A cento anni dalla morte, il Museo Diocesano di Chioggia ricorda la figura di Aristide Naccari (1848-1914) che – come scriveva Pier Luigi Fantelli in un saggio pubblicato nel 1966 sulla rivista dell’Ateneo Veneto – fu “architetto, ingegnere, restauratore, grafico e pittore”. E, come pittore, fu apprezzato soprattutto per le sue vedute paesaggistiche.
Tanti sono i suoi straordinari disegni, quasi tutti raccolti in libretti di piccolo formato attualmente conservati nell’archivio diocesano di Chioggia. Una vasta produzione, in parte dedicata anche al Polesine, con scorci di Adria, Bottrighe, Rosolina e con immagini delle valli da pesca.
Sono taccuini di viaggio, sui quali l’artista chioggiotto, pervaso da uno spirito di scoperta instancabile, appunta in modo meticoloso e con grande maestria le immagini che il paesaggio, la strada, le piazze, i mercati, gli ambienti di lavoro, i mezzi di trasporto gli offrono. Semplici appunti o elaborate vedute paesaggistiche e urbane dei posti che gli erano familiari nel veneziano, nel padovano e nel rodigino, o ancora nelle località dove ebbe a trasferirsi per motivi di lavoro, partecipando però pienamente alla vita di quei centri (Melfi e Macerata), anche se il suo primario riferimento resta pur sempre la sua amata Chioggia.
Questi studi (in qualche caso appena abbozzati con segno veloce, altre volte fedeli e dettagliate rappresentazioni del reale) diventano testimonianza diretta, cronaca e documentazione puntuale dei luoghi e della gente che li abitava, quasi fossero le istantanee di un reportage. Non a caso, molti di questi disegni vennero utilizzati per illustrare ed arricchire articoli di carattere divulgativo su alcune importanti riviste dell’epoca.
Sono numerosi i fogli sui quali egli stesso aveva appuntato a margine la data e indicazioni topografiche esatte, oppure elementi che permettono di ricostruire la situazione nel momento in cui sono stati realizzati.
Sfogliando gli album, si coglie un profondo interesse per l’interpretazione del vissuto: arguto osservatore del genere umano, studia i suoi contemporanei, indaga i loro atteggiamenti e crea sulla carta le numerose figure maschili intente al lavoro o, in posa statica, avvolte negli ampi tabarri, le donne, ritratte negli abiti tipici, ai quali, da disegnatore preciso qual era, dedica grande attenzione con una accurata descrizione dei particolari.
In qualche caso gli uni e le altre sono composti in scene di genere che illustrano gli aspetti semplici della vita paesana d’un tempo. È una ricerca quasi analitica, attraverso la quale descrive minuziosamente il mondo che lo circonda, cogliendo la realtà del periodo, la verità d’ogni giorno, contribuendo a conservare e a tramandare la memoria dell’ambiente culturale del suo tempo.
Nella sua vasta produzione l’elemento naturale e l’ambiente non sono mai fine a sé stessi, essendo sempre rappresentato l’uomo o tracce della sua presenza, attraverso gli strumenti di lavoro e gli umili oggetti della realtà quotidiana, che diventano protagonisti dell’opera e testimoni della vita vissuta e della cultura popolare. Inevitabili ed evidenti i richiami alla pittura di coloro che della trasformazione figurativa veneziana erano stati i maggiori esponenti: Luigi Nono e Giacomo Favretto, che ebbe tra i compagni di studi alla regia Accademia di Belle Arti di Venezia, o Guglielmo Ciardi, traduttore sensibile e fedele del paesaggio veneto e del mondo rurale.
Come ipotizza Paolo Rizzi nel saggio pubblicato in occasione della mostra del 1988, che ben inquadra la figura di un artista dalla personalità così sfaccettata, per Naccari la pittura era una passione mantenuta nell’ambito del privato e coltivata parallelamente alla propria attività principale; non a caso nessuno dei dipinti è firmato e mai egli prese parte ad esposizioni ufficiali.
Quando venticinque anni fa, nell’ottobre 1988, a Melara si intitolò una via al dottor Ciscato, più di qualcuno si pose la domanda su chi fosse, chiedendosi inoltre se era nativo del paese, ma mai nessuno ne approfondì le vicende terrene, accontentandosi di alcune scarne notizie che però bastarono al Consiglio Comunale del tempo¹. Questo vuole perciò essere un primo contributo alla sua conoscenza, essendo le ricerche ancora in corso d’opera da parte dello scrivente.
Vittorio Angelo Ciscato nacque a Velo d’Astico (VI) il 20/2/1851 da Anna Toniolo e da Giovanni Battista². I Ciscato, che tuttora sono presenti in loco, erano una famiglia dimorante nel paese vicentino da molto tempo. Il fratello di Vittorio, Antonio, più giovane di lui, fu professore ed insegnò in Sicilia ed al liceo di Fano, scrivendo fra l’altro diversi libri³.
La cultura era decisamente di casa nella famiglia Ciscato di Velo e molte sono le testimonianze in tal senso. Vittorio studiò presso il liceo ginnasio “Antonio Pigafetta” di Vicenza e nel 1867-68 ebbe il privilegio di essere scelto a leggere in lode di Ognibene Leoniceno il 17 marzo 1868⁴ con “Canzone”.
Si laureò in Medicina presso l’Università di Padova. Diresse il giornale “Sommano” di Farra vicentina per un anno dal gennaio 1881 al 1882⁵. Nel periodo vicentino compose anche Can che abbaia non morde, proverbio in un atto in versi nel 1881.
Non è dato sapere i suoi primi incarichi come medico. Giunse a Melara trentaduenne il 6 marzo 1883 proveniente da Sarcedo (VI) con la giovane moglie Amalia De Lorenzi (1865-1952)⁶.
A Melara mise radici e visse operosamente sino alla sua morte, quarant’anni dopo. Le sue non comuni doti furono apprezzate fin dai primi mesi del suo arrivo, tanto che egli ben presto fu come un “adottato melarese”, e tutti andavano fieri di poter vantare in paese un personaggio di tale levatura.
Davvero vasta era la sua cultura. Possedeva circa 4.000 volumi, alcuni rari ed antichi ed era in grado di dissertare su vari argomenti. Si dilettava anche in poesia, non disdegnando la composizione di epitaffi, scritti e sonetti matrimoniali, come quello composto per le nozze del maestro Cesare Cugola con la maestra Carolina Stancari nel 1890. Collaborò come critico a varie riviste.
Purtroppo la famiglia conobbe periodi tristi, come la perdita del figlio ventenne Giovanni Battista, morto nel 1909 a Fano dove studiava. Inoltre la figlia Anna, nata nel 1891 aveva un grave handicap e morì allo Psichiatrico di Rovigo nel 1936.
Il dott. Ciscato abitava a Melara in via Santa Croce al civico 15. Morì all’età di 71 anni l’8 aprile 1922, e gli furono riservati funerali degni di un grande personaggio, quale egli fu.
Il feretro fu accompagnato al camposanto da moltissimi cittadini. Molte le corone di fiori, molteplici attestati di amicizia e stima e quasi 200 telegrammi e biglietti di condoglianze provenienti da tutta Italia: Bergantino, Bologna, Cagli, Castelnovo Bariano, Ceneselli, Chiarano, Como, Fano, Ferrara, Ficarolo, Mantova, Marostica, Massa Superiore, Milano, Novara, Occhiobello, Ostiglia, Padova, Revere, Roma, Rovigo, Sarmego, Schio, Seriate, Spoleto, Thiene, Torino, Trecenta, Velo d’Astico, Venezia, Vicenza, ed anche da Chicago negli States.
La notizia venne data con ampio risalto sul Corriere del Polesine mercoledì 12 aprile 1922, fornendoci altre informazioni: Paese a lutto, manifesto esposto dal Commissario Regio cav. Pastorelli e funerali a spese del Comune. Il lungo corteo preceduto dai bambini delle scuole del paese si fermò in chiesa per poi andare al cimitero dove pronunciarono belle parole l’avv. Dante Tinti, il comm. Pastorelli, lo studente Guarnieri ed il dr. Gino Pastorelli che ne tracciarono un ampio profilo.
Il bene profuso da Ciscato in quarant’anni di servizio era stato considerevole e così, dopo la sua morte, sorse spontaneamente un comitato che volle fare erigere un busto bronzeo; in breve fu raccolta la somma necessaria a tale scopo. Il monumento fu ideato da Mario Umberto Soriani (1892-1980), finito nel 1923 e trovò collocazione dinanzi alla Casa di Riposo (oggi villa Borghi in via Paradello).
Il busto venne creato in gesso dal Soriani al costo di 2.000 £., poi fuso a Firenze nel settembre 1923 dalla ditta Borgianni e Carli per la somma di 787,9 £. ed infine fu completato dal piedistallo in marmo da Baraldi Antonio di Ostiglia per 1.000 £⁷. In tutto costò quindi 3.787,95 £.
Il Comitato poi decise di donare il monumento al Comune con lettera 28/10/1925; accettato e ratificato con delibera del Consiglio Comunale il 9 febbraio 1926⁸.
Purtroppo del monumento non c’è più traccia: il superbo bronzo fu tolto per fonderlo nel corso della Seconda Guerra mondiale. Nel 1957 lo si volle ripristinare ma l’enorme somma richiesta (500.000 £.) fece desistere dal recupero⁹. A testimonianza rimane solo una cartolina edita negli anni ‘70, che riproduciamo in questa pagina. Sul basamento c’era questa significativa scritta:
Orgogliosa di avere avuto medico per 40 anni il dottor Vittorio Ciscato nobilissimo ingegno che i tesori della sua scienza profonda e quelli inesauribili della sua infinita bontà, ai cittadini dischiuse, Melara Po, a perenne ricordo dell’uomo insigne e della comune riconoscenza, questo monumento eresse MCMXXVII.
Oltre agli apprezzamenti sul piano professionale e culturale, vanno ricordate le opere umanitarie che lo contraddistinsero: sostenne gli umili, i più poveri e aiutò negli studi alcuni giovani promettenti, tra cui il grande matematico Ernesto Carletti (1897-1971).
Rimane ancora da approfondire il suo apporto al primo socialismo di inizio secolo, con le amicizie coltivate con il collega trecentano Nicola Badaloni ed giovane Giacomo Matteotti, nonché l’episodio della venuta a Melara del giovane Benito Mussolini.
Questo l’epitaffio sulla sua tomba, dimenticata ed ammalorata nel cimitero di Melara:
L’altissimo multiforme ingegno alle scienze mediche in cui era profondo rivolse e della bella tradizione italica di scienziati poeti continuatore. Il pensiero di vasta cultura nutrito col soffio potente della poesia vivificò. L’anima sua buona da un pentimento d’infinita pietà per gli oppressi per gli infelici tutta pervasa tutti i suoi preziosi tesori dischiuse pago della vita operosa benefica con austera nobiltà vissuta nella pace del sepolcro non nell’oblio serenamente scese al grande amore dei suoi e l’affetto riverente dei cittadini in questa tomba lacrimata salma del dottor Vittorio Ciscato medico di Melara per 40 anni composero. N. a Velo d’Astico XX/2/MDCCCLI M.. VIII APRILE MCMXXII.
Il patrimonio culturale del medico filantropo Ciscato in parte passò alla maestra Maria Cugola, indi a Savino Chiavegatti, che ringraziamo per la concessione della foto in cui il dottore è ritratto in età giovanile.
Sarebbe auspicabile che nel futuro centenario della morte si potesse aprire un interesse verso la sua figura e, magari, prima di allora, che le autorità competenti potessero restaurare la sua tomba nel cimitero locale. Melara senz’altro glielo deve!
La credenza popolare ritiene che le stelle cadenti, che si osservano talvolta nelle notte serene d’estate, siano le anime dei defunti non ancora perfette per accedere nel mondo dei morti. Esse, respinte dal cielo, ritornano per ottenere dai vivi qualche atto meritorio per accumulare meriti sufficienti per la loro pace eterna. Di solito si crede che basti qualche obolo o qualche messa in suffragio per placarle, come nei tempi primitivi si richiedevano per il medesimo scopo sacrifici di animali o di persone.
Anche le faville che si alzano quando si attizza il fuoco sono anime che si liberano per andare verso il purgatorio. Nella casa contadina, quando si seppelliva con la cenere el fogo del grande focolare, si faceva bene attenzione a non lasciare sciolte le catene ed i ganci dell’alare. Bisognava tirarle su altrimenti quelle anime vi potevano rimanere incatenate¹.
Anime inquiete, secondo la tradizione contadina, talvolta si muovono tra di noi e tentano di comunicare con il mondo dei vivi, anche di giorno.
Cleto Corrain riferisce in proposito un episodio. Si narra, infatti, che un volta un’anima rimase impigliata in una ruota di un carro, durante una delle sue scorribande sulla terra. Essa si lamentava con il conducente del carro perchè ad ogni giro della ruota veniva travolta e schiacciata².
E’ l’unico caso secondo la tradizione in cui un’anima fece sentire la sua presenza alla luce del giorno. E’ rarissimo che ciò avvenga. Se può essere, lo è solo con la mediazione di qualcuno particolarmente sensibile e a volte perfino fisicamente.
E’ nella natura dello spirito vagante tentare in continuazione di ritornare a vivere il contatto con la realtà lasciata, perciò è considerato perennemente inquieto alla ricerca dell’occasione per interferire con la vita dei vivi. Nascono e si inventano così una miriade di pratiche, di preghiere, di formule magiche o di regole per evitare o per attenuare questo temuto contatto. Quello che viene chiamato comunemente il culto dei morti. Il culto dei morti è la prassi meno alterata nel tempo, ed è l’unica tra tutte le manifestazioni esteriori della antica religiosità.
Più che di pratiche religiose parlerei di religiosità innata, di regole e comportamenti millenari. Tanto più che si nota come certe pratiche religiose svaniscano e si dimentichino senza che si attenuino le convinzioni religiose precedenti. Il substrato pagano, improntato su un sorta di animismo naturale, permane³. Molti studiosi ed appassionati della religiosità della cultura contadina sono d’accordo nel rilevare che la chiesa, sovrapponendosi alla vecchia cultura pagana, si è appropriata del culto dei morti adattando la prassi antica in particolare sulla dottrina del purgatorio⁴.
Nel Polesine e nel Veneto si rimane legati alla tradizione arcaica del culto dei morti con una intensità affettiva più che altrove. Legami invisibili collegano la prassi veneta alle generazioni passate.
Il primato appartiene ai Veneti di pianura, intorno alle lagune, con naturale sconfinamento verso sud, oltre il Po e verso le Valli di Comacchio. Per facilitare il passaggio dell’anima nell’aldilà, in certe parti si usa ancora mettere qualche moneta nella saccoccia del defunto perché si paghi il pedaggio, o addirittura si mette ancora nella sua bocca la moneta di Caronte per lo stesso motivo; la salma doveva indossare solo le calze che dovevano essere bianche e non di filato di lana. Se il defunto era una donna sposata, doveva essere sepolto senza la vera matrimoniale.
Quando il funerale riguardava bambini o zitelle o celibi, sulla bara venivano poste, accanto ai fiori, anche delle decorazioni dette oro cantarin. L’oro cantarin era una tradizione dell’alto Polesine e consisteva in bandierine di carta stagnola (dorate da un lato ed argentate dall’altra) di forma quadrata, piegate lungo la diagonale e decorate con fiocchi. Queste decorazioni venivano poi piantate sul tumulo in cimitero dopo la sepoltura.
I presagi della presenza della morte sono ancora ritenuti molti. La natura – è questa una convinzione antica – ne dà i segnali. E’ sopravvissuta fino ai nostri giorni la paura del canto notturno della civetta e dell’upupa. E ancora adesso il canto notturno della civetta è temuto e mette a disagio. E’ ritenuto il segnale premonitore che qualcuno nei dintorni è in procinto di intraprendere il gran viaggio. E allora si dà la caccia all’uccello per farlo tacere. Altrettanto si dice di un cane che ulula nel silenzio notturno: è il segnale che questa volta è il padrone che deve partire.
Così capita se si sogna un cane nero.
Chi mette a dimora una pianta di rosmarino lega il suo destino al suo attecchimento. Da questo forse dipende il fatto che da noi si incontrano poche piantagioni di rosmarino, al contrario di certi altri luoghi dove la pianta, ad esempio nel Veneto orientale e nell’Istria, viene adoperata addirittura per formare recinzioni e siepi.
Ancora si crede che se un occhio incontrollatamente si mette a vibrare o a sbattere senza una ragione ( l’ocio ca baliga) annunci una disgrazia e la morte di qualche consanguineo.
Porta morte se si sogna un dente e, se sanguina, la morte prossima è quella di un parente stretto. Come pure è annuncio di morte se si sogna un bucato steso (viatico e morte) (il lenzuolo è un sudario funebre), così se il sogno ha per oggetto delle scarpe rotte (i contadini indossano le scarpe solo se devono intraprendere un viaggio).
Quando un ammalato si aggrappa o palpeggia le coperte del letto è un brutto segno: El fa su le so robe per la sua vicina dipartita, perché così facendo si crede che stia mettendo insieme le cose personali per intraprendere il grande viaggio.
La forma più appariscente di questa presenza sono le Lumaze (I fuochi fatui) che appaiono sotto forma di fiammelle fluorescenti all’improvviso, in particolare nei periodi estivi, tra i campi, lungo i sentieri, dietro le siepi, tra i rami degli alberi… e in ogni stagione dentro e fuori i recinti dei cimiteri dove si crede stiano di casa. Si riteneva, ad esempio nell’Alto Polesine, che fossero dovuti alle ossa rimaste insepolte in qualche posto fuori dal cimitero o addirittura alla gelosia di qualche sposa defunta che non era soddisfatta del comportamento del marito che era sopravvissuto⁵.
Secondo le credenze popolari queste luci improvvise, che si muovono veloci e che non lasciano tregua a chi si mette a fuggire spaventato lungo i sentieri solitari di campagna, sono anime purganti bisognose di aiuto per trovare la pace eterna.
Chiedono in particolare messe in suffragio. E questa pratica di pietà della religiosità popolare verso lo spirito purgante è ancora ben viva tra il popolo, che al sacerdote chiede ancora adesso messe in suffragio per l’anima del caro estinto.
Era il 5 maggio 1993 quando venne aperto, cambiando la viabilità, il nuovo ponte che, a valle del paese di Bottrighe, supera il fiume Po. Una realtà, questa, ormai consolidata, che però non ha fatto dimenticare il vecchio collegamento, rimpianto soprattutto perché il nuovo viadotto ha allontanato di fatto due comunità rivierasche di Bottrighe e Corbola da sempre molto legate. Con il vecchio ponte di borgata Curicchi, infatti, Bottrighe e Corbola erano “separate” solamente da due chilometri, rispetto agli attuali otto.
Il vecchio ponte stradale
Era questo un manufatto in ferro, costruito dalla Provincia di Rovigo tra il 1903 ed il 1906, realizzato dalla Società Nazionale Officine di Savigliano. Al tempo, l’attesa del completamento della costruzione era stata notevole, tanto che il ponte venne aperto al traffico ancora prima della inaugurazione ufficiale, verso la fine del dicembre 1905.
Per utilizzarlo bisognava però pagare un pedaggio, aspetto questo che suscitò vive proteste da parte delle popolazioni locali, cosicchè fu attuata una sorta di compromesso: venne concesso il passaggio gratuito a pedoni e ciclisti, mentre per i mezzi in genere il pedaggio rimase in vigore sino al luglio 1920.
Fu del tutto agibile fino al 14 luglio 1944, giorno in cui venne gravemente danneggiato da un’incursione aerea statunitense durante la seconda guerra mondiale. Nel corso dell’operazione dell’aviazione americana, volta ad ostacolare le vie di comunicazione alle truppe tedesche, furono colpiti gravemente sia il ponte stradale, sia il vicino ponte ferroviario che collegava Adria con Ariano Polesine. Il colpo di grazia si verificò nel gennaio 1945 a seguito di un’altra incursione aerea.
Il secondo ponte
Nel dopoguerra, a seguito della distruzione del ponte, per qualche tempo i collegamenti tra le due comunità di Corbola e Bottrighe furono tenuti tramite un traghetto, ma ben presto il collegamento stradale venne ricostruito. Questo secondo viadotto rimase in funzione per cinquant’anni, ma fu spesso additato come pericoloso per la sicurezza idraulica, specie in occasione delle piene del Po. Risultava infatti poco elevato rispetto alla corrente del fiume, la quale ad ogni piena piena rischiava di trovare un grave ostacolo al deflusso. In queste occasioni il ponte ovviamente veniva chiuso al traffico, con un innegabile disagio per le popolazioni rivierasche. Si giunse così al 1986, quando fu decretata la costruzione del nuovo ponte.
Il ponte ferroviario
Per il ponte ferroviario, entrato in esercizio nel 1933, anche questo gravemente danneggiato dal bombardamento alleato, non fu mai avviato un piano di rifacimento e venne demolito nel 1971. Infatti, a causa dei gravi danni riscontrati su tutta la tratta tra Adria e Ariano, non ci fu speranza di ricostruzione della linea ferroviaria per gli alti costi dell’operazione.
Il progetto di rifacimento della ferrovia per la verità riemerse piu volte negli anni novanta, ipotizzando la ricostruzione della linea che, secondo i piani della politica di allora, sarebbe diventata la cosiddetta “Romea ferroviaria”: un collegamento tra Venezia e Roma evitando il già trafficato nodo di Bologna. Sul progetto cadde poi il silenzio piu assoluto.
Del ponte ferroviario resta dunque il ricordo, ma rimangono anche delle immagini davvero particolari, legate a due film realizzati nel dopoguerra. Negli anni sessanta infatti, la zona ed i resti del ponte ferroviario furono l’ideale set per due famose pellicole cinematografiche. La prima per le riprese di “Addio alle armi”: in vari giorni di lavoro fu girata una scena sul troncone del vecchio ponte, alla quale parteciparono in veste di comparse molti concittadini, un avvenimento, per allora, davvero insolito.
Successivamente la zona e il vecchio ponte ferroviario vennero scelte per girare alcune scene del celebre film “Tutti a casa” con Alberto Sordi, Carla Gravina, Serge Reggiani e Nino Castelnuovo, per la regia di Luigi Comencini.
Il nuovo ponte
Il nuovo ponte, in funzione come detto da maggio 1993, è dunque – in ordine cronologico – il terzo viadotto stradale di collegamento tra Bottrighe e Corbola. E’ dedicato alla “Brigata Cremona”, in memoria del raggruppamento militare che liberò i due centri rivieraschi al termine del secondo conflitto mondiale: è lungo 1.013 metri ed è stato costruito dalle Cogei e Intin spa di Roma e Cir Costruzioni di Rovigo.
A differenza di altri, più a monte, che collegano la sponda Veneta con quella Emiliana, realizzati ad Occhiobello e Ficarolo, o la sponda Veneta con quella Mantovana, attuato a Castelmassa, il ponte che nasce a Bottrighe è tutto Veneto, come del resto gli altri due che sorgono più a valle, a Porto Viro e Cà Venier.
Da oltre trent’anni, e precisamente dal 31 marzo 1983, ha cessato la sua attività il “glorioso” zuccherificio di Lendinara. Uno stabilimento di notevole rilievo a livello nazionale, la cui attività nel corso del secolo scorso ha contribuito in modo significativo allo sviluppo economico della cittadina, fino a quando – tra lo sgomento generale – ne è stata decretata la chiusura.
Concepito alla fine dell’Ottocento, lo zuccherificio lendinarese ha segnato per il Polesine l’avvio di un innovativo processo di industrializzazione legato ai prodotti dell’agricoltura. L’avvento dell’industria ha costituito una tappa fondamentale nella storia della economia polesana, trasformandola da prevalentemente agricola a mista.
Se nel 1869 – dall’accertamento delle rendite dei fabbricati nella provincia di Rovigo – si sono potute rintracciare notizie intorno a 359 attività manifatturiere, si deve arrivare al 1899 per avere la prima attività industriale vera e propria: e ciò grazie alla costruzione del primo zuccherificio polesano.
La nascita dello zuccherificio
Con atto costitutivo 09 settembre 1899 del regio notaio lendinarese Giacomo Zago, con studio sulla Riviera Superiore di S. Sofia al n. 47 in Lendinara (Rovigo) si istituisce ufficialmente la società Fabbrica Lendinarese per lo Zucchero di Barbabietola G. Maraini & C.
Alla costruzione dello zuccherificio, che avviene tra la primavera del 1899 e l’estate del 1900, trovano occupazione circa 250 operai manovali avventizi, con una paga oraria che varia dai 20 ai 13 centesimi all’ora, ed una giornata lavorativa variabile, a seconda della stagione, dalle 9 alle 12 ore.
Il 22 settembre 1900 viene inaugurato ufficialmente lo zuccherificio. Alla cerimonia sono presenti tutte le autorità, la stampa e la gente bene di Lendinara.
Dal resoconto apparso sul Corriere del Polesine traspare quasi un’ammirazione religiosa del giornalista per questo bellissimo mostro e per i suoi ideatori e costruttori. Con aria poetica narra le meraviglie che fanno funzionare questa specie di essere animale vivente, elogia la squisita ospitalità e bellezza della padrona di casa, la signora Carolina Maraini, ed alla fine ringrazia per il sontuoso rinfresco offerto agli ospiti a base di sandwich, dolci, gelati, bibite e fine champagne, acqua lustrale della cerimonia.
Lo straordinario evento coinvolge anche il mondo culturale lendinarese e Domenico Marchiori, su invito di Tito Poggi, scrive questi versi in occasione dell’inaugurazione:
INAUGURANDOSI LA ZUCCHERIERA DI LENDINARA
Ier trent’anni, la Breccia a Porta Pia Insanguinata, aperse il varco al Re. Oggi, sta porta, Lendinara mia, Un pacifico scettro assegna a te.
Vendicato de’ secoli l’oltraggio, De’ Romani degeneri l’error Vinto, la fonte di più vivo raggio Cinse alla terza Italia il nuovo albor.
Della grande madre, a te modesta figlia, Alto compito ora il destin. Dalla Scienza, che pensa e che consiglia, Alla Mercede, apriva arduo cammin
Per la via del Lavor che suda, e… impreca Forse (aizzato da un demone fatal)… Sperdi il reo motto, o tu, mia patria, e reca Luce di pace all’Opra e al Capital!…
Come la spada fe’ cadere a Roma L’antiche ubbie che ottenebraro il Sol, L’olivo che t’hai posto sulla chioma I ceppi nuovi franga e sperda al suol
Lascin gl’incauti scorrere fecondo L’oro che premia l’umil lavor; Teme ei le lotte e fugge, se l’immondo Alito lo circonda del Livor.
Ardisti molto, umil mia terra, e al senno D’Emilio il devi, ed alla tua virtù; Del povero mio verso intendi il cenno, Grida: “avanti Savoia” ora anche tu!
Del Campidoglio il vertice immortale, Italia, fra il comun plauso salì. I viva nostri all’opra e al capitale Aprono nuove gioie a novi dì!
Lendinara, 22 settembre 1900
Il più grande zuccherificio d’Italia
Lo zuccherificio entra in attività con la campagna saccarifera del 1900, lavora inizialmente 5000 quintali di bietole al giorno e tiene impiegati per la durata della campagna, che è di oltre 60 giorni, circa 400 operai di cui la maggior parte sono di Lendinara.
Tra il 1908-1909 lo stabilimento viene ampliato per adeguarsi alle sempre maggiori richieste di zucchero da parte del mercato, la sua capacità di lavorazione viene portata da 7600 a 14000 quintali di barbabietole lavorate nelle 24 ore. Diventa così il più grande zuccherificio d’Italia, superando quello di Legnago che fino a pochi anni prima era considerato uno dei più grandi d’Europa.
Il numero di operai impiegati durante la campagna saccarifera sale inizialmente ad 800, mentre 90 sono stabili per tutto l’anno, attestandosi in seguito ad oltre 1000 durante la campagna ed a circa 100 unità stabili.
All’intraprendenza di questa nuova generazione di proprietari terrieri – che non badano né a lotte, né a spese di forze, di intelligenza e di capitali – vanno aggiunti altri fattori determinanti per giustificare la nascita del primo zuccherificio polesano a Lendinara, primo fra tutti la posizione geografica.
Condizione necessaria per il buon funzionamento di uno zuccherificio è infatti la idonea posizione logistica, ovvero che la fabbrica sorga al centro delle coltivazioni, entro un’area servita da importanti vie di comunicazione (strade, ferrovie, canali navigabili) ed in grado di assicurarsi le ingenti risorse idriche richieste dalle varie fasi della lavorazione. Lo zuccherificio di Lendinara, è servito dalla linea ferroviaria Rovigo-Legnago inaugurata il 22 ottobre 1876 e attinge le enormi quantità d’acqua necessarie alla lavorazione dall’Adigetto.
Ma c’è un altro fattore non meno importante, e forse elemento essenziale per aver accelerato i tempi decisionali. E’ la coltivazione della barbabietola da zucchero che dà particolare impulso a questa nuova crescita, applicando le nuove tecnologie, sia per quanto riguarda gli attrezzi e i macchinari, sia per i metodi di lavorazione della terra.
Vengono generalizzate le lavorazioni profonde dei terreni, le semine a file, l’uso dei concimi chimici e l’ingrassamento remunerativo del bestiame mediante le polpe, spingendo gli agricoltori a selezionarlo e ad aumentarne la quantità; nelle aziende modello si raggiunge la dotazione di 2/5 di capo per ettaro, conseguentemente è aumentata la quantità di letame a beneficio delle coltivazioni.
La bietola permette di educare agricoltori e mano d’opera, per le cure che esige, per quanto riguarda le zappature ripetute e le sarchiature, pratiche importantissime, estese poi molto opportunamente anche ai frumenti ed alle altre coltivazioni.
I vantaggi della bieticoltura vengono esposti, in riferimento allo zuccherificio di Lendinara, da Eugenio Petrobelli nella relazione sull’industria dello zucchero all’Esposizione di Torino nell’anno 1911.
Nella campagna saccarifera del 1910, lo stesso stabilimento lavora 765.000 quintali di bietole, che vengono pagate in media L. 2,20 al quintale: un capitale di L. 1.683.000, di cui oltre L. 420.000 destinate quale compenso alle famiglie dei contadini che le hanno coltivate e cioè alla mano d’opera dell’area lendinarese interessata.
Con il binomio industria-agricoltura si ha un miglioramento delle condizioni economiche dei contadini e degli altri prestatori di mano d’opera bracciantile e non. Si moltiplicano i miglioramenti sul piano delle pratiche agricole e anche presso lo zuccherificio vengono attuati sempre nuovi adeguamenti tecnologici, inoltre si registra un benefico riverbero nell’indotto.
A sostegno della bieticoltura polesana, e più in generale nazionale, nasce inoltre a Rovigo nel 1912 la Stazione Sperimentale di Bieticoltura ideata da Ottavio Munerati, che avvierà studi e sperimentazioni in grado di apportare significativi miglioramenti relativi al patrimonio genetico della barbabietola.
La bieticoltura e la lavorazione della barbabietola danno vita ad un progressivo aumento della richiesta di forza lavoro, portando – dapprima a Lendinara, dove è sorto il primo zuccherificio e poi, con la costruzione in Polesine, negli anni dal 1923 al 1927, di altri 7 zuccherifici, – ad un calo consistente del fenomeno dell’emigrazione e della disoccupazione.
E’ dunque da considerare la coltura della barbabietola con le parole di L. Lavergne “[…] la più bella conquista agricola dei nostri tempi”.
La produzione di zucchero: un primato polesano
Allo stabilimento di Lendinara segue dunque la realizzazione di altri stabilimenti in varie aree del Polesine, a partire da Ficarolo. Costituitasi ufficialmente il 5 febbraio 1901, la Società anonima dello Zuccherificio di Ficarolo Bellini-Nuvolari è l’unica nella provincia di Rovigo all’inizio del ‘900 a capitale interamente italiano. Lo zuccherificio costruito per una capacità di 7000-8000 quintali di bietole lavorate nelle 24 ore, inizia l’attività produttiva nell’agosto del 1904.
Nel 1905 è poi la volta dello Zuccherificio di Cavanella d’Adige, mentre nel 1911 inizia la sua prima campagna saccarifera lo Zuccherificio di Rovigo […] fatto sotto gli auspici dell’Unione Zuccheri è affidato al sig. Giovanni Maraini, il quale ne cura personalmente l’impianto, fatto dalla casa Hallesche Maschinenfabrik und Eisengiesserei di Halle a. S. Solamente le caldaie sono di fabbricazione italiana ed escono dalle rinomate officine Franco Tosi di Legnano.
Lo zuccherificio lavorerà 8000 quintali di bietole ogni 24 ore, col metodo della diffusione ordinaria. La batteria dei generatori sarà costituita da nove caldaie, delle quali quattro a bassa pressione e cinque ad alta pressione (12 atmosfere). I motori saranno tutti a valvola, e per la trasmissione sarà data larga applicazione ai motori elettrici. Gli apparecchi di evaporazione e di cottura saranno del solito tipo della Hallesche Maschinenfabrik, cioè verticali. Le polpe prodotte saranno in parte essiccate in un apparecchio Huillard, composto di due forni, i quali lavoreranno coi gas perduti delle caldaie. Quando però l’essiccatore delle polpe non dovesse funzionare, il tiraggio alle caldaie verrà ottenuto con ventilatori sistema Prat: sicché avremo, nell’impianto di Rovigo, il primo e per ora unico, zuccherificio in Italia senza camino.
Con la realizzazione dello stabilimento di Rovigo, il Polesine diventa il maggior produttore di zucchero in Italia (1/3 della produzione nazionale) ed è in testa, rispetto alle altre province, sia nella produzione di barbabietole, che in quella del grano (la prima a raggiungere il traguardo dei 20 quintali per ettaro).
Il Polesine del primo ‘900 non cresce solamente dal lato sociale, ma anche dal lato dell’efficienza produttiva in agricoltura, i cui numerosi prodotti di derivazione rimangono il campo principale di applicazione della nascente industria moderna (zuccherifici, canapifici, jutifici, fecolerie).
Nel 90° anniversario del martirio di Giacomo Matteotti, mentre si stanno promuovendo varie iniziative alla memoria, desidero anch’io esprimere il mio ricordo, ringraziando la rivista “Il Ventaglio” che mi dà questa possibilità.
Chiarisco innanzitutto che il mio ricordo è indiretto, giacché la prima volta che sentii nominare il nome del martire del fascismo, egli purtroppo era già morto da tempo. Devo dire che si trattò di un episodio che mi lasciò alquanto sgomento: lo sconcerto venne dall’atteggiamento di una maestra.
Eravamo nel 1939 e frequentavo la terza classe elementare, il fascismo imperante era all’apice. Come di consueto l’anno scolastico doveva terminare con un grande saggio ginnico nel campo sportivo di fronte alle autorità civiche e al segretario del fascio. Tutti in divisa con il fez nero in testa. Le prove si dovevano sostenere il sabato pomeriggio detto “sabato fascista”.
Noi della località Santo Stefano di Melara ci recavamo nelle scuole del capoluogo per unirci ai compagni del centro.
Un sabato sentii una maestra dire sprezzantemente ad un bambino che si chiamava Matteotti: “Avanti tu, con quel brutto nomaccio, mettiti in fila!”. Nonostante l’età, mi resi conto, dell’umiliazione subita da quel compagno, cosicché il lunedì successivo in classe chiesi alla maestra perché quel nome fosse tanto brutto. La maestra rispose che Matteotti era stato un sovversivo, nemico della Patria, un sabotatore che incitava il popolo al disordine.
Era talmente pericoloso pronunciare quel nome, che anche i capi storici marxisti che abitavano lungo la mia strada, si guardavano bene dal menzionarlo durante i filò nella stalla, anche perché il padrone dell’azienda agricola aveva imposto loro di non parlare di politica, in modo da non aver rogne con le autorità fasciste.
Finita con la guerra anche la dittatura, di Matteotti si cominciò a parlare liberamente e, nella località dove vivevo, la memoria del grande martire risultava ancora particolarmente viva. Non pochi ricordavano il discorso che aveva fatto a Santo Stefano in gran segreto nel marzo 1924, poco tempo dunque prima del pestaggio romano che gli costò la vita. Contro di lui i fascisti polesani cantavano questi ritornelli:
“Caro Matteotti, preparati la fossa, ché il fascio del Polesine ti spaccherà le ossa”.
“Fascisti e socialisti giocarono a scopone, vinsero i fascisti con l’asso di bastone: botte e sempre botte al bolscevico traditore della Patria”.
“Caro Matteotti, bolscevico e borghese, saranno i fascisti a mandarti a quel paese”.
Ritornando alla presenza segreta di Matteotti a Santo Stefano, i presenti erano venuti a conoscenza che a Lendinara un fascista, durante un dibattito con Matteotti, non sapendo come tener testa alle sue argomentazioni, gli aveva puntato contro una rivoltella. Il fatto si prestò a vari commenti fatti sottovoce. A Lendinara Matteotti aveva messo in evidenza lo sfruttamento e le miserande condizioni dei braccianti che erano costretti a lavorare tante ore per mercedi inadeguate, a volte ottenendo compensi irrisori come un fiasco di vino o un litro di latte. Il discorso del leader socialista era stato seguito con partecipazione e frequenti applausi. Improvvisamente però giunsero dei fascisti armati, che fecero fuggire tutti i presenti impauriti.
Durante l’incontro segreto di Santo Stefano, nel comune di Melara, Matteotti parlò nelle vecchie scuole che appartenevano ai Merchiori (gli avi del dott. Fausto Merchiori, già sindaco di Rovigo) i quali, per aver dato ospitalità ai socialisti, furono in seguito segnati a dito dai socialisti. Quella sera era presente la folla delle grandi occasioni: poveri emarginati che vedevano Matteotti come il messia, il redentore dei loro problemi. Da tanta venerazione si spiega la volontà popolare di mettere nome ai loro figli Matteotti.
Nel suo intervento l’onorevole aveva evidenziato come nelle ultime elezioni i fascisti avessero sabotato i seggi con angherie e soprusi, costringendo gli elettori, anche col manganello, a porre nell’urna le schede già votate per loro. E ciò spiega il successo elettorale fascista, segno che la libertà e la democrazia stavano ormai per essere affossate.
Matteotti aveva poi continuato sottolineando come gli obiettivi sociali si ottengono lottando in un clima democratico, paventando l’istaurarsi della dittatura. Rivolgendosi ai più focosi aveva poi osservato: Capisco il vostro astio, ma astenetevi da azioni illegali; evitate atti vandalici anche perché incendiare fienili, biche e tagliar viti, crea solo miseria; ed anche compiere atti sacrileghi nelle chiese favorisce ed aumenta l’odio tra i concittadini.
Matteotti parlò anche dalla Rivoluzione Russa e degli esiti nefasti, come lo scatenarsi degli istinti più barbari, portando a compiere atti disumani e tanto sangue versato. Ricordò anche il Congresso Socialista di due anni prima, a Livorno, dove l’ala di sinistra si era staccata dal partito e con Gramsci aveva dato vita al PCI, formando una nuova dittatura. Indicò infine la linea da seguire con la frase: i socialisti con i socialisti, i comunisti con i comunisti.
Mentre Matteotti pronunciava il suo discorso, iniziò a serpeggiare tra i presenti un evidente segno di disapprovazione, perché in zona l’odio di classe e l’anticlericalismo erano viscerali. Molti tra i convenuti avevano aderito al PCI; erano presenti anche alcuni che avevano frequentato, ai primi del secolo, il circolo anarchico di Ostiglia ed erano stati tra i promotori della contestazione della processione del Corpus Domini, che tanto dolore aveva arrecato al parroco don Luigi Cuccolo.
Tuttavia l’incontro finì con tanti applausi ed evviva, e Matteotti, prima di congedarsi, strinse le mani a tutti infondendo coraggio. Nessuno in quel momento poteva pensare che, dopo soli tre mesi, egli sarebbe stato assassinato.
La notizia della morte di Matteotti creò a Melara un grande sgomento, e i pochi che possedevano la bicicletta (per molti era ancora un lusso) si recarono a Fratta Polesine ai suoi funerali. All’andata i fascisti ebbero uno spiraglio di umanità, evitando di molestarli, ma terminata la cerimonia, li perseguitarono per tutto il percorso di ritorno con atti vandalici alle biciclette e somministrazione di olio di ricino.
La libertà di cui noi oggi godiamo è costata cara a quelle eroiche generazioni.
A memoria del martire del fascismo e dell’incontro avvenuto presso le scuole di Santo Stefano, propongo che l’Amministrazione Comunale di Melara si attivi per apporre una targa ricordo sulla facciata delle vecchie scuole in cui Matteotti tenne l’applaudito discorso.
Nel 90° della morte di Giacomo Matteotti, trucidato da sicari fascisti, si moltiplicano iniziative volte a fare luce sulla vita dell’illustre personaggio, nonché – e di questa particolarità intendiamo qui parlare – sul risalto (o lo scarso rilievo a seconda degli interessi politici) dato dai quotidiani del tempo alla barbara uccisione.
Quest’ultimo aspetto emerge chiaramente consultando la raccolta di volumi – contenenti 14 diverse testate giornalistiche della prima metà del ‘900 – custoditi per lungo tempo a Fratta presso la sede dell’associazione culturale Manegium ed ora trasferiti alla Casa Museo Matteotti, per essere a disposizione dei visitatori in una sala predisposta nella sezione storico-documentaria ricavata nel sottotetto.
Si è inteso intitolare “Matteotti in prima pagina” il particolare excursus basato sui giornali dell’epoca. Un’iniziativa che è stata anche occasione di un incontro aperto al pubblico organizzato dal CeDi – Turismo & Cultura con la collaborazione del Comune di Fratta e del Manegium; presenti all’evento, Tiziana Virgili, presidente della provincia e sindaco di Fratta, Adriano Azzi, presidente del Manegium, Donatella Girotto, direttrice del CeDi – Turismo & Cultura e appassionati della vicenda Matteotti.
A Nicola Gasparetto e Sara Fumaneri, autori della ricerca, il compito di illustrare le prime pagine dei giornali che, nel 1924, hanno descritto la vicenda del rapimento e le prime ipotesi sulla scomparsa del deputato Giacomo Matteotti, avvenuta il 10 giugno 1924.
Scorrendo i giornali
Va subito detto che la stampa italiana ha avuto modo di confrontarsi inizialmente in modo libero e appassionato su questa vicenda clamorosa. Dal 13 giugno, e in maniera ininterrotta per due mesi, fino al ritrovamento del corpo, il nome di Giacomo Matteotti continuò a comparire sulle prime pagine di diverse testate. E’ interessante a questo punto verificare le posizioni di alcuni giornali dell’epoca per comprendere l’atmosfera che aleggiava all’indomani del tragico evento.
Prendiamo innanzitutto in considerazione il “Corriere italiano”, giornale che cessò la propria vita proprio a seguito delle prime indagini. Sappiamo infatti che furono tempestive le individuazioni degli esecutori materiali del delitto, tra cui ricordiamo Albino Volpi e Amerigo Dumini; seguirono, immediatamente dopo, l’arresto di altri personaggi con loro collusi, come lo stesso direttore del “Corriere”, Filippo Filippelli, e alcuni suoi giornalisti, motivo questo dell’imposta chiusura del quotidiano, che si rivelerà definitiva.
Un’altra testata colpita fu senza dubbio “La Giustizia”, giornale del Partito Socialista Unitario, che all’epoca aveva fin da subito sublimato la figura di Matteotti, attribuendogli i connotati del martire. Già dai primi editoriali era stato messo in evidenza come questo atto delittuoso fosse da considerarsi quale ultimo anello di una serie di violenze che si perpetuavano in Italia da anni. Era dunque considerata l’occasione per provocare la caduta definitiva del nascente regime. “La Giustizia”, attraverso espressioni di sdegno e condividendo l’astensione dall’attività parlamentare dei partiti storici con il ritiro sull’Aventino, puntava sullo stallo del governo e sulla sua conseguente caduta. Ma come è noto non ottenne i risultati sperati. L’obiettivo era anche fare in modo che le indagini degli organi inquirenti “puntassero il dito” contro Mussolini, coinvolgendo in prima persona il leader del fascismo, ma anche questa speranza fu disillusa.
Il giornale criticò anche la decisione di celebrare i funerali di Matteotti a Fratta, anziché a Roma, vedendo in questa scelta un tentativo inteso a sminuire la portata dell’evento. La salma del deputato fu infatti trasportata in maniera quasi clandestina nel paese natale, ma qui trovò ad accoglierla il calore e l’affetto dei suoi concittadini che parteciparono in più di 10.000 al funerale. Anche questo aspetto fu messo in evidenza da “La Giustizia”, tanto che un giornalista dell’epoca descrisse come gli omaggi floreali non arrivassero solo alla vedova Velia Titta, ma iniziassero a comparire anche nel cippo dedicato ai carbonari martiri nel 1821: un perfetto parallelismo tra i martiri risorgimentali e i martiri del socialismo, come fu appunto Giacomo Matteotti. La testata continuò a mantenere il “caso” Matteotti protagonista delle proprie prime pagine anche nelle settimane e nei mesi a seguire, ma era invitabile che una voce così scomoda non fosse tollerata a lungo, il foglio fu soppresso d’autorità nel novembre 1925.
Una posizione di sostanziale equidistanza assunse invece “La Tribuna”, giornale romano di alta tiratura sorto intorno al 1880, solitamente bene informato, tanto da divenire persino fonte di informazione per altre testate. Per lo più si limitò a fornire un dettagliato quadro della cronaca, riducendo al minimo e rendendo quasi insistenti gli articoli di commento. Committente di questa testata era la grande realtà delle industrie siderurgiche, delle acciaierie, quel blocco sociale che aveva appoggiato l’ascesa al potere del regime. Ricco di apporti fotografici, questo quotidiano era solito inviare i propri giornalisti a fare indagini, che all’epoca surclassarono quelle condotte dagli stessi organi di polizia. La lentezza delle indagini portò persino alle dimissioni dell’allora capo della polizia, Emilio De Bono, uno dei quadrumviri che fu a fianco di Mussolini in occasione della Marcia su Roma; e da questo momento in poi, ci fu un’accelerazione delle indagini e il conseguente arresto di figure importanti.
Alcuni giornalisti di questa testata intervistarono Velia, la moglie di Matteotti, poco dopo la scomparsa del deputato, e fecero indagini passando al setaccio la vita dei primi esecutori materiali arrestati. A questo proposito, alcuni giornalisti giunsero persino ad ipotizzare che il corpo del deputato potesse trovarsi “sepolto” nel lago di Vico, località presso i Monti Cimini, in provincia di Viterbo, perché si era diffusa la notizia che un anno prima, presso questo lago, avessero soggiornato alcuni componenti della banda che rapì Matteotti, tra cui lo stesso Dumini.
Documento di straordinaria intensità è un articolo che descrive l’incontro che avvenne tra Velia e Mussolini, in cui la vedova chiedeva di fare il possibile per velocizzare la restituzione del corpo del marito. In questo ed in altri frangenti il giornale romano non perde occasione di ritrarre un capo del governo dal volto umano, il cui sdegno per la tragica scomparsa è indicato come profondo ed autentico; analogamente la sua azione è descritta come energicamente rivolta a sollecitare tempestività ed efficacia nelle indagini.
Assume sfumature diverse la posizione de “L’Impero”, voce del fascismo più oltranzista. Il giornale, innovativo per i toni di stampa “urlata”, voleva fornire una chiave di lettura dei fatti in grado allontanare i sospetti di Mussolini come mandante dell’omicidio di Matteotti, e si accaniva contro fonti di informazione e gruppi politici che fino a quel momento erano stati tiepidamente filo-fascisti ed ora incominciavano a far sentire voci critiche, definendoli “sciacalli” e “speculatori”.
L’Impero cercò fin da subito di far apparire il caso Matteotti come un tentativo per mettere in crisi lo stesso regime, e destabilizzare quel clima di “normalizzazione” che lo stesso Mussolini era deciso a compiere.
L’incontro che si svolse tra Velia e Mussolini è descritto, infatti, come un incontro commovente tra persone che sono state colpite, quasi allo stesso modo, dallo stesso dramma.
Fine della libertà di stampa
La carta stampata, principale veicolo di informazione, che aveva all’epoca un ruolo fondamentale nell’orientare l’opinione pubblica, contribuì certamente allo sviluppo delle indagini portando agli arresti di personalità ai vertici del regime, come Cesare Rossi, Giovanni Marinelli, Aldo Finzi. Il regime a questo punto iniziò a sentirsi in pericolo: all’interno del movimento fascista si iniziò a chiedere una svolta censoria. E la svolta arrivò l’8 luglio del 1924 con l’attuazione del decreto limitativo della libertà di stampa, di cui “L’Impero” fu uno dei principali sostenitori. Questa testata era la voce dell’ala del fascismo che non voleva alcun compromesso, nemmeno con le forze del partito liberale, della destra storica, anzi vedeva nel clamore dato al caso Matteotti un’occasione per esacerbare gli animi e rivendicare una seconda ondata rivoluzionaria, una seconda marcia su Roma.
Per la verità il decreto limitativo era già stato approvato nel luglio del 1923, ma non era entrato in vigore. Con l’attuazione del decreto nel 1924, invece, i prefetti ebbero discrezionalità nel procedere con sequestri e diffide verso giornali, direttori e redattori ritenuti responsabili di minare l’ordine pubblico.
Inizia pertanto la repressione. Sicuramente il più noto giornale colpito dalla censura fu “L’Avanti”, organo di stampa del partito socialista italiano, che dal luglio al dicembre di quello stesso anno subirà ben 36 provvedimenti di sequestro, ed avrà comunque vita breve, l’ultimo numero autorizzato uscirà il 31 ottobre 1926. Da quel momento le pubblicazioni del giornale socialista proseguiranno in esilio, a Parigi e Zurigo.
“Finalmente – si legge ne “L’Impero”- viene limitato il potere dittatoriale della stampa, la vergognosa licenza dei giornalisti. Bisogna arginare la delinquenza parolaia, la peggiore di tutte perché consapevole”. E ancora: “Ci voleva il recente delitto perché ci si convincesse della necessità della disciplina che in altre nazioni esiste già da tempo”.
Il delitto diventò quindi il motivo che agevolò un’azione repressiva nei confronti degli organi di stampa, e ancora peggio, la limitazione della libertà di stampa fu fatta apparire come un provvedimento necessario per rendere giustizia del delitto Matteotti.
Il linguaggio enfatico, retorico de “L’Impero” e di altri giornali di questo orientamento si configurò ben presto come esempio da seguire: l’elemento informativo esce di scena a discapito della propaganda, dello slogan. Sarà dunque questo l’indirizzo di scrittura che pervaderà tutta la stampa dell’epoca fascista, mentre i giornali che non si uniformeranno verranno chiusi.
Questi ed altri risvolti del caso Matteotti – così come emergono dagli organi di stampa dell’epoca – potranno d’ora in poi essere approfonditi personalmente da studiosi ed appassionati grazie al servizio di consultazione di questo fondo documentario attivo presso la Casa Museo Matteotti nel pomeriggio di ogni sabato.
Vi sono ricorrenze che, seppure importanti per la storia economica e sociale di una comunità o di un’istituzione, spesso passano dimenticate o ignorate e, pertanto, rimane agli studiosi del passato il dovere e il piacere di rievocarne la memoria.
È il caso della Bonifica eseguita dal marchese Enzo Bentivoglio, la grande opera di prosciugamento dell’Alto Polesine ex-ferrarese, della quale ricorre con il 2014 il quarto secolo dalla sua attuazione.
Iniziata nel 1610, su progetto e direzione del grande perito idrostatico Aleotti (detto l’Argenta, 1546-1636), la “Bonifica Bentivoglio” venne collaudata nel gennaio del 1614. Per la verità si trattò di un collaudo formale, limitato alle infrastrutture primarie (il completamento della rete drenante richiese ancora una decina d’anni), insomma nientemeno che uno stratagemma per dare inizio alla riscossione dei “terratici”, cioè degli oneri consortili. In ogni caso l’evento fu gravido di conseguenze, perchè può essere considerato come l’atto di nascita del Consorzio di Bonifica Padana (in seguito Padana-Polesana e oggi Adige-Po), un’istituzione fondamentale per un territorio ad elevato rischio idraulico come il Polesine.
In seguito al citato collaudo, si costituì infatti un organismo elettivo, denominato Congregazione dei Conservatori della Bonifica, deputato all’imposizione e riscossione di oneri per la manutenzione e il miglioramento delle opere idrauliche, originariamente formato da 5 membri, scelti fra i maggiori possidenti delle terre bonificate. Si trattava di uno dei consigli di gestione dei numerosi consorzi di bonifica allora operanti nel Polesine, sia ferrarese che veneziano, nemmeno il più antico, ma sicuramente il più importante, per la vastità dell’area assoggettata e il più efficiente, grazie ai suoi ampi condotti che scaricavano mediante chiaviche nel fiume Po: a Salara il cavo della bonifica Superiore o di Zelo; a Occhiobello il cavo della Bonifica Inferiore o di Stienta.
Per questo motivo, nel tempo ebbe la capacità di accorpare dapprima i piccoli consorzi limitrofi delle cosiddette “terre vecchie”, diventando nel 1816 Consorzio della Bonificazione di Stienta e Terre Vecchie Unite, al quale si aggregarono nel 1852 altri otto consorzi elementari dell’Alto e Medio Polesine che formeranno il Consorzio di Bonifica Padana¹.
La sua fusione con il Consorzio di Bonifica Polesana, avvenuta per decreto legislativo nel 1970, porterà alla nascita del Consorzio di Bonifica Padana-Polesana, un comprensorio stretto fra gli argini del Tartaro-Canalbianco e del Po, esteso dai confini con la provincia di Mantova al ramo del Po di Levante.
Il Lago di Palù Maggiore
Non ci si vuole addentrare nelle vicende che determinarono queste trasformazioni, storie recenti per le quali si rimanda all’abbondante letteratura edita², invece, si intende qui ricordare le origini “bentivolesche” del Consorzio di Bonifica del Polesine, con la pubblicazione e il commento di un’inedita mappa, eseguita qualche anno dopo l’opera di prosciugamento³.
Essa raffigura la vasta depressione orografica compresa tra Stienta, Runzi e Ficarolo, ove esisteva una specie di lago di pianura, il Lago di Palù Maggiore, che si riteneva impossibile prosciugare coi mezzi di allora e che perciò rappresenta la migliore dimostrazione dei risultati ottenuti dalla Bonifica Bentivoglio (fig. 1).
Tale compendio di terre vallive era quasi interamente di proprietà della famiglia Perondelli (detti anche Perondoli), antico casato ferrarese di origini toscane, già fattori generali dei duchi d’Este, i quali nel 1632 incaricano il perito Girolamo Ferri di farne una mappa, al fine di tracciare la linea di confine in seguito alla divisione del fondo tra Alfonso Perondelli e la sorella Fiordespina Fiordebelli (curioso nome assunto da quando professò i voti di monaca di clausura nel monastero di S. Antonio in Polesine, tutt’ora esistente in Ferrara). Alla morte di costei, il fratello ne diverrà proprietario e il fondo resterà indiviso fino allo spoglio francese di fine ’700.
Disegnata con sfumature verde-azzurro ad acquerello (con il Nord orientato in basso, come si usava all’epoca) la mappa del perito Ferri evidenzia anche le proprietà adiacenti, in buona parte possedute dalla nobiltà, enti religiosi e borghesia ferrarese (Bentivoglio, Beccari, Fiaschi, Bononi, Abbazia di S. Benedetto, ecc.) e i principali fabbricati, tra i quali una dettagliata raffigurazione del centro abitato di Runzi.
Essa denota un primo aspetto interessante, nel dimostrare che la bonifica Bentivoglio, qui imperniata sul condotto Nappi affluente del Cavo di Runci (attuale Cavo Bentivoglio), non era riuscita a prosciugare del tutto questa depressione, nella quale sono ancora evidenziati con tonalità tendente all’azzurro, diversi acquitrini ancora chiamati Laghi di Palù Maggiore, collegati tra di loro da un condotto chiamato Buriolo.
Ai lati della Palude Maggiore vi sono a sinistra i laghi di Rio (odierno Canarin) e Marionda e a destra i Laghi Novi, distesi fra Corà e Trento. Tutto il restante in tonalità verde chiaro, raffigura una distesa di prati umidi destinati al pascolo e alla raccolta di foraggi, ma non alla coltivazione. Ciò conferma l’esattezza della tradizione orale così come raccontata dai nostri anziani, che asserivano l’esistenza in questa zona di chiazze paludose, canneti e prati fino agli inizi del Novecento, quando la valle venne definitivamente bonificata con l’escavo del Collettore Padano-Polesano. Questo nuovo canale, che nel tratto iniziale si sovrappose al Cavo Nappi (dal nome del socio del Bentivoglio nell’impresa bonificatoria), era molto più profondo dei precedenti ed aveva esito nel Canal Bianco a Cavanella di Adria (cioè, ad una quota prossima allo zero s.l.m.), anziché nel Po, il cui letto si era rialzato per sedimentazione interna di sabbie e limi, ostacolando sempre più il deflusso dei condotti bentivoleschi.
Tutto ciò non deve far pensare che l’opera di bonifica del Bentivoglio sia stata inefficace o mal eseguita, né la presenza di un valente perito idrostatico come l’Aleotti lascia spazio a questi dubbi. Bisogna, infatti, considerare che le mappe precedenti rappresentavano queste valli interamente ricoperte d’acqua, la cui profondità variava tra i 4 e 8 piedi ferraresi, vale a dire 1,5-3 metri circa, per cui l’unica attività che vi si poteva esercitare era la pesca⁴. Inoltre, bisogna tener conto che i terreni in seguito alla bonifica tendono naturalmente a costiparsi ed abbassarsi, per cui la loro giacitura in questo punto critico si era ridotta ad appena 4-5 metri sul livello del mare. Con un gradiente di caduta così limitato, sarebbe impossibile anche oggi eseguire un’efficace bonifica per scorrimento naturale, tant’è che la soluzione definitiva al problema si è avuta solo con l’introduzione delle idrovore meccaniche lungo l’asta del Collettore Padano-Polesano, una tecnologia che non era disponibile nel ‘600.
Corte Palù e la Bonifica Bentivoglio
Il perito Ferri evidenzia nel suo disegno anche la presenza di un fabbricato in muratura, costruito sull’unico rilievo esistente all’interno dell’area bonificata. Si tratta di “Corte Palù”, oggi fatiscente e in stato di abbandono, probabilmente costruita dai Perondelli nei primi decenni del ‘600, per dare riparo ai bovai e al numeroso bestiame che sfruttava l’abbondante foraggio della valle. Corte Palù è solo un esempio del ben più vasto appoderamento che in seguito alla Bonifica Bentivoglio interesserà le terre più rilevate e fertili, con la costruzione di sovrastanti edifici rurali e un incremento demografico mai visto prima d’allora.
Scrisse al riguardo il Penna: “…La bontà e fertilità di questo paese prolifica così e alletta tanto li vicini a venire ad abitarlo, che è stupore come si popola, né saprei che miglior testimonio addurre, che rappresentare, che le chiese si sono rese così incapaci del popolo, che bisogna di presente ampliarle”. E il Frizzi conferma: “…cominciò ad aumentarsi col prodotto la popolazione traspadana Ferrarese per modo che divenne in proporzione delle altre quella porzione della nostra provincia la più abitata ed ubertosa”⁶.
Pur con i suoi limiti, la bonifica Bentivoglio fu, dunque, una grande conquista per il Polesine e gettò le basi dell’attuale istituzione consortiva. Anche se il tempo ha ormai sfumato il ricordo di quegli eventi, ci compete il dovere se non della riconoscenza, almeno quello di non dimenticare la nostra storia.
Il primo nucleo abitato di Rovigo, ha origine sulla riva destra del corso d’acqua Adigetto e risale ai secoli VIII-IX.
La città e la sua configurazione
La città deve il suo maggior sviluppo e la propria definizione urbana – con la realizzazione della cinta muraria a forma pentagonale – al periodo medioevale tra il X e il XIII secolo. Per quanto riguarda la parte a nord-est, compresa tra le mura, le attuali via Silvestri e via Mazzini, non esistono molti elementi per ricostruire la situazione prima del XVI secolo. La zona, dal carattere prevalentemente agricolo, era adibita ad orti e giardini.
Nei secoli successivi, anche molto tempo dopo la costruzione della Rotonda, il carattere non cambia; nel catasto Napoleonico del 1813 e nel catasto Austriaco del 1842 gran parte dell’area risulta ancora occupata da ampi spazi destinati ad orti e a giardini privati. Muta invece il valore urbano: la presenza di due importantissimi edifici religiosi – il Convento di S. Francesco e la Chiesa della Beata Vergine del Soccorso – ha infatti condizionato nel tempo il significato e la destinazione funzionale delle aree libere adiacenti agli edifici stessi e alle mura.
La costruzione del Tempio della Rotonda e lo sviluppo urbano
Soprattutto la costruzione del Tempio della Madonna del Soccorso – collocato in un’area urbanisticamente poco determinata – è di fondamentale importanza poiché inserisce un termine di riferimento morfologico per i successivi sviluppi.
Verso la fine del XVI secolo la devozione popolare si concentra sull’immagine della Madonna del Soccorso dipinta a fresco in un tabernacolo della zona, provocando un notevole afflusso di pellegrini.
All’inizio del XVII secolo la costruzione della Chiesa è completa. Il progettista è il Bassanese Francesco Zamberlano, proto dell’arsenale di Venezia, attento alla maniera Palladiana. La pianta ottagonale è circondata da un peristilio di tipo classico.
Il Tempio è uno straordinario edificio religioso decorato all’interno da un eccezionale ciclo pittorico, grandi tele di artisti veneti del Seicento che, insieme alle opere contenute nella pinacoteca dell’Accademia dei Concordi e a Palazzo Roverella qualificano Rovigo come città d’arte a livello internazionale¹.
La forma del tempio a pianta centrale, ottagonale, ben si inserisce in un contesto da organizzare. La Chiesa sorge appena dentro le mura, nell’angolo nord-est del pentagono, dietro il Convento di S. Francesco. E, in breve tempo, rilevante diviene l’importanza urbana assunta dall’area: una zona abbandonata e priva di traffici, dopo la costruzione del tempio si anima di pellegrini e religiosi diventando un centro di interesse sociale, culturale e religioso; una grande via, aperta all’incontro e allo scambio con il risultato di spostare il baricentro del culto dalle Chiese del centro-città in quest’area periferica.
Una parte di città murata, quella orientale, nel 1700 si qualifica dunque come “zona sacra” per la presenza di numerosi edifici religiosi: oltre la Chiesa e Campanile della Beata Vergine del Soccorso e il Convento e Chiesa di San Francesco, vi troviamo il Convento e la Chiesa delle monache della SS. Trinità, il Cimitero degli Ebrei, il Cimitero Cristiano (appena fuori le mura, attivo sino ai decreti Napoleonici dell’inizio del XIX secolo), il Convento delle Terziarie Francescane, la Chiesa della Concezione, la chiesa di Santa Giustina e l’Oratorio della Fraglia.
La parte orientale della città è sempre stata più bassa di quella centrale e quindi soggetta alle alluvioni, questo fatto ha contribuito a rendere molto lenta l’edificazione. Di conseguenza anche le strade che la attraversano, nel XVI secolo, non sono considerate di grande importanza. Il percorso per dirigersi verso Sarzano ed Anguillara, si consolida solo dopo l’individuazione della nuova Piazza davanti alla Rotonda.
La costruzione di Porta S. Francesco è databile in un arco di tempo compreso tra il 1508 e il 1580; essa interessa il tratto orientale delle mura nel punto di intersezione con la strada di S. Francesco (oggi via Silvestri). La realizzazione di questa Porta è da mettere in relazione con lo sviluppo dei traffici commerciali e l’avvio della bonifica nelle valli di S. Giustina ad est della città.
Dopo l’ampliamento della Chiesa di S. Francesco, nel XVI secolo, in dimensioni tali da poter competere con il Duomo, si determinano le condizioni economiche e culturali tali da creare un interesse per la realizzazione di una edificazione qualificata lungo la strada che porta al complesso Francescano e all’attuale Piazza XX Settembre; in questo modo l’antica via di S. Francesco (oggi via Silvestri) diventa una vera e propria strada urbana.
Lo Stradone della Madonna, poi piazza XX Settembre
Dopo la costruzione della chiesa della Beata Vergine del Soccorso, in breve denominata “la Rotonda”, inizia a formarsi sul lato sud una grande strada-piazza adiacente agli orti del Convento, chiamata ben presto Stradone della Madonna.
In origine l’ingresso principale della chiesa della Rotonda si trovava sul lato dell’ottagono prospiciente l’attuale via IV Novembre, sull’asse est-ovest di fronte all’altare orientato ad est.
Dall’esterno, date le caratteristiche geometriche dell’edificio, non si è mai posto il problema di una facciata principale, era comunque inevitabile che la veduta principale avvenisse da via S. Francesco attraverso lo Stradone di accesso al tempio. E’ così che l’ingresso principale viene collocato nel lato sud dell’ottagono che prospetta sulla Piazza, a conferma dell’importanza e della potenzialità urbana assunta dallo spazio antistante.
Tra il XVIII e il XIX secolo l’edificazione di palazzetti signorili modifica in parte il senso del luogo, la piazza assume un aspetto residenziale e perde il carattere religioso. Nel 1825 lo Stradone subisce un ulteriore allargamento sui terreni liberi appartenuti ai Francescani ora di proprietà demaniale. Nel 1847 Domenico Angeli costruisce, lungo il perimetro della Piazza, 24 case in linea per famiglie indigenti; i lavori di ampliamento terminano nel 1864.
Nel 1865 la gradinata di accesso all’ingresso principale (su via IV Novembre) è sostituita da una scala meno estesa a causa dell’intralcio al traffico indotto dopo la realizzazione di Piazzale Soccorso (1860) e dopo la sistemazione di dell’ampio spazio (1864) che, da settembre 1888 (in un contesto di accentuata laicità degli amministratori comunali) prenderà il nome di Piazza XX Settembre, in ricordo della giornata in cui nel 1870 l’esercito italiano entrò in Roma attraverso la famosa breccia di Porta Pia.
Dal punto di vista funzionale la piazza, si rese disponibile per il mercato dei bovini e successivamente per il mercato degli ambulanti; dall’inizio del XVI secolo la fiera annuale si svolgeva negli spazi aperti intorno a S. Francesco: le manifestazioni legate alla fiera e numerose processioni religiose partivano dalla Piazza Grande e occupavano tutte le vie pubbliche compreso “el Stradon de la Madona”; questo a dimostrazione che la Piazza assume subito il ruolo di elemento di convergenza dei traffici e degli interessi della città.
Negli anni ‘30 del secolo scorso un progetto di espansione a scala urbana del PRG prevede la realizzazione di una grande arteria stradale di collegamento tra via Silvestri, passando per Piazza XX Settembre, viale Gramsci e i quartieri residenziali a nord; per fortuna il piano è stato abbandonato.
Una dinamica spaziale, quella di Piazza XX Settembre, fatta di relazioni complesse e stratificate nel tempo. Dal dopoguerra la Piazza è aggredita attraverso la realizzazione di banali interventi edilizi ad alta densità, le cortine ad est e ad ovest sono alterate con la demolizione o la trasformazione dei palazzetti e degli edifici civili esistenti (pratica che purtroppo continua ancora oggi).
Negli anni ‘60 vengono piantumati numerosi pini marittimi su due file parallele. Dagli anni ‘70 al 2010 la Piazza è degradata a parcheggio.
La riqualificazione della Piazza
E veniamo al 2010 con l’avvio del progetto di riqualificazione della piazza², un progetto nato dal presupposto che Piazza XX Settembre, insieme alle due torri, rappresenti uno dei simboli più importanti della città.
La lettura comparata dei documenti storici e la presenza di due dei più importati monumenti – il Tempio della Rotonda e la chiesa di San Francesco – hanno condizionato la proposta di trasformazione.
La riqualificazione appartiene ad una serie di interventi capaci di ridare dignità ai monumenti, prima con il recupero di Piazzale Soccorso, successivamente con il restauro degli affreschi interni e il restauro dell’organo di Callido, poi con l’intervento di ristrutturazione del magnifico campanile tradizionalmente attribuito a B. Longhena.
La recente riqualificazione ha restituito dignità e prestigio al luogo: un’area di forma rettangolare pianeggiante (con una leggera pendenza verso via Silvestri) di circa 35 m. di larghezza, 175 m. di lunghezza, per una superficie di circa 6.500 mq.
La scena che si presenta al visitatore è particolare: i due filari alberati (liberati dalle automobili) che fiancheggiano la piazza, la grande cavea a verde centrale, il sagrato e la speculare piazza-belvedere con fontana su via Silvestri caratterizzano la straordinaria prospettiva.
La vista del tempio, da via Silvestri, appare come una quinta edilizia nonostante la consistente mole; questa prospettiva è accentuata dalla presenza dei due filari di pini marittimi che restringono ulteriormente il campo visivo.
Gli elementi e i materiali di pregio che disegnano le superfici sono: la fontana a terra con nove getti d’acqua (numero caro alla tradizione simbolica ebraica-cristiana); la cucitura delle pavimentazioni in pietra bianca, porfido rosso, trachite disposte secondo una geometria diagonale “di riverbero” diffusa dalla massa ottagonale della chiesa come l’effetto di un sasso gettato nell’acqua; i percorsi laterali longitudinali da via Silvestri, lungo le cortine edilizie che conducono al sagrato; i muri-sedute laterali in mattoni e marmo del “temenos” determinano i diversi ambiti e favoriscono l’aggregazione; la valorizzazione dei 28 pini marittimi vincolati dalla soprintendenza che da sempre inquadrano la stupenda veduta. La cavea a verde centrale calpestabile è destinata ad ospitare eventi e manifestazioni proiettati su di un fondale d’eccezione.
Il paesaggio così ritrovato, ricco e di pregio, rappresenta in modo efficace la parte di città, coniugando in un solo luogo la contemplazione spirituale con l’esercizio collettivo quotidiano.
Oltre al carattere virtuoso dell’intervento, la riqualificazione tiene in considerazione l’esigenza di garantire una minima dotazione di aree a parcheggio di servizio alle attività commerciali presenti nella Piazza.
Il Polesine si è arricchito di una nuova spiaggia. Un arenile particolare che “stranamente” non si apre sull’ Adriatico, ma – incredibile a dirsi – a cento chilometri dal mare, nel cuore dell’alto Polesine. Non è uno scherzo della natura, ma un riuscito progetto di valorizzazione del territorio in chiave turistica: una spiaggia dunque progettata e realizzata per favorire utenze estive di un vasto bacino tra Rovigo, Legnago e il veronese, Castelmassa e il mantovano.
I lavori, iniziati nel 2011, sono stati portati a termine in una quindicina di mesi, cosicché la nuova struttura, chiamata Castelbeach – perché costruita nel territorio di Castelguglielmo – è stata inaugurata il 29 giugno 2013. Ha pertanto già sostenuto il primo anno di prova, un tempo tecnico necessario per l’assestamento e la verifica dal punto di vista dell’accoglienza da parte del pubblico cui è destinata.
E’ stata un’esperienza certamente riuscita perché, nei due mesi estivi di luglio e agosto, l’affluenza di gente, proveniente non soltanto dalla provincia di Rovigo ma anche da quelle limitrofe, è stata molto grande ed è andata oltre le aspettative della società costruttrice: la snc Alba di Marco Camalori di Chioggia.
La famiglia Camalori, dopo un’esperienza decennale nel litorale di Sottomarina, ha deciso di investire in quest’area polesana perché è convinta che il parco acquatico in questa zona di Castelguglielmo possa diventare un luogo di attrazione per chi non vuole o non può percorrere un centinaio di chilometri (e più) per raggiungere le spiagge marine dell’Adriatico.
In un primo tempo la proposta era stata avanzata al Comune di Badia Polesine, ma, trovando difficoltà, i proprietari hanno verificato la disponibilità dei comuni vicini. Una scelta azzeccata, perché gli Amministratori comunali di Castelguglielmo e Canda hanno di buon grado accolto l’idea, provvedendo in breve tempo a portare un’apposita variante al piano regolatore, avendo “ritenuto l’opera una ricchezza per la comunità intera”. Lo evidenzia con compiacimento il sindaco Grassia di Castelguglielmo, il quale esprime la piena soddisfazione per questa realizzazione avvenuta in grande sinergia tra i proprietari e i due Comuni.
“Questa iniziativa è stata un’occasione importantissima – dice Grassia – non solo dal punto di vista imprenditoriale, ma anche a livello di immagine e promozione del territorio; un contributo anche per l’occupazione di persone del luogo”.
Infatti, nella scorsa stagione estiva, hanno trovato occupazione nella struttura una decina di ragazzi e ragazze della zona, quali addetti ai servizi connessi, come bagnini, assistenza, pulizie, e per la distribuzione di alimenti e bevande nei bar.
Vediamo ora cosa propone questo nuovo e più grande parco acquatico della provincia di Rovigo. Esso sorge su un’estensione di 75 mila metri quadrati di terreno, quasi tutto nel territorio di Castelguglielmo e una piccola parte in quello adiacente di Canda (in questa zona è stato allocato il parcheggio per le auto).
Dispone di due piscine: una per bambini di 800 metri quadrati, profonda 50 centimetri, e una per adulti di 2200 metri quadrati con una profondità da zero a 150 centimetri. La zona circostante a questi due specchi d’acqua è stata ricoperta da uno strato di finissima sabbia che produce un piacevole effetto bagnasciuga, come fosse una vera spiaggia marina. In una di queste spiaggette è stata stesa la sabbia rossa dei Caraibi mentre nell’altra la sabbia bianca dell’Egitto.
C’è anche l’area relax con sdrai e ombrelloni. Ci sono inoltre due campi da beach volley e beach soccer, due idromassaggi, dondoli, mega splash e giochi d’acqua ed un maxi scivolo a sei corsie alto 12 metri che propone ai più temerari una corsa per una lunghezza di ben sessanta metri; ed ancora due bar con piadineria e gelateria.
L’acquaparco viene aperto al pubblico da fine giugno ai primi di settembre, secondo le condizioni del tempo.
La proprietà ha voluto contenere i prezzi sia per l’entrata che per i vari servizi offerti, in modo da rendere la struttura il più possibile accessibile, specialmente alle famiglie con bambini. Gratuito è l’ampio parcheggio limitrofo come gratuite sono anche le docce.
L’esperienza dello scorso anno è stata più che positiva e fa sperare in ulteriori sviluppi per il futuro. “E’ un’iniziativa – dice il sindaco Grassia – che crea un percorso anche per altre attrattive turistiche della zona e che si pone in un contesto generale che serve al completamento dell’area camper e del vicino attracco sul Canalbianco, strutture già completate ed esistenti a Castelguglielmo”.
Castelbeach, i Caraibi del Polesine, si trova nelle vicinanze della Transpolesana a poche centinaia di metri dall’uscita ovest di Castelguglielmo. E’ dunque una struttura comoda, anche per chi proviene da località fuori provincia circostanti la zona.