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Archivi: Articoli d’archivio

  • Cesare Pellegrinelli (1885-1968) (PRIMA PARTE)

    Cesare Pellegrinelli (1885-1968) (PRIMA PARTE)

    La storia di un territorio come il Polesine, anche a causa delle difficili condizioni socio-economiche del passato, unite ad alcuni fatti traumatici di forte impatto sulla popolazione (si pensi alle alluvioni del 1882 e del 1951, tanto per citare i casi più celebri), ha sempre conosciuto, sin dai primi decenni successivi all’Unità nazionale, diverse ondate migratorie, che, spesso, lo hanno privato di buona parte delle sue migliori risorse umane, destinate a sviluppare le proprie capacità, di vita e professionali, in altre parti d’Italia e del Mondo, senza mai dimenticare il legame con la propria terra, come l’attività delle fameje dei “Polesani nel Mondo” ci ricorda ancor oggi.

    E’ il caso, fra gli altri, del fiessese cav. Cesare Pellegrinelli (1885 – 1968), molto noto ed apprezzato nella Padova della prima metà del secolo scorso come maresciallo di pubblica sicurezza, tanto da meritarsi, sotto le cupole del Santo, l’appellativo di “Maigret padovano”, ma oggi praticamente sconosciuto ai più nella sua terra d’origine.

    Le origini e l’ingresso nella Polizia di Stato

    Quinto di undici fratelli, Cesare Pellegrinelli detto “Rizzo” per via della caratteristica chioma (soprannome di tutto il clan familiare), nacque il 24 giugno 1885 nella borgata Motta, popolare quartiere situato in prossimità della frazione di Capitello di Fiesso Umbertiano. Compiuti a stento gli studi elementari per via della povertà della famiglia, lavorò come manovale edile ed operaio durante gli ultimi anni dell’Ottocento, fino a quando nel 1903, all’età di 18 anni, lasciò i propri cari per arruolarsi nella Guardia di Finanza.

    Assegnato al confine doganale con la Svizzera, nel 1904 Pellegrinelli approdò a Pisa, dove si distinse, assieme ad un suo collega, nell’arresto di un uomo coinvolto nell’omicidio del padre.

    Nel 1909 giunse la svolta della sua vita: Pellegrinelli, sollecitato da alcuni colleghi, decise di entrare nella Polizia di Stato, frequentando una serie di corsi abilitanti alla professione presso la Scuola Allievi Guardie di Città del Ministero dell’Interno a Roma. Il diploma finale del corso, rilasciato in data 27 gennaio 1910, attestava che il Pellegrinelli «ha frequentato utilmente i corsi di segnalamento e fotografia giudiziaria, conseguendo l’idoneità quale operatore nei gabinetti segnaletici e a trasmettere e ricevere all’apparato Morse».

    Iniziò così, dalla Polizia giudiziaria e scientifica, l’attività di guardia di pubblica sicurezza del Pellegrinelli, principio di una lunghissima carriera durata ben 46 anni, culminata nelle successive promozioni, per meriti di servizio, a brigadiere prima e maresciallo capo poi. Una carriera vissuta quasi interamente a Padova, città che scelse come adottiva, stabilendovi la famiglia e dirigendo la Squadra Mobile della Questura (all’epoca chiamata “Squadra Gabinetto”), anche se non mancarono sue azioni nel Polesine, nel Vicentino, in Lombardia, in Liguria ed in altre parti d’Italia.

    Pellegrinelli, un poliziotto sui generis

    Pellegrinelli era un personaggio sui generis nel mondo delle Forze dell’Ordine, un uomo che accostava alla professionalità del poliziotto severo ed inflessibile, un animo buono, intelligente e coraggioso, la battuta pronta ed arguta, oltre ad una vivace passione per la letteratura, la poesia e la scienza, tanto da venire accostato da molti al personaggio nato dalla penna di Georges Simenon e portato al successo, in Italia, dall’indimenticabile interpretazione televisiva di Gino Cervi.

    Piccolo di statura, di struttura fisica tozza ed il volto incorniciato da un pizzetto portato con signorile distacco, del maresciallo Pellegrinelli divennero “mitiche”, nella Padova tra le due guerre mondiali, le innumerevoli azioni contro la malavita organizzata, radicata nel territorio nonostante i proclami del regime fascista sulla pacificazione e la sicurezza pubblica.

    La lunga sequenza di azioni nelle quali Pellegrinelli fu impegnato inizia negli anni della Grande Guerra, con la scoperta dello strangolatore di una bimba trovata morta in una gondola a Venezia, e con il ferimento a morte, in un conflitto a fuoco avvenuto nel 1917, di un pericoloso pregiudicato presso l’antico ponte dei Graissi, nella zona di Camin, ad est del capoluogo euganeo.

    Pellegrinelli, uomo di estrazione popolare, cominciò così ad essere visto con una sorta di timore reverenziale dalla stessa criminalità locale, per il suo fiuto investigativo e metodologico da vero e proprio detective, affinato anche grazie alla memoria di ferro, la presenza continua e costante e la capacità di risolvere i casi più difficili che gli si ponevano davanti, aguzzando l’ingegno ed indagando, anche un po’ psicologicamente, l’animo umano. Famoso era il suo schedario personale viaggiante, nel quale figuravano descrizioni accuratissime di malviventi, come questa:

    «B. O. fu Luigi e di M.M., nato a Vicenza il 6 – 6 – 1896, domiciliato a Padova con recapito ai dormitori pubblici. Ozioso vagabondo, ladro pericoloso, molto scaltro nell’adoperare chiavi false. E’ solito aggirarsi a Vicenza. Alto magro, con i piedi divaricati. Detto acrobata. Vigilato speciale. Più volte condannato per furti e altri reati. Arrestato il 3-1-1930, celibe»¹.

    Nessuno, anche per questo motivo, pur minacciandolo di morte varie volte («con le sue budella faremo cravatte, lacci da scarpe, corde e salsicce» recitavano le lettere anonime giunte alla Questura patavina in più riprese), riuscì a conseguire l’esito sperato nei confronti del “maresciallo di ferro”, che venne dal Questore di Padova allontanato per un periodo dalla città, prima a Genova, poi a Rovigo, per lasciare scemare le intimidazioni della criminalità locale.

    A Rovigo, in particolare, il Pellegrinelli si distinse nell’azione di salvataggio di una madre di sette figli, scivolata nelle acque dell’Adigetto, gesto che gli valse il conferimento della medaglia d’argento al valor civile.

    Le epiche gesta del maresciallo

    Ritornato a Padova, Pellegrinelli ricominciò ben presto la sequenza delle sue “epiche” azioni, di cui, in particolare, rimasero famosi nelle cronache i travestimenti per catturare il malvivente di turno: di volta in volta il poliziotto diventava così frate, netturbino, mendicante nei mercati, contadino, manovale, ferroviere, mercante di bestiame, malvivente e, persino, gentile signora, pur di avvicinarsi in maniera diretta, anche a rischio della propria incolumità, alla risoluzione del caso sul quale stava indagando.

    Così, nel 1920, il fratello Antonio, andato in pellegrinaggio da Fiesso alla Basilica di S. Antonio, non riconobbe Cesare che, nelle vesti di frate, gli passò ripetutamente vicino pestandogli un piede, fino a farlo spazientire; in un’altra circostanza, Pellegrinelli si vestì da signora al teatro Verdi di Padova, per prevenire i frequenti borseggi e furti di gioielli, attirando le attenzioni galanti di un poco accorto collega poliziotto²; successivamente, spacciandosi per malvivente, il maresciallo riuscì ad infiltrarsi senza destare sospetti nella riunione di un’organizzazione criminale operante in tutto il Veneto, con base in una casa del quartiere Portello. Riconosciuto, gli venne puntata una pistola alla tempia, salvato in tempo dall’irruzione dei suoi uomini nell’edificio. In un altro episodio, sempre in un conflitto a fuoco, riuscì a mettere fine alla ricerca di un pericoloso malvivente noto come “l’uomo ombra”, dedito a furti e rapine in giro per la città. Altre grosse imprese alle quali partecipò in questi anni furono la soluzione del caso dei sei fratelli Merati, le indagini sulla morte di una donna sepolta viva nella zona di Porta Trento e l’arresto del girovago “Picci”, autore dell’omicidio di un autista e residente in una misera baracca a Piove di Sacco.

    Ma ciò che “consacrò” alle cronache e alla memoria popolare l’attività del Pellegrinelli fu la lotta al banditismo padovano e vicentino, di cui parleremo nella seconda parte di questa biografia.

    (1 – CONTINUA)

  • Padre Teofilo da Lendinara

    Padre Teofilo da Lendinara

    Che personaggi lendinaresi si siano in varie occasioni fatti onore nel corso dei secoli è cosa nota, ed è sicuramente un piacere quando dal passato emergono figure degne di essere ricordate.

    Lo spunto per riaprire il libro della storia ci viene da uno scritto dello studioso Antonio Cappellini, datato 1950, grazie al quale affiora, da un passato lontano, la figura di un monaco Olivetano Lendinarese, che nel corso del ‘600 fu Abate della potente Abbazia di S. Stefano in Genova.

    La notizia dell’importante investitura, emerse da un antico documento conservato negli archivi della suddetta Abbazia ed il Cappellini così scrisse: “Il periodo di maggiore splendore dell’Abbazia corre dal secolo XVI al secolo XVII, appunto sotto la saggezza degli Olivetani, e durante quest’epoca fu la chiesa privilegiata per la nazione Tedesca, i cui rappresentanti in Genova formarono una colonia importante, composta in gran parte di tessitori e di soldati mercenari. Alcuni devoti vi furono sepolti, come lo comprova l’atto di cessione loro fatta dell’altare di S. Francesca Romana, ‘col gius che detta nazione Alemanna possa fabbricarvi sotto il pavimento una sepoltura decente per seppellirvi li defunti dell’istessa nazione et mettervi epitaffi et insegne loro convenienti’. ”

    E’ questo il documento che per noi Lendinaresi ha speciale interesse: risulta infatti dal pubblico istrumento, ricevuto il 13 agosto 1613 dal notaio Giacomo Cuneo, che è intervenuto nella concessione in parola, ‘l’Abate del monastero don Teofilo da Lendinara, col consenso dei monaci riuniti; in capitolo’. Per don Teofilo devesi intendere il Padre Abate Teofilo dei conti Malmignati di Lendinara”.

    La notizia è interessante ma, a ben vedere, non esatta nell’identificazione del casato di provenienza di padre Teofilo. Infatti dalla consultazione della cronologia degli abati succedutisi nel Santuario di S. Maria del Pilastrello, si ravvisa che Don Teofilo Malmignati, dopo essere stato Priore del cenobio lendinarese dal 1578 al 1579, muore a Lendinara nell’ultimo anno di priorato, il 1579 appunto¹.

    Dunque l’Abate Teofilo in questione, citato nel documento che fa riferimento al 1613, non poteva essere la persona identificata dal Cappellini appartenente all’importante famiglia Malmignati.

    Decisi pertanto di scorrere l’elenco cronologico, sino a che incontrai un altro padre dal nome Teofilo. Precisamente Teofilo Petrobelli di Lendinara, il quale fu Superiore al Santuario del Pilastrello dal 1600 al 1602 e dal 1605 al 1608 e poi Abate dal 1608 al 1612 e dal 1614 al 1620².

    Teofilo Petrobelli (1565-1620)

    Dai dati desunti dall’Archivio dell’Abbazia di Monte Oliveto Maggiore si ricavano elementi biografici precisi: Padre Teophilus Petrobelli, nato a Lendinara il 9 febbraio 1565, cominciò la sua professione religiosa a Rovigo nel 1584 (anche se Mauro Tagliabue indica l’entrata del padre a San Bartolomeo di Rovigo già dal 1582). Nel monastero rodigino fu poi Abate dal 1611 al 1612³ e tale ruolo ebbe l’onore di rivestire subito dopo all’Abbazia Genovese dal 1612 al 1613⁴.

    Fu dunque Teofilo Petrobelli e non Teofilo Malmignati a reggere in qualità di abate l’Abbazia di S. Stefano in Genova.

    Nel 1614, il Petrobelli ritornò a Lendinara come Abate alla basilica del Pilastrello, rimanendovi sino al 5 settembre del 1620, anno della sua morte.

    Ricorda Mauro Tagliabue che “La nobiltà di nascita, come condizione per essere ammessi in monastero, è raccomandata in una lettera dell’Abate generale Giorgio da Brescia..” e la famiglia Petrobelli infatti fu un casato nobile lendinarese⁵ come, tra l’altro, la famiglia Malmignati sopra citata.

    Le potenti famiglie erano in grado di contribuire in maniera sostanziale alle richieste d’aiuto dei loro parenti religiosi alla direzione della comunità ecclesiastica, favorendo così il sereno svolgimento della pratica monastica dei monaci.

    Un esempio lo possiamo ritrovare proprio nella famiglia Petrobelli, infatti il Cav. Petrobello, parente dell’Abate Teofilo, possedeva terre in Molinella; qui fece costruire la chiesa con annessa abitazione per il suo Rettore, assegnando 40 ducati al sacerdote incaricato della messa festiva. Gli Abati olivetani che provenivano da casati nobili, così facendo, divennero veri e propri signori assoluti sulle terre del loro monastero.

    Teofilo Petrobelli abate del Santuario di Lendinara

    Anche il Santuario della Madonna di Lendinara, dove don Teofilo Petrobelli trascorse gli ultimi anni della sua vita, visse con i fondi ricavati dalle elargizioni private e pubbliche, con le quali i monaci acquistarono terreni e, a volte, abitazioni annesse, dotando così il monastero di un reddito certo e costante.

    Don Teofilo in questo caso, per far fronte alle ingenti spese necessarie alla consacrazione di Lendinara e del suo territorio alla Madonna, dovette ricorrere alla questua, come si riporta nel Libro delle Locazioni temporali: “L’Abate Don Teofilo Petrobelli, incarica Francesco Torcello e Giovanni Stecchita di andare alla ‘cerca della Madonna’, impegnandosi a dare loro come contro partita un quarto del frumento raccolto, la metà del lino ed il terzo di tutto il resto. Le spese (carro e asino) sono a loro carico”⁶.

    L’opera di don Teofilo al Santuario Olivetano, tra le altre cose, si concretizzò nell’aver egli commissionato la tela d’altare, Il Battesimo di Gesù, a Montemezzano Francesco⁷, allievo del Veronese, e la pala Addolorata e Santi Benedettini al pittore Martini⁸. Commissionò pure al pittore Andrea Micheli (detto il Vicentino) la tela esaltativa, eseguita nel 1610, di S. Francesca Romana⁹, in occasione della sua canonizzazione avvenuta il 29 maggio 1608.

    Concesse inoltre alla famiglia Borezzo, il privilegio d’essere sepolta all’interno del Santuario. Lodovico Borezzo era discendente di quel Giovanni che, nel 1509, aveva constatato il primo fatto straordinario relativo alla statuetta della Madonna e il 17 maggio 1577, sottoscrisse l’atto di vendita di una porzione di terreno di sua proprietà, con annessa abitazione, ai Commissari eletti dal Consiglio di Lendinara, per la costruenda Chiesa del Pilastrello.

    Teofilo Petrobelli, come detto, era stato per breve tempo abate del monastero olivetano di San Bortolo in Rovigo, come si evince da una nota di Mauro Tagliabue in Gli abati di S. Bortolo di Rovigo. Vi si legge: “E’ D. Teofilo Petrobelli: v. doc. del 10.11.1611 registrato in S.B., Cat. D, ms. 9, f: 58 v, nel quale, ‘D. Teofilo Petrobello da Lendinara meritissimo abbate del monastero di S. Bortolo di Rovigo’ rinnova una investitura livellaria a favore di Francesco Pisani. Resse principalmente la comunità di Lendinara, al cui governo lo troviamo quasi ininterrottamente dal 1605 alla morte avvenuta dopo il 22 marzo 1621¹⁰ in tale data è ancora vivo e Abate a Lendinara (cfr. S.B., Cat. D, ms. 9, f. 66r)”.

    La figura di D. Teofilo Petrobelli, da inserirsi in una più ampia casistica di personaggi polesani, avvalora ancora una volta l’importante ruolo ascrivibile, in tempi ormai remoti, a Lendinara. Non pochi infatti i Lendinaresi, da annoverare come cittadini illustri, che ottennero rispetto e considerazione sia in patria che all’estero¹¹.

  • Federigo Manfredini (1743-1829)

    Federigo Manfredini (1743-1829)

    Nel ‘700 l’Accademia dei Concordi, in un clima di rinnovato impegno culturale e di rappresentanza, fra le altre cose provvide ad arricchire le sale della propria sede con quadri ritraenti illustri personaggi rodigini e soci accademici distintisi in vari ambiti.

    Tra questi ritratti, spicca, abbigliato con una immacolata giacca bianca e una candida parrucca (come si conveniva all’epoca agli esponenti della nobiltà) il ritratto di Federigo Manfredini, commissionato al più valente pittore fiorentino del tempo Giuseppe Antonio Fabrini. La scelta dell’artista fiorentino fu dovuta anche al fatto che il rodigino marchese Federigo Manfredini al tempo dimorava a Firenze, svolgendo egli importanti incarichi politici ed amministrativi presso il Granducato di Toscana.

    Ma chi fu Federico Manfredini e quali furono i momenti più significativi della sua vita?

    Ricostruiamo la sua esistenza seguendolo nelle varie località in cui si trovò a vivere ed operare.

    A Rovigo

    Federigo Manfredini nacque a Rovigo il 24 agosto del 1743 da Giuseppe ed Ancilla Minguelli, una nobile di origine veneziana. La famiglia Manfredini affonda le sue radici nell’antica nobiltà estense, infatti è riconosciuta proprietaria di feudi nobili fin dal 1228.

    La Repubblica veneta confermò le proprietà feudali alla famiglia, e nel 1683 Giovanni Battista Manfredini ricevette il titolo di marchese dal re Giovanni III di Polonia (Jan Sobieski, l’eroe della battaglia vittoriosa contro i Turchi che assediavano la città di Vienna). A proposito del titolo nobiliare, va ricordata, tra le possessioni polesane, la tenuta agraria non a caso denominata Cà Marchese: un complesso architettonico ancora sostanzialmente integro, che sorge nella frazione di Granze di Arquà Polesine. Si presenta formato da un corpo principale con Oratorio e dal rustico La Zedrara ed è visibile dalla strada nei pressi della trattoria “dagli Amici”. Si erge in tutta la sua elegante compostezza sulla campagna circostante e rientra nel novero delle ville venete.

    Nell’albero genealogico di Federigo, spicca il nonno, Alfonso Manfredini, noto per aver rinnovato l’Accademia dei Concordi dopo un ventennio di assoluto silenzio, accogliendo nella sua abitazione sedici eruditi che ripresero l’attività di studio e di divulgazione. In questo clima di rinnovamento il di lui figlio Giuseppe (padre di Federigo), allora venne, divenne “principe” del rinato sodalizio culturale. Giuseppe Manfredini, per le sue riconosciute competenze in materia di agraria, nel 1768 entrò a far parte della importante Sezione agraria dell’Accademia che aveva lo scopo di difendere la popolazione rodigina dalle calamità naturali, causate dal delicato sistema idrogeologico del Polesine.

    Nel 1741 Giuseppe Manfredini sposò Ancilla Minguelli e da questa ebbe vari figli: oltre al primogenito Federigo, Luigi (che si trasferirà a Padova e darà la luce all’omonimo Federigo destinato a diventare vescovo di Famagosta e di Padova), Marianna (che sposerà Antonio Oroboni, il padre di Antonio Fortunato Oroboni), Teresa (che sposerà il conte Giacomo Campo), Luisa (che sposerà Ferdinando Durazzo), Lucia Angela e Antonia (che diventeranno monache nel convento alla Trinità).

    La famiglia di Federigo non abitava nel palazzo Manfredini situato nei pressi del Duomo (attualmente sede dell’Associazione degli Agricoltori) e appartenente ad un ramo collaterale del casato, ma dimorava in un palazzo che si trovava nella strada S. Rocco (l’attuale via Angeli), probabilmente demolito in epoca successiva e pertanto non più riconoscibile.

    Federigo ricevette l’educazione primaria da un precettore di grande prestigio, monsignor Gerolamo Silvestri, figura eminente di studioso e letterato, protagonista della vita culturale dell’Accademia dei Concordi e grande amico del padre Giuseppe.

    A Modena

    La sua istruzione fu poi completata al Collegio San Carlo di Modena, una istituzione che ospitava i giovani appartenenti a famiglie nobili, dove potevano essere istruiti nell’arte, nelle scienze e nell’attività fisica. Qui si distinse negli studi filosofici: viene ricordato perché all’età di diciotto anni sostenne una tesi in difesa della filosofia, dedicata alla sua protettrice la Principessa Amalia d’Este. Si distinse anche nelle discipline ginniche risultando primo in equitazione.

    Al termine di questi studi umanistici, il padre gli propose l’alternativa: abbracciare gli studi giuridici o dedicarsi alla carriera militare.

    A Firenze

    Federigo preferì seguire questa seconda strada e si trasferì pertanto all’Accademia Imperiale di Firenze, allora capitale di un granducato retto dal granduca Leopoldo appartenente agli Asburgo-Lorena che tradizionalmente esercitavano un potere assolutistico ma illuminato. Completato l’addestramento militare, a vent’anni, nel 1763 divenne Alfiere del Marchese Botta, Maresciallo e Governatore di Toscana.

    Nel frattempo l’Austria era impegnata da sette anni in una guerra contro la Prussia per il dominio della Slesia. Fedele alla causa asburgica, Federigo decise di trasferirsi a Vienna per mettersi al servizio dell’imperatore Giuseppe II, fratello del granduca Leopoldo.

    In Austria non ebbe modo di partecipare ad operazioni militari perché la guerra volgeva ormai al termine, tuttavia fu promosso Maggiore, e con questo grado l’Imperatore lo inviò a Firenze con l’incarico di contribuire all’istruzione dei nipoti Francesco e Ferdinando.

    Nel 1776 con il titolo di Ciambellano, tornò pertanto a Firenze per collaborare con il conte di Colloredo nella educazione dei giovani granduchi, scegliendo personalmente gli insegnanti tra i quali l’ex-gesuita Hochenwarth, futuro vescovo di Trieste. Inoltre, nella sua opera educativa, si distinse nel privilegiare la frequentazione del popolo, consapevole che l’arte di governare non può rimanere estranea alla percezione del disagio sociale.

    Intanto, con lo scoppio della guerra tra Austria e Baviera, l’Imperatore chiamava a Vienna il primogenito Francesco. Manfredini fu a lungo tentato a raggiungere il suo discepolo, ma venne trattenuto a Firenze dall’Arciduca Leopoldo che nel 1784 gli conferì il grado di colonnello e lo nominò consigliere di stato e Ajo (Precettore) dei giovani arciduchi al posto del principe di Colloredo che si era nel frattempo ritirato.

    E fu proprio nel corso di quest’anno – Federigo era nel suo quarantunesimo anno di vita – che i soci dell’Accademia dei Concordi di Rovigo lo nominarono per acclamazione “accademico” con il diritto di conservare un suo ritratto nella quadreria della prestigiosa istituzione culturale.

    Manfredini accettò la nomina a patto che il ritratto fosse eseguito a sue spese. Per questo scopo incaricò Giuseppe Fabbrini, il pittore più in voga a Firenze in quel periodo. Il ritratto è tutt’ora conservato nella Pinacoteca dell’Accademia e rappresenta un bell’esempio di pittura aulica e declamatoria.

    Nel 1788 partì per Vienna, di nuovo minacciata da una guerra, questa volta con la Turchia. Venne nominato generale e magnate d’Ungheria, un titolo onorifico tramandabile alla discendenza. Dopo tre mesi, con l’esaurirsi della minaccia turca, tornò a Firenze dove, nel marzo dell’anno successivo, giungeva la notizia della morte dell’imperatore Giuseppe II.

    L’arciduca Leopoldo, pertanto, divenne imperatore e si trasferì a Vienna insieme al primogenito Francesco che rinunciava così al granducato, in quanto destinato a succedere al padre sul trono imperiale.

    Nel 1791 dal nuovo arciduca Ferdinando gli venne conferito l’incarico di formare il governo. Manfredini si dedicò alla inattesa responsabilità politica con grande impegno, chiamando i più illustri personaggi dell’epoca: Fossombroni (matematico ed ingegnere), Rospigliosi (appartenente ad una nobile famiglia pistoiese), Capponi (altro uomo politico appartenente ad un’antica famiglia toscana)…

    Nel marzo del 1792 giungeva in città la notizia della morte dell’imperatore Leopoldo al quale succedeva il figlio Francesco. Il nuovo imperatore non mancò di manifestare la sua riconoscenza al fedele uomo di governo italiano, chiamandolo a Vienna per decorarlo con le proprie mani con la Croce di Santo Stefano.

    Tornato nuovamente a Firenze insieme all’arciduca Ferdinando, continuò la sua opera politica unitamente ad una decisa azione di mecenatismo nei confronti degli artisti toscani, fra i quali primeggiava Raffaello Morghen, noto incisore, insegnante all’Accademia delle Belle Arti.

    Nel frattempo la rivoluzione francese, con la sua azione destabilizzatrice che si propagava in tutta Europa, minacciava l’integrità degli stati italiani. Con un’accorta politica di neutralità, Manfredini riuscì a mantenere per un certo tempo le truppe francesi lontano dai confini, salvando così l’autonomia del granducato che fu pertanto in grado di dare ospitalità al papa Pio VI, esule da Roma.

    La neutralità tuttavia non riuscì a garantire durevolmente la salvezza del granducato: le truppe francesi occuparono la Toscana interrompendo così la signoria degli Asburgo-Lorena. Il granduca Ferdinando si rifugiò a Vienna mentre Manfredini riparò a Messina. Non si hanno notizie della sua attività durante il periodo siciliano, né il motivo che lo spinse in Sicilia.

    A Vienna

    Nel 1801 venne richiamato a Vienna, dove l’imperatore gli conferì il grado di Tenente Maresciallo. A Ferdinando, il granduca di Toscana che parimenti si trovava a Vienna, venne assegnato il ducato di Salisburgo. Ovviamente Manfredini seguì Ferdinando e partecipò attivamente al governo con l’incarico di Ministro degli Affari Esteri. Durante questo periodo la sua fedeltà alla casa Asburgica venne ricompensata con l’assegnazione di una pensione di 5600 fiorini.

    Poco tempo dopo seguì Ferdinando che si era trasferito in Germania per reggere il Granducato del Wurzburg. Qui nel 1806 accadde un fatto destinato a cambiare il corso della sua vita: Federigo, sessantatreenne, cadde rovinosamente da cavallo fratturandosi l’anca destra. L’infortunio lo costrinse ad un lungo periodo di immobilità che lo allontanò definitivamente dalla vita politica.

    A Campo Verardo

    Su consiglio dei medici si trasferì a Padova nella convinzione che il clima a sud delle Alpi potesse essere maggiormente giovevole alla guarigione. Infine nel 1811 decise di trasferirsi a Campo Verardo, un borgo situato nella campagna tra Venezia e Padova. Qui aveva comprato una villa rurale appartenente ad una nobile famiglia veneziana e fissò la sua dimora che lo ospiterà fino alla fine dei suoi giorni.

    A Campo Verardo, lontano dagli affanni della vita politica, si dedicò con passione al collezionismo di tele e stampe, aiutato in questa attività dal pittore ritrattista Neu Mayr. Mantenne intensi rapporti con gli artisti più in vista dell’epoca quali l’intagliatore Cipriani, lo scultore Rinaldi, lo scrittore abate Pizzi ed altri; lui stesso scrisse dei Panegirici che vennero pubblicati nel 1823, mentre Federigo raggiungeva gli ottant’anni di vita.

    Nel frattempo l’Austria introduceva l’istruzione pubblica e Federigo Manfredini si prodigò per l’apertura della scuola elementare di Campo Verardo. Accanto a questa attività di mecenatismo e promozione della cultura, l’altra sua grande vocazione fu la solidarietà nei confronti della popolazione spesso angustiata dalle inondazioni del Brenta. In occasione di queste devastanti catastrofi naturali, Manfredini non esitava ad aprire le porte della sua residenza per dare accoglienza ai contadini sfollati.

    Morì il 2 settembre del 1829, all’età di 86 anni, per una probabile gangrena intestinale, lasciando le sue stampe al Seminario di Padova e i quadri al Seminario Patriarcale di Venezia. Si concludeva così la vita di uno statista che per la sua coerente dedizione all’Impero asburgico multietnico e multiculturale, anticipa la figura del politico moderno che vede nell’Europa la patria comune di popoli di diversa tradizione e civiltà, ma destinati a convivere entro gli stessi confini.

  • I tortellini che bontà!

    I tortellini che bontà!

    Serviti in brodo, con la panna o con il ragù non vanno mai giù di moda. In barba alla cucina vegana, che predica tutt’altra regola e che sicuramente li metterebbe al bando, questi cappellini di sfoglia con ripieno di carne, da secoli soddisfano il palato dei buongustai più esigenti. L’Artusi fece dei tortellini in brodo (lui, da buon romagnolo, li chiamava cappelletti), la regina delle minestre, ovviamente serviti in buon brodo di cappone, “quel rimminchionito animale che per sua bontà si offre nella solennità del Natale in olocausto agli uomini”. E li consigliava pure asciutti “conditi con cacio e burro o con sugo e rigaglie”, ma solo dopo cottura nel brodo suddetto.

    La paternità di questo piatto è tuttora contesa tra Bologna e Modena e, se è vero che Bologna è un gran castellazzo dove si fanno continue magnazze, (lo afferma l’Artusi) e che Modena è la patria del conte di Culagna, eroe della secchia rapita e ancor più campione del magna magna, pare invece che l’onore spetti a Castelfranco Emilia, che è a metà strada tra le due rivali, così, essendo entrambe contente, ci siamo evitati nefaste guerre per la supremazia culinaria.

    La leggenda, infatti, narra che l’invenzione del tortellino si deve all’oste della locanda “alla Corona” di Castelfranco Emilia che, colpito dall’avvenenza di una giovane dama di passaggio, decise di spiarla mentre era intenta al bagno. Ma dal buco della serratura non poté vedere molto, se non l’ombelico della dama, e ne fu così affascinato dalla sua graziosa forma che pensò d’imitarla nella sfoglia ripiena che stava preparando per la cena. Grazie all’intuito dell’oste guardone, ne sortì un piatto gustoso e, allo stesso tempo, dalla forma allusiva e maliziosa, due ingredienti che decretarono il successo del tortellino.

    Anche a Valeggio sul Mincio la tradizione del tortellino è collegata ad una leggenda d’amore tra Silvia, ninfa del Mincio e Malco, soldato dei Visconti. Qui, il rapporto impossibile tra i due si concluse con un nodo nel fazzoletto gettato dallo sconsolato amante nelle acque del fiume a segno di perenne legame. Quel nodo d’amore avrebbe ispirato i lembi annodati del tortellino, che le giovani di Valeggio ancor stringono sospirando l’abbraccio di un amante.

    Leggende a parte, le origini del tortellino (come del cappelletto), sono da ricercarsi nell’ambiente povero della tradizione culinaria padana, quale metodo per riutilizzare i vari tipi di carni, salumi e formaggi che avanzavano nelle mense dei ricchi. Poi ci si accorse che questi alimenti di “recupero”, tritati e mescolati fra loro nel famoso batù (battuto), rinchiuso nella sfoglia, rendevano un gusto migliore della singola vivanda, per cui l’usanza popolare divenne col tempo un piatto raffinato, che a partire dal ‘500 sarà sempre presente nei menù delle corti principesche o delle feste importanti.

    Per la loro preparazione bisogna, perciò, osservare le buone regole che ci provengono dalla tradizione, più o meno le stesse che il bolognese Bartolomeo Scappi, cuoco dei papi, descrisse nel 1570 nella sua ricetta “per far tortelletti con pancia di porco e altre materie”. Per prima cosa, si mettono a cuocere diversi tipi di carne: arista oppure salsiccia di maiale, manzo, pollo e poi si può aggiungere, a piacere, mortadella o prosciutto crudo. Quindi, si trita il tutto, si aggiunge formaggio grana stagionato e grattugiato in buona quantità, noce moscata per dare profumo, un po’ di pane grattugiato, bagnato e ammorbidito con brodo bollente e un uovo per tenere unito l’impasto. Ne risulta un amalgama a forma di palla, il menzionato batù, che, con il suo aroma invitante, attira il marito goloso per il proverbiale assaggio.

    Superato questo test, che è anche una prova d’amore, si prepara la sfoglia con uova, farina e un pizzico di sale. Un tempo si tirava col mattarello, si tagliavano tanti quadratini, si metteva al centro una pallina di batù e le mani veloci delle massaie li chiudevano all’istante. Ora bisogna adeguarsi al fatto che spesso si è sole in cucina e allora è meglio usare la macchina da pasta, con la quale si ha il vantaggio di poter tirare una striscia di sfoglia per volta, altrimenti si secca e diventa difficile richiuderne i lembi.

    I tortellini, una volta chiusi, se non sono consumati a breve, devono essere congelati distesi su vassoi, quindi, si mettono in sacchetti, meglio se sottovuoto, che vanno conservati nel congelatore fino all’uso.

    Un tempo si mangiavano solo in occasione delle grandi festività (a Natale erano d’obbligo), ora le opportunità si sono moltiplicate perché sono a portata di mano: basta togliere dal sacchetto congelato la quantità desiderata, immergerla in un buon brodo bollente di cappone, di gallina, di faraona e manzo, cuocerli senza farli bollire troppo, altrimenti potrebbero aprirsi e … il gioco è fatto. Vanno serviti caldi e fumanti con una spolverata di grana. Ah, dimenticavo una regola importante: come raccomandava il buon Artusi, non vanno mai cotti in acqua, anche se poi saranno conditi con panna o ragù o in altro modo.

    I tortellini che si acquistano al supermercato sono ovviamente un altro genere di prodotto. Quando li vedo confezionati tutti uguali dentro le buste o le vaschette mi fanno pena. La sfoglia è pallida e scivolosa, la forma standardizzata è priva di qualsiasi fascino sensuale e sul ripieno … non mi esprimo. Qualche volta si possono anche assaggiare, ma … è tutta un’altra cosa dai bei panciuti, saporiti tortellini caserecci.

    Purtroppo, anche questa è un’arte destinata a scomparire negli anni perché le generazioni future, per mancanza di tempo e di legame alle tradizioni, non sono più abituate a preparare la sfoglia ripiena in casa e di tanta abilità delle massaie del passato, resterà magari un finto tortellino esposto in qualche museo etnografico solo a ricordo!

  • Polenta e rane

    Polenta e rane

    A proposito dell’articolo pubblicato su Ventaglio n. 49 (pag. 142 e successive) dedicato alla Festa della Polenta e all’abbinamento di questa con il baccalà, mi sembra opportuno da bravo polesano – che vive a Roma ma non dimentica la sua terra – ricordare un altro piatto di successo: polenta e rane. Non solo una delizia per il palato, ma caratterizzato anche da… riscontri afrodisiaci.

    La notizia è stata diffusa proprio all’avvio del terzo millennio. Nell’estate del 2000, studiosi del settore hanno scoperto che l’alimento in assoluto più afrodisiaco è… poenta e rane frite.

    E costoro lo vengono a dire a noi polesani, che siamo il risultato di questi “esperimenti” testati nel Delta del Po da oltre 400 anni?

    Evidentemente non hanno mai sentito parlare di Mazzorno Destro, mio loco natìo nel comune di Taglio di Po, terra singolare, dove “i pesci nuotano più alti degli uccelli” e che le cronache assicurano popolato fin dal 1550. Già da allora i suoi abitanti coltivavano el formenton (mais o grano turco, cioè “corn for turches”, grano per tacchini).

    Se si considera che Cristoforo Colombo ha scoperto l’America nel 1492, ed ha importato il mais solo nelle spedizioni successive, la semina delle prime panoce in Polesine è sicuramente un primato. E nel Delta del Grande fiume tale coltivazione è sensibilmente favorita dall’abbondante disponibilità di acqua, umidità e calura estiva necessarie al suo più rigoglioso sviluppo, parchè el fromenton l’è on sbevaSon!

    La polenta – ha spiegato qualcuno – è l’unico cereale che non contiene la sostanza che inibisce quella necessaria alla procreazione. E le rane dal canto loro sono ghiottissime di moscerini, che – è accertato – contengono uno stimolante tanto potente da risultare “esaltante” per l’uomo. Le rane non lo sanno ma, grazie alla loro dieta a base di moscerini, conservano nella loro carne la giusta quantità di stimolante che trasmettono a chi intende fare el robe fat ben, con performance migliori di quanto possa promettere il Viagra!

    Cosa ci sia di tanto gratificante ad essere l’ultimo rampollo di generazioni nate grazie alla combinazione di polenta e rane, non lo so, ma – tanto per dirne una – credo che sia sempre meglio che aver avuto la nascita assicurata da una provetta.

    Si sa per certo che la natalità in Polesine è sempre stata rigogliosa. Dati statistici sono reperibili solo dal 1804; da essi si rileva che la popolazione della provincia di Rovigo raggiungeva le 144.809 persone (tra cui vecchi e bambini per forza di cose improduttivi). Nei tre anni dal 1804 al 1806 sono stati registrati ben 22.176 neonati. Più di venti al giorno! Una vera fabbrica, a catena di … “montaggio”, per lo sfornamento di piccoli polentoni! Un trend ininterrotto, come ci confermano, un secolo dopo, i dati demografici di Taglio di Po. Il quadro comunale, stilato il 30 giugno 1928, segnala complessivamente 1440 famiglie, di cui: 14 con 16 figli; 91 con 13 figli; 146 con 10 figli; 391 con 7 figli. Le altre 798, avendo meno di 7 figli, non sono nemmeno citate: avrebbero dovuto mangiare ancora “polenta e rane” per avere il premio governativo!

    La polenta si cuoceva in paròi d’ramo, versata su tulièri, e tagliata dai ordèi più tivi e manc bojenti (a cominciare dai bordi più tiepidi e meno bollenti), con un filo d’ reve, che nelle grandi festività veniva sostituito con un fil d’seda. Per l’atavica fame, il tuliero veniva pulito prima che i vapori della polenta raggiungessero i bassi soffitti.

    Per quanto riguarda le rane, queste erano in loco già prima dell’uomo. Non era un problema catturarle nei fossi, nelle scoline di drenaggio, ma per l’umidità che impregnava i cassun (le abitazioni fatte con canne palustri) se ne trovavano anche ne le caSele d’ l’armaro (nei cassetti dell’armadio).

    Da anni la polenta nelle case non si fa più, se non in rari casi – maSa fadiga – e le rane i fa inpreSion. Risultato: sempre meno PanSe (pancioni), sempre meno spaSisi (passeggini) girare per la piaSa. E’ la crescita zero, come dicono quelli che sanno!

    Calo del desiderio?

    Vogliamo immaginare che razza di desiderio, indotto, potevano provare i nostri nonni e padri verso le loro mogli, sconte da faSuliti (fazzoletti) neri in testa e con le man ruspiose (ruvide) e negre d’bietole?

    Qualche anno fa, a passeggio sull’argine del Po, ho incontrato una vecchia signora, madre (9 figli) di un mio compagno d’infanzia, che ha voluto mostrarmi le fotografie scattate in occasione del suo centesimo compleanno, nonché la sua prima foto all’età di trent’anni. Naturalmente le ho fatto i complimenti, ma la gagliarda centenaria, fumando la pipa, con tono fermo mi ha detto: “Varda ben, Miglio, c’bruta, strascurà e inv’cià c’a ghièra na voltà!”.

    Ma i nostri “maggiori” non si perdevano d’animo: avevano la carica nella mente e nel cuore… e sulla tavola polenta e rane.

    Oggi evidentemente non bastano due fettine di polenta industriale, mangiate di tanto in tanto; e per far salire… la pressione si va alla ricerca di altri prodotti afrodisiaci. Per restare nel campo alimentare c’è chi ritiene di trovare opportunità interessanti mangiando sedano, o puntando sui peperoncini, o ancora provando con le ostriche, o facendo ricorso a pastroci della cucina cinese. Oppure acquistando in farmacia le pasticche più pubblicizzate.

    E i rinoceronti? Incredibile a dirsi: i rinoceronti stanno rischiando l’estinzione per quei furbi che, sordi al richiamo di corpi giovani, credono di trovare quello che non c’è nella polvere del corno di quei bestioni.

    A questo punto mi pare ovvio dare un consiglio: “Poenta e rane frite, ragaSi, fin a sgionfarve!”.

  • “I fioi no i mete carestia”

    “I fioi no i mete carestia”

    I fioli no i mete carestia – si diceva – e la famiglia contadina di una volta era gonfia di figli. Data la numerosa figliolanza era abitudine imporre come nome ai figli che progressivamente arrivavano l'aggettivo numerale rispettivo come se stessero stilando la classifica di una gara. Così molto diffusi erano i Primo, i Secondo, i Quarto, i Quinto, i Sesto o i Sestilio, poi avevamo i vari Settimo o Settimio o le Settimia, gli Ottavio e Ottorino, i Decimo e le Decima. Più rari erano i Terzo e i Nono, ma anch'essi non mancavano.

    Nel nostro girovagare tra i nomi antichi, abbiamo incontrato anche Terzano e Terziano e Terziana, come Novello. Al terzo di solito si attribuiva il nome del santo del giorno di nascita, giacché il tre di solito si saltava perché rappresentava il numero sacro: la Trinità, la resurrezione di Cristo dopo tre giorni. Anche Nono era poco presente, perché si poteva confondere con nonno. Per le femmine, invece, si ricorreva di norma a qualche santa del calendario, per quanto non mancassero le Prima, le Sesta, le Ottavina e le Novella.

    Un contadino, rimasto ormai a corto di nomi di origine numerale per i numerosi figli che continuavano ad arrivare, decise che l'ultimo arrivato doveva veramente essere tale e lo volle battezzare Ultimo. Non tenne conto, però, della “volontà di Dio” che volle donargli un altro figlio. Basta marì, basta fioli! Sto chi el ga da esare el definitivo!, gli disse la moglie. E definitivo sia, disse il contadino; e così in quella casa entrò anche un Definitivo. La cronaca non dice se sia stato costretto a riaprire la lista per l'arrivo magari di un Risolutivo e magari di un Conclusivo Ultimo.

    I vecchi insegnavano che ‘par maridarse xe necesario asai pensarghe su e no decidar mai!’ e qualche marito pentito sostiene che prima di sposarla, la morosa a se voria magnarla tuta e che una volta sposati a dispiase asè de no gaverla magnà. Però la maridarola (la voglia di maritare) arriva per tutti e l’aspirazione per tutte le donne in particolare è fare on bon maridauro (un bel matrimonio).

    La vuoja de marìo colpisce in età giovanile e prende in modo speciale le ragazze specialmente se stagionate, e si aggrava man mano che si va avanti negli anni.

    Nella civiltà contadina ‘Esare da maridare’, restare zitella o ‘zitello’ non è ammissibile. Ecco dunque che ‘na straza de marìo, per una ragazza o on fià de dona, per un uomo è quello che ci vuole, capiti quel che capiti: pitosto de gnente, le mejo anche on marì orbo!: damelo orbo, damelo zoto, damene uno de la pietà!, grida la zitella in una canzone popolare.

    Nella società patriarcale, poca considerazione gode l'individuo che non ha messo su famiglia.

    Il maschio diventa un donela, che suscita subito il sospetto che ci sia qualche guasto nella sua natura, come il gallo che canta da gallina; la ragazza poi deve essere accasata, subito dopo il maturare della pubertà.

    E la ragazza da marito, a cui in tempi passati, non era permesso conoscere il promesso scelto dal padre, prima del giorno fatidico, cercava di indovinare su chi fosse caduta la scelta.

    Per cercare di capire a chi andranno spose, le ragazze di tutte le epoche ne hanno inventato una più del diavolo.

    1. Uno dei metodi consisteva nel recitare per tre sere di seguito senza respirare e guardando la luna la seguente strofetta: Prima che il ciel risplenda/ fammi sognar dormendo/ chi sposerò vivendo!.

    2. E se ciò non produceva effetto, si tentava andando a letto con una ghianda in seno, raccolta solo con la bocca e nascosta in quel posto senza mai toccarla.

    3. Un altro metodo era di contare gli uomini barbuti incontrati lungo la strada, calcolando questo punteggio: Barbone a piedi, un punto (è un poveraccio, il minimo), barbone in bicicletta, dieci punti (già va meglio, ha la bicicletta), barbone in automobile, cinquanta punti (è un riccone, il massimo). Totalizzati cento punti, il primo maschio a cui si fosse data la mano, quello era il futuro consorte!

    4. Ancora: bisognava sommare le cifre delle targhe delle automobili: se capitava di totalizzare venticinque, anche qui il primo maschio a cui si fosse allungata la mano, quello era il futuro marito. Non deve essere stato tanto facile mettere insieme questo venticinque.

    Oggi è cosa da ridere, data la diffusione dell'automobile, ma mezzo secolo fa e oltre, si pensi la contrarietà della donzelletta che aveva letto una targa che sommava ventiquattro o ventisei. Che rabbia, neanche stavolta si sarebbe sposata! L'arrivo del principe azzurro, che magari poi non era né principe e tanto meno azzurro, era atteso, voluto, sollecitato.

    5. Ancora un metodo: leccandosi il pollice e toccandosi il palmo dell’altra mano come se si facesse un timbro, marcare il passaggio dei cavalli bianchi. Più ne marcava e più probabile era il matrimonio.

  • Il centenario dello zuccherificio

    Il centenario dello zuccherificio

    Molto spesso d’estate, a partire dal mese di Agosto, soprattutto di prima mattina, grazie alla forza delle correnti d’aria, l’odore acre che promana dalla lavorazione della barbabietola da zucchero a Pontelongo, nel padovano (unico stabilimento superstite nel Veneto) arriva anche nelle nostre zone.

    E’ un odore che riporta ai nostalgici ricordi di una gloriosa fabbrica che a Bottrighe diede lavoro a tanta gente di tutto l’hinterland, per ben settantasette anni. Zuccherificio e paese erano infatti un tutt’uno dal 1914, sino all’infausto martedì 29 ottobre 1991, quando ne fu decretata la sua definitiva chiusura.

    Un colpo al cuore! Con esso se ne andarono colori, rumori, odori, luci, che si accendevano per alcuni mesi dell’anno, tanto che il poliedrico complesso industriale assumeva la fisionomia di una piccola città. Memorabili le lunghe file di trattori, tir e quant’altro lungo le vie Dante Alighieri, Risorgimento e Antonio Gramsci; una frenesia diffusa metteva in moto l’intero paese. Poi tutto è mutato, e solo da poco sono state finalmente tolte le immondizie e gli inquinanti, dopo anni di tante polemiche. Restano solo i due grandi silos dell’ex zucchero, unica testimonianza di una fiorente attività, in mezzo allo spettro di quello che fu.

    Lo zuccherificio, costruito nel 1912 dalla società belga “Sucrerie et Raffinerie” di Bruxelles, avviò la sua produzione giusto un secolo fa nell’agosto 1914 sotto la direzione del dottor Bergher.

    Nel 1931 la società passò ad un gruppo finanziario italiano guidato dalla famiglia di Ilario Montesi, persona molto legata a questo sito industriale, tanto da creare negli anni successivi Alba Sementi, oggi Aurora, uno stabilimento per la preparazione e selezione del seme confettato di barbabietola.

    Nel 1953 veniva avviato lo stabilimento di glutammato monosodico, ricavato in gran parte dalla lavorazione della melassa, tra gli scarti di lavorazione degli zuccherifici, fabbrica oggi acquisita da Mater-Biotech del gruppo Novamont che, a partire dalla primavera prossima, a seguito di un’accurata riconversione da oltre cinquantacinque milioni di euro, diventerà il primo stabilimento al mondo produttore di butandiolo da fonti vegetali, tra i componenti principali per la produzione delle bioplastiche.

    Tornando allo zuccherificio, è curioso sapere che lo stabilimento era dotato anche di una propria tratta ferroviaria interna che giungeva sul Po, sostituendo l’attività dei carri trainati dai buoi. Qui, attraverso le due grandi gru fisse sotto l’argine, il trenino con i suoi carrelli veniva caricato di barbabietole, carbone ed altro dai barconi che giungevano sul grande fiume.

    Negli anni settanta lo zuccherificio di Bottrighe batteva il primato italiano per produzione e qualità e, dopo gli ultimi lavori di ristrutturazione ed ulteriore ampliamento, portati a termine tra il 1986 ed il 1989, proprio quando lo stabilimento aveva raggiunto la massima efficienza… incredibilmente ne veniva decretata la chiusura, seguendo purtroppo la sorte di tantissimi analoghi stabilimenti italiani. Solo il Polesine ne contava dodici negli anni d’oro della bieticoltura.

    Il primo impianto fu quello di Lendinara (vedi Ventaglio n. 49 pag. 64 e successive) che fece la sua prima campagna saccarifera nel 1900, l’ultimo a chiudere battenti, dopo Bottrighe, fu quello di Porto Viro, nel 2006. Oggi solo quattro zuccherifici rimangono in attività in tutta Italia: Pontelongo (Padova), Minerbio (Bologna), San Quirico Trecasali (Parma) e quello regionale di Termoli in Molise.

    Ma i bottrighesi non dimenticano. La foto storica che qui pubblichiamo è tratta da una cartolina d’epoca: fu spedita da Bottrighe proprio nel 1914 dal dottor Lenzi, primo capo chimico del laboratorio di fabbrica. Fu ritrovata casualmente nel 1991 dal fotoamatore Mattia Mincuzzi, adriese d’adozione, alla Mostra internazionale della cartolina e del francobollo d’epoca di Riccione, mentre si trovava in ferie. Chi scrive, avvisato di ciò, se la fece acquistare. Una riproduzione della stessa, in formato 50×60, che oggi si può ammirare, insieme ad altre foto storiche di Bottrighe, in mostra permanente presso il Piccolo Bar di piazza della Libertà, donata, in questo modo, alla collettività.

    Tantissime sono state le persone impiegate in questo stabilimento: fissi e stagionali, che si alternavano tra capi famiglia, giovani studenti e tanti disoccupati, che in quei pochi mesi all’anno potevano, con questa opportunità, risollevarsi un po’.

    Nel rammentare tutto ciò, sarebbe interessante, e doveroso, ricordare i tanti lavoratori dello zuccherificio che, piano piano, se ne stanno andando verso altra vita. Quanto meno sarebbe opportuno dedicare loro una via o un luogo di Bottrighe, nel ricordo incancellabile di quanto è stato vissuto, proprio perché appartenente alla storia di questa comunità.

  • Pasquale Cordenons e il volo

    Pasquale Cordenons e il volo

    Quando si parla del Polesine, e ancor più della sua storia ottocentesca, è difficile non ricordare i versi di Fossati Terra e acqua. Ma, forse, un terzo elemento dovrebbe andare a formare con gli altri due un trittico: terra, acqua e… cielo.

    È la storia di Pasquale Cordenons¹ (1837-1886), originario di S. Maria della Sala (VE), professore di matematica al Liceo Celio di Rovigo fra il 1869 e il 1878.

    Matematico, patriota, forse garibaldino, da qualche tempo rifletteva sul problema della navigazione aerea quando, nel gennaio 1867, alla vista di un falco, si convinse di aver trovato la soluzione.

    Costruì in pochi mesi un modello di aeronave (di 5 metri per 2) e si diresse all’Esposizione universale che in quell’anno si teneva a Parigi. Possiamo solo immaginare la meraviglia che deve avergli suscitato la capitale di Napoleone III con i suoi boulevard illuminati, così come i portenti della tecnica esposti quell’anno al Campo di Marte: i palloni frenati, gli ascensori, l’acquario marino e i palombari, forse ispiratori di Verne, che vi camminavano nel fondo.

    Cordenons contattò il commissario dell’esposizione italiana per esporre il suo modello, ma gli fu risposto che giungeva troppo tardi per farlo. Tornato in patria curò la pubblicazione di una prima sua memoria, tradotta l’anno successivo in francese e tedesco e corredata di una tavola esplicativa del progetto.

    Nel 1869 Cordenons giungeva alla stazione ferroviaria di Rovigo e si avviava a piedi – i giornali dell’epoca lamentavano la mancanza di carrozze – portando a mano il suo bagaglio per i viali appena rischiarati da una luce soffusa, altra voce fra le lamentele pubblicate dalla Voce del Polesine².

    Durante il periodo rodigino Cordenons approfondì e raffinò il suo progetto: le forme spigolose e bizzarre del suo primo modello sparirono, uniformandosi alle esperienze più moderne dell’epoca e, soprattutto, al dirigibile Giffard n.1 (1852).

    Nel 1872, complice il nuovo interesse per l’aeronautica suscitato dalla Comune di Parigi e dagli esperimenti di Henri Dupuy de Lôme, Cordenons cercò di realizzare la sua aeronave. Il problema, però, era anche economico: dove trovare i fondi per le ricerche?

    Se il francese Dupuy de Lôme poteva contare sul suo governo, era insperabile che il nuovo regno d’Italia intendesse finanziare il progetto di Cordenons. Nel frattempo dovette suscitare il suo interesse il caso del dirigibile Haenlein, finanziato da un Consorzio per la costruzione di un’aeronave promosso dall’Unione degli industriali di Vienna. Questa era forse la strada da percorrere. Provvide pertanto a stendere un breve saggio che esponeva il suo progetto e a farlo pubblicare in appendice alla Voce del Polesine, il giornale diretto dal suo collega professor Rubini. A termine del saggio, la redazione firmava il seguente appello:

    «Nei numeri precedenti abbiamo pubblicato uno studio del Prof. Cordenons sul problema dell’aeronautica. Non è nostra intenzione di giudicare delle sue esperienze, molto più che in cotali studi non è permesso giudicare prima di aver veduto: quello che però c’interessa e crediamo debba interessare qualunque abbia amore alla scienza, al progresso ed alla gloria del proprio paese, si è di vedere posti in atto degli esperimenti, i quali per il convincimento che anima l’inventore e per il loro intrinseco valore meritano ogni considerazione. Pensando di portar anche noi una pietra all’edifizio ci azzardiamo di esporre una proposta. A nostro giudizio si potrebbe costituire un Comitato promotore, il quale con azioni od altro mezzo che sembrasse migliore fornisse i mezzi al Prof. Cordenons di fare in breve e fra noi i suoi esperimenti, giovando così alla scienza, al progresso ed alla gloria della nostra città, mentre è indubitato che, sciolto il problema ne ridonderebbe gloria imperitura a chi lo sciolse ed alla città ove per primo si fecero i tentativi.[…] Se fra i nostri concittadini v’hanno persone che sieno animate da consimile sentimento facciano capo alla Direzione del giornale e vedremo di concretare qualche cosa».³

    L’appello non ebbe però esiti positivi: Rovigo non era Vienna e non si fece nulla.

    Cordenons cercò allora il sostegno di altre città e dell’ambiente scientifico italiano, che aveva già cominciato a contattarlo per dei pareri sul progetto (in particolare il professor Blaserna di Roma e il senatore Menabrea). Raccolse il saggio in un opuscolo e, nello stesso anno, pubblicò una puntuale descrizione del suo progetto per i tipi della padovana “alla Minerva”. Fra il 1872-1873 l’attività del Cordenons fu continua e febbrile: la meta era l’Esposizione universale di quell’anno… ma il sogno di quel volo su Vienna rimase irrealizzato.

    A Rovigo Pasquale Cordenons non si limitò a proseguire i suoi studi teorici, ma si cimentò in numerose sperimentazioni, significative anche nella loro mole. In alcuni casi, non erano tanto esperimenti o modelli in scala, quanto parti della aeronave che, se mai gli fossero giunti i tanto sperati finanziamenti, avrebbe assemblato. Le varie prove di motore, per esempio, erano pensate come le vere motrici da applicare al progetto finito. Anche quando scrive di modelli in scala, in realtà, si devono intendere dei modelli più piccoli, sì, del progetto originale di dodici, diciotto metri, ma che ne misuravano comunque cinque, sei o sette.

    Fra le disavventure dei suoi esperimenti, va ricordato il caso del mostro di Fratta. Trascriviamo il suo racconto dell’accaduto, inserito in nota al suo libro del 1875: «In un secondo esperimento [l’areostato] fuggì dalle mani di due giovinetti che mi assistevano, e volando arrivò di notte ad una campagna, circa 8 chilometri da Rovigo, alla Fratta, ove dai contadini fu da prima creduto un mostro alato, e per fermarlo a terra e per vedere poi com’era congegnato, così malconcio lo ebbi, che ora com’è non può servir bene.»⁴

    Ancora, cercando la forma più efficiente per le eliche in completa mancanza di gallerie del vento o di qualcosa di simile, cercò di ingegnarsi:

    «Non ricordo quanti elici io abbia costruiti, ne feci a due, a tre, a quattro ali, con passi e diametri diversi. Erano congegnati in una specie di pendolo attaccato alla volta della cupola che serviva ad illuminare la lunga scala di un palazzo, o venivano attaccati alla volta di un teatro di Rovigo, perché alcuni avevano il diametro di 8 metri»⁵.

    Le eliche erano appese e fatte girare con delle corde, mentre Cordenons ne misurava la propulsione, probabilmente con un anemometro.

    Anche di motori ne collezionò parecchi fra progetti e prototipi, di tutti i generi che la fantasia dell’epoca riusciva a produrre: a vapore, elettromagnetici, a gas compresso, a combustione interna con i primissimi motori Lenoir e altre vere e proprie chimere, come il motore ad idrogeno combusto o ad ammoniaca liquefatta.

    La fine del periodo rodigino, non significò per Cordenons la fine dei suoi studi sul volo. Procedette con esperienze all’estero e presso i nuovi poli tecnologici di Torino e Milano, fin quasi a realizzare il suo sogno a Vicenza, dove era stato trasferito come insegnante di matematica al liceo Pigafetta: nel 1880 aveva realizzato la struttura della sua aeronave, ma non poté ottenere contributi per il gas necessario ad alzare l’aerostato.

    Nella stessa Vicenza morì improvvisamente il 26 aprile 1886, senza aver potuto vedere la sua macchina innalzarsi nel cielo. Cordenons dunque non smise mai di interessarsi al problema del volo e di ricercare i necessari sostegni, che in varie occasioni gli erano stati promessi ma poi, per varie cause, non gli giunsero mai sufficienti alla realizzazione dei suoi progetti.

    Ad ogni modo, non mentiva Cordenons quando nel 1876 durante il viaggio di studio che gli concesse il Ministero dell’istruzione a Parigi, davanti quegli stessi Giffard e Dupuy de Lôme che l’avevano ispirato, annunciava:

    «A Rovigo, je ne pouvais faire plus que je n’avais fait».⁶

  • Da Crespino a Zara

    Da Crespino a Zara

    Il 25 agosto 1889 per don Marco Faccini, canonico e parroco della Cattedrale di Sant’Anastasia in Zara, fu una bella, bellissima, giornata perché aveva finalmente unito in matrimonio Raulo Bellini e Maria Božin; e lo aveva fatto con grande emozione: quelle sue due pecorelle gli avevano dato filo da torcere, ma ora era con enorme soddisfazione che leggeva i loro nomi nel registro dei matrimoni.

    Maria aveva 32 anni, era analfabeta (aveva firmato il registro con una croce) ed era nata sull’isola di Rava, una delle isole dell’arcipelago davanti a Zara. Don Marco la vedeva scendere quasi tutte le mattine dalla barca quando arrivava in città per prestare la sua opera come giornaliera, lì dove era stata richiesta. Era una donna semplice, ma proveniva da una famiglia contadina di buoni principi, gente solida coi piedi piantati per terra.

    Anche Raulo gli piaceva, sebbene sapesse che a lui non piacevano i preti. Era arrivato a Zara già da qualche anno: in Polesine la gente andava via, verso l’America, lui però era cresciuto sentendo parlare della Dalmazia, di quanto era bella, di come ci si vivesse bene. Suo padre Giovanni (Pietro) era stato soldato nell’imperial regio esercito e lo avevano mandato proprio a Zara dove aveva conosciuto una cameriera, Antonia, figlia del pittore veneziano Cesare Costa e di una sarta padovana. Giovanni e Antonia si erano sposati nella cattedrale di Sant’Anastasia nell’aprile del 1850 e poi erano tornati a Crespino dove tre anni più tardi era nato Raulo. Nel 1856 si era trasferito a Venezia da Zara con la famiglia anche il testimone di nozze di Giovanni ed Antonia, Giuseppe Sabalich, rientrato in Dalmazia dieci anni dopo. Don Marco non sapeva se i Sabalich, molto noti in città, avessero avuto un ruolo nella scelta di Raulo.

    Ad ogni modo, non aveva neppure trent’anni il Bellini quando aveva preso la decisione di venire a Zara da regnicolo (così venivano definiti in Dalmazia gli italiani della penisola) perché – don Marco lo aveva sentito dire – in Polesine nell’ultimo periodo le cose erano peggiorate. Le precarie condizioni economiche polesane avevano indotto Carlo Fabbri e Ferdinando Folchini, i due medici condotti di Crespino, a scrivere al sindaco: fino al 1870 la pellagra si manifestava solo con qualche caso isolato, ma adesso era diventata una vera piaga; così anche la malaria che colpiva i poveri come i signori, e la scrofola e lo scorbuto persino … E che dire di morbillo, scarlattina, pertosse?

    Negli ultimi anni i casi di morte fra i bambini con meno di dieci anni erano raddoppiati!

    Raulo quando ne parlava diceva che i due dottori davano la colpa di tutto ciò alle condizioni cosmo-telluriche del paese … Lui – diceva – non ne capiva nulla di queste cose difficili, ma vedeva che i poveretti mangiavano solo polenta (e poca anche di quella) e cantavano: “Co San Marco comandava se disnava e se zenava / soto Franza, brava gente, se disnava solamente / soto casa de Lorena no se disna e no se zena / soto casa de Savoia de magnar te ga voja!”.²

    Aveva quindi preso la decisione di andarsene, come del resto facevano in tanti. Solo che andare verso le Americhe… No, non erano posti per lui quelli, invece in Dalmazia dove era nata sua madre, forse lì un bravo falegname, pieno di buona volontà, avrebbe trovato modo di far fortuna.

    Era giunto da poco in Dalmazia Raulo quando aveva conosciuto Maria e se ne era innamorato, ma lui di matrimonio non ne aveva voluto proprio sapere, neppure dopo la nascita del piccolo Ernesto nel dicembre del 1883. Non lo aveva neppure fatto battezzare, ma il parroco di allora, don Pasquale Randi, che pur avanti negli anni aveva saputo mantenere intatta la sua grande fede, aveva annotato lo stesso la nascita nel registro dei battesimi: lasciato in bianco lo spazio per le aggiunte successive, aveva affidato il piccolo alla Provvidenza.

    Don Marco nei primi mesi del 1884 era stato chiamato a sostituire don Pasquale nella cura delle anime della parrocchia, compito che aveva assunto con grande impegno.

    Le strade del Signore, si sa, non sono le nostre strade e, nonostante l’intervento dall’alto si facesse attendere, il buon sacerdote immancabilmente nelle sue quotidiane preghiere affidava a Maria Santissima anche la famigliola di Raulo. Quando lo incontrava, a don Marco venivano sempre in mente san Girolamo, noto per il cattivo carattere, e l’invocazione che il santo lanciava al Cielo dopo aver perso la pazienza: “Signore, perdonami perché sono dalmata!” e non poteva fare a meno di pensare che qualche similitudine fra la gente del Polesine e i dalmati in fondo c’era.

    La risposta alle preghiere del parroco arrivò nel gennaio del 1886, il 22 per la precisione, ed aveva le sembianze della piccola Emma.

    Di fronte a quella bimba e alla preoccupazione – forse alle lacrime – della sua Maria, anche Raulo capitolò. Quella creaturina così piccola e gracile, così fragile da sembrare in punto di morte, gli fece fare il grande passo, perché un padre è un padre e si può essere anche mangiapreti, ma di fronte alla morte cambia tutto: un uomo ha delle responsabilità verso i propri figli, sia in questa che nell’altra vita.

    Quel 14 febbraio del 1886, Raulo era accompagnato dai suoi amici e colleghi falegnami quando varcò la porta della cattedrale per far battezzare i suoi piccoli Emma ed Ernesto, ma a don Marco si strinse il cuore quando fu costretto a vergare “illegittimi” sul registro dei battesimi: lo scrisse con un filo d’inchiostro, il più piccolo possibile. E si rimise a pregare.

    Fu dunque con grande soddisfazione e gratitudine verso il buon Dio, che aprì nuovamente le porte di S. Anastasia quell’agosto del 1889 quando Raulo portò finalmente all’altare la sua Maria. E fu con soddisfazione ancor più grande che quella sera prese in mano i registri dei battesimi per annotare la legittimazione in fianco ai nomi di Ernesto ed Emma.

    Per la cronaca: i due coniugi andarono a vivere con i loro bambini nell’isola di Ugliano, antistante Zara, e precisamente nel villaggio di Pogliana (Poljana); il matrimonio l’anno dopo fu allietato da una nuova nascita: Luigi, che venne battezzato dal buon don Faccini il 9 novembre del 1890.

    Ernesto seguì le orme paterne e imparò il mestiere di falegname; nel 1910 si sposò in Santa Anastasia con la sarta Caterina Kneževich. Don Marco all’epoca non c’era più e il matrimonio fu celebrato da don Pietro Maupas, omonimo del celebre arcivescovo di Zara morto nel 1891.

    Raulo morì nel febbraio del 1921 e fece così appena in tempo a vedere Zara annessa a Regno d’Italia.

    Ma le cose cambiarono in modo traumatico a conclusione della seconda guerra mondiale. Dai documenti si ricava che nel 1948 Ernesto era a Trieste: anche lui annoverato nelle fila dei 350.000 italiani che avevano dovuto lasciare Istria, Fiume e Dalmazia per sfuggire alla ferocia dei titini. Dove abbia trovato uno sbocco la sua esistenza, ferita dal doloroso forzato abbandono della terra in cui la sua famiglia aveva messo radici, non ci è dato di sapere.

  • Vido & Depero

    Vido & Depero

    Accade talvolta di scoprire fatti e genti – parti integranti e di indiscusso prestigio di realtà locali – attraverso distanze significative e ambiti in apparenza decisamente estranei.

    È il caso originato da una visita al MART di Rovereto, dove, ad attirare particolare attenzione, è un originale manifesto policromo effigiante uno strano reuccio-giullare, recante pacchetti-dono, attorniato da due altrettanto bizzarri bimbi. In basso una precisa indicazione topografica: Lendinara, alla quale è associato, tra due frecce, il nome del capoluogo di provincia. In alto la dicitura di una ditta produttrice: Mandorlato Vido.

    Si tratta chiaramente di una “reclame” vintage relativa ad un prodotto dolciario che al tempo dovette godere di una buona fama. Lo conferma proprio l’esclusività dell’immagine, tutt’altro che banale, firmata dal famoso quanto poliedrico artista trentino Fortunato Depero (1892 Fondo in Val di Non – 1960 Rovereto)

    Un manifesto-reclame che fa bella mostra di sé in un prestigioso museo, e che pertanto è annoverato tra le opere d’arte, quale interessante testimonianza della variegata produzione del prestigioso autore. La realizzazione è una delle molteplici espressioni artistiche legate all’adesione di Depero al movimento futurista e alla conseguente concezione rivoluzionaria di un’arte totale, in grado di entrare in ogni luogo della quotidianità: dall’arredamento, alla moda; dall’editoria alla pubblicità¹.

    Il “Manifesto pubblicitario Mandorlato Vido” è del 1924 e riprende l’esperienza dei “Balli plastici”, spettacolo di marionette ideato da Fortunato De Pero con lo scrittore svizzero Gilbert Clavel nel 1918. E’ evidente lo stile proto decò e l’idea del “Cavaliere piumato”, costruzione in legno presentata alla I Internazionale di Monza nel 1923.

    La ditta di Lendinara – ricordata nel MART assieme alle più famose Alberti (produttrice del Liquore Strega), Schering, Bianchi, SanPellegrino, V&D, Verzocchi, Campari (con la quale Depero ebbe la collaborazione più intensa) – è la “Fratelli Vido e C.”, iscritta all’Ufficio Provinciale delle Economie Corporative in data 7 novembre 1925.

    Difficile trovare oggigiorno qualcuno in grado di ricordare il Mandorlato Vido, reclamizzato giusto 90 anni fa dall’artista trentino. La nascita della specialità dolciaria, come spesso succede per ogni importante tradizione gastronomica, si perde in leggende più o meno fantasiose. Per quanto riguarda il Veneto, nella seconda metà dell’Ottocento si ebbe un radicamento e uno sviluppo soprattutto nell’area colognese, con una ricetta frutto dell’elaborazione di uno o più speziali. Principali ingredienti: il miele, emblema di dolcezza ma anche nutrimento dei saggi e dei filosofi e il frutto del mandorlo, simbolo di vita (è il primo albero che fiorisce a primavera)².

    Ma a Lendinara come si originò la produzione dolciaria reclamizzata nel manifesto dell’artista trentino? Il surrealistico e giocoso personaggio di Depero, che regge curiosi mattoncini ambìti da mani infantili, in un’atmosfera anticonvenzionalmente festosa, mi porta ad indagare e a scoprire un’importante famiglia lendinarese della quale, in verità, già conoscevo alcuni componenti senza tuttavia averne focalizzato le relazioni.

    La Famiglia Vido e il mandorlato lendinarese

    Il mio pensiero va innanzitutto alla stimata signora Carolina Vido (Lina), a poco più di un decennio dalla sua scomparsa: insegnante elementare, a me nota solamente con il cognome nunziale, si manifestava come appassionata di pianoforte e donna di profonda devozione. Di lei ho sfocati ricordi, soprattutto durante qualche incontro con mia madre presso le reciproche abitazioni (anche in ragione della loro adiacenza). Carolina, con altri quattro fratelli, è figlia dell’illustre concittadino Luigi Maria Giuseppe Vido e Fabris Elisabetta.

    Vissuto a cavallo tra Otto e Novecento, Luigi Vido (21 luglio 1858 – 21 novembre 1914) è ricordato per la sue attività legate agli studi farmaceutici e botanici e all’agricoltura polesana nel cui ambito operarono dinamiche e intraprendenti menti lendinaresi, tra le quali il medico e agricoltore Giuseppe Petrobelli³.

    Luigi Vido, in qualità di assistente del professor Pier Andrea Saccardo, professore ordinario della cattedra di Botanica dell’Università di Padova, nel 1878, non appena conseguito il diploma in farmacia, si dedica all’approfondimento degli studi micologici. Autore di numerose monografie, ottiene prestigiosi riconoscimenti, come la nomina a membro corrispondente dell’Università di Washington.

    L’attività di studio continua con successo ben oltre il conseguimento dei titoli accademici, e a Lendinara dirige (prima di divenirne il proprietario) la farmacia “S. Giuseppe”. Vale la pena di menzionare il suo primato nella presidenza dell’Ordine dei Farmacisti di Rovigo nonché la pluripremiata produzione dello sciroppo di china, che tra i vari riconoscimenti, nel 1894 ottenne la medaglia d’oro all’Esposizione Internazionale di Nizza.

    Dal matrimonio con Caterina Danieli (figlia del consigliere del Comizio agrario dottor Antonio) sono generati cinque figli: Giovanni, Giuseppe, Maria, Elisa e Carolina, che – come detto – ho avuto modo di conoscere.

    La costituzione della prima farmacia “Cav. Vido Luigi fu Giovanni” risale al giugno del 1911. Era sita in Lendinara, in via Bocca di Piazza (il tratto che unisce le due piazze principali dal lato della Torre dell’Orologio, ora Cesare Battisti)⁴.

    Luigi Vido morì nel novembre 1914 – esattamente cento anni fa – ma il suo impulso non andò disperso e la ditta “Erbe medicinali Vido cav. Luigi” risulta iscritta nell’elenco degli esportatori della Circoscrizione Camerale di Rovigo nell’anno 1919, condotta dagli eredi.

    Giovanni Antonio Maria e Giuseppe Maria Antonio (nati a Lendinara rispettivamente il 29.11.1895 e 15.5.1898) continuano dunque l’attività paterna, anche in virtù degli studi universitari. Essi avviano l’omonima farmacia “Farmacia Fratelli Vido” l’1.1. 1927.

    Il famoso manifesto di Depero risale a tre anni prima (1924), ma la sopraccitata produzione dolciaria è ancora antecedente, già presente nella prima gestione del padre, come “spezialità” offerta ai clienti.

    Solo dal 7 novembre 1925, prenderà avvio la formale costituzione aziendale della Ditta “Fratelli Vido e C. Società di fatto – fabbricazione mandorlato” che però sarà attiva solo per pochi anni.

    Del mandorlato Vido, oltre al manifesto esposto a Lendinara e a Padova (che farà il giro del mondo assieme alle opere di Depero) e ad altre testimonianze intimamente conservate, troviamo un importante attestato in una particolare missiva inviata dalla Segreteria Reale di Roma il 30 dicembre 1927. La scrisse, a firma, e per conto di S.M. Re Vittorio Emanuele III, il ministro De Sanctis, a titolo di ringraziamento “per la scatola di torrone premurosamente inviata da codesta Ditta in occasione del Natale”.

    Una dimostrazione davvero unica del gradimento del mandorlato da parte della Casa Reale e, nel versante lendinarese, una testimonianza dell’imprenditorialità dei Vido, sempre intenzionati a promuovere il loro prodotto. Stupisce pertanto quanto mai constatare che il dono, recapitato ai Reali d’Italia in occasione del Natale 1927, avveniva quando già era decisa la chiusura dell’azienda, la cui attività ebbe a cessare, dopo alcuni giorni, il 1° gennaio 1928.

    Un disimpegno nell’ambito della produzione del mandorlato o una scelta che all’orizzonte si prospettava ancora più definitiva? Verrebbe da propendere per questa seconda ipotesi, dato che, solo pochi anni dopo, nel gennaio del 1934, assistiamo al passaggio della farmacia dei fratelli Vido ad una nuova gestione condotta dal dottor Virgilio Ambrosini⁵.

    La breve storia del Mandorlato Vido evidenzia suggestive istantanee di famiglie autorevoli tra le quali cultura, nobiltà, tradizione e modernità ancora traspaiono nel tempo.

    Ne è prova il sorprendente incontro, tra le pagine web, di uno dei discendenti, identificato grazie alla presenza del pressoché estinto secondo cognome: Andrea Vido de Zaccaria, residente a Milano è infatti pronipote di Luigi e nipote di Giovanni Vido e Olga de Zaccaria.

    Tra le sue varie ed apprezzabili attività si segnala a buon diritto quella letteraria che lo vede curatore della pubblicazione del giugno 2014 “Diario di un fante. Dallo scoppio della grande guerra a Caporetto. 1914 – 1918” edito da Mursia nella collana “Testimonianze tra cronaca e storia”. Nel volume raccoglie la preziosa testimonianza del nonno materno Egidio Canepari, sergente nel 79° Reggimento Fanteria di linea, graduato addetto allo stato maggiore del Reggimento e pluridecorato al V.M.

    Coincidenze di storie e di date: cento anni fa si spegneva il benemerito cittadino lendinarese Luigi Vido, mentre iniziava la Grande Guerra, che ebbe tra i teatri cruenti il Trentino, terra che ci riporta alla storia personale di Fortunato Depero⁶. Vicende ricche di emozioni e di fascino da far rivivere, più che attraverso la cronometrica ricostruzione, con il desiderio di focalizzarne le valenze nella nostra storia cittadina⁷.

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