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Archivi: Articoli d’archivio

  • Il quinquennio del Terminal

    Il quinquennio del Terminal

    Festa grande lo scorso 18 settembre per il 5° anniversario del terminale di rigassificazione, presso il padiglione di accoglienza della base di terra Adriatic LNG, in località Ca’ Cappello di Porto Viro.

    Tante le personalità convenute, nella consapevolezza di celebrare il successo di una realizzazione davvero importante sotto vari aspetti, che vanno dagli eccezionali contenuti tecnologici, al valore aggiunto al territorio sotto il profilo dell’occupazione e dell’indotto, ma soprattutto per la sua caratterizzazione unica ed indispensabile per il Paese, in quanto in grado di assicurare un flusso costante di gas, necessario per coprire le esigenze nazionali.

    Come è noto il terminal è posizionato ad una quindicina di chilometri al largo della foce del Po di Levante. Qui vi giungono le navi metaniere, dopo essersi approvvigionate del gas in varie parti del mondo. Gas che, per esigenze di trasporto, viene compresso e liquefatto portandolo ad una temperatura di meno 162 gradi. Presso il terminal polesano si procede al travaso nel grande contenitore e alla rigassificazione. Dopodiché il gas viene immesso nel condotto con prima destinazione la centrale di controllo di Cavarzere per raggiungere poi la località di Minerbio nel Bolognese ed essere quindi inserito nella rete di distribuzione italiana.

    Stante le problematiche internazionali (tra le altre le recenti minacce della Russia di ridurre il flusso del metano) si comprende facilmente l’importanza strategica che assume il terminal polesano. Un motivo in più per esprimere ampio consenso all’iniziativa, testimoniato dagli interventi del sindaco di Porto Viro Thomas Giaccon, dell’assessore Regionale Isi Coppola, del sottosegretario al Ministero dell’Ambiente Barbara Degani, e (in videoconferenza) del viceministro dello Sviluppo Economico Claudio De Vincenti.

    Ma sono stati gli interventi di Elizabeth Westcott, Amministratore Delegato di Adriatic LNG, e di Carlo Mangia, direttore tecnico, a sottolineare – anche con i numeri – l’importanza della realizzazione.

    Dopo aver portato il suo saluto in italiano, facendo presente la sua provenienza australiana e la volontà di acquisire maggior padronanza della “bellissima lingua di Dante”, Elizabeth Westcott, ha proseguito in inglese (affiancata dalla traduzione simultanea) evidenziando come nei primi cinque anni di attività il terminal sia stato in grado di assicurare all’Italia circa il 10% del proprio fabbisogno di gas, importato da Paesi, come il Qatar, da cui sarebbe impossibile ricevere il gas via tubo.

    Ben 340 sono state le navi che hanno trasferito il prodotto liquefatto non solo dal Qatar ma anche dall’Egitto, da Trinidad e Tobago, dalla Guinea equatoriale e dalla Norvegia. “Gli oltre 28 miliardi di metri cubi di gas immessi nella rete nazionale (corrispondenti al totale dei consumi del Veneto per 5 anni) hanno consentito di soddisfare il fabbisogno energetico delle famiglie e delle imprese italiane ed europee. Il servizio altamente affidabile del Terminale Adriatic LNG – ha osservato Elizabeth Westcott – ha anche permesso di rispondere alle sfide degli eventi esterni come la sospensione delle forniture dal Transitgas e dalla Libia, o gli eventi meteorologici avversi come quelli dell’inverno del 2012”.

    Dall’avvio dei lavori di costruzione, innegabile la positiva ricaduta sul piano occupazionale. Ed “anche oggi, con l’impianto in esercizio – ha proseguito la presidente – continuano a lavorare con noi 40 imprese venete, che rappresentano complessivamente il 60% del valore dei contratti attivi con tutti i fornitori”.

    Evidente nelle parole di Elizabeth Westcott anche l’orgoglio di contribuire direttamente allo sviluppo del Polesine con un fondo di oltre 12 milioni di euro gestito da Consvipo, dedicato alla realizzazione di attività in ambito sociale, di protezione ambientale e del mondo della pesca. “Oltre a questo – ha proseguito – abbiamo destinato più di 2 milioni di euro per sponsorizzare eventi culturali, formativi, sociali e sportivi, che sono importanti per il territorio di cui ci sentiamo parte”.

    Ha fatto seguito l’intervento del direttore tecnico Carlo Mangia, che ha sottolineato soprattutto l’affidabilità degli impianti e lo scrupolo con cui si guarda alla sicurezza dei lavoratori e alla tutela dell’ambiente: “Sono orgoglioso di dire che anche nel 2013 abbiamo raggiunto risultati straordinari sul fronte della sicurezza, lavorando sempre affinché Nessuno si faccia male!” ha detto. “Garantire l’integrità delle operazioni tutelando l’ambiente – ha proseguito – significa attuare programmi specifici di ispezione e monitoraggio delle tubazioni, delle apparecchiature, del gasdotto e delle strutture, in accordo agli standard internazionali, al fine poi di implementare le più idonee strategie di manutenzione”.

    Circa la tutela del mare, “sono state cento le campagne di monitoraggio marino costiero svolte da ISPRA, sotto la supervisione di ARPA Veneto. Questi monitoraggi, effettuati da soggetti terzi, ci permettono – ha osservato il direttore – di sapere con certezza che il nostro lavoro procede nel pieno rispetto del mare Adriatico. Inoltre i dati sulla Tecnoreef, cioè la barriera artificiale sottomarina che abbiamo installato nelle acque intorno al terminale, ci dicono che siamo riusciti a creare l’habitat idoneo a facilitare l’incremento delle specie ittiche locali. Per questo una recente ricerca RIE indica il Terminale Adriatic LNG come esempio di coesistenza riuscita tra un’infrastruttura energetica e le attività di pesca”.

    Dopo aver sottolineato i positivi riscontri ottenuti nell’ambito della salute dell’aria e della tutela della flora e della fauna terrestre, il direttore tecnico ha fornito un dato previsionale: nel 2040 l’Europa arriverà a importare circa il 60-70% del gas necessario ai consumi interni. “In questo scenario – ha concluso – il terminale Adriatic LNG, che è una eccellenza internazionale con un cuore polesano, svolgerà sempre di più un ruolo strategico per il mercato energetico nazionale ed europeo. Il supporto del territorio sarà ancora una volta fondamentale per consentirci di continuare a fornire servizi capaci di rispondere alle sfide globali di domani”.

    Parole accolte da convinti applausi, cui è seguita la festa vera e propria, allietata da una squisita cena con prelibatezze di mare polesane e un piacevole momento di intrattenimento animato da Max Giusti, il quale ha coinvolto il pubblico con la sua apprezzata vis comica.

  • Jazz night at Casalini’s garden

    Jazz night at Casalini’s garden

    Un alto muro e le chiome di grandi alberi nascondono dall’esterno la vista di un incognito spazio verde, residuo del rigoglioso parco che un tempo ornava Palazzo Casalini, presso porta S. Agostino. Una gradevole sorpresa accedere all’inedito salotto all’aperto, nel cuore della vecchia Rovigo, nelle serate della scorsa estate, per assistere agli animati concerti di musica Jazz.

    Si è trattato della prima edizione della rassegna “Jazz nights at Casalini’s garden”, organizzata da RovigoBanca in perfetta sinergia con il Conservatorio “F. Venezze” di Rovigo, non solo per favorire piacevoli momenti di aggregazione, ma soprattutto per contribuire alla crescita della cultura musicale nel nostro territorio, portando alla ribalta nomi in grado di ben rappresentare, ai più alti livelli, il jazz italiano in campo internazionale.

    Quattro gli appuntamenti, succedutisi dal 25 giugno al 16 luglio, durante i quali interpreti affermati della scena jazzistica nazionale ed internazionale hanno incontrato le giovani promesse di questo genere musicale, molte delle quali provenienti proprio dal Dipartimento Jazz dell'istituzione musicale polesana, che va sempre più configurandosi a livello nazionale come luogo di riferimento ed eccellenza per la qualità dei suoi docenti, per l’intenso programma didattico e per i metodi di studio.

    Sebbene due appuntamenti su quattro siano stati dirottati al chiuso nell’Auditorium di via Pighin, a causa dei capricci atmosferici, la rassegna è comunque riuscita a ben raffigurare la complessità di una musica sempre più globale.

    Già alla prima serata due proposte di alto livello.

    Il primo set ha visto protagonista il “Nazzareno Brischetto New Quartet”, nel quale il trombettista catanese è stato affiancato sul palco dell’Auditorium da Luca Grani, Giannicola Spezzigu e da Enrico Smiderle. Brischetto ha proposto un repertorio all'insegna della modernità, supportato da una sezione ritmica di altissimo livello.

    Il secondo set è stato dedicato al jazz più riflessivo e seducente del duo Marco Tamburini e Kalman Olah. Una reunion all'insegna della poesia, con un sound decisamente fresco ed accattivante. Il fraseggio di Tamburini alla tromba è apparso arricchito dagli stimoli di un pianista in cui la matrice magiara e rom è fortemente radicata, fissando quel tocco di lirismo in più in uno swing deciso e potente.

    Due le formazioni che si sono alternate sul palco mercoledì 2 luglio. Il primo ad esibirsi è stato il quartetto “Drumpet” composto da Marco Tamburini, Roberto Cecchetto, Glauco Benedetti e Mauro Beggio. La seconda parte della serata ha avuto per protagonisti gli “Eleven”, un large ensemble nato dalla ricerca del clarinettista Francesco Ganassin attorno alla musica della Gil Evans Orchestra nel suo periodo elettrico (1969-1980). Il gruppo, composto da Francesco Ganassin, Mattia Dalla Pozza, Giuliano Nora, Antonello Del Sordo, Nazzareno Brischetto, Pasquale Paterra, Glauco Benedetti, Roberto de Nittis, Attilio Pisarri, Mauro Bonaldo e Lorenzo Bonucci, si è rivelato dalla sonorità accattivante e caratteristica, fortemente influenzata dalla musica rock, dal soul e dal funk.

    Protagonista del fantastico concerto di lunedì 7 luglio, è stata l’ensemble “RJD Rovigo Jazz Department & Voices”, formata da docenti e giovani talenti del dipartimento di Jazz del Conservatorio di Rovigo: Fabio Petretti, Stefano Onorati, Stefano Senni, Pasquale Paterra ed Enrico Smiderle. Una formazione, caratterizzata da un’accattivante fantasia ritmica e da un incredibile senso melodico, impreziosita dalla presenza di due ospiti esterne dalla voce veramente notevole: Gaia Mattiuzzi e Diana Torto. Ad aprire la serata la bella e brava Gaia Mattiuzzi, cantante, improvvisatrice di formazione jazzistica che, grazie alle sue grandi doti vocali ed alla straordinaria sensibilità, è riuscita ad eseguire un programma ricco ed intenso oltre i limiti della vocalità. Nella seconda parte, l’esibizione dell’incredibile Diana Torto, cantante con un curriculum ed una serie di collaborazioni da lasciare senza fiato: jazzista, ma con una formazione musicale completa. La musica trascinante dell’RJD Rovigo Jazz Department e la voce veramente comunicativa di Diana, che spesso si è trasformata in un vero e proprio strumento musicale, hanno letteralmente affascinato il pubblico presente.

    Infine, lo strepitoso concerto di chiusura di mercoledì 16 luglio, che ha avuto per protagonisti della splendida serata la Venezze Big Band e tre veri mattatori della scena jazzistica internazionale come Nico Gori, Stefano Paolini e il direttore e arrangiatore Ambrogio De Palma. Lo spettacolo “Thunder Jazz” ha mantenuto fede al titolo. Un jazz esplosivo, di frequente dettato da velocità funamboliche che hanno proiettato la band in un sound solido e potente, accompagnando i vorticosi e trascinanti assoli di Gori e Paolini che hanno strappato più volte l'applauso durante il corso dei brani. Le due voci ospiti, Ilaria Mandruzzato e Camilla Busetto, hanno splendidamente interpretato pezzi standard della tradizione jazzistica rivisitati in chiave moderna.

    L'orchestra si è rivelata compatta e ricca di sonorità e sfumature, portata ad un altissimo livello di preparazione da Ambrogio De Palma e con un repertorio che ha offerto ampio spazio alle qualità interpretative di tutti i suoi componenti. Una serata da ricordare, forse il più bel concerto di questa orchestra, galvanizzata dalla presenza dei due interpreti d'eccezione, che ha concluso la manifestazione con una versione da brividi di “Impressions”, a velocità da guinness dei primati. Lunghi applausi e richieste di bis, che i musicisti sul palco hanno ricambiato con la ormai rituale Mercy Mercy Mercy (Zawinul) durante la quale De Palma ha ringraziato tutti gli interpreti della serata e salutato il pubblico.

    Una rassegna nel complesso molto bella, dall’inizio alla fine. Una cascata di applausi ha accompagnato tutti i concerti, con acclamazioni che sono state anche un riconoscimento ed un augurio per una prossima edizione altrettanto, se non di più, ricca di buon jazz.

  • In canto Popolare

    In canto Popolare

    Si è chiusa con grande soddisfazione degli organizzatori la XIII edizione del Festival di musica e cultura popolare “Ande, bali e cante”, dal titolo “In canto popolare”, che nelle giornate del 6 e 7 settembre ha attirato centinaia di persone presso l’ex Monastero Olivetano di Rovigo.

    Dal nord al sud Italia si sono esibiti vari apprezzati gruppi artistici, fruendo degli spazi del Museo dei Grandi Fiumi, per dare vita ad una kermesse musicale e canora che non ha rinunciato al suo respiro europeo, grazie alla presenza costante dei Cecilia dal Belgio e degli Oligon dalla Grecia.

    Il concerto degli Oligon, sabato sera, ha registrato il tutto esaurito, così come la successiva performance teatrale “Ma l’idea che è in me…”, che aveva generato nel pubblico grandi aspettative e alla quale ha assistito anche Marina Cattaneo, vicepresidente della Fondazione Anna Kuliscioff. E dopo lo spettacolo, una prima assoluta, la vicepresidente ha invitato la compagnia Altroteatro di Firenze e il regista Antonello Nave a calcare anche il palco di Milano.

    In generale, l’abbinamento teatro-musica è stata una formula indovinata perché, unendo interessi diversi, ha diversificato la tipologia di pubblico del Festival, già molto variegato come provenienza geografica: Veneto, Emilia Romagna, Liguria, Toscana, Marche e Francia. Così come il tema del canto, che ha dato la possibilità di aprire anche all’approfondimento storico, ottenendo la partecipazione degli appassionati e studiosi di storia, oltre a quella dei cultori della musica popolare.

    Tornando al programma, gli appuntamenti dedicati a Matteotti, in particolare, hanno certamente attirato molto l’attenzione. Il convegno “Giacomo Matteotti nella memoria cantata”, sulla vita del deputato così come l’hanno tramandata i cantastorie – che ha unito approfondimento storico e registrazioni inedite con canti popolari dell’epoca – ha catturato l’attenzione dei molti presenti in sala Flumina. Non secondario, in questo caso, è stato l’apporto emozionale generato dall’accompagnamento musicale del gruppo Le Ciaramelle del Polesine, che hanno eseguito brani tradizionali come “Povero Matteotti” e “Tera e aqua”.

    Anche l’altro convegno proposto, “Parole e canti del Polesine”, condotto da Chiara Crepaldi e Paolo Rigoni, docenti ed esperti della materia, autori, curatori di diverse pubblicazioni e collaboratori di riviste e periodici, a tutt’oggi impegnati nella costituzione dell’Archivio Etnografico della Provincia di Rovigo, ha catturato l’attenzione del pubblico, segno dell’interesse per l’argomento.

    Il concerto finale di domenica sera del Giuliano Gabriele Ensemble, aperto dalla voce di Vincenzo ‘Chacho’ Marchelli del gruppo piemontese Ariondassa, si è pure avvicinato al tutto esaurito. Il gruppo laziale ha intrattenuto il pubblico proponendo brani originali a partire dalle melodie della pizzica e della tarantella, tipiche della tradizione dell’Italia meridionale.

    Gli aperitivi musicali sono stati particolarmente apprezzati dai musicisti, che hanno potuto suonare liberamente nel chiostro del Monastero Olivetano, e dai visitatori, i quali hanno partecipato cantando. Molto partecipati anche gli stage di danze impari del Centro Europa e pizzica, con una ventina di presenze per ogni corso.

    “E’ stato un concentrato di eventi ben organizzati che hanno entusiasmato il pubblico – ha spiegato il presidente dell’Associazione Culturale Minelliana, Mario Cavriani – una formula che ha avuto successo.

    Tra gli espositori, oltre ai costruttori di ocarine Benvenuto e Giuseppina Fecchio (Grillara di Ariano), i più rappresentativi nell’ambito della produzione strumentistica di tradizione popolare nel nostro territorio, c’erano i fratelli Castagnari, famosi costruttori di organetti di Recanati, la cui azienda quest’anno compie cent’anni e riceverà un riconoscimento all’Expo di Parigi. Accanto a loro ha esposto il liutaio Giovanni Maistrello di Padova, specializzato nella costruzione del salterio, ma anche di altri strumenti quali il violino, il mandolino e l’ukulele.

    Il XIII Festival di musica e cultura popolare “Ande, bali e cante – In canto popolare”, organizzato dall’Associazione Culturale Minelliana in collaborazione con Atelier Calicanto, di cui fa parte il direttore artistico Roberto Tombesi, il gruppo “Ande, cante e bali” e l’associazione Inis, è stata un’iniziativa diretta della Regione del Veneto con il patrocinio e il contributo di Provincia e Comune di Rovigo, il contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, dell’Interporto di Rovigo, della Fondazione Rovigo Cultura e della Banca Popolare di Ravenna.

  • L’amore imperfetto

    L’amore imperfetto

    La valigia chiusa troneggiava sul bel lettone dall’antica ed austera testata di ferro battuto; a terra lo zaino, ormai incolore e da anni mio costante compagno di viaggi, era colmo di limoni e profumatissimi cedri, che avevo personalmente raccolti poche ore prima. Tra pochi minuti sarebbe arrivato il taxi per condurmi all’aeroporto di Catania, avrei raggiunto Roma e, dopo tre giorni, Sidney.

    Fare l’arredatrice d’interni per una grossa catena alberghiera, era un lavoro impegnativo, sotto molti aspetti, ma con certi indiscutibili vantaggi, primo tra tutti l’opportunità di poter utilizzare lunghe pause di riposo, a fronte di persistenti periodi d’impegno ininterrotto, spesso praticato all’estero.

    Il mio status di single, serenamente convinta, si era da molti anni sposato felicemente con questo stile di vita; non avrei potuto assoggettarmi a fare il topo d’ufficio 11 mesi su 12, ci avrei magari pensato tra una decina d’anni.

    Emma dormiva, c’eravamo salutate la sera prima, da brave sorelle e, nonostante le sue sincere resistenze, ero stata irremovibile: non doveva assolutamente alzarsi all’alba per salutarmi, l’avrei chiamata, per tranquillizzarla, una volta arrivata a casa. Non le avevo parlato del mio prossimo impegno australiano, non ancora.

    L’avevo ringraziata di tutto; lei aveva espresso la sua sincera gioia per l’esserci ritrovate dopo tanti, troppi anni e per la mia lunga e preziosa presenza (se sapesse!… avevo pensato) nel periodo più faticoso della sua riabilitazione alla funzionalità dell’anca, seguita ad un complesso intervento chirurgico. E poi baci, abbracci, un’ombra di pianto che mi aveva messo le ali ai piedi: ero letteralmente fuggita da lei, la mia ripersa sorella maggiore. Quando ci saremmo riabbracciate?

    Ultima, breve ed insonne notte, nella dependance che mi aveva ospitata per più di due mesi. Dalle finestre aperte annusavo, a tratti, profumo di zagara che l’odore intenso ed asprigno dell’uliveto cercava, inutilmente, di soverchiare.

    Mi ero scoperta una donna nuova in quella dependance che, in un passato non così remoto, la famiglia di mio cognato riservava ai braccianti assunti per la raccolta d’agrumi, mandorle ed olive.

    La tenuta era splendida e curatissima e dal nome più che appropriato “Valle degli Angeli”. Un vero spicchio di Paradiso da cui s’intravedeva il mare poco lontano. Ora “a casuzza”, come la chiamavano tutti, era divenuta un’ottima accoglienza per quei rari ospiti che, come me, desideravano la massima indipendenza dalla casa padronale dove viveva mia sorella con suo marito e il confusionario andirivieni di quattro figli maschi, che collaboravano con passione nell’avviata azienda agricola di famiglia.

    Non lo avevo mai visto di buon occhio mio cognato Francesco, don Ciccio per i suoi dipendenti, ma in realtà non lo avevo mai visto che per pochi e brevissimi momenti: i miei genitori, ormai morti, non lo avevano mai minimamente apprezzato e questo aveva condizionato pesantemente le nostre relazioni parentali. Nessuno di noi, con le pretese tipiche dei piemontesi purosangue, aveva perdonato a quel mai apprezzato e riccioluto “terroncello” di aver fatto innamorare Emma, che lo aveva conosciuto alla facoltà d’Agronomia.

    Con lui era letteralmente fuggita in Sicilia, ancor prima di conseguire quella Laurea che tanto avrebbe inorgoglito famiglia e parentado tutto e, peccato incancellabile, ancor prima di sposarsi. A distanza di cinque mesi dalla fuga era già nato il loro primo figlio, cui ne erano seguiti altri tre. Nipoti visti crescere solo attraverso le foto che Emma si affannava ad inviarci, per mantenere contatti non apprezzati dai nostri genitori, dal carattere decisamente poco amichevole, quanto ignorati, con sereno menefreghismo, da me che, giovane com’ero, avevo ben altro per la mente. Nipoti che, giustamente, adesso mi usavano le cortesie che ogni buon siciliano rivolge ad un ospite, non certo ad una zia. Ma era giusto che fosse così, anzi, considerata la mia attuale situazione, molto, molto meglio che i rapporti non fossero diventati troppo affettuosi in quei due mesi di vicinanza.

    Questa benedetta o maledetta dependance… se avessi scelto di restare nella casa padronale, più vicina ad Emma, forse nulla sarebbe accaduto. Forse…

    Forse non mi sarei così follemente ed incautamente fatta prendere da lui, dalle sue bellissime mani dalle unghie perfettamente disegnate, dalla sua voce roca da fumatore che mi sussurrava, maliosa, che ogni dettaglio del mio corpo era stato creato per lui e che il nostro amore, anche se imperfetto, meritava di avere un futuro e lo avrebbe avuto. A qualsiasi prezzo.

    Si era trattato di una specie di deflagrazione non prevista, era scoppiata una bomba il cui detonatore – lo avevamo realizzato “dopo” – era stato innescato proprio tra i mandorli di Valle degli Angeli, forse dai profumi voluttuosi ed inebrianti, che al crepuscolo vi si combinano con l’arrivo della brezza di mare, e che di certo avevano contribuito ad attizzarmi i sensi, la sera in cui c’eravamo davvero incontrati.

    Un incontro fatale, avvenuto un attimo prima del calar del sole.

    Lui mi stava osservando con un’intensità imbarazzante, poggiato al fusto del suo mandorlo preferito, il più grande e frondoso della valle. Mi sentivo, per la prima volta, l’unica donna al mondo. Davanti a me, in attesa di me, l’unico uomo al mondo.

    Un uomo con occhi di ossidiana luccicante, dalla pelle color cannella e i capelli quasi totalmente bianchi ed arruffati. Fu un’urgenza inarrestabile, dovevo toccare ed essere toccata da quell’uomo.

    Un istinto primordiale, che mai avrei pensato esistesse veramente, ci aveva fatti incontrare nelle sere successive, tra mandorli dolcemente complici e passeggiare mano nella mano, occhi negli occhi, fino alla casuzza.

    C’eravamo amati con consapevolezza e rabbia. Consapevolezza per la perfezione del nostro incontro, rabbia per l’imperfezione del ritardo del nostro tempo. Due cognati, due sconosciuti, che diventano irrimediabilmente amanti. Un particolare ci faceva sempre sorridere: io mi chiamo Paola, lui Francesco, i nomi, scambiati, degli amanti tanto pietosamente descritti dal Sommo Poeta.

    Trascorrevo le mattine al mare a passeggiare, sognante, il pomeriggio stavo con Emma, spossata dai suoi esercizi riabilitativi e che, ignara e felice di avermi, diceva che l’aria di Valle degli Angeli mi aveva fatta diventare bellissima.

    Quasi ogni notte la vivevo con Francesco, nel nostro nido d’amore, “a casuzza”, col suo cuore che si saziava del mio, la mia pelle che si saziava della sua. Il magnetismo che l’Etna esercitava sull’Isola, di cui avevo sentito parlare e di cui sempre avevo riso, era quindi una realtà fondata e riscontrabile?

    Certo è che la Sicilia mi aveva acceso i sensi, impedendomi di fuggire – non ci avevo pensato neppure un istante – da un amore sbagliato, anzi impossibile solo da immaginare. Amare una persona sposata, di per sé non può essere appagante; se poi si tratta del marito di tua sorella, dove può condurre? Eppure non provavo nessuna vergogna: Francesco lo volevo eccome, lo volevo con tutta me stessa e lui si beava di me, ero la sua isola accogliente, dopo un lungo e disperato naufragio. Voleva scoprire tutto dell’isola che lo aveva fatto rinascere, ogni segreto anfratto che immaginava fonte di nuova gioia, di tesori nascosti, che non pensava più di poter possedere.

    Ma alla sua isola, non più segreta e dai tesori ormai scoperti, stava per arrivare il richiamo della civiltà.

    Il mio innato senso pratico riaffiorava: dal datore di lavoro già cominciavano ad arrivarmi proposte interessanti. Emma, poi, era troppo genuinamente felice della mia presenza e del fatto che io e Francesco, quelle rare volte che eravamo in sua presenza, non fossimo più ostili, come in passato.

    Prima o poi qualcuno avrebbe percepito nei nostri sguardi o in qualche impercettibile ed elettrico sfiorarci, quello che in realtà sprigionavamo: pura passione.

    L’amore si fa sempre notare, è troppo vanitoso per restarsene nascosto e non farsi scoprire. Non ero pronta per affrontare questo momento, non ancora.

    Cominciavo a valutare lo schema reale di quanto Francesco ed io avevamo emotivamente messo in ballo, di quanto avremmo dovuto impegnare per il futuro e l’entità dei danni che avremmo provocato. Calcolavo che, senza dubbio, quei danni ci avrebbero reso quasi invivibile, oltre che amara, ogni gioia vagheggiata tra le mura odorose d’amore della casuzza. Inesorabilmente, la realtà di un impossibile divenire per il nostro amore si faceva spazio nei miei pensieri durante le lunghe e solitarie passeggiate mattutine lungo l’arenile deserto e selvaggio, di quel tratto di Sicilia così vicina alle coste africane.

    E’ il mio lavoro disegnare e pianificare le soluzioni migliori e col minor dispendio di denaro e mezzi; so bene, quando non accanirmi sull’irrisolvibile, sono richiesta e ben pagata perché so trovare idee sostenibili ed eleganti, funzionali ed a lunga tenuta. Con la lucidità che forse mi aveva sempre precluso un amore come quello esploso per Francesco, sapevo ormai cosa fare, prima che la situazione potesse degenerare.

    Francesco non voleva arrendersi, si dichiarava pronto a seguirmi in capo al mondo, abbandonando tutti e tutto, ma io vedevo la cortesia dolce con cui si rivolgeva ad Emma e la sincera preoccupazione per la sua salute; avevo imparato a valutare l’amore profondo che provava per i suoi figli e per la sua magica terra.

    Toccava a me la mossa decisiva, dovevo andarmene da lui, da Valle degli Angeli e da Emma, prima che qualcosa iniziasse a trapelare. Dovevo lasciare quella casa e quell’amore primordiale prima di assoggettarmi a mille sotterfugi, prima di cedere allo sguardo struggente di Francesco, prima che il destino che ci aveva uniti arrivasse a svilirci.

    Francesco aveva lasciato la Valle per un paio di giorni, per commesse di lavoro, era il momento ideale per lasciare quella casa ed Emma, che amavo molto pur avendola tradita. La mia giustificazione era l’inevitabilità di quel sentimento, di cui non rinnegavo – mai l’avrei fatto – un solo attimo.

    Un nuovo lavoro mi attendeva in capo al mondo, avrei messo molto spazio fisico e temporale tra me e Francesco, tra me ed Emma, tra me e Valle degli Angeli, tra me ed un lettone dall’antica ed austera testata di ferro battuto.

    Il pensiero di perdere tutto questo mi sgomentava, ma il biglietto aereo per Sidney mi attendeva a Roma e l’avrei utilizzato. Era un biglietto d’andata, aperto, senza una data per il ritorno, così doveva essere.

    Rinunciavo a parole che nessun altro uomo mi avrebbe mai più detto e mai più mi sarei sentita creata per un altro uomo. Rinunciavo all’irrinunciabile. Mai più avrei tradito, ne ero certa. Ne ero certa? E se avessi rivisto Francesco?

    Mentre pagavo il tassista e la luce trasparente dell’alba tracciava nettamente il profilo soggiogante dell’Etna, che tra non molto avrei sorvolato e salutato, pensai che forse ero in procinto di perdere gli effetti del magnetismo emanato da Sua Maestà “Mungibeddu”, meglio così.

    Svolgevo le pratiche d’imbarco e pensavo alla mia fuga senza ritorno, quando un addetto alla sicurezza mi chiese quale agrumeto avessi mai rapinato. Qualcosa, nel mio sguardo disperato, lo convinse a tornare serio e a riconsegnarmi lo zaino.

  • Flussi, Riflussi, Riflessi

    Flussi, Riflussi, Riflessi

    Un pomeriggio di maggio del 2010, Antonello Zambon accompagna la figlia Silvia alla lezione di guida a Rovigo e, per ingannare l’attesa, decide di portare con sé la macchina fotografica per catturare alcune immagini della città.

    La sua è una passione coltivata fin da adolescente quando apprendeva dal padre i primi rudimenti della “scrittura con la luce” per mezzo di una “Ferrania Eura che realizzava “scatti” rigorosamente in bianco e nero. E’ così che la fotografia entra nel suo cuore e viene “allevata” con speciale cura, tanto che Antonello, membro della nota Associazione fotografica Athesis, nel 2010 viene insignito dell’onorificenza BFI (benemerito della fotografia italiana).

    Innumerevoli sono le mostre realizzate da Antonello Zambon – rodigino di nascita che vive ora a Stanghella – nelle quali i temi prediletti sono i paesaggi, le vecchie case rurali del Polesine e della Bassa Padovana, ma anche lo sport, il ritratto, la macro. Del tutto insolita ed assolutamente originale si presenta però la collezione intitolata “Flussi, riflussi, riflessi”, con la quale fa rivivere a suo modo la struttura, ormai dismessa della stazione delle corriere di Rovigo: immagini che egli ha trasformato in quadri perché le foto eseguite sono poi fissate su tavolette lignee come icone.

    Un titolo originale, curioso e… dinamico, che esala una sensazione di movimento, un rimando al fluire ininterrotto della vita trascinante con sé il passato e proiettata verso il futuro. Frutto di un’insolita visita alla dismessa stazione delle autocorriere rodigina, le opere proposte da Zambon, con la firma Anton, sono portatrici di strutture espressive sconosciute a passanti frettolosi e distratti.

    E’ sicuramente l’occhio curioso e “rovistante” del fotografo a condurre Antonello ad immortalare le vetrate della costruzione abbandonata tramutandole in piccole opere d’arte in bilico tra realtà ed immaginazione, figlie della fotografia che si muta in pittura perché mani sconosciute vi hanno tracciato segni come tribali invenzioni dalle parvenze ancestrali.

    Sono le finestre, specchi di un mondo dimenticato – un tempo occhi aperti agli sguardi, alle comunicazioni, ai controlli – ad essere mutate in una sorta di graffito su vetro dove la trasparenza è violata dalla scrittura spray di innamorati che siglano eterno amore accanto a moderni fraseggi disinibiti, distaccati dalle consuetudini ortografiche e fuori dagli schemi convenzionali del linguaggio.

    E’ qui che avviene la “sedimentazione” coprente il passato aperto alla visione puntuale della partenza o dell’arrivo dei pullman carichi di passeggeri che presto si spargeranno lungo le vie della città diventando protagonisti di giorni e di vissuti. E, al di là della durezza del vetro, sta in posa l’abbandono che non si arrende perché si fa specchio sul quale l’esterno si riflette diventando proiezione verso un immaginario futuro.

    “Flussi, riflussi, riflessi” si rivela allora ritmica successione, quasi ciclico ritorno del pulsare temporale che sovrintende alla vita nel susseguirsi di esperienze, vissuti, vicende mai concluse.

    E’ in questa dimensione dal sapore un po’ surreale che trova posto anche la figura di Tiziano Rossin, amico partito anzitempo dal mondo, al quale Antonello Zambon dedica la sua collezione. Ed è forse nel poeta sognatore, sempre incantato dalla natura, dai ricordi, dalla realtà fugace e spesso aggressiva, che si completa il senso di “flussi, riflussi, riflessi”.

    Tiziano è presente, col suo sguardo buono, riflesso in quelle vetrate dove ancora il sole sciabola la sua luce, e nuvole vagabonde si specchiano con sonnolenta pigrizia.

    Il titolo della poesia è “L’ESORTAZIONE”. A noi è proposto di non lasciarci sfuggire l’opportunità di osservare, cogliere e… raccogliere frammenti di vita da condividere, anche attraverso il messaggio delle immagini.

  • Le archeosculture di Morgan

    Le archeosculture di Morgan

    Aveva sei anni Morgan Zangrossi quando ricevette in eredità da uno zio la passione per il modellismo navale. Nei ricordi di casa solo grandi velieri, che tradirono presto, col loro fascino, un'immensa difficoltà d'esecuzione; e poi alternare i giochi con gli altri bambini a un interesse fecondo si tradusse in una parentesi di celata solitudine.

    Il modellismo fece parte della sua vita, come il primo computer, che scoprì da solo grazie all'amore per l'elettronica. Ma prima di tutto ci furono le imbarcazioni in miniatura: costruire piccole navi col supporto di una guida fu come seguire un maestro d'ascia di una volta. Conoscere le fasi di messa in opera di un'imbarcazione fu un lavoro di anni e di tecnica e, dopo numerosi riconoscimenti, Morgan raggiunse il traguardo voluto.

    Tra i ricordi più impegnativi il modello della Peota Reale che prende il nome da una splendida imbarcazione vera, recentemente restaurata, di proprietà di Palazzo Madama, Museo Civico d'Arte Antica di Torino e ora in comodato alla Reggia di Venaria. Se questa pratica, sapientemente ereditata e poi espressa, lo portò ad un punto di non ritorno, altro aspetto fu quello dell’arte; alla quale Morgan si dedicò con dignità di studio sin dall'inizio: inesorabile passione che dura a tutt’oggi.

    L'arte ha un'elasticità e un'estensione senza limiti o arrivi, ha una forma di libertà così particolare da impadronirsi anche del tecnicismo più rigoroso; e Morgan ama più plasmare che dipingere, ma si offre alla materia con tiepida difficoltà, a causa della sua precedente formazione disciplinata e settoriale.

    Le sue opere sono libere composizioni di oggetti, pezzi di vecchi computer che subiscono un processo di ossidazione, al di là di centinaia di passaggi o esperimenti LA RUGGINE NON È MAI UGUALE, È UNA COSA VIVA.

    All'inizio del suo percorso artistico Morgan decide di nobilitare materiali di risulta legati ad un affettuosa memoria familiare. Il ricordo del nonno paterno, – della sua cantina con la vecchia Vespa, dove ora sorge il suo atelier – sembra caratterizzare l'inizio dell'ispirazione artistica.

    La ruggine, l'odore di certi spazi chiusi, la luce soffusa, tutto ricorda gli affetti di un tempo. A una passione che nasce per caso corrisponde lo stimolo di critici e galleristi che vengono in contatto col suo lavoro nel quale l'artista cerca di ricreare una sorta di archeologia moderna. Che ne sarà tra trecento anni di un computer dei nostri giorni? Nella poetica visionaria dell'artista, trova spazio il caso di un'ipotetica glaciazione: tutti gli scritti andranno perduti, ma non la materia, non i computer che verranno classificati come reperti.

    Con una dozzina di mostre alle spalle, Morgan Zangrossi presenta uno stile singolare – in cui la ruggine ha una forza narrativa potente – con un doppio registro comunicativo, tra l'amaro ritratto della solitudine esistenziale e il rifugio delle risolutezze contemporanee. Le cupe tonalità delle opere eccentriche, e ossidate nella superficie, si arricchiscono di virtuosismi compositivi che non rinnegano una ‘sinopia’ organizzata soggiacente prima della stesura.

    Colpisce il rugginoso universo, dove l'aspetto decorativo convive con la parola; l'anatomia ben calibrata dei piccoli oggetti abita uno spazio indistinto e la concitazione che popola queste oasi di metallo racconta di una scena molto urlata quasi una distribuzione gerarchica delle figure: una città più aggregata, forse un incosciente monito dell'artista alla necessità di sostenere gli affetti urbani.

    Morgan Zangrossi è sedotto all'idea di un avvenire portato processionalmente all'attenzione del presente con una scultoreità mai totalmente addolcita, un impianto molto disegnativo della scena, dove nella stessa immagine sono condensati più concetti.

    In punte di chiodi ribattute, tastiere ossidate, oggetti arrugginiti in una progressiva sfaldatura della compattezza formale si racconta un verismo che si va sciogliendo inesorabile. Le linee guida dell'opera iniziano a travalicare idealmente lo spazio, partendo da una composizione concitata e dura per approdare ad una spiritualmente più ariosa e piena di significati.

    Virtuoso nell'esecuzione, Morgan Zangrossi, ci regala una visione alternativa dell'esistenza, che nei suoi aspetti più aspri vale comunque la pena di essere vissuta, raccontata e interpretata anche nell'arte, senza perdere comunque il piacere della sfida.

  • Eugenio Tomiolo e la laguna

    Eugenio Tomiolo e la laguna

    «Laguna è un insieme di immagini “trasferite”. La certezza della loro essenza mi ha dato gioia, anche se la mente non trovava per loro una giustificazione. Questo insieme di figure parla dell’attrazione che mi portò a rivedere forme e movimento nei luoghi della mia origine e a ritrovare nella memoria un amore senza usura».

    «Immerso nell’ambiente lagunare, nella presenza del ricordo, fantasticavo del futuro. In queste immagini ora prevalgono proiezioni della mia giovinezza e anche dell’infanzia, ora della presenza o del futuro; (…) le mostro come messaggero, più che come inventore. (…) Vengono così alla percezione, di volta in volta, il vegetale o l’animale o il minerale nelle pietre, nelle acque, nei cieli; ognuno col naturale inalterato, ma interpretato e fissato in modo giusto.»

    Eugenio Tomiolo

    Con la mostra “I ritmi della laguna” (14 agosto-28 settembre 2014) Rosolina ha reso omaggio ad Eugenio Tomiolo (1911 – 2003), uno dei più originali e importanti incisori del ‘900 italiano. A conferma di ciò basti pensare che nel 1972, dopo una sua personale tenutasi a Parigi, il Cabinet des Estampes della Biblioteca Nazionale di Francia, che possiede una delle più significative collezioni di arti grafiche al mondo (tra gli italiani è presente solo Giorgio Morandi), acquistò tre opere del maestro Tomiolo.

    A Rosolina, grazie alla sensibilità e alla disponibilità degli eredi, sono state esposte circa 70 incisioni della sua vasta produzione grafica (sono più di 1.500 le lastre stampate, in carriera, con un torchio a mano ora conservato presso la Fondazione Fioroni di Legnago), raccolta per la prima volta in volume da Marcello e Rosalba Tabanelli (Milano, 1971).

    A caratterizzare principalmente la mostra rosolinese sono state 41 puntesecche su zinco della splendida serie Laguna, un lavoro talmente originale che, quando apparve, destò meraviglia perché completamente “fuori” dai percorsi grafici dell’epoca (siamo alla fine degli anni ‘60). Un percorso interno all’essere delle cose, dove i “segni” per Tomiolo sono poesia dell’anima, che si rivelano con il fascino di ciò che è espressione del mistero della vita.

    Un universo ridotto a pochi elementi essenziali, una dimensione “palustre” che richiama le origini veneziane dell’artista, ma che sono anche le nostre origini di abitanti del Delta del Po: l’acqua, le barene, le barche, gli esseri acquatici, i segni del cielo… Tomiolo ha inciso ciò che ha conosciuto fin dalla nascita, che ha vissuto e assimilato, senza narrarlo o descriverlo, semplicemente richiamandolo alla memoria.

    Quella che ci appare allora, in piena libertà espressiva – che nasce dalla padronanza di un mestiere praticato fin dal 1930 – è una realtà interiore, sintesi di una vita dedicata all’arte di evocare la propria spiritualità e quella dell’uomo attraverso il segno. Strutture compositive che via via si fanno sempre più ritmiche e così le forme sono appena suggerite, vogliono solo alludere al tema rappresentato, attraverso segreti richiami, ad un significato che rimane nascosto nell’inespresso.

    La serie Laguna, portata a Parigi negli anni ‘70, fu esposta l’ultima volta in Polesine nel 1985, all’Accademia dei Concordi, con un’introduzione di Franco Brevini. Sergio Garbato allora parlò di “geroglifici”, «che nella volontaria rinuncia al colore, si fanno, di volta in volta, forma e luce, in una essenzialità espressiva che arriva al massimo della sintesi». Un impianto figurativo che ricorda a volte l’incisione rupestre, a sottolineare una volta di più il percorso autonomo di un artista libero da vincoli o legami con i movimenti a lui contemporanei, che preferisce concentrarsi sui temi emozionali a lui più cari, come quello dell’acqua, simbolo del farsi e disfarsi.

    «L’opera grafica di Tomiolo è una scoperta, di un livello sempre così sostenuto per cui basta avere una coscienza del valore europeo dei nostri artisti, per capire che ci troviamo davanti a qualcosa che conta veramente», ha scritto nel 1971 Raffaele De Grada, fondatore di “Corrente” e critico d’arte del Corriere della Sera.

    Eugenio Tomiolo – questo geniale artista che tiene le sue opere in Vaticano e nei musei americani (un grande dipinto di cavalli si trova nelle gallerie d’arte moderna del Museo di Chicago), che ha fatto mostre nelle più importanti città italiane ed europee, “famoso ma sconosciuto”, come amava dire lui stesso, secondo l’aspirazione che fu di Edgar Degas – ci conduce per mano attraverso una serie di immagini insieme enigmatiche e coinvolgenti, dove il “segno grafico” dice come la poesia proprio perché non dice, ma accenna. E si fa mistero.

  • Ricordando Renato Mazzali

    Ricordando Renato Mazzali

    E’ del 2000 un evento davvero insolito a Ficarolo: dopo cinquant’anni, si ritrovano, ormai adulti, numerosi amici-bambini cresciuti insieme nel gioco del pallone e nelle magie-paure del Po. Un appuntamento che si è concretizzato grazie al mio primo libro di poesie “Dell’azzurro ed altro” e alla sinergia di tante persone unite nel fantastico progetto.

    Surreale il fascio di girasoli sul morbido sfondo di velluto verde realizzato per la scena da Renato, il raccoglitore e restauratore di mobili antichi, scultore, artista, scenografo, animatore per anni della cultura di Ficarolo. Magica la presentazione del libro da parte di Luciano Nanni e Mario Klein. Timida ed emozionata la mia lettura finale di due poesie sul Po, scritte su evocazioni di Massimo Toffanin, mio marito, e su ricordi lasciatimi dalla sua mamma Elsa, avendo la famiglia dimorato proprio in quelle zone. E vibrante l’accompagnamento musicale di quattro giovani: tre violinisti e un flautista. Affettuoso alla fine l’incontro conviviale con i prodotti tipici polesani.

    E’ da chiarire che il papà Toffanin era direttore della filiale dell’allora Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, soggetto a frequenti trasferimenti accettati con agilità, con rispetto alla mobilità nel mondo del lavoro come fatti naturali. Una mobilità che non impediva il nascere di amicizie con i vicini di casa, la maestra dei figli, il parroco, il medico, il farmacista, con quelli che allora – siamo negli anni ‘50 – erano un po’ i notabili della vita paesana.

    E facilmente tra i ragazzi e i coetanei del luogo si creava un habitat amicale in patronato, per il comune amore del calcio. Il secondogenito Paolo Toffanin era il mitico portiere della Juventina, squadra locale e, tra l’altro piaceva anche alle ragazze; Giovanni era terzino, Massimo (poi divenuto mio marito) ala sinistra, Sergio Framba e comuni amici ficarolesi, impegnati in altri ruoli o come scatenati fans.

    Tutti quelli di allora, riuniti dunque nel 2000 come rispondendo all’appuntamento con una voce antica indimenticabile: l’amicizia. Tra i presenti quindi, Paolo, Giovanni, Massimo Toffanin, Sergio Framba, Alberto Mantovanini, Gabriele Lupi, Gianni Novarin, Gabriele Tieghi, Claudio Pennoni, ovviamente Renato Mazzali e tanti altri…

    Un avvenimento davvero raro di amicizia-poesia-musica e buoni sapori, vissuto insieme con quella festosità nativa nella gente del Po. Un’avventura che ha coinvolto diverse persone: alcune residenti ancora a Ficarolo, altre là vacanzieri nostalgici quali Graziella e Sergio Framba, che hanno dato anima e corpo per la buona realizzazione dell’incontro di tanti amici ormai lontani nel tempo e nello spazio, appoggiati sempre dalla collaborazione e l’entusiasmo di Massimo.

    Momento unico di rara bellezza testimoniato anche da una targa ricordo a me offerta. E Renato, a cui mi legava l’amore per il Po e il comune sentire l’arte, ne è stato l’instancabile artefice.

    A lui, da poco scomparso, dedico queste righe chiosando i versi del Foscolo …Sol chi non lascia eredità d’affetti poca gioia ha dell’urna…

    NEL VUOTO DEI GIRASOLI

    Ore sfasate giocate sfumate in altalene di nuvole e sole l’anima confondono in nostalgie

    ricordo dolce-amaro di girasoli a fasci immensi da te stretti con l’entusiasmo di una stagione più giovane.

    E tu, Renato, mi ritorni in moti amicali in uguale sentire il buono il bello di vita ed arte

    figura guizzante nei campi pei prati di Ficarolo a raccogliere a larghe braccia

    – così generoso il tuo cuore – tutte quelle facce pazze di sole luminose nel verde polesano.

    Tua felicità quei girasoli per me – come nativa dal tuo stesso fiume – cornice fiorita al meriggio festoso

    di una quasi eterna primavera allora che amici, tanti, si ritrovarono ormai fronde mature nella terra dei virgulti bambini

    rinverdite ora dalla linfa-poesia alla brezza vibrante dei violini nell’odore buono d’amicizia ed endemici sapori. Quell’indicibile pinzìn!

    Se la memoria sa confortare rimane ancora il vuoto dei girasoli di ore, quante! filate insieme….

  • Gisella Breseghello (1905-1979)

    Gisella Breseghello (1905-1979)

    A trentacinque anni dalla scomparsa, avvenuta a Rovigo il 29 gennaio 1979, è doveroso un ricordo della pittrice Gisella Breseghello. Così era conosciuta e firmava le sue tele, ma il suo cognome da ragazza era Zanella. Breseghello era il cognome del marito Gino.

    Gisella nasce a Rivà d’Ariano il 27 agosto 1905. Dopo gli studi magistrali si diploma all’Accademia di Belle Arti di Venezia, allieva di Ercole Tito.

    Nel 1927 si sposa e va a vivere con il marito a Sant’Elena d’Este (Padova). Nei primi anni di matrimonio si dedica alla casa e alla famiglia che, in breve tempo, si arricchisce di tre figli: Pietro Romano, Loredana (l’unica che seguirà la passione della madre come pittrice) e Silvana.

    In questo paese del padovano rimarrà fino al 1945. Poi – sia per favorire gli studi dei figli che frequentano le scuole di Rovigo, sia per il desiderio di mettere a frutto il suo diploma – si trasferisce nel capoluogo polesano, dedicandosi all’insegnamento di architettura, figura e storia dell’arte presso le scuole medie inferiori e superiori.

    Oltre all’impegno di insegnante nelle scuole pubbliche, Gisella ben presto avvia anche una sua scuola privata in alcuni locali della propria abitazione, dapprima in quella di via Verdi e poi in quella di via Baroni, nella quale si trasferisce in un secondo tempo. I suoi corsi di disegno e pittura sono frequentati da numerosi ragazzi sia della città che della provincia.

    Una vita, dunque, completamente imperniata sull’attività artistica. Nella pittura Gisella Breseghello per decenni ha infatti profuso le sue forze, i suoi entusiasmi, cercando inoltre di trasmettere la sua grande passione anche ai suoi allievi. Cosicché generazioni di artisti, professionisti ed insegnanti uscirono da questo suo studio; allievi che con il suo aiuto scoprirono i segreti dell’arte pittorica, sia per quanto riguarda l’aspetto tecnico, sia per le suggestioni poetiche che quest’arte sa infondere.

    Donna volitiva, energica e generosa – per la sua particolare vocazione di donarsi agli altri – ha trasmesso a questi suoi ragazzi la propria cultura, la grande esperienza e un ampio patrimonio di conoscenze, unitamente a quella forte determinazione che caratterizzò tutta la sua vita artistica. Si può dire che l’insegnamento, condotto sempre con grande abnegazione professionale, sia stato per lei una vera missione.

    Ma, a fianco dell’insegnamento, Gisella Breseghello ha portato avanti, pressoché segretamente (lo si è scoperto soltanto negli ultimi anni della sua esistenza) una produzione artistica di alto livello: un lavoro intenso e quotidiano, probabilmente notturno, tenuto in un rigoroso riserbo, come se volesse dipingere solo per se stessa, e le sue opere non fossero da condividere con gli altri.

    Fortunatamente, negli ultimi anni della sua intensa e laboriosa esistenza – cioè negli anni settanta del secolo scorso – le insistenti stimolazioni degli amici più stretti e degli estimatori a conoscenza della sua valida produzione vinsero la sua inspiegabile ritrosia e la convinsero a portare in pubblico le sue opere. Come se soltanto a questo punto della sua attività artistica si sentisse veramente matura per affrontare il giudizio degli altri.

    Si aprì così il tempo delle mostre: alla Galleria “Brotto” di Cornuda e alla Galleria “Giraldo” di Treviso nel 1973, e in seguito all’Accademia dei Concordi di Rovigo nel 1974, presso la villa Badoera di Fratta Polesine, alla Galleria “Etruria” di Adria, alla “Ca Tiepolo” di Albarella nel 1975, e ancora al “Quisisana” di Abano Terme e al Centro Artistico di Ferrara nel 1976 e al “The Judgement” di Padova e alla Galleria “Il Circolo” di Bologna nel 1977.

    Esposizioni che ottennero un vivissimo successo da parte del pubblico e della critica, e che servirono ad evidenziare le sue grandi capacità artistiche e ad integrare la sua immagine di insegnante con quella della pittrice: una vera e grande artista come in realtà dimostrò di essere.

    Dopo queste felici esposizioni, la Breseghello fu insignita di numerose onorificenze. Di una in particolare fu molto fiera: quella di socio dell’Accademia dei Concordi di Rovigo.

    Ampi i consensi manifestati per le sue tele, raffiguranti paesaggi del suo Polesine o delle montagne dove villeggiava, ritratti e figure. Molto apprezzati i quadri con i fagiani dalle piume variopinte ed altri trofei di caccia o animali domestici. Altrettanto dicasi per le delicate marine o le nature morte con frutta e verdura della sua terra e oggetti, vasi e brocche della propria casa. E i fiori… fiori di ogni specie e colore: rose ed azalee, tulipani e zinnie, ortensie e gladioli, papaveri e ciclamini; fiori di ogni stagione, regalati dalla natura per essere ammirati e goduti, sia nella realtà che nelle sue riproduzioni pittoriche. Piante vive nel vaso o rami recisi, immersi in brocche di ceramica o contenitori trasparenti, sempre portatori di quella forza incisiva del colore, in una atmosfera fresca e luminosa, immersa nella luce intensa del giorno o nel crepuscolo della sera.

    Un linguaggio accessibile a tutti, quello della Breseghello, determinato da un rigoroso verismo, interessato all’essenzialità delle forme espresse con una esemplare chiarezza e una naturale semplicità. I suoi quadri manifestano una pennellata rapida eppure attenta a cogliere effetti di luce e atmosfere in grado di infondere emozioni e sentimenti intensi: la gioia e l’ardore, la passione, ma anche la malinconia e, a volte, una profonda tristezza.

    Le sue opere sono disperse un po’ in tutta Italia ed anche all’estero. In particolare va ricordata la pala d’altare di metri 3 per 1,80 con l’Assunzione della Vergine che ella dipinse per la chiesa di Rivà d’Ariano.

    Nel 1984, a cinque anni dalla sua scomparsa, per ricordare questa grande pittrice polesana fu pubblicata una bella monografia voluta e sostenuta dai familiari e da diverse istituzioni rodigine, dal titolo “Il lirismo pittorico di Gisella Breseghello” a cura di Augusto Alessandri e con testimonianze di amici, colleghi ed allievi e con la riproduzione di una sessantina delle sue opere più significative. Una antologia postuma che testimonia in modo esauriente l’attività artistica della pittrice, che, per tutto il suo percorso pittorico, è restata fedele e coerente alle proprie origini, alla concezione di quella che doveva essere per lei la pittura, seppure con quegli immancabili mutamenti dovuti all’evolversi dell’esperienza e delle tecniche.

    Testimonianze e apprezzamenti furono riportati anche nelle recensioni pubblicate per l’occasione dai giornali della provincia, come già in precedenza era stato fatto a seguito delle diverse esposizioni pittoriche.

    Insomma una pittrice ed insegnante di grande valore, della quale io, con un po’ di rammarico, posso dire di essere stato un allievo mancato. Infatti nel maggio 1977 le telefonai per chiederle di inserirmi nel gruppo di ragazzi che avrebbero frequentato i suoi corsi di pittura nel successivo anno scolastico. Mi rispose che in quel periodo aveva problemi di salute, per cui non sapeva se poteva riprendere le lezioni; che le telefonassi nel mese di settembre. Cosa che feci, quindi, in settembre, ma, persistendo la malattia, mi disse che aveva deciso di chiudere definitivamente con l’insegnamento. Come, infatti, avvenne.

    Ne fui dispiaciuto. Avevo veramente desiderato frequentare la sua scuola per beneficiare dei suoi insegnamenti, ma ero arrivato troppo tardi. Nel frattempo cresceva in me il desiderio di dedicarmi alla pittura, per cui, non essendoci allora altre scuole a Rovigo, mi rivolsi a Ferrara frequentando i corsi di pittura del maestro Marcello Tassini… senza mai dimenticare i luminosi quadri della Breseghello.

  • Luigi Cavalieri, eroe dimenticato

    Luigi Cavalieri, eroe dimenticato

    Esiste un abisso profondo fra gli eroi decantati da Omero e quelli individuati in Grignano: favoriti e prediletti dagli dei i primi, piuttosto sfortunati e di umile estrazione sociale i secondi: Sante Zennaro (Ventaglio 90, n° 40 pagg. 94-95); Rodolfo Rossi, impiccato dai nazifascisti nella stazione di Rivoli nell’agosto del 1944 dopo dieci anni di peripezie militari… ed altri ancora.

    Nel centenario della prima guerra mondiale si vuole recuperare la memoria di un eroe a tutti gli effetti, purtroppo sottovalutato forse per il suo semplice e modesto stile di vita: Luigi Cavalieri, classe 1898.

    Reclutato giovanissimo, durante la guerra Luigi Cavalieri una notte, stanco e nauseato della durissima vita di trincea, forse dopo una solenne bevuta di “sgnapa”, lasciò di propria iniziativa le posizioni italiane e, mettendo a repentaglio la propria vita, penetrò furtivamente in una trincea di “tedeschi”. Ai soldati nemici intimò il classico “mani in alto”, spianando la sua arma, senza dimostrare il minimo timore, dopodiché li condusse prigionieri negli avamposti italiani.

    Un’azione solitaria che ha dell’incredibile, oggi del tutto sconosciuta, ma che al tempo, ovviamente, non passò inosservata, cosicché gli alti comandi del R.E.I. conferirono all’eroico grignanese la medaglia d’argento al valore militare. Molti anni dopo egli verrà inoltre insignito dell’onorificenza di cavaliere di Vittorio Veneto.

    A Grignano e Rovigo non mancarono gli apprezzamenti per l’incredibile azione militare attuata da Luigi Cavalieri, ma egli non si è mai gloriato della sua impresa, manifestando sempre modestia nelle incombenze della sua vita, e meritandosi per questo stima e affetto.

    Come tale rivive nei ricordi della signora Diana Bellinetti Ferrarese, figlia dell’allora direttore della “Voce del mattino”, Pino Bellinetti, presso la cui abitazione Luigi Cavalieri, chiamato affettuosamente Gigetto, senza mai gloriarsi della sua eccezionale impresa militare, svolse per anni svariate comuni mansioni.

    La memoria della signora Diana va agli anni ‘30, quand’era bambina e dimorava in una bella villa, circondata dall’allegria di giovani amici e “Gigetto”, servizievole e discreto, costituiva una presenza sempre gradita. Ecco il ricordo.

    «Gigetto, Rovigo, la villa in Via Piave, il bel giardino e l’orto e la piscina, i coetanei che vi si tuffano gioiosi… rinasco, rinasco nel 1930.

    Gigetto era un ometto tarchiato, dal volto abbronzato di contadino, che dà alla terra il sudore e ne riceve l’amaro pane per i suoi figli, con le mani incallite dalla consuetudine con la zappa; dalla campagna prestato alla città per svolgere, presso la nostra famiglia Bellinetti, le più disparate mansioni: ora come giardiniere e ortolano, ora come domestico di tavola e di camera, ora come maggiordomo nelle occasioni importanti per l’arrivo di ospiti di riguardo che frequentemente approdavano in casa nostra.

    Erano personaggi di rilievo nel mondo della politica e della cultura, dell’arte e della musica, provenienti sia dalla nostra provincia sia da luoghi più lontani, Milano, Roma, Napoli. Infatti, la nostra casa era la cassa di risonanza della redazione del quotidiano locale, “La Voce del Mattino” che attraeva i giovani scrittori, poeti e artisti più o meno illustri in cerca di fama e di solidi riferimenti presso i notabili del tempo.

    In questo composito ma interessante mondo sociale, variamente anomalo e creativo, spiccavano personaggi di spessore come il critico d’arte Ferdinando Palmieri, il pianista di fama europea Werther, figlio dell’etnologo e poliglotta professor Zanolli, il pittore Edoardo Chendi, il poeta Gino Piva, il poeta- fioraio Livio Rizzi, lo scultore Milani e tanti altri ancora di cui io, bambina, inconsciamente subivo il fascino e ne apprendevo i messaggi.

    In questo clima, culturalmente di grande caratura, Gigetto si muoveva con passo cauto e felpato. La sua presenza necessaria e “fregoliana” doveva passare inosservata; ma per i padroni di casa Il Direttore del quotidiano Pino Bellinetti e la signora Adele, egli era l’indispensabile artefice del buon andamento degli eventi e dei servizi ad essi connessi. Era il tipico uomo tuttofare che accudiva ora l’orto e il giardino, ora si dedicava alle grosse pulizie di una casa grande ed esigente per la dovizia di vetrate, di scale, di pavimenti e di pezzi artistici da rispettare.

    Per tali mansioni Gigetto indossava alternativamente ora le vesti grossolane e sdrucite dell’uomo di fatica, ora quelle più dignitose e rispettabili del servitore di mensa e di camera. Egli sapeva onorare entrambi i ruoli con discrezione e disinvoltura.

    Nel 1934 la nostra famiglia lasciò Rovigo perché mio padre era stato nominato Direttore del quotidiano di Reggio Emilia “Il Solco”. Attraverso la corrispondenza familiare fummo informati che Gigetto era partito per l’Africa Orientale per partecipare alla guerra contro l’Abissinia. Da là tornò menomato per la perdita dell’udito a causa dello scoppio di un proiettile.

    L’ultimo incontro con Gigetto, ormai anziano, avvenne molti anni dopo la seconda guerra mondiale, alle Casette di Grignano, dove abbiamo una piccola proprietà. Egli infatti abitava in una casetta confinante con la nostra. Saputo del nostro arrivo, venne a salutarmi e, quando mi vide, fu preso da una grande commozione, tanto che mi prese la mano e la baciò.

    Persona semplice, radicata in un mondo ormai scomparso, quando i sentimenti schietti e sinceri albergavano nel cuore degli uomini, cresciuti nella povertà e nella fatica, ma arricchiti dal quotidiano contatto con la natura….»

    Luigi Cavalieri è passato a miglior vita nel 1992, all’età di 94 anni. Ora, in occasione delle manifestazioni a memoria della prima guerra mondiale, sarebbe opportuno ricordarlo, magari con una breve cerimonia, portando un mazzo di fiori sulla sua tomba nel camposanto di Grignano.

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