La storia di un territorio come il Polesine, anche a causa delle difficili condizioni socio-economiche del passato, unite ad alcuni fatti traumatici di forte impatto sulla popolazione (si pensi alle alluvioni del 1882 e del 1951, tanto per citare i casi più celebri), ha sempre conosciuto, sin dai primi decenni successivi all’Unità nazionale, diverse ondate migratorie, che, spesso, lo hanno privato di buona parte delle sue migliori risorse umane, destinate a sviluppare le proprie capacità, di vita e professionali, in altre parti d’Italia e del Mondo, senza mai dimenticare il legame con la propria terra, come l’attività delle fameje dei “Polesani nel Mondo” ci ricorda ancor oggi.
E’ il caso, fra gli altri, del fiessese cav. Cesare Pellegrinelli (1885 – 1968), molto noto ed apprezzato nella Padova della prima metà del secolo scorso come maresciallo di pubblica sicurezza, tanto da meritarsi, sotto le cupole del Santo, l’appellativo di “Maigret padovano”, ma oggi praticamente sconosciuto ai più nella sua terra d’origine.
Le origini e l’ingresso nella Polizia di Stato
Quinto di undici fratelli, Cesare Pellegrinelli detto “Rizzo” per via della caratteristica chioma (soprannome di tutto il clan familiare), nacque il 24 giugno 1885 nella borgata Motta, popolare quartiere situato in prossimità della frazione di Capitello di Fiesso Umbertiano. Compiuti a stento gli studi elementari per via della povertà della famiglia, lavorò come manovale edile ed operaio durante gli ultimi anni dell’Ottocento, fino a quando nel 1903, all’età di 18 anni, lasciò i propri cari per arruolarsi nella Guardia di Finanza.
Assegnato al confine doganale con la Svizzera, nel 1904 Pellegrinelli approdò a Pisa, dove si distinse, assieme ad un suo collega, nell’arresto di un uomo coinvolto nell’omicidio del padre.
Nel 1909 giunse la svolta della sua vita: Pellegrinelli, sollecitato da alcuni colleghi, decise di entrare nella Polizia di Stato, frequentando una serie di corsi abilitanti alla professione presso la Scuola Allievi Guardie di Città del Ministero dell’Interno a Roma. Il diploma finale del corso, rilasciato in data 27 gennaio 1910, attestava che il Pellegrinelli «ha frequentato utilmente i corsi di segnalamento e fotografia giudiziaria, conseguendo l’idoneità quale operatore nei gabinetti segnaletici e a trasmettere e ricevere all’apparato Morse».
Iniziò così, dalla Polizia giudiziaria e scientifica, l’attività di guardia di pubblica sicurezza del Pellegrinelli, principio di una lunghissima carriera durata ben 46 anni, culminata nelle successive promozioni, per meriti di servizio, a brigadiere prima e maresciallo capo poi. Una carriera vissuta quasi interamente a Padova, città che scelse come adottiva, stabilendovi la famiglia e dirigendo la Squadra Mobile della Questura (all’epoca chiamata “Squadra Gabinetto”), anche se non mancarono sue azioni nel Polesine, nel Vicentino, in Lombardia, in Liguria ed in altre parti d’Italia.
Pellegrinelli, un poliziotto sui generis
Pellegrinelli era un personaggio sui generis nel mondo delle Forze dell’Ordine, un uomo che accostava alla professionalità del poliziotto severo ed inflessibile, un animo buono, intelligente e coraggioso, la battuta pronta ed arguta, oltre ad una vivace passione per la letteratura, la poesia e la scienza, tanto da venire accostato da molti al personaggio nato dalla penna di Georges Simenon e portato al successo, in Italia, dall’indimenticabile interpretazione televisiva di Gino Cervi.
Piccolo di statura, di struttura fisica tozza ed il volto incorniciato da un pizzetto portato con signorile distacco, del maresciallo Pellegrinelli divennero “mitiche”, nella Padova tra le due guerre mondiali, le innumerevoli azioni contro la malavita organizzata, radicata nel territorio nonostante i proclami del regime fascista sulla pacificazione e la sicurezza pubblica.
La lunga sequenza di azioni nelle quali Pellegrinelli fu impegnato inizia negli anni della Grande Guerra, con la scoperta dello strangolatore di una bimba trovata morta in una gondola a Venezia, e con il ferimento a morte, in un conflitto a fuoco avvenuto nel 1917, di un pericoloso pregiudicato presso l’antico ponte dei Graissi, nella zona di Camin, ad est del capoluogo euganeo.
Pellegrinelli, uomo di estrazione popolare, cominciò così ad essere visto con una sorta di timore reverenziale dalla stessa criminalità locale, per il suo fiuto investigativo e metodologico da vero e proprio detective, affinato anche grazie alla memoria di ferro, la presenza continua e costante e la capacità di risolvere i casi più difficili che gli si ponevano davanti, aguzzando l’ingegno ed indagando, anche un po’ psicologicamente, l’animo umano. Famoso era il suo schedario personale viaggiante, nel quale figuravano descrizioni accuratissime di malviventi, come questa:
«B. O. fu Luigi e di M.M., nato a Vicenza il 6 – 6 – 1896, domiciliato a Padova con recapito ai dormitori pubblici. Ozioso vagabondo, ladro pericoloso, molto scaltro nell’adoperare chiavi false. E’ solito aggirarsi a Vicenza. Alto magro, con i piedi divaricati. Detto acrobata. Vigilato speciale. Più volte condannato per furti e altri reati. Arrestato il 3-1-1930, celibe»¹.
Nessuno, anche per questo motivo, pur minacciandolo di morte varie volte («con le sue budella faremo cravatte, lacci da scarpe, corde e salsicce» recitavano le lettere anonime giunte alla Questura patavina in più riprese), riuscì a conseguire l’esito sperato nei confronti del “maresciallo di ferro”, che venne dal Questore di Padova allontanato per un periodo dalla città, prima a Genova, poi a Rovigo, per lasciare scemare le intimidazioni della criminalità locale.
A Rovigo, in particolare, il Pellegrinelli si distinse nell’azione di salvataggio di una madre di sette figli, scivolata nelle acque dell’Adigetto, gesto che gli valse il conferimento della medaglia d’argento al valor civile.
Le epiche gesta del maresciallo
Ritornato a Padova, Pellegrinelli ricominciò ben presto la sequenza delle sue “epiche” azioni, di cui, in particolare, rimasero famosi nelle cronache i travestimenti per catturare il malvivente di turno: di volta in volta il poliziotto diventava così frate, netturbino, mendicante nei mercati, contadino, manovale, ferroviere, mercante di bestiame, malvivente e, persino, gentile signora, pur di avvicinarsi in maniera diretta, anche a rischio della propria incolumità, alla risoluzione del caso sul quale stava indagando.
Così, nel 1920, il fratello Antonio, andato in pellegrinaggio da Fiesso alla Basilica di S. Antonio, non riconobbe Cesare che, nelle vesti di frate, gli passò ripetutamente vicino pestandogli un piede, fino a farlo spazientire; in un’altra circostanza, Pellegrinelli si vestì da signora al teatro Verdi di Padova, per prevenire i frequenti borseggi e furti di gioielli, attirando le attenzioni galanti di un poco accorto collega poliziotto²; successivamente, spacciandosi per malvivente, il maresciallo riuscì ad infiltrarsi senza destare sospetti nella riunione di un’organizzazione criminale operante in tutto il Veneto, con base in una casa del quartiere Portello. Riconosciuto, gli venne puntata una pistola alla tempia, salvato in tempo dall’irruzione dei suoi uomini nell’edificio. In un altro episodio, sempre in un conflitto a fuoco, riuscì a mettere fine alla ricerca di un pericoloso malvivente noto come “l’uomo ombra”, dedito a furti e rapine in giro per la città. Altre grosse imprese alle quali partecipò in questi anni furono la soluzione del caso dei sei fratelli Merati, le indagini sulla morte di una donna sepolta viva nella zona di Porta Trento e l’arresto del girovago “Picci”, autore dell’omicidio di un autista e residente in una misera baracca a Piove di Sacco.
Ma ciò che “consacrò” alle cronache e alla memoria popolare l’attività del Pellegrinelli fu la lotta al banditismo padovano e vicentino, di cui parleremo nella seconda parte di questa biografia.
(1 – CONTINUA)









