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Archivi: Articoli d’archivio

  • Il “mikveh” di Rovigo

    Il “mikveh” di Rovigo

    In un interessante articolo di Roberto Costa, pubblicato sul n. 31 del Luglio 2005 del periodico il Ventaglio con il titolo “Gli ebrei a Rovigo”, si ripercorreva la storia della presenza nella città di Rovigo di una comunità ebraica a partire dal XIV secolo.

    L’articolo non faceva alcun riferimento ad un evento particolare che, per la sua peculiarità, merita di essere ricordato. Lo spunto in tal senso mi è stato fornito nel corso di un incontro tenutosi, sempre a Rovigo, nel maggio scorso, nell’ambito della manifestazione nota come Festival Biblico.

    Tra i relatori della lectio magistralis, tenutasi il 25 maggio nel Salone del grano della Camera di Commercio, dal titolo “Un Ebreo e un Cristiano raccontano la Bibbia”, era presente Vittorio Robiati Bendaud, coordinatore del Tribunale Rabbinico del Centro-Nord Italia. Nel saluto ai convenuti egli ha espresso la sua soddisfazione di essere presente nella nostra città che, dal ‘600 e per quasi due secoli, ha avuto notorietà in tutta Europa, nell’ambito appunto dei Tribunali Rabbinici, per una disputa riguardante un mikweh (bagno rituale).

    Incuriosito ho cercato di saperne di più del breve cenno fatto dal rabbino Robiati Bendaud.

    Innanzitutto cos’è il mikveh? La parola in ebraico significa raccolta, nella fattispecie riferita all’acqua che si raccoglie in una vasca in cui ci si immerge per purificarsi, Tale rito riguardava in particolare le donne che nella loro vita più volte dovevano purificarsi: prima del matrimonio, dopo il parto, dopo il ciclo mestruale.

    Per aderire al dettato biblico, di cui i tribunali rabbinici sono interpreti e tutori, la vasca del mikveh deve essere direttamente alimentata da acqua di sorgente o di pozzo; è consentita anche l’alimentazione da una cisterna che raccolga l’acqua piovana.

    Ciò premesso come fu che a Rovigo si sviluppò una celebrata controversia sulla “conformità” di un bagno rituale?

    Tutto ebbe inizio nel 1594 quando, essendo rabbino della comunità ebraica rodigina Avtaylon Consiglio (1540-1616), dopo che suo fratello Jekuthiel ebbe a costruire un mikveh nella sua casa. E fu proprio il fratello rabbino a contestarne la “conformità” rispetto alle norme religiose. Ecco il problema. Jekuthiel Consiglio, non potendo disporre di acqua sorgiva, aveva scavato un pozzo che però non alimentava direttamente la vasca rituale, per cui l’acqua veniva portata con un secchio. Il fratello rabbino riteneva la cosa non corretta dal punto di vista della legge religiosa ebraica che non prevede l’uso di acqua attinta.

    Per aggirare l’obiezione di Avtaylon, Jekuthiel usava un secchio con buchi: fori abbastanza larghi da escludere che il secchio potesse essere considerato un recipiente idoneo ad attingere. In ultima analisi la “conformità” o meno del bagno rituale dipendeva dalla risposta al seguente quesito: l’acqua, che fluiva dai buchi del secchio, era da considerarsi “attinta” o “sgorgata”?

    “Sgorgata” secondo Jekuthiel, che trovò sostegno alla sua tesi da parte di alcuni rabbini di Venezia. Posizione questa che non convinse il fratello, il quale chiamò a pronunciarsi rabbini di mezza Europa. Va detto per inciso che tra i due fratelli non correva buon sangue anche a causa di una disputa di natura economica in atto da tempo.

    Fatto sta che si registrarono pronunciamenti di vario orientamento da parte di rabbini di Padova, Praga, Safed, Mantova, Ferrara, Fano, Venezia e perfino Tirzina in Lettonia, tanto che sulla questione nata a Rovigo si riempirono interi volumi.

    La maggior parte dei rabbini intervenuti nella disputa erano a favore della “conformità” del mikveh rodigino, basandosi sulla affermazione in tal senso fatta in precedenza dal gran rabbino di Venezia Samuel Judah Maharshik (1521-1597), nel frattempo deceduto, attenendosi alla regola che se “l’insegnamento è già stato dato da un anziano non lo si può più contraddire”.

    Poiché la vertenza aveva assunto i connotati di una disputa di “alta scuola” rabbinica tutti gli scritti a riguardo furono raccolti in due testi: uno scritto dal rabbino Moshe Kohen Porto, che fu rabbino di Badia Polesine e poi di Rovigo, e che contestava il mikveh¹; l’altro a cura dei rabbini Simha Luzzatto e Lev Saraval² dal significativo titolo “Fine alle guerre” (Mashbit Milchamot in ebraico). Entrambi i testi furono pubblicati a Venezia rispettivamente nel 1608 e nel 1606.

    Più che a una soluzione definitiva, tra tanto argomentare e scrivere sul mikweh di Rovigo, è ipotizzabile pensare ad un progressivo esaurimento, negli anni, della vis della problematica: insomma che sia stato il tempo, col suo incedere inesorabile, a mettere fine alle estenuanti diatribe sul bagno rituale rodigino che aveva fatto parlare e scrivere rabbini di mezza Europa.

    Per concludere un’ultima annotazione sul rabbino Avtaylon Consiglio che per primo aveva sollevato la questione di non “conformità del mikveh di Rovigo. Egli fu coinvolto in un’altra disputa riguardante la legittimità dell’uso del vino comune, vista la difficoltà spesso insuperabile di reperire vino kosher ovvero prodotto secondo i rigidi insegnamenti della legge religiosa ebraica. In tale vertenza Avtaylon Consiglio sostenne una tesi permissiva in contrasto con il rigore mostrato nella disputa sul mikveh di Rovigo.

    Girò allora voce, tra i rabbini coinvolti nella disputa, che egli era rigoroso per l’acqua, ma accomodante per il vino. A questa voce impertinente egli rispose che, anche se la regola era diversa, tenuto conto che l’usanza comune in quelle contrade era di bere il vino comune, bisognava fare valere il principio che “l’usanza annulla la regola”, specie se si teneva conto che per la “sanità dei corpi” era necessario bere il vino.

  • Alla foce dei due grandi fiumi

    Alla foce dei due grandi fiumi

    Inconsueto ricevere un testo che parla del territorio polesano visto con gli occhi di un tredicenne, tanto più se l’autore viene da lontano.

    Dalla lettura scopriamo che egli è giunto a Rosolina dal Piemonte con la propria classe in gita scolastica; un’escursione che ha avuto come promotore un appassionato rappresentante piemontese dell’associazione Polesani nel mondo.

    Unitamente al testo, una richiesta di pubblicazione che non potevamo deludere.

    Nei giorni 28-29-30 aprile 2014 siamo partiti dal Piemonte per una gita scolastica nel Polesine. All’escursione, a cui ho avuto il piacere di partecipare, erano presenti gli alunni della 3A e della 3D della Scuola Don Milani di Rivalta.

    Abbiamo trascorso in pullman circa metà del primo giorno per raggiungere Rosolina Mare. Una volta arrivati all’hotel e dopo aver pranzato, abbiamo preparato gli zaini e siamo partiti con una guida per visitare il Giardino Botanico di Porto Caleri.

    Il paesaggio, l’aria e l’odore del mare mi hanno fatto ricordare dei momenti passati con la mia famiglia alcuni anni fa. Era come se avessi una certa confidenza con quel posto.

    Assorto in questi pensieri, ho ascoltato poco la spiegazione iniziale della guida. Dopo il primo intervento di quest’ultima io e i miei compagni abbiamo iniziato a camminare per il sentiero che porta alla spiaggia. Il paesaggio che abbiamo incontrato potrebbe sembrare brutto agli occhi di certe persone, dato che è un territorio paludoso, con erbe alte e non mancano le zanzare. Per me invece è speciale, ha qualcosa di unico, ed è vero che ogni territorio ha delle caratteristiche che un altro non ha.

    Ad un tratto il bosco marittimo si è aperto davanti a noi e si è vista la spiaggia. Era piena di tronchi, come se ci fosse appena stata una tempesta che li avesse trasportati là.

    Rientrando nella pineta siamo arrivati ad un piccolissimo lago. Quest’ultimo ha una particolarità, ovvero contiene acqua dolce e non salata. Vi era presente una recinzione che delimitava questa grossa pozza d’acqua perché al suo interno si trovavano dei rospi che ogni sera venivano fatti uscire e ne venivano immessi degli altri. Tutto ciò per farli riprodurre. In quel laghetto si trovava un rospo di colorito rosa che noi, purtroppo, non siamo riusciti a vedere. Isabella, la nostra guida, ci ha raccontato una buffa storia su questo animale. Eccola.

    Qualche anno fa un gruppo di escursionisti, tra cui c’era anche la nostra guida, era andato di notte a fare un giro nella parte del Giardino Botanico che rimane aperto 24 ore su 24. Durante la visita queste persone trovarono per la prima volta diversi esemplari di questo rospo dalla sfumatura rosa. Gli fecero delle foto e le pubblicarono sulla rete. La stesso giorno arrivarono molte e-mail tutte contenenti la stessa domanda: “Dove l’avete fotografato?”. La curiosità era dovuta al fatto che quel rospo sembrava estinto da 50 anni. In seguito, ricercatori ed erpetologi vennero a studiare questi rospi. Attualmente sono tre i posti in Italia che ospitano questo tipo di rospo, tra cui il Giardino Botanico di Porto Caleri.

    Dopo questo racconto siamo tornati al punto di partenza, ma invece di risalire sul pullman ci siamo diretti al molo, dove dopo pochi minuti è arrivato un pescatore con la sua piccola barca. La guida ci ha detto che il pescatore era in pensione ma continuava a pescare per il gusto di farlo e per mostrare i pesci della laguna alle scuole e ai visitatori. Quest’uomo ci ha fatto vedere i pesci più comuni che ci sono nella laguna. Essi erano di taglia grossa, altri di taglia più piccola, c’erano anche dei piccoli gamberi e delle piccole vongole. La guida ci ha raccontato una curiosità sui gamberetti del posto. Ovvero che normalmente i gamberi e i gamberetti quando vengono fritti e cotti prendono un colore arancione, mentre quelli della Laguna veneta rimangono grigi, proprio uguali a come quando vengono pescati. Di solito i gamberi si muovono andando all’indietro, mentre questi vanno in avanti.

    Siamo ritornati al pullman e ci siamo diretti alla spiaggia per vedere la foce dell’Adige. Una volta arrivati abbiamo iniziato a percorrere il tratto arginale. Lungo la spiaggia c’erano dei massi ordinatamente ammucchiati e ci siamo divertiti a fare le gare saltando di sasso in sasso.

    Verso le 18.00 siamo tornati indietro. Devo dire che quella spiaggia, anche se era un po’ sporca (oltre ai tronchi c’era dell’immondizia in certi punti tra la sabbia) mi ha fatto star bene. Forse era il piacere di vedere il mare dopo alcuni anni oppure la sua brezza leggera e odorosa…

    Dopo cena siamo andati su un’altra spiaggia vicino all’hotel. In quel momento si è trovato svago, ma non solo, si sono trovati anche momenti da dedicare ai sentimenti e, naturalmente, lo svago è continuato fino alle 4.00 del mattino.

    Il giorno dopo alle 7.00 del mattino con gli occhi ancora chiusi, ci siamo alzati e preparati per andare a Venezia, unica e bellissima città sul mare.

    Alla sera siamo arrivati felici ma stanchi in hotel. Dopo cena ci siamo diretti in spiaggia. L’hotel ha avuto un po’ di tranquillità e silenzio solo alle 6.00 della mattina.

    L’ultimo giorno sempre e tristemente alle 7.00 del mattino ci siamo alzati. Subito dopo colazione e dopo aver depositato le nostre valigie, preparate la sera prima, in un’unica stanza, siamo partiti per il Museo della Bonifica.

    Sinceramente ero troppo stanco, avevo gli occhi che si chiudevano da soli, e l’argomento di cui parlava la guida non era uno dei più interessanti che avevo sentito in tutta la gita. L’unica cosa che sono riuscito ad ascoltare è stato quando la guida ha parlato degli strumenti che usavano nell’ ‘800 e in parte del ‘900. Ho capito che, grazie a persone che faticavano tutto il giorno, adesso il terreno è coltivabile e non ci sono più certe malattie come la malaria. Tutto questo può far riflettere. Molti uomini e donne lavorano duramente nel mondo anche per gli altri.

    Ritorno in hotel, un buon pranzo, prendere le valigie e partire con il pullman… manca qualcos’altro!?… Sì, il Museo della Giostra di Bergantino!

    Arrivati, dopo due ore di viaggio, ci siamo fermati in questo piccolo ma importante museo. Una volta entrati siamo stati accolti in modo gentile. La visita è iniziata con la nostra guida che ci ha parlato della nascita della giostra e del circo. Ci hanno mostrato con quali strumenti musicali i saltimbanchi attiravano l’attenzione della gente. Questi strumenti vengono attivati girando una manovella.

    Ritorno in pullman, si riparte, si scherza, ci si annoia, si dorme, si parla, ci si ferma ad un autogrill e ci si ingrassa mangiando dolci e sostanze supercaloriche senza freni…

    Manca qualcos’altro!?… Sì, manca Rivalta!… Ma quella non manca e non potrà mai mancare! Lì dove ti aspettano i genitori petulanti, che ti chiedono come è andata la gita, che cosa hai visto, se hai mangiato tutto, se hai mangiato troppo, se ti sei divertito, se ti sei fatto male e la cosa più importante… a che ora sei andato a letto. E sì… la pace e la tranquillità trovate nel Polesine sono finite.

    Ho dimenticato di ringraziare per questa bella gita l’Associazione Polesani nel Mondo con il Sig. Rizzato, le nostre professoresse, il Presidente del Parco Regionale Veneto del Delta del Po che ci ha accolto a Ca’ Vendramin, la dottoressa Laura Negri che ci ha accolto al Museo della Giostra di Bergantino ed il gruppo guide di AQUA che ci ha omaggiato con un gradito pacco di pubblicazioni inerenti il territorio, arricchendo la biblioteca della nostra scuola.

  • La Pietà del Capitello

    La Pietà del Capitello

    A Rovigo si narra che Michelangelo, trovandosi in città per andare a Padova a studiare le opere di Donatello, abbia visto “La Pietà” e da questa abbia tratto ispirazione per scolpire quella meravigliosa opera nota come “Pietà Vaticana” che si trova nella basilica di San Pietro a Roma.

    Quando si parla di Pietà, a Rovigo s’intende quella scolpita da Tullio Lombardo che si trova nella chiesa dei Santi Francesco e Giustina, a metà della navata di sinistra sopra un altare. Fu realizzata dall’artista veneziano nel 1526, a settantuno anni di età.

    Michelangelo assunse l’incarico di scolpire l’opera collocata nella basilica di San Pietro nel 1497 e la consegnò nel 1499 all’età di ventiquattro anni. La scultura di Tullio Lombardo per la chiesa di Rovigo fu dunque realizzata ventisette anni dopo quella di Michelangelo che, se ebbe modo davvero di passare per il capoluogo del Polesine, non poté vederla perché ancora non esisteva.

    Alla luce della cronologia, la tradizione popolare appare dunque del tutto infondata, ma io penso che una “vox populi” abbia spesso un qualche fondamento, anche se non sempre ne abbiamo piena consapevolezza.

    Ben pochi sono a conoscenza che, fuori dalle mura di Rovigo, non lontano dal centro, verso Est, c’era “quondam cippo” sul quale era dipinta un’immagine della Madonna Addolorata che tiene fra le braccia Gesù appena deposto dalla croce. Immagini di questo tipo sono comunemente chiamate “Pietà”. E allora, Michelangelo potrebbe aver visto questa Pietà dipinta?

    Ciò che è certo è che l’antica Pietà del Capitello di Rovigo e quella Vaticana sono entrambe ispirate da concetti molto simili, a differenza dell’opera di Tullio Lombardo che è di concezione molto diversa.

    Dunque se quella “vox populi” ha una ragione d’essere, è possibile che Michelangelo abbia visto la Pietà del Capitello che a quel tempo esisteva ed era famosa nella zona perché ritenuta miracolosa.

    L’immagine, dipinta su un cippo, era molto venerata e meta di continui pellegrinaggi: per questo, nel 1616 circa, Alfonso Aldiverti, pittore di Rovigo, la “tradusse” in affresco e nel 1626 il vicario generale della Diocesi di Adria Lodovico Fracchetta fece costruire un tempietto ottagonale ampliando il capitello antico trasformandolo in chiesetta.

    Il piccolo tempio

    Nel 1938 il piccolo tempio fu demolito perché si trovava sul tracciato della nuova strada per Adria. Sulla lapide fissata sopra la porta d’ingresso all’esterno, è attestato che fu ricostruito lì vicino utilizzando lo stesso materiale, “In eandem formam ….rite aedificatum” nella stessa forma edificato correttamente.

    Nel sacro edificio, tuttora esistente, sono evidenti i tre corpi di fabbrica: l’aula ottagonale, il presbiterio e la piccola sagrestia.

    L’affresco seicentesco fu per forza di cose staccato, incollato su un telo di cotone, e… restaurato in “malo modo”, scrive il professore Pompilio Dal Pra che l’ha restaurato a sua volta nel 1974, rinforzando quello degradato di cotone con due teli di canapa.

    L’affresco

    La chiesetta, conosciuta come “Capitello di via Tre Martiri”, è ufficialmente dedicata alla “Madonna Addolorata” ma l’immagine affrescata si può chiamare Pietà come solitamente avviene quando è rappresentata la Madonna con il figlio appena deposto dalla croce.

    Nonostante il tempo e gli interventi di restauro non sempre azzeccati, l’affresco seicentesco è ancora ben leggibile. Si presenta incorniciato con una sottile cornice di legno, posto sull’altare dietro il tabernacolo a guisa di pala d’altare.

    Ai bordi si notano delle parti mancanti, ma il resto dell’immagine è completo, anche se mostra delle evidenti ricostruzioni. E’ raffigurata la Madonna con un ampio mantello blu, che tiene in braccio il Cristo appena deposto dalla croce.

    Ai piedi di Gesù c’è la Maddalena con lunghi capelli biondi, buona parte dei quali evidentemente ricostruiti. Ai lati, in secondo piano molto sbiadite, due figure di profilo armate di lancia: non si vede la figura di San Giovanni citata in una breve descrizione.

    Anche se in parte deteriorata, trovo l’immagine molto interessante per le idee che il pittore ha voluto esprimere. La Madonna non ha segni di vecchiaia né atteggiamento di disperazione come invece si nota in quella di Tullio Lombardo. L’espressione del volto è distesa e di accettazione, “Eccomi sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto” (vangelo di San Luca 1,38). Il suo viso ha un bel colorito roseo e non presenta il degrado conseguente all’età, diversamente dal volto scolpito dal Lombardo che rappresenta la fisionomia di una donna di circa cinquantacinque anni.

    Molto interessante è poi nell’affresco l’atteggiamento della madre di Gesù che avvolge il figlio con tutte e due le braccia e lo tiene stretto a sé quasi potesse dargli la vita un’altra volta. L’espressione del suo volto non esprime disperazione perché, anche se il momento è di grandissima sofferenza, nel suo animo c’è la certezza della resurrezione.

    Spesso viene sottolineato come la Madonna della Pietà Vaticana abbia il viso di un’adolescente. Secondo il mio parere sia nella Pietà del Capitello di Rovigo che nella Pietà Vaticana il volto della Madonna non è quello di un’adolescente, ma quello di una donna senza età, non logorato dagli anni. L’Immacolata Concezione, preservata dal Peccato Originale, non ha subìto le conseguenze del degrado fisico fino alla morte. La madre di Gesù non ha subìto l’invecchiamento e non è morta ma, secondo il dogma dell’Assunzione, è stata “assunta in cielo con anima e corpo”. In tutte le apparizioni, la Madonna appare ai veggenti come una bella signora, una giovane madre non una nonna.

    Che Michelangelo abbia fatto due passi fuori porta San Bortolo, oltre la chiesa “dei Sabbioni”, per dire una preghiera davanti alla miracolosa immagine, al tempo molto venerata nella zona, e ne abbia tratta ispirazione, potrebbe essere verosimile. In ogni caso non si può disconoscere una certa affinità nella concezione delle due opere d’arte, e la “vox populi” che circola in città avrebbe una ragione d’essere.

    Se queste mie osservazioni saranno di stimolo a qualche storico o studente per frugare nelle antiche carte alla ricerca di nuove e più provanti documentazioni ne sarei davvero appagato: sarei felice di aver creato un’occasione per arricchire la conoscenza storica della mia città e di valorizzazione delle opere d’arte in essa contenute.

    Potrebbero venire alla luce nuove notizie di persone, di fatti e di opere che giacciono coperte dalla polvere del tempo: ad esempio si conosce pochissimo del pittore rodigino Alfonso Aldiverti che operò su quell’immagine. Mi pare che di lui oltre la Pietà del Capitello si conosca solo una pala d’altare che si trova nella chiesa di San Bortolo a Rovigo sull’altare a sinistra vicino al presbiterio e raffigurante San Carlo Borromeo. A Rovigo e nel Polesine non abbiamo capolavori molto celebri, però abbiamo tante perle preziose che è doveroso valorizzare.

    E, tornando a parlare del tempietto che conserva l’affresco della Pietà, è bene fare qualche altra annotazione relativamente alle opere presenti, a cominciare dal tabernacolo di marmo intarsiato che è del 1945.

    Nel Capitello esiste anche un labaro finemente ricamato, danneggiato dal tempo e da una conservazione non adeguata. Nell’ovale al centro è rappresentata l’immagine della “Madonna dei Sette Dolori”. La Madonna e Gesù sulle sue ginocchia deposto dalla croce hanno in testa una corona regale e sul petto di Maria è dipinto un cuore con infisse sette spade. Si tratta della classica immagine medioevale della “Madonna dei sette dolori”: lo stendardo era portato in processione per onorare la Madre del Signore.

  • Il Palazzo di Villa Estense

    Il Palazzo di Villa Estense

    Bisogna spostarsi a nord dell’Adige, lungo la strada che da Lendinara porta a Este per trovare, a Villa Estense, un importante palazzo che appartenne ai San Bonifacio. Per vie ereditarie la nobiliare costruzione è giunta a Maria Cristina Rossin Ardit, che ce ne parla in queste pagine del Ventaglio, partendo proprio da Lodovico III San Bonifacio che, stanco di combattere e desideroso di coltivare gli studi filosofici, si ritirò nella sua dimora lendinarese.

    La famiglia dei San Bonifacio, di origine Franca, inizia la sua fortuna con Milone nel X secolo. Nel secolo XII è presente in Polesine come alleata degli Estensi e dei Cattanei nella difesa del territorio, parteggiando per i Guelfi nella lotta per le investiture e la dignità imperiale.

    A Lendinara si dice che il cinquecentesco Palazzo Dolfin, ora Marchiori, sia stato costruito sui resti di una residenza dei San Bonifacio. Un’altra tradizione vorrebbe invece che il palazzo dei San Bonifacio sorgesse alla destra dell’Adigetto, dove tuttora trovasi l’arco ogivale, superstite testimonianza di un’antica rocca difensiva. A parte la tradizione, nella cittadina polesana niente di concreto ricorda una dimora dei San Bonifacio.

    I San Bonifacio

    Figlio di Rizzardo San Bonifacio detto Postumo, già podestà di Padova, e di Ailisia Lambertini, Lodovico III agli inizi del 1400 aveva proprietà a Villa di Carmignano (oggi Villa Estense). Combatté per i Carraresi e per Nicolò III d’Este, poi si ritirò a Lendinara a coltivare i suoi studi e relazioni epistolari con teologi e umanisti.

    Lodovico III sposò in seconde nozze Francesca da Fogliano, vedova di Ottobon de’ Terzi signore di Parma e Reggio, la cui figlia Margherita fu impalmata da Marco Regolo, figlio di primo letto di Lodovico. Il doppio matrimonio fu favorito dal marchese d’Este e, grazie a questa politica matrimoniale, i San Bonifacio ottennero la conferma del feudo di Villa Bartolomea che apparteneva ad Ottobon de Terzi.

    Il racconto della cruenta morte di costui a Rubiera, pugnalato da Michelotto Attendolo in un incontro organizzato da Uguccione de’ Contrari, entrambi emissari di Nicolò III d’Este, conferma la politica estense volta a tenere sotto controllo amici e nemici. Sono gli anni in cui in Italia si vanno consolidando i principati e il “mestiere della armi” è esercitato da condottieri e capitani di ventura.

    Francesca da Fogliano era figlia di Carlo e di Isotta figlia naturale di Bernabò Visconti.

    In omaggio a Casa d’Este, i discendenti di Lodovico III San Bonifacio e Francesca da Fogliano si chiamarono per molte generazioni Lionello, Borso, Ercole.

    Nella seconda metà del XVI secolo, un loro discendente, Ercole del ramo di S. Agata, canonico del Duomo e ultimo erede delle due linee padovane (le due veronesi erano delle parrocchie di S. Paolo e S. Toma), costruì a Villa di Carmignano – oggi Villa Estense – la propria residenza sopra un precedente castelletto medioevale.

    La nobiliare dimora fu completata “con molta spesa et diligenza” nel 1597, come attesta l’iscrizione tuttora leggibile sulla facciata della Cappella e il successivo testamento in favore di Achille, figlio della sorella Alda e di Marco Regolo della linea veronese di S. Toma. Al nipote beneficiario, oltre che il palazzo di Villa di Carmignano, il canonico Ercole raccomanda nel testamento la sua casa veronese al Ponte alle Navi e la sua razza di cavalle.

    Una passione questa dell’allevamento equino che passò anche agli eredi e in particolare all’ultimo discendente, il pronipote Elia Polcenigo Fanna San Bonifacio (che si firmava Sambonifacio), dalla cui seconda moglie Elisabetta Maraldo il palazzo di Villa Estense è passato in eredità al di lei nipote Pietro Ardit, mio trisavolo.

    Il clima culturale

    Per comprendere le motivazioni che stanno alla base della realizzazione del palazzo di Villa Estense, è utile iniziare da uno scritto di Giulio San Bonifacio del ramo veronese di S. Paolo, il quale nella seconda metà del XVI° secolo scrisse la Prammatica, una guida per la famiglia da tramandarsi di generazione in generazione. Tra le altre indicazioni, vi si leggono le regole per la costruzione delle residenze familiari, cui il cugino Ercole si è scrupolosamente attenuto: “[…] le fabriche grandi et honorate perpetuano i nomi de i fabricatori […] le Case fuori di città […] sieno […] delitiose […] et tenute aperte, et mostrate a tutti con cortesia […] la vista sola di una facciata a la grande presso a i Forestieri vi dà fama e nome”.

    Il modello di riferimento va rintracciato a Roma: la Palazzina Chigi alla Lungara opera di Baldassarre Peruzzi.

    Va infatti detto che a Padova erano conosciuti, studiati e copiati i monumenti romani e i progetti realizzati a Roma nella prima metà del 1500, dalla cerchia guidata da Alvise Cornaro e influenzata dal Falconetto, autore dell’Odéo Cornaro nella zona del Santo e della Villa dei Vescovi a Luvigliano.

    Non esiste il progetto del Palazzo di Villa Estense, come non c’è quello del Palazzo di Padova in contrada S. Agata, ma sicuramente il Canonico Ercole San Bonifacio, proprietario di entrambi gli edifici, partecipava al dibattito e agli studi del gruppo e ha voluto, ricorrendo a maestranze e materiali locali, copiare una dimora romana splendida, che forse aveva visto e da cui era rimasto colpito.

    La copia realizzata a Villa Estense non può competere con la bellezza dell’originale, caratterizzata dagli affreschi di Raffaello, Giulio Romano e dello stesso Peruzzi, ma è l’unica. Tutte le generazioni che hanno ereditato questo Palazzo San Bonifacio hanno mantenuto la sua singolarità architettonica, con consapevolezza e determinazione.

    La struttura del Palazzo di Villa Estense

    Il tuttora integro edificio di Villa Estense ha la pianta a U, poggia su un robusto zoccolo e si eleva per tre piani più la soffitta un tempo abitabile.

    Le facciate dei piani superiori sono scandite da due ordini di lesene con capitelli tuscanico-dorici. La soffitta ha finestre ovali (le venete “bocarole”) secondo l’uso introdotto dal Sansovino.

    Il pianoterra seminterrato scende rispetto alla strada di circa 40 centimetri. Le finestre inserite in una fascia a finto bugnato sono rientranti, quadrate e chiuse da inferriate.

    All’interno le stanze e la lunga sala rivolta al cortile, delimitato dalle ali laterali, hanno soffitti con volte a botte o a crociera come quelli di alcune salette dei piani superiori e come dovevano esserlo altri prima dell’intervento nelle decorazioni, attuato tra la seconda metà del 1700 e il 1830, da Ercole figlio di Antonio e Angela Lazara, dal figlio Marco Regolo e dal nipote Elia Polcenigo e Fanna Sambonifacio, che scelsero la controsoffittatura a graticci secondo il gusto dell’epoca.

    Una stanza del primo piano nell’ala di nord-est, che sovrasta la vecchia cucina dalla grande cappa alla base del rivellino, conserva il soffitto a travi e tavole intervallate secondo lo schema “un vuoto e un pieno”. I pavimenti sono in terrazzo veneziano, oppure a impasto di polvere di mattoni con tracce dell’antico pastellone, o in tavelline disposte a spina di pesce.

    G.C. Bevilacqua (1775 – 1849) e la sua bottega hanno affrescato le stanze del piano nobile con disegni di tappezzerie, anfore e vasi, piccoli pavoni e fiori, finti cassettoni.

    Il salone centrale è decorato da stucchi in marmorino di stile neoclassico. I camini sono torrette alte 3.50 metri con faccia di circa 82 centimetri. Lo spessore dei muri che sostengono il peso al centro dell’edificio è superiore al metro. Appartengono al XVI secolo le colonnine dei poggioli, identiche a quelle del palazzo Montivecchi e della parte più antica del Palazzo del Seminario a Padova, mentre la scalinata principale ne ripete la sagoma, ma i pilastri e l’impianto sono del secolo successivo.

    Il materiale usato per i davanzali, le statue, i poggioli, le scale, gli angoli del cornicione, i mutuli a gocce sopra le paraste del secondo piano sono la pietra di Costozza o la gialla di Nanto (VI).

    Al centro del cortile si trova la vera del pozzo scavata in un unico blocco di marmo rosso di Verona. Sotto le prime stanze del pianoterra a nord-ovest si trovano due pozzi, uno dei quali coperto dal pavimento è funzionante. In una stanza di passaggio dal rivellino al corpo centrale, nel muro adiacente al vano porta, c’è una canna fumaria più antica rispetto alle sei torrette.

    Si dice che questo palazzo e altri – Villa Grompo, palazzo Descalzi alle Mottarelle, Villa Loredàn a Rotta Sabadina e il castello di Lendinara – fossero collegati da passaggi sotterranei. Non è realistico che i passaggi potessero essere così estesi e lunghi sotto canali e fiumi, ma certo esistevano collegamenti tra i rivellini e le torri di guardia, a vista e passaggi sotterranei brevi per consentire la fuga in caso di assedio.

    Ciò che è certo è che nel palazzo di Villa Estense esiste un sotterraneo che corre dalla mura alla colonnina spartitraffico in via C. Battisti, altri due cunicoli partono dalle ali interne e vanno verso la corte, ma sono gli scarichi di due servizi di cui resta visibile uno a dimostrazione del suo utilizzo. Il rivellino è attualmente la vecchia grande cucina; nel 1100 era una torre di guardia staccata dal castello per consentire l’avvistamento del nemico e l’organizzazione della resistenza.

    Nello storico complesso edilizio sono comprese la barchessa, la “caneva” con il brolo, la settecentesca “sedrara” in parte caduta, la cappella-oratorio con cripta in stile manierista dedicata a San Giuseppe.

    Un disegno assonometrico del 4 febbraio 1788 conferma che la struttura non ha subito variazioni nei secoli e che la somiglianza con la raffinata dimora alla Lungara di Agostino Chigi è rimasta intatta.

    Le visite del palazzo

    Il 18 maggio scorso gli alunni della locale Scuola media hanno inaugurato l’itinerario Villa Estense – S.Elena – S.Urbano, proponendosi come guide. Si sono preparati, studiando e completando ricerche già avviate nel corso dell’anno e dei precedenti.

    L’idea di preparare i ragazzi e di aprire al pubblico è stata rivolta dalla scrivente agli Amministratori del Comune di Villa Estense, che hanno concluso un accordo con gli altri Comuni e il Gal Bassa padovana, diventando promotori e finanziatori.

    La mia proposta è partita dalla convinzione che, se si è motivati e coinvolti da piccoli, il nostro patrimonio storico architettonico e paesaggistico può sperare di essere salvato. Spero che questa generazione inizi un percorso positivo e costruttivo che fino a oggi ho visto affidato più alla determinazione e alla fatica dei volontari che alla conoscenza e volontà dei nostri governanti, nazionali e locali.

    Per saperne di più e concordare eventuali visite: tel/fax 042991125 e-mail: cristina.rossin@gmail.com per gruppi e con prenotazione.

    Chiudo questo mio contributo al Ventaglio con le parole di Victor Hugo: “in un edificio si hanno due cose: l’uso e la bellezza. L’uso appartiene al proprietario, la bellezza a tutto il mondo”.

    Al proprietario oggi appartengono anche oneri pesanti, la conservazione e la tutela, le tasse e i costi della quotidiana manutenzione, spesso gestiti in solitudine e con fatica, in un Paese che non sa valorizzare il suo passato e troppo spesso non sembra interessato a costruire un futuro di civiltà e rispetto, ma solo a dominare un presente di avidità, sperpero e indifferenza.

  • La collezione Eugenio Balzan

    La collezione Eugenio Balzan

    C’è da scommettere che ad Eugenio Balzan avrebbe fatto piacere vedere la sua collezione di quadri “tornata a casa”, nel teatro che porta il suo nome. Magari anche le rane di plastica non gli sarebbero dispiaciute: con quei tre colori (verde, bianco e rosso) che forse gli mancarono quando fu costretto a lasciare l’Italia a causa del fascismo. Era il 1933.

    Il rientro di Balzan a Badia ci fu solo nel 1950, ma egli lasciò presto di nuovo la cittadina polesana dove aveva trascorso gli anni della sua infanzia: morì tre anni dopo a Lugano. La raccolta di dipinti, approdata lo scorso settembre nella sua città natale, vale allora come un ritorno definitivo: una promessa di non andarsene più.

    L’inaugurazione della mostra, tenutasi l’11 settembre al Teatro Balzan, è stata l’occasione ideale non solo per rendere pubblica la collezione, ma anche per ricordare la storia di Eugenio Balzan, grande giornalista nonché amministratore del Corriere della Sera. Il quale, nel periodo difficilissimo dell’ascesa del fascismo, riuscì a garantire un minimo di libertà di stampa per i “suoi” collaboratori e, conseguentemente, a salvare la testata dalla chiusura del giornale che era stata progettata dalle camicie nere.

    All’evento badiese sono stati invitati i presidenti delle due fondazioni: Balzan Fondo e Balzan Premio, Achille Casanova ed Enrico Decleva. Grazie a loro – ha ricordato sul palco il sindaco Gastone Fantato – è stato possibile portare i quadri dell’illustre concittadino alla sua città natale. Un ringraziamento speciale e doveroso è andato anche a Renata Broggini, biografa del Balzan, e a Suzanne Werder, direttore generale della Fondazione. Ma il cuore dell’evento è stata la celebrazione dell’arte: la parola, pertanto, è stata data ad uno dei suoi massimi esperti, il critico Philippe Daverio, per la prima volta a Badia Polesine.

    “Conta poco più di 10mila abitanti, la vostra cittadina, praticamente tanti quanti gli inquilini di un grattacielo di Shangai – ha esordito Daverio – eppure in quel grattacielo e in quel contesto, statene certi, non si sarebbe mai formato un Balzan, o un Munari. E di certo in quel grattacielo non ci sarebbe nemmeno un teatro bello come questo”.

    La collezione Balzan, con la sua inaugurazione dallo spirito contemporaneo, tra le rane di plastica di Crackin Art Group e la novità di ammirare certi capolavori, rinverdisce storia e memoria di Badia Polesine. Fa risplendere il teatro e, diciamolo chiaramente, anche l’orgoglio di possedere a Badia una così importante rassegna d’arte. “Sono pochi i teatri che si sono salvati, ma questo gioiello ottocentesco lo avete fatto rinascere”, ha osservato Daverio.

    Facciata e palchetti invasi dalle rane, contrasto e connubio di stili e tempi diversi, hanno avuto il loro senso e la loro giustificazione: “La rana di plastica potrebbe sembrare una cosa brutta, che stona con le linee ordinate e classiche del teatro. Ma l’importante è capire l’idea che c’è dietro: far vivere un monumento vuol dire anche portarci dentro la contemporaneità”. È l’arte rigenerativa di cui parla Paolo Sciortino di Cracking Art Group, che allaccia un filo rosso (e verde, e bianco) con il Duomo di Milano, con la Darsena dei Navigli, con i monumenti italiani che han bisogno di rivivere. Lasciata al pubblico e ai cittadini la missione di contribuire, comprando una piccola rana colorata anche per sé, per dare la propria offerta alla valorizzazione e manutenzione della quadreria.

    Quadreria che adesso è aperta al pubblico a Badia Polesine. Nel 2007 un’esposizione al Centro culturale svizzero di Milano la fece conoscere in Italia. Quarantanove opere, raccolte con spirito collezionistico da quello che fu giornalista, intellettuale e personaggio di rilievo nella vita milanese del primo trentennio del 900. Amico di Puccini e di Toscanini, di Hoepli e di Boito, Balzan – come raccontato dalla sua biografa Renata Broggini – è stato appassionato di arte in modo entusiasta e curioso. Balzan è stato patriota: tutti i quadri della prestigiosa collezione sono firmati da artisti italiani. Tra gli altri compaiono Mosè Bianchi e Giuseppe De Nittis, Domenico Morelli e Gaetano Previati.

    Il sapore è quello dei movimenti italiani dell’Ottocento, un certo gusto naturalistico, qualche influenza macchiaiola. “C’è molto spirito veneto nelle scelte del Balzan – commenta Daverio – la ciàcola e l’erotico”. In un attimo è spiegata la ragazza di Filippo Palizzi, “Fanciulla sulla Roccia a Sorrento”, “che non sta facendo altro che aspettare… un pirata”, strizzando l’occhio al Romanticismo d’Oltralpe.

    E poi lo straordinario “Bagno Pompeiano” di Domenico Morelli, luogo di pettegolezzo ed anche di fisicità esibita. Balzan, con la sua collezione persegue l’intento di rappresentare una selezione accuratissima di tutte le scuole e le tendenze regionali italiane dell’Ottocento, da nord a sud: compaiono allora il piemontese Alberto Pasini, i lombardi Leonardo Bazzaro, Eugenio Gignous e Gaetano Previati, i veneti Giacomo Favretto, Luigi Nono ed Ettore Tito, i toscani Giovanni Fattori e Plinio Nomellini, i napoletani Edoardo Dalbono, Giuseppe De Nittis, Francesco Paolo Michetti, Federico Rossano e Gioacchino Toma.

    Dal 1936, morto l’amico e artista Oreste Silvestri, ad accompagnare Balzan nelle sue avventure da collezionista sarà Giuseppe De Logu, esperto d’arte. Grazie a lui la collezione fu messa al sicuro in Svizzera, mentre scoppiavano i bombardamenti della seconda guerra mondiale. Lì restò anche oltre il 1944, con le prime esposizioni a Zurigo, a Bellinzona, a Berna e poi, nel 1948, a Lugano.

    La mostra ora è approdata a Badia, visitabile ogni fine settimana, nel ridotto del teatro, dove rimarrà per un po’, fino a quando non sarà possibile un suo trasferimento definitivo a palazzo Grani, dall’altra parte della piazza badiese.

    L’auspicio è quello che venga degnamente valorizzata. E i numeri sembrano far bene sperare: sono stati oltre duecento i visitatori nel primo week-end dall’apertura. E tutte le rane colorate che servono a raccogliere fondi per il suo mantenimento sono state vendute.

  • La chiesa di Santa Sofia

    La chiesa di Santa Sofia

    E’ molto antico il paese di Canaro, il cui toponimo deriva dalla massiccia presenza di canne palustri che crescevano nel territorio, attraversato da canali e scoli, quando la caccia e la pesca erano le uniche fonti di sostentamento.

    Il primo documento in cui il vicus è citato è infatti una concessione di livello del 1° dicembre del 969, due secoli prima della rotta di Ficarolo che diede origine al Po di Venezia (sul quale gravita l’abitato) e che dopo il Congresso di Vienna (1814-1815) costituisce il confine tra Veneto ed Emilia. Ma per secoli il territorio comunale ha fatto parte della Transpadana ferrarese, che da Ferrara si estendeva oltre il Po fino al corso del Poazzo, il canale che attraversa il paese.

    Uno dei beni più significativi del paese è rappresentato dalla chiesa di Santa Sofia, le cui origini sono lontane nel tempo, come attesta la Bolla di Papa Lucio III, del 1184, che conferma all’abate Enrico le proprietà che il monastero di San Severo di Ravenna possedeva, tra cui è menzionata la chiesa di Santa Sofia di Canaro. Un successivo atto, poi, del 1254, firmato dall’arcivescovo di Ravenna, Filippo, rinnova il diritto dello stesso monastero sui beni posti in Paviole, Garofolo, Raccano, Santa Sofia di Canaro ed altri. Prima di passare alla diocesi di Adria, nell’anno 1818, la chiesa rientrava nella giurisdizione vescovile di Ferrara. La sua storia è stata pertanto a lungo scandita dalle visite pastorali dei vescovi della città emiliana (cfr. Gabrielli Alberino, Comunità e chiese nella diocesi di Adria-Rovigo, Roma, Ciscra, 1993).

    Apprendiamo che il 21 aprile 1434, il Beato Giovanni Tavelli da Tossignano compie la sua prima visita pastorale alla parrocchia di Canaro, trovandola in condizioni di miseria materiale e morale. La chiesetta è, infatti, vetusta e nella zona urge un’opera di bonifica agraria, inoltre il rettore non è di condotta esemplare, per cui il prelato, ricordandogli il suo dovere di pastore d’anime, lo convoca in Vescovado per una verifica del suo operato.

    Poiché gli abitanti sono solo 200 e il reddito è misero, a Canaro, sovente, manca un sacerdote fisso e si avvicendano cappellani occasionali, oppure si ricorre all’oratorio di San Giacomo alla Valise, detta Paviole, lungo il Po (molto attivo e frequentato, fino a che, nel 1931, viene demolito per rinforzare gli argini del fiume. Il nuovo luogo di culto, dedicato all’Immacolata, sorgerà, dopo la guerra, sulla nuova strada per Ferrara).

    La chiesa di Santa Sofia probabilmente viene ricostruita nel corso del ‘400: alla fine del ‘500, il tempio si presenta ad un’unica navata, con tre altari, battistero, campanile, che funge anche da sagrestia, e intorno il cimitero. Ma l’edificio necessita di un restauro urgente, così, nel 1656 (Visita del cardinale Carlo Pio di Savoia), lo ritroviamo rimaneggiato, ampliato e il campanile ricostruito, mentre, nel 1713 (visita di monsignor Togni) la chiesa presenta già la struttura odierna, con cinque altari, di pregiata fattura, presbiterio, coro e un’imponente facciata.

    Oggi, guida spirituale della parrocchia di Canaro è il Canonico onorario Don Mario Turatti di Polesella, che, ordinato sacerdote nel ‘63, dopo essere stato parroco per ben ventitré anni nella chiesa dei Santi Francesco e Giustina di Rovigo, nel 2003 ha ricevuto l’incarico per Canaro e, nel 2008 per la frazione di Garofolo, svolgendo il suo ministero con grande passione e indefesso impegno.

    La sua storia è stata pertanto a lungo scandita dalle visite pastorali dei vescovi della città emiliana (cfr. Gabrielli Alberino, Comunità e chiese nella diocesi di Adria-Rovigo, Roma, Ciscra, 1993).

    Aspetti artistici del tempio

    Dedicata, fin dall’inizio, a Santa Sofia vedova, la chiesa si presenta ad una sola navata e conserva opere pregevoli, come il bassorilievo in marmo raffigurante l’ultima cena (sec. XVIII) dell’altare maggiore, attribuito alla scuola del Canova. Inoltre, gli altari laterali in marmo policromo, ospitano opere di rilievo come la statua in marmo della Madonna del Rosario, del carrarese Pietro Baratta e, nell’altare di fronte, la statua di Sant’Antonio, lavoro dello scultore ferrarese Andrea Ferreri.

    Da segnalare, poi, a destra per chi entra, la pala d’altare raffigurante Santa Sofia che si reca in carcere a trovare le figlie e, a sinistra, l’altare del Crocifisso, fatto costruire dalla famiglia Martelli, di cui resta la villa ottocentesca, sotto l’argine del Po, nella frazione di Paviole. A riconoscenza di questa nobile casata, figura, nel pavimento in posizione centrale, la lapide sepolcrale del 1695, che custodisce le spoglie di Antonio Martelli e dei suoi discendenti, con la seguente iscrizione latina: “Mortis memor Pro se et heredibus suis Hoc monumentum posuit Antonius Martellus anno ab orbe redempto MDCXCV”.

    Di pregio inoltre, la pala di Santa Sofia sull’altare maggiore, probabilmente opera del milanese Giovan Battista Cozza che operava a Canaro nel 1712.

    Infine, meritano una speciale menzione e un opportuno restauro le 14 tele della Via Crucis di Giovan Francesco Braccioli, uno dei principali pittori di scuola ferrarese, della prima metà del ‘700, che, chiuse da tempo in custodie con anta vetrata e quindi sottratte allo sguardo dei fedeli, appaiono scurite a causa di polveri, fumi e incrostazioni, che compromettono la fruizione delle opere di notevole interesse artistico (cfr. Garbellini Claudio, La Via Crucis di Canaro, in Ventaglio n. 37, luglio 2008).

    Conclude la descrizione del tempio la solenne facciata che, nell’architettura, ricalca i moduli rinascimentali barocchi di molte costruzioni ferraresi.

  • Villa Marzolla di Crespino

    Villa Marzolla di Crespino

    Crespino, a pochi passi da Piazza Fetonte, lungo via Trieste, si trova un’oasi di tranquillità, riparata dal verde di un ampio giardino e di un cedro secolare. Una inattesa finestra nel tempo, conosciuta come Villa Marzolla.

    Quando il grande cancello verde si apre, si rimane subito colpiti dal grande edificio ottocentesco e dalla barchessa. E mentre l’occhio è impegnato ad ammirare la bellezza del luogo, i piedi si accorgono di un dettaglio che svela, già dall’ingresso nel cortile, l’atmosfera e l’animo del luogo e del suo proprietario. Tra l’asfalto della strada e il ghiaino del vialetto, pochi metri in ciottoli circondano il cancello. In ciottoli perché, originariamente, erano così pavimentate tutte le vie di Crespino. Pochi metri di ciottolato per attirare l’attenzione sullo spirito con cui viene preservata questa villa.

    Villa Marzolla appartiene all’Ing. Giorgio Marzolla, che si è occupato e preoccupato di ristrutturarla, conservarla e preservarla, esattamente com’era nel suo passato. Per questo oggi l’ingegnere si definisce un “conservatore” ovvero il tutore di una memoria storica, legata agli oggetti ed alla vita quotidiana, alle persone ed ai mestieri che riempivano la vita di un piccolo paese di campagna tra il XIX ed il XX secolo. Oggetti che, in virtù dell’appassionata attività di recupero e preservazione dall’oblio compiuta dall’ingegnere, hanno trovato una loro dignità espositiva, di conoscenza e testimonianza proprio a villa Marzolla.

    L’Ing. Marzolla nasce il 29 maggio 1932 ed uno dei suoi primissimi ricordi è legato a doppio filo a due elementi che saranno molto importanti nella sua vita: la famiglia e la grande villa.

    “Era estate e mi trovavo in una delle camere, solo. Ricordo che sentivo venire dal cortile le voci di mia madre e della tata, c’erano anche le zie. Pensai che mi avessero lasciato solo ed iniziai a piangere”.

    Trasferitosi a Gorizia con la famiglia, dopo la morte del padre, ingegnere e responsabile di un’azienda di trasporti nelle colonie d’Africa, si sposta a Roma con la madre, la quale, laureata in matematica, lavorava all’Istituto Nazionale di Calcolo.

    Eppure, ogni estate, terminata la scuola, il giovane Giorgio prende il treno e da Roma arrivava a Rovigo per trascorre a Crespino, nella villa dello zio Cav. Luigi Marzolla, i mesi delle vacanze.

    “Sul treno che portava da Roma a Rovigo, una tappa intermedia era a Firenze. In stazione a Firenze c’era sempre un uomo che vendeva il caffè, in piccoli bicchierini di coccio con una locomotiva dipinta sopra. Il suo richiamo da venditore mi faceva subito capire che mi trovavo a Firenze. Quei bicchierini li ho ancora.”

    Tornare a Crespino era ogni volta un’emozione.

    “Arrivando da Rovigo si vedeva, ad un certo punto il campanile, un po’ storto, in mezzo alla campagna. Era sempre un’emozione.”

    Sì, perché i mesi estivi trascorsi alla villa erano sempre felici e spensierati. Si poteva correre e giocare, osservare il lavoro nei campi, sperimentare l’arte del falcetto nella mietitura del grano, con qualche incidente da principiante.

    La villa era casa. Non luogo qualsiasi di vacanza, ma casa. Ed il senso di appartenenza a quei luoghi avrebbe sempre accompagnato il futuro ingegnere.

    Alla morte dello zio Luigi gli eredi erano propensi a vendere la villa ma il giovane Ingegnere non ne voleva sapere. Aveva deciso di tenere la villa, di conservarla perché vi era affezionato ma anche perché era molto legato agli zii che l’avevano abitata.

    “Le persone, quando non ci sono più si riescono a ricordare, ma gli oggetti e i luoghi a loro legati permettono di ricordarli meglio”.

    La villa però andava risistemata e molte erano le urgenze e le difficoltà: il tetto era crollato, mancavano alcune finestre e la caldaia non funzionava. E col progredire dei lavori in casa avvengono le prime “scoperte”.

    “C’era un salone. Una stanza sempre chiusa, che non apriva mai nessuno. Quando ci sono entrato, ho trovato cumuli e cumuli di oggetti vecchi… conservati per chi sa quale occasione o motivo. Tante cose da buttare”.

    E così il primo anno viene dedicato alla messa in ordine e alla pulizia delle stanze ingombre di oggetti. Oggi quasi tutto quello che si può vedere in casa Marzolla, dai quadri ai mobili, sono oggetti appartenenti alla casa, recuperati e restaurati dal loro appassionato proprietario.

    Così, passeggiando per la villa, si ha l’impressione di trovarsi in un museo che prende vita e si anima tra le parole e i racconti di Marzolla.

    La casa è divisa in due parti. Una parte bassa, ancora oggi abitata ed una parte rialzata in seguito, probabilmente senza un progetto architettonico preciso. Nella parte alta si trovano dieci camere da letto, ognuna distinta dal nome di un colore. Inoltre la villa aveva anche dei comfort inusuali per i primi del ‘900.

    “In casa c’era una latrina. Chiamata proprio così… ed un bagno con acqua calda corrente. All’epoca i servizi interni erano un cosa eccezionale… c’erano persone che venivano apposta per vedere il bagno. L’acqua arrivava da un pozzo sotterraneo e passava attraverso due cassoni di ghiaia per essere filtrata. Non era un granché come acqua ma ci si lavava.

    Prima invece ci si lavava una volta la settimana nei locali del bucato, dove una volta al mese si lavavano panni e biancheria. Le lenzuola venivano stese sull’aia ad asciugare. Ricordo che avevano un buonissimo profumo di erba e fiori, di campagna.”.

    Passeggiare per la villa equivale a fare un passo indietro nel tempo e non c’è stanza che non racchiuda fascino ed un pizzico di mistero. La piccola saletta adiacente alla cucina è dominata da un grandissimo camino, al soffitto sono appese decine di pentole e casseruole in rame mentre ad una parete, piatti in ceramica povera veneta danno mostra dei loro colori. Poi ci sono i dettagli; un tubo, dipinto di bianco, scende dal soffitto: permetteva nell’ ‘800 di comunicare da una stanza all’altra, come nelle navi; e tuttora funziona, così come funziona ancora il sistema di chiamata dalle varie camere.

    “Sul pannello si accendeva una luce che corrispondeva alla camera che aveva chiamato. Funziona ancora oggi con l’unica differenza che una volta, se chiamavi, veniva un domestico oggi invece non viene più nessuno…”

    Da una sala all’altra i dipinti delle zie decorano ogni parete passando dai paesaggi, alle cartoline ai soggetti biblici.

    Lo studio di amministrazione delle campagne raccoglie la storia economica e politica di un piccolo pezzo di Italia dall’età della monarchia a quella del periodo fascista fin oltre. La biblioteca piena di libri è il luogo ideale per passare lunghi pomeriggi davanti al fuoco.

    Tutto è stato conservato.

    Nella barchessa si trova una collezione di oggetti che ricordano i mestieri di una volta dal calzolaio, al ferramenta, al falegname, al fabbro e proprio attraversando un brevissimo sentiero verde, si trovano le botteghe dei mestieri come erano. Le insegne attirano subito l’attenzione come il rumore delle macchine del fabbro rimesse in moto con la trasmissione a cinghie.

    Persino l’impianto elettrico è lo stesso del 1922, col suo filo a treccia ed il quadro in porcellana.

    Gli ultimi racconti, sono dedicati alle automobili e alla splendida collezione di auto storiche dell’Ing. Marzolla.

    “La mia prima automobile fu una Ford-A del 1930. Avevo diciotto anni e l’ho conservata fino ad oggi”.

    Mentre il sole sfuma nel tardo pomeriggio, ripensando a tutto ciò che si è visto, alle stanze ricche di oggetti che sanno intrecciare la Storia, ai ricordi personali, viene da chiedersi che cosa deciderebbe di conservare degli ultimi vent’anni l’ing. Marzolla. La risposta, veloce e intelligente, non lascia spazio a dubbi.

    “Un’automobile. Sono tantissimi gli oggetti che negli ultimi anni sono diventati testimoni del passare del tempo, grazie anche ad un sempre più rapido sviluppo tecnologico. Ma l’automobile resta il più grande simbolo degli anni trascorsi, dello sviluppo tecnologico, dell’impegno dell’uomo nel migliorare la tecnica. Quindi sceglierei di conservare un’automobile.”

    Al termine di questo viaggio e di questi racconti, ci si rende conto che il nostro territorio, il Polesine, è una terra ricca di storia e di storie. Occorre certamente un occhio attento e preparato per saper cogliere e leggere gli indizi lasciatici, dal tempo e dalla memoria, ma lo sforzo vale tutta la sensazione di stupore che si prova nel momento della scoperta.

    Ci sono ville e piazze, giardini e scorci dimenticati che racchiudono le testimonianze di un tempo che diventa sempre più lontano.

    Ma non ci sono solo luoghi da conoscere. Questo nostro territorio è ricco anche di persone, in grado di raccontare questa Storia. Persone come Giorgio Marzolla che con la loro sensibilità, da testimoni di eventi ne diventano divulgatori attenti e capaci. Questi silenziosi “Conservatori progressisti” grazie al loro impegno ed alla loro passione personale, permettono alle giovani generazioni di poter guardare al proprio paese e territorio in un nuovo modo, che al progresso sa coniugare la necessità della memoria e del ricordo per le proprie origini.

  • Da Ca’ Cappello a Boccasette

    Da Ca’ Cappello a Boccasette

    Riprendiamo il nostro viaggio alla ricerca di aspetti artistici nelle chiese del Delta.

    Rimaniamo nell’ambito del Comune di Porto Viro (vedasi in Ventaglio n. 49 “Da Donada a Contarina” pag. 8 e successive) per raggiungere CA’ CAPPELLO la cui parrocchiale era intimamente legata alla presenza della grande corte da cui ha preso il nome la località. Un complesso rurale, questo, molto articolato, caratterizzato architettonicamente, oltre che dalla casa padronale, soprattutto dalle grandi arcate delle barchesse (quasi del tutto scomparse per la mancanza dei più volte invocati interventi di consolidamento) dalle quali è scaturita la denominazione de “Il Vaticano” (vedasi in Ventaglio n. 16 pag. 8 e successive).

    L’attuale chiesa, dedicata a san Giovanni Battista, della quale si sta completando il restauro, nasce all’inizio del Settecento dalla sistemazione di una più antica cappella divenuta insufficiente per l’aumento della popolazione.

    La facciata, molto lineare e priva di lesene, presenta, sopra il portale d’ingresso, una nicchia con statua del patrono. Anche l’interno, di forma rettangolare, è semplice e ospita tre altari marmorei: l’altare maggiore è arricchito ai lati da due sculture settecentesche in pietra tenera di Vicenza raffiguranti rispettivamente il Battista e san Girolamo; un tempo lo impreziosiva anche un elegante tabernacolo architettonico del quale rimane una formella della fine del Seicento, con la rappresentazione della Pietà a tarsia policroma, ora incassata nella nicchia dell’ex battistero.

    Nei due altari laterali sono venerati rispettivamente la Madonna della cintura e San Giovanni Battista, con la Madonna vestita e la statua lignea del patrono, entrambe del XVIII secolo.

    Proseguiamo il nostro itinerario alla volta di PORTO LEVANTE, l’antico borgo di pescatori del comune di Porto Viro. Suggestiva la veduta dell’abbraccio del Po di Levante con la laguna, delimitata all’orizzonte da Scanno Cavallari, oltre il quale si apre il mare.

    Porto Levante, oltre alla nuova chiesa costruita nel periodo post-alluvionale senza cura per gli aspetti artistici, troviamo una piccola chiesa settecentesca sconsacrata, un tempo legata alla vicina Valle Bagliona. All’interno stemmi araldici nei quali è presente anche l’anguilla, animale tipico di questi luoghi.

    Fino a pochi decenni or sono, l’edificio era abbandonato ed in totale degrado, tanto che, insieme al compianto amico Sandro Zanotto, ho avuto modo di vedere l’interno adibito a focolare: sull’altare veniva cotto il pesce (anguille comprese) che poi veniva servito nel vicino ristorante, non a caso tuttora denominato “Alla chiesetta”.

    Il tempietto, ora restaurato è stato riqualificato come ufficio per le informazioni turistiche ed ospita mostre legate alla cultura e alla tradizione locale. Le funzioni religiose vengono celebrate nella citata nuova parrocchiale fatta costruire, negli anni Sessanta del Novecento, dal vescovo Giovanni Battista Piasentini.

    Da Porto Levante imbocchiamo la “Via delle Valli” un suggestivo itinerario serpeggiante tra la laguna e le grandi valli da pesca che ci mette in contatto con un paesaggio che non ha elementi di confronto nel Delta. L’ideale è percorrere questa strada in bicicletta: il silenzio è totale e gli uccelli si avvicinano in volo incuranti della nostra presenza. È un mondo davvero diverso da quello che viviamo ogni giorno.

    Oltrepassata la Barchessa Ravagnan raggiungiamo CA’ PISANI, un borgo anche questo legato ad una nobile famiglia veneziana: quella dei Pisani che ne ha dato il nome. Un tempo nel contado sorgevano le misere case di centinaia di braccianti, i quali nei giorni festivi frequentavano la chiesa eretta presso la casa padronale.

    Un mondo che non esiste più cosicché l’antico tempio (malinconica presenza non visitabile), è oggi utilizzato come deposito della comunità missionaria di Villaregia.

    Scattata una foto, proseguiamo il nostro tragitto per arrivare presso ponte sul Po di Maistra che collega il comune di Porto Viro al comune di Porto Tolle. Non imbocchiamo la strada del ponte, per deviare a destra, restando ancora nell’ambito del comune di Porto Viro per raggiungere la borgata di VILLAREGIA.

    La chiesa, edificata nella seconda metà del Seicento, è stata ristrutturata nel 1884 con la costruzione delle due cappelle laterali. Il campanile fu eretto nel 1926. Della prima chiesa, oltre ad alcuni oggetti settecenteschi, restano: la statua di sant’Antonio di Padova. L’altare che la ospita è di fine Ottocento; il dossale è di legno scolpito e dipinto, mentre la base è costituita da un supporto in muratura sul quale sono appoggiate delle assi che fungono da mensa.

    La statua della Madonna, conosciuta come Madonna della Cintura o della Consolazione, è collocata sul secondo altare di sinistra, in una struttura architettonica in legno marmorizzato, molto simile a quella del precedente altare.

    Troviamo poi, sopra gli altari di destra, la statua di San Giuseppe, purtroppo molto ridipinta, e la statua di Sant’Eurosia, una santa martire del IX secolo, vissuta in Boemia (regione che ora fa parte della Repubblica Ceca) e decapitata dai Saraceni in Spagna, dove si era recata per incontrare, nella cittadina di Jaca, il figlio del conte d’Aragona al quale avrebbe dovuto andare sposa (Vedi Ventaglio 90 n.47 pag. 76 e successive “Santa Eurosia e il Polesine” di Antonio Ghirotto). Pure del Settecento una base di croce processionale, con relativa croce.

    I dipinti dell’abside sono invece della fine dell’Ottocento. L’altare maggiore è dell’inizio del Novecento.

    Torniamo sui nostri passi per raggiungere nuovamente il ponte sul Po di Maistra, il ramo più selvaggio del grande fiume.

    Superato il ponte ci troviamo nel comune di Porto Tolle e precisamente nella località di CA’ VENIER, in passato il principale centro dell’estremo Delta e sede comunale. Qui fu istituita nel 1684 la prima Parrocchia del territorio, rendendola indipendente da Contarina. Fu dedicata a San Nicola o San Nicolò, anche in onore al N.H.Nicolò Venier il proprietario terriero della zona che ne promosse la realizzazione (vedasi Ventaglio90 n.46 pag. 48 e successive).

    L’attuale edificio di culto, che risale al 1851, sostituisce il precedente della fine del Seicento, distrutto dall’alluvione del 1839. Fino a qualche anno fa, conservava una tela del Seicento che però non proveniva, come si potrebbe pensare, dall’antico edificio, bensì dalla chiesa di san Nicolò in Chioggia, quest’ultima soppressa e poi ceduta al comune di Chioggia negli anni Quaranta per essere trasformata in auditorium. Attualmente la tela è tornata alla comunità clodiense ed è conservata nel Museo diocesano d’arte sacra.

    Gli arredi interni della chiesa di Ca’ Venier sono tutti posteriori alla metà dell’Ottocento. Della metà dell’Ottocento: il battistero, con le balaustre e il cancelletto, il Crocifisso sull’altare maggiore, le statue di san Domenico e di santa Caterina da Siena, in pietra tenera di Vicenza.

    La Madonna del Rosario e la statua di San Rocco sono sculture in legno dipinto, della seconda metà dell’Ottocento. Dell’Ottocento anche i due confessionali, le vetrate figurate, il coro in legno di noce, la cantoria che ospita un prezioso organo, recentemente restaurato. Del XX secolo i dipinti e le rimanenti statue.

    È del 1938 la decorazione del soffitto con la Benedizione di san Nicolò, iniziata dal pittore ferrarese Alfredo Bergamini (1890-1938), che però non poté concluderla, essendo morto cadendo da un’impalcatura durante i lavori; l’opera fu portata a termine da Rino Guglielmo (1910-1994), chioggiotto originario di Este.

    Interessante un grande dipinto ex-voto, appeso alla parete destra: la tela con la Madonna e santa Lucia rievoca l’episodio avvenuto nel 1919 di un sacerdote, il canonico Vido, colpito da fulmine mentre celebrava messa; in memoria della grazia ricevuta, don Clemente Vido fece anche rifare in marmo l’altare maggiore (1924) e lo volle “ricco ed artistico”.

    Sul lato destro dell’unica navata, in uno spazio attualmente adibito a ripostiglio, è murata una curiosa lapide, collocata in ricordo del parroco Marco Sarto, al quale si deve la ricostruzione della chiesa; l’iscrizione dice che gli è stata dedicata dai parrocchiani e dai “comunisti”, termine che qui viene evidentemente usato con l’antico raro e desueto significato di “amministratori del Comune”.

    Fiancheggiando il Po di Maistra verso la foce arriviamo a BOCCASETTE che prende il nome dalla settima bocca del Po.

    La chiesa parrocchiale è la più antica attualmente esistente nel comune di Porto Tolle. Sulla facciata una lapide del 1934, celebrativa della creazione della parrocchia di Boccasette, riporta anche la data di costruzione della chiesa (1842), e il restauro del 1913. Il campanile è stato completato nel 1924.

    Inserito in un pannello alle spalle dell’altare maggiore un bel bassorilievo in marmo di Carrara, probabilmente di fine Settecento, copia della “Madonna con Bambino in trono” di Antonio e Bernardo Rossellino, scultori toscani del XV secolo.

    Pure settecentesco il dipinto centrale del soffitto, con la Discesa dello Spirito Santo di ambito emiliano; le parti centinate dello stesso dipinto sono state aggiunte successivamente, per motivi estetici. Sono invece del Novecento e di ambito veneto gli altri due dipinti del soffitto: il primo con la gloria di San Giacomo, l’altro con la gloria di Maria.

    Databili al periodo della costruzione della chiesa, e quindi alla metà dell’Ottocento: il fonte battesimale in marmo rosso di Verona, il baldacchino dell’altare, le statue di san Rocco, sant’Antonio, san Francesco, santa Chiara, il Crocifisso della sacrestia, il gruppo dell’Addolorata. Insolita e rara la cassa delle elemosine in ferro che si trova murata nella parete di sinistra.

  • Il Palazzo Vescovile di Adria

    Il Palazzo Vescovile di Adria

    La residenza vescovile di Adria – palazzo collocato nella via omonima nei pressi della Cattedrale – è stata oggetto di una particolare attenzione lo scorso marzo in occasione delle Giornate FAI di Primavera, che hanno coinvolto gli aderenti alla manifestazione anche nella visita di altri beni: i depositi del Museo Archeologico, la Sala Risorgimentale di Palazzo Cordella e Villa Angeli.

    L’occasione della visita al Palazzo Vescovile ha offerto lo spunto per una lettura più approfondita dei documenti dei fondi archivistici di origine ecclesiastica, conservati nell’Archivio Capitolare di Adria e nell’Archivio della Curia Vescovile di Rovigo, dedicati all’episcopio.

    Prima di far riferimento a questa documentazione è bene evidenziare come la fisionomia attuale del palazzo sia il risultato di vari interventi succedutisi nel corso dei secoli. Fu grazie all’iniziativa del Vescovo Giovanni Sartori (1977-1988) che nel 1980 venne garantita l’attuale funzionalità: sul lato destro del piano terra la sede definitiva dell’Archivio Capitolare e sul lato sinistro gli uffici del Provicariato.

    Una ventina di anni prima, nel corso degli anni sessanta, durante la reggenza del Vescovo Guido Maria Mazzocco (1936-1968), era stata restaurata la facciata dandole l’assetto definitivo, tuttora presente che – come ebbe a relazionare nell’occasione la Soprintendenza per i Beni Ambientali ed Architettonici di Verona – si presenta di “notevole interesse storico artistico” e manifesta ancora chiaramente l’impianto settecentesco con una “successione regolare delle finestre, interrotta asimmetricamente dall’elegante poggiolo in pietra dura”.

    Ed infatti proprio nel ‘700 l’immobile fu interessato da un importante intervento di ampliamento e risistemazione a cura del Vescovo Giovanni Soffietti (1733-1747), come documenta una lapide posta sulla facciata in cui – fatto curioso – si legge che le spese furono sostenute dal suddetto vescovo nel 1740 “aere proprio” cioè col proprio denaro.

    I documenti della Mensa Vescovile

    Torniamo ora all’analisi dei documenti, sottolineando come la maggiore fonte di informazioni è il fondo archivistico della Mensa Vescovile, conservato presso l’Archivio Diocesano a Rovigo e di recente riordinato da Marco De Poli, fondo che riguarda l’amministrazione del patrimonio destinato al mantenimento del vescovo e delle persone a suo servizio.

    Gli estremi cronologici dei documenti individuati sono abbastanza recenti: nella serie archivistica “Episcopii” si conservano carte i cui estremi cronologici sono compresi tra la fine del XVIII secolo e la metà del XX secolo, pertanto non c’è traccia di informazioni sulla prima collocazione della residenza e sul suo stato originario; è noto, da altre fonti, che l’acquisto dei terreni e del primo edificio originario fu realizzato dal vescovo Giacomo Bertuzzi degli Obizzi nel 1419.

    I documenti della Mensa Vescovile trattano prevalentemente di attività di manutenzione, con atti e documenti quali perizie, corrispondenza, fatture e parcelle: necessitava allora il palazzo, come oggi del resto, di restauri agli oscuri, alle portiere, al coperto, e di tinte e piture frequenti.

    In alcune occasioni la corrispondenza è dedicata anche a chiarire di chi fosse la paternità del bene; aspetto necessario per individuare a chi spettasse sostenere le spese per i lavori di ampliamento e restauro. E a tal proposito il vescovo Federico Maria Molin (1807 – 1819), il 18 giugno del 1808, ebbe ad inviare alla Municipalità di Adria una petizione per definire a chi spettasse l’onere delle spese per il restauro del palazzo vescovile. Il dubbio era originato da una parte presa dalla Città di Adria il 1° maggio del 1768 con la quale l’amministrazione cittadina aveva “dato, e pienamente concesso, e rimesso in assoluto diritto…” al Vescovo Speroni “…il locale, o sia palazzo vescovile, con il preciso dovere di averlo a conservare, e mantenere in concio, e colmo senza più alcun peso e restauro od altra immaginabile fattura a peso della Città, siccome pria di tale accordo erasi sempre praticata dalla Città la conservazione, ristauro, ed ogni occorrenza di spesa al mantenimento del Palazzo medesimo”.

    A questa decisione il Vescovo Arnaldo Speroni degli Alvarotti (1766 – 1800) aveva aderito con comunicazione del 27 dicembre, accettando “per sé e i suoi successori il Palazzo stesso con i pesi indicati”. Tale accordo, però – sosteneva il Vescovo Molin – era da non considerarsi in quanto le due parti giuridiche intervenute non avrebbero avuto tale potere di decisione. A parere del nuovo Vescovo mancava, per avvalorare l’accordo, un decreto dell’ex Senato Veneto ed una bolla pontificia.

    Questa commistione nell’amministrazione delle spese per il mantenimento del palazzo si riscontrava anche nell’utilizzo dei locali, spesso prestati all’amministrazione cittadina per usi diversi da quello originario: nel 1811 il podestà A. Giulianati chiese ed ottenne di poter allestire un alloggio per un ispettore che con altri geometri doveva ultimare le mappe del territorio e necessitava di locali che avessero “il comodo di scuderia per cavalli e rimessa per il legno”.

    Nel 1872 le stalle furono concesse al Municipio pel collocamento degli stalloni che devono arrivare fra pochi giorni in questa Città a miglioramento della razza cavallina non avendo il Municipio altro locale adeguato; e nel 1876, due stanze al piano terreno dell’Episcopio, furono assegnate ad uso temporaneo e gratuito sempre al Municipio per uso scuole elementari.

    Un edificio dunque non sempre usato come esclusiva pertinenza del Vescovo, ma in più occasioni messo a disposizione di varie esigenze cittadine.

    Nelle carte che si conservano sono pochi i disegni, mappe o tavole del palazzo. Tra quelli presenti, una riproduzione acquerellata delle porte del piano terra, rivolte a via del Vescovado, parte di una corrispondenza con la Regia Delegazione Provinciale del 1842 per ottenere l’autorizzazione a procedere con i lavori di ristrutturazione.

    Il restauro del 1908-1914

    Un ampio intervento di manutenzione straordinaria fu svolto agli inizi del secolo scorso dalla ditta dell’ing. Cincinnato Fidora di Adria, avviati durante la reggenza del Vescovo Pio Tommaso Boggiani (1908-1912). Nel carteggio si riscontra che i lavori erano necessari per la sistemazione del “palazzo con terreno cortivo, scuderia, fienile rimessa e altre adiacenze, posto in via Vescovado, al civico 180 ed ai mappali 3615, 3619, 4029, di piani 3, vani 31, col reddito di £ 750”. Si trattava di un intervento di restauro dedicato sia all’interno dei locali che alla facciata esterna. A proposito di quest’ultima, il decoro delle facciate dei palazzi cittadini era tenuto particolarmente in considerazione, ed il Sindaco di Adria, già nel 1904, aveva sollecitato con un “caldo appello” tutti i cittadini, “proprietari di case, le facciate delle quali sono indecenti per vetustà o per altre cause, di farvi eseguire gli occorrenti restauri”.

    Dalla lettura del documento del 16 marzo 1914, relativo alla liquidazione dei lavori eseguiti dalla ditta Fidora, si ricava che esternamente fu posta un’intelaiatura per la ripassatura di tutto il coperto e la sistemazione del muro di tramontana; quindi fu ricostruito l’intonaco esterno delle facciate, coloriti gli oscuri e i serramenti delle porte; il portico della loggetta a levante fu sistemato con il rifacimento in granito del pavimento e la costruzione della gradinata “con pianerottolo nel cortile per l’accesso al nuovo ingresso”. Tra le spese per interventi strutturali sono in elenco anche quelle relative alle condutture dell’acqua per la cucina ed i bagni dei tre piani; per l’impianto della luce elettrica e l’impianto del gaz.

    Anche l’interno del palazzo fu sistemato radicalmente con demolizioni di pareti, riorganizzazione degli spazi, riparazioni, stuccature alle pareti; nella cappella che era posta al primo piano l’altare fu demolito e sostituito da uno nuovo.

    Per quanto riguarda gli apparati decorativi si riscontra la presenza di ornamenti in alcune stanze di maggior pregio, con funzione di rappresentanza: nella sala centrale posta al primo piano (Salone del Trono) vi erano decorazioni del soffitto in stile floreale con fregi, fascie, sagomature e basamenti; nella sala da pranzo, sempre al primo piano, il soffitto era abbellito con decorazioni in stucco costituite di “corone agli angoli e rosone al centro, fregio di coronamento, riquadri, basamenti, fascie alle pareti e al soffitto”. Nelle camere e nei corridoi le decorazioni erano costituite dalla tappezzeria in carta, “con riquadrature in aste dorate”.

    Risale a questo periodo la decisione di adattare un locale dell’edificio a sede dell’Archivio e di ufficio amministrativo, con un accesso dalla via pubblica, distinto da quello del palazzo vescovile. Tra i lavori commissionati nel 1908, sono quelli del falegname Giuseppe Boccato, che si occupò di restaurare tre mobili in noce e rappezzare una credenza di abete; un altro falegname, Capuzzo Vincenzo, che sistemò le maniglie e l’intelaiatura della porta esterna. Lo scalpellino Zagato Gaetano ed un muratore invece prestarono il loro servizio per una spesa rispettivamente di 37,10 lire e 50 lire per la costruzione dei gradini d’accesso esterni.

    La visita al Palazzo

    Nel complesso il palazzo, negli anni successivi, non ebbe a subire interventi strutturali, ma – come detto in apertura – provvedimenti di sistemazione funzionale, attivati nel 1980 dal Vescovo Giovanni Sartori (1977-1988). Pertanto, il numeroso pubblico accorso per le giornate del FAI, ha potuto conoscere gli spazi pubblici e privati nella loro veste che ancora conserva l’impronta settecentesca; testimonianza per secoli della vita dei vescovi della Diocesi.

    Particolarmente apprezzato è stato il “Salone del Trono”, dove fra l’altro la musica classica di un quartetto di archi del locale Conservatorio “Antonio Buzzolla” ha accolto ed allietato i visitatori.

    Sul pavimento spicca la data 1738, chiaro riferimento all’intervento di sistemazione attuato dal citato vescovo Soffietti, mentre un affresco sul soffitto, con la scena della caduta di un angelo infedele sembra riferirsi alla triste vicenda dell’interdetto, comminato dalla Santa Sede alla città nel 1909 in seguito alla vile sassata di cui fu oggetto il vescovo Pio Tommaso Boggiani.

    A destra si apre un corridoio, alle cui pareti spiccano quadri di alcuni Vescovi; da qui si accede allo studiolo e alla cappella dedicata alla Vergine, che conserva un’interessante collezione di reliquie.

    Tornati nel salone, si passa nell’altra ala del palazzo dove è situata la stanza da letto del Vescovo, preceduta da un vestibolo, il cui soffitto è affrescato con stemmi che fanno riferimento ai vescovi Soffietti, Benzon, Bertuzzi degli Obizzi ed uno alla Città di Adria.

    Nell’insieme un palazzo essenziale ed imponente, con alcuni tratti della sua storia ancora da approfondire.

    Obiettivo raggiunto, pertanto, dalla Delegazione locale del FAI, di sensibilizzare e promuovere nella collettività, la conoscenza del patrimonio artistico e monumentale del Polesine, spesso purtroppo sottostimato.

  • Polesine, un viaggio che sorprende

    Polesine, un viaggio che sorprende

    Siamo giunti all’edizione n. 50 di questa “piccola enciclopedia della terra tra i Due Fiumi”. 50 numeri di Ventaglio90, 25 anni di attività: cifre significative, che ci restituiscono un impegno prezioso volto alla conoscenza e alla divulgazione delle bellezze storico-artistiche e delle più significative particolarità dell’ambiente, delle tradizioni, dei personaggi, della creatività, insomma di tutto ciò che “fa cultura” in questa nostra provincia.

    Un viaggio sempre emozionante, e un traguardo davvero importante, tanto da non poter non essere celebrato con l’inserimento di questo numero nella “Settimana dei Beni Culturali in Polesine”, che al tema dei “Viaggiatori polesani e viaggiatori in Polesine” dedica la sua XX edizione. Un’edizione che – grazie alla sinergia tra tutte le istituzioni, pubbliche e private, che vi partecipano, riunite nel Comitato Permanente per la Conservazione e la Valorizzazione dei Beni Culturali ed Ambientali in Polesine che ho l’onore di coordinare – serve sempre più a creare quell’idea di “rete della cultura” quanto mai necessaria in questi tempi particolari, dove alla crisi socio-economica si aggiungono delicati passaggi di trasformazione amministrativa, quale quello che sta attraversando l’ente Provincia.

    Il viaggio che Ventaglio90 propone inizia con un itinerario nel territorio, partendo da Rovigo, da quel Palazzo Roncale espressione architettonica del dominio veneto sulla città, per poi raggiungere il Palazzo Vescovile di Adria, antica sede diocesana, e continuare nel Delta, tra Ca’ Cappello e Boccasette, alla scoperta degli aspetti artistici delle chiese della zona. Si risale quindi il Po per approdare alla settecentesca villa Marzolla di Crespino, esempio di casa padronale nei pressi del Grande Fiume, per ripartire alla volta di Canaro e poi di Baruchella, per conoscere ed apprezzare i beni delle due chiese. Una tappa importante ci aspetta quindi a Badia Polesine, per ammirare i capolavori della collezione che fu di Eugenio Balzan, ospitata nel Ridotto dello splendido Teatro a lui intitolato. Da Badia il percorso fa quindi una tappa a Lendinara all’arco di Castel Trivellin, la cui storia ci induce a sconfinare nella Bassa Padovana, a Villa Estense, presso Palazzo San Bonifacio. Si torna quindi in Polesine, a Rovigo, per un percorso pedonale sulle tracce di Virgilio Milani, per fermarci appena fuori città nel tempietto dell’Addolorata e poi portarci a Villadose, a compiere il viaggio delle “pietre parlanti”, ed approdare infine alla foce dei due fiumi, nel cuore del Delta.

    Ma altri spunti offre questo numero nelle successive sezioni: dal ricordo dei funerali di Matteotti nel 90° della tragica morte del deputato socialista, al culto “nordico” di San Gottardo a Bagnolo di Po; da nuove tracce ebraiche a Rovigo, al viaggio degli esuli istriano-dalmati da Crespino a Zara; dal centenario dello zuccherificio di Bottrighe alle prelibatezze della nostra cucina. Alla sezione riservata ai personaggi illustri, segue quella dedicata all’arte dei nostri giorni, con la conoscenza di sempre nuove e fervide menti in ambito figurativo, narrativo e poetico, espressione di un Polesine fantasioso e vivo, così come le molteplici attività culturali portate avanti da associazioni giunte a diversi decenni di attività. Tra queste, l’Associazione Culturale “Minelliana” con il suo Festival di Canti e Danze Popolari; il CPSSAE, con il suo mezzo secolo di scoperte e valorizzazioni del territorio più profondo ed antico; Turismo & Cultura, editrice di questa rivista, con trent’anni appena compiuti, ma più viva e giovane che mai.

    E a chi, magari non conoscendo bene il nostro territorio, continua a portare avanti l’idea di un Polesine “noioso” (primato attribuito a Rovigo alcune settimane fa da una nota trasmissione radiofonica Rai) replichiamo con un sorriso: la “noia” sì, ma dei ritmi lenti, di una terra ancora in larga parte rimasta intatta, con le sue tradizioni e le sue peculiarità.

    Una “noia” lontana dalla routine quotidiana di una vita sempre più frenetica, che, da motivo di scherno, può diventare occasione di vanto ed orgoglio, in un viaggio che, attraverso le pagine di Ventaglio90, può ancora una volta sorprenderci.

    Buon viaggio a tutti!

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