Pubblicità

Archivi: Articoli d’archivio

  • Un genocidio dimenticato

    Un genocidio dimenticato

    Con una serie di incontri-dibattiti è stata ricordata presso l’Istituto Comprensivo di Taglio di Po la ricorrenza del centenario del genocidio degli Armeni.

    Particolarmente atteso l’intervento della scrittrice Antonia Arslan, i cui legami con il Polesine fin dall’infanzia si sono sempre manifestati intensi, grazie alla madre Vittoria Marchiori che a Lendinara nacque e visse prima di trasferirsi a Padova sposando Khayel Arslan di origini armene.

    A Taglio di Po Antonia Arslan, avvolta in una sciarpa dai colori dell’Armenia, – rosso blu arancio – ha fatto un ampio excursus sulla storia degli armeni, un popolo diverso perché cristiano, con una propria lingua e una cultura millenaria. Un popolo piuttosto ricco, che occupava una buona posizione geografica e che all’interno dell’impero ottomano ebbe una convivenza senza problemi lunga dieci secoli, fino al tragico 24 aprile 1915, giorno in cui il governo dei Giovani Turchi, in nome di un bieco nazionalismo, ne pianificò il massacro.

    “Un milione e mezzo di vittime, di cui l’odierna Turchia – ha sottolineato la Arslan – ancora oggi si rifiuta categoricamente di parlare e di cui poco o nulla raccontano i libri scolastici. E allora l’imperativo morale – questo il suo monito – è ricordare, se vogliamo evitare che altri genocidi si ripetano. Dobbiamo difendere il diritto di ricordare degli armeni, ma anche dei turchi, perché riconoscano gli errori del passato e possano riscrivere pagine diverse della loro storia”.

    Antonia Arslan è quindi è passata a raccontare la sua storia personale, intrecciando memorie familiari, momenti vissuti, emozioni e infiniti ricordi, come quelli legati alla sua più cara amica d’infanzia: Camilla, di Taglio di Po, alla quale nel libro Il cortile dei girasoli parlanti ha dedicato l’evocativo capitolo “Camilla e le rose gialle”. Per il figlio Alessandro e la sua famiglia, presenti all’incontro, la Arslan ha avuto bellissime e dolcissime parole, come anche per la sua ex allieva all’Università di Padova Renza Chiavegato, ora insegnante presso la scuola media Maestri, e per la famiglia di Paolo Agopian Giangolzian, il cui bisnonno era amico di suo nonno, entrambi allora studenti di medicina al collegio armeno Moorat Raphael di Venezia.

    Un intervento molto seguito quello della Arslan, preceduta, nel ricordo della strage degli Armeni da Sivazliyan Baykar, presidente dell’Unione Armeni d’Italia che ha avuto l’onore di aprire l’iniziativa di Taglio di Po, evidenziando come quello degli Armeni sia stato il primo genocidio del 20° secolo, per troppo tempo dimenticato dalle potenze occidentali e negato dalla Turchia moderna repubblicana.

    “Se se ne fosse parlato di più, probabilmente non ci sarebbero stati altri genocidi come la Shoah nel cuore dell’Europa”. “E allora – ha proseguito – il dovere dei sopravvissuti all’orrore e delle persone di buona volontà è quello di ricordare, per strappare all’oblìo lo sterminio, il “Grande Male” di circa due milioni di armeni”. Quindi ha fatto un’ampia e appassionante disamina sulla storia, l’identità religiosa linguistica e artistico-letteraria degli armeni, sulla loro secolare presenza in Italia: nel 66 a.C. Nerone a Roma incoronò Tiridate I re di Armenia.

    L’appassionante lezione di storia si è ulteriormente arricchita di aneddoti, citazioni e curiosità: ancora oggi, in dialetto veneto, viene chiamata “armein” l’albicocca, frutto particolarmente amato dagli Armeni; l’antico nome della città di Rimini, Ariminum, deriverebbe proprio dal fatto di essere stata fondata dagli Armeni; è nato nella terra di Noè uno dei cognac più pregiati al mondo.

    E’ poi intervenuto l’antropologo Giacomo Mario Dei Rossi che, col supporto del documentario Common Ground Venezia di cui è autore, ha affrontato il dramma del popolo armeno e la memoria negata. “Il Metz Yeghern, il genocidio degli armeni – ha detto – è un lutto incompiuto, un funerale mai concluso. Il genocidio non ha portato via la memoria storica ed è ancora vivo sulla carne dei sopravvissuti e delle loro famiglie, così come nelle giovani generazioni turche. Oggi, dopo cento anni, non è possibile accettare che il genocidio armeno venga pervicacemente negato dalla Turchia: il negazionismo è un crimine perfetto”. E gettando un ultimo sguardo sull’attuale situazione tra l’Armenia e la Turchia, ha concluso: “Sarebbe utile che i turchi potessero servirsi della memoria per riscrivere la loro storia”.

    Soddisfazione per la buona riuscita dell’importante iniziativa è stata manifestata dai promotori: “Un evento di grande rilievo storico-culturale”, ha sottolineato l’assessore alla cultura Veronica Pasetto, ringraziando il dirigente scolastico Osvaldo Pasello, insegnanti, alunni e quanti hanno contribuito alla realizzazione del progetto intitolato “La vicenda dei popoli dell’est: l’umanità scopre il genocidio 1915 2015”.

  • Inediti dal fronte

    Inediti dal fronte

    “Lo spunto per la mostra – racconta l’assessore di Polesella Cinzia Ghirelli – è nato la scorsa estate, quando sono stata contattata da un ex concittadino, Franco Gennari, il quale aveva intrapreso un percorso di ricerca sulla Grande Guerra, vissuta dal nonno paterno, le cui vicende belliche si erano incrociate con altri polesellani, tutti morti in guerra”.

    Il nonno materno di Gennari era vissuto e morto a Polesella, dove ancora oggi nel cimitero una bella iscrizione sulla sua tomba riporta una frase dal romanzo memorialistico Un anno sull’altipiano di Emilio Lussu, in cui compare tra i protagonisti. Si tratta di Enrico Fresini, un generale di origine napoletana, discendente da un famiglia di tradizione militare, dato che suo nonno un secolo prima era stato a sua volta generale nell’esercito bonapartista.

    Franco Gennari, attraverso una serie di ricerche fra varie fonti bibliografiche, gli archivi sui caduti in guerra del Ministero della Difesa ed altri Enti, era riuscito a risalire ai nominativi di 44 caduti nativi di Polesella. Grazie ad ulteriori indagini erano poi state rinvenute altre identità di soldati non oriundi di Polesella ma ivi residenti all’atto dell’arruolamento e quindi riportati nei registri comunali.

    Oltre a questi nomi, c’era però la consapevolezza che altri caduti di Polesella dovessero essere ricordati.

    Purtroppo non esiste più il monumento che il comune di Polesella aveva dedicato ai suoi caduti. Era stato eretto nel 1922 e sui quattro lati del basamento recava le lapidi con i nomi dei militari periti per la patria. Tale monumento – raffigurante un fante all’assalto con in pugno il tricolore – condivise un triste destino con altre opere commemorative di metallo, sacrificate alla campagna mussoliniana “Ferro alla patria” all’alba della Seconda Guerra Mondiale.

    Ma ecco che il casuale ritrovamento nella soffitta di un privato del pannello commemorativo, che raccoglieva i nomi di tutti i caduti in guerra, permetteva la ricostruzione completa dei dati anagrafici di 84 nominativi.

    Fin qui l’affascinante racconto della lunga ed appassionata ricerca di Gennari e della Ghirelli con il suo gruppo di volontari compaesani, che ha reso possibile la citazione di tutti i caduti polesellani, eroi anonimi del Grande Conflitto, costituendo una parte importante della mostra “Inediti dal fronte”.

    Ma la consultazione degli archivi storici ha portato alla luce ulteriori aspetti della Prima Guerra Mondiale, non ancora del tutto noti, come la presenza a Polesella tra il 1917 e 1918 di ben quattro ospedali militari, due dei quali di oltre 300 posti: il Lazzeretto (nei locali sul retro del Comune, a villa Armellini) e villa Selmi. Alla loro descrizione era dedicato un pannello dell’esposizione. Nessuna meraviglia, se si considera la posizione strategica di Polesella sul Po e con un’efficiente stazione ferroviaria sullo snodo strategico Bologna-Italia Settentrionale, verso le diramazioni europee, oltre al nuovissimo lazzeretto, costruito nel 1914.

    Di particolare interesse, a questo proposito, il racconto dell’ospedale alloggiato nella villa Selmi Serafini, che ne fa in un memoriale Giovanna, sorella di Nino (Antonio) Serafini, eroe polesellano, cui è dedicata la scuola media, in quanto ufficiale volontario, caduto in combattimento alla testa dei suoi bersaglieri, a Pal Piccolo in Carnia il 26 marzo 1916, medaglia d’argento al Valor Militare nel 1922.

    “Quell’inverno Palazzone rimase aperto, nessuno della famiglia si mosse, anche perché Palazzone fu ripetutamente occupato da ospedaletti da Campo. Dapprima fu un piccolo ospedale comandato dal colonnello Caccia […]. Successivamente arrivò l’ospedaletto 039, comandato dal capitano Prof. Sandri. Palazzone subì allora una totale trasformazione. Il pianterreno venne sgomberato: la stanza da pranzo fu dedicata alla chirurgia e la biblioteca ad ufficio del comandante; la sala, il salotto, il salottino di mamma Paola e la stanza da musica si riempirono di letti. Tutto fu dipinto di bianco, le porte antiche e decorate furono messe in solaio per sfuggire all’inevitabile disinfezione. A primo piano furono assegnate due camere agli ufficiali ed una al secondo piano. I servizi, gli infermieri, i mezzi di trasporto, trovarono posto nelle adiacenze. In anticamera era l’accettazione. La famiglia Serafini si ritirò nell’appartamento d’inverno, in due camere del primo ed in alcune del secondo, con i servizi indispensabili”. (cfr. Diari di Giovanna Selmi in v. Archivio Selmi-Perona del Comune di Polesella).

    L’altra parte della mostra era costituita di documenti pubblici e privati e scatti d’epoca, taluni inediti e preziose rarità, messe a disposizione dal sindaco Leonardo Raito, tratte dalla sua collezione privata per raccontare il primo conflitto armato di dimensioni intercontinentali, combattuto dal 1914 al 1918.

    Tra questi, un pannello “polesano”, dedicato a due dei tanti silenziosi e misconosciuti eroi della Grande Guerra: Agostino Denti, cremonese trasferitosi a Bosaro e Angelo Milan, di Grignano Polesine, classe 1898, ufficiale del 58° Fanteria, prigioniero nei campi di concentramento di Rastadt e Wellangen (Germania), fino alla liberazione dopo il 4 novembre 1918, medaglia di bronzo e d’argento al Valor Militare nel ‘17. Protagonisti di storie diverse e pure simili, accomunati dalla tragica fine nel Primo Conflitto, combattuto con armamenti moderni e terribilmente letali. Tra le rare immagini in mostra quella del bombardamento aereo austro-ungarico su Verona (novembre 1915) o alcuni scatti di un villaggio carsico distrutto dal fuoco nemico.

    Emblematica anche la vicenda del soldato semplice Fiore Cappellato, bovaro polesellano, il quale, chiamato alle armi a 23 anni, già due volte padre, si distinse nel 77° Reggimento della Brigata Toscana, detta dei “lupi”, sopravvivendo ad una pallottola conficcatasi nel torace, mentre andava all’assalto con i suoi compagni del Monte Zebio. A testimonianza che, per diventare eroi in una guerra fatta da tanta gente comune, non occorreva avere nobili natali o ruoli di ufficiali, anzi le recenti ricerche, fatte anche a seguito del Centenario, stanno restituendo un universo misconosciuto e finora ignorato, ma di tutto rispetto, di questi umili protagonisti, che hanno fatto la Grande Storia, pur essendo passati i più senza quasi lasciare il segno. Di tempra robusta, il reduce Fiore Cappellato sarebbe vissuto fino a novant’anni.

    Di particolare suggestione e pathos le immagini che hanno documentato alcuni aspetti della guerra di trincea, “divenuta già industriale e di massa, pur rimanendo ancora una guerra di generali”, spiega Raito, il quale nella conferenza “L’esempio dei capi. I generali italiani nella Grande Guerra 1915-18” – evento collaterale della mostra -, ha ribaltato la comune opinione della storiografia contemporanea, che li ha raffigurati come dei “macellai”, proponendo le storie di decine di alti ufficiali morti nel Primo Conflitto.

    Tra gli scatti, uno del generale Armando Diaz, comandante del 23° Corpo Armato sul Carso nel 1917, ed un altro con il re Vittorio Emanuele III in un Osservatorio Militare o, ancora, un’istantanea del generale Joffre, che visita Cadorna a Udine o Palmanova. Accanto ad un altro aspetto significativo: l’utilizzo di campi di concentramento di massa per i prigionieri, quegli stessi che nel Secondo Conflitto Mondiale diverranno i campi di sterminio.

    Evidente anche la differenza fra le due guerre combattute: quella di trincea fra le doline del Carso, dove si distinse il 2° Reggimento Genio Pontieri, con i ponti di barche sull’Isonzo e sul Piave, e quella “bianca” sulle Dolomiti, oltre i 2.500-3.000 metri, in cui i soldati erano impegnati in vere e proprie operazioni di alpinismo.

    Non meno importanti le cartoline, testimonianti l’efficienza del servizio postale di trincea. Più diretto ancora l’impatto visivo con i cimeli originali, esposti in tre teche: elmi, proiettili e munizioni varie, oggetti della vita bellica, medaglie e decorazioni dei Cavalieri di Vittorio Veneto, messi a disposizione da privati, oppure le riviste dell’epoca, raccolte da Raito, dai titoli eloquenti: La guerra, La guerra italiana, L’illustrazione, La Gran Guerra.

    Con questa mostra sulla Grande Guerra, che ha aperto le celebrazioni del Centenario a Rovigo, Polesella si è candidata come punto di riferimento per le manifestazioni polesane dell’importante anniversario.

    E non è finita qui. Chiuso con successo il periodo di esposizione – con oltre 500 visitatori da tutta la Provincia in sei domeniche – sono molte le iniziative che l’amministrazione comunale ha in cantiere per quest’anno: conferenze, un convegno programmato per novembre, una pubblicazione ed un dvd, oltre ad eventi di canti e film, il tutto racchiuso nel progetto “Davide contro Golia. Le esperienze dei soldati polesani e veneti nel conflitto della modernità”, finanziato dalla Regione Veneto.

    Potrebbe essere il primo passo concreto verso la realizzazione di un “Museo Polesano della Prima Guerra Mondiale” – proposto dal sindaco Raito -, non solo per il recupero di una parte importante della nostra memoria, ma anche per la valorizzazione e lo sviluppo del nostro territorio.

  • Il dinamismo della Barbujani

    Il dinamismo della Barbujani

    Con l’avvio del 2015, è partita all’insegna di importanti iniziative l’attività dell’associazione culturale ‘Renzo Barbujani’ Onlus, mentre tra gli associati è ancora viva la soddisfazione per i significativi risultati raggiunti nel corso del 2014.

    Tanti gli appuntamenti che hanno riempito il calendario degli eventi distribuiti nei vari mesi dell’anno quando, come da consuetudine, la biblioteca ‘A. Carlizzi’ (sede dell’associazione culturale) ha ospitato le rassegne Incontri con l’Autore e Conoscere l’Artista, dove gli scrittori polesani hanno presentato le rispettive opere letterarie (in prosa e poesia), mentre gli artisti hanno avuto modo di spiegare varie tecniche di lavoro grazie al commento di critici e amici della Barbujani.

    Parallelamente agli incontri culturali in biblioteca, sono continuati gli appuntamenti settimanali con i laboratori organizzati dall’associazione: pittura, fotografia e scrittura creativa (al quale si affianca anche quello di filatelia). Il 2014 è stato anche un anno di grande importanza per il laboratorio di scrittura creativa, gestito da Roberta Fava e Giuliano Visentin, festeggiato con la pubblicazione del volume Scrivere e raccontare insieme – Antologia del Laboratorio di Scrittura Creativa 2004-2014. Una pubblicazione che ha celebrato i dieci anni del laboratorio, ideato e gestito da Loredana Capellazzo e Paola Trivellato nel 2004, grandi amiche della Barbujani.

    L’antologia decennale è un gesto semplice che intende anche rendere merito a tutte le persone che negli anni hanno partecipato (e continuano a partecipare tutt’ora) al laboratorio, seguendone l’evoluzione, le novità e i cambiamenti. Il volume raccoglie infatti, anno per anno, le opere – in prosa e poesia – che gli autori hanno condiviso con i propri colleghi di avventura.

    Un altro importante compagno di viaggio si è poi confermato il Centro Servizi per il Volontariato, che ha appoggiato l’importante progetto editoriale tradotto nella pubblicazione del reportage Pepenadores. Insieme ai cacciatori di rifiuti, scritto da due giovani giornalisti e soci della Barbujani, Milena Furini e Andrea Nalio. I quali, proprio grazie al Csv, hanno poi condotto un interessante ciclo di conferenze chiamato La Scrittura Creativa per il Volontariato, grazie al quale hanno avuto modo di raccontare – in tutto il territorio polesano – l’esperienza di volontariato internazionale vissuta in Messico e le modalità di comunicazione nell’ambito del volontariato e del sociale.

    Molto significativa è stata poi l’esperienza che ha visto la Barbujani affiancata a Telethon nell’omonima iniziativa Telethon in Piazza; per la prima volta l’associazione si è impegnata in questo campo per la raccolta solidale a favore di Telethon, ottenendo risultati sorprendenti grazie all’apporto dei volontari, alla collaborazione con il comune di Rovigo e alla generosità di tantissimi rodigini.

    Il cammino della Barbujani è poi proseguito con l’organizzazione di un altro evento storico per il territorio polesano: “Sotto la quercia di Goethe – Poesia e musica dell’Occidente nell’abisso della Ragione”. Una straordinaria, toccante e incredibile raccolta di testimonianze artistiche recuperate dai campi di prigionia nazisti e rivelate attraverso la musica dal maestro rodigino Francesco Toso che ha coordinato un team di lavoro composto anche dal maestro Ramon Volpini. L’evento, organizzato all’auditorium del Conservatorio di Rovigo, ha portato alla luce un insieme di lettere, poesie, musiche scritte dai prigionieri dei campi di sterminio e raccontate attraverso l’esecuzione di brani musicali, letture e visione di filmati.

    Sono dunque tanti gli appuntamenti messi in agenda dall’associazione Barbujani, che anche nel 2015 continua il rapporto di stretta collaborazione con il Museo dei Grandi Fiumi, impegnandosi nella gestione della biblioteca comunale ‘A. Carlizzi’, avvolta dagli oltre 11.000 volumi messi a disposizione della cittadinanza.

    Laboratori di scrittura creativa, fotografia, pittura, filatelia; incontri con autori e artisti, Museo dei Grandi Fiumi e biblioteca ‘A. Carlizzi’: tutti aspetti che vedono l’associazione culturale ‘Renzo Barbujani’ in prima linea nella vita culturale rodigina, grazie soprattutto allo spirito di iniziativa dei tanti volontari che tutti i giorni mettono a disposizione il proprio tempo per le iniziative dell’associazione. Senza di loro, in fondo, il lavoro dell’associazione Barbujani non sarebbe così articolato.

  • La grande rimpatriata

    La grande rimpatriata

    A distanza di un anno non si spegne l’eco del memorabile evento che lo scorso 29 giugno 2014 ha coinvolto la comunità di S. Pietro Polesine: “La grande rimpatriata dei San-pietresi nel mondo”.

    L’iniziativa promossa via internet, grazie a Face Book, da Bruno Masini (ora residente a Rovigo), Lucia Fioravanti (ora a Bologna) e Leonardo Silvestri del luogo, è nata dal desiderio di ritrovarsi, di fare il punto dopo anni di assenza dal paesello natìo. Davvero sorprendenti e ben oltre le aspettative sono risultati i consensi alla riunione dei Sanpietresi indetta nel giorno della festa patronale.

    All’ora convenuta il piccolo parco, caratterizzato dal monumento ai caduti, via via si popolava di Sanpietresi con relative famiglie. I giovanissimi, figli o nipoti, trovavano subito un piacevole modo di trastullarsi salendo sui cavalli messi a disposizione per l’occasione dalla Fattoria Impero. Sembrava una scena d’altri tempi, quando ogni ricorrenza rappresentava per i paesani l’occasione per riempire la piazza sterrata, la chiesa, il teatro, il campo sportivo. Ci si ritrovava tutti, senza distinzione d’età, godendo spontaneamente dei momenti di festa senza che vi fossero particolari attrattive.

    E così è stato anche lo scorso 29 giugno.

    Tutti insieme, presso la sala civica locale, dove è stata ripercorsa la storia del nostro paese. Una storia in realtà sconosciuta ai più, perché sono partiti in giovane età, quando i pensieri erano rivolti a risolvere problemi più contingenti.

    Dopo il saluto di benvenuto del sindaco Massimo Biancardi, Isora Mazzoni e Giuseppe Zenezini, encomiabili volontari impegnati nel riordino del nostro archivio e del museo archeologico, hanno raccontato, attraverso i documenti ritrovati ed esposti in ordine cronologico, le vicende del paese adagiato tra il Tartaro e il Po.

    Con le bonifiche dei Signori Bentivoglio nel 1611/18 incomincia una vera e propria fioritura economica e sociale della zona prima acquitrinosa e malsana.

    Le proprietà terriere, con tanto di case padronali, sorgono decentrate: nascono così varie corti rurali: l’Aquila, Livellazzo, Motta, Trabucca, Bosco, Marola per citarne alcune. Al di qua e al di là del Cavo Bentivoglio si costruiscono le casupole dei contadini.

    Già nel 1676 San Pietro in Valle (poi denominata San Pietro Polesine) conta 720 abitanti. L’oratorio di Marola, dedicato a San Francesco, di proprietà dei Bentivoglio, rappresenta il luogo di culto e di aggregazione domenicale. Ben presto si manifesta però insufficiente per la crescente popolazione e bisognoso di restauro. Nasce pertanto l’esigenza di dare vita ad una propria parrocchia indipendente da Massa Superiore con una propria chiesa, e proprio parroco.

    È il conte Pietro Nappi, il maggior possidente della zona, ad assumersi l’onore e l’onere di far costruire l’attuale chiesa, di esercitare tutto il suo potere economico e politico per ottenere la separazione da Massa Superiore con la creazione della parrocchia indipendente di San Pietro in Valle.

    La chiesa, su progetto e fabbrica dell’architetto ferrarese Angelo Santini, è costruita tra il 1751/59.

    Seguendo i documenti, scopriamo la lenta nascita dei servizi, come una ghiacciaia, la farmacia, il traghetto sul Tartaro, la fiera di bestiame e merci, la pesa pubblica, le locande sanitarie per fronteggiare la persistente pellagra, la casa del Medico, il progetto della linea ferroviaria Legnago-Castelmassa (progetto purtroppo mai realizzato che avrebbe assicurato un sicuro sviluppo al paese!), la posta di cui si conserva ancora il timbro, il teatro, la scuola materna nel 1961.

    Si è trattato di un viaggio appassionato, che ha contribuito a rafforzare il senso di appartenenza al paese natale. Ed è stata una vera sorpresa, nel corso del raduno, scoprire che qualcuno ha espresso questo sentimento di attaccamento al paese in versi, come hanno fatto Severino Bortolani e Giuseppe Fioravanti, oppure in prosa come Paolo Lezziero.

    Severino ha titolato una sua poesia “IL PO”, sentito come incombente amico-nemico, muto custode di memorie piacevoli o tragiche, oppure indifferente agli eventi della collettività.

    L’esigenza di dare nuovi sbocchi, opportunità diverse alla propria esistenza ha indotto tanti a partire, ma il cuore è rimasto qui come testimonia la toccante poesia di Giuseppe Fioravanti “NUEMBAR”, pervasa da un sentimento intenso e pregnante, col cuore rivolto al ritorno al paese natale e pensieri espressi nel dialetto di casa. Forte il desiderio di ritrovare e respirare le atmosfere dei luoghi dell’infanzia e della gioventù. Si rincorrono i ricordi di un passato, che riaffiorano incontrollati ad ogni passo.

    Paolo Lezziero di Cinisello Balsamo, ci ha proiettati agli albori della giovinezza, quando giungeva a trascorrere le vacanze presso parenti in questo sperduto paese di gente semplice, curva sul lavoro dei campi, eppur viva e ricca interiormente. Nel suo romanzo “GLI ANNI IN SALITA”, (Ed. La vita felice 2006), trasudano irrefrenabili quegli anni attraverso anche i mirabili ritratti di Renzo e Goste, comuni amici di tanti paesani, così diversi tra loro ma accomunati dalla esuberante curiosità per la vita, dai sogni segreti, dalle molteplici aspirazioni, dalla voglia di andare, di realizzarsi altrove.

    Sull’onda di intense emozioni siamo poi approdati al Museo Civico Archeologico di Castelnovo Bariano dove Romana Galli, amorevole collezionista e custode appassionata delle memorie paesane, ha allestito per noi una mostra fotografica dagli anni ‘40 ad oggi in cui ci siamo tuffati.

    Ecco i nostar pret, i nostar dutor, le nostre maestre, i cumpagn da scola, le feste ad carnual e in teatar, le scuadre dal balon…

    È tutto un rincorrersi di ricordi, ormai come un fiume in piena, di sorrisi, di risate, di occhi lucidi.

    Era ormai suonata l’una quando ci siamo avviati verso il campo sportivo a gustare, sotto un padiglione, il risotto, una grigliata di carne e un buon bicchiere di vino serviti dagli attuali ragazzi de “la tana dei birichin”. I dialoghi comunque sono continuati ininterrotti fino ai saluti finali e ad uno spontaneo corale arrivederci al prossimo anno. Soddisfatti per l’ottima riuscita di questa prima rimpatriata.

  • In scena “Le Ciaramelle”

    In scena “Le Ciaramelle”

    Il canto popolare è la forma privilegiata che il mondo contadino ha utilizzato per raccontarsi e per trasmettere piccole e grandi vicende che la storia ufficiale non ha sempre considerato. Indagare questi repertori ci porta a scoprire modi e mondi musicali ed espressivi di straordinaria bellezza che la cultura popolare ha saputo adattare alle proprie necessità.

    Oggi cantare queste musiche, oltre che fare opera di salvaguardia di un patrimonio culturale che va scomparendo, ci costringe inevitabilmente a vivere un’esperienza di mediazione tra noi e le nostre radici. E questo è l’obiettivo perseguito dal gruppo musicale “Le Ciaramelle”, Musicanti del Polesine, costituitosi negli anni ‘80 con l’intento, allora come oggi, di divulgare – attraverso i canti la musica e i balli – le tradizioni, le atmosfere e i valori della nostra Cultura Popolare. Il gruppo, impegnato da sempre in un’intensa attività di ricerca e studio, collabora con appassionati del territorio, quali poeti, scrittori, ricercatori storici, fotografi, pittori.

    I Musicanti del Polesine prendono in considerazione innanzitutto i canti della tradizione popolare polesana, ma anche di quella veneta ed italiana: ninne nanne, canti di lavoro, canti di emigrazione, canti legati al mare della tradizione popolare del delta.

    Vengono inoltre indagate anche altre tematiche (l’amore, la guerra, la festa, il lavoro, la protesta, le condizioni di vita) che sono proprie della tradizione orale.

    Nel corso degli anni il connubio tra poesia, recitazione e musica ha prodotto percorsi tematici e rappresentazioni apprezzate come “Le Stagioni nostre”, “Il pastore Geremia”, “Mare dei Maghi”, “Natale Nostro”, “Giacomo Matteotti” (vedi scheda), iniziative che hanno riscosso ovunque notevole interesse e riconoscimenti del valore delle varie proposte.

    L’organico è composto da sette musicanti, che si alternano a cantare e suonare strumenti popolari quali la zampogna, la cornamusa, l’organetto, il violino, il piffero, tamburi creando armonie suggestive. Le voci narranti degli attori, creano un collante tra le canzoni e i suoni, facendo ricordare, riflettere, emozionare …

    “Le Ciaramelle” sono disponibili a dar vita nel territorio a spettacoli culturali, ad animare feste, ricorrenze importanti e significative, pubbliche e private.

    Per contatti: Claudia Baratella 348/9284843 claudiaelena25@libero.it; Arturo Casarin 328/2505320 musicantepolesine@libero.it

  • Il teatro secondo “Lumière”

    Il teatro secondo “Lumière”

    Parola d’ordine: esuberanza. Condita di talento e voglia di fare. Filo conduttore, la passione per l’arte in genere, non soltanto per il teatro. Si chiama “Compagnia Teatrale Lumière”, ha sede a Rovigo; è affiliata alla Fita (Federazione Italiana Teatro Amatoriale), e rappresenta la Compagnia Stabile Amatoriale di Teatro, Musica e Spettacolo del Comune di Bosaro. La "Compagnia Teatrale Lumière"dal maggio 2014 gode del prestigio di avere una casa tutta sua, in forza della sottoscrizione della convenzione pluriennale con il Comune di Bosaro che le assegna la gestione stabile del locale Teatro Comunale, ove si appresta ad arricchire un curriculum già di tutto rispetto.

    Forse non tutti conoscono il lavoro di squadra e le forti motivazioni che spingono la Compagnia a portare le proprie performance su tutto il territorio polesano e fuori confine. Il mentore, direttore artistico e regista della compagnia è Fabrizio “Fred” Buccini, talento romano con svariate esperienze creative che spaziano dalla musica, alla recitazione ed al canto. Con la sua esperienza guida un gruppo di giovani talenti, appassionati ed esuberanti che si mettono in gioco calcando la scena ed offrendo spettacoli di intrattenimento, dal musical al varietà, espressioni artistiche profondamente radicate nella tradizione teatrale italiana.

    Il repertorio della Compagnia Teatrale Lumière è davvero particolare. Si caratterizza perché riesce a incontrare i gusti e le aspettative di un pubblico ben disposto ad apprezzare la melodia, la recitazione e il ballo. Il tutto condito da un sano umorismo che assicura allo spettatore di trascorrere lieti momenti di piacevole allegria.

    Alcuni componenti, hanno doti non comuni: sono infatti polistrumentisti, e formano una vera e propria "band" di musicisti che accompagna dal vivo le esibizioni degli artisti, oltre a proporre brani musicali indimenticabili, suscitando forti emozioni e rendendo un indubbio valore aggiunto alle nostre rappresentazioni.

    Gli spettacoli prodotti sotto la direzione di "Fred" hanno visto il debutto nel marzo 2012, con una spumeggiante commedia musicale ispirata alle mitiche canzoni degli anni ‘70 del gruppo svedese degli Abba, in cui si racconta una storia d’amore accompagnata da verità nascoste e ricordi di un passato che inaspettatamente ritorna attuale. Successivamente è stato rappresentato lo spettacolo inedito di varietà "Fantasie Italiane", prodotto da "Fred", che accompagna lo spettatore in un viaggio ideale attraverso l’Italia alla riscoperta delle canzoni e tradizioni provenienti o legate a ciascuna delle regioni del nostro Paese, condite da sketch esilaranti, alternati ad interpretazioni canore musicali e strumentali.

    Da vero work in progress che si rispetti, “Fantasie Italiane” ha poi modificato le proprie caratteristiche, evolvendosi in un ulteriore ampliato allestimento che ha preso il nome di “Fantasie Mondiali": stesso schema ma letto in chiave planetaria.

    Da ricordare anche gli spettacoli portati in scena in svariate occasioni, prevalentemente nei comuni della provincia di Rovigo, ma anche le ottime performance offerte in altri contesti. La provenienza da località dell’ Emilia Romagna di numerosi componenti del gruppo, infatti, ha permesso di animare eventi anche in città importanti quali Bologna e Ferrara oltreché, per altre circostanze, Roma.

    Accanto a queste tappe italiane si è aggiunta anche una “prima“ a Vourles, cittadina francese nei pressi di Lione, con la quale, grazie al successo ottenuto, si sono instaurate possibili e promettenti prospettive per una futura attività anche al di fuori dei confini nazionali.

    Eventi più propriamente locali, ma sicuramente degni di menzione, sono gli spettacoli allestiti negli scenari suggestivi di piazza Vittorio Emanuele di Rovigo, del Castello di Arquà Polesine e alla splendida Villa Badoer di Fratta Polesine, momenti che hanno saputo coniugare il piacere della rappresentazione alle splendide scenografie intrinseche ai siti architettonici.

    Da non dimenticare, l’importanza del corpo di ballo che arricchisce le coreografie e che, seppure indipendente dal gruppo, non manca mai di dimostrare il proprio attaccamento ai destini della Compagnia. Tra i collaboratori esterni, è forte il legame della Compagnia con il soprano Federica Balucani, e le cantanti Serena Bilanceri e Deborah Testasecca, figure emergenti della lirica e della musica leggera.

    Tra i tanti obiettivi, sono in atto le prove per mettere in scena il più famoso musical italiano “Aggiungi un posto a tavola” a suo tempo portato al successo da Jonny Dorelli e Daniela Goggi.

    Pur trattandosi di un’attività amatoriale è importante sottolineare che, oltre all’impegno profuso, i giovani artisti seguono per proprio conto e a vario titolo, corsi individuali di perfezionamento e di aggiornamento delle proprie doti, sotto la guida di esperti, scuole, maestri di riconosciuta professionalità, per poter crescere e dare il meglio di sé in quella che per molti di loro non è solo un divertimento, ma una precisa scelta di indirizzo artistico.

    Non ultimo, da sottolineare il valore delle esibizioni del gruppo, in ambito sociale. Infatti, la “Compagnia teatrale Lumière” ha ricevuto da parte delle Autorità competenti la qualifica di Onlus (Organizzazione Non Lucrativa di Utilità Sociale) che permette di poter organizzare e partecipare ad eventi il cui ricavato è destinato a favore di persone, gruppi od enti bisognosi, con univoche e chiare finalità in materia di aiuti e solidarietà, così come previsto dallo statuto regolato dalle leggi e norme dello Stato Italiano.

  • A caccia di pianeti

    A caccia di pianeti

    E’ un po’ come giocare a scacchi, ma secondo le regole dell’Universo. Scienziati, astronomi ed esperti lo fanno ormai da anni, alla ricerca di nuovi pianeti extrasolari.

    In questo ambito si muove a suo agio il polesano Roberto Ragazzoni, docente di ottica all’Università di Padova, ordinario di Astronomia all’osservatorio astronomico di Padova (Inaf), personaggio annoverato tra i massimi esperti mondiali di ottica adattiva, responsabile delle ottiche dei 34 telescopi che verranno lanciati nello spazio nel 2024 sull’avveniristico satellite Plato.

    Egli racconta le nuove sfide spaziali, che proseguono da anni in competizione tra Europa e America, chiarendo che, mentre l’ESA (Agenzia Spaziale Europea) nel 2017 spedirà in orbita Cheops (Characterising Exoplanet Satellite) per collaudare le tecnologie di Plato, nello stesso anno l’ente americano NASA farà volare Tess (Transiting Exoplanet Survey Satellite), dopo che il Kepler Science Office della Nasa, al Meeting della Società astronomica americana a Seattle, ha annunciato la scoperta del nuovo corpo celeste nella direzione della costellazione della Lyra, battezzato Kepler-438b, molto simile alla Terra.

    I telescopi che insieme alla sonda spaziale Cheops (2017) e Plato (2024), viaggeranno per il cosmo, accompagneranno dunque i due satelliti “cacciatori di pianeti”: in tutto trentacinque “occhi” e un milione di stelle attorno, per scovare i gemelli della Terra, ovvero esopianeti anche potenzialmente abitabili.

    “L’Agenzia Spaziale Europea, riunitasi a Parigi, ha approvato il progetto per la costruzione e lancio di Cheops e Plato. Il cuore dei due satelliti è rappresentato dal sistema di telescopi, progettato a Padova, la città dove Galileo 400 anni fa alzò per la prima volta al cielo il suo cannocchiale al cielo – spiega Ragazzoni, alla guida del gruppo di studiosi che hanno ideato e progettato i telescopi -. Cheops volerà nel 2017 in orbita attorno alla Terra, mentre Plato salirà in rampa di lancio nel 2024 per immettersi in orbita attorno al Sole”.

    I telescopi montati sui due satelliti, veri e propri osservatori astronomici specializzati in queste ricerche, saranno molto diversi fra loro. “Su Cheops uno unico a orbita bassa scruterà una stella alla volta – sottolinea l’astrofilo – mentre il rivoluzionario Plato avrà ben 34 obbiettivi grandangolari che scandaglieranno per 8 anni il cielo”. I telescopi della missione Plato avranno nel complesso “la stessa vista dell’occhio umano, e insieme saranno l’equivalente di un unico telescopio di un metro di diametro. Staranno in orbita intorno al Sole, non attorno alla Terra – aggiunge Ragazzoni – per evitare che il nostro pianeta intralci la visuale. Gli strumenti cercheranno nuovi pianeti studiandone il loro eventuale passaggio che si manifesterà attraverso la loro ombra, proiettata davanti alla luce delle stelle più vicine e più brillanti, come nel mito di Platone e la caverna, dove i prigionieri rinchiusi avevano percezione del mondo soltanto vedendo le ombre buie di persone e oggetti proiettate su un muro esterno alla caverna”.

    Ragazzoni aggiunge altri particolari della propria entusiasmante esperienza, evidenziando le differenze tra il modo di lavorare americano e quello europeo.

    “La differenza tra Kepler e Plato è sostanzialmente una: il primo satellite monitora stelle molto deboli attorno alle quali ruotano eventuali nuovi pianeti – spiega Ragazzoni -. E’ una rilevazione più facile, che si esaurisce però proprio nell’eventuale scoperta di sconosciuti corpi celesti. Plato, invece, si concentra su stelle più brillanti, in media le più vicine alla Terra. E quando percepisce la presenza di nuovi pianeti, sarà quindi possibile effettuare osservazioni con altri strumenti da Terra e dallo spazio (es. ELT, JWST, ecc. ) per la completa caratterizzazione del pianeta, della sua atmosfera e dell’intero sistema planetario”.

    Roberto Ragazzoni è alla guida del gruppo di scienziati, in gran parte dell’Inaf, che lavorano alla progettazione della strumentazione e alla preparazione scientifica di Plato in tutta la penisola, da Padova a Catania, Milano, Firenze, Palermo, Torino, Napoli, Roma.

    È italiano anche un segmento del centro elaborazione dati, curato dall’Asdc, il centro per i dati scientifici dell’Agenzia Spaziale Italiana. Suoi stretti collaboratori sono Demetrio Magrin, Jaopo Farinato, Valentina Viotto, Maria Bergomi. “Plato, è un satellite, tecnologicamente molto sofisticato, composto da una batteria di 34 piccoli telescopi ma con un enorme campo di vista, in grado di osservare per la prima volta contemporaneamente immense zone di cielo, con l’ambizione di trovare il primo pianeta “abitabile” simile al nostro – aggiunge Ragazzoni -. Ognuno è in grado di vedere correttamente una regione di cielo di area 5000 volte quella della luna piena, tutti insieme abbracciano un campo di vista simile a quello dell’occhio umano. Con i suoi occhi Plato potrà osservare centomila stelle brillanti alla volta, e per sei anni cercherà mondi sconosciuti che per dimensioni, composizione e temperatura potrebbero permettere lo sviluppo della vita”.

  • Boom per l’insalata IGP

    Boom per l’insalata IGP

    Oltre 2000 quintali di prodotto commercializzato nel 2014, quattro volte le quantità del 2013. I numeri parlano da soli e premiano la determinata perseveranza del Consorzio di tutela dell’Insalata di Lusia Igp, che lo scorso 25 febbraio ha svolto l’assemblea di approvazione del bilancio consuntivo 2014, alla sede del Mercato ortofrutticolo.

    “Tutti stanno entrando nella consapevolezza dell’importanza della certificazione europea Igp per far da traino all’agricoltura e all’economia di questo territorio”, ha detto con soddisfazione il presidente Alessandro Braggion. – ora si respira un’aria nuova e un nuovo modo di ragionare”.

    La sala gremita di produttori e confezionatori, con la presenza delle organizzazioni di categoria, Bancadria, tecnici ed operatori a vario titolo, la rappresentanza della Provincia e, soprattutto, l’apporto del sindaco di Lusia Luca Prando e dell’assessore alle Attività produttive Sergio Vignaga, tutti ad intervenire con note di soddisfazione. E’ stata la prova tangibile che dietro al Consorzio c’è la collaborazione attiva di un intero territorio che sta scommettendo sulla “sua” insalata per aprire l’economia, ciascuno per quello che può.

    Il marchio “Lusia fertile terra” che ricomprende tutte le produzioni orticole lusiane è un progetto promozionale integrato che non sarebbe possibile altrimenti. Lo ha ricordato Mauro Giuriolo, presidente di Coldiretti, organizzazione che sostiene anche economicamente il Consorzio: “Abbiamo delle vere eccellenze, e se continuiamo a crederci e farle conoscere, apriremo ancora nuovi mercati e daremo risposte soddisfacenti a tutti i soggetti di questo territorio. I numeri parlano chiaro: è un percorso positivo e in divenire”.

    Lo ha ribadito il sindaco Prando: “Ora siamo consapevoli delle nostre capacità e di avere un prodotto eccellente. Sono veramente contento per il lavoro di squadra di questi tre anni”.

    Varie ed apprezzate le iniziative promosse a favore dell’insalata IGP di Lusia: partecipazioni a Macfruit 2014 e Fruit logistica di Berlino, fornitura diretta in Germania tre volte la settimana, il progetto “Scelti con il cuore” con Alì supermercati che ha portato l’insalata e le verdure di Lusia nella Gdo di Rovigo e sul calendario gadget distribuito nella catena.

    E sull’onda dei successi ottenuti ecco il prossimo obiettivo: aumentare la produzione senza intaccare di una virgola la qualità e questo, in concreto, significa aumentare gli orticoltori certificati.

    Lo hanno precisato gli interventi degli stessi produttori: “Dobbiamo fare in modo che le aziende del territorio producano almeno una quota parte di prodotto idoneo per la certificazione Igp, perché dobbiamo essere in grado di fornire le quantità che ci vengono richieste. – ha rilanciato Luca Pomaro, produttore Igp. – Ve lo dice uno che inizialmente non era tanto convinto, ma poi ho capito che è la strada giusta, dà soddisfazione e non è neanche troppo complicato”.

    “Crescono le quantità che il mercato ci chiede, – ha sottolineato Massimo Pezzuolo di Opo Veneto – ma dobbiamo tenere alto il livello della qualità, che è la nostra forza”. L’assessore Vignaga da parte sua ha ventilato l’ipotesi di sgravi fiscali comunali per i nuovi produttori che si certificano e si inscrivono al Consorzio.

    Una giornata improntata all’ottimismo, dunque, che si è chiusa con l’approvazione del bilancio, la cui voce principale di spesa è dedicata alle attività promozionali, segno della vitalità dell’ente, in continua ricerca di risorse economiche per sostenere il marketing territoriale legato all’insalata di Lusia.

  • La lumaca polesana

    La lumaca polesana

    All’inizio erano commercializzate soltanto in sacchetti e lasciate alla fantasia del cuoco, ora si possono trovare già pronte, cucinate “alla Polesana”, in pratici vasetti di vetro. E’ il percorso imprenditoriale di Roberta Pellegrini, che da due anni, alleva chiocciole da gastronomia della specie Elix aspersa Müller, a ciclo biologico completo, in quel di Pettorazza Grimani.

    Fino a qualche mese fa, il nome aziendale era “La lumaca birichina”, pensando a quelle lumachine apparentemente lente (ma che se ti giri le perdi di vista) che vagano vispe nei vivai tra la bieta ed il trifoglio. Ora l’azienda, da sempre associata a Coldiretti Rovigo, ha cambiato logo e nome.

    «Siamo diventati ‘La lumaca polesana’ – spiega Roberta Pellegrini,- perché volevo segnalare il legame col Polesine. Il logo è una chiocciola con l’arcobaleno, in segno di speranza e futuro sul territorio, che appoggia sulla parola ‘polesana’.»

    La storia imprenditoriale di Roberta Pellegrini e delle sue chiocciole è affascinante e parla di amore per quel piccolo mollusco: l’idea è assolutamente innovativa per il Polesine e rende reali i vecchi racconti delle nonne che andavano a raccogliere le lumache dopo la pioggia.

    Due anni fa, Paolo, genero di Roberta, emiliano con in mente la Sagra della lumaca di Casumaro, nel ferrarese, la butta lì: “Facciamo un allevamento di chiocciole?”. “Facciamolo!” E’ la risposta di Roberta, imprenditrice di mente aperta, che pensa a come valorizzare la sua azienda agricola. E’ così che Roberta studia la materia, visita le realtà produttive siciliane, allestisce un ettaro di terreno con recinti seminati con vegetali selezionati e, nel marzo 2013, con grande emozione, vi immette 80 mila chiocciole riproduttrici.

    Il primo raccolto è stato fra maggio e giugno del 2014: 30-35 chili al giorno, raccolti a mano, alle 5 di mattina: «Abbiamo raccolto circa 3 tonnellate di prodotto, tutto collocato. Vendiamo direttamente alla ristorazione e nelle manifestazioni, soprattutto tra Ferrara e Bologna, ma il prodotto sta acquistando sempre più interesse anche in Polesine».

    L’imprenditrice è alla continua ricerca di migliorare la propria offerta e, da un viaggio nella Borgogna francese, ha tratto l’ispirazione per trasformare la sua materia prima. «Ho elaborato una ricetta per preparare le chiocciole in umido secondo una vecchia tradizione polesana – spiega Roberta Pellegrini – e dalla collaborazione con un laboratorio artigianale è nata la possibilità di confezionare questa preparazione già cotta e pronta all’uso, in pratici vasetti di vetro per la vendita diretta al consumo. Io la consiglio servita su un letto di polenta di mais cinquantino integrale, rigorosamente macinato a pietra. Un piatto da riscoprire – conclude – tenendo conto che il mollusco ha una consistenza morbida e delicata, è ricco di proteine e minerali, privo di zuccheri e di grassi».

  • Percorsi lusiani

    Percorsi lusiani

    A coronamento di Lusia fertile terra, un ampio programma di azioni mirate alla promozione del territorio, il Comune, nei primi mesi di quest’anno, ha dato alle stampe l’opuscolo – guida turistica “Lusia, passeggiando tra storia e ambiente. Itinerari nell’arte, nella storia, nel gusto”, edito da Turismo e Cultura.

    Si tratta – come sottolineato dal sindaco Luca Prando nella prefazione – di una guida turistico-culturale diversa, che si propone di esplorare il territorio di Lusia, un territorio intriso di storia, ambiente, orticoltura e tipicità gastronomiche. La pubblicazione parte dalle testimonianze del passato millenario della zona, per passare poi ad esplorare un ambiente molto particolare, sia a livello culturale che economico, che fa di Lusia uno dei paesi più vivaci del Polesine.

    Il risultato è una sorta di viaggio che il visitatore intraprende, non solo idealmente, ma anche fisicamente attraverso testimonianze storiche, caratteristiche architettoniche, mappe e foto d’epoca, un Taccuino di Viaggio, uno strumento utile per tutti coloro che desiderino conoscere e affacciarsi alla realtà di questa terra.

    L’opuscolo – guida turistica “Lusia, passeggiando tra storia e ambiente. Itinerari nell’arte, nella storia, nel gusto”, che inaugura una nuova collana editoriale dal suggestivo titolo Taccuini di Viaggio, si presenta in un’elegante veste grafica, di formato quadrato (cm 20 x 20) di 35 pagine, corredato da foto, impreziosito dalla riproduzione di mappe e documenti archivistici inediti e completato da due cartine con segnati tempi e percorsi di altrettanti itinerari di visitazione slow, uno pedonale nel centro di Lusia e uno ciclabile esteso alle frazioni. Itinerari non scontati tra arte e natura che trovano il loro fondamento nelle tumultuose vicende storiche che hanno condotto questo angolo di Polesine dal medioevo ai giorni nostri. La storia, dunque, intesa non come riproposizione di notizie note, ripetitive, talora auto celebrative, ma come ricerca di altri, inediti, scientifici contributi, che permettano di costruire una base su cui individuare nuovi itinerari di visitazione.

    L’obiettivo di basare gli itinerari sulle vicende storiche locali intende essere il principale riferimento di questa nuova collana. E non a caso, per quanto riguarda la guida di Lusia è stato scelto come punto di partenza, e poi anche come tappa finale, di entrambi gli itinerari, la Torre Morosini.

    Testimonianza preziosa dell’evoluzione storica del luogo, la Torre infatti fu eretta sui resti di un mastio medievale; inoltre, vista la sua collocazione, essa rappresenta un fondamentale segnale del rapporto indissolubile che lega questa terra all’Adige. Infatti il secondo fiume d’Italia è stato ora apportatore di immani catastrofi (dalle alluvioni, alle rotte, fino – indirettamente – al tragico bombardamento del ponte che collegava Lusia con Barbona sulla sponda padovana dell’aprile 1945), ora fonte di notevole ricchezza grazie al sedime sabbioso che, proprio le stesse rotte e alluvioni hanno lasciato nel corso dei secoli, permettendo lo svilupparsi di un’orticoltura d’eccellenza che ha contribuito a disegnare un paesaggio di particolare fascino che proprio dall’argine dell’Adige si può ammirare, nelle sue molteplici cromaticità.

    L’itinerario pedonale

    Si parte da Torre Morosini sull’argine dell’Adige. Eretta, sul sedime di un castello medievale estense, la torre è l’unica superstite delle due colombare poste ai lati del corpo principale della fattoria voluta dall’Abate, e Patriarca di Venezia, Giovanni Francesco, dei Morosini dalla Sbarra del ramo di San Canciano. Questa fu distrutta nel corso del tragico bombardamento alleato del 20 aprile 1945. Stessa sorte ebbero la cinquecentesca chiesa intitolata ai Santi Vito e Modesto, la canonica, il campanile e gran parte dell’intero paese, che si sviluppava lungo la riva destra dell’Adige.

    Da Torre Morosini prende dunque il via l’itinerario per raggiungere il vicino Parco delle Rimembranze, realizzato sulle rovine della chiesa ed i resti del secentesco campanile adibiti a cappella commemorativa dei lusiani periti nel bombardamento. L’interno è caratterizzato da interessanti opere dello scultore rodigino Virgilio Milani. Opere dello stesso artista sono presenti anche nella nuova chiesa, terza tappa di questo percorso, edificata su progetto dell’architetto Orlando Veronese.

    Dalla Lusia storico artistica si passa poi alla Lusia produttiva ma attenta al contempo anche al rispetto dell’ambiente: le due tappe successive, l’orto didattico il Profumo della Freschezza e l’azienda agricola Bagari ne sono le testimonianze. Da qui si fa ritorno a Torre Morosini risalendo l’argine dell’Adige e percorrendo la via arginale che permette di ammirare il rapporto tra ambiente coltivato e ambiente naturale.

    L’itinerario ciclabile

    Anche per il percorso ciclabile è stato individuato lo stesso punto di partenza: Torre Morosini. Percorrendo l’argine dell’Adige si procede fino a Garzare e da qui si giunge a Cavazzana ove sorge la settecentesca Chiesa di San Lorenzo.

    Proseguendo poco più a sud si trova la frazione di Santa Lucia con l’omonimo oratorio, quindi, costeggiando l’argine sinistro del canale Ceresolo e procedendo verso levante, si giunge alla località Bornio. Da qui si prosegue piegando a nord-est fino alla località Ca’ Zen, sull’argine dell’Adige ove sorge l’oratorio intitolato alla Beata Vergine Annunciata già di San Lorenzo. Si percorre infine l’argine verso occidente tornando così al punto di partenza, Torre Morosini.

Pubblicità