mescola alla terra, in un ambiente dove – se ti avventuri tra i canneti percorrendo in barca i tortuosi, stretti canali che li solcano e che si aprono all’improvviso in ampie e luminose lagune – gli unici suoni che puoi sentire sono il leggero sciabordio provocato dallo scafo e le grida e il frullare d’ali degli uccelli quando s’alzano in volo.

    I ritmi del mondo moderno sono lontani e anche il tempo sembra voler rallentare il suo corso. Le canne, mosse dal vento, sussurrano storie misteriose e frammenti di antiche mitologie. I colori e la luce cambiano col variare delle stagioni e delle ore del giorno, passando dalle magiche cromie dell’alba lagunare al rosso fuoco di certi tramonti, dalle tinte forti e contrastate dell’estate alla raffinata delicatezza delle sfumature durante la stagione fredda.

    Con la foschia o la nebbia, il paesaggio assume un fascino particolare, in un’atmosfera soffusa di grande suggestione, ed è sorprendente come l’interpretazione fotografica possa restituire tutte le emozioni che questi luoghi, nella loro semplicità, sanno darti.

    Inaspettate e mirabili sono le visioni dall’alto, con la foce del Po che crea straordinarie forme di astrattismo dalla corposità pittorica simile a quella dei dipinti.

    Ma è nel bianco e nero che Daniele Soncin esprime appieno la propria capacità interpretativa ed espressiva e l’eccellente qualità tecnica. L’uomo è quasi sempre assente, ma non ne avvertiamo la mancanza perché evocato da ombre o tramite un mondo costruito e oggetti della quotidianità. Anche il tanto amato Delta qui non è descritto, ma citato da pochi elementi essenziali caratterizzanti, che danno vita a figurazioni di rara eleganza grafica, nelle quali i giochi di luce e ombra e il taglio sapiente fanno trasparire quella poesia malinconica che lo contraddistingue. Il tema paesaggistico si trasforma in una ricerca di luminosità e di toni che sono preludio ad un elemento, anche compositivo, di astrazione.

    Ecco allora le suggestioni della linea e del segno, individuati nel rigore geometrico delle strutture balneari sulle spiagge e nelle prospettive dei profili architettonici, in contesti urbani o industriali. Elementi analizzati e riproposti in una sintesi estrema, secondo sequenze e canoni estetici cari ad alcune esperienze artistiche del secolo scorso. Geometrie spaziali dalle linee pulite che si ripetono, si sovrappongono, si raddoppiano specularmente si dividono e si ricompongono, a formare immagini di sicuro effetto e di forte impatto visivo.

    Per saperne su alcuni aspetti della sua coinvolgente passione ci incontriamo con l’apprezzato fotografo di Porto Viro.

    Come si è avvicinato alla fotografia?

    “Ho iniziato quasi per caso. È stata però la visita ad una mostra legata ad un concorso fotografico nazionale che ha acceso in me la passione per il bianco e nero e per la camera oscura”.

    Tra le numerose sue foto che ho visto, ho notato che è prevalente il paesaggio, specialmente polesano, tema questo praticato da moltissimi fotografi. Ma c’è qualcosa di particolare nei suoi scatti…

    “Il Polesine è stato per me prevalente fonte d’ispirazione e costante punto di riferimento, pur non disdegnando altri generi. È vero: sono tanti i fotografi che hanno interpretato le campagne, le golene, gli scanni, le valli di queste zone, ognuno con la propria sensibilità e fantasia. Io nel colore, ma in modo particolare con la fotografia in bianco e nero, ho cercato di rappresentare l’essenza del territorio, i grandi spazi, i silenzi, le emozioni ed il senso di libertà che ti senti dentro quando ti fermi a contemplare questi magici luoghi, unici, ma sempre diversi col variare dei giorni e delle stagioni”.

    Gli strumenti che lei usa sono sempre gli stessi?

    “Quando ho cominciato a fotografare, possedevo una macchina fotografica reflex con obiettivo fisso da 50 millimetri. Negli anni, anche se il mio modo di vedere e pensare la fotografia resta lo stesso, sono cambiati gli strumenti e le tecniche attraverso i quali mi esprimo. Attualmente utilizzo soprattutto i mezzi digitali, che ho cominciato a sperimentare dieci anni or sono; con essi è cambiato in modo radicale il procedimento per la realizzazione delle immagini, con nuove opportunità creative per chi si dedica a questa forma di espressione”.

    Nato a Porto Tolle nel 1957, Daniele Soncin ha iniziato a fotografare alla fine degli anni Settanta e nel 1980 ha partecipato per la prima volta ad un concorso fotografico. Da allora sono stati tantissimi i riconoscimenti ottenuti a livello nazionale e internazionale. Per i risultati raggiunti, nel 1987 la Federazione Italiana Associazioni Fotografiche gli ha conferito l’onorificenza AFI (Artista Fotografo Italiano). Daniele Soncin tiene aggiornato il suo sito internet a cui si può fare riferimento per apprezzare la sua produzione: www.danielesoncin.it

  • La fantasia di Antonio Ravelli

    La fantasia di Antonio Ravelli

    Bergantino, il paese della fantasia e dell’immaginazione trasformate in industria della giostra, vive e lavora Antonio Ravelli. Classe 1958, è l’interprete più singolare di quello spirito creativo, vivace ed accogliente che sulle rive del fiume Po si respira. Nella sua casa, a due passi dal centro, i colori, le tele, le tavole e le ceramiche invadono lo spazio di un cromatismo luminoso e allegro che sollecita la fantasia.

    Di professione Antonio Ravelli è un operaio edile, ma di vocazione e di passione è un pittore. Lo è da sempre, fin da quando era bambino. Ma solo molto più tardi, negli anni Novanta, inizia a dedicare ogni momento libero della sua giornata ai pennelli, trasformando la sua passione in studio, in disciplina, fino a tirarne fuori la cifra distintiva.

    La cifra dell’artista di Bergantino è quella di chi, attingendo al serbatoio inesauribile della fantasia, sa restituire concretezza a immagini mai viste, raccontando storie con tanta evidenza da sembrare vere. Come si conviene alle favole, anche le sue immagini iniziano tutte con un “C’era una volta”. Portano cioè l’osservatore in un luogo ed in un tempo abbastanza vicini a quelli abituali, ma anche un po’ lontani, dove è facile immedesimarsi, ma anche lasciarsi sorprendere.

    Ad olio su tela, acrilici su tavola o su ceramiche, con tecniche miste su supporti diversi, su acqueforti, o su ceramiche raku, le storie dipinte da Antonio Ravelli ci accompagnano in un tempo mai definito. Ci fanno entrare in un luogo abbastanza familiare da riconoscere: il fiume Po, certe piazze raccolte del Polesine con al centro le giostre di Bergantino, qualche collina utile, però, solo a costruire un paesaggio che preferisce le linee curve spezzate dal guizzo degli alberi dritti e tesi verso il cielo.

    E le case, tante… Sono proprio le case le vere protagoniste delle sue opere. Strutture semplici, solidamente costruite, più spesso appaiate, non sono la quinta prospettica di una scena su cui si svolge il racconto, ma il racconto stesso.

    Eccolo il nuovo che stupisce e incanta chi entra nei racconti del pittore di Bergantino: i muri concavi, le finestre sempre aperte, i camini fumanti, i tetti caldi popolati da gatti, accoccolati, con lo sguardo fisso verso l’alto, dove la luna è presenza attenta e partecipe ad ogni destino.

    In questi luoghi della fantasia la figura umana non compare. Non ce n’è bisogno. Tutto parla dell’uomo. Le case sono popolate di vita: sono vita esse stesse. Respirano. Lo dicono i muri concavi colti nell’atto di espirare, ed il fumo dai camini che di quel respiro è il fiato, necessario a scaldare i tetti, dove amoreggiano i gatti, prolungamenti esterni della vita dentro le mura.

    Con la leggerezza divertita del sognatore, Ravelli narra per metafore e simboli dell’esistenza umana e del senso alto che ogni vita ha, se sa amare. E non c’è luogo più emblematico per l’autore di Bergantino della casa e della sua immagine per raccontare dell’esercizio quotidiano dell’amore, della condivisione, della fiducia reciproca, della dedizione. Un esercizio che richiede costanza ed impegno, proprio come la pittura, ma che da solo basta a dare senso a tutto e a garantire il lieto fine ad ogni storia dipinta.

    Ne sono prova le atmosfere di compiaciuta serenità, in cui anche quando si affacciano all’orizzonte nuvole grigie, durano il tempo di un attimo.

    Non servono filtri intellettualistici per apprezzare il contenuto delle immagini di Antonio Ravelli. Il messaggio dei suoi racconti è immediato e arriva dritto dritto al cuore con la forza dirompente di ogni gesto sincero. Blocca lo sguardo dentro la sua luce limpida, dentro il cromatismo brillante che rassicura, dentro le diverse sensazioni tattili che le sue superfici trattate sanno restituire.

    Proprio qui è bello perdersi: dentro un mondo di fantasia in cui tutto è dettaglio, ma in cui la bussola è ben orientata.

  • Loris Passini

    Loris Passini

    Cento anni fa, nel luglio 1915, veniva alla luce a Ficarolo un personaggio da non dimenticare, che ha dedicato tutta la sua vita al Po: Loris Passini, animato da vera passione e dedizione verso il maestoso corso d’acqua, tanto da essere definito “l’uomo del grande fiume”.

    Fin da piccolo prende confidenza con il Po: i genitori infatti lo portano sulle rive del fiume, insegnandogli a conoscerlo: ad osservarlo, a sentirlo, a toccarlo e ad amarlo. Un incontro ed un amore durato tutta una lunga vita, che per Loris si è conclusa quattro anni fa, all’età di 96 anni.

    I genitori gli insegnano anche i mestieri, quelli che hanno attinenza col grande fiume, e Loris passa sempre più le sue giornate in simbiosi col Po, di cui non ha paura: non si ha paura di un padre, di un amico.

    Loris impara ben presto a conoscere le acque del fiume nel variare delle stagioni: i periodi di magra e le piene con le acque turbinose. E impara a conoscere la ricca fauna ittica, la vegetazione spontanea sulle rive del fiume e gli animali che in essa trovano ricetto.

    La pesca e la caccia diventano pertanto due attività naturali per lui che vive sul Po e per il Po. Pronto a seguire ogni richiamo e, se è il caso, a soccorrere chi si trova in situazioni di pericolo. Lui è un barcaiolo provetto, e col suo barchino gli capita di dover portare aiuto a persone in difficoltà anche di notte, perché egli spesso vive senza una dimora stabile: dorme nelle stalle, un tempo molto numerose, e d’estate in giacigli d’erba nelle fitta vegetazione delle golene.

    Allora il Po era più bello – mi ha confidato Loris in uno degli incontri avuti negli ultimi anni della sua lunga vita -. Gli argini magari erano meno sicuri, ma il fiume aveva un sapore davvero genuino ed era frequentato da persone uniche: come la “Nena”, la leggendaria traghettatrice, personaggio sui generis, alquanto burbera, dall’aspetto strano, ma sicuramente molto buona.

    Loris abitava vicino al grande zuccherificio di Ficarolo, sorto nel 1901, ed anch’egli ha partecipato attivamente alla vita di questa importante struttura industriale, facendo le sue belle campagne saccarifere, un lavoro stagionale importantissimo per molte famiglie che ogni anno trovavano un fondamentale sollievo alle problematiche economiche.

    Pesca, caccia, campagne dello zuccherificio, qualche iniziativa di tipo agricolo: una vita senza pretese, legata alla magia del grande fiume. E le amicizie di quanti vivono le stesse passioni, alcuni dei quali poi magari hanno abbracciato altre professioni, portando però sempre il Po nel loro cuore, come Nino e Dino Occhi, il giovane “Chignin”, “Dayan”, con una benda nera su un occhio, e altri uomini del Po, alcuni dei quali chiamavano Loris “Lettore”, forse perché del fiume sapeva leggere ogni variazione e rivelarne il carattere.

    Per anni la località Tontola è la zona prediletta da questi uomini forti e passionali. Quando operano di notte usano la lanterna, e la pesca è un autentico motivo di vita. Sono questi uomini che a Ficarolo hanno dato impulso alla “Festa dello storione”.

    Nonostante questa vita sicuramente originale e priva di costrizioni, anche Loris mette su famiglia e diventa padre di ben sette figli, di cui uno, Mauro, morirà in età matura a 56 anni, lasciando una inconsolabile pena nel cuore di Loris, che trova serenità solo nel contatto col fiume.

    Caccia, pesca, procurar legna sono le attività di una vita. E per la caccia Loris possiede più di un fucile: riposti in un ordinato armadio, me li ha mostrati soddisfatto alcuni anni fa, quando mi ha accolto nella sua abitazione assieme al figlio Italo.

    Tanti gli episodi legati al grande fiume: nel 29 aveva 14 anni, e ricorda bene il Po ghiacciato, momenti magari anche di divertimento, ma pure di tragedie sfiorate, per cui il ragazzo Loris si trova a salvare persone inghiottite dal ghiaccio in quell’ambiente da fiaba, ma anche infido.

    Poi i tempi inquieti e tragici della seconda guerra mondiale con fascisti e partigiani che si fronteggiavano anche sul Po, sulle sue rive e nella vegetazione. E i cadaveri dei tedeschi annegati portati a valle dalla corrente. Poi i bombardamenti mirati allo zuccherificio. Ed inoltre un fatto raccapricciante, restato ben impresso nella sua mente: l’uccisione del direttore della “Fecola”, la storica fabbrica di Castelmassa, probabilmente per motivi di vendetta per ragioni accadute prima e durante la guerra. Loris aveva trovato lungo il Po gli occhiali spezzati del direttore: un episodio su cui non si è fatto mai piena luce.

    Dopo la guerra, il ritorno alla serenità dura poco. Ecco una nuova tragedia, quella dell’alluvione del ‘51, e Loris è pronto a raggiungere con la barca luoghi isolati e soccorrere persone in grave difficoltà. A differenza di altri, non ha mai ottenuto un riconoscimento ufficiale al merito, e negli ultimi anni della sua vita se ne rammaricava un po’. Lui, infatti, con altri uomini del Po, impersonava la protezione civile del tempo, quando la solidarietà nasceva da iniziative spontanee dei più generosi e coraggiosi.

    Durante il nostro incontro, il suo ricordo ovviamente è andato anche alla moglie Gina, scomparsa da qualche anno. Loro due si intendevano ed erano complementari: Loris, pescava, cacciava, raccoglieva legname e Gina pensava a vendere quanto il marito le portava a casa, in modo da assicurare un’entrata utile per la famiglia. Gina era instancabile: oltre a ciò, badava alla casa, ai sette figli e trovava modo di svolgere anche altre attività, come lavorare la canapa e andare alle risaie.

    Ma, nei ricordi di Loris, il protagonista è sempre il Po, e sul suo volto si stampa un bel sorriso rammentando certe cadute in acqua dalla barca per movimenti bruschi. Ma bastava una nuotata e un po’ di allegria per riprendere il controllo della situazione.

    Loris non si è mai perso d’animo, ha sempre vissuto con serenità e coraggio il proprio ruolo, aiutando tutti coloro che si trovavano in situazioni di bisogno.

    Fino all’età di 75 anni la sua simbiosi con il Po è stata intensa, poi una malattia e forse un intervento medico sbagliato lo ha portato ad una progressiva cecità, ma lui non si è mai perso d’animo. Operare per il bene e la pace è sempre stato un obiettivo da perseguire, consigliando a tutti di vivere semplicemente, avendo a cuore il rispetto dell’ambiente. “Il grande fiume – ha sottolineato nel nostro incontro – è un essere vivente, può considerarsi di famiglia. Nessuno che viva nelle zone toccate dal Po può dire che non lo riguarda, che è indifferente, e pertanto ognuno deve agire per tutelare quello che la natura ci ha dato ”.

    Questo il suo messaggio da tenere ben presente, rivolgendo un ricordo grato all’uomo del grande fiume, magari – in occasione del centenario – affiggendo una targa alla memoria, in una via del paese che egli ha profondamente amato.

  • Primo Guarnieri (1914-1982)

    Primo Guarnieri (1914-1982)

    Nato in Adria il 4 luglio del 1914, Primo Guarnieri fu insegnante elementare e poi direttore didattico. Attività queste che svolse ad Adria e che contraddistinsero la sua vita dopo la seconda guerra mondiale, mentre gli anni della gioventù furono per lo più contrassegnati dal servizio nell’esercito: dal 2 aprile 1935 prestò infatti servizio militare a Piacenza, prima nel 65º Reggimento Fanteria, poi al Distretto Militare, ed infine al Comando della Divisione “PO”.

    Allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale fu destinato alla Caserma Gattinara di Rovigo. Era il 7 dicembre 1940 e rivestiva il grado di Caporal maggiore e proprio in quel periodo scrisse anche una preghiera “Alla Vergine del Ss. Rosario” che ebbe l’imprimatur del vescovo Guido Maria Mazzocco.

    Con gli eventi armistiziali dell’8 settembre 1943, si sbandò rimanendo comunque nel territorio polesano ed iniziando a progettare impegni nel campo culturale e sociale. Cosicché nel primo dopoguerra riprese gli studi e negli anni Cinquanta conseguì la laurea¹ in pedagogia all’Università di Torino, dopo aver ottenuto il diploma magistrale all’Istituto Carducci di Ferrara e il diploma di abilitazione alla Vigilanza nelle scuole elementari presso la Facoltà di Magistero di Torino”².

    La sua vita fu inoltre contrassegnata da un costante impegno nell’Azione Cattolica e nel partito della Democrazia Cristiana, ed ebbe anche un breve periodo³ nel laticlavio romano⁴. Nominato Socio Corrispondente dell’Accademia dei Concordi di Rovigo, fu anche decorato con la medaglia d’argento al merito della pubblica istruzione cui tenne tantissimo e che, ben incorniciata, espose nel suo studio privato, accanto ai molti trofei guadagnati in svariati concorsi di poesia, sparsi un po’ in tutta Italia, ai quali partecipò, come era di moda in quegli anni, facendosi conoscere ed anche apprezzare, soprattutto nella pubblicistica per bambini.

    Venne insignito del cavalierato repubblicano per il suo impegno politico quale consigliere ed assessore comunale di Adria e poi quale consigliere ed assessore provinciale di Rovigo. Fu peraltro promosso commendatore e venne attenzionato anche dal mondo cattolico, di cui era sicura espressione, con la nomina a commendatore dell’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme. La cerimonia d’investitura si tenne a Roma dalle mani del Cardinal Luigi Traglia nella chiesa di Sant’Onofrio al Gianicolo (1 marzo 1968).

    Nel 1970 è segnalato come vice presidente del Consorzio per lo sviluppo economico e sociale del Polesine e con questa attribuzione partecipò ai funerali, tenutisi il 15 aprile, nella Cattedrale adriese di monsignor Pietro Mazzocco⁵.

    Fecondo autore in materia di legislazione scolastica e nel campo pedagogico, fu particolarmente apprezzato e conosciuto nell’ambito dell’educazione scolastica e delle rappresentazioni accademiche di fine anno: numerosi i saggi, attribuiti alla sua penna, musicati dal maestro Danilo Venturi⁶. Una collaborazione fruttuosa questa che valse a coinvolgere intere generazioni di scolari anche con operette⁷ di discreto successo, che si tenevano per gli alunni delle scuole elementari. Ad Adria, per esempio, andarono in scena presso il teatro comunale cittadino; e a questo proposito va citata la maestra Atilde Zen (1896-1986), poetessa di rara sensibilità che espresse il meglio di sé, sia nell’organizzazione che nella preparazione degli scolari.

    Collaboratore assiduo del Numero Unico del Settembre Adriese, Guarnieri non fece mancare il suo contributo alla pubblicazione proponendo soprattutto temi a carattere locale. Ne è un esempio concreto l’articolo pubblicato nell’edizione del 1960, intitolato: “Bortolo Lupati: patriota e tipo ameno”⁸.

    Guarnieri scrisse anche un libretto autobiografico: Nel segno del Cancro⁹ ricco di significativi dati di fatto, sia propri che di famiglia, come pure editò una raccolta di tutti i suoi interventi parlamentari, con presentazione del giornalista di Ariano Polesine, Umberto Carzoli (1926 – 2009)¹⁰.

    Attivo collaboratore di giornali e riviste, fu soprattutto un poeta intimista e dalla ricca produzione: diversi risultano infatti i titoli a suo nome. L’ultimo venne presentato postumo, nel trigesimo della morte, presso la Sala Cordella di Adria dove, oltre al professor Elios Andreini, vicesindaco, che parlò di Guarnieri come uomo politico, ed al professor Livio Crepaldi, che illustrò Guarnieri come insegnante, parlò pure, su invito del sindaco di allora, Valerio Cavallari, il giornalista Paolo Ettore Forzato Arcioni, ovvero chi scrive, che presentò l’ultima produzione in versi di Guarnieri, intitolata: Le rime del crepuscolo.

    Guarnieri, che morì improvvisamente il 7 maggio 1982, in una assolata mattinata adriese, venne omaggiato da ben sei epigrafi, sei corone, due annunci sui quotidiani, diversi contributi giornalistici¹¹ e dalla benedizione dell’Ordinario Diocesano appositamente giunto da Rovigo per un estremo saluto.

    Fu sepolto nel cimitero comunale durante una plumbea giornata di pioggia. Lo accompagnarono amici e colleghi, soprattutto Gino Pozzato (1917-2012), già insegnante all’Istituto Magistrale di Adria, Carlo Badini, ma anche primo segretario della Democrazia Cristiana, dopo la seconda guerra mondiale. Non c’era Lucia Mancini (1923-1982), poetessa, e già sua preziosa collaboratrice scolastica, che gravemente malata sarebbe morta circa otto mesi dopo ed ad un anno dall’aver edito la sua prima raccolta di poesie: Trasparenze¹² opera fortemente voluta da Guarnieri¹³ stesso e che riscontrò un notevole interesse nel Polesine¹⁴ e non solo.

    Pochi mesi dopo la scomparsa del Senatore Primo Guarnieri, la famiglia, che risiedeva nello stesso stabile dove allora abitavo anch’io, mi offrì l’opportunità di rilevare dalla sua fornita biblioteca quanto credessi utile per me. Così feci, senza però dimenticare molte biblioteche pubbliche, polesane e non, alle quali, nel tempo, omaggiai sia alcuni suoi scritti che i libri tanto gelosamente da lui conservati, in particolar modo quelli dove era citato.

    Fu questo l’ultimo mio omaggio ad un compagno di strada discreto e paterno con il quale a lungo avevo conversato in oltre dieci anni di vita passata quasi assieme.

    Lo avevo conosciuto molti anni prima non ad Adria ma a Montecatini, dove lui andava a curarsi con le acque di quelle terme. Fu lui ad apostrofarmi per strada, chiamandomi per nome, colpito dalla consistente somiglianza che dimostravo con mio padre (1915-2000). In quegli anni anche mia madre (1920-2002) raggiungeva Montecatini per curare il suo fegato ed io le facevo compagnia leggendo libri di storia patria, in quelle indimenticabili calde estati di vacanze scolastiche ormai irripetibili.

    Della produzione di Guarnieri parlai in varie occasioni, prima fra tutte quella tenutasi nel settembre del 1982 presso la sala del Circolo Unione adriese, indimenticabile per le presenze e per il dolce tepore di quella giornata estiva che lentamente scivolava verso l’autunno. Fu un abbraccio d’addio, al quale i poeti del circondario adriese vollero dare vita per ringraziarlo per le sue premure e per il libretto, edito diversi lustri prima proprio col titolo: “I Poeti polesani contemporanei”.

    Significativamente sulla lastra tombale di Primo Guarnieri sono stati riportati alcuni suoi versi:

    L’IMMENSITA’ DEL TEMPO E DELLO SPAZIO MI ANNULLA IL MIO SPIRITO SI PROTENDE VERSO VASTI ORIZZONTI NELL’IMMORTALITA’

    La moglie, Gina Mazzi, nata il 23 ottobre 1914, insegnante elementare, che gli diede una figlia, Floriana, morì, a Papozze, ad un soffio dai cento anni, nella notte del 17 giugno 2012. Venne sepolta nel cimitero comunale adriese dopo il rito esequiale che si tenne nella Basilica di Santa Maria Assunta, detta della Tomba, di Adria, nel pomeriggio di martedì 19 giugno 2012, a trent’anni, e qualche settimana, da quello del compianto marito.

  • Silvano Bolzoni

    Silvano Bolzoni

    Bottrighe ha ricordato la tragedia della Meloria nel quarantatreesimo anniversario, in cui persero la vita quarantasei paracadutisti, tra questi il concittadino caporale Silvano Bolzoni.

    Alla celebrazione della messa nella locale chiesa di San Francesco d’Assisi e di Paola, il parroco don Antonio Cappato ha ricordato la figura del giovane e quanti si sono sacrificati per la patria. A seguito della deposizione della corona d’alloro, l’alza bandiera e la benedizione, alla presenza delle rappresentanze militari e delle associazioni combattentistiche e d’arma, sono intervenuti l’assessore Giovanni Zennaro, il delegato locale del sindaco Nicola Gennari con Angela Qualgliato, novantenne madre di Silvano Bolzoni nel commovente ricordo del figlio.

    Silvano Bolzoni, nacque il 14 marzo 1951 e con la famiglia visse sempre a Bottrighe, frequentando le scuole del luogo ed anche il gruppo parrocchiale che in quei tempi gravitava attorno al cappellano. Gruppo che, tra le diverse attività, organizzava anche gare sportive alle quali fin dall’infanzia Silvano partecipò sempre con entusiasmo. Anche nel periodo dell’adolescenza continuò a far parte di quell’associazionismo cattolico che, oltre ai momenti di aggregazione e divertimento, dava corpo ad iniziative di impegno sociale e di solidarietà.

    In quegli anni Silvano Bolzoni frequentava anche un corso di formazione professionale ad Adria, presso il centro di addestramento, conseguendo l’attestato di elettrotecnico. La chiamata di leva giunge nel febbraio 1971 portandolo a Pesaro nel corpo dei lagunari.

    Grazie al suo carattere indipendente, desideroso di sperimentare nuove esperienze, chiede il trasferimento alla Brigata Paracadutista “Folgore”. La richiesta viene accettata e così Silvano ha l’opportunità di effettuare sette lanci con il paracadute conseguendo, anche per la sua disciplina, la nomina a caporale.

    Nel segno di un destino comune a diversi altri commilitoni, il 9 novembre 1971 partecipa con la 6^ compagnia “Grifi” del 2° Battaglione Paracadutisti ad un’esercitazione congiunta tra la Brigata “Folgore” e la Raf dell’ Aeronautica Militare Britannica, denominata “Cold Stream” che prevedeva l’impiego di 10 velivoli della Royal Air Force di cui nove Hercules C. 130 e un Andover da utilizzare per un aviolancio di 406 paracadutisti in Sardegna nella zona di Villacidro. Il giorno precedente l’operazione giungono in volo dalla Gran Bretagna i velivoli destinati allo svolgimento dell’ operazione “Cold Stream” e si posizionano nella base aerea di Pisa, sede della 46^ aerobrigata e qui, per ragioni prettamente organizzative, gli apparecchi vengono contraddistinti da un numero fittizio, detto di Gesso, dal numero 1 al 10.

    Tutto è quindi pronto per l’esercitazione. La sera precedente, nelle camerate, quei ragazzi sono orgogliosi ed allo stesso tempo ansiosi di far vedere agli ufficiali inglesi il grado della loro preparazione e per questo eseguono, con meticolosità, gli ultimi controlli dei loro equipaggiamenti.

    La sveglia nelle prime ore del 9 novembre suona alle ore 2,30, ed anche nelle camerate della 6^ compagnia “Grifi” del 2^ battaglione paracadutisti si accelerano i preparativi in un’atmosfera di contagioso entusiasmo. Tra loro anche i quarantasei ragazzi, inconsapevoli che l’avversa sorte li attende per un viaggio senza ritorno.

    Partiti dalla caserma Vannucci di Livorno giungono all’aeroporto di Pisa in perfetto orario. Alle ore 4,15 i paracadutisti della Folgore sono pronti per le operazioni di imbarco che prevedono tutta una serie di controlli per garantire sicurezza, l’efficienza del paracadute e di altri particolari.

    Silvano Bolzoni con altri 45 commilitoni sale a bordo dell’Hercules C. 130 denominato Gesso 4.

    Alle ore 4,55 come da piano di volo dell’operazione decolla l’Andover, il numero 1 di Gesso, mentre il resto della formazione inizia il rullaggio per portarsi sulla pista di decollo. Alle ore 5,41 decolla il Gesso 2, seguono il Gesso 3 a 15 secondi, poi il Gesso 4, sempre a 15 secondi e così via sino al Gesso 8.

    Dopo circa sei minuti il Gesso 4 si trova sulla rotta prevista per la zona di lancio, viaggiando come da ordine operativo a circa 150 metri sul livello del mare per sottrarsi alle rilevazioni radar. Nella stiva del velivolo i paracadutisti sono seduti ed accompagnati dal ronzio dei motori in attesa delle prime luci dell’alba, che purtroppo nessuno di loro vedrà mai. Dopo alcuni minuti, infatti, il potente apparecchio Gesso 4 con il suo carico umano viene inghiottito dalle acque della Meloria.

    I piloti del Gesso 5, che seguono a breve, vedono una vampata sul mare. Anche se increduli che si tratti di un velivolo della loro formazione, il primo pilota informa immediatamente dell’accaduto il capo formazione tenente colonnello Scott ai comandi del Gesso 2, questi effettua una chiamata di controllo a tutti i velivoli della formazione. Il Gesso 4 non risponde.

    Sono circa le ore 6 del mattino ed il capo formazione comunica al posto di comando dell’aeroporto di Pisa di aver perso il contatto radio con il Gesso 4 e di aver dirottato il Gesso 8 sulla zona dell’ultimo contatto per un controllo. Alle 6,50 il Gesso 8, che da circa 30 minuti sorvola la zona indicata dal Gesso 5, individua dei relitti. Ormai la realtà appare nei contorni più drammatici, l’aereo è scomparso nel mare della Meloria.

    Alle ore 6,55 l’elicottero del reparto Aviazione leggera della Folgore si alza in volo, iniziando le ricerche, rese difficili dal mare mosso. Il ritrovamento del relitto del C. 130 inabissatosi il giorno 9 avviene dopo circa una settimana, nella notte tra il 15 ed 16 novembre.

    Il giorno seguente inizia il difficile recupero delle salme, strappandole a quell’immensa tomba d’acqua, un’attività che si protrae per oltre due mesi e che costa alla Brigata un altro grande lutto, il sub sergente maggiore Giannino Caria del Battaglione Sabotatori paracadutisti deceduto nelle fasi di recupero dei corpi.

    Alla fine mancheranno all’appello finale undici paracadutisti. Miseri resti rinvenuti nel corso delle ricerche saranno tumulati all’interno del Monumento fatto erigere a memoria della sciagura nel cimitero della Cigna a Livorno.

    Silvano viene recuperato dopo circa due settimane, il 26 novembre e due giorni dopo nella chiesa della Madonna del Soccorso si svolgono i funerali di Stato.

    La salma giunge a Bottrighe il 30 novembre. Nella comunità da dove Silvano era partito una ventina di giorni prima, dopo una breve licenza, c’è un’enorme commozione ed una grande partecipazione con saracinesche abbassate, stabilimenti, laboratori ed officine chiusi. La cerimonia religiosa viene officiata dal vescovo Giovanni Mocellini, assistito dal parroco di Bottrighe monsignor Vincenzo Polo; tante sono le autorità civili e militari intervenute, ma soprattutto tanta, tantissima gente.

    Nel ricordare Silvano Bolzoni si è voluto richiamare la figura di un ragazzo che pur nelle aspettative e nelle speranze dei vent’anni, non ha avuto l’opportunità di vivere pienamente il cammino della vita.

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