Benvenuto Tisi fu sicuramente uno dei maggiori artisti del Rinascimento ferrarese. Nato nel 1481 da Pietro Tisi e Antonia Barbiani, a soli dieci anni, viene messo “a bottega” presso il pittore Domenico Panetti, dove compie il suo apprendistato.
Coetaneo e sovente collaboratore di Dosso Dossi, è fortemente influenzato dalla Scuola ferrarese, ma non si fermò nella città degli Estensi. Desideroso di conoscere e migliorare, completerà la sua formazione con diversi maestri in giro per l’Italia.
Nel 1495 è a Cremona sotto la guida di Boccaccio Boccaccino, da cui desume lo stile cromatico veneziano e l’attenzione per lo scorcio paesaggistico. Nel 1499 esegue le decorazioni del coro nella cattedrale di Ferrara assieme ai maestri Boccaccino e Lorenzo Costa.
Nel 1500 compie il suo primo viaggio a Roma, improvvisamente interrotto dal rientro a Ferrara per la malattia del padre, di cui si prenderà cura fino alla morte. Dal 1501 al 1503, invece, lo troviamo a Bologna, dove si perfeziona sotto la guida di Lorenzo Costa.
Nel 1504 torna nella sua città e lavora con i fratelli Dossi. Dopo le magnifiche decorazioni del Palazzo Costabili, nel 1508, insieme al Boccaccino, si recherà nella Venezia di Giorgione.
Tra il 1511 e il 1512 compie il secondo viaggio a Roma, alla corte di papa Giulio II, dove conosce Raffaello, a cui si legherà d’amicizia personale, e Giulio Romano, dai quali apprende un misurato classicismo.
Negli anni seguenti, tornato a Ferrara, la sua produzione subirà il chiaro influsso di Giorgione nei valori cromatici e luminosi e, soprattutto dell’Urbinate, tanto che sarà chiamato il “Raffaello estense”.
Il Garofalo lavora intensamente per il duca Alfonso I d’Este e, tra il 1517 e il 1519, produce numerosi dipinti, con cui arricchisce gran parte delle chiese e dei monasteri della città e collabora con Dosso Dossi e l’Ortolano.
Tra il 1529 e il ‘30, sposa Caterina Scoperti, che gli darà tre figli: Antonia Giovanna, Pietro Maria (mancato a soli 23 anni) e Girolamo Antonio, futuro letterato.
Nel 1531 avverte i primi sintomi di cecità all’occhio destro, ma continua a lavorare fino al 1550, quando diviene completamente cieco.
Benvenuto Tisi muore a Ferrara, nel 1559, e, solennemente celebrato per tre giorni, viene sepolto nella basilica di Santa Maria in Vado, nel loculo accanto a quello della moglie che l’aveva preceduto.
Secoli dopo, nel 1829, le sue spoglie saranno traslate nel cimitero della Certosa, dove, nel 1841 gli viene dedicato un monumento nella cella degli Uomini Illustri.
Artista dall’attività intensa, il Garofalo ha lasciato moltissime opere, specialmente, di soggetto sacro, talvolta di piccole dimensioni, e alcune rappresentazioni mitologiche, che sono conservate nei musei più prestigiosi del mondo, oltre che a Ferrara, Napoli, Modena e Roma.
Tra le opere presenti a Ferrara, nella cattedrale, di rilievo, è la pala d’altare “Madonna col bambino e i Santi Silvestro, Maurelio, Girolamo e Giovanni”, del 1513, mentre nella Pinacoteca del Palazzo dei Diamanti, che ospita molti dipinti dell’artista, è conservata la suggestiva tavola “Madonna delle nuvole” che, rappresentando un’originale sintesi tra il tonalismo giorgionesco e la purezza del classicismo di Raffaello, costituisce uno degli esempi più riusciti della produzione del Tisi.
Sempre a Ferrara, mirabili sono anche gli affreschi dei soffitti di Palazzo Costabili, sede del Museo Archeologico Nazionale, e del Seminario Vecchio, dove, nelle finte architetture, nell’effetto “sfondamento del soffitto” e nelle scene di vita cortigiana, è evidente l’influenza del Mantegna del Palazzo Ducale di Mantova.
Fra le varie opere presenti all’Estero, citiamo: “Bambin Gesù dormiente” e “Circoncisione”, Parigi, Louvre; “Deposizione nel sepolcro”, San Pietroburgo, Ermitage; “Sacrificio pagano”, Londra, National Gallery e “Venere e Marte”, Dresda, Staatliche Kunstsammlungen.
Infine da segnalare, nel nostro Polesine, due dipinti attribuiti a Benvenuto Tisi: la pala d’altare “Madonna con il bambino e santi”, nella chiesa parrocchiale di Crespino, e “San Francesco che riceve le stimmate”, nella chiesa di San Francesco e Santa Giustina, a Rovigo. E, a dimostrazione del legame esistente, nel ‘500, tra il Polesine e gli artisti della Scuola ferrarese, compreso Benvenuto Tisi, ricordiamo anche l’esistenza di una copia di un suo dipinto, nella Chiesa di Santa Maria della Neve, ad Ariano Polesine.
Si tratta della “Madonna con bambino” del 1518 opera che, inizialmente, era in originale, e che, poi, nel 1843, fu venduta e trasferita a Venezia per un’incauta decisione della Deputazione Comunale, e pertanto sostituita con una copia.
Polenta e Baccalà, un piatto apprezzato in tutto il Veneto, al quale in Polesine vengono dedicate apprezzate iniziative gastronomiche, che richiamano degustatori anche fuori provincia.
Recentemente, leggendo una pubblicazione sul baccal๠ho incontrato un nome che mi era noto: Pietro Querini, nobiluomo e mercante veneziano… Questo mi ha fatto subito pensare al tempo dei miei studi presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, quando frequentavo la Biblioteca Querini-Stampalia in Campo Santa Maria Formosa, poco distante da Rialto, per preparare la tesi di laurea. Per accedere alla sala di consultazione, si percorreva un corridoio, lungo il quale erano esposti, sopra piedestalli, tanti busti di personaggi famosi del nobile casato Querini, tra i quali risaltava in modo particolare proprio quello di Pietro.
“Ma chi sarà costui? Cosa avrà fatto di così importante?” mi sono chiesta tante volte, senza riuscire a darmi una risposta convincente. Ora finalmente, lo so con certezza: Pietro Querini fu lo scopritore del…. baccalà!
Audace mercante, aduso a raggiungere con la sua nave mercantile i porti europei sull’Oceano Atlantico e sul Mare del Nord, il nostro Querini era partito il 25 aprile 1431 dall’isola di Candia, allora dominio della Serenissima Repubblica (oggi isola di Creta), con un carico di vino malvasia, legno profumato di cipresso, pepe, zenzero e cotone verso la rotta di Fiandra, che attraverso lo Stretto di Gibilterra portava ai porti di Bruges e Anversa.
Dopo aver oltrepassato lo stretto, la nave andò in avaria e dovette sostare a lungo nel porto di Lisbona per essere riparata. Una volta sistemata, riprese la rotta verso Nord, ma ormai si era alla fine di ottobre e la buona stagione per i naviganti volgeva al termine. Infatti, quando furono in prossimità della Manica, vennero sorpresi da un terribile fortunale che spogliò la barca di albero, vela e timone, per cui divenne ingovernabile e per diversi giorni andò alla deriva.
Quando finalmente tornò la bonaccia, il Querini ordinò ai suoi marinai di calare le due scialuppe e di abbandonare la nave. Ma una nuova tempesta si abbatté sulle due barche, e venti impetuosi sempre più gelidi le sospingevano verso l’ignoto. Una andò dispersa, mentre l’altra che ospitava il Querini, continuò a navigare per giorni e giorni e finalmente, quando ormai le scorte di cibo e acqua erano esaurite, la mattina del 4 gennaio 1432 un marinaio avvistò terra.
Raccogliendo le ultime forze rimaste, gli uomini remarono verso la costa e con molta fatica riuscirono a sbarcare. Si trattava di una terra deserta, freddissima, coperta di neve, nemmeno segnata sulle carte nautiche dell’epoca, “in culo mundi” la definì il Querini. Solo oggi sappiamo che si trattava dell’isola di Rost nell’arcipelago delle Lofoten, a Nord della Norvegia, oltre il Circolo Polare Artico.
Dopo giorni di disperazione, i naufraghi incontrarono finalmente alcuni pescatori locali che li portarono al loro villaggio dove, grazie alla presenza di un sacerdote che sapeva il latino, riuscirono a spiegare la loro avventura. Qui trovarono ospitalità nelle case di legno dei pescatori, che altro non erano che capanne, in quanto formate da un’unica grande stanza dove si mangiava e si dormiva tutti insieme. Ovviamente, la privacy era un optional e quando i pescatori uscivano, che era ancora notte, per la pesca, lasciavano mogli e figlie con i marinai veneziani, né i mariti si mostravano gelosi, né le donne mostravano alcuna vergogna nel farsi vedere allo stato di natura, cioè completamente nude e sarà per questo che ancor oggi molti abitanti delle Lofoten presentano tratti somatici tipicamente mediterranei.
Se non è dunque escluso qualche “incontro ravvicinato” con le donne delle capanne, è invece certo che i marinai veneziani in quelle fredde isole impararono a conoscere un nuovo pesce, il merluzzo, che i locali chiamavano stokfish (letteralmente pesce-bastone), poiché diventava rigido, essiccato al sole e al vento senza uso del sale, dopo essere stato legato a coppie per la coda e appeso su appositi graticci in legno a forma di piramide in prossimità del mare.
Perché avvenga una perfetta essiccazione servono tre mesi di clima asciutto, freddo e ventoso, senza pioggia o nebbia e queste particolari condizioni si trovavano proprio nelle brevi estati di quelle isole raggiunte per caso dai nostri naufraghi.
“Quando si vogliono mangiare i stocfisi – scriveva il Querini nelle sue memorie – li battono col riverso della mannara, che gli fa diventar sfilati come nervi, poi compongono butirro et spezie per darli sapore: ed è grande e inestimabile mercanzia per quel mare”.
Tanto si trovarono bene i nostri in quella terra di cuccagna che il Querini faticò non poco per convincere i suoi uomini a lasciare quel luogo così ospitale e fonte di piaceri imprevisti. Al momento del commiato, ricevette in dono un po’ di vettovaglie e 60 stoccafissi. Sì, proprio quei grossi pesci dalle carni magre e gustose, seccati al vento e al sole, duri come il legno che potevano essere conservati a lungo senza deperire.
Per queste caratteristiche, da buon mercante qual era, il Querini ne aveva intravisto l’importanza nell’alimentazione e la facilità nel commercio. Dopo altre peripezie, attraverso la Svezia, Danimarca e Germania, egli giunse finalmente con il prezioso dono a Venezia, dove, fra lo stupore generale, fece conoscere il “pesce bastone” agli incuriositi concittadini.
Il Querini non ne trasse un vantaggio economico perché solo nel secolo successivo quel pesce avrebbe cambiato il gusto e le abitudini della cucina italiana ed europea, ma a lui va riconosciuto il merito di averlo fatto conoscere ed apprezzare negli ambienti che contano e tra questi la gerarchia ecclesiastica.
Sarà infatti la Chiesa a contribuire in modo determinante alla diffusione del baccalà, consigliandolo sulle mense dei fedeli nei giorni di astinenza dalle carni attraverso le costituzioni del Concilio di Trento (1545-1563).
Se consideriamo che all’epoca i giorni di mangiar magro – tra venerdì, vigilie, quattro tempora, ecc. – erano oltre 160 ogni anno, ben si comprende la rapida diffusione del consumo di questo particolare pesce che, grazie all’influsso linguistico spagnolo, predominante in quel tempo, cominciò ad essere chiamato bacalao, da cui baccalà (dal latino baculus, bastone).
Bisogna, infine, ricordare che non tutti i merluzzi diventano stoccafissi: quelli pescati nei mesi autunnali o primaverili, a causa del clima umido, devono essere conservati sotto sale che un tempo proveniva dalle saline della Bretagna, perciò il baccalà salato era detto bretagnino, il bartagnin di casa nostra.
Secco o salato, alla vicentina o alla napoletana, i modi per cucinarlo sono moltissimi e gustosi, ma non dimentichiamo mai che l’ingrediente principale è… sua maestà il baccalà.
Nel vissuto, e quindi nei ricordi delle comunità, le parentele erano nel recente passato molto riconosciute. Spesso, anche la persona più umile sapeva identificare le proprie parentele risalendo a ritroso persino di un secolo, cosa tutt’altro che semplice perché un tempo la consistenza dei nuclei familiari era notevole. E scarse erano le occasioni di incontro, ecco perché i funerali erano visti dagli anziani anche come un momento per recuperare visi e fisionomie della parentela e delle amicizie, specie se extra muros.
Personalmente questo vezzo di parlare persino durante l’accompagnamento del defunto al cimitero mi ha sempre infastidito, ma con l’avanzare dell’età, ora comprendo meglio la motivazione. Era (e spesso è ancora) una vera e propria necessità quella di riallacciare legami, sopiti dalla lontananza, con chi per necessità lavorative era emigrato.
Nel Ventennio è opinione comune che le famiglie si allargassero molto per il premio di natalità previsto dalle leggi fasciste¹. In parte ciò è vero, ma a ben guardare (e un mio studio demografico relativo a Melara lo conferma) le famiglie ricche di figli erano una consuetudine dei secoli passati. Capifamiglia nati dal 1850 al 1880 avevano vari figli viventi durante il periodo del Ventennio, ma ciò era dovuto anche alla minore mortalità dovuta alle migliori condizioni sociali ed igieniche.
Ho preso in esame 60 famiglie con almeno sette figli, fermandomi al 1941.
Chi si avvicinasse a queste ricerche deve consultare i repertori relativi all’Unione fascista per le famiglie numerose, sezione provinciale di Rovigo, che prevedevano uno speciale elenco con nominativi, generalità e numero di tessera.
Senza entrare troppo nello specifico si nota come le spose all’epoca del primo figlio fossero decisamente giovani, dai 17 ai 21 anni e che il loro periodo procreativo durasse dai 17 persino ai 27 anni. In questo lasso di tempo era facile raggiungere i 9 o 10 figli.
Le conseguenze sulla popolazione erano evidenti: molti i fratelli e le sorelle e nuclei familiari che raggiungevano le 30 – 40 persone. Famiglie che venivano individuate con soprannomi e che spesso si identificavano con la località di residenza.
Così gli Andreasi Bassi (i Badaloni) con 9 figli dimoravano alla Mezzana, i Ridolfi (Pisanara) con 12 figli alla Mariconda, i Castaldelli con 11 figli in via Santo Stefano ed alle Possessioni Ferraresi, i Davì (Giaoni) con 10 figli alla Fraschina, più altri 10 da uno dei figli di questi, i Trombella in via Mezzana con altri 12 figli, e sempre alla Mezzana i Rossi con 14 figli, i Frego con 12 figli in via Paradello, gli Agazzani con 9 in via Pagana, i Tonini con 8 in via Cavallotti, i Tonazzi in via Argine S. Maria (alla Persiana) con 7 ecc. Ovvio che non si parla dei figli morti in gestazione od appena nati, per cui il numero sarebbe salito vistosamente.
Ma anche senza avere un alto numero di figli, spesso vari nuclei vivevano assieme per necessità lavorative, nati dallo stesso ceppo: così numerose erano divenute le famiglie dei Losi alla Persiana, dei Tioli alla Mezzana, dei Tinti all’Uccelliera, dei Quaiotti all’Arginino e molti altri.
Curioso il fatto delle sorelle Ferri di Bergantino sposatesi con Ridolfi, Rossi e Contrucci. Delle tre sorelle, due ebbero 26 figli, la terza nemmeno uno: “Ne aveste dato qualcuno anche a me!” rimarcava Giuseppina, sposa Contrucci, alle sorelle Ersilia e Bianca.
In aiuto delle famiglie numerose, qualche anno prima lo Stato, con legge 14/6/1928, n. 1312, aveva previsto aiuti economici circa l’imposta sui redditi di Ricchezza mobile, ma non sempre era facile ottenerli e la normativa prevedeva almeno dieci figli.
Anche se non richiesto dalle famiglie, spesso capitava che i nuclei più numerosi venissero pubblicizzati sui giornali della nostra provincia, additati quali esempi da seguire in ossequio alla propaganda del regime.
Come detto, questo è un passato che non tornerà mai più ma, parlando con i protagonisti ancora viventi di queste famiglie numerose, si percepisce un’umanità oggi sconosciuta. Pur nelle ristrettezze, a volte anche miseria, ognuno dei membri di queste piccole comunità familiari possedeva la propria dignità, l’amore per il tetto coniugale, il sostegno agli anziani della famiglia e c’era una solidarietà concreta che quotidianamente si materializzava. Forse bisognerebbe recuperare anche oggi qualcosa di questo mondo passato!
Una delle più tipiche e caratteristiche manifestazioni della cultura popolare, molto sentita in passato, fa riferimento alle “quarantie”, una sorta di calendario meteorologico che regolava la vita dei campi e della civiltà contadina forse più e meglio di quello che adoperiamo per orientarci nei giorni, nelle stagioni e negli anni.
Intanto osserviamo subito che le date nel mondo contadino non fanno quasi mai riferimento al calendario astronomico in uso oggi, bensì ai grandi avvenimenti della propria storia, ai santi, alle grandi ricorrenze e feste religiose di cui è disseminato il cammino di un anno, posto in bilico tra il misticismo delle cerimonie religiose e le ricorrenze della vita di ognuno. Si annovera pertanto l’anno della carestia (de la fame), l’ano de quando l’è nata la Bepina, l’ano ca se morto el Toni, el di che el prete el ga dito el reponsorio o el ga dito el sequeri par la Togna, l’ano ca se ‘ndà soldà Nane, ….. e così via. Queste erano le date della cultura contadina. D’altra parte non c’era ragione affinché il servo della gleba o il contadino che coltivava a mezzadria i campi di un padrone lontano, che si faceva vedere saltuariamente solo quando veniva ad abitare nella sua villa di campagna, o allevava gli animali, ricordasse una data del calendario. Ricordava invece un avvenimento importante della sua vita, un accordo, un contratto o la scadenza dello stesso o la necessità di fare samichiele o samartin alla fine di un contratto agrario.
Le società arcaiche, come quella contadina, sono oltremodo conservatrici. I ritmi della loro vita sono regolati su quelli propri della natura e noi sappiamo quanto siano reali per esse il giorno e la notte, la luna e le sue fasi, i solstizi e le stagioni, la pioggia, il vento, il freddo, il caldo …. Secondo lo storico delle religioni Eliade Milcea, questo modo di concepire la realtà sopravvisse per moltissimo tempo ed era ancora presente presso le società agricole tradizionali che vivevano ancora secondo archetipi che neppure il sopraggiunto cristianesimo ha potuto soppiantare.(M. Eliade, cit).
Forse in questo sta il motivo per cui nella società contadina polesana, accanto al calendario gregoriano, in uso oggi, si continuò a calcolare il tempo agricolo sulle quarantie, che si rifacevano all’osservazione astronomica e alla concezione del ritorno, sempre uguale, dei cicli della natura. Per l’uomo dei campi la quarantia rappresentava una “piccola stagione” con caratteristiche diverse. La loro esatta interpretazione veniva affidata all’esperienza e all’osservazione, ma anche i proverbi erano considerati significativi.
Il calendario delle quarantie – lo stesso nome lo ricorda – scandiva il tempo dell’anno in periodi di quaranta giorni, caratterizzati da particolari fenomeni atmosferici ciclici, su cui si regolavano le stagioni della seminagione, dei raccolti, del comportamento degli animali, i lavori dei campi e le scadenze dei contratti e facevano riferimento all’influenza della luna e delle sue fasi.
Ogni quarantia prendeva nome dal santo con il quale iniziava ed erano dodici, tenendo presente che due (quella di Sant’Urbano e quella di San Gallo) si potevano sovrapporre ad altre e annullarsi.
Si iniziava con la prima, La quarantia de la zeriola (Candelora), (2 febbraio – 13 marzo), che segnava la fine della stagione invernale: da la Zeriola de l’inverno semo fora, l’inverno è finito, ma l’aprirsi della buona stagione trovava qualche difficoltà per il tempo incerto (se l’è sole-selo, ghe n’emo on bon brutelo e se piove e tira vento de l’inverno a ghe semo ancora drento).
Seguiva naturalmente La quarantia de S. Matia, (23 febbraio – 3 aprile), determinata dalla prevalenza del vento sugli altri elementi atmosferici: sa venta a S. Matia, venta par ‘na quarantia.
La terza era La quarantia de S. Gregorio, (12 marzo – 18/20 aprile), praticamente un prolungamento di quella di S. Matia, sempre che si verifichi la coincidenza meteorologica del tri e del dodase marzo: sa venta al tri e al dodase. (se il tre e il dodici del mese fa vento)
Nella quarta quarantia dei Quaranta Santi, (11 marzo – 18 aprile), predominava la pioggia e il vento e punte regressive della temperatura: sa piove al dì dei Quaranta Santi aqua par altrettanti
La quinta quarantia dei tri aprilanti, (3 aprile – 13 maggio), assomigliava alle precedenti. Poteva svilupparsi in coincidenza delle quarantie precedenti, ancora in atto: quella dei venti (quarantia de S. Gregorio) e quella della pioggia (quarantia dei Quaranta Santi). Questa influenza collegava ed accentuava i fenomeni regressivi della temperatura delle zinquine che attestavano un tempo di burrasca. Come i tri aprilanti, quarante de somiglianti (o quaranta di duranti).
Nelle due quarantie de Sant’Urban, (15 maggio -24/25 luglio), si verificava una progressiva regressione della temperatura nella prima fase (durante i setoni i de maio (7-17-27), detta, nell’ultima parte inverno, de i cavalieri (i bachi da seta)(secondo e terzo seton), periodo che chiudeva la prima quarantia de Sant’Urban; con predominio della calura in giugno, la seconda quarantia de Sant’Urban, fino al segno de San Joan (24 giugno), Sant’Urban tempo bon par el gran.
La settima (o ottava, secondo i casi) quarantia e quella de Sant’Ana, (26 luglio – 2 settembre), era caratterizzata da “pioggia periodica”: il 5 agosto; poi, dopo la calura del 10 agosto; e poi il 15 agosto, oppure il 16 agosto; infine il 25 agosto.
La quarantia de S. Gregorion (Gregorio Magno) (l’ottava o la nona, secondo i casi) (3 settembre – 15 ottobre), era detta anche la quarantia de la luna de setenbre, con l’istadela (la piccola estate) de San Michiele: il tempo è relativamente secco all’inizio (sete brènte) e piogge intense alla fine (brentòn). Sa piove a San Gregorion, sete brente e un brentòn.
Siamo così giunti alla doppia quarantia de San Gal, (16 ottobre -25 dicembre); la prima era influenzata dall’influsso dei “Santi”, in particolare da quelli di novembre (Ognisanti, San Colombano, S. Clemente, S. Caterina); la seconda, dalla successiva quarantia de Santa Bibiana che, tuttavia, non appariva determinante. El tempo de San Gal dura fin a Nadal.
La undicesima (o dodicesima) era la quarantia de Santa Bibiana, (2 dicembre – 20 gennaio). Essa sottolineava una progressione del freddo, sotto l’influsso di fattori atmosferici che potevano portare la neve a San Nicola (6 dicembre) e gran freddo a S. Lucia (13 dicembre). A Santa Luzia el fredo crùzia.
A seconda delle coincidenze delle previsioni tra la prima fase delle calendre (1-12 gennaio) e la seconda (13 -24 gennaio) la quarantia poteva durare ancora una settimana, cioè fino al 20 gennaio, quando iniziava la zinquina prima dei segni de S. Paolo. Se piove a S. Bibiana, piove quaranta di e ‘na settimana.
Solo successivamente il tempo divenne solidale con la storia e permise l’introduzione della storicità delle vicende umane con l’idea di una successione lineare degli avvenimenti della vita, però in fondo persistette e continuò in una certa misura a persistere l’antica concezione del tempo circolare.
Ancor oggi l’esistenza di intere popolazioni si regola su questa tradizione; esse continuano a considerare gli episodi storici dipendenti dalla volontà divina e da una fatalità di origine astrale.
Duecento anni rappresentano un’entità cronologica di tutto rispetto, non assoggettabili a giudizi determinanti eventuali caratteristiche di relatività. Un lasso di tempo che ci porta all’inizio dell’ ‘800, quando a Lendinara – nonostante i sovvertimenti politici che avevano da poco portato alla fine del governo della Serenissima e all’alternarsi della presenza dei nuovi dominatori Francesi ed Austriaci – si parlava di costruire un teatro. Una volontà che alla fine divenne concreta per giungere, il 3 settembre 1814, all’inaugurazione del prestigioso Teatro Ballarin.
Parlare del Ballarin significa dunque anche rievocare tappe determinanti della storia del nostro Paese, che nella città di Lendinara si sono esplicitati, nei vari contesti, attraverso figure di rilievo. Ciò a cui dapprima si assiste, è la consonanza di intenti che allinea in prima fila il nobile Pietro Perolari Malmignati, il conte Giovan Battista Conti, dignitari lendinaresi nonché personaggi di spicco nel panorama culturale, e il conte Francesco Gherardini il quale fra l’altro favorirà la nascita della prima banda cittadina. Da ricordare altre figure di rilievo: l’Abate Griffi, monsignor Domenico Scipioni e altre autorità religiose, tra le quali i fratelli Francesco Antonio, Gaetano e Giacomo Baccari, svolgono un ruolo davvero fondamentale nella cura dei luoghi sacri, occasionali teatri di rappresentazioni musicali.
A questi personaggi, riconosciuti animatori del mondo culturale lendinarese a cavallo tra ‘700 e ‘800, vanno affiancati nomi di artisti, quali il famoso tenore Domenico Ronconi e l’ecclesiastico Pietro Vicentini, organista ed autore. Sempre in tema di premesse, l’elenco potrebbe senz’altro estendersi oltre i confini cittadini includendo, tra gli altri, il nome di Pietro Cappellini originario di Legnago che in Lendinara fissa la residenza e raccoglie contributi per la creazione di un’orchestra che assumerà un’importante funzione per la città.
Ma anche le più lodevoli intenzioni necessitano dell’apporto di notevoli risorse per essere in qualche modo concretizzate, nonostante i favorevoli presupposti, “un Teatro, ove Principi e Regi suolsi onorare, ove a seder s’impara le umane bizzarrie, gli fatti egregi non era ancora surto in Lendinara.” Così segnala Pietro Perolari Malmignati nel suo “Capitolo intorno alla edificazione del Nuovo Teatro di Lendinara e allo spettacolo ivi eseguito nella prima sera dell’apertura” edito dalla tipografia Michelini nel 1814, sottolineando che “tutti al Teatro avean gli animi pronti, ma non la mano”.
Ma ecco infine materializzarsi l’idea del luogo – sulle forme di quello che per secoli era stato un deposito di granaglie – grazie all’intervento dei tanto declamati signori Girolamo Ballarini e Giovanni Maria Bertazzi i quali, avvalendosi di professionisti e artisti di indiscusso pregio, donano alla città un Teatro che – come continua Pietro P. Malmignati – “Milàn, Vinegia, Napoli ne vanta di più grandi, e più ricchi, ma un più bello, più leggiadro, e gentil, che proprio incanta, quelle città non hanno”.
Annotazione autoreferenziale forse, ma rispondente al vero almeno nello spirito e agli occhi degli appassionati cittadini, i quali non reputano biasimevole spendere danaro per l’abbellimento di un siffatto edificio, anche in epoca di ristrettezze economiche e orribili fatti bellicosi; convinti, al contrario di altri, che non saranno le “Sirene lubriche e discinte…a vìolar con salti, e trilli, e con moine finte a giovanetti i casti cor” e che il luogo non è causa di dissolutezza bensì chi, entrando, “sua malizia scopre”.
In questo senso ci induce a riflettere Pietro P. Malmignati, invitando “l’almo paese” a godere dei favori di Apollo che daranno alla città un lustro degno di Atene, pronosticando per il Teatro un imminente futuro e l’opportunità di beneficiare, attraverso le rappresentazioni, degli innumerevoli esempi sulla natura umana, dai quali “più vantaggio viene…che con cento Orazion di borra piene”.
Il nuovo Teatro, la cui realizzazione venne affidata all’architetto Antonio Foschini di Ferrara, sarà puntualmente e amorevolmente descritto dall’Avvocato lendinarese Francesco Nobili in un libretto pubblicato il 2 settembre 1814 e donato ai suoi concittadini. Ed è un battesimo con tutti i crismi, nel quale l’acqua piovuta dal cielo si presenta in varie forme, “tra la contentezza di quei pochi benpensanti bacchettoni, che non avevano lesinato i loro acuti strali a proposito del nuovo teatro.”
L’opera rappresentata nella serata d’inaugurazione, l’ “Amor marinaro ossia il Corsaro” di Joseph Weigl, alla quale segue il balletto “Il bosco magnifico” viene scelta in sostituzione della presenza del tenore lendinarese Domenico Ronconi, con precise e più che comprensibili motivazioni, legate al contingente panorama politico.
Come ogni significativa esistenza, anche quella dell’ex Granarazzo, conosce stagioni sorprendentemente variabili, a cui facciamo qui un fugace cenno. La prima e sostanziale modifica avviene con la sua acquisizione, nel 1863, da parte del Signor Giorgio Voltolini fu Bellino, cittadino “geniale” che in più ambiti si adopera per il miglioramento della città fra l’altro sostituendo, a proprie spese, vecchie e povere abitazioni con decorosi fabbricati. Inoltre erige una prestigiosa officina di lavori d’intaglio e decorature nonchè uno stabilimento balneare galleggiante sull’Adigetto.
Artista di sicuro pregio, provvede ad alcuni adeguamenti del teatro, grazie alla collaborazione dell’architetto milanese Invernici, a cui fra l’altro si deve il disegno della facciata tuttora caratterizzante il Ballarin.
I nuovi interventi permettono fra l’altro l’utilizzazione del Teatro per spettacoli diurni e spettacoli di minore importanza, quali ad esempio le marionette, costruendo allo scopo un teatrino nel Teatro.
La successiva gestione, avviata dopo il decesso di Voltolini dalla “Società di Palchettisti”, commissionerà all’architetto bolognese Colliva un nuovo piano di ristrutturazione interna che ne aumenterà la capienza e affiderà al valente pittore Baldi l’esecuzione degli affreschi. Il Teatro, nel più moderno gusto liberty, ospiterà ancora spettacoli d’opera durante la Fiera e qualche occasionale evento, prima della radicale trasformazione interna avvenuta nel primo dopoguerra.
Fu infatti nel 1948 che il Ballarin venne definitivamente adibito a cinematografo con l’eliminazione di tutti i palchetti che rendevano armonioso il suo interno.
Il lento declino iniziato dagli anni ‘80 del secolo scorso porta nel 1986 all’apparente conclusione, scongiurata dai nuovi e decisi interventi avviati all’inizio del 2005 che ne hanno permesso la ripresa, festeggiata con la memorabile cerimonia del 2 settembre 2007.
L’attività del Teatro è a tutt’oggi regolarmente svolta con la consueta stagione ed eventi di ogni genere.
Anche se una sorta di scaramantica superstizione può trattenere dal porgere anticipati auguri di buon compleanno, nulla vieta, fin d’ora, l’auspicio condiviso di lunga e intensa vita e, in tempi di innegabile crisi, di salvaguardia delle finalità artistiche e culturali del nobile concepimento.
Terezin è una cittadina di poco meno di 3000 abitanti nella valle del fiume Ohre, nella Boemia Occidentale. L’abitato è sovrastato dall’imponente fortezza costruita per volere dell’imperatore Giuseppe II d’Austria alla fine del XVIII secolo e, nella storia del XX secolo, è nota purtroppo per essere stata utilizzata prima come carcere austriaco per dissidenti politici e prigionieri russi della Prima guerra mondiale e poi, dal 1939, con l’invasione tedesca, come lager destinato agli ebrei.
Ma qui si vuole documentare un’altra storia, antecedente alle tragedie del XX secolo. Una storia non meno dolorosa, vissuta durante la Terza Guerra di Indipendenza, che lega la cittadina boema al Polesine e al Veneto.
Il reclutamento dei fanti veneti
Nel 1860 la città si chiamava ancora Theresienstadt (in tedesco “città di Teresa”, nome scelto da Giuseppe II in onore della madre, l’imperatrice Maria Teresa) e aveva metà della popolazione che ha ora. La fortezza era stata costruita alla fine del ‘700 sotto la supervisione dell’architetto militare veronese Clemente Pellegrini a difesa del confine austriaco da possibili invasioni prussiane e quindi era utilizzata come caserma¹. Gran parte dei soldati della guarnigione appartenevano ad un reparto venetianisch, il 38° reggimento di fanteria “Conte Haugwitz”.
Nel multietnico Impero Asburgico il reclutamento dei soldati si basava su rigidi criteri linguistici e geografici: dal momento che un soldato ungherese, un polacco, un croato e un italiano non si sarebbero mai capiti tra loro, ogni reggimento aveva un suo circondario di reclutamento. I circondari “veneti”, dopo il 1860, erano sette per cui parlavano italiano i soldati di sette reggimenti di fanteria, di un reggimento di gendarmi, di due battaglioni di jager (cioè “cacciatori”, fanteria leggera come sono i nostri bersaglieri) e di gran parte degli equipaggi delle navi della Marina.
I fanti del 38°, reggimento intitolato al feldmaresciallo Eugen Wilhelm von Haugwitz, erano reclutati nell’intero territorio della Provincia di Rovigo (o “del Polesine” come si diceva allora) e nei distretti amministrativi di Montagnana, Este, Monselice, Piove di Sacco e Conselve².
La leva nell’Impero d’Austria si svolgeva con modalità curiose. Il numero di reclute da mandare ai reparti era stabilito di anno in anno, e per decidere chi doveva essere arruolato si teneva una specie di lotteria: tutti i coscritti pescavano un biglietto, chi trovava un numero basso partiva, chi un numero alto restava. I renitenti alla leva erano molti, ma grazie al particolare sistema di reclutamento questo fatto non costituiva un problema: se un arruolato non si presentava si scorreva la lista e si chiamava chi veniva dopo di lui. L’estrazione si svolgeva nel capoluogo del circondario di reclutamento, che nel caso del 38° non era la popolosa Rovigo ma la più tranquilla Monselice.
Negli anni dal 1860 al 1866, mediamente 700 reclute all’anno partirono da Monselice con destinazione Theresienstadt. Contadini polesani e padovani, che spesso non si erano mai allontanati del loro Comune, si trovavano per la prima, e forse unica, volta nella vita a salire su un treno, ad attraversare le Alpi, e a vedere, seppur di sfuggita, grandi città come Vienna e Praga.
La vita di guarnigione era noiosa, fatta di rigida disciplina e lunghe marce, ma almeno un letto e pasti caldi erano garantiti. Solo l’addestramento formale (attenti, presentat’arm ecc..) veniva impartito in tedesco, mentre la lingua di servizio era l’italiano, per cui erano gli ufficiali a doversi adattare alla lingua dei soldati e non viceversa.
Ufficiali di madrelingua italiana, comunque, non mancarono mai tra i quadri del reggimento: tra il 1860 e il 1865 italiano fu addirittura il comandante, il colonnello lombardo Carlo Cattanei.
I rapporti dei soldati con la popolazione locale erano, per motivi linguistici, praticamente nulli e le notizie da casa scarse, dato che l’analfabetismo era ancora molto diffuso. Ma l’aspetto più pesante del servizio militare era che la data del congedo era indeterminata: la ferma consisteva, in teoria, di otto anni ma nella realtà il periodo effettivo sotto le armi era minore, ma non definibile a priori. Ciò accadeva perché l’organico di un reggimento di fanteria prevedeva, secondo i regolamenti dell’epoca, 1400 uomini: se con le nuove reclute si raggiungeva tale numero, quelli che erano sotto le armi da più tempo venivano congedati, altrimenti restavano fino alla leva dell’anno successivo.
Il motivo che rendeva il numero di reclute così variabile era essenzialmente uno: per le casse dello Stato era più conveniente trattenere in servizio i soldati che già c’erano piuttosto che organizzare il trasporto di centinaia di coscritti dal Veneto alla Boemia o alla Galizia. Mediamente, quindi, la durata effettiva del servizio di leva per i reparti di reclutamento veneto si aggirava sui tre anni.
Preparativi di Guerra
Nel 1866 le cose però cambiarono di colpo.
Il governo austriaco, intuendo che l’alleanza tra l’Italia e la Prussia sarebbe stato il preludio di un attacco all’Impero, ordinò la mobilitazione generale: questo significò per il 38°Haugwitz richiamare in servizio i riservisti, passando così da 1400 a 3300 uomini.
Presso l’Alto Comando austriaco, tuttavia, si sperava ancora di evitare la guerra: il generale Benedek, capo di Stato Maggiore, aveva spiegato all’imperatore che contro i nuovi fucili a retrocarica Dreyse ma soprattutto contro il migliore addestramento dell’esercito prussiano nulla avrebbero potuto le pur disciplinate truppe imperiali.
Francesco Giuseppe non volle nemmeno prendere in considerazione l’idea di una trattativa, reputandola disonorevole, e minacciando addirittura di destituzione tutto lo Stato Maggiore. L’imperatore faceva grande affidamento sull’aiuto che sarebbe venuto all’Austria da parte degli altri stati della Confederazione Germanica che mal sopportavano, a suo dire, l’imperialismo prussiano. Ma le aspettative dell’imperatore dovevano essere ben presto smentite dalla realtà.
La guerra fu dichiarata il 14 giugno. Solo la Sassonia mandò un piccolo contingente di soldati ad aiutare l’Austria. Tutti gli altri stati della Confederazione, per paura o per opportunismo, non si mossero.
Come aveva previsto Benedek la sua Nord Armee (l’Armata del Nord, per distinguerla da quella del Sud che fronteggiava gli Italiani sul Mincio) disseminata lungo un confine troppo vasto da controllare fu colta di sorpresa dalla rapidità dei movimenti del nemico. Il 38° tentò due volte – a Munchengratz³ il 28 giugno e a Gitschin⁴ il 29 – di fermare i Prussiani, ma fu tutto inutile. A due settimane dall’inizio della guerra il reggimento aveva già perso, tra morti, feriti e prigionieri, 613 soldati, un quinto dei suoi effettivi.
Ma per i fanti del 38°, che intanto si erano ritirati all’interno della piazzaforte di Koniggratz⁵, il peggio doveva ancora venire.
L’attacco prussiano
All’alba del 3 luglio 1866, 220.000 Prussiani attaccarono Koniggratz: un decimo dei 200.000 soldati asburgici che li fronteggiavano appartenevano ad unità di reclutamento veneto.
Dopo otto ore di combattimenti, la Nord Armee di Benedek si ritirava lasciando sul campo 12.000 morti e migliaia di prigionieri, molti dei quali erano feriti intrasportabili. Pochi giorni dopo, davanti alla concreta possibilità di veder sfilare i Prussiani per le strade di Vienna, Francesco Giuseppe firmò la resa.
Dalla battaglia di Koniggratz (o di Sadova, come è chiamata, seppur impropriamente, nei nostri libri di storia) il 38° reggimento fanteria uscì praticamente distrutto: tra gli ufficiali vi furono 11 morti (tra loro 4 “italiani”, il capitano Gosetti, il tenente Bailetti e i sottotenenti Magro e Radda) 4 feriti e 15 prigionieri (di cui 7 feriti), mentre la truppa ebbe 341 morti, 57 feriti e 665 prigionieri (di cui 229 feriti).
Una tragedia ignorata
Trascorsero molte settimane prima che i soldati dell’Haugwitz e degli altri reparti veneti fossero informati che la loro terra d’origine non era più – in base alle clausole del trattato di pace – una provincia dell’Impero asburgico, ma che era entrata a far parte del Regno d’Italia. In ogni caso a nessuno fu consentito di tornare a casa fino al termine del servizio di leva.
Quando finalmente in autunno arrivò il congedo, l’accoglienza per i reduci da parte della loro nuova patria fu gelida: le autorità sabaude, infatti, volevano minimizzare il fatto che decine di migliaia di veneti avevano servito l’Austria e che in un solo giorno, il 3 luglio 1866, ne erano morti 1300, più di quanti ne fossero caduti in tutte le campagne del Risorgimento.
Infatti ancora oggi questa pagina di storia è poco conosciuta o, per meglio dire ignorata, dalla nostra storiografia.
Ma non tutto è andato perduto per recuperare il filo della memoria: conosciamo, infatti, i nomi dei morti, dei feriti e dei dispersi del 38° fanteria. Li pubblicò nei giorni 17 e 18 agosto 1866 uno dei giornali all’epoca più diffusi nella capitale austriaca, la Wiener Zeitung. Qualche cognome è inevitabilmente storpiato, ma a leggere quella lista sembra di scorrere l’elenco telefonico di Rovigo.
La testimonianza più significativa di questa vicenda dimenticata è un quadro, oggi conservato in un museo di Vienna: lo dipinse il pittore Rudolf von Ottenfeld, il cui padre, che si chiamava anche lui Rudolf, prese parte alla battaglia di Koniggratz.
L’opera rappresenta il maggiore von Ottenfeld, comandante del III battaglione del 38° “Haugwitz”, mentre, a cavallo, guida i suoi soldati all’attacco del villaggio di Chlum, nell’ultima fase della battaglia. L’ufficiale non tornò da quell’azione e così avvenne anche per molti dei suoi soldati di origine veneta.
Guardando questo quadro non si può non pensare che quei ragazzi coi baffoni, coi cappotti troppo grandi e i pantaloni azzurri sporchi di terra erano, in fondo, i nostri bisnonni.
L’importante mostra “Pietro Bembo e l’invenzione del Rinascimento” promossa a Padova nel primo semestre del 2013 dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo e dal Centro Internazionale di Studi di Architettura Andrea Palladio, ha suscitato ampi consensi anche in Polesine, territorio che, al tempo, vide agire varie personalità interessate alle tematiche della rinascita delle lettere e delle arti.
Fratta, in particolare, costituì un importante centro di riferimento, grazie soprattutto alla presenza di Lucrezia Gonzaga (1524-1576), raffinata nobildonna mantovana qui giunta in seguito al matrimonio con il condottiero di ventura Gianpaolo Manfrone.
Nella villa-fortezza del marito (che morì prigioniero a Ferrara nel 1552, dopo essere stato catturato da un manipolo di armigeri estensi con l’accusa di complottare contro il duca) la giovane e coraggiosa nobildonna diede vita ad una piccola corte rinascimentale, che vide convenire a Fratta fior fiore di studiosi e letterati – tra cui Girolamo Ruscelli, Lodovico Dolce, Ortensio Lando, Orazio Toscanella, Girolamo Parabosco – con molti dei quali si intrecciarono anche fitti rapporti epistolari.
A questo punto nasce spontanea una domanda: Pietro Bembo, artefice primario del Rinascimento, giunse a Fratta Polesine in visita alla cultrice appassionata delle tematiche umanistiche, nonché animatrice solerte dell’Accademia dei Pastori Frattegiani?
C’è un’importante coincidenza che fa pensare, se non ad una sicura frequentazione, quanto meno all’esistenza di rapporti epistolari, in relazione alla scelta dei due personaggi di affidare nello stesso anno, il 1552, allo stesso stampatore veneziano, la propria raccolta di lettere spedite a personaggi illustri del tempo.
Tra le “Lettere” di Lucrezia Gonzaga – pubblicate “in Vinegia, MDLII… Appresso Gualtero Scotto”, e ristampate nel 2009 dall’editrice Minelliana, a cura di Renzo Bragantini e Primo Griguolo – non è però presente alcuna missiva inviata a Pietro Bembo.
Per saperne di più e fare luce sull’interessante presenza a Fratta di una corte rinascimentale, ci incontriamo col prof. Mario Cavriani, presidente dell’Associazione Minelliana che ha edito il citato volume con le Lettere di Lucrezia Gonzaga.
D. Prof. Cavriani, si può pensare alla possibilità di frequentazioni culturali, quanto meno di tipo epistolare tra Lucrezia Gonzaga e Pietro Bembo?
R. Allo stato attuale degli studi, escluderei che vi siano stati rapporti epistolari tra Pietro Bembo e la Gonzaga; i curatori dell’edizione critica delle lettere della Gonzaga, edite recentemente dalla Minelliana l’avrebbero senz’altro segnalato. Va inoltre detto che, quando Lucrezia pubblica nel 1552 a Venezia la sua raccolta epistolare, il cardinale Pietro Bembo era già morto a Roma da 5 anni, e la coincidenza dell’anno di stampa presso il medesimo editore dell’epistolario del Bembo (presumibilmente voluta dagli eredi), può ritenersi casuale. Neppure riteniamo che ci possano essere state frequentazioni di tipo culturale tra i due in quanto Lucrezia, che era approdata dopo il matrimonio nel 1541 con il capitano di ventura Gianpaolo Manfroni nel maniero di Fratta, ed occupata in ben altre faccende familiari, non poteva incontrare Pietro Bembo, trasferitosi nel frattempo a Roma già nel 1539, dopo essere stato eletto cardinale dal Papa Pio III Farnese.
D. Tra le lettere di Lucrezia Gonzaga troviamo due missive a Torquato Bembo. Chi era costui?
R. Torquato Bembo, come spiega in nota a piè pagina lo studioso Primo Griguolo, è uno dei tre figli naturali di Pietro Bembo, quindi quasi coetaneo di Lucrezia Gonzaga, anche lui letterato e già avviato come il padre alla carriera ecclesiastica. Dal contenuto delle due missive di Lucrezia inviate a Torquato, si evince che tra i due ci sia stata sia una frequentazione culturale (probabilmente nel corso degli spostamenti della Gonzaga da Fratta a Venezia) che una fitta corrispondenza epistolare.
D. La ripubblicazione del volume delle “Lettere” di Lucrezia Gonzaga ha portato alla luce uno spaccato storico ai più del tutto sconosciuto, ovvero la presenza di una piccola corte rinascimentale in Polesine. Come si spiega ciò in un territorio troppo spesso considerato emarginato e del tutto estraneo ai più importanti movimenti culturali?
R. La cosiddetta stagione felice di Fratta Rinascimentale coincide proprio con gli anni in cui Lucrezia vi ha soggiornato dal 1541 al 1570 circa, periodo nel quale si verificano positivi avvenimenti concomitanti, come rileva la studiosa Stefania Malavasi nel libro da lei curato “Le ricchezze dell’agricoltura” di Giovanni M. Bonardo. Intorno al 1555 si registra la concentrazione a Fratta e nelle vicine Costa e Lendinara di un consistente numero di soldati al servizio della Serenissima, molti dei quali, nonostante il divieto veneziano, acquistano case e terreni, creando nuclei familiari stabili, sposando le donne del luogo. C’è poi da considerare l’espansione delle bonifiche con la creazione delle grandi proprietà e anche la presenza di famiglie patrizie veneziane come Badoer e Grimani che commissionano ad architetti affermati come Palladio l’edificazione delle loro ville di campagna attorno al maniero medievale dell’illustre famiglia dei Manfroni, condizionando l’espansione urbanistica del centro storico con l’estensione intorno al palazzo di giardini e orti.
D. Un palazzo-fortezza purtroppo scomparso¹, ma con Lucrezia Gonzaga divenuto molto importante sotto il profilo culturale.
R. E’ così. Questo spazio infatti diventerà l’iniziale sede dell’Accademia dei Pastori Frattegiani, luogo di lavoro intellettuale libero, al riparo da invidie e malignità, voluto e animato da Lucrezia Gonzaga e dal letterato/fattore frattegiano Giovanni Maria Bonardo, punto d’incontro di uomini di cultura di area padana e veneta e non solo, un gruppo unito da interessi comuni, legati alla produzione editoriale, il quale, dopo il 1563, soppressa l’Accademia degli Addormentati a Rovigo, diventa fucina di dibattiti su tematiche religiose anch’esse di impronta erasmiana e sospette di eresia².
Al tempo in cui per opera di geniali architetti si alzavano al cielo ardite cattedrali, altri artisti, chiusi nel silenzio di monasteri o nelle loro botteghe, esprimevano la propria maestria intervenendo su importanti manoscritti decorandoli con miniature di raffinata eleganza e fantasiosa varietà di stili e colori.
Anche il nostro “tempio della cultura”, vanto della Citta di Rovigo, la Biblioteca dell’Accademia dei Concordi, appunto, conserva numerosi esemplari di manoscritti miniati, di pregevole valore sia per l’origine, di età medioevale, sia per la ricchezza e varietà iconografica. Un utile strumento per la conoscenza della materia ci è offerto dal volume “I Manoscritti Medievali delle Province di Belluno e Rovigo”, con gli studi della dott.ssa Michela Marangoni, che presta la sua attività professionale presso la stessa Accademia, e della dott.ssa Federica Toniolo dell’Università di Padova.
Va innanzitutto ricordato come il patrimonio accademico sia ordinato in due distinte sezioni dette “Concordiana”, dal nome del sodalizio rodigino, e “Silvestriana”, dal nome della famiglia Silvestri, che contribuì in modo assai generoso alla formazione delle collezioni librarie e artistiche¹. In entrambe le sezioni sono conservati i preziosi manoscritti; in numero molto più consistente nella raccolta Silvestriana, testi importanti compresi in un periodo che va dal 1200 al 1500.
La Raccolta Concordiana
La Concordiana annovera tra le provenienze anche manoscritti appartenenti a corporazioni religiose soppresse, come il Concordiano 107 un tempo dei Padri Cappuccini di San Michele in Rovigo².
Tra i manoscritti di grande interesse vanno citati in particolare il Concordiano 39 contenente un volgarizzamento delle Epistole a Lucilio di Seneca e il Concordiano 200 contenente il Ninfale Fiesolano del Boccaccio. Entrambi furono di proprietà di Marsilio III Casalini: passati di mano in mano, vennero donati all’Accademia da Pier Maria Torelli Minadois³.
In questi due testi risaltano alcune pagine arricchite da miniature.
Nel manoscritto Conc. 39, f.1r, il foglio posto ad incipit delle rubriche (f.1r) e quello con il prologo al volgarizzamento delle Epistole a Lucilio (f.9r) si presentano incorniciati da fregi formati da racemi e foglie lanceolate dipinte in rosso, rosa, verde, blu e rilevate a biacca. Nel margine inferiore e superiore dei fregi si aprono dei tondi in origine dipinti con degli stemmi che, in epoca imprecisata, vennero coperti con lamina d’oro ad eccezione di quello al centro del margine inferiore che appare ridipinto con lo stemma d’Angiò⁴.
Molto belle e raffinate sono le decorazioni del Concordiano 200 (f.2r), datato 1446, di indubbio interesse, contenente, come già detto, il Ninfale Fiesolano del Boccaccio. Il codice, appartenuto al Casalini, narra le vicende dell’amore della ninfa Mensola e del pastore Africo. Il tema amoroso è visualizzato nell’elegante iniziale che apre il testo. Su fondo blu, appare una gentildonna nell’atto di incoronare l’amato inginocchiato dinanzi a lei. Dall’iniziale, in parte formato da un fantastico drago verde con ali, becco e orecchie allungate, si diparte un fregio che orna il margine esterno e superiore, composto da un ramo racemo, foglie, grandi fiori fantasiosi, piume di pavone cigliate a penna e ornato di filigrana sottile, quasi una trina⁵.
La Silvestriana
Nel 1858 i nobili Silvestri affidano all’Accademia dei Concordi la biblioteca di famiglia ricca di 40.000 opere a stampa comprendenti manoscritti molto importanti. Tra essi, un codice considerato un capolavoro, catalogato nel Silvestriano 212, un unicum del volgare padovano della fine del Trecento carrarese o dei primissimi anni del Quattrocento: è la Bibbia Istoriata Padovana. La celeberrima Bibbia consiste in un codice pergamenaceo miniato, smembrato fra l’Accademia di Rovigo e la British Library di Londra.
La parte rodigina comprende la Genesi e Ruth, 344 miniature, che già nel 1846 un giornalista tedesco aveva ammirato nella biblioteca di casa Silvestri. Si può ipotizzare che, poiché il Genesi reca delle attestazioni in lingua ebraica, Genesi e Ruth siano stati ceduti ai Silvestri da negozianti ebrei.
L’altra parte della Bibbia (529 miniature) dal 1844 si trova alla Britsh Library e comprende il codice smembrato del Pentateuco, ossia Esodo, Levitico, Numeri e Deuteronomio e il libro di Giosuè, mentre il libro dei Giudici andò perduto. E’ importante ricordare che nel 1999 ci fu un evento eccezionale di portata internazionale relativo a questa Bibbia. Infatti nella sala Oliva dell’Accademia fu riunita la Bibbia istoriata e fu possibile ammirare tutte le figure dei fogli della parte rodigina, completamente sfasci- colata dopo il restauro.
La Bibbia è a doppio registro narrativo, figurato e linguistico, sicuramente miniato a Padova. Il testo è didattico-didascalico e scritto da un’unica mano assai simile a quella dell’Erbario Carrarese, sontuoso codice realizzato per Francesco Novello, signore di Padova.
La particolarità del manoscritto risulta evidente nelle scelte illustrative. Ogni carta contiene generalmente quattro vignette illustrate, ricche di dettagli, colorate a tempera, incorniciate di rosso e commentate dal testo scritto. Il Codice 212 è notissimo agli storici dell’arte secondo i quali queste miniature rielaborano gli esiti raggiunti nella pittura monumentale da illustri artisti che operarono in Padova nel Trecento come Altichiero, Giusto de Menabuoi e Jacopo da Verona⁶.
Miniature ad ambito bolognese sono il Silv. 214, che contiene un codice con testi di Valerio Massimo e di Varrone, miniato, come il Seneca, con iniziali con ritratti, verosimilmente dottori nell’atto di indicare il testo scritto, abbigliati con abiti dai colori vivaci e berrette orlate di ermellino e cappucci.
Il manoscritto Silv. 211, contiene opere di Cicerone. L’apparato illustrativo è costituito da un’iniziale figurata dell’autore con il libro, purtroppo assai compromessa e ridipinta.
Tra i codici databili alla metà del Quattrocento vanno indicati anche due libri d’ore, di piccole dimensioni, nati per la preghiera privata: il Silv. 53 e il Silv. 54. Se il primo si presenta molto rovinato e mutilo, il secondo appare meglio conservato con temi relativi alle preghiere delle ore. Per l’Ufficio della Vergine molto bella è l’iniziale con l’Annunciazione.
Assai interessante è la miniatura con il ritratto dell’autore, posta ad incipit del Super I librum Sententiarum di Duns Scoto che si trova nel Silv. 215. E’ evidente che si tratta di una raffigurazione del dotto teologo francescano, dipinto nell’atto di insegnare, affacciato ad un leggio ligneo dove è posto un libro. Ha il capo coperto da una berretta nera da dottore e indossa un saio marrone con cappuccio. Siamo di fronte ad una interpretazione provinciale delle illustrazioni che ornano un gruppo di incunaboli frutto dell’impresa editoriale di Lorenzo Canozi da Lendinara, proto tipografo di Padova oltre che, con il fratello Cristoforo, rinomato intarsiatore⁷.
Merita rilevante menzione un altro artista di origini polesane: il miniatore Antonio Maria da Villafora e la sua bottega, il quale, alla fine del Quattrocento, operò in Padova: a lui sono stati attribuiti codici per l’ambiente universitario padovano. Ad Antonio Maria da Villafora si accosta anche il Codice Concordiano 88, in cui la miniatura appare purtroppo rovinata, con sant’Agostino e le monache che orna il manoscritto delle Regole ad uso delle monache agostiniane di Rovigo datato 1500.
Tra i libri liturgici si ricorda l’Ufficio con Salterio relativo al Silv. 89, due pagine dipinte con cornice bordata in lamina d’oro e riempita da filigrana con fiori e foglie multicolori e bottoni dorati di stile ferrarese. Nel margine inferiore di un foglio è raffigurato in un tondo sant’Agostino vescovo con cocolla nera, forse a indicare che anche questo libro apparteneva ad una comunità agostiniana.
Di raffinata bellezza è pure il codice Silv. 126, che contiene opere di Aristotele. Presenta iniziali di varia grandezza a corpo in lamina d’oro poste su fondi a lacunari rosa, verdi e blu pallidi con puntini di biacca, sui quali corrono eleganti racemi. I colori dalle tonalità chiare e i tralci sottili, terminanti con foglie dentellate, sono di attribuzione probabilmente toscana e, più propriamente fiorentina, come è la piccola farfalla posta alla fine del fregio del margine superiore, un elemento spesso presente in tale ambiente miniaturale.
Molti altri codici conservati presso la Biblioteca dell’Accademia dei Concordi, meriterebbero un’adeguata descrizione come, ad esempio, i manoscritti Silvestriani 71, 103, 123, 310, 594 di straordinaria bellezza.
Il manoscritto di Adria
Vorrei concludere citando un ultimo codice – questo presente ad Adria – il manoscritto 866, probabilmente di ambiente ferrarese, conservato nella Biblioteca Comunale di Adria. Riguarda le miniature della volgarizzazione di Epitome di Giustino. Il fregio e l’iniziale del foglio si trovano in un ornato a bianchi girali in manoscritti eseguiti su commissione del duca Ercole I d’Este (1471-1505)⁸.
Accostarmi all’arte della miniatura nei manoscritti medioevali è stata un’entusiasmante scoperta di artisti che mettevano il loro ingegno a servizio della bellezza nel valorizzare sia opere di grandi letterati sia di semplici testi di culto, e questo perché riconoscevano in quei manoscritti la sacralità dello spirito dell’uomo e di Dio. Artisti, dunque, meritevoli di onore nella Storia dell’Arte, e grandi maestri di eleganza, di certosina pazienza, di vivace fantasia decorativa, di gusto raffinato dei colori e di geniale creatività.
Non sempre le esposizioni museali raggiungono l’obiettivo di coinvolgere i visitatori lasciando loro un duraturo ricordo e dando vita ad un vero arricchimento culturale. In fortunati casi, però, può capitare che la visita sia associata ad importanti iniziative di coinvolgimento, messe a punto da intelligenti quanto preparati animatori culturali. Iniziative che partono dal presupposto che la gestione del bene museale non deve configurarsi come una mera attività di guardianìa e conservazione, ma di vivificazione del patrimonio culturale. E ciò può raggiungersi con tecniche varie che, partendo dalla profonda conoscenza del bene da valorizzare, richiedono idonee professionalità.
Uno di questi rari momenti di importante “coinvolgimento aggiunto” si è vissuto, con emozione e interesse, a Fratta Polesine: una visita davvero particolare a “Casa Matteotti”, ideata da CeDi – Turismo & Cultura, programmata col titolo “Le stanze della memoria”. Una iniziativa in cui i visitatori sono stati accolti da due redivivi personaggi d’epoca: Velia la moglie di Giacomo Matteotti ed il di lei fratello Tita Ruffo, baritono di fama internazionale del primo ‘900. Personaggi interpretati rispettivamente da Sarah Lanzoni (animatrice del CeDi) e da Luigi Marangoni (apprezzato attore e studioso, al quale si deve anche la sceneggiatura della visita drammatizzata).
I visitatori, accolti nella cucina di Casa Matteotti (ovvero la prima stanza da cui solitamente ha inizio l’itinerario guidato) sono stati brevemente informati sulla particolarità dell’iniziativa da Donatella Girotto e Nicola Gasparetto di CeDi – Turismo & Cultura. La visita drammatizzata è quindi entrata nel vivo con l’interpretazione da parte dei due attori di brani a suo tempo realmente pronunciati o scritti dai personaggi di riferimento.
Passando dal salone al soggiorno e poi allo studio di Matteotti, il coinvolgimento dei presenti è stato totale. In ogni stanza, dopo un breve comunicato di contestualizzazione da parte di Nicola Gasparetto, si è assistito all’interpretazione dei due attori, che ha colpito nel segno. Meglio di tante spiegazioni, i visitatori hanno colto le problematiche dell’epoca e i riscontri dei fatti della storia nella dimensione umana di Giacomo Matteotti, della moglie Velia e del di lei fratello Titta Ruffo: le sofferenze, le speranze, l’impegno fino allo spasimo, l’idea della vita come missione, gli affetti, i grandi ideali vissuti senza cedimenti.
Il passaggio al piano superiore è stato caratterizzato da un altro momento inedito: ogni visitatore è stato invitato a prelevare dal tavolo centrale un biglietto con una frase di Matteotti e a leggerla ad alta voce, facendo se possibile un breve commento. Quindi la scena emotivamente più pregnante, sviluppatasi nella stanza matrimoniale di Giacomo e Velia.
I due attori hanno interpretato brani testimonianti il grande affetto che legava la coppia, le problematiche del loro vivere lontani, le promesse di attesi incontri, il pensiero verso i figli da crescere, il darsi forza a vicenda… tutto ciò mentre, da parte degli astanti, cresceva la consapevolezza dell’imminente tragedia che avrebbe proditoriamente messo fine alla vita di Giacomo Matteotti… Poi ancora testimonianze – tratte dai giornali d’epoca – dello strazio della giovane moglie e della sua incredibile forza d’animo nell’accompagnare il feretro alla tomba, seguita da migliaia di persone…
“Le stanze della memoria”, un’iniziativa che in qualche modo si è configurata come anticipazione – o forse sarebbe meglio dire apertura – delle manifestazioni programmate per il 2014, novantesimo della tragica morte dell’insigne uomo politico. Un progetto – realizzato nell’ambito di “Art Co-Working for Region, attuato dal CTG Veneto col sostegno della Fondazione CaRiPaRo nel contesto del bando Culturalmente – che ha colpito nel segno, lasciando nei visitatori di Villa Matteotti una traccia indelebile.
Tera e aqua, aqua e tera, da putini e da grandi, siora tera ai so’comandi, siora aqua, buonasera.
Recita così la prima strofa di un canto popolare in lingua polesana di G. Fossati e S. Liberovici. Un canto dedicato all’acqua, ai lavori e alle fatiche, alla vita attorno al grande fiume Po. Terre di fiumi, fiumi di storie e memorie collettive, legate ad un comune territorio e a comuni tradizioni.
Ed è proprio per non perdere tali tradizioni e memorie che il Comune di Crespino, il 7 luglio scorso, ha inaugurato l’ampliamento di uno dei suoi più ambiziosi progetti: il Museo delle Acque.
Il museo, nella sua nuova veste, occupa l’ala sud del palazzo municipale ed è il risultato di un ingrandimento del primo nucleo, inaugurato il 14 novembre 2004, per raccogliere testimonianze, documenti e materiali legati alla vita della “gente del fiume”.
Nel corso degli anni il museo si è arricchito di nuovi documenti e reperti – dono di privati cittadini, dell’Aipo e del Consorzio di Bonifica – e dell’ultimo mulino funzionante sul Po, in località Olmo di Canalnovo.
Per accogliere il nuovo materiale il Comune ha pertanto ristrutturato due vani del museo ed ha realizzato un ascensore per il superamento delle barriere architettoniche.
Il progetto si deve all’impegno dell’amministrazione comunale, dell’assessore Guido Ronconi, ideatore e creatore del museo, all’interesse del presidente della Fondazione Cassa di Risparmio Antonio Finotti e alla collaborazione di Giampaolo Braga, prematuramente scomparso, cui è andato il ricordo durante la cerimonia inaugurale.
Il museo espone testimonianze relative alla bonifica, alla regimentazione delle acque, alla pesca, fabbricazione e manutenzione delle imbarcazioni, ai mulini e ai natanti. Viene così documentata la realtà di mestieri tradizionalmente legati al fiume: il pescatore, il carpentiere, gli scariolanti ed i guardiani, attraverso i quotidiani strumenti di lavoro. Una piccola società, composta di tante figure oggi dimenticate ma essenziali, un tempo, al mantenimento e alla conservazione del fragile equilibrio tra la “siora tera”, la “siora aqua” e l’uomo; tra i campi coltivati e i canali di irrigazione, tra il fiume ed i suoi abitanti.
Se ogni museo è un viaggio nel passato, quello che propone il museo di Crespino è rafforzato sia da una vasta esposizione di documenti originali perfettamente conservati, sia da un’attenta e curata esposizione dei reperti.
Un osservatore esperto può avvicinarsi agli oggetti, cercarne la storia, legare al percorso proposto i propri ricordi ed esperienze.
Chi invece si affaccia per la prima volta a questo mondo, come ad esempio un pubblico più giovane, non può comunque non restare affascinato dall’atmosfera che si respira nelle sale del museo. Infatti in occasione di una passeggiata alla scoperta del Comune di Crespino, organizzata dal gruppo Ctg di Rovigo, sono stati proprio i giovani Crespinesi ad illustrare, in anteprima, il museo a questi visitatori, potendo mettere così alla prova, con entusiasmo, la loro preparazione.
Ed è ancora una volta proprio l’entusiasmo del volontariato locale che ha permesso a questo progetto, partito come un’idea, un’ambizione, di diventare una realtà.
Ricordi, testimonianze, tutta l’identità di un territorio, quello polesano, complesso ed affascinante, dimenticato a volte, eppure ricco di sorprese, raccolte con cura e passione in un museo.
Una scelta. Perché quello che deve rimanere saldo, in un momento di cambiamenti sempre più radicali, è la propria identità e le proprie radici.
Scegliere di trovare tempo e mezzi per realizzare oggi, progetti come il Museo delle Acque, induce a riflettere non solo su un messaggio storico e sociale di recupero e valori interiori della memoria, ma anche su una scelta di valore “morale”.
Il Comune di Crespino e la Fondazione hanno scelto di investire sulla cultura e sul territorio polesano. Una scommessa ed un messaggio per i giovani di domani, certo cittadini del mondo globalizzato ma legati anche alla stessa terra e alle stesse acque che tornano idealmente a scorrere tra le sale del Museo delle Acque di Crespino.