In un interessante articolo di Roberto Costa, pubblicato sul n. 31 del Luglio 2005 del periodico il Ventaglio con il titolo “Gli ebrei a Rovigo”, si ripercorreva la storia della presenza nella città di Rovigo di una comunità ebraica a partire dal XIV secolo.
L’articolo non faceva alcun riferimento ad un evento particolare che, per la sua peculiarità, merita di essere ricordato. Lo spunto in tal senso mi è stato fornito nel corso di un incontro tenutosi, sempre a Rovigo, nel maggio scorso, nell’ambito della manifestazione nota come Festival Biblico.
Tra i relatori della lectio magistralis, tenutasi il 25 maggio nel Salone del grano della Camera di Commercio, dal titolo “Un Ebreo e un Cristiano raccontano la Bibbia”, era presente Vittorio Robiati Bendaud, coordinatore del Tribunale Rabbinico del Centro-Nord Italia. Nel saluto ai convenuti egli ha espresso la sua soddisfazione di essere presente nella nostra città che, dal ‘600 e per quasi due secoli, ha avuto notorietà in tutta Europa, nell’ambito appunto dei Tribunali Rabbinici, per una disputa riguardante un mikweh (bagno rituale).
Incuriosito ho cercato di saperne di più del breve cenno fatto dal rabbino Robiati Bendaud.
Innanzitutto cos’è il mikveh? La parola in ebraico significa raccolta, nella fattispecie riferita all’acqua che si raccoglie in una vasca in cui ci si immerge per purificarsi, Tale rito riguardava in particolare le donne che nella loro vita più volte dovevano purificarsi: prima del matrimonio, dopo il parto, dopo il ciclo mestruale.
Per aderire al dettato biblico, di cui i tribunali rabbinici sono interpreti e tutori, la vasca del mikveh deve essere direttamente alimentata da acqua di sorgente o di pozzo; è consentita anche l’alimentazione da una cisterna che raccolga l’acqua piovana.
Ciò premesso come fu che a Rovigo si sviluppò una celebrata controversia sulla “conformità” di un bagno rituale?
Tutto ebbe inizio nel 1594 quando, essendo rabbino della comunità ebraica rodigina Avtaylon Consiglio (1540-1616), dopo che suo fratello Jekuthiel ebbe a costruire un mikveh nella sua casa. E fu proprio il fratello rabbino a contestarne la “conformità” rispetto alle norme religiose. Ecco il problema. Jekuthiel Consiglio, non potendo disporre di acqua sorgiva, aveva scavato un pozzo che però non alimentava direttamente la vasca rituale, per cui l’acqua veniva portata con un secchio. Il fratello rabbino riteneva la cosa non corretta dal punto di vista della legge religiosa ebraica che non prevede l’uso di acqua attinta.
Per aggirare l’obiezione di Avtaylon, Jekuthiel usava un secchio con buchi: fori abbastanza larghi da escludere che il secchio potesse essere considerato un recipiente idoneo ad attingere. In ultima analisi la “conformità” o meno del bagno rituale dipendeva dalla risposta al seguente quesito: l’acqua, che fluiva dai buchi del secchio, era da considerarsi “attinta” o “sgorgata”?
“Sgorgata” secondo Jekuthiel, che trovò sostegno alla sua tesi da parte di alcuni rabbini di Venezia. Posizione questa che non convinse il fratello, il quale chiamò a pronunciarsi rabbini di mezza Europa. Va detto per inciso che tra i due fratelli non correva buon sangue anche a causa di una disputa di natura economica in atto da tempo.
Fatto sta che si registrarono pronunciamenti di vario orientamento da parte di rabbini di Padova, Praga, Safed, Mantova, Ferrara, Fano, Venezia e perfino Tirzina in Lettonia, tanto che sulla questione nata a Rovigo si riempirono interi volumi.
La maggior parte dei rabbini intervenuti nella disputa erano a favore della “conformità” del mikveh rodigino, basandosi sulla affermazione in tal senso fatta in precedenza dal gran rabbino di Venezia Samuel Judah Maharshik (1521-1597), nel frattempo deceduto, attenendosi alla regola che se “l’insegnamento è già stato dato da un anziano non lo si può più contraddire”.
Poiché la vertenza aveva assunto i connotati di una disputa di “alta scuola” rabbinica tutti gli scritti a riguardo furono raccolti in due testi: uno scritto dal rabbino Moshe Kohen Porto, che fu rabbino di Badia Polesine e poi di Rovigo, e che contestava il mikveh¹; l’altro a cura dei rabbini Simha Luzzatto e Lev Saraval² dal significativo titolo “Fine alle guerre” (Mashbit Milchamot in ebraico). Entrambi i testi furono pubblicati a Venezia rispettivamente nel 1608 e nel 1606.
Più che a una soluzione definitiva, tra tanto argomentare e scrivere sul mikweh di Rovigo, è ipotizzabile pensare ad un progressivo esaurimento, negli anni, della vis della problematica: insomma che sia stato il tempo, col suo incedere inesorabile, a mettere fine alle estenuanti diatribe sul bagno rituale rodigino che aveva fatto parlare e scrivere rabbini di mezza Europa.
Per concludere un’ultima annotazione sul rabbino Avtaylon Consiglio che per primo aveva sollevato la questione di non “conformità del mikveh di Rovigo. Egli fu coinvolto in un’altra disputa riguardante la legittimità dell’uso del vino comune, vista la difficoltà spesso insuperabile di reperire vino kosher ovvero prodotto secondo i rigidi insegnamenti della legge religiosa ebraica. In tale vertenza Avtaylon Consiglio sostenne una tesi permissiva in contrasto con il rigore mostrato nella disputa sul mikveh di Rovigo.
Girò allora voce, tra i rabbini coinvolti nella disputa, che egli era rigoroso per l’acqua, ma accomodante per il vino. A questa voce impertinente egli rispose che, anche se la regola era diversa, tenuto conto che l’usanza comune in quelle contrade era di bere il vino comune, bisognava fare valere il principio che “l’usanza annulla la regola”, specie se si teneva conto che per la “sanità dei corpi” era necessario bere il vino.









