Il Delta è una terra giovane, in buona parte nata dopo il Taglio di Porto Viro, quindi priva di una tradizione artistica antica. Va comunque sfatato il luogo comune secondo il quale nel territorio ad est di Adria non sono presenti opere d’arte che possano essere apprezzate dai visitatori, anche perché è convinzione diffusa che quel poco che c’era sia stato distrutto dalle frequenti alluvioni, oltre che dal tempo e dall’incuria degli uomini. Per questo viene proposto un itinerario nel Delta alla scoperta dei grandi e piccoli tesori che custodisce.
Da noi non ci sono musei d’arte o pinacoteche, perciò entreremo soprattutto nelle chiese, perché è lì che sono conservate le principali testimonianze d’arte del passato. Probabilmente un tempo anche nelle case dei patrizi veneziani potevamo trovare sculture e dipinti; essi tuttavia, quando non sono andati distrutti o dispersi, sono stati spostati altrove dai proprietari, oppure collocati nelle locali chiese, anch’esse un tempo edifici padronali.
L’itinerario – anche per ragioni di spazio – verrà spezzettato in vari numeri del Ventaglio. Iniziamo con LOREO, visitando le due chiese che sorgono tra di loro adiacenti, nel cuore della cittadina la quale, anche per la presenza di calli, nella sua fisionomia ricorda più di altre Venezia.
Loreo vanta infatti la più antica comunità parrocchiale del Basso Polesine, e già poco dopo l’anno Mille si ha notizia di una chiesa. Antichi documenti attestano nel 1226 la presenza del primo arciprete, mentre dal 1390, quindi dopo la guerra di Chioggia, è conosciuto l’intero elenco degli arcipreti che si sono succeduti fino ad oggi.
L’attuale edificio del Duomo fu innalzato a partire dal 1658 su progetto del grande architetto e scultore veneziano Baldassarre Longhena (sua ad esempio la Basilica della Salute a Venezia). Una lapide del 1675 sopra il portale ne ricorda la costruzione. Il campanile è del 1702. La chiesa fu completata internamente e via via arricchita nel corso del Settecento e durante l’Ottocento.
L’interno è molto ricco. L’altare di San Giuseppe, il primo a sinistra, è datato 1750 e racchiude una bella tela di Antonio Marinetti detto Chiozzotto (Chioggia 1719 – Venezia 1796), pittore molto noto nella seconda metà del Settecento.
Altri dipinti di particolare interesse sono: una “Adorazione dei pastori” di Antonio Vassillachi (Milo 1556-Venezia 1629), appeso nel presbiterio; un dipinto del 1693 di anonimo veneto con Il martirio di sant’Andrea, sull’altare di sant’Andrea; un dipinto con San Vincenzo Ferrer e Santi (Santa Giustina, Sant’Antonio di Padova, Santa Chiara, San Giovanni Battista, San Nicola da Bari) di Andrea Michieli detto il Vicentino (Vicenza c.1542-c.1619). Desta curiosità un quadro ritenuto di Pietro Damini (Castelfranco 1592-1631), che ricorda nella raffigurazione una scena dell’Otello: rappresenta in realtà Un miracolo mariano.
Bellissimo l’altare maggiore, opera dello scultore veneziano Antonio Tarsia (1662?-1739). Ai lati le statue di san Pietro e di san Paolo, forse dello stesso Tarsia; esiste comunque una diversa attribuzione che le ritiene opera di Giuseppe Bernardi detto Torretti (1694-1774), scultore veneto maestro del Canova. Il baldacchino dell’altare, in legno dorato, è coevo. Molto bello anche il coro del Settecento, nel quale va comunque segnalata l’aggiunta di qualche elemento ottocentesco.
Molto importante l’organo settecentesco, datato 1787, opera di Gaetano Callido, il più celebre organaro veneto di tutti i tempi. La cantoria che lo ospita è invece del 1990-1992 e sostituisce quella antica che era stata rovinata e poi demolita in seguito ai danni dell’alluvione del 1951 e al crollo accidentale di una parte del soffitto della chiesa. Il tutto è descritto su una lapide del 1992, murata in controfacciata sul lato destro.
Vecchie foto documentano la presenza di un bellissimo Crocifisso, purtroppo trafugato, del quale ora restano soltanto i cimeli settecenteschi in argento, conservati nel Museo Diocesano di Chioggia.
L’altare della Madonna della Carità custodisce un’immagine ritenuta miracolosa, che è oggetto di particolare venerazione in Loreo. Si tratta di un dipinto murale probabilmente dell’inizio del Settecento, proveniente dalla vicina cappella del Fontego. Qui il dipinto murale, strappato dalla parete e portato in duomo, è stato sostituito con una modesta copia ottocentesca su tela.
Accanto al duomo sorge l’Oratorio della confraternita della Santissima Trinità, un edificio costruito nel 1613 per ospitare la confraternita, nata cinque anni prima e una delle pochissime ancora attive. Gli adepti della confraternita (i “fradei”) avevano diritto di sepoltura all’interno dell’oratorio. L’edificio conserva numerose opere d’arte, in parte pertinenti l’oratorio, in parte aggiunte successivamente per arricchire l’edificio, in parte portate lì da altri posti per motivi di conservazione.
L’altare maggiore è settecentesco ed è ornato da un gruppo scultoreo dell’Ottocento, opera del chioggiotto Brusomini Naccari, con la recente aggiunta, in modo improprio, di alcuni elementi. Anche gli altri due altari, dedicati alla Madonna del Carmine e a sant’Antonio di Padova sono del Settecento. Nell’oratorio sono inoltre custodite alcune tele di ambito veneto provenienti da Retinella. Quattro sono Seicentesche, una della metà del Cinquecento che rappresenta la Madonna con Bambino, sant’Anna e altri Santi. In quest’ultima manca la parte centrale in basso, rubata nel 1979 tagliando la tela.
Da Loreo possiamo portarci a ROSOLINA, dove l’antica chiesa del tardo Seicento – modificata con l’aggiunta delle navate laterali nell’Ottocento e sopraelevata all’inizio del Novecento – è stata dismessa e trasformata in auditorium, mentre per il culto è stato costruito un nuovo edificio, realizzato tra il 1984 e il 1989.
Della vecchia chiesa sono tuttora presenti alcuni oggetti sacri di un certo pregio: una croce processionale settecentesca (ma potrebbe anche essere del tardo Seicento); il tabernacolo che si trova ora nella cappella invernale, probabilmente della fine del Seicento; la statua di san Rocco, ridipinta e in parte manomessa, datata 1874; un confessionale del 1779; la balaustra del 1832, parzialmente ricostruita di fianco alle scale che portano nella cripta; la statua ottocentesca in gesso di san Giuseppe, che è stata acquistata nel 1909. Anche la statua di sant’Antonio di Padova è stata acquistata all’inizio del Novecento ma è di fattura ottocentesca.
Ancora dell’Ottocento è il dipinto del Sacro Cuore, modificato all’inizio del Novecento, quando è stato ampliato ai lati e ripiegato nella parte centinata per adattarlo all’altare maggiore della vecchia chiesa.
Nella cappella del Santissimo del nuovo edificio possiamo anche vedere una interessante Madonna col Bambino di scuola emiliana del Seicento, donata nel 1990 dall’allora parroco don Mario Pinton, e nella cappella dell’Immacolata, proprio di fronte all’ingresso principale, una statua della Vergine in marmo di Carrara della prima metà del Settecento, opera di Antonio Bonazza (Padova 1698 – 1763 o 1767; qualcuno dice 1762). Proviene dal settecentesco oratorio della Moceniga, per molto tempo abbandonato e in gravi condizioni di degrado, ma in fase di restauro, almeno nella struttura.









