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Archivi: Articoli d’archivio

  • Da Loreo a Rosolina

    Da Loreo a Rosolina

    Il Delta è una terra giovane, in buona parte nata dopo il Taglio di Porto Viro, quindi priva di una tradizione artistica antica. Va comunque sfatato il luogo comune secondo il quale nel territorio ad est di Adria non sono presenti opere d’arte che possano essere apprezzate dai visitatori, anche perché è convinzione diffusa che quel poco che c’era sia stato distrutto dalle frequenti alluvioni, oltre che dal tempo e dall’incuria degli uomini. Per questo viene proposto un itinerario nel Delta alla scoperta dei grandi e piccoli tesori che custodisce.

    Da noi non ci sono musei d’arte o pinacoteche, perciò entreremo soprattutto nelle chiese, perché è lì che sono conservate le principali testimonianze d’arte del passato. Probabilmente un tempo anche nelle case dei patrizi veneziani potevamo trovare sculture e dipinti; essi tuttavia, quando non sono andati distrutti o dispersi, sono stati spostati altrove dai proprietari, oppure collocati nelle locali chiese, anch’esse un tempo edifici padronali.

    L’itinerario – anche per ragioni di spazio – verrà spezzettato in vari numeri del Ventaglio. Iniziamo con LOREO, visitando le due chiese che sorgono tra di loro adiacenti, nel cuore della cittadina la quale, anche per la presenza di calli, nella sua fisionomia ricorda più di altre Venezia.

    Loreo vanta infatti la più antica comunità parrocchiale del Basso Polesine, e già poco dopo l’anno Mille si ha notizia di una chiesa. Antichi documenti attestano nel 1226 la presenza del primo arciprete, mentre dal 1390, quindi dopo la guerra di Chioggia, è conosciuto l’intero elenco degli arcipreti che si sono succeduti fino ad oggi.

    L’attuale edificio del Duomo fu innalzato a partire dal 1658 su progetto del grande architetto e scultore veneziano Baldassarre Longhena (sua ad esempio la Basilica della Salute a Venezia). Una lapide del 1675 sopra il portale ne ricorda la costruzione. Il campanile è del 1702. La chiesa fu completata internamente e via via arricchita nel corso del Settecento e durante l’Ottocento.

    L’interno è molto ricco. L’altare di San Giuseppe, il primo a sinistra, è datato 1750 e racchiude una bella tela di Antonio Marinetti detto Chiozzotto (Chioggia 1719 – Venezia 1796), pittore molto noto nella seconda metà del Settecento.

    Altri dipinti di particolare interesse sono: una “Adorazione dei pastori” di Antonio Vassillachi (Milo 1556-Venezia 1629), appeso nel presbiterio; un dipinto del 1693 di anonimo veneto con Il martirio di sant’Andrea, sull’altare di sant’Andrea; un dipinto con San Vincenzo Ferrer e Santi (Santa Giustina, Sant’Antonio di Padova, Santa Chiara, San Giovanni Battista, San Nicola da Bari) di Andrea Michieli detto il Vicentino (Vicenza c.1542-c.1619). Desta curiosità un quadro ritenuto di Pietro Damini (Castelfranco 1592-1631), che ricorda nella raffigurazione una scena dell’Otello: rappresenta in realtà Un miracolo mariano.

    Bellissimo l’altare maggiore, opera dello scultore veneziano Antonio Tarsia (1662?-1739). Ai lati le statue di san Pietro e di san Paolo, forse dello stesso Tarsia; esiste comunque una diversa attribuzione che le ritiene opera di Giuseppe Bernardi detto Torretti (1694-1774), scultore veneto maestro del Canova. Il baldacchino dell’altare, in legno dorato, è coevo. Molto bello anche il coro del Settecento, nel quale va comunque segnalata l’aggiunta di qualche elemento ottocentesco.

    Molto importante l’organo settecentesco, datato 1787, opera di Gaetano Callido, il più celebre organaro veneto di tutti i tempi. La cantoria che lo ospita è invece del 1990-1992 e sostituisce quella antica che era stata rovinata e poi demolita in seguito ai danni dell’alluvione del 1951 e al crollo accidentale di una parte del soffitto della chiesa. Il tutto è descritto su una lapide del 1992, murata in controfacciata sul lato destro.

    Vecchie foto documentano la presenza di un bellissimo Crocifisso, purtroppo trafugato, del quale ora restano soltanto i cimeli settecenteschi in argento, conservati nel Museo Diocesano di Chioggia.

    L’altare della Madonna della Carità custodisce un’immagine ritenuta miracolosa, che è oggetto di particolare venerazione in Loreo. Si tratta di un dipinto murale probabilmente dell’inizio del Settecento, proveniente dalla vicina cappella del Fontego. Qui il dipinto murale, strappato dalla parete e portato in duomo, è stato sostituito con una modesta copia ottocentesca su tela.

    Accanto al duomo sorge l’Oratorio della confraternita della Santissima Trinità, un edificio costruito nel 1613 per ospitare la confraternita, nata cinque anni prima e una delle pochissime ancora attive. Gli adepti della confraternita (i “fradei”) avevano diritto di sepoltura all’interno dell’oratorio. L’edificio conserva numerose opere d’arte, in parte pertinenti l’oratorio, in parte aggiunte successivamente per arricchire l’edificio, in parte portate lì da altri posti per motivi di conservazione.

    L’altare maggiore è settecentesco ed è ornato da un gruppo scultoreo dell’Ottocento, opera del chioggiotto Brusomini Naccari, con la recente aggiunta, in modo improprio, di alcuni elementi. Anche gli altri due altari, dedicati alla Madonna del Carmine e a sant’Antonio di Padova sono del Settecento. Nell’oratorio sono inoltre custodite alcune tele di ambito veneto provenienti da Retinella. Quattro sono Seicentesche, una della metà del Cinquecento che rappresenta la Madonna con Bambino, sant’Anna e altri Santi. In quest’ultima manca la parte centrale in basso, rubata nel 1979 tagliando la tela.

    Da Loreo possiamo portarci a ROSOLINA, dove l’antica chiesa del tardo Seicento – modificata con l’aggiunta delle navate laterali nell’Ottocento e sopraelevata all’inizio del Novecento – è stata dismessa e trasformata in auditorium, mentre per il culto è stato costruito un nuovo edificio, realizzato tra il 1984 e il 1989.

    Della vecchia chiesa sono tuttora presenti alcuni oggetti sacri di un certo pregio: una croce processionale settecentesca (ma potrebbe anche essere del tardo Seicento); il tabernacolo che si trova ora nella cappella invernale, probabilmente della fine del Seicento; la statua di san Rocco, ridipinta e in parte manomessa, datata 1874; un confessionale del 1779; la balaustra del 1832, parzialmente ricostruita di fianco alle scale che portano nella cripta; la statua ottocentesca in gesso di san Giuseppe, che è stata acquistata nel 1909. Anche la statua di sant’Antonio di Padova è stata acquistata all’inizio del Novecento ma è di fattura ottocentesca.

    Ancora dell’Ottocento è il dipinto del Sacro Cuore, modificato all’inizio del Novecento, quando è stato ampliato ai lati e ripiegato nella parte centinata per adattarlo all’altare maggiore della vecchia chiesa.

    Nella cappella del Santissimo del nuovo edificio possiamo anche vedere una interessante Madonna col Bambino di scuola emiliana del Seicento, donata nel 1990 dall’allora parroco don Mario Pinton, e nella cappella dell’Immacolata, proprio di fronte all’ingresso principale, una statua della Vergine in marmo di Carrara della prima metà del Settecento, opera di Antonio Bonazza (Padova 1698 – 1763 o 1767; qualcuno dice 1762). Proviene dal settecentesco oratorio della Moceniga, per molto tempo abbandonato e in gravi condizioni di degrado, ma in fase di restauro, almeno nella struttura.

  • Rovigo nella Rotonda

    Rovigo nella Rotonda

    La Rotonda – cioè la chiesa della B. Vergine del Soccorso – è notoriamente il monumento più famoso di Rovigo, soprattutto per la sua decorazione pittorica interna.

    La parte più vistosa, di cui ci interessiamo qui, è costituita dalle 22 tele che celebrano i podestà veneziani inviati dal Senato a governare il Polesine di Rovigo, alternate ad altre 8 che illustrano episodi della vita di Maria, fissate alle pareti dell’aula: 30 grandi quadri, dunque, a cui vanno aggiunte altre due tele di dimensioni notevolmente minori conservate in sacrestia. Nell’insieme – bisogna riconoscerlo – una pregevole pinacoteca che, pur con qualche cedimento di qualità, documenta diversi aspetti significativi della pittura barocca in territorio veneto.

    La decorazione dell’interno della Rotonda dovette iniziare nel 1621 e si concluse nel 1684 (il soffitto attuale però è opera del 1870).

    I quadri che consideriamo testimoniano, naturalmente, una relazione fra i rodigini e la Madonna, ma anche fra la città e i rappresentanti del potere centrale, e – caso più unico che raro – non sono finiti in museo ma mantengono la collocazione originaria.

    Non meraviglia, dunque, che alla Rotonda siano stati dedicati diversi studi, i quali fino agli anni Sessanta del secolo scorso si limitavano a riproporre le notizie raccolte da Francesco Bartoli alla fine del XVIII secolo. Importanti approfondimenti si ebbero a partire dal 1967, quando, per iniziativa della (allora) Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, fu pubblicato il primo studio storico-critico moderno. Seguì una serie di ulteriori ricerche culminate nel poderoso lavoro di Carla Boccato e M. Teresa Pasqualini Canato, Il potere nel sacro (2 tomi, Rovigo, Minelliana, 2001-2004), che ha scavato a fondo nei documenti relativi ai podestà celebrati nella nostra chiesa votiva.

    Dati, dunque, gli stretti rapporti anche politici fra la decorazione pittorica della Rotonda e la città di Rovigo, sembra lècito domandarsi come Rovigo è presente nelle tele in questione.

    Il primo modo per far presente Rovigo, non poteva essere che ricordarla come “Città delle rose”. Alla fine del XV sec., Ercole Strozzi inventò la derivazione del nome Rovigo dal greco rhodon (= rosa). L’idea fu raccolta da Francesco Brusoni nel poemetto De origine urbis Rhodiginae composto nel primo decennio del XVI sec., ma ebbe piena fortuna con Ludovico Ariosto che nell’Orlando Furioso (1532) ricordò Rovigo come “…la terra, il cui produr di rose / le dié piacevol nome in greche voci”, trovando la consacrazione finale nelle pagine che Andrea Nicolio dedicò alle rose della città nella sua Historia… dell’origine et antichità di Rovigo (1582).

    La cultura barocca non poteva trovar di meglio per rappresentare Rovigo in termini figurativi: e infatti a tale allegoria ricorsero Pietro Liberi che celebrò Alvise Foscarini presentato alla Madonna da Rovigo cinta di rose (1656), Pietro Ricchi che ricordò Bartolomeo Querini morto verso la fine del mandato e perciò pianto da Rovigo vestita a lutto con in capo una corona di rose; Giulio Cirelli che accanto a Carlo Bellegno raffigurò Rovigo coronata di rose che riceve i doni dell’Abbondanza (1672), e, di fronte a Giovanni Battista Foscarini, Rovigo che rende omaggio al Podestà, raffigurata con una corona turrita in testa e una collana di rose al collo (1678); Giuseppe Diamantini infine nel quadro dedicato a Nicolò Balbi non dimenticò Rovigo coronata di rose, ma la confinò al limite destro della tela (1680).

    Rovigo, naturalmente, poteva essere resa presente anche rappresentando qualche suo edificio significativo, ma i pittori, da questo punto di vista, non risultarono molto sensibili: più che il Castello e la Rotonda non seppero vedere. Il Castello compare nella celebrazione di Pietro Morosini, dipinta da Antonio Randa (1644): è il primo dei grandi “telèri” realizzati per la Rotonda), in relazione ai fatti militari determinati dalla Guerra di Castro che sfiorarono il Polesine ma, fortunatamente, senza reali conseguenze (dunque, il quadro è una specie di ex-voto).

    Il Castello compare anche nella celebrazione di Benedetto Zorzi, di pittore ignoto (da qualcuno attribuito ad Antonio Servi), databile al 1655: sulla destra del gruppo che occupa la parte inferiore compare un paesaggio dove sono rappresentati il Castello rodigino (riconoscibile per la caratteristica forma del mastio), in riva ad un fiume che deve intendersi l’Adigetto, nel quale galleggia un mulino natante; sulla riva compare anche una chiesa non identificabile (potrebbe essere una chiesa rodigina trasformata dopo la metà del XVII sec.?). Purtroppo l’insufficienza del pittore ha sprecato una bella occasione per fornirci un suggestivo squarcio paesaggistico del Polesine di Rovigo.

    Per quanto riguarda la Rotonda, essa è sicuramente riconoscibile nel fondo, all’estrema destra, nella tela dedicata alla Visitazione di Maria ad Elisabetta, eseguita da Giovanni Brunelli nel 1650. Solo per ipotesi – ricordando che la Rotonda era stata pensata con la cupola – potrebbe riconoscersi nell’edificio a cupola, appunto, che Andrea Celesti raffigurò nel classico “modello di città” portato da un valletto in basso a destra, nella celebrazione di Giovanni Giustiniani (1681).

    Il Polesine di Rovigo era (ed è) terra di fiumi, compresa, fra l’altro, fra i due maggiori d’Italia: logico, quindi, che almeno Po e Adige siano stati ricordati nelle tele. Ma i primi dipinti eseguiti per la Rotonda – quelli conservati in sacrestia – eseguiti dal modesto Zaccaria Zaninelli nel 1621 e nel 1622, prendono a soggetto l’Adigetto, facendoci vedere l’arrivo a Rovigo del podestà Girolamo Priuli che, risalito il fiume controcorrente, sbarca nei pressi di S. Bortolo, e il podestà Lorenzo Surian alle prese con la rotta accaduta in località Paterlina che tanto impegnò il rappresentante veneziano: anche qui, tutto sommato, vale il discorso che s’è fatto a proposito della celebrazione di Benedetto Zorzi.

    Pittori ingaggiati successivamente, di più qualificato livello culturale, preferirono alludere ai fiumi secondo la formula della tradizione classica, cioè rappresentandoli con nudi eroici virili coronati di erbe palustri, sdraiati al suolo appoggiati ad orci che rovesciano acqua: tipici il Po e l’Adige nella tela che celebra Marco Michiel (1666?), opera di un pittore che fa pensare al Padovanino (che però morì nel 1649).

    Il Po compare in fondo, fra il podestà e Rovigo, nella già citata celebrazione di Carlo Bellegno. Inoltre compare – a separare le città di Rovigo e di Ferrara – nella celebrazione di Giovanni Battista Foscarini, di Giulio Cirelli (1678).

    Po e Adige compaiono in basso a sinistra nella Glorificazione di Nicolò Balbi, già considerato; mentre Andrea Celesti, nell’angolo in basso a sinistra della Glorificazione di Giovanni Giustiniani, ci presenta il Po con la corona regale in testa, che tiene in catene altri tre fiumi (l’Adige, l’Adigetto e il Tartaro), per simboleggiare l’importanza del maggior fiume italiano.

    Infine Antonio Zanchi, nella tela dedicata a Verità Zenobio, morto a Este quattro mesi prima di concludere il mandato a Rovigo, raffigura l’Adige afflitto (1682).

    Un quarto spunto per caratterizzare il capoluogo del Polesine può essere offerto dall’attività agricola, anche se nel XVII sec. il lavoro del suolo riguardava tutti i luoghi dove esisteva terra coltivabile. Anche qui, come per i fiumi, i pittori preferirono ricollegarsi alla tradizione classica, rappresentando allegoricamente la feracità del suolo con la figura dell’Abbondanza, cioè una cornucopia traboccante di prodotti della terra, spesso, ma non sempre, recata da una giovane donna.

    Va segnalato che in qualche caso questa rappresentazione viene interpretata liberamente dai pittori che finiscono per esibirsi in vere e proprie nature morte: soggetto, al tempo, ancora relativamente raro in Italia. In particolare mèrita di essere segnalata la natura morta dipinta da Pietro Liberi nella tela dedicata ad Antonio Sagredo (1675), dove fra gli altri vegetali, sono raffigurate pannocchie di mais: la coltivazione di granoturco in campo aperto era stata avviata nel 1554 dai nobili Emo nel territorio di Villabona (oggi Villa d’Adige), al confine occidentale del Polesine di Rovigo.

    Da ultimo – dato che la Rotonda è una chiesa – si debbono ricordare anche i santi qui raffigurati per caratterizzare Rovigo. E dunque compaiono il vescovo padovano Bellino, protettore della Diocesi di Adria (oggi di Adria-Rovigo); i santi Stefano papa e Giustina, titolari delle due parrocchie in cui allora Rovigo si divideva; san Francesco d’Assisi, poiché la Rotonda sorse su terreno appartenente ai Minori conventuali di S. Francesco, coinvolti anche nella gestione delle offerte dei fedeli.

    Altri santi qui raffigurati – come Domenico o Antonio di Padova – testimoniano diffuse devozioni popolari; altri ancora risultano legati a situazioni personali dei podestà (Giovanni Battista, Benedetto, Giorgio si riferiscono al nome o anche al cognome del podestà celebrato).

    E’ chiaro che con le annotazioni qui fatte la qualità dei dipinti non è chiamata in causa; ma il visitatore può trovare qualche spunto per leggere i quadri con qualche maggior interesse.

  • L’Ossessione Nordica

    L’Ossessione Nordica

    Mentre a Palazzo Roverella è tuttora in atto la mostra “I Mai Visti”, che propone un’interessante rassegna dal ‘400 al ‘900 della mai sufficientemente apprezzata quadreria dell’Accademia dei Concordi e del Seminario Vescovile di Rovigo, fervono i lavori per l’evento espositivo del primo semestre 2014.

    Un particolarissimo e inconsueto tema sarà l’oggetto di questa ampia mostra, in avanzata fase di preparazione, che si preannuncia come un forte motivo di attrazione dal 22 febbraio al 22 giugno 2014. Curata da Giandomenico Romanelli e promossa dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, in collaborazione con il Comune di Rovigo e l’Accademia dei Concordi, col singolare titolo “L’Ossessione Nordica”, la grande rassegna proporrà un percorso intellettuale oltre che artistico, seducente e infinitamente ricco di sfaccettature, frutto di sensibilità molto diverse e proprio per questo estremamente affascinante.

    Approderanno dunque al Roverella opere fondamentali nel percorso della scelta ‘nordica’ delle prime Biennali. In particolare quelle che -influenzate da alcuni capiscuola tra cui Arnold Boecklin- hanno indicato tracciati artistico-culturali destinati a segnare per sempre anche le linee condivise e le differenti tendenze nell’arte italiana del primo Novecento.

    Il percorso espositivo prenderà dunque le mosse dal racconto delle prime Biennali e dalla loro evoluzione: da vetrina dell’arte storica e pompier, al trionfo del Simbolismo, con successivo forte interesse alle Secessioni di Monaco, Vienna, Darmstadt e agli effetti sulle diverse correnti artistiche italiane, specialmente nei luoghi di confine come il Trentino, il Friuli e l’area triestina, impegnati anche politicamente in una specie di mediazione culturale di particolare originalità.

    Grande attenzione sarà data al momento ‘svizzero’ della cultura tedesca con Boecklin e Hodler, così come ad artisti viennesi e tedeschi tra cui Klimt, Klinger e von Stuck con le loro evocazioni mitologiche, le dense interpretazioni simboliste dei miti, della vita e dell’anima.

    Paesaggi a dir poco spirituali saranno presenti nell’inquieta e silenziosa natura nordica, così peculiare e inconfondibile in molta arte scandinava, che si contraddistingue per suggestive distese innevate, spiagge e fiordi. Ma vi saranno anche interni domestici con universi raffinati, nonché Maschere e ritratti in cui la figura umana assume valenza di indagine introspettiva e psicologica.

    Il titolo di questa mostra trae origine da quanto ebbe a dire nel 1901 Vittorio Pica – il critico italiano forse più aggiornato e internazionale dell’epoca, che fu anche Segretario generale della Biennale – secondo il quale l’arte nordica (scandinava, baltica, scozzese e tedesca più in generale) incise sull’evoluzione di molti artisti italiani che vennero presi da una vera e propria Ossessione nordica. L’arte nordica svolse, infatti, un ruolo da protagonista nelle prime edizioni della Biennale di Venezia, rappresentando un elemento di discontinuità e di novità tendente verso linguaggi e sensibilità ‘moderni’ e talvolta del tutto rivoluzionari.

    C’è dunque attesa per l’esposizione, che vedrà pregevolissimi dipinti di Boecklin, Hodler, Klimt, Klinger, von Stuck, Khnopff. Non mancheranno gli Scandinavi di varie tendenze come Zorn, Larsson o Munch.

    Accanto alle opere di artisti stranieri, vi saranno molti esempi di capolavori italiani che ne denotano tutta l’influenza e il fascino subiti. Tra questi si possono citare dipinti di De Carolis, De Maria, Sartorio, Laurenti, Bonazza, Wolf Ferrari e altri.

  • Riparte il Comitato Beni Culturali

    Riparte il Comitato Beni Culturali

    Il Comitato permanente per la conservazione e la valorizzazione dei Beni Culturali e Ambientali in Polesine, nato in occasione della Settimana dei Beni Culturali 1994 – 1995 su iniziativa delle quattro città storiche del Polesine, dell’Amministrazione Provinciale e di alcune istituzioni operanti in favore dei beni culturali ed ambientali del territorio, ha rinnovato, nella seduta del 25 marzo scorso, le proprie cariche, nominando coordinatore per il prossimo anno il ventinovenne fiessese Marco Chinaglia, ricercatore storico e docente di Storia e Filosofia, amico e collaboratore di Ventaglio90, nel Comitato quale vicepresidente dell’Associazione Culturale “Flexus” di Fiesso Umbertiano. Gli abbiamo fatto alcune domande sul ruolo del Comitato e sulle attività che intende proporre per lo sviluppo dello stesso.

    Marco, vuoi presentare l’attività del Comitato permanente ai lettori di Ventaglio 90?

    “Prima di tutto vorrei ringraziare i circa cinquanta enti, pubblici e privati, che compongono il Comitato, per la fiducia accordata a me e agli amici Pier Luigi Bagatin, giornalista pubblicista e direttore della Biblioteca Civica “Baccari” di Lendinara, e Nicola Gasparetto, dinamico animatore della cooperativa CeDi – Turismo e Cultura. E’ un impegno importante che, almeno per un giovane come me, si pone come occasione unica per rilanciare le attività di un variegato e vivace mondo culturale come quello polesano. E vengo così alla risposta alla tua domanda: il Comitato permanente è nato, esattamente venti anni fa, per occuparsi della conservazione e valorizzazione del sistema dei beni culturali ed ambientali polesano, anche al fine di maturare una coscienza civica attorno alla difesa e salvaguardia dello stesso. Nel corso degli anni l’organismo, che è stato presieduto fino a pochi mesi fa dalla bibliotecaria del Comune di Badia Polesine, Mara Barison, che ringrazio per il suo lavoro, ha accresciuto il numero dei suoi componenti, occupandosi di mettere insieme “buone idee”, progettualità ed eventi relativi alla cultura polesana”.

    Venendo allo specifico, quali sono state le attività principali del Comitato?

    Le due attività che hanno interessato in maniera più continuativa l’attività del Comitato in questi anni sono stati la pubblicazione della rivista “Beni Culturali in Polesine”, apparsa in dieci numeri tra il giugno 1997 ed il settembre 2009, e l’organizzazione della Settimana dei Beni Culturali in Polesine, che si svolge solitamente in dicembre. Quest’ultima, in particolare, è quella che, nel tempo, ha convogliato la maggior parte delle attenzioni del Comitato, suscitando consenso di pubblico e critica, in particolare nell’ultimo quinquennio, nel quale è stata affiancata, tematicamente, ai grandi eventi culturali locali.

    Questo è il passato e, in un certo modo, il presente del Comitato: quale la tua idea per il futuro?

    Sono convinto che l’attuale momento di trasformazioni, in ambito economico, sociale e politico, se ben governato, possa rivelarsi un’occasione importante per il mondo della cultura polesana. Basti pensare alla riorganizzazione amministrativa che le Province stanno assumendo: il nostro organismo è sicuramente autonomo ed indipendente dalla politica, ma ha sempre trovato nell’Amministrazione Provinciale un punto di riferimento logistico ed organizzativo importante. Partendo da questa ristrutturazione degli organi della Provincia, e dal contestuale rinnovo di buona parte delle Amministrazioni Comunali del territorio, vorrei un Comitato che diventasse un luogo di confronto sul “fare cultura” in Polesine, tenendo conto delle singole specificità associative degli enti ed istituzioni coinvolti”.

    Insomma, un rapporto più sinergico tra Comitato ed istituzioni pubbliche, questo intendi dire?

    “Questo, ma non solo: le scelte legislative intervenute negli ultimi anni in sede nazionale, a partire dalla legge 122/2010, che impongono limiti importanti alla spesa dei Comuni, aggravate dal patto di stabilità interno, ci impongono anche di guardare con maggiore attenzione al mondo dei privati, soprattutto nel settore del fund raising. Penso a realtà straordinarie del nostro territorio come villa Nani Mocenigo a Canda o all’ex ospedale psichiatrico di Cantonazzo, e mi chiedo: non dobbiamo avere più coraggio nel rapporto col privato, evitando, questo è ovvio, da un lato la “mercificazione” dei beni culturali, ma dall’altro la “demonizzazione” dello sponsor ? Mecenate era un privato ai tempi di Augusto, non dimentichiamolo. Solo una rete effettiva di sinergie nuove tra pubblico e privato potrà aiutarci a mantenere il nostro straordinario patrimonio al meglio”.

    Insomma, una rete effettiva per conservare e valorizzare il patrimonio locale: quali i punti di forza e debolezza del sistema polesano secondo te?

    “Il punto di forza sta in una terra, per certi versi, incontaminata, con paesaggi unici al mondo, terra che, per le sue precise caratteristiche storiche e culturali è luogo di incontro, confronto, e di unità nella diversità; in questa terra, accanto a grandi istituzioni pubbliche, opera un volontariato silenzioso che si esprime in centri grandi e piccoli con voglia di fare e contribuire allo sviluppo della provincia. Non lo dico io, lo dicono le rilevazioni statistiche del Sole 24 Ore sulla qualità della vita: ben 91 polesani su 100 si dichiarano soddisfatti dell’offerta culturale del loro territorio. Si tratta solo di metterla efficacemente in rete, con un salto di mentalità. Quando nacque il Comitato, nel 1994, la percezione del patrimonio culturale polesano era radicalmente diversa da adesso: in questi quattro lustri si sono sviluppate reti quali il SMP (per i musei e le esposizioni permanenti), il SBP (per il patrimonio librario) e realtà peculiari quali Fratta Polesine, condensato unico di tante epoche, eventi e personaggi storici tanto da essere insignita, per volontà della Presidenza della Repubblica, del titolo cittadino; Adria, città etrusca antica madre dell’Adriatico; Badia Polesine, con le recenti valorizzazioni del Teatro Sociale e dell’Abbazia della Vangadizza; Lendinara, con la prossima creazione della “Cittadella della Cultura”; Rovigo, con le grandi mostre d’arte di palazzo Roverella e le nuove sezioni del Museo dei Grandi Fiumi”. Partendo da questa consapevolezza, occorre poi abbattere il campanilismo per trovare un impegno comune da proporre anche a chi amministra questa terra, un impegno per individuare assieme un modello di sviluppo sostenibile tra Adige e Po che passi primariamente attraverso i temi della cultura, del turismo e di tutto ciò che crea educazione permanente”.

  • Nuova vita per “El Doge”

    Nuova vita per “El Doge”

    Mercoledì 23 aprile, salpando dall’attracco dietro il municipio di Porto Tolle, il “topo veneziano” El Doge ha tenuto il suo viaggio inaugurale lungo il Po di Maistra, ramo del Parco del Delta che fino a qualche decennio fa vedeva imbarcazioni di questo tipo trainate dalle sue sponde per il trasporto merci.

    La data scelta per l’inaugurazione non è stata casuale, ma ha inteso celebrare, nel ricordo, il compleanno dell’indimenticabile Marino “Caparin” Cacciatori, pioniere del turismo nel Delta e promotore della società, che negli anni ‘50 guidava un topo simile a El Doge. Con entusiasmo ed interesse verso il recupero delle tradizioni la Compagnia di Navigazione – che porta ancora oggi il nome del fondatore – ha effettuato il restauro di questa barca tipica, costruita a Burano nel 1959. Un’imbarcazione, nata seguendo le specifiche derivanti da una tradizione che risale ai tempi della Serenissima, che si è spostata dalla laguna di Venezia al Delta del Po per proporre ai visitatori un salto nel passato, solcando i rami più antichi del Parco del Delta.

    Questo mototopo veneziano va ad arricchire la flotta della compagnia portotollese che dispone di varie imbarcazioni utili alle molteplici esigenze di visitazione ed in grado di navigare su tutti i rami del Grande Fiume e in tutte le lagune della zona di foce. Si parte dall’ammiraglia Venere, per passare alla motonave Lino Beccati, ai tre pontoon boat e alle due barche a fondo piatto, simili a quelle usate dai pescatori nelle lagune del Delta.

    El Doge è stato adattato per la pesca e per il turismo di visitazione, può ospitare una ventina di persone interessate ad effettuare battute di pesca in acque interne o escursioni guidate sui rami del Grande Fiume, in particolare tra le rigogliose golene del Po di Maistra, oppure lungo il Po di Goro, unico ramo superstite di quel Delta Storico che esisteva prima del Taglio di Porto Viro.

    E proprio su questo ramo del Po, El Doge ha fatto servizio il 26 aprile, collegando la Fiera dell’Asparago di Mesola all’Ocarina Delta Festival, svoltasi nello stesso giorno al Museo della Bonifica di Ca’ Vendramin. Un itinerario breve, ma denso della storia e della cultura che hanno permeato gli ultimi quattro secoli del nostro territorio.

  • Slow Food e la terra

    Slow Food e la terra

    Per Slow Food di Rovigo l’anno 2014 si è aperto con l’incombenza del rinnovo delle cariche dell’organo di gestione. E’ recentemente si è riunito il Comitato di Condotta eletto dall’assemblea congressuale il 7 marzo 2014 per attribuire ai componenti diverse cariche e i relativi compiti.

    Con unanime consenso Paolo Giolo è stato eletto fiduciario. E’ seguita la nomina di Andrea Degrandis quale Segretario e Tesoriere, Davide Biasco quale addetto alle Comunicazioni e ai Rapporti istituzionali. Paolo Rigoni si occuperà dell’Arca del gusto e della Biodiversità, Patrizia Mantovan degli Orti di comunità, Lisa Bozzo del Tesseramento. Luisa Tolu delle Comunità del cibo, mentre Gino Ferro insieme con Leonardo Gagliardo cureranno i Rapporti con i produttori.

    Slow Food di Rovigo negli ultimi tempi ha profuso il suo impegno affrontando soprattutto il tema della terra in diversi modi, tra i quali due in particolare: la prima esperienza degli “Orti in condotta” e la formula de “I venerdi della terra”. Entrambi i progetti meritano qualche riflessione.

    Sugli orti in condotta non ci sarebbe molto da dire se non che in Polesine – terra di agricoltura a vocazione prevalente, se non unica – l’adozione degli orti da parte di un gruppo di Comuni e scuole elementari e medie è stata una conquista non regalata. La provincia di Rovigo (quella che ancora c’è) si estende in una Mesopotamia compresa tra i letti dei fiumi Adige e Po. Parte da Melara ed arriva fino al mare nel quale entrambi i fiumi si immettono con un percorso in terra rodigina di circa 130 chilometri.

    Più di cento chilometri di terra fertile, dunque, in parte prodotta dalle esondazioni di tutte le epoche, coltivata a volte in modo estensivo a volte con prodotti territorialmente confinati. In tutto questo territorio parlare di educazione alla terra e di orti in condotta potrebbe sembrare superfluo o di facile impatto, ma non è così.

    Ad oggi solo i comuni dell’Alto Polesine (Bergantino, Castelmassa, Castelnovo Bariano, Ceneselli e Melara) con le relative scuole hanno accettato la proposta di Patrizia, responsabile per la condotta di Rovigo, ed hanno portato avanti per il terzo anno il progetto didattico come da protocollo di Slow Food. I risultati sono stati a dir poco entusiasmanti. Gli studenti hanno infatti coinvolto genitori e parenti nel percorso didattico specifico che è stato studiato con il coinvolgimento degli insegnanti.

    Sono state quindi organizzate manifestazioni pubbliche per dare evidenza ai risultati del progetto: iniziative partecipate con entusiasmo ed interesse da parte di tutti gli attori coinvolti, con una modalità che è stata stupefacente. Non fosse per le ristrettezze economiche che le pubbliche amministrazioni vivono in questo momento non ci sarebbe nessuna incertezza circa la continuazione per un altro triennio del progetto, ma i tempi non sono facili. In ogni caso, si sta cercando di capire quali fonti alternative possono essere individuate per permettere il proseguimento del progetto che così tanto successo ha riscosso.

    Il WWF locale, forse anche sulla scia di questi risultati, con la collaborazione di Slow Food, ha recentemente promosso un corso di coltivazione dell’orto finalizzato ad assegnare a gruppi di cittadini di Rovigo e di Adria alcuni orti comunali messi a disposizione dalle rispettive amministrazioni. Ad ulteriore conferma di questo bisogno di “didattica dell’orto” e di avvicinamento della gente al tema della coltivazione e della stagionalità si è inoltre assistito all’attivazione di un altro orto didattico nella località di Lusia, in cui un privato, ancora non raggiunto da Slow Food, ha avviato singolarmente un progetto simile, che probabilmente confluirà in uno dei progetti dell’Associazione.

    Con lo stesso spirito di conoscenza del territorio sono state organizzate tra febbraio e marzo tre serate di seguito che – con il nome de “I venerdi della terra” – hanno visto una serie di produttori del territorio presentare e far conoscere il loro prodotti, ma soprattutto il loro mestiere. Sono intervenuti

    il pastore Ivo Tavaroli che ha illustrato l’antica transumanza nel Polesine e poi Valentino Rossin, un allevatore di api che ha con le stesse un rapporto quasi umano, Roberto Bianchini, un panificatore che ha lasciato una professionalità industriale per recuperare la sapienza del pane cotto nel forno a legna. Ed ancora Vittorio Comini e Giancarlo Stecca, due distinti coltivatori di vitigni autoctoni destinati alla scomparsa e recuperati per pura passione ed infine il padrone di casa, la famiglia Gagliardo, maiscoltori attivi ed appassionati nel mantenere e custodire la produzione di cereali biologici e del presidio mais bianco perla in particolare. E tutti hanno dimostrato con i fatti la bontà del loro impegno, permettendo ai convenuti (associati e non) di assaggiare e degustare i prodotti delle loro fatiche.

    L’ambientazione delle serate è stata presso il socio Gagliardo che con la moglie Silvia ha messo a disposizione una bellissima location rappresentata dalla sua azienda agricola (Le Barbarighe). Sono state opportunità di conoscenza, di incontro, di condivisione di passioni e di esperienze, di sperimentazione e di approfondimento. Da ripetere con assoluta certezza.

  • Sei di Lendinara se…

    Sei di Lendinara se…

    La convinzione – seppur recentemente attenuatasi grazie al contributo di voci autorevoli nel panorama mondiale – che il dialogo via web rappresenti uno dei sintomi più vistosi della difficoltà di mantenere contatti reali, in special modo tra i giovani, sembra più che mai vacillare difronte all’originale iniziativa che ha coinvolto lendinaresi e non solo sul più famoso dei social network.

    Alla soglia del 2014 è stato creato su Facebook, un gruppo denominato “Sei di Lendinara se…” che in brevissimo tempo ha raggiunto oltre 2000 membri. In esso sono convenuti – in una sorta di salotto virtuale altrimenti inaccessibile – lendinaresi, di ogni età e tipologia, compresi coloro che in tempi differenti hanno lasciato la cittadina. Tutti costoro, con un numero incalcolabile di post, hanno contribuito ad arricchire le conoscenze su Lendinara attraverso il ricordo di persone e fatti più o meno noti (a volte impercettibili e difficilmente documentabili) divenendo, ognuno, artefice del prezioso tessuto della microstoria cittadina.

    Davvero una valanga di ricordi, accompagnati da immagini, alcune più che note e storicamente predominanti, altre decisamente rare e curiose, tratte dai personali archivi, generosamente postate con il solo desiderio di testimoniare epoche e scorci di vita quotidiana, nella totale assenza di espressioni di protagonismo. E con la volontà di approdare al comune denominatore dell’appartenenza ad un luogo per il quale, effettivamente, è stato palesato un certo orgoglio.

    Una fase tangibile dell’iniziativa – avviata da Laura Gasparetto – è stata immortalata dall’obbiettivo di Alvise Bassi, titolare del “Centro Foto Costato”, il quale meriterebbe un personale riconoscimento, assieme ad altri lendinaresi, quale depositario di memorie condivise, per l’impegno e la passione che hanno caratterizzato la sua attività professionale. Il 25 gennaio scorso, nello scenario di Piazza Risorgimento in una bella giornata di sole, circa trecento persone si sono avvicinate per la foto di gruppo, vincendo qualche ritrosìa e timidezza, riprese dalle elevate finestre del Municipio, a coronamento, in qualche caso, di un’estemporanea amicizia, riavvicinamento o inatteso incontro, per ritrovarsi eventualmente ed occasionalmente nella “home” del gruppo.

    Volendo, ma solo per amor di sintesi, predisporre una sorta di fantasioso prospetto, si potrebbero suddividere i post in due grandi gruppi:

    un primo riguardante la topografia nel quale evidenziare i luoghi artistici e religiosi, istituzionali, urbani, produttivi e commerciali presenti sul territorio o irrimediabilmente scomparsi;

    il secondo pertinente a personaggi; un’operazione complessa e vagamente prolissa, ma sicuramente in grado di testare il livello di sedimentazione e di popolarità delle conoscenze su Lendinara e dintorni.

    In generale e per ovvi motivi cronologici, l’epoca maggiormente indagata è stata quella degli anni ’50, ‘60 e ’70; qualche testimonianza di anni precedenti è fornita dai lendinaresi più stanziali che, per l’occasione, hanno intensificato a vantaggio del gruppo di nostalgici la loro presenza sul social network.

    Gli aspetti storici

    Per quanto attiene ai luoghi storici e ai beni artistici emergono innanzitutto gli edifici sacri. Il Santuario del Pilastrello, il Duomo di Santa Sofia, la Chiesa di San Biagio e dei Cappuccini, sono stati a vario titolo ricordati, assieme a monsignori e parroci dei tempi andati. Non tutti ricordano eventi particolari come la lacrimazione della “Madre dei dolori” (Madonna del Pilastrello), il primo febbraio del 1972 nel convento dei padri olivetani, per il quale giunsero visitatori da ogni regione d’Italia accompagnati da decine di corriere.

    Permeati da genuini sentimenti, anche i luoghi diventano mitici: riviera Mazzini, l’arco di Castel Trivellin, l’albero di San Rocco, il Parco di San Francesco, le piazze, ogni luogo di possibile aggregazione e romantica suggestione, nonché costruzioni storiche ricche di fascino e mistero.

    Palazzo Malmignati, con un’ipotetica camera delle torture, è divenuto oggetto di discussione, come pure il probabile tunnel che collegava il Palazzo con la ghiacciaia di Cà Dolfin, il pozzo dei rasoi e le sedute con i fantasmi, e altre curiosità esoteriche che circolavano tra i concittadini soprattutto nella prima metà degli anni ottanta del secolo scorso.

    Edifici che non tutti ricordano con la precedente denominazione, come il “santo magazin” (ex pizzeria “Due Palme”) o locali scomparsi come la Trattoria Melloni; fabbriche famose non più in attività, tra le quali si ricorda la meno nota fabbrica dei Carri la cui area confinava con quella “del ghiaccio”, come testimonia il cronista Ennio Bellucco al quale va il plauso per la ricchezza di documentazione.

    Le scuole

    Molteplici i ricordi rivolti all’Istituto Santa Caterina retto dalle Suore Comboniane che, giunte nel 1933 all’Ospedale di Lendinara operarono nella Scuola Materna ed Elementare della Parrocchia di S. Biagio dal 1942. Altrettanto per la Scuola Elementare e Materna della Parrocchia di Santa Sofia che, nella stessa data, accolse le Figlie di Maria Ausiliatrice.

    Menzioni e riconoscimenti alle maestre della Scuola Elementare statale tra le quali Anna Zerbinato, spentasi qualche anno fa.

    Ricorrenti i riferimenti a carismatiche figure di insegnanti di scuola media, ricordati per personalità e doti umane. Qualche nome, senza tralasciarne idealmente altri che in assenza di documentazione fotografica o per altri motivi possono essere sfuggiti nello scorrere la home del gruppo: Beppe Bellucco, Adriana Marsilio, Antonio Ferlin, Renzo Remondi e, infine, ma non ultimo, Lino Segantin, la cui accoglienza tra le pagine della sua rivista è sempre degna di nota. E, per restare in tema di scuola media, qualcuno porge omaggio al preside Bruno Pastorello, allegando una bella immagine.

    L’indagine generale ha luogo anche nelle frazioni: vengono postate foto sulle scuole di Campomarzo e su quella di cucito di Saguedo.

    Un ricordo è poi dedicato a Franco Pavan che, in un contesto domestico predisposto allo scopo, ha accolto centinaia di studenti per un valido supporto scolastico, in un’atmosfera amichevole e sovente spassosa.

    I personaggi

    Che dire inoltre di lendinaresi quali Gaetano Rasi, Dante Spinotti, Amelio Rigolin, Carlo Bagno, Emilio Senna, Alferedo Mordechai Rebello, che si aggiungono alla lista dei personaggi storici o di altri più legati alla quotidianità e al folklore? Il postino Cecare, Birba, Bepe Tenche, Ugo, noti per alcune caratteristiche caricaturali, altri che a queste hanno affiancato un’affettuosa dedizione per la città, suscitando simpatie a apprezzamenti come l’indimenticabile Renzo Bagatin, altri ancora, di spicco nell’ambito professionale e religioso, che si sono distinti per serietà e impegno.

    Cittadini da ricordare, il cui nome è legato ad eventi sportivi, personaggi pubblici tra i quali Cesare Magon, menzionato in una recente pubblicazione dal nostro Ramis Tenan, presente a questo proposito nell’ulteriore veste di depositario di memorie, che tra i vari interventi rammenta il concerto del 1 dicembre 1984 in onore del dottor Pietro Becker.

    La sanità

    Parlando di pubblica sanità, si potrebbero aggiungere nomi ma soprattutto pagine di storia dell’Ospedale di Lendinara, indispensabile punto di riferimento per la cittadinanza negli anni passati. Una struttura di estrema validità, grazie anche al personale, a tutti i livelli, che vi ha prestato servizio. L’occasione è consona per ricordare la recente scomparsa di Suor Francesca La Marra (anch’essa nominata nel gruppo) che il 7 maggio del 1957 ha iniziato la sua missione durata 37 anni presso il nosocomio lendinarese.

    Nel 1° anniversario della sua prematura scomparsa, una speciale menzione è destinata anche al musicista Paolo Ballarin e al geometra Stefano Capodaglio, la cui dipartita è ancor più recente, conosciutissimi e stimati lendinaresi, affettuosamente ricordati all’interno del social network, sul quale continuano freneticamente ad alternarsi foto e commenti su formazioni che hanno dato vita a memorabili eventi, sportivi, musicali, comunitari.

    Le attività commerciali

    Tra le attività commerciali spiccano i botteghini ormai storici a lato delle Chiese di San Biagio e di Santa Sofia, e molti altri negozi e bar dei quali si ricordano affettuosamente i titolari, entrati a far parte integrante della storia di Lendinara, alcuni con i loro buffi appellativi. Molti ricordano con autentico affetto Luigino Callegari, gestore, assieme alla moglie Alida, dell’ ACLI, accanto al Duomo di S. Sofia e Giacomino del Caffè Grande, storico locale che si accinge a spegnere, quest’anno, la 200^ candelina (vedasi a questo proposito l’articolo a suo tempo apparso a p. 26 del n. 26 di “Ventaglio 90”).

    Come ricordare ognuno? Molti dei post sono relativi a documenti tratti da pubblicazioni sulla città: il “libro rosso” e il “libro blu” (così convenzionalmente denominati “Lendinara. Notizie e immagini…” e “Volti di Lendinara”), specifiche monografie su realtà locali, recensioni di Ventaglio 90 e altre, potenziando in tal modo la rete di collegamenti sul patrimonio culturale dei nostri luoghi.

    Una grande quantità di reperti

    L’elenco dei reperti postati su Facebook sarebbe davvero interminabile. Davvero encomiabili i ricercatori di immagini, che si sono letteralmente prodigati rispondendo a curiosità, aggiornando e rettificando notizie e citandone sempre correttamente le fonti.

    Chiedo pertanto venia, se non saranno menzionati, oltre a Erio Magon e a Paolo Siro Rossi, per l’apparente primato di presenze e la grande quantità di reperti, i molti altri intervenuti. Confido per essi in un eventuale prossimo tributo in un contesto più dettagliato rispetto a questo mio personale e breve exursus, inteso principalmente ad apprezzare il gradevole clima sprigionato dall’iniziativa. Con la speranza che possa continuare a mitigare la primavera e le altre stagioni lendinaresi, anche quando o qualora, l’entusiasmo iniziale si andasse naturalmente affievolendo, lasciando comunque testimonianza dell’interessante iniziativa.

  • I Bontemponi e “La Filomena”

    I Bontemponi e “La Filomena”

    “La Filomena” ha conquistato il Triveneto. Tra le oltre cento cante venete che fanno parte del repertorio del gruppo folkloristico di Bottrighe “Bontemponi & Simpatica Compagnia”, il brano “La Filomena” è risultato primo in classifica tra le dieci canzoni più richieste dagli ascoltatori di tutto il Triveneto. Un successo documentato da Radio Sorriso, storica emittente di Castelfranco Veneto che si occupa di canto popolare, liscio, cori e folklore.

    La notizia, che è stata trasmessa nel corso della recente classifica della radio, ha ovviamente arrecato grande soddisfazione tra i componenti dei Bontemponi, associazione di volontariato che dal 1965, porta ovunque le cante e le ballate del territorio Veneto in generale, ma, in particolare, quelle raccolte in Polesine e nel Delta del Po.

    L’ironico, quanto malizioso brano de “La Filomena” è stato inciso dal gruppo di Bottrighe nella prima loro raccolta discografica. La singolarità di questo brano riguarda anche le modalità dell’accompagnamento. Oltre a fisarmonica e chitarra, sono infatti in scena curiosi quanto inusitati strumenti come “El lìron” (una sorta di contrabbasso costituito da un bidone di latta con manico da scopa e corde in nylon), il “pegnatofono” (pignatta con un saliscendi del coperchio), lo “sbrega burassi” (una forbice in legno con piatti che sbattono) ed altri piccoli oggetti artiginali che emettono strani suoni.

    Alcuni anni fa, come qualcuno ricorderà, tali strumenti, furono altresì oggetto di un quiz della nota trasmissione televisiva di Rai Uno “l’Eredità” condotta da Carlo Conti, la cui redazione romana si mise in contatto proprio con i Bontemponi, richiedendo informazioni e foto di questi “particolari” strumenti, creando stupore ed altrettanta soddisfazione fra tutti i componenti del gruppo.

    Frattanto il gruppo è stato protagonista della 23.ma edizione di “Serata d’Onore”, l’annuale appuntamento che si tiene a Bottrighe presso la sala polivalente “Loris Cominato”, per l’occasione esaurita in ogni ordine di posti.

    Applauditissimo il sodalizio, che ha presentato i recenti canti e balli raccolti nel Delta. Acclamati pure gli ospiti del gruppo folk “Coro d’Osteria” di Varzi (Pavia) diretto dal maestro Eraldo Pedemonte.

    Nel corso dello spettacolo, presentato da Roberto Marangoni, che ha avuto in qualità di madrina Marinella Mantovani, assessore ai servizi sociali della Provincia, si è svolta la tradizionale cerimonia, alternata da tanti momenti di emozione e commozione, con la consegna di 3.911,05 euro raccolti durante le recenti uscite del gruppo a favore di alcune iniziative di volontariato: l’Associazione Dawn Dadi di Adria, l’associazione “Un cuore un Mondo” di Padova, l’associazione veneta idrocefalo e spina bifida di Vicenza, le cure del giovane corbolese Nicola Nalin e la scuola materna “Maddalena” del luogo. A questa, dedicataria della serata, sono stati attribuiti ulteriori 1.500,35 euro raccolti durante la stessa serata, beneficenza questa legata alla memoria di Giovanni Pacchiella, storico componente dei Bontemponi scomparso nell’ottobre 2013. Molti i medici delle associazioni, presenti in sala, che sono intervenuti.

    Altresì il parroco don Antonio Cappato, il presidente della provincia Tiziana Virgili, i sindaci Marina Bovolenta di Corbola e Franco Vitale di Rosolina, il vice sindaco di Gavello Giuseppina Mantovani, rappresentanze associative corali e sociali polesane, di Lucia e Renzo Lovato del club Rodigino Bolzano, delle gemellate pro loco di Correzzola “Vita d’Altri tempi” e della banda “Città di Porto Viro”. Svariati gli interventi che hanno sottolineato l’encomiabile attenzione del gruppo nei confronti dei meno fortunati.

    Tra un mare di applausi il gran finale con l’emozionante “Oh Bottrighe!” dedicato al maestro Loris Cominato e a “Mece” Ermes Borella componenti scomparsi nel 2008. Il giorno dopo la comitiva pavese è stata accompagnata dai Bontemponi in visita al centro storico di Adria e all’interno del teatro comunale aperto dal sindaco per gli ospiti.

  • L’Ocarina Delta Festival

    L’Ocarina Delta Festival

    Tripudio di emozioni, di vibrazioni, di occhi luccicanti.

    Il concerto finale dell’ “Ocarina delta festival” ha chiuso un evento musicale e culturale che si ricorderà in Polesine, almeno fino alla prossima edizione. Che sicuramente ci sarà, come ha annunciato pubblicamente l’assessore provinciale alle Politiche sociali Marinella Mantovani: “Noi lo rifaremo. E’ bellissimo vedere negli occhi della nostra gente la scoperta di questo strumento musicale, che è una nostra particolarità, lo abbiamo solo noi (a parte la tradizione budriese) ed è giusto che lo valorizziamo”.

    Azzeccato si è rivelato il palco scelto per la serata finale del festival all’interno del complesso idrovoro di Ca’ Vendramin, sede del museo regionale della bonifica. “Siamo come dentro una grande ocarina – ha detto il sindaco di Taglio di Po, Francesco Siviero, visibilmente orgoglioso -. Con la stessa terra con cui Benvenuto Fecchio modella le sue ocarine, i nostri nonni – ha aggiunto – davano forma a queste pietre. Il suono dell’ocarina è una delle tante espressioni della nostra terra, come i prodotti tipici, le tradizioni, il paesaggio”.

    Gli spettatori hanno affollato il salone del museo, in un crescendo di flash delle fotocamere in continua azione per immortalare i momenti più significativi dell’evento. Applausi continui e scroscianti hanno accompagnato l’ingresso, l’esibizione e l’uscita degli artisti.

    Tra il pubblico un emozionato Benvenuto Fecchio, il costruttore di ocarine “made in Polesine”, l’unico del Veneto, tra i pochi in Italia, che ha saputo elevare ad arte, la terra che ancora coltiva come imprenditore agricolo, sposando l’idea, cara alla Coldiretti, di azienda agricola a presidio delle tradizioni.

    Il concerto si è aperto coi virtuosismi sonori di respiro medievale delle “Gaggle”, settimino di ocarine toscano, che ha eseguito un vasto repertorio, dai Carmina burana alla Carmen di Bizet. Gli arpeggi ed il tamburellare sulla chitarpa (uno strumento a corde dell’Ottocento) che accompagnava gli “Ocarina ensemble” nell’esecuzione scanzonata dei classici pop melodici italiani, da Azzurro di Celentano a Volare di Modugno.

    Poi la musica classica ipnotica della solista tedesca Vera Unfried su Donizetti, eseguita con ocarine multicamera e la pacata dolcezza orientale del coreano Lee Daho, cresciuto tra le ocarine della più grande ditta costruttrice del mondo, la Noble, di cui il padre è presidente.

    Infine, spettacolo nello spettacolo, il “Gob” – Gruppo ocarinistico budriese, un settimino di ocarine di fama internazionale, in partenza per una tournée in Corea del sud proprio con Lee Daho. Battiti di mani a tempo del pubblico, coloriture e modulazioni, scale musicali impennate per un repertorio che va dalla musica classica alla popolare coreana, alle composizioni originali. Richiesta di bis e trionfo.

    In chiusura tutti gli artisti che si sono esibiti nella tre giorni del Festival sono stati invitati sul palco per l’omaggio dell’organizzazione e le foto di rito. Degna conclusione, a notte ormai fonda, con una degustazione di dolci tipici offerti dalle aziende Coldiretti ed una splendida crostata di marmellata decorata con l’immagine dell’ocarina.

  • I 7 Moli – Ars ed Bonum

    I 7 Moli – Ars ed Bonum

    Negli ultimi anni la produzione teatrale delle compagnie del Polesine ha avuto una esponenziale crescita, con la messa in scena di commedie e l’organizzazione di rassegne nella maggior parte dei Comuni.

    Nuovi gruppi di attori che si formano e “vecchi” che ritornano in scena hanno permesso al pubblico della nostra provincia di immergersi in calde serate davanti ad un palcoscenico, ad ammirare quella che è l’immagine riflessa della nostra società, con una sottile ironia che fa dimenticare, almeno una volta, le preoccupazioni di tutti i giorni.

    Tra le compagnie polesane più longeve un posto particolare occupa quella di Polesella – appartenente come tante altre alla F.I.T.A. (Federazione Italiana Teatro Amatoriale) – le cui origini vanno rintracciate poco dopo l’alluvione. La tradizione teatrale in Polesella, paese di quattromila abitanti posto sulla riva sinistra del fiume Po, risale infatti al 1957, con la nascita della prima compagnia mista che prende il nome di ARS ET BONUM.

    Già nei primi anni d’attività la compagnia mette in scena numerosi spettacoli e commedie fino al 1970, inscenando opere di autori illustri come De Filippo (“Non ti pago più”) e De Benedetti (“Lo sbaglio di essere vivo”) e interpretando molti altri titoli, tra i quali: “Lo spretato” di Coccia; “Legittima difesa” di Caglieri; “Il burbero benefico” di Goldoni; “La nemica” di Dario Niccodemi.

    E’ nel 1975 che avviene il cambiamento: dopo qualche anno di stasi, il gruppo di attori si rinnova ed il nome della compagnia diventa I 7 MOLI – ARS ET BONUM come omaggio alle tradizioni rivierasche (prima dell’alluvione, Polesella era dotata di ben sette moli che fungevano da frangiflutti contro l’azione erosiva del fiume Po).

    Avviene così quella che è la svolta di questa compagnia, che si dedica con impegno a farsi conoscere non solo in Veneto, ma anche in Lombardia ed Emilia Romagna, grazie ad un accurato lavoro di dedizione ed interpretazione.

    Anche in questa fase sono tante le commedie interpretate.

    La vastissima programmazione va da “In città è un’altra cosa” di Caglièri a “La moglie di papà” di De Stefani-Materazzo e “Non ti conosco più” di De Benedetti. Gli sforzi e i sacrifici fatti dagli attori non tardano però a dare i loro frutti, perché la compagnia di Polesella ottiene numerosi riconoscimenti in quegli anni. La commedia “El boteghin dei sogni” di Wulten viene segnalata al concorso “La Maschera d’Oro” di Vicenza e il presidente e fondatore Rino Mazzetti vince il premio come migliore attore non protagonista alla rassegna “Teatro in corte” di Sandrigo.

    A questa ed altre commedie seguirono due atti unici di autori polesani: “Commendator a rate” di Miro Penzo e “Le bonaneme” di Gianni Sparapan (raggruppate sotto l’unico titolo “Polesine bis”), nonché la commedia “El testamento de l’orbo de Santa Maura” tratta da una novella di Fogazzaro e sceneggiata dal Dott. Gemelli, per anni medico condotto di Polesella.

    E’ con la commedia di Enzo Duse, intitolata “Queste nostre metà”, che il gruppo raggiunge importanti riconoscimenti per la regia, la scenografia e la recitazione. Alla rassegna “Teatro in Corte” di Sandrigo, infatti, il premio come migliore attrice va a Lucia Andreotti. Al concorso teatrale di Sermide (MN), invece, I 7 MOLI – ARS ET BONUM vincono il premio per la migliore compagnia, migliore attrice (sempre Lucia Andreotti) e miglior regia (Massimo Mazzetti).

    Non mancano, purtroppo, i momenti di crisi: la scomparsa del fondatore della compagnia, Rino Mazzetti, porta ad una battuta d’arresto all’attività di una compagnia teatrale in forte ascesa, che rischia per poco di estinguersi definitivamente. Ma nel 2004, il regista Massimo Mazzetti propone quello che è il primo laboratorio teatrale di Polesella, che vede l’interessamento da parte di un gruppo di giovani entusiasti di mettersi in gioco nel mondo del teatro amatoriale. Con le nuove leve, il gruppo è pronto a ripartire e a fare il passo successivo, ovvero la messa in scena di una nuova commedia.

    Nasce così “Doppio Misto” di Patrizio Gottardo (pseudonimo di Massimo Mazzetti) liberamente tratto da “Caro amore ti scrivo” di Luciano Lunghi, commedia rappresentata per la prima volta nella Rassegna “Teatrallegro in Polesella 2005”.

    La nuova commedia viene successivamente portata in vari teatri e località, grazie al massimo impegno di tutti (dai giovani interpreti ai genitori, autori della scenografia).

    Per consolidare questa “rinascita”, gli attori si mettono subito all’opera su una nuova sceneggiatura, “Cercasi Erede” di Luciano Lunghi, che riporta in scena alcuni dei componenti storici (come la stessa Lucia Andreotti). Il risultato è una commedia brillante, estremamente movimentata e con alcune trovate sceniche alquanto fuori dal comune.

    Non manca ovviamente l’aiuto degli scenografi in questa commedia, che per l’accuratezza e la ricchezza dei particolari portano alla vittoria del premio come migliore scenografia (e regia) nel concorso “San Giusto” di Portoviro nel 2012.

    Il repertorio della compagnia si amplia con “Regalo di nozze” di Valerio di Piramo (il quale viene invitato a sorpresa ad assistere di persona ad una delle repliche). I riconoscimenti arrivano anche per questa rappresentazione, quando al concorso “Una rondine a teatro” di Taglio di Po viene vinto il premio come migliore compagnia.

    Oltre ad annoverare una sua compagnia, Polesella può vantare anche l’organizzazione di una annuale rassegna teatrale. Infatti, fin dal 1990 I 7 MOLI – ARS ET BONUM organizzano il TEATRALLEGRO IN POLESELLA, un appuntamento autunnale con il teatro amatoriale che ha visto moltissime compagnie, polesane e non, cimentarsi sul palco del teatro parrocchiale.

    Da circa 14 anni a questa parte, questa rassegna vede ogni anno molti attori e gruppi competere amichevolmente per l’assegnazione di due ambiti premi: il “Trofeo Rino Mazzetti per il teatro amatoriale”, dedicato al fondatore del gruppo, ed il “Premio Mons. Bernardino Merlo – Teatro per educare”, dedicato ad un grande conoscitore e sostenitore del teatro.

    I 7 MOLI – ARS ET BONUM di Polesella si propone dunque come una compagnia qualificata, che costituisce un importante riferimento di animazione culturale per il centro rivierasco. E a questo punto è bene concludere con l’invito che Lucia Andreotti, attrice della compagnia teatrale di Polesella, sempre ripete al termine di ogni commedia: “Continuate ad andare a teatro, perché il teatro combatte la depressione ed allunga la vita”.

    (Si ringrazia Massimo Mazzetti per il materiale divulgativo sulla compagnia teatrale I 7 MOLI – ARS ET BONUM di Polesella)

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